Caso Cospito: Nordio non ha intenzione di revocare il 41-bis

Durante la riunione del Consiglio dei ministri di ieri sera, Carlo Nordio, il ministro della Giustizia, ha comunicato la sua posizione ufficiale sul caso Alfredo Cospito. Nordio, infatti, non ha intenzione di revocare il regime 41-bis all’anarchico, attualmente in sciopero della fame da 104 giorni.

È attesa anche una sentenza della Corte di Cassazione, ma non arriverà prima del 7 marzo. Se Cospito non interromperà lo sciopero della fame, probabilmente non sopravvivrà fino a quel giorno.

Durante il suo intervento, Nordio ha «ricordato le ragioni che hanno determinato l’autorità giudiziaria a proporre e confermare il regime detentivo di cui all’articolo 41-bis per Alfredo Cospito».

Inoltre, sottolinea che «la Corte di Cassazione è chiamata a prendere una decisione in merito nel prossimo mese di marzo». Tuttavia, «per la parte di propria competenza, il ministro della Giustizia ritiene di non revocare il regime di cui all’articolo 41-bis».

Nordio ha deciso che è sufficiente l’intervento che ha portato al trasferimento di Cospito al carcere Opera di Milano, dove verrà ricoverato a causa del suo stato compromesso di salute. Il governo Meloni, dunque, è coerente con la sua linea: «Non scendiamo a patti con chi usa la violenza».

Le reti di supporto

Piantedosi, il ministro dell’Interno, ha portato l’attenzione sulla «rete di supporto nei confronti del detenuto», ovvero gruppi di anarchici che nel corso degli ultimi giorni hanno protestato, in Italia ma anche all’estero.

Tale “rete di supporto”, afferma Piantedosi, «si è manifestata in plurimi episodi di atti vandalici o incendiari e in manifestazioni di piazza, anche violente». Per questo si è assistito ad «un innalzamento dell’attenzione e delle misure necessarie» per affrontare eventuali rischi.

Per il ministro degli Esteri Tajani, è necessario il «rafforzamento del sistema difensivo della rete diplomatica italiana all’estero, reso necessario dalle ostilità manifestate nei confronti di sedi di ambasciate e consolati». Ribadisce anche «la volontà di non scendere a patti con chi usa violenza e minaccia come strumento di lotta politica».

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Riccardo Noury, il portavoce di Amnesty International, questa è una posizione sbagliata. «Se si passa dal non ci faremo intimidire al non cederemo di fronte alle minacce si perdono completamente di vista i diritti umani di Alfredo Cospito».

I diritti «non passano in secondo piano, anche nel caso in cui siano rivendicati attraverso azioni come quelle degli ultimi giorni, che sono da condannare. Queste azioni possono indebolire le campagne, ma non i diritti», conclude Noury.

Le condanne di Cospito

Cospito ha 55 anni, e fa parte della Fai-Fri, ovvero la Federazione anarchica informale – Fronte rivoluzionario internazionale.

La sigla è identica a quella della Federazione anarchica italiana; tuttavia, quest’ultima condanna la violenza indiscriminata in quanto metodo di lotta, mentre la Federazione anarchica informale è a favore della lotta armata contro lo Stato.

Nel 2013 Cospito ha ricevuto una condanna di dieci anni e otto mesi per aver ferito, con colpi di pistola alle gambe Roberto Adinolfi, dirigente dell’Ansaldo.

Era già in carcere quando fu accusato di aver posizionato, nel 2006, due pacchi bomba davanti ad una scuola dei carabinieri in provincia di Cuneo. L’esplosione non causò feriti o morti. Per tale attentato ricevette una condanna di 20 anni di carcere, e fu inserito in un circuito penitenziario ad alta sicurezza.

Il 41-bis

Nel 2022, dopo sei anni di carcere, il ministero della Giustizia ha preso la decisione di sottoporlo al 41-bis. Per il suo avvocato la decisione è stata presa «senza che fosse intervenuto alcun fatto nuovo».

Per il ministero della Giustizia, invece, Cospito doveva essere sottoposto necessariamente al 41 bis, visti i «numerosi messaggi che, durante lo stato di detenzione, ha inviato a destinatari all’esterno del sistema carcerario; si tratta di documenti destinati ai propri compagni anarchici, invitati esplicitamente a continuare la lotta, particolarmente con i mezzi violenti ritenuti più efficaci».

