Legittimità della rimessione in termini: quando la tempestività fa la differenza

Legittimità della rimessione in termini: quando la tempestività fa la differenza

Con l’ordinanza n. 25289/2020 dell’11 novembre 2020, la Corte di Cassazione ha fornito delucidazioni sulla legittimità della rimessione in termini.

COSTITUZIONE OLTRE I TERMINI E TEMPESTIVITÀ

Un cliente fa causa al suo commercialista per ottenere un risarcimento e il Tribunale accoglie l’istanza.
Il professionista ricorre ma:
– si è costituito oltre il termine di dieci giorni dalla notifica via PEC,
– ha chiesto immediatamente la rimessione in termini sottolineando di aver spedito tempestivamente la busta telematica per la costituzione in giudizio,
– ha fatto notare che la cancelleria ha rifiutato il deposito a causa del mancato versamento del contributo unificato.

La Corte di Appello non ha individuato nella mancata “tempestiva costituzione” alcuna causa imputabile al commercialista, pertanto ha accolto l’istanza di rimessione in termini e il ricorso.
Il cliente però eccepisse l’improcedibilità proprio a causa della tardiva costituzione del professionista.

Si giunge così in Cassazione, presso cui il cliente sostiene la nullità della sentenza per la violazione e la falsa applicazione dell’art. 132 c.p.c., comma 1, n. 4), per difetto di motivazione sulla rimessione in termini, e anche la violazione e la falsa applicazione dell’art. 153 c.p.c., comma 2, per l’erronea rimessione in termini.

LA TEMPESTIVITÀ DELLA RIMESSIONE IN TERMINI

La Cassazione ritieni il ricorso infondato per i seguenti motivi:

  1. la rimessione in termini, sia nell’art. 184-bis c.p.c. che nell’ art. 153 c.p.c., comma 2,  richiede tempestività da parte di chi incorre nella decadenza dei termini per cause a lui/lei non imputabili. Con tempestività si intende immediatezza nel reagire alla mancanza;
  2. con “immediatezza della reazione” non si intende che “l’istanza di rimessione debba intervenire, comunque, entro il termine del quale si alleghi essere stata impossibile l’osservanza per causa non imputabile alla parte” ma “solo come necessità che la parte istante si attivi in un termine ragionevolmente contenuto e rispettoso del principio della durata ragionevole del processo”.

Nel caso in questione, la Cassazione ha considerato avvenuto il deposito telematico nel momento in cui è stata generata la ricevuta di avvenuta consegna. Pertanto, il presupposto della tempestività sia stato rispettato.

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Fattura elettronica, codici errore relativi alla conformità del formato fattura (00103, 00105, 00106, 00200, 00201)

Fattura elettronica, codici errore relativi alla conformità del formato fattura (00103, 00105, 00106, 00200, 00201)

Riportiamo i codici errore relativi alla conformità del formato fattura.

La verifica garantisce che il contenuto del documento segua le regole indicate nelle specifiche tecniche.

Codice: 00103

La firma digitale apposta manca del riferimento temporale (se il file è stato firmato con firma elettronica qualificata)

Codice: 00105

Il riferimento temporale della firma digitale apposta non è coerente (se il file è stato firmato con firma elettronica qualificata)

Codice: 00106

File/archivio vuoto o corrotto

Codice: 00200

File non conforme al formato

Codice: 00201

Riscontrati più di 50 errori di formato

Cliccando sul nome della tipologia potete scoprire il significato dei codici errore per le fatture ordinarie e semplificate, divisi per tipologia:

errori nomenclatura ed unicità del file trasmesso (00001, 00002);

errori dimensioni del file (00003);

errori verifica di integrità del documento (00102);

errori verifica di autenticità del certificato di firma (00100, 00101, 00104, 00107);

errori verifica di coerenza sul contenuto (00400, 00401, 00403, 00411, 00413, 00414, 00415, 00417, 00418, 00419, 00420, 00421, 00422, 00423, 00424, 00425, 00427, 00428, 00429, 00430, 00437, 00438, 00443, 00444, 00445, 00460, 00471, 00472, 00473, 00474);

errori verifica di validità del contenuto della fattura (00300, 00301, 00303, 00305, 00306, 00311, 00312, 00313, 00320, 00321, 00322, 00323, 00324, 00325, 00326, 00330);

errori verifiche di unicità della fattura (00404, 00409).

