Giustizia predittiva: e se anche le macchine avessero pregiudizi?

Giustizia predittiva: e se anche le macchine avessero pregiudizi?

Tra i 557 progetti che L’Italia sta considerando di inserire nel piano per accedere ai fondi del Recovery Fund molti riguardano la digitalizzazione e alcuni toccano il settore della Giustizia.

La Scrivania Tecnologica Portatile è uno di questi: quasi 2 miliardi per potenziare gli strumenti digitali al fine di migliorare l’efficienza della PA e «consentire alle figure professionali di rispondere alle esigenze dell’utenza anche in situazioni emergenziali».

Tra gli obiettivi della digitalizzazione vi è poi anche l’implementazione della giustizia predittiva per l’Avvocatura dello Stato, per facilitare la scrittura di pareri e memorie a partire da precedenti giuridici.

PRO E CONTRO DELLA GIUSTIZIA PREDITTIVA

Cosa rende la giustizia ‘giusta’? La sua certezza.

Ma l’umana natura è, per sua essenza, fallace. Per questo l’impiego di tecnologie che permettano di analizzare precedenti e dati in maniera più precisa e oggettiva può essere utile nel raggiungere una giustizia più certa e, quindi, ‘giusta’.

Almeno, questa è la teoria. La pratica è, sfortunatamente, più complessa.

La capacità di un computer di prevedere quale possa essere la sentenza più ‘probabile’ si basa su degli algoritmi, operazioni che, a partire dai dati inseriti, compiono determinati passaggi di calcolo fino a offrire un risultato finale.

Il punto è che questi algoritmi sono creati e usati da umani e il risultato che possono offrire dipende sia dai criteri con cui sono stati costruiti sia dai dati inseriti. In sostanza, l’algoritmo non può essere del tutto neutrale perché é creato e usato dall’uomo che, per sua natura, non è mai neutrale.

Dunque, se a seconda dei dati inseriti varia il risultato, la giustizia predittiva non può garantire il principio di uguaglianza che è alla base della certezza, che è, a sua volta, alla base della giustizia ‘giusta’.

Inoltre, l’intelligenza artificiale su cui si basa la giustizia predittiva può sfuggire di mano al suo stesso creatore e un programmatore potrebbe faticare a risalire i passaggi che una tecnologia può aver seguito per giungere al suo risultato o individuarne gli errori.

IL PROBLEMA DELLA DISCRIMINAZIONE ALGORITMICA

Partendo da queste premesse, è facile intuire che anche gli algoritmi possono portare a forme di discriminazione. Un esempio è quanto accaduto con il software inglese Hart, i cui risultati erano frutto di una considerazione diversa degli accusati in base al loro codice di avviamento postale, cosa che ha portato a condanne discriminatorie verso i residenti in zone degradate.

Questo tipo di rischio insito nella giustizia predittiva non sta certo passando inosservato, nemmeno a casa nostra.
Il  Consiglio di Stato spiega che «non può essere messo in discussione che un più elevato livello di digitalizzazione dell’amministrazione pubblica sia fondamentale per migliorare la qualità dei servizi resi ai cittadini e agli utenti» (sentenza n.881/2020) e rileva che, quando si utilizzano algoritmi per giungere a una decisione, è necessario considerare tre principi fondamentali (sentenza n. 8472/2019):

– il principio di conoscibilità: ognuno ha il diritto di sapere se il processo decisionale a cui è sottoposto è automatizzato e, in tal caso, di conoscere la logica su cui si basa;

il principio di non esclusività della decisione algoritmica: se una decisione automatizzata produce effetti significativi sulla persona, questa ha diritto a che tale decisione non sia basata solo sul processo automatizzato;

il principio della non discriminazione algoritmica: il titolare del trattamento dei dati utilizzati nelle procedure di profilazione deve fare il possibile per garantire che le inesattezze nei dati e gli errori nei risultati siano minimizzati.

In conclusione, la giustizia predittiva sembrerebbe portare i migliori risultati solo se mediata e controllata da una sorta di revisione umana.