Cospito ha intrapreso lo sciopero della fame anche perché esiste la possibilità che la sua pena venga trasformata in ergastolo ostativo. Infatti, l’anarchico è stato condannato a 20 anni di carcere per strage comune, ma la Corte di cassazione ha ritenuto che il reato in questione riguardava la strage politica (art. 285 del Codice Penale).

La strage politica è più grave, prevede l’ergastolo ed è anche un reato ostativo. L’avvocato Flavio Rossi Albertini ricorda che per le stragi di Capaci e di via D’Amelio e per la strage di Bologna venne applicato l’art 422, ovvero strage comune.

Per l’avvocato, dunque, non è adeguato ritenere Cospito responsabile di atti più gravi rispetto a stragi mafiose e terroristiche, come quella alla stazione di Bologna che provocò 85 morti.


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Praticanti Avvocati: sì all’iscrizione all’albo con procedimento penale pendente

La pendenza di un procedimento penale non ostacola l’iscrizione all’albo dei praticanti. Soprattutto se i fatti sono risalenti nel tempo, e l’intero procedimento fatica ad arrivare ad una conclusione.

Questo è quanto stabilito lo scorso 30 settembre dal CNF con la sentenza n. 157. A rigore, nemmeno una condanna penale comporta l’automatica inibizione dell’iscrizione all’Albo.

Il Collegio ha, dunque, accolto il ricorso di un aspirante legale contro la decisione del Coa di Roma, quando nel febbraio 2021 aveva rigettato l’istanza di iscrizione.

11 anni fa, quando si stava per laureare in giurisprudenza, l’aspirante legale frequentava lo studio di un avvocato specializzato in sinistri stradali e infortunistica. L’avvocato, un amico di famiglia, gli propose «di partecipare ai suoi affari, anticipando capitali e prospettando futuri guadagni».

Le vittime degli incidenti, tuttavia, si resero conto delle discrepanze tra le somme versate secondo gli accordi sottoscritti e le somme che invece venivano erogate dalle compagnie assicurative. Per questo, avviarono un procedimento penale.

Il CNF, nell’accogliere il ricorso, afferma che «non vi sono elementi tali da valutare, con disvalore, la condotta complessiva del richiedente negli anni successivi all’episodio di cui al procedimento penale (tuttora) pendente».

L’ordinamento professionale forense «non prevede una autonoma inibizione dell’iscrizione nei confronti di coloro che abbiano un procedimento penale in corso. Tanto più quando si tratta di episodi risalenti nel tempo».

Un’interpretazione rispettosa dell’art.27 della nostra Costituzione e dell’articolo 17 del Rdl n. 578/1933 «non può che consentire al soggetto richiedente la possibilità di dimostrare, nel corso della pratica forense, che egli è in possesso delle qualità necessarie per esercitare con decoro la professione».

Conseguentemente, «la valutazione del requisito della condotta irreprensibile, necessario ai fini dell’iscrizione all’albo avvocati e al registro dei praticanti, doveva essere compiuta dal C.O.A. in modo autonomo ed indipendente anche rispetto all’esito dell’eventuale procedimento penale che possa aver coinvolto l’interessato».

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Avvocato, utilizzi l’intuito o la ragione?

Avvocato, sai cos’è il gaslighting?

Il gaslighting è una tecnica con cui un soggetto (o un gruppo di persone) cerca di avere maggior potere. Per esercitarlo sceglie una vittima, per manipolarla e portarla a dubitare della realtà.

E’ una tecnica lenta, tant’è che la vittima non si rende conto di vivere un lavaggio del cervello. Il termine prende spunto dal film Gaslight, dove un uomo manipola tantissimo la moglie, al punto da spingerla a credere di essere impazzita.

I soggetti che utilizzano tale tecnica manipolatoria distorcono in modo volontario le informazioni per cercare di affermarsi e per mettere in discussione la salute mentale e l’autostima della vittima.

La violenza psicologica e il gaslighting non corrispondono, in sé, a dei reati, ma sono collegati ad alcune forme di reato, come maltrattamenti familiari, stalking, minaccia e violenza privata. Impariamo a riconoscerlo per aiutare i nostri clienti e noi stessi.