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Per la Corte di Cassazione anche i dati informatici rientrano nella categoria dei beni mobili, pertanto possono essere oggetto di furti.

Negli anni le pronunce in materia si sono sempre più allineata a questa visione e la sentenza n. 11959 della Cassazione Penale, Sez. II, del 13 aprile 2020, ne è l’esempio più recente e definitivo.

La Suprema Corte ha affermato che i dati informatici«sono qualificabili “cose mobili” ai sensi della legge penale e, pertanto, costituisce condotta di appropriazione indebita la sottrazione da un personal computer aziendale, affidato per motivi di lavoro, dei dati informatici ivi collocati, provvedendo successivamente alla cancellazione dei medesimi dati e alla restituzione del computer “formattato”».

L’orientamento precedente considerava i dati informatici come beni immateriali, pertanto non ne contemplava il reato di furto o di appropriazione indebita.

PERCHÈ I DATI INFORMATICI SONO BENI MOBILI

La conclusione della Cassazione si basa su due argomenti fondamentali:

1) i files sono costituiti da codice binario che occupa spazio all’interno dei sistemi informatici in cui sono conservati e archiviati. Possono essere creati, copiati ed eliminati e ognuna di queste operazioni è rilevabile dal sistema operativo. Inoltre, possono essere trasferiti da un supporto informatico a un altro, senza subire modifiche. Se dovessero subire modifiche, lo spazio da loro occupato aumenterebbe o diminuirebbe;

2) anche le operazioni di trasferimento del denaro oggigiorno avvengono prevalentemente in modalità informatica, senza un reale spostamento di banconote e monete. Eppure, l’hackeraggio di un conto bancario è furto di denaro, sebbene non vi sia la sottrazione fisica di questo.

In conclusione, pur non essendo tangibili, i dati informatici hanno le stesse caratteristiche dei beni mobili: sono soggetti a detenzione, sottrazione, impossessamento, appropriazione, e possiedono anche la capacità di «spostarsi autonomamente ovvero di essere trasportati da un luogo ad un altro».  Per tali motivi, sono assoggettati alla stessa disciplina penale.

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Fattura elettronica, codici errore relativi all'integrità del documento (00102)

Fattura elettronica, codici errore relativi all’integrità del documento (00102)

Riportiamo i codici errore relativi all’integrità del documento trasmesso.

Se il file è firmato, la verifica garantisce che il documento ricevuto non abbia subito modifiche dopo l’apposizione della firma.

Codice: 00102

File non integro

Qui di seguito potete scoprire il significato dei codici errore per le fatture ordinarie e semplificate divisi per tipologia:

errori nomenclatura ed unicità del file trasmesso (00001, 00002);

errori dimensioni del file (00003);

errori verifica di autenticità del certificato di firma (00100, 00101, 00104, 00107);

errori verifica di conformità del formato fattura (00103, 00105, 00106, 00200, 00201);

errori verifica di coerenza sul contenuto (00400, 00401, 00403, 00411, 00413, 00414, 00415, 00417, 00418, 00419, 00420, 00421, 00422, 00423, 00424, 00425, 00427, 00428, 00429, 00430, 00437, 00438, 00443, 00444, 00445, 00460, 00471, 00472, 00473, 00474);

errori verifica di validità del contenuto della fattura (00300, 00301, 00303, 00305, 00306, 00311, 00312, 00313, 00320, 00321, 00322, 00323, 00324, 00325, 00326, 00330);

errori verifiche di unicità della fattura (00404, 00409).

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COVID: presentato l’emendamento per riconoscere il semestre di praticantato forense

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L’AIGA, Associazione italiana giovani avvocati, ha comunicato che è stato depositato presso il Senato un emendamento all’art. 23 del Decreto Ristori, D.L. n. 137 del 28/10/2020, promesso dall’associazione stessa e firmato dalla Senatrice Alessandra Maiorino (M5S).

L’emendamento si prefigge l’obiettivo di riconoscere il semestre di praticantato forense nel caso in cui il praticante non avesse assistito al numero minimo di udienze previsto dall’art. 8, comma 4, del D.M. n. 70/2016.
Il periodo di riferimento è quello compreso tra l’11 maggio 2020 e il 31 gennaio 2021, segnato dalle conseguenze delle misure di contenimento all’epidemia di COVID sullo svolgimento della giustizia.