[Fonti e approfondimenti: “Recovery fund: i progetti dell’Italia per 5G, AI, cashless, digitale e banda ultralarga“; “Sentenze algoritmiche e principi del diritto. Per un rinnovamento nella continuità“; “Consiglio di Stato: non è da escludere l’adozione di un algoritmo in un procedimento amministrativo“; “Che cambia se è l’algoritmo a valutare i condannati: i test“]

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Scambio e deposito delle note scritte. La loro assenza equivale alla mancata comparizione

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Il D.L. Cura Italia (n. 18/2020) contiene misure a sostegno di famiglie, lavoratori e imprese con l’obiettivo di limitare la diffusione dell’epidemia di Covid-19.
Alcune di queste misure hanno toccato la Giustizia, in particolare quelle indicate negli art. 83, 84 e 85.
Un esempio è il comma 7, lett h), dell’art.83 che ha concesso ai capi degli uffici giudiziari la facoltà di far svolgere le udienze civili che non richiedono la presenza di soggetti diversi dai difensori delle parti attraverso il solo scambio e il deposito telematico delle note scritte contenenti istanze e conclusioni.

E se i difensori non procedono allo scambio e al deposito delle note scritte?

IL CASO

I legali di una banca si appellano alla Corte d’Appello di Napoli, ma non presentandosi all’udienza di comparizione e trattazione, il procedimento viene rinviato e una nuova udienza viene fissata al 19 maggio 2020, ancora in emergenza COVID.

Nel frattempo, il Presidente della Sezione si allinea a quanto stabilito dal D.L. Cura Italia e dispone che la seconda udienza venga svolta secondo le modalità previste dall’art. 83, comma 7, lett. h).
Le parti avrebbero dunque dovuto scambiarsi e depositare telematicamente le note scritte con istanze, conclusioni e la prova dell’avvenuto invio alle controparti tramite PEC ma, nonostante fossero stati avvisati, i legali dell’appellante non hanno provveduto in tal senso.

NOTE SCRITTE E COMPARIZIONE FISICA

Nella sentenza n. 2151/2020, la Corte d’Appello di Napoli spiega che le note scritte rappresentano un «eccezionale surrogato della comparizione fisica dei difensori delle parti all’udienza tenuta dal giudice».  Se queste non vengono presentate, non significa che l’udienza non sia stata svolta, ma la loro assenza equivale alla mancata comparizione delle parti all’udienza  (art. 348, comma 2, c.p.c.).

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Torniamo a parlare della tempestività delle notifiche, tema che continua a genera confusione.

Con l’ordinanza 18235/2020, la Cassazione offre nuovamente una prospettiva chiarificatrice.

IL CASO

L’ordinanza si riferisce a un ricorso presentato dopo che il giudice d’appello ha ritenuto tardiva un’impugnazione notificata via PEC oltre le 23 dell’ultimo giorno disponibile e, quindi, perfezionata alle 7 del giorno seguente (ex art. 16 D.L. 179/2012), quando ormai il termine per presentare era scaduto.

La Cassazione ha riconosciuto la fondatezza del ricorso, richiamando quanto indicato in una precedente ordinanza emessa in aprile 2019 (n. 75/2019).

In quel caso, la Cassazione analizzava il tema della tempestività della notifica dichiarando incostituzionale l’art. 16 del D.L. 179/2020 nella parte in cui indica che «la notifica eseguita con modalità telematiche la cui ricevuta di accettazione è generata dopo le ore 21 ed entro le ore 24 si perfeziona per il notificante alle ore 7 del giorno successivo, anziché al momento di generazione della predetta ricevuta».

LA TEMPESTIVITÀ DELLA NOTIFICA. DIFFERENZE TRA DESTINATARIO E MITTENTE

L’approccio indicato nell’art.16 limita però l’esercizio del diritto alla difesa da parte del notificante.

Il motivo è semplice.

Il divieto di notifica oltre le 21, e il relativo perfezionamento alle 7 del giorno successivo, è stato creato per tutelare il destinatario ed evitare che questi continui a controllare la propria casella PEC in una fascia oraria che si presume dedicata al riposo.

Tale tutela non ricade però sul mittente, al quale viene invece imposto un limite che gli impedisce di sfruttare tutto il tempo a sua disposizione. Tempo che l’art. 155 c.p.c. conteggia in giorni e che, nel caso di impugnazione, si protrae fino alle 24 dell’ultimo giorno disponibile.

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La durata dell’udienza incide sul compenso dell’avvocato? Se si rivela estremamente breve, il compenso può essere escluso?