Manipolatori patologici

Ci sono molti libri che forniscono le basi per conquistare la fiducia delle altre persone, costruire nuove relazioni, convincere gli altri a pensarla come te, aumentare la popolarità, rendere più gradevoli i rapporti sociali e aumentare il proprio potere di persuasione.

C’è una differenza, ovviamente, tra chi legge questi libri e un manipolatore patologico. Dunque, per proteggersi è sempre bene conoscere le varie tecniche adottate da un gaslighter. Qualcuno potrebbe anche non farlo consapevolmente, approfittando dei benefici che si ottengono nel momento in cui la vittima diviene dipendente da lui.

Se il gaslighter non è consapevole di esserlo, nessuna delle sue azioni può essere giustificata in alcun modo. Per prima cosa, è opportuno interrompere qualsiasi comunicazione con lui.

Chi è il gaslighter

Il gaslighter è un manipolatore, un narcisista. È una persona intuitiva, calcolatrice, che legge in anticipo le mosse delle sue vittime, che vuole annientare in tutti i modi creando un rapporto di assoluta dipendenza.

Indossa sempre una maschera, facendo credere a tutti di essere lui la vera vittima del mondo. Vive in un perenne stato di recitazione, dove non rivela mai il suo vero sé. A causa della sua auto-alienazione, il gaslighter non è più capace di provare interesse o empatia verso gli altri. Nessuno lo può salvare, se non sé stesso.

Alcuni esempi

Un esempio potrebbe essere il rapporto tra un genitore iperprotettivo o autoritario e il figlio. Il genitore, in questo caso, non consente al figlio di sviluppare a pieno la sua personalità, utilizzando diverse tecniche, tra cui il senso di colpa, l’eccessiva protezione e la deresponsabilizzazione.

In questi casi i genitori lasciano i figli in un limbo, dove non ci sono responsabilità e dove vivono in maniera subordinata rispetto al genitore. Il rapporto con il genitore si basa sulla paura e sul senso di colpa, e non sull’educazione e sull’amore.

Il gaslighting può caratterizzare altre tipologie di relazione, come amore e amicizia, generando un rapporto di dipendenza che esclude l’affetto.

I campanelli d’allarme

Ci sono dei campanelli d’allarme per riconoscere questi manipolatori patologici:

  • utilizzano costantemente piccole bugie, primo indizio di una relazione non sana, tossica. Spesso, anche se le riconosciamo, non diamo loro il giusto peso;
  • un gaslighter nega sempre l’evidenza, anche quando la vittima è la vera vittima, oppure cerca di cambiare versione dei fatti per instillare il dubbio;
  • il manipolatore è una persona molto gelosa, che non concede all’altra persona di vivere la propria vita. Ma quando riguarda se stesso, si concede tutte le libertà del mondo.

Le tappe del gaslighting

Affinché il processo di manipolazione sia funzionale, il gaslighter conduce la vittima attraverso 3 fasi:

  • durante la prima fase la comunicazione passa attraverso una fase di distorsione, al fine di confondere la vittima andando ad alternare momenti positivi e momenti negativi. In una relazione amorosa, il gaslighter all’inizio sarà innamorato e affascinante, portando l’altra persona a vivere situazioni fantastiche, condite, però, da silenzi ostili o da dialoghi destabilizzanti. In questo modo la vittima sarà profondamente disorientata;
  • la seconda fase è quella della difesa, dove la vittima è tutto sommato lucida e non ancora abbastanza sottomessa per capire che c’è qualcosa che non quadra. Tuttavia la confusione che è stata instillata dal manipolatore è tale che la vittima sentirà di dover portare a termine una missione, quella di provare a cambiare il carnefice. Ovviamente, la missione fallisce, e la vittima cade ufficialmente nella trappola del manipolatore;
  • l’ultima fase, invece, è quella della depressione. Qui il manipolatore controlla completamente la vittima, credendo che tutto ciò che dice l’abusante sia vero, piegandosi alla volontà dell’altro.

Dopo di che, la manipolazione raggiunge il suo apice. La violenza, che sia fisica e/o psicologica, diviene cronica, tant’è che la vittima vede il gaslighter come un salvatore.