Il Presidente dell’Aiga, Antonio De Angelis, ha dichiarato che si tratta «di agevolare il compimento della pratica forenseper tutti i praticanti che, a causa dei rinvii dovuti all’emergenza Covid-19, non hanno potuto presenziare al numero minimo di udienze previsto dalla normativa per il riconoscimento del semestre di pratica professionale».

L’avv. Carlo Foglieni della Giunta Nazionale sottolinea che l’obiettivo dell’emendamento è «uniformare la disciplina a livello nazionale evitando così che, in assenza di una normativa ad hoc, il riconoscimento o meno del semestre di pratica venga rimesso alla discrezionalità del singolo Consiglio dell’Ordine con conseguente disparità di trattamento da un circondario all’altro».

L’auspicio è che l’emendamento venga definitivamente approvato dal Senato.

IL TESTO DELL’EMENDAMENTO PER RICONOSCERE IL PRATICANTATO DURANTE COVID

A.S. 1994

Emendamento
Art. 23
Maiorino, Gaudiano, Evangelista, D’angelo, Lannutti, Fenu, Angrisani,
Gallicchio, Leone
Dopo l’articolo, inserire il seguente:
“Art. 23 bis.
(Disposizioni per l’esercizio del tirocinio professionale, di cui all’articolo 41 della Legge 31 dicembre 2012)
1. Il semestre di tirocinio professionale, di cui all’articolo 41 della legge 31 dicembre 2012, n. 247, ricadente nel periodo intercorrente tra la data di entrata in vigore del presente decreto e fino alla scadenza del termine, di cui all’articolo 1 del decreto legge 25 marzo 2020, n. 19, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 maggio 2020, n. 35, è da considerarsi svolto positivamente anche nel caso in cui il praticante non abbia assistito al numero minimo di udienze di cui all’articolo 8, comma 4, del decreto del Ministro della giustizia 17 marzo 2016, n. 70″.

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La digitalizzazione della giustizia trova un’ulteriore spinta nelle disposizioni previste nella Manovra 2021. L’obiettivo è sempre quello di rendere i processi più veloci ma, in questo caso, anche accelerare l’iter per ottenere gli indennizzi previsti della Legge Pinto.

A tale scopo è stata prevista la modalità digitale per la presentazione delle domande di pagamento.

LA LEGGE PINTO

La Legge Pinto (L. 89/2001) tratta gli indennizzi previsti in caso di violazione della ragionevole durata dei processi. Nella Manovra 2021 è contemplata una modifica alla legge in modo da consentire una procedura di pagamento più veloce, sia per gli indennizzi in caso di processi lenti che per altre somme.

GIUSTIZIA LENTA E LA DIGITALIZZAZIONE PREVISTA NELLA MANOVRA 2021

La modifica riguarda l’art. 5-sexies.

Nella versione attuale dell’articolo è previsto che il creditore utilizzi specifici modelli per presentare la richiesta di pagamento a cui poi allegare una serie di documenti.

La versione modificata vede l’aggiunta di un ulteriore comma con il quale viene introdotta la modalità telematica.
Saranno futuri decreti del Ministero dell’economia e delle finanze e del Ministero della giustizia, da emanare entro il 31 dicembre 2021, a illustrare con precisione le modalità di esecuzione.

I VANTAGGI DELLA MODALITÀ TELEMATICA

La procedura telematica permetterà ai creditori di presentare la richiesta di pagamento tramite una piattaforma digitale che consentirà una comunicazione più semplice dei dati richiesti per la pratica. Inoltre, tramite la piattaforma gli utenti avranno modo di controllare autonomamente lo stato della loro pratica.

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La CTU è nulla se le parti non vengono coinvolte

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Quando la CTU è nulla? Con l’ordinanza 26304/2020, la Cassazione evidenzia che le parti devono poter partecipare alle operazioni del CTU. Se ciò non avviene, il loro diritto alla difesa è leso e poco cambia che le parti possano controllare successivamente il prodotto della perizia.