UN’UDIENZA PRELIMINARE DI SOLI 10 MINUTI

Un avvocato, difensore di un assistito ammesso al gratuito patrocinio, impugna il decreto con cui il g.u.p. liquida il compenso da lui maturato. Alla base dell’impugnazione, la mancata liquidazione della somma maturata per la fase decisionale.

Il Tribunale rigetta l’impugnazione, sostenendo che la fase decisionale, essendo durata una decina di minuti e in un’unica sessione, ha rappresentato solo «un simulacro di discussione, durato pochi secondi». Troppo poco per concorrere al calcolo del compenso del legale.

L’avvocato ricorre in Cassazione lamentando la violazione e/o falsa applicazione

– dell’art. 12 comma 3, lettera d) del dm n. 55/2014, in cui si dice che «il compenso si liquida per fasi. Con riferimento alle diverse fasi del giudizio si intende esemplificativamente: […] per fase decisionale: le difese orali o scritte, le repliche, l’assistenza alla discussione delle altre parti processuali sia in camera di consiglio che in udienza pubblica».

– dell’art.12 comma 1, del dm n. 55/2014 in cui vengono elencati tutti parametri da considerare ai fini della liquidazione del compenso del difensore.

L’avvocato ritiene dunque incorretta la decisione del giudice di non considerare l’udienza preliminare nel calcolo della somma solo perché non ha assunto la forma di una vera e propria udienza. 

LA DURATA DELL’UDIENZA CONCORRE A QUANTIFICARE IL COMPENSO MA NON LO ESCLUDE

Con l’ordinanza n. 18791/2020, la Cassazione accoglie il ricorso e spiega che la breve durata dell’udienza preliminare non consente al giudice di negare il compenso all’avvocato.

Così si legge nell’ordinanza:«il tempo necessario per lo svolgimento della prestazione professionale, quindi, purché svolta in udienza che non sia di mero rinvio, rileva unicamente ai fini della quantificazione del compenso conseguentemente maturato, ma non può in alcun modo comportare che, in ragione della asserita brevità temporale di esecuzione della stessa, il compenso relativo possa essere addirittura negato».

Il tempo è dunque un parametro che serve a quantificare con più precisione il compenso, mai ad escluderlo.

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L’art.1 comma 1, n-ter, del Codice dell’Amministrazione Digitale definisce il domicilio digitale come “indirizzo elettronico eletto presso un servizio di posta elettronica certificata o un servizio elettronico di recapito certificato qualificato, come definito dal regolamento (UE) 23 luglio 2014 n. 910 del Parlamento europeo e del Consiglio in materia di identificazione elettronica e servizi fiduciari per le transazioni elettroniche nel mercato interno e che abroga la direttiva 1999/93/CE, di seguito «Regolamento eIDAS»,valido ai fini delle comunicazioni elettroniche aventi valore legale”.

L’importanza del domicilio digitale trova uno dei più recenti riconoscimenti nel D.L. Semplificazioni, n. 76/2020, che all’art. 37 stabilisce le “disposizioni per favorire l’utilizzo della posta elettronica certificata nei rapporti tra pubbliche amministrazioni, imprese e professionisti”.

Il Decreto impone ai professionisti iscritti ad albi ed elenchi istituiti con legge dello Stato di comunicare il proprio domicilio digitale all’ordine o al collegio di appartenenza e al registro delle imprese.

Ordini e collegi raccoglieranno tutti i domicili digitali, insieme ai dati identificativi dei professionisti, in un elenco telematico a disposizione delle pubbliche amministrazioni.

Da questa dinamica sono esclusi i revisori legali e le società di revisione legale, che dovranno comunicare il proprio domicilio digitale al Ministero dell’economia e delle finanze o all’incaricato della tenuta del registro a loro dedicato.

CONSEGUENZE IN CASO DI MANCATA COMUNICAZIONE DEL DOMICILIO DIGITALE

I professionisti che non rispettano l’obbligo di comunicare il proprio domicilio digitale incorrono in sanzioni.
La prima è la diffida ad adempiere entro trenta giorni da parte del collegio o dell’ordine di appartenenza. Se questa non viene rispettata, il professionista rischia la sospensione dall’albo o dall’elenco fino alla comunicazione del domicilio.

