COVID-19 e il reato di epidemia omissiva

COVID-19 e il reato di epidemia omissiva

Paolo Piras, sostituto procuratore presso la Procura della Repubblica di Sassari, ha pubblicato sul sito Sistema Penale un interessante articolo sulla possibile configurabilità dell’epidemia omissiva, di cui vi proponiamo i tratti salienti.

FOCOLAI COVID ED EPIDEMIA OMISSIVA

Il recente caso di un nuovo focolaio di COVID-19 in Veneto, causato dalla mancanza di rispetto delle regole di sicurezza sanitaria da parte di un soggetto positivo, non si sa bene se consapevolmente o meno, aprono un interrogativo serio: può esistere il reato di epidemia colposa omissiva?

Il reato di epidemia esiste già ed è descritto all’art.438 c.p.:

Chiunque cagiona un’epidemia mediante la diffusione di germi patogeni è punito con l’ergastolo.
Se dal fatto deriva la morte di più persone, si applica la pena [di morte].

L’epidemia omissiva può essere in parte ritrovata nell’art.40 c.p., comma 2, sull’omesso impedimento dell’evento che si ha l’obbligo giuridico di impedire.

In tema di epidemia omissiva, un riferimento giurisprudenziale lo abbiamo con la sentenza n. 9133/18 della Cassazione, quarta sezione, che però non considera questa possibilità.
Facendo riferimento all’art. 438 c.p., la sentenza dice:
«La norma evoca, all’evidenza, una condotta commissiva a forma vincolata di per sé incompatibile con il disposto dell’art. 40, riferibile esclusivamente alle fattispecie a forma libera».

Come Piras riassume, la decisione si basa su due presupposti e una conclusione logica:

  • – Presupposto 1:  l’art. 40 II co. c.p. non si applica ai reati a forma vincolata,
  • – Presupposto 2: l’epidemia è un reato a forma vincolata,
  • – Conclusione: l’art. 40 II co. c.p. è inapplicabile all’epidemia.

Ma è davvero così?

EPIDEMIA È REATO A FORMA VINCOLATA O LIBERA?

L’epidemia è un reato a forma vincolata o libera?
Esistono più modalità di commissione che possono essere punibili?

Partiamo da una constatazione: la diffusione di germi patogeni è l’essenza stessa di un’epidemia.
Senza tale diffusione, semplicemente non c’è epidemia. La diffusione è quindi l’unica modalità di commissione del reato.

Nell’art. 438 c.p. si parla dell’epidemia come un reato a forma vincolata: «si perfeziona solo se cagionata mediante la diffusione di germi patogeni». Non sono quindi punibili altre modalità (es.:  sostanze tossiche o radioattive).

Secondo Piras «l’epidemia non è un reato a forma vincolata, perché il legislatore non ha selezionato una modalità di commissione, ma ha solo preso atto dell’unica modalità di commissione. È un reato a forma naturalisticamente vincolata, non giuridicamente.»

ESISTE L’EPIDEMIA OMISSIVA?

Secondo Piras, sì.
La diffusione di germi patogeni indicata nell’art. 438 c.p. può avvenire anche in forma omissiva.

«L’omissione consiste nel non inserire il dovuto ostacolo alla diffusione» dell’epidemia.

Pertanto, la mancata osservanza delle regole sanitarie che possono limitare la propagazione dei contagi rientra nella fattispecie dell’epidemia omissiva colposa.

L’esempio riportato è quello di un ospedale il cui personale non isola un paziente COVID-19: omettendo di applicare le misure per limitare la diffusione, il personale facilita l’epidemia

Vi invitiamo ad approfondire l’argomento leggendo l’articolo originale.

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e se copia notificata dell’atto è priva della sottoscrizione del difensore?

E se la copia notificata dell’atto è priva della sottoscrizione del difensore?

Cosa succede se nella copia notificata dell’atto introduttivo manca della sottoscrizione da parte del difensore presente invece nell’originale? Questa difformità può inficiare un citazione o un ricorso?