IL CASO

Due architetti muovono causa a una s.r.l per ottenere il pagamento del proprio lavoro.
La società contesta la richiesta dichiarando di non aver mai conferito l’incarico ai due e di aver scelto il progetto di altri professionisti, commissionando a loro il lavoro.
A fronte di una CTU, il Tribunale accoglie la domanda dei due architetti, ritenendo che vi sia stato conferimento dell’incarico e riconoscendo il pagamento delle somme, seppur inferiori rispetto a quelle richieste.

La società appella la decisione, sostenendo non solo il mancato conferimento dell’incarico, ma anche che la C.t.u sia nulla, poiché svolta senza darne comunicazione «con conseguente illegittimità della determinazione del quantum e sulla adesione acritica del giudice alla consulenza d’ufficio».

Di nuovo soccombente, la società ricorre in Cassazione contestando la censura, nella sentenza di precedente, della doglianza a proposito della nullità della CTU«effettuata in manifesta violazione dei diritti di difesa e al contraddittorio». La società sostiene infatti che la Corte d’Appello avrebbe dovuto dichiarare nulla la CTU e stabilire nuove operazioni peritali nel rispetto del diritto alla difesa.

LA CTU È NULLA INDIPENDENTEMENTE DALLA SUA NATURA

La Cassazione accoglie il ricorso della società: la CTU è nulla se le parti non intervengono nella perizia perché ciò lede il diritto di difesa delle stesse. Il consulente d’ufficio deve infatti svolgere il proprio lavoro garantendo alle parti la presenza, anche se la perizia consistesse solo nell’esaminare documenti.

La sentenza contestata è dunque errata perché non ha applicato correttamente quanto indicato agli artt. 194, comma 2, c.p.c.,  e 90, comma 1, disp. att. c.p.c., secondo i quali «l’espletamento di tutte le attività del consulente tecnico di ufficio senza alcun coinvolgimento delle parti, alle quali è mancata qualunque comunicazione sia del giorno, ora e luogo di inizio delle operazioni dell’ausiliario, sia di quelli della relativa prosecuzione, implica la nullità della consulenza, la quale, se tempestivamente eccepita, non è sanata dalla mera possibilità di riscontro o verifica a posteriori dell’elaborato del consulente».

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Gratuito patrocinio, al via il pagamento di compensi arretrati 2019

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Il Ministero della Giustizia  procederà al pagamento integrale dei compensi arretrati relativi al 2019 accumulati dagli avvocati che prestano gratuito patrocinio. La notizia è stata data attraverso una nota pubblicata il 30 ottobre sul sito del Ministero.

GRATUITO PATROCINIO: LA SOMMA A DISPOSIZIONE PER GLI ARRETRATI

La nota spiega che sono state recuperate le risorse finanziarie necessarie a saldare le spese di giustizia del 2019 (circa 92 milioni di euro). Tali risorse sono state messe a disposizione dal Ministero dell’Economia e Finanze.

La somma stanziata è suddivisa in più provvedimenti: 20 milioni dal Decreto Rilancio, 35 milioni attraverso la Legge di assestamento, 37 milioni dal Fondo di riserva per le spese obbligatorie e d’ordine.

PAGAMENTO DI COMPENSI ARRETRATI

Il pagamento degli arretrati 2019 non riguarda solo gli avvocati che hanno prestato gratuito patrocinio, ma anche i consulenti tecnici. Rappresenta certamente un passo importante nel riconoscimento dell’operatore degli avvocati, ma anche un sostegno economico agli operatori del settore in questo momento di difficoltà caratterizzato dalla sospensione delle attività a causa delle misure di contenimento all’epidemia di COVID.

La Direzione generale degli Affari interni del Ministero ha inviato una circolare agli Uffici giudiziari per comunicare l’emissione degli ordini di accreditamento, incoraggiando tutti a rendere possibile una rapida consegna delle somme a chi ne ha diritto.

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Davanti alle interruzioni dei servizi del PCT dei giorni scorsi, comunicate attraverso il Portale dei Servizi Telematici, l’Organismo Congressuale Forense ha scritto al Direttore della DGSIA chiedendo la “riprotezione” dei depositi effettuati e potenzialmente non andati a buon fine a causa delle attività di manutenzione ai sistemi.
L’obiettivo della richiesta: «evitare che le conseguenze del disservizio comportino effetti pregiudizievoli per gli Avvocati e per le parti».