Anche i collegi e gli ordini possono essere sanzionati qualora dovessero non pubblicare l’elenco dei domicili o non comunicare i dati alle PA o all’indice nazionale dei domicili digitali delle imprese.
La sanzione consiste nello scioglimento o nel commissariamento del collegio o dell’ordine.

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Trojan di Stato, in bilico tra giustizia e diritti fondamentali

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Le notizie sul caso Palamara e la riforma delle intercettazioni hanno reso popolare un termine, Trojan di Stato, capace di suscitare in molti di noi fantasie degne dei migliori romanzi distopici.

È davvero così? Siamo tutti succubi di un’enorme controllo di massa perpetrato dalle istituzioni attraverso subdole modalità?

TROJAN E TROJAN DI STATO

Il Trojan è un un malware (virus informatico) che, proprio come suggerisce il nome, funziona come un Cavallo di Troia. Apparentemente sembra un innocuo file, ma una volta scaricato nel computer o nello smartphone consente al cybercriminale di accedere e modificare i dati (mail, foto, video, file, ecc) e spiare il proprietario dello strumento senza che questo se ne accorga.

Può assumere la forma di un software gratuito, di un allegato a una mail, di videogiochi o di una app.

I cosiddetti Trojan di Stato, o captatori informatici, vengono usati dalle forze dell’ordine per le intercettazioni durante le indagini, poiché consentono l’attivazione da remoto del microfono e della fotocamera del dispositivo su cui sono installati e permettono, tramite il gps, di rilevarne la posizione in tempo reale.

Il loro utilizzo a fini investigativi penali è stato regolamentato per la prima volta con il decreto legislativo n. 216 del 29 dicembre 2017, in attuazione della Legge delega 103/2017.

L’USO DEL TROJAN DI STATO

I Trojan a fini investigativi sono consentiti sia all’interno del domicilio dove l’intercettato vive, sia in altre dimore private in cui lavora,  studia o svolge altre attività.

Il monitoraggio è però soggetto a dei limiti:

  • – deve esserci un motivo fondato per credere che la persona stia commettendo un reato,
  • il reato deve rientrare in determinate categorie (es.: criminalità organizzata e terrorismo),
  • – il reato è compiuto contro la PA da pubblici ufficiali o incaricati di un pubblico ufficiale.

La riforma delle intercettazioni prevede che le informazioni raccolte tramite Trojan di Stato possano essere utilizzate anche per inchieste diverse da quelle per le quali erano state previste, a patto che il loro contenuto sia rilevante per le indagini.

Una volta eseguite, le registrazioni vengono trasmesse dall’azienda fornitrice del sistema di monitoraggio al Pubblico Ministero che ne analizzerà il contenuto e sceglierà quelle davvero rilevanti, avendo cura di eliminare dai successivi verbali tutti i dati sensibili e le espressioni che ledono la reputazione delle persone intercettate.
Dopodiché, registrazioni e verbali vengono conservato in un apposito archivio digitale.

LA PRIVACY E LA DEMOCRAZIA

È facile intuire quanto i Trojan di Stato siano uno strumento che invade la privacy personale, non solo degli intercettati ma anche delle persone che interagiscono con questi. Il Garante ha più volte espresso dubbi sul loro uso (“Soro lancia l’allarme: «I trojan possono diventare mezzi di sorveglianza di massa»“).

Anche Giovanni Maria Flick, Presidente Emerito della Corte costituzionale, mantiene delle perplessità sulla costituzionalità delle scelte operate in materia.
Come dichiarato in un’intervista rilasciata a Il Dubbio: «le norme appena operative consentono un uso delle intercettazioni anche al di fuori della rigorosa cornice che in linea di principio dovrebbe regolarle: ossia anche per reati diversi da quello per cui si procede, per i quali dunque manca l’autorizzazione del giudice, e che non sono connessi a quello di partenza. Lungo una via simile rischiamo di mettere ulteriormente in crisi il sistema costituzionale».

Non è la Costituzione in sé ad essere a rischio, secondo Flick, ma «si è troppo sottovalutato l’articolo 15, posto dai padri costituenti a presidio della comunicazione del singolo con un’altra singola persona o con più persone determinate. Si tratta di una tutela a beneficio della personalità, dell’identità stessa del singolo che deve essere libero del proprio silenzio così come delle proprie parole. È un profilo di libertà parallelo e altrettanto rilevante rispetto alla libertà sancita all’articolo 21, relativa alla comunicazione pubblica».