L’ordinanza n. 10450/2020 della Corte di Cassazione, pubblicata il 3 giugno 2020, ci offre informazioni utili.

COPIA NOTIFICATA E MANCATA SOTTOSCRIZIONE

Una società vuole ottenere il pagamento di una ristrutturazione compiuta, ma il convenuto non è d’accordo. Tra le varie motivazioni, anche la mancanza, nella copia notificata, della firma del legale della società. 

Le istanze del convenuto vengono accolte e la società ricorre.
La Corte d’Appello dà ragione a questa, sostenendo che le eventuali mancanze della copia notificata vengono sanate dalla presenza di tutti gli elementi nell’originale e dalla costituzione del convenuto (art.164 c.p.c., terzo comma).

La questione però non termina e viene portata in Cassazione, con il convenuto che contesta anche la violazione dell’art. 163 c.p.c., nn. 2 e 6, art. 164 c.p.c., comma 1, e art. 167 c.p.c., comma 2.
Secondo la parte, sarebbe errata la decisione del giudice di non ritenere nulla la copia notificata nonostante i vizi presenti rispetto l’atto originale, poiché si porrebbe in contrasto con il principio generale secondo cui in caso di difformità è la copia notificata dell’atto a prevalere.

La Corte di Cassazione ritiene però che il ricorso sia infondato e ribadisce che la mancata sottoscrizione della copia notificata dell’atto introduttivo da padre del difensore non incide affatto sulla validità dello stesso se la firma del difensore compare nell’originale e se gli elementi presenti nella copia notificata permette alla controparte di dedurne la provenienza.

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La riforma del reato di abuso d’ufficio

La riforma del reato di abuso d’ufficio prende piede con l’approvazione, “salvo intese”, del Decreto Semplificazioni.

Verrebbe così modificato l’art. 323 del codice penale con la sostituzione dei termini “di norme di legge o di regolamento” in “di specifiche regole di condotta espressamente previste dalla legge o da atti aventi forza di legge e dalle quali non residuino margini di discrezionalità”.

Il testo completo dell’articolo modificato sarebbe dunque il seguente:

Salvo che il fatto non costituisca più grave reato, il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che, nello svolgimento delle funzioni o del servizio, in violazione di specifiche regole di condotta espressamente previste dalla legge o da atti aventi forza di legge e dalle quali non residuino margini di discrezionalità, ovvero omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti, intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arreca ad altri un danno ingiusto, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni.

La pena è aumentata nei casi in cui il vantaggio o il danno hanno un carattere di rilevante gravità”.

L’obiettivo del reato di abuso di ufficio è tutelare il buon funzionamento, la trasparenza e l’imparzialità della pubblica amministrazione.

REATO DI ABUSO D’UFFICIO, COSA CAMBIA

La riforma del reato di abuso d’ufficio tende quindi a offrire un quadro d’azione più preciso.

Conte stesso ha spiegato che l’obiettivo della modifica è circoscrivere la portata del reato, non ridurlo, abbandonando l’idea che basti violare norme e principi generali per incapparvi e, al contrario, indicando con precisione specifiche regole di condotta che, se violate, farebbero scattare la fattispecie criminosa.

Uno degli effetti che ci si aspetta da questa maggiore precisione è il superamento delle titubanze che spesso colpiscono i funzionari pubblici al momento di firmare atti e procedimenti: la paura di eventuali responsabilità penali non considerate preventivamente mantiene la pubblica amministrazione, e quindi il paese, in stallo.

La definizione di quali siano le precise violazioni che faranno scattare il reato di abuso di ufficio sarà al centro dei dibattiti parlamentare dei prossimi giorni.
Ulteriori modifiche e ripensamenti non sono quindi da escludere.

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Il Decreto Rilancio va a emendare i contenuti dell’articolo 83 del Cura Italia. Potremmo dire che il primo segna la fine del secondo, proprio in senso temporale.