Altri esempi

  • È utilizzato spesso dalle persone sociopatiche, dato che dispongono di ben poca empatia e sono abili nel raccontare bugie;
  • Viene utilizzato dai mariti violenti che lo utilizzano contro le mogli per nascondere violenze e abusi;
  • Capita che, in alcuni casi di adulterio, il manipolatore utilizza questa tecnica per portare l’altra persona ad un crollo emotivo, talvolta sino al suicidio;
  • Un esempio famoso è quello della famiglia Manson, che entrava nelle case senza rubare, ma lasciando tracce del loro passaggio al fine di seminare inquietudine.

Per concludere

Se si sente la necessità di registrare le conversazioni e gli eventi che accadono per essere sicuri di non essersi inventati le cose è un chiaro sintomo di essere vittima di gaslighting. Si potrebbe provare confusione, sentirsi privi di valore, stanchezza, vergogna, dipendenza, idealizzazione, ansia, isolamento, depressione e trauma psicologico.

È sempre bene chiedere aiuto, a persone amiche o a professionisti. Tuttavia, dato che tale tecnica potrebbe distruggere completamente la percezione della realtà, dovremmo pensare a raccogliere delle prove per sentirci più sicuri: teniamo un diario, registriamo le conversazioni e facciamo fotografie.

Per difendersi e ricostruire la propria identità potrebbe volerci del tempo. Ricordiamoci, però, che non siamo mai responsabili del comportamento abusivo di un gaslighter. Impariamo a riconoscere e ad ascoltare di nuovo i nostri pensieri e i nostri sentimenti, e creiamo un percorso di recupero dal trauma.

Infine, ricostruiamo le relazioni con gli amici e la famiglia.

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Un muro di indifferenza

La carcerazione non comporta la perdita dei diritti, anzi: una persona che si ritrova in tale contesto necessita di maggior tutela. In tale contesto, trovandosi sotto la completa responsabilità dello Stato, quest’ultimo dovrebbe garantire dignità, benessere e salute.

Il carcere dev’essere un luogo di rieducazione, per mettere in sicurezza la nostra società. Se ciò non avviene, quello che resta sono soltanto parole vuote e un muro di indifferenza, che non ci permette di osservare le cose da diversi punti di vista.

Giovani vs anziani

Ogni anno, in Italia, migliaia di persone tra i 18 e i 34 anni transitano negli Istituti Penitenziari. Una tale consistenza di giovani nelle carceri italiane dovrebbe indurci a riflettere attentamente alla strada da intraprendere per contrastare il fenomeno.

In molti hanno studiato gli effetti negativi dell’esperienza in carcere, come ansia, depressione e autolesionismo. Nelle carceri, inoltre, esiste un vero e proprio “trattamento penitenziario” attuato dai più anziani nei confronti dei giovani detenuti.

I giovani, infatti, entrano a contatto con questi soggetti criminali che sembrano dimostrarsi sensibili alle necessità psicologiche, personali e logistiche dei nuovi arrivati, anche se il loro fine è avere facile presa su personalità molto fragili, da sfruttare ai fini della delinquenza.

La detenzione prepara al reinserimento sociale

L’obiettivo, invece, dovrebbe essere trasformare l’esperienza della detenzione da luogo in cui studiare il crimine a momento di riflessione umana e di crescita personale.

Bisognerebbe evitare che i soggetti più giovani finiscano per restare intrappolati nel circuito della devianza, insieme a soggetti che continuano ad entrare e ad uscire dal carcere. Bisognerebbe disegnare differenti canali d’accoglienza, attivando circuiti di inserimento differenziati in base alla tipologia di reato commesso.

Un’applicazione sempre più ampia delle misure alternative di detenzione potrebbe contenere questi fenomeni, offrendo percorsi concreti di risocializzazione a migliaia di soggetti.

Gestione partecipata del carcere

Una cosa fondamentale è far comprendere ai detenuti più giovani che non ci si aspetta da loro soltanto una reintegrazione all’interno del sistema sociale, ma che ci sia anche una nuova base per costruire un miglior sistema sociale.

Un clima di serenità e fiducia favorisce la comunicazione e l’espressione spontanea di pensieri, idee e sentimenti. Bisogna concorrere all’acquisizione e al recupero della dimensione sociale del detenuto, delle sue possibilità, dei suoi diritti e della sua dignità.