Inoltre, «non possiamo escludere negligenza o peggio in chi abbia il compito di interrompere la registrazione e poi di riprenderla di fronte a situazioni non consentite […]. Con le nuove intercettazioni rischiamo di avanzare nella erosione di principi essenziali del nostro sistema, dei diritti inviolabili che dovrebbe tutelare».

[Per approfondire:
Come funzionano il trojan di stato” – Altalex; “Trojan: come sapere se sono spiato dalla polizia” – La Legge per Tutti; “Flick: «Con i trojan la nostra Costituzione è a rischio»” – Il Dubbio]

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Il reato di diffamazione consiste nell’offendere o screditare la reputazione di una persona comunicando le proprie opinioni negative ad altri soggetti.

Esiste anche il reato di diffamazione aggravata, contemplato dall’art 595 c.p. comma 3 che si configura quando «l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico».

La differenza tra diffamazione e diffamazione aggravata dipende dunque dal mezzo scelto e dalla vastità del “pubblico” raggiunto. Infatti, c’è una notevole differenza tra un’offesa condivisa all’interno di un gruppo di amici e colleghi e un’offesa pubblicata su un sito web o su un giornale.

E Facebook o Twitter, in quale punto di questa ipotetica linea di gravità si pongono? Come funziona la diffamazione sui social?

Secondo la Cassazione (sentenza n. 30737/2019) «la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca Facebook integra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595, comma terzo, cod. pen., sotto il profilo dell’offesa arrecata con qualsiasi altro mezzo di pubblicità diverso dalla stampa, poiché la condotta in tal modo realizzata è potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato, o comunque quantitativamente apprezzabile, di persone e tuttavia non può dirsi posta in essere col mezzo della stampa, non essendo i social network destinati ad un’attività di informazione professionale diretta al pubblico».

Rispetto alla stampa (o alla tv), i social hanno la potenzialità di amplificare la portata di un’opinione personale grazie alla più alta velocità con cui i messaggi vengono condivisi fra gli utenti, ma hanno una portata minore, poiché i messaggi tendono a circolare maggiormente all’interno di nicchie di pubblico precise.

Tutto ciò non significa affatto che il danno che potrebbe derivarne sia minore, soprattutto se si considera che si tratta di luoghi virtuali nei quali non è presente alcun controllo specifico e che molti utenti, protetti dall’anonimato, credono che vi si possa pubblicare qualsiasi cosa.

3 CASI DI DIFFAMAZIONE SUI SOCIAL

Sentenza n. 574/2019, Tribunale di Campobasso.
Una donna pubblica sul proprio profilo Facebook un post in cui accusa l’ex compagno di non provvedere al sostentamento economico del figlio, facendolo apparire agli occhi degli altri utenti come un cattivo padre. Inoltre, rincara la dose paragonando l’ex all’attuale compagno, a suo parere molto più abile nel ricoprire il ruolo paterno.
Il Tribunale ritiene che quanto affermato dalla donna, oltre a non essere in linea con la situazione reale, rechi danno alla
persona offesa anche perché si tratta di una condotta «potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o comunque quantitativamente apprezzabile di persone».

Sentenza n. 17944/2019, Cassazione.
Un uomo pubblica su Facebook una sua intervista nella quale, senza fare alcun nome, offende l’onore e il decoro di due soggetti, dichiarando che questi occupano le attuali posizioni non per i loro meriti professionali, ma per la capacità di aver fornito ai “potenti di turno” “signorine più o meno compiacenti”.
Secondo la Cassazione, il reato di diffamazione si configura anche se non vi è «indicazione nominativa del soggetto la cui reputazione è lesa, se lo stesso sia ugualmente individuabile sia pure da parte di un numero limitato di persone, e che, qualora l’espressione lesiva dell’altrui reputazione sia riferibile, ancorché in assenza di indicazioni nominative, a persone individuabili e individuate per la loro attività, esse possono ragionevolmente sentirsi destinatarie di detta espressione».