Se, infatti, inizialmente le misure straordinarie applicate alla Giustizia sarebbero dovute proseguire fino al 31 dicembre 2020, in concomitanza con ila fine dell’emergenza sanitaria decisa dal Governo, con il decreto Rilancio il termine viene anticipato al 31 ottobre.

La volontà è quella di non perdere quanto di buono c’è stato nell’attività giudiziaria sperimentate degli ultimi mesi e, allo stesso tempo, ascoltare le istanze di chi, primo fra tutti il CNF,  ha chiesto di non imporre tali misure agli avvocati ma di ripristinare anche le modalità tradizionali e lasciare a loro la libertà di scelta.

Dunque, fino al 31 ottobre avremo ancora il pagamento digitale del contributo unificato, le udienze da remoto e il deposito telematico degli atti e delle note.

Ecco alcuni dettagli.

Processo Civile

Su richiesta delle parti o del difensore, le udienze civili possono essere svolte da remoto. La parte deve però partecipare collegandosi dalla medesima postazione del difensore.

La domanda di partecipazione all’udienza da remoto deve essere depositata almeno 15 giorni prima della data in cui questa si terrà.

Il giudice comunica ora e modalità di collegamento almeno 5 giorni prima.

Il giudice può decidere di trattare da remoto le udienze civili che non richiedono la presenza di soggetti diversi dai difensori, dalle parti e dagli ausiliari del giudice solo se le parti sono d’accordo.

Processo Penale

Le udienze da remoto sono permesse, ma sono permessi anche i colloqui da remoto tra detenuti e altri soggetti e si utilizzano le apparecchiature a disposizione dell’amministrazione penitenziaria.

È permesso il deposito telematico degli atti nella fase delle indagini preliminari. È da considerarsi perfezionato quando viene generata la ricevuta di accettazione da parte del sistema.

Smart working cancelleria

L’emendamento all’articolo 263 del Decreto Rilancio tocca anche un altro tema che ha movimentato l’opinione degli avvocati nelle ultime settimane, soprattutto davanti alle evidenti difficoltà che la Giustizia ha dimostrato nella fase di riapertura.

Si tratta dello smart working delle cancellerie.

Anche questo, come le udienze da remoto, non verrà affatto abbandonato. Anzi, la volontà generale del Governo è di far salire la quota di lavoratori in smart working non solo entro al fine dell’anno ma anche negli anni successivi.

Fino al 31 dicembre, gli uffici giudiziari hanno la possibilità di organizzare «il lavoro dei propri dipendenti e l’erogazione dei servizi attraverso la flessibilità dell’orario di lavoro, rivedendone l’articolazione giornaliera e settimanale, introducendo modalità di interlocuzione programmata, anche attraverso soluzioni digitali e non in presenza con l’utenza, applicando il lavoro agile (…) al 50 per cento del personale impiegato nelle attività che possono essere svolte in tale modalità».

[Fonti: Il Dubbio, Iusletter]

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Nuove scadenze degli obblighi contributivi per gli avvocati

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Sul sito CFnews è stata pubblicata la notizia relativa ai nuovi termini per adempiere agli obblighi contributivi di Cassa Forense attualmente sospesi fino al 30 settembre.

LA RIPARTENZA DELLA GIUSTIZIA E LA SOSPENSIONE DEGLI OBBLIGHI CONTRIBUTIVI

Siamo giunti alla Fase 3 della Giustizia ai tempi del COVID-19.

Nonostante la ripresa si stia dimostrando più difficoltosa del previsto a causa di ostacoli ambientali e conflitti tra categorie, è tempo per gli avvocati di pianificare nuovamente il pagamento delle spese previdenziali. 

Il CdA di Cassa Forense ha valutato la situazione e ha deciso che a tutti i contributi obbligatori la cui scadenza fosse stata prorogata al 30 settembre 2020 a causa del coronavirus si applicheranno nuovamente i termini originari con decorrenza dal 1 ottobre.