Importante anche promuovere la partecipazione attiva dei soggetti detenuti, affinché giungano alla gestione partecipata del carcere. Non devono più essere soggetti passivi, ma protagonisti della vita che si svolge all’interno delle mura.

Fondamentale educare, informare, sensibilizzare, per modificare un comportamento individuale che si ritiene sia stato causa di condotta antisociale.

La duplice funzione del carcere

Il carcere racchiude in sé un duplice mandato: quello della custodia e quello del trattamento. Deve essere orientato, dunque, verso l’interazione adeguata dei due aspetti, delineando una configurazione istituzionale tesa ad una gestione corretta dei problemi che riguardano i giovani reclusi.

Dovremmo incamminarci verso un carcere con una fisionomia trattamentale, non soltanto custodiale. Creare un luogo dove ogni operatore partecipa attivamente alla soddisfazione dei bisogni e delle necessità dei giovani detenuti, che dovranno diventare coscienti e consapevoli della propria soggettività, gestendo responsabilmente la propria detenzione e il rientro nella società.

Dovranno essere in grado di autodeterminarsi e riscoprire le proprie potenzialità, senza ricorrere a mezzi illeciti.

Guardare al futuro

Il carcere equivale alla società. Dunque, come può la società non sentirsi chiamata in causa? Come può non essere consapevole che il suo interesse è quello di occuparsi di quello che avviene o che non avviene all’interno del carcere?

Volenti o nolenti, esiste un dopo, che noi tutti auspichiamo che sia positivo. Ma tale positività dipende da un percorso costruttivo, solidale e non indifferente.

La ricostruzione dell’individuo nella sua relazione con la società è una scommessa di solidarietà sociale. Più vicini ci poniamo al condannato – che prima di tutto deve essere visto come essere umano – più efficacemente si potrà attivare il processo di valorizzazione della sua individualità.

La pena non deve infliggere tormento o vendetta per il male commesso dal condannato. Non deve guardare al passato, ma al futuro, in ottica di prevenzione, affinché la persona non commetta altri crimini.

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Portale Servizi Telematici: accesso agli atti dei procedimenti penali

 

Portale Servizi Telematici: accesso agli atti dei procedimenti penali

Da lunedì’ 14 novembre in tutte le Procure della Repubblica è attiva la funzionalità di accesso agli atti dei procedimenti penali da parte dei difensori mediante il portale del Processo Penale Telematico. La funzionalità è riservata ai soggetti iscritti nel Registro degli Indirizzo Elettronici (ReGindE) con il ruolo di avvocato.

Sarà possibile accedere al servizio cliccando sulla sezione “servizi”, che si trova sulla home page del PST. Successivamente bisognerà cliccare su “Area Riservata” ed infine, previa autenticazione, si potrà accedere al servizio Portale Deposito atti Penali – deposito con modalità telematica di atti penali.

I difensori, dopo aver effettuato il login, dovranno selezionare il procedimento di interesse dall’elenco dei procedimenti autorizzati, cliccare su “Deposita Atto Successivo” e richiedere l’atto in “richiesta di accesso”.

Sul portale esiste anche un servizio di consultazione dei registri di Cancelleria in forma anonima, disponibile anche sotto forma di app gratuita disponibile per tutti i sistemi operativi. Il servizio non richiede iscrizione a autenticazione (accedendo ai registri di cancelleria in forma anonima non si può accedere alle sezioni documentali).

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Il dramma del suicidio nelle carceri italiane

Il dramma del suicidio nelle carceri italiane

Il 2022 si preannuncia essere l’anno con il più alto numero di suicidi in carcere dal 2009. Da gennaio ad oggi sono già avvenute 77 morti per suicidio.

Il 4 ottobre, gli attivisti di Antigone hanno tenuto un sit-in davanti al tribunale di Palermo. «Basta morti in carcere. Si è fatta una campagna elettorale nel silenzio perché nessuno dei leader nazionali ha toccato questo tasto, nonostante fosse un periodo molto caldo per i suicidi in carcere».