Sentenza n. 49506/2017, Cassazione.
Un operaio offende il proprio capo area pubblicando su Facebook post in cui riferisce di atteggiamenti autoritari di questo nei confronti dei sottoposti.
Secondo l’operaio i contenuti non presentano elementi offensivi, ma per la Cassazione «le frasi, riportate nel testo del provvedimento impugnato, fanno un chiaro riferimento al ruolo del [capo area], peraltro citato, sia pure per perifrasi, con un contenuto immediatamente offensivo, in quanto evocativo di una gestione autoritaria, ironicamente portata alle estreme conseguenze, in un apparente gioco delle parti».

NON SEMPRE È DIFFAMAZIONE

Poco tempo fa, un utente di Twitter ha definito Fedez e Chiara Ferragni come «idioti palloni gonfiati».
La coppia ha mosso querela per diffamazione, ma la Procura della Repubblica di Roma ha chiesto l’archiviazione poiché «la generalità degli utenti non dà peso alle notizie che legge» sui social e poiché sui social le «espressioni denigratorie» «godono di scarsa considerazione e credibilità» e risulterebbero quindi «non idonee a ledere la reputazione».

Questa decisione si colloca controcorrente rispetto a quelle citate in precedenza. La Procura, infatti, ritiene che i contenuti offensivi pubblicati sui social non cadano inevitabilmente all’interno dei confini del reato di diffamazione a causa della presunta mancanza di autorevolezza che differenzia i social dal mezzo stampa tradizionale.

Quello che possiamo dedurne è che sono proprio le differenze tra il mondo del web e i mezzi tradizionali a imporre nuove riflessioni sul concetto di immagine e di reputazione. Ne consegue che anche il perimetro del reato di diffamazione è, oggi, più mobile di quanto fosse in passato.

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Cassa Forense ricorre in Cassazione dopo la conferma della precedente sentenza che dichiarava illegittima la sanzione amministrativa pecuniaria applicata dall’ente previdenziale a un avvocato per omessa comunicazione dei redditi professionali.

IL RICORSO

Il ricorso presenta un unico motivo: il mancato riconoscimento dell’autonomia acquisita dagli enti previdenziali a seguito dei processi di delegificazione.

Cassa Forense sostiene che tale delegificazione concede agli enti la facoltà di deliberare anche in materia sanzionatoria (art.4 comma 6-bis, d.l. 79/1997), in deroga alla disciplina di cui alla legge 689/1981.

LA SENTENZA

La Cassazione ritiene che il motivo sia infondato.

La delegificazione a favore degli enti previdenziali è certamente un dato di fatto, ma l’autonomia acquisita è valida all’interno di alcuni limiti d’attribuzione, nonché dei vincoli costituzionali.

Ciò significa che è vero che gli enti possono «dettare disposizioni anche in deroga a disposizioni di legge precedente», ma che tali libertà sono state concesse per garantire l’equilibrio di bilancio dell’ente e non per permettere a questa di «far valere la sua pretesa sanzionatoria manifestandola al debitore per la prima volta attraverso il ruolo e i conseguenti atti dell’esattore, essendo pure sempre necessario che, ove le somme che si tratta di riscuotere non risultino da una precedente dichiarazione del debitore stesso, ci sia stato in precedenza un procedimento specificamente preordinato al loro accertamento, in cui sia consentito alla parte di avere contezza della violazione che le si attribuisce e di prospettare all’ente gli eventuali errori in cui sia incorso nel ritenere compiuta la violazione».

Nel caso oggetto della sentenza, è stata accertata l’omessa preventiva contestazione dell’addebito e ciò, in base all’art. 14, ultimo comma, legge 689/1981, comporta l’estinzione della sanzione.

Il contenuto della sentenza è molto approfondito ed esamina elementi non trattati in questo articolo ma molto interessanti. Pertanto, vi invitiamo a leggere il testo originale del sentenza n. 17702/2020.

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Il bonus pubblicità 2020 può essere una buona occasione per dare visibilità al proprio studio o la propria azienda in un momento di diffusa difficoltà, come quello che stiamo vivendo ora a causa degli scombussolamenti prodotti dalla pandemia di COVID.

COME FUNZIONA IL BONUS PUBBLICITÀ 2020

Il bonus funziona tramite credito d’imposta. La percentuale, inizialmente prevista al 70% della spesa, è stata abbassata al 50% dopo che è stata eliminata la clausola, presente nella modalità ordinaria, che prevede un aumento dell’1% dell’investimento in pubblicità.