Nel caso in cui parte del periodo di decorrenza originario fosse già trascorso prima dell’adozione della sospensione, questo verrebbe annullato.

Per spiegare meglio il concetto, la news porta l’esempio della retrodatazione:

«l’iscritto ha sei mesi di tempo dal ricevimento della comunicazione d’iscrizione alla Cassa per optare se aderire o meno al predetto beneficio. Orbene, se il termine di scadenza di tale adempimento ricadeva nel periodo tra il 11.03.2020 al 30.09.2020, a prescindere dal tempo già decorso, l’iscritto ha di nuovo un termine di sei mesi, decorrenti dal 1 ottobre 2020, per poter esercitare la facoltà di retrodatazione (scadenza del nuovo termine 31.03.2021)».

ALTRE SCADENZE

Cassa Forense fa sapere che:

  • gli obblighi contributivi i cui termini non fossero ricaduti nel periodo di sospensione  (dal 1 ottobre in poi) non subiscono alcuna modifica;
  • – la quarta dei contributi minimi dell’anno 2020 con scadenza al 30 settembre rientra nel periodo di sospensione e potrà essere pagata entro il 31 dicembre, senza interessi e/o sanzioni;
  • – il termine per i contributi in autoliquidazione  (I e II rata) connessi al mod. 5/2020 (riferimento redditi 2019) rimangono al  31 dicembre 2020.

A proposito della riscossione dei contributi obbligatori, il CdA di Cassa ha assicurato che gli iscritti riceveranno «comunicazioni personalizzate, idonee a fugare i dubbi e i fraintendimenti che comunicazioni c.d. “massive” possono sempre ingenerare». Ognuno saprà quindi cosa dovrà fare.

Per leggere la news originale, clicca qui.

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Gli scritti degli avvocati e il diritto d’autore

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Gli scritti tecnici prodotti dagli avvocati sono protetti dal diritto d’autore?
Quale elemento può definirli come opere creative o testi “standard”?

Un indirizzo lo offre la Cassazione con l’ordinanza n.10300/2020.

LA CREATIVITÀ ALLA BASE DEL DIRITTO D’AUTORE

Il caso in oggetto all’ordinanza racconta di un avvocato che scrive un regolamento fieristico per un cliente.
Dopo un po’ di tempo, l’avvocato scopre che il suo testo è stato copiato di pari passo da un’altra società senza che questa avesse chiesto l’autorizzazione. A suggerire tale condotta, l’avvocato della società.

L’autore chiama in causa tale avvocato, che viene condannato a risarcire i danni per plagio ma che poi ricorre in appello e vince.

L’autore non accetta la decisione e ricorre in Cassazione contestando:

  • la violazione della legge sul diritto d’autore n.633/1941, rimproverando alla Corte d’Appello il giudizio che un opera tecnica non possa essere anche creativa;
  • la richiesta di provare la creatività insita nell’opera “come se si trattasse di un requisito soggettivo la cui sussistenza o meno possa essere dimostrata sulla base di elementi estranei all’opera stessa, che dovrebbero essere allegati e documentati”;
  • il rigetto della tutela dell’opera in base all’idea che l’esistenza di altri testi regolamentari simili neghi il requisito della creatività.

La Cassazione dichiara il ricorso inammissibile e conferma che nel testo non è riconoscibile alcuna rielaborazione creativa e originale di nozioni giuridiche note, né prassi o esperienze personali del professionista. In sostanza, vi sono solo indicazioni pratiche standard.

La mancanza di creatività e “soggettività” non permette quindi di ritenere l’opera meritevole di protezione del diritto d’autore. 

[Fonte: Studio Cataldi]

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gratuito patrocinio

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Il gratuito patrocinio nasce per garantire l’assistenza legale alle fasce economicamente più deboli della popolazione. L’avvocato che offre il suo lavoro viene retribuito dallo Stato.