Il tema della salute mentale

Michele Miravalle, dell’osservatorio nazionale di Antigone, rivela: «Ci sono stati casi di suicidio pochi mesi prima dell’uscita dal carcere». Inoltre, la maggior parte delle persone erano in attesa di giudizio e ed erano affette da patologie psichiatriche.

Il problema della salute mentale in carcere «è forse la grande emergenza del carcere di oggi in Italia. Il 40% delle persone detenute fa uso sistematico di psicofarmaci», continua Miravalle. Il carcere «non ha strumenti per affrontare molte di queste situazioni perché c’è un’emorragia di personale professionale sanitario e di operatori di salute mentale che sistematicamente mancano e quindi, spesso, si ricorre allo psicofarmaco senza poter fare null’altro».

Le richieste alle istituzioni

Il tema della salute mentale era tra quelli trattati durante il sit-in di Palermo. «Chiediamo di evitare la detenzione per i soggetti fragili, identificati come malati psichiatrici o con gravi problemi psicologici».

Hanno chiesto anche di «creare le condizioni affinché i detenuti in attesa di giudizio possano scontare a casa il periodo che li vede lontani dalla condanna» e «un intervento svuota-carceri che metta fuori i ragazzi dai 20 ai 30 anni che sono negli istituti penitenziari per reati minori», che rappresentano la seconda fascia d’età nei casi di suicidio.

L’inadeguatezza dello Stato e delle carceri

Il suicidio di una persona che è stata privata della propria libertà rappresenta il fallimento del ruolo punitivo e riabilitativo del nostro Stato. Se uno Stato non riesce ad impedire la morte di un condannato, dovrebbe perdere le funzioni che ne giustificano la potestà punitiva.

I suicidi delle persone detenute provocano sempre scalpore e indignazione. Le loro storie sono testimonianze dell’ultimo step di vicende personali drammatiche, che nella carcerazione raggiungono il loro culmine.

Dopo notizie di questo genere, è evidente l’inadeguatezza delle carceri nell’affrontare i disagi delle persone che si trovano al loro interno per scontare una pena. Anzi, spesso la carcerazione diventa uno shock letale per le persone più fragili, incapaci di adattarsi alla drammaticità della situazione che devono affrontare.

La fragilità nelle nostre prigioni

Il nostro paese ha i più bassi tassi di suicidio. Ma da alcuni dati diffusi dall’OMS è emerso come in Italia, il divario tra l’incidenza del suicidio tra le persone incarcerate e quelle libere, sia il più alto in tutta Europa. La distanza ci porta inevitabilmente a ragionare sulla qualità delle nostre prigioni e sull’efficacia dei programmi di prevenzione.

Da non sottovalutare nemmeno gli episodi di autolesionismo e di tentato suicidio. La popolazione detenuta, infatti, si compone sempre più da soggetti fragili ed emarginati. La rivendicazione dei propri diritti, di conseguenza, viene sostituita dai corpi feriti e dalle condotte autolesioniste come richieste di supporto e attenzione.

Una telefonata allunga la vita

Il mondo del carcere si sta riprendendo dalla pandemia in maniera più lenta rispetto alla società. I progetti di volontariato sono andati avanti a singhiozzo e alcuni si sono interrotti definitivamente. Risulta evidente come il carcere rappresenti un luogo di abbandono e di solitudine, oggi più che mai.

La scorsa estate Antigone ha lanciato la campagna “Una telefonata allunga la vita”. Spiega Miravalle: «Ovviamente le telefonate non sono risolutive del problema, ma sono un importante strumento di prevenzione».

È recente la circolare del Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) che affida ai direttori delle carceri le decisioni nelle autorizzazioni dei colloqui telefonici o delle videochiamate. L’intervento, tuttavia, dovrà essere stabilizzato dal nuovo governo.

Il Dap «ha scelto una strada abbastanza prudente suggerendo ai direttori di avere un’applicazione meno restrittiva del regime delle telefonate che era stato allargato durante il Covid e che noi auspicavamo diventasse legge. Non siamo ancora a quel punto, ma è un primo risultato di percezione di un disagio che va affrontato».

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La tutela ambientale nel diritto penale

Tutelare la vita e la salute umana significa tutelare anche la salute dell’ambiente. In generale, la presa di coscienza sulla necessità della tutela dell’ambiente progredisce sempre più. Questa evoluzione storica ci porta a comprendere che ci troviamo di fronte ad un nuovo diritto umano, in quanto la salute dell’ambiente è collegata, inevitabilmente, a quella degli esseri umani.