Nonostante il ripristino dei servizi, alcuni distretti (Bari, Lecce, Salerno, Campobasso, Potenza, Catanzaro e Reggio Calabria) hanno continuato a segnalare l’impossibilità di accedere al sistema, procedere coi depositi e visionare documenti e verbali nei fascicoli.

L’OCF ha rinnovato la segnalazione al Direttore della DGSIA e al Guardasigilli, Alfonso Bonafede, chiedendo veloci provvedimenti per consentire agli avvocati la rimessione in termini in relazione a tutti gli adempimenti durante i malfunzionamenti.

Anche il CNF ha inviato al Min. Bonafede una comunicazione simile a quella presentata dall’OCF.
Il CNF ha chiesto l’attivazione della procedura indicata nel D. Lgs. n. 437/1948 sulla proroga dei termini di decadenza in caso di mancato funzionamento degli uffici giudiziari, procedura che deve essere disposta tramite decreto del ministero della Giustizia. Il Consiglio sottolinea che i disservizi avvenuti potrebbero infatti portare «conseguenze irreversibili sulla tutela dei diritti dei cittadini e delle aree interessate» dalle interruzione.

Ha fatto seguito anche l’Unione delle Camere Civili che in una nota relativa alla remissione in termini ha aggiunto la necessità di «un provvedimento normativo che consenta la sospensione di tutti i termini, sia ora che in futuro, mediante una procedura agile ed immediata, oggi che tutto dipende dal Pct».

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L’avvocato negligente ha diritto al suo compenso?

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L’avvocato negligente ha diritto al suo compenso? Oppure il fatto di non aver eseguito il proprio lavoro in modo corretto, e quindi non aver raggiunto il risultato che il cliente si aspettava, preclude il diritto al pagamento della prestazione?

IL CASO

Una società chiama in causa la propria compagnia assicurativa per ottenere l’indennizzo a seguito di un furto subito. La domanda avanzata dall’avvocato della società viene però respinta perché questo ha dimenticato di richiamare nella memoria 183 c.p.c il contratto di assicurazione e perché ha prodotto in ritardo la  prova necessaria all’accoglimento.
A seguito di tutto ciò, la società cita l’avvocato, chiedendo il risarcimento del danno per responsabilità professionale e sostenendo che nulla gli sia dovuto come compenso.   

Il Tribunale rigetta la domanda ma la società impugna la sentenza, si vede accogliere solo in parte le richieste e l’avvocato viene condannato a rimborsare la società delle spese sostenute nei due gradi di giudizio.

A sostegno dell’accoglimento, proprio il comportamento negligente dell’avvocato.

Quest’ultimo però ricorre in Cassazione, dove le sue richieste vengono accolte.

ECCEZIONE DI INADEMPIMENTO: ANCHE L’AVVOCATO NEGLIGENTE DEVE ESSERE PAGATO

Con l’ordinanza n. 25464/2020, la Cassazione spiega che un avvocato, anche qualora perdesse la causa a seguito di proprie negligenze, non perde il diritto a ottenere il compenso per l’assistenza svolta.

In particolare la Cassazione piega che «il principio per cui l’eccezione di inadempimento di cui all’art. 1460 c.c. può essere opposta dal cliente all’avvocato che abbia violato l’obbligo di diligenza professionale, purché la negligenza sia idonea a incidere sugli interessi del primo, non potendo il professionista garantire l’esito comunque favorevole del giudizio ed essendo contrario a buona fede l’esercizio del potere di autotutela ove la negligenza nell’attività difensiva, secondo un giudizio probabilistico, non abbia pregiudicato le possibilità di vittoria».

In questo caso, la Cassazione ha ritenuto corretto il motivo di doglianza dell’avvocato secondo il quale non vi era un nesso di causa tra il suo comportamento negligente e il danno subito dall’azienda cliente.

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Servicematica

Nel corso degli anni SM - Servicematica ha ottenuto le certificazioni ISO 9001:2015 e ISO 27001:2013.
Inoltre è anche Responsabile della protezione dei dati (RDP - DPO) secondo l'art. 37 del Regolamento (UE) 2016/679. SM - Servicematica offre la conservazione digitale con certificazione AGID (Agenzia per l'Italia Digitale).

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