Ma cosa succede se le condizioni economiche dell’assistito migliorano? Il gratuito patrocinio sussiste ancora? E i compensi dell’avvocato chi li paga?

Con l’ordinanza n. 10669/2020, la Corte di Cassazione, sesta sezione civile, ha spiegato che un avvocato non può mai chiedere il pagamento del proprio compenso all’assistito se manca il provvedimento di revoca da parte del giudice del procedimento principale.

GRATUTO PATROCINIO E REQUISITI

Il caso in oggetto dell’ordinanza vede protagonista un avvocato che presenta ricorso per decreto ingiuntivo al fine di ottenere il pagamento del suo compenso da parte di una cliente, la quale aveva richiesto il gratuito patrocinio.

L’avvocato ritiene che sia la cliente a dover pagare poiché, nell’arco dell’assistenza prestata, l’aver contratto matrimonio ha comportato un aumento del reddito che l’avrebbe esclusa dal beneficio dell’assistenza gratuita.

La Cassazione però ricorda che l’art.85 del D.P.R. n. 115/2002 fa divieto al difensore in gratuito patrocinio di chiedere e percepire i compensi dal proprio assistito e che tale condotta costituisce un grave illecito disciplinare professionale.

L’ordinanza spiega che:
l’ammissione al patrocinio dello Stato è ammessa fintantoché il giudice ne disponga la revoca sulla base della mancanza dei presupposti indicati all’art. 136 del DPR 115/2002);
– che tale norma considera l’ipotesi che le condizioni reddituali dell’assistito possano cambiare nel corso del processo;
– che se ciò dovesse accadere, la revoca dell’assistenza gratuita avviene dal momento dell’accertamento delle modificazioni reddituali e tramite provvedimento del magistrato.

Nel caso in cui mancassero i presupposti per l’ammissione, l’assistito avesse agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave, il provvedimento ha anche effetto retroattivo.

In sostanza, è compito del giudice del procedimento stabilire la presenza delle condizioni di ammissibilità al gratuito patrocinio e la sua eventuale revoca.

Nel caso trattato, il giudice non ha mai verificato le condizioni economiche della donna né ha emesso un provvedimento di revoca, pertanto l’avvocato non avrebbe mai dovuto chiedere il pagamento dei propri compensi alla cliente, nonostante la mutata situazione reddituale la potessero potenzialmente escludere dal gratuito patrocinio.

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L’incontro tenutosi tra il Min. Bonafede e il Consiglio Nazionale Forense, l’Organismo Congressuale Forense, l’Unione Nazionale delle Camere Civili e l’Associazione Nazionale Magistrati ha portato a un risultato non molto concreto ma incoraggiante: la volontà di portare avanti una riforma della Giustizia che non incespichi in vincoli economici e che coinvolga l’avvocatura in modo diretto.

RIFORMA DELLA GIUSTIZIA: LA PROPOSTA DI LEGGE FERMA

C’è da dire che esiste già una proposta di legge delega per la riforma, che però è ferma in Commissione Giustizia.
Tale proposta, secondo Antonio De Notaristefani, presidente dell’Uncc, presenta alcuni elementi positivi, tra i quali la soppressione del filtro in appello o la riformulazione della fase della sospensiva.

Ma la nuova riforma della Giustizia non può certamente concretizzarsi senza tenere conto dei cambiamenti portati dal COVID-19.
De Notaristefani spiega: «Rispetto ad un progetto che risale ai primi di quest’anno questi cinque mesi trascorsi sono in realtà un’epoca totalmente diversa. Ciò che poteva andar bene allora non può andar bene oggi. Il che significa che non si può più pensare ad una riforma a costo zero, perché sappiamo tutti che la Giustizia civile ha un impatto sull’economia, è un dato acquisito».