Nell’art. 37 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea troviamo la necessità di tutelare l’ambiente come diritto fondamentale. Anche la risoluzione n. 48/13 approvata dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha riconosciuto il diritto ad un ambiente sano, pulito e sostenibile come diritto fondamentale dell’uomo.

Il valore dell’ambiente non si relaziona soltanto con il diritto alla vita, ma anche con il diritto alla salute sociale ed economica dei cittadini.

Breve storia della tutela ambientale in Italia

Con la sentenza 127/1990, la Corte Costituzionale affermò che il limite di inquinamento non poteva superare «quello rappresentato dalla tollerabilità per la tutela della salute umana e dell’ambiente in cui l’uomo vive: tutela affidata al principio fondamentale di cui all’art. 32 della Costituzione, di cui lo stesso art. 41, secondo comma, si richiama».

Dunque, da tempo l’ambiente è riconosciuto come un autentico valore costituzionale, previsto dagli articoli 9 e 32, anche se la materia ambientale verrà inserita nel Testo Costituzionale soltanto con la legge costituzionale 1/2022.

Questo non vuol dire che prima, in Italia, non ci fosse alcuna forma di tutela ambientale. Senza dubbio, tale legge costituzionale è nata grazie alle maggiori attenzioni degli ultimi anni nei confronti dei cambiamenti climatici, specialmente quelli avvenuti come conseguenza dell’azione umana.

Leggiamo dai lavori preparatori della legge costituzionale 1/2022 che «l’80% dei disastri naturali, che hanno già duramente colpito e continuano a colpire, anche il nostro Paese, è legato ai cambiamenti climatici».

La necessità di tutelare il nostro ambiente comincia a partire dalla Conferenza della Nazioni Unite sull’Ambiente Umano, tenutasi a Stoccolma nel 1972. Una conferenza che segna l’inizio della coscienza ambientale a livello istituzionale.

L’ordinamento italiano, prima di allora, non “snobbava” la tutela della salute dell’ambiente, che inizialmente era inteso come decoro urbano. Tuttavia, analizzando gli interventi specifici in materia nel Codice Civile del 1942 ci troviamo di fronte alla settorialità degli interventi legislativi e al grande apporto della Giurisprudenza Costituzionale in materia ambientale.

Il legislatore italiano tutelava l’ambiente come valore unitario in maniera puramente incidentale. Le discipline erano settoriali, come la legge sull’inquinamento dell’aria e delle acque. Ma un grosso evento ha mosso la coscienza del Legislatore.

Il disastro di Chernobyl, avvenuto il 26 aprile 1986, portò alla nascita del Ministero dell’Ambiente. È proprio qui che si esplicita il collegamento tra lo stato dell’ambiente con la tutela della vita umana, dove si stabilisce anche che i cittadini possono e devono esercitare un controllo sociale anche attraverso osservazioni alla P.A.

Il cittadino diviene, dunque, protagonista della tutela della sua salute. Con la legge 308/2004 si conferirà al governo una delega per procedere alla “codificazione” del Diritto ambientale in Italia. Si arriverà ad unificare la disciplina ambientale con il decreto legislativo 152/2006 “Testo Unico Ambientale”.

Ambiente e tutela penale

Come naturale conseguenza della tecnologia scientifica e industriale, si è resa necessaria una tutela sempre maggiore dell’ambiente.

La mancanza di un’adeguata disciplina di tutela penale a livello ambientale ha consentito che la criminalità organizzata cominciasse ad intendere l’inquinamento come nuova frontiera di guadagno, facendo nascere in tal modo le ecomafie.

Nel 2008 i paesi membri sono stati invitati a legiferare sulla tutela penale dell’ambiente, invitandoli ad elencare le violazioni ambientali punibili come reati all’interno dell’UE. Nell’incipit della direttiva si legge che «attività che danneggiano l’ambiente, le quali generalmente provocano o possono provocare un deterioramento significativo della qualità dell’aria, compresa la stratosfera, del suolo, dell’acqua, della fauna e della flora, compresa la conservazione delle specie» esigono importanti sanzioni penali.