SPESE AMMISSIBILI E NON AMMISSIBILI

Rientrano nelle SPESE AMMISSIBILI gli investimenti pubblicitari in/su:
emittenti radiofoniche e televisive locali, analogiche o digitali, iscritte presso il ROC, Registro degli operatori di comunicazione;
giornali quotidiani e periodici, nazionali e locali, in edizione cartacea o digitale, iscritti presso il competente Tribunale o il ROC, e dotati di un direttore responsabile;
– spazi pubblicitari su siti web di agenzie di stampa,

Sono considerate SPESE NON AMMISSIBILI:
– gli spazi pubblicitari su auto e apparecchiature;
– pubblicità tramite cartelloni, volantini, altre affissioni, display, schermi di sale cinematografiche;
campagne pubblicitarie tramite social (es.: inserzioni a pagamento su Facebook), piattaforme online e acquisto di banner su portali e siti web, altro.

BENEFICIARI E MODALITÀ DI RICHIESTA

Possono ottenere il bonus pubblicità 2020 coloro che hanno effettuato investimenti pubblicitari che rientrano nei canoni sopracitati durante l’anno precedente .

Sono esclusi:
– i soggetti che nell’anno precedente non abbiano effettuato investimenti pubblicitari ammissibili;
– i soggetti che hanno iniziato l’attività nel corso dell’anno per il quale si richiede il beneficio.

Per ottenerlo, è necessario compilare e inviare l’apposita comunicazione telematica.
È possibile visualizzare le istruzioni complete sul sito del Dipartimento per l’informazione e l’editoria della Presidenza del Consiglio dei Ministri e sul sito dell’Agenzia delle Entrate.

L’elargizione è vincolata alle risorse a disposizione.

Per informazioni più approfondite vi invitiamo a visionare le FAQ presenti sul sito del Dipartimento per l’informazione e l’editoria.

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Le difficoltà generate dalla pandemia di COVID hanno accelerato la digitalizzazione della giustizia, e il Ministro Bonafede ha tutta l’intenzione di non abbandonare la via intrapresa. Dal forum Forum Ambrosetti di Cernobbio, il Guardasigilli ha dichiarato che entro il 2020 il processo civile sarà solo digitale.

«IL PROCESSO CIVILE SARÀ SOLO DIGITALE»

Bonafede ha spiegato che la giustizia rappresenta un elemento decisivo per l’economia del paese e per tutela dei diritti dei cittadini.

Per rendere il sistema efficiente sono stati predisposti degli investimenti nell’infrastruttura «perché cercare di fare riforme a costo zero non ha mai portato da nessuna parte».

I principali investimenti riguardano le risorse umani, l’edilizia e, chiaramente, la digitalizzazione.

Dunque, il processo civile sarà solo digitale in tutti e tre i gradi di giudizio.

«Lo sviluppo delle tecnologie a supporto del processo telematico ha consentito, nel momento drammatico che abbiamo vissuto, di garantire, da un lato lo svolgimento dei servizi essenziali e dall’altro di accedere a soluzioni sperimentali […]. Il canale telematico sarà l’unico disponibile e non un’opzione». Un esempio di questo cambiamento  si vedrà nel divieto di notifica cartacea qualora il destinatario fosse in possesso di un domicilio digitale.

ANCHE IL PROCESSO PENALE DIVENTA DIGITALE

Per la prima volta verrà digitalizzato anche il processo penale. 

«Il primo settore su cui si interviene è quello delle indagini preliminari, rimodulando i tempi che vengono adesso verificati con criteri più rigidi che li rendono effettivi».

Tra le altre novità previste:
– la comunicazione da parte del giudice, a inizio processo, del calendario di tutte le udienze;
– la semplificazione dell’appello;
– il superamento di alcuni ostacoli (es.: il fatto che il cambiamento di un solo componente del collegio giudicante faccia ricominciare tutto il dibattimento dall’inizio).

L’OBIETTIVO FINALE

La digitalizzazione della giustizia si affianca alla riforma del processo civile, la riforma del processo penale e la riforma ordinamentale del Consiglio Superiore della Magistratura che sono ora all’esame del parlamento.

L’obiettivo finale, come dichiarato da Bonafede stesso, è la riduzione dei tempi dei processi.

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