LE RISORSE ECONOMICHE

Come riportato dal quotidiano il Dubbio nell’articolo Bonafede, sì agli avvocati: «Più fondi per la Giustizia», De Notaristefani ha così proseguito: «Discutere del progetto di riforma ha senso solo in una prospettiva molto più ampia, che tenga conto del fatto che il nostro Paese si deve riprendere da una delle crisi più gravi del dopoguerra. Nello stesso tempo, forse per la prima volta, è ipotizzabile destinare risorse importante alla Giustizia, senza toglierle alla scuola o alla sanità, si tratterebbe di risorse aggiuntive. Serve un intervento davvero serio e non a costo zero».

E infatti, la base economica per realizzare la riforma si trova nei 175 miliardi del Recovery Fund, di cui un quarto è proprio destinato alla Giustizia.

IL RUOLO DEGLI AVVOCATI E DELLA TECNOLOGIA

Dunque i professionisti forensi avranno un ruolo di primo piano nella concretizzazione della riforma. Nelle prossime settimane, avvocatura e magistratura potranno stendere le proprie proposte “tecniche” che poi verranno discusse dalle parti politiche.

Durante l’incontro, il Min. Bonafede ha dichiarato di voler far proseguire il connubio tra giustizia e tecnologia stabilito durante i mesi di quarantena.
Gli strumenti e le modalità che sono stati usati durante l’emergenza, prime fra tutte le udienze da remoto, non saranno affatto messe da parte. E le organizzazioni forensi non si sono dimostrate contrarie a priori alla digitalizzazione del processo civile, a patto che questa non venga imposta dall’alto, ma che venga concesso agli avvocati di decidere quale la modalità, da remoto dal vivo, sia la più adeguata a tutelare gli interessi dei loro clienti.

Sempre De Notaristefani ha espresso bene il concetto con queste parole: «Il processo civile è dei cittadini, non dei giudici. Quindi devono essere i cittadini, attraverso i loro avvocati, a scegliere la tipologia di udienza che secondo loro è più rispondente ai loro interessi. Nessuno potrà mai dirci “tu devi difendere in questo modo”. Lo decidiamo noi».

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Mancata consegna della notifica via PEC: l’imputabilità del destinatario non è certa

Mancata consegna della notifica via PEC: l’imputabilità del destinatario non è certa

Cosa succede in caso di mancata consegna della notifica via PEC?

Una parziale risposta ce la offre la Cassazione con la sentenza n.19283/2020.

ACCETTAZIONE E MANCATA CONSEGNA DELLA NOTIFICA VIA PEC

Il Tribunale di Catania fissa un’udienza alla quale istante e difensore non si presentano. La rappresentanza viene dunque affidata al difensore d’ufficio.

La richiesta dell’istante viene rigettata e questo decide di ricorrere per Cassazione portando a suo favore un’unica motivazione: la violazione della legge processuale, poiché la decisione del Tribunale è stata presa a seguito di un’udienza per la quale dichiara che egli e il suo difensore non sono stati regolarmente citati; la conseguenza è la nullità assoluta e insanabile.

La Cassazione ritiene fondato il motivo, infatti:

a) gli atti dimostrano che l’avviso di fissazione dell’udienza è stato trasmesso tramite mail PEC e che la notifica è stata accettata ma non consegnata;

b) la notificazione può ritenersi perfezionata via deposito in cancelleria (art. 16, comma 6, d.l. 16 ottobre 2012, n. 179) solo nel caso in cui la mancata consegna del messaggio sia imputabile al destinatario;

c) l’imputabilità al destinatario si verifica quando la sua casella PEC risulta piena.
L’art. 20, comma 5, del d.nn. 21 febbraio 2011, n. 44, obbliga il detentore della casella PEC a dotarsi di un servizio che avvisi automaticamente della saturazione della casella PEC e a verificare periodicamente che lo spazio disponibile sia ancora sufficiente;

d) nel caso in esame, gli atti non permettono di risalire alla causa che ha generato la mancata consegna; di conseguenza, non è possibile verificare la regolarità della notificazione.

Partendo da questi presupposti, la Cassazione conclude che sia necessario procedere con un nuovo giudizio per verificare le cause della mancata consegna della notifica via PEC contenente l’avviso.
Nel caso in cui si giungesse a capire che la causa non è imputabile al destinatario, bisognerà procedere a replicare l’intera procedura con una nuova notificazione dell’avviso di fissazione dell’udienza.

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D.L. n. 28 del 30 aprile 2020: le novità per il processo civile

D.L. n. 28 del 30 aprile 2020: mediazione obbligatoria e altre novità per il processo civile

Lo scorso 25 giugno è stata approvata in via definitiva la conversione in legge con modifiche del Decreto Legge 30 aprile 2020, n. 28Misure urgenti per la funzionalità dei sistemi di intercettazioni di conversazioni e comunicazioni, ulteriori misure urgenti in materia di ordinamento penitenziario, nonché disposizioni integrative e di coordinamento in materia di giustizia civile, amministrativa e contabile e misure urgenti per l’introduzione del sistema di allerta Covid-19”.

I decreto tocca diversi temi: il tracciamento dei dati tramite la App Immuni, la detenzione domiciliare, il rinvio della riforma delle intercettazioni, l’uso dei droni da parte della Polizia penitenziaria, ma anche alcuni elementi del processo civile.

LE PRINCIPALI NOVITÀ PER IL PROCESSO CIVILE

Le udienze da remoto

Le udienze da remoto si devono svolgere con la presenza del giudice nell’ufficio giudiziario e tramite modalità che salvaguardino il contraddittorio e la partecipazione delle parti.
Le modifiche al D.L. specificano che “il luogo posto nell’ufficio giudiziario da cui il magistrato si collega con gli avvocati, le parti ed il personale addetto è considerato aula d’udienza a tutti gli effetti di legge”.

Il deposito telematico degli atti

Il D.L. modificato stabilisce che, dal 9 marzo al 31 luglio 2020, nei procedimenti civili, contenziosi o di volontaria giurisdizione dinanzi al tribunale e alla corte di appello, il deposito degli atti del magistrato sia effettuato esclusivamente in via telematica.
È possibile il deposito non telematico solo se i sistemi informatici della giustizia non fossero operativi.

La mediazione

Dal 9 marzo al 31 luglio 2020, gli incontri di mediazione possano essere svolti telematicamente se tutte le parti sono concordi.
Terminato questo periodo, si potrà continuare con lo svolgimento telematico, sempre che vi sia il consenso delle parti.

L’avvocato firma digitalmente e dichiara autografa la sottoscrizione del proprio cliente apposta in calce al verbale e all’accordo di conciliazione.
L’esecutività dell’accordo è data dalla sottoscrizione con firma digitale del verbale del procedimento telematico apposta dal mediatore e dagli avvocati.

La novità della conversione in legge prevede che il mediatore, una volta firmato digitalmente l’accordo, possa inviarlo agli avvocati delle parti tramite PEC.  In questi casi, l’istanza di notifica dell’accordo può essere trasmessa all’ufficiale giudiziario via PEC. Sarà compito dell’ufficiale giudiziario scaricare dal messaggio di posta PEC le copie analogiche per eseguire la notificazione ai sensi degli artt. 137 e ss. c.p.c.

Controversie contrattuali causate dall’emergenza COVID-19

Il D.L. n. 6/2020 (art. 6-bis) ha stabilito che l’impatto delle misure di contenimento del contagio da COVID-19 possa valere come motivo per l’eventuale sollievo della responsabilità del debitore (ex artt. 1218 e 1223 c.c.), esteso anche alle eventuali penali in caso di ritardati o omessi adempimenti.
Il D.L. n. 28/20 dispone che la mediazione sia obbligatoria per le controversie in materia di inadempimento contrattuale che ricadono nelle fattispecie indicata sopra.

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