Tali attività comprendono i reati di tipo ambientale ma anche il trattamento illecito di rifiuti. I paesi dell’Unione Europea, dunque, sono tenuti ad applicare sanzioni penali proporzionali, persuasive ed efficaci in caso di reato ambientale, commesso intenzionalmente o per grave negligenza.

Nel reato ambientale vengono puniti anche il concorso, l’istigazione e il favoreggiamento. Nel 2015, il legislatore recepisce la necessità di rafforzamento della tutela, ed inserisce nel Codice Penale gli ecodelitti (legge 68/2015).

Una visione antropocentrica dell’ambiente

Nella nostra cultura giuridica, la tutela dell’ambiente è vista da un punto di vista personalista, ovvero di tutela del singolo all’interno di una comunità. Tale prospettiva si traduce in un principio antropocentrico, tipicamente occidentale.

Per esempio, la Legge tedesca del 1990 sulla responsabilità per danno ambientale prevede che «l’inquinamento colpisce tutti coloro che vengono costretti a vivere in una situazione di degrado ambientale». Per questo, «ciascuno è leso individualmente in quanto l’ambiente è una condizione di vita della persona».

Tale modalità di tutela dell’ambiente è direttamente contrapposta alla visione latino-americana, che opta per il riconoscimento della soggettività giuridica alla natura, ed è frutto di un processo inverso a quello europeo.

Secondo l’art. 71 della Costituzione dell’Ecuador, la natura ha «il diritto al rispetto integrale della sua esistenza e al mantenimento e alla rigenerazione dei suoi cicli vitali, delle sue strutture, delle sua funzioni e dei suoi processi evolutivi».

Per concludere

Non ci sono dubbi: è assolutamente necessario tutelare l’ambiente in quanto diritto umano, poiché collegato direttamente alla tutela della vita e della salute. Ma non dobbiamo sottovalutare il ruolo del cittadino in tutto questo.

Vigilare sull’ambiente non è soltanto responsabilità del legislatore o della P.A, ma è un diritto e un dovere del cittadino. Quest’ultimo deve avere riguardo della propria condizione ma anche della condizione dell’ambiente in cui vive.

Basandoci sulla struttura dell’art. 52 della nostra Costituzione, la difesa dell’ambiente è un dovere sacro del cittadino, in quanto è proprio da esso, dalla “Madre Terra”, che deriva la propria vita.

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Il programma Le Iene è responsabile di istigazione al suicidio?

Nell’epoca della digitalizzazione, capita sempre più spesso che le storie d’amore nascano nel mondo virtuale. Ci si incontra online, iniziando ad intrattenere dei rapporti che potrebbero evolversi in qualcosa di concreto e reale.

Ma non è sempre così: in molte situazioni, la persona con cui stiamo chattando non è chi crediamo che sia. Scoprire l’inganno, anche a distanza di anni, potrebbe innescare delle reazioni drammatiche, che portano ad esiti tragici.

Questo è quello che è successo a Daniele, un ventiquattrenne di Forlì, che nel 2021 ha deciso di uccidersi dopo aver scoperto che dietro alla sua fidanzata virtuale, Irene, si nascondeva un uomo di 64 anni, Roberto Zaccaria.  Oltre a spacciarsi per la ragazza, Zaccaria ha finto anche di essere un’amica di lei (Claudia) e suo fratello (Braim).

La famiglia del ragazzo ora chiede giustizia, perché convinta che il suicidio sia avvenuto a causa della truffa subita. La Procura, invece, ha richiesto l’archiviazione del caso.

Daniele scopre l’inganno

Daniele e Irene si sono scambiati più di 8mila messaggi nel corso di un anno. Parole dolci, progetti di vita insieme tra matrimonio e figli: tutto senza mai incontrarsi nel mondo reale.

Daniele credeva di stare insieme ad una ragazza bellissima di 20 anni. Ma dopo un po’ di ricerche online scopre che le foto della ragazza appartengono ad una modella di Roma. Quindi chiede subito spiegazioni alla fidanzata, che, colta in fragrante, non esita a metter un punto alla relazione.

Il 24enne capisce di essere stato ingannato per lungo tempo. Il mondo gli cade addosso, e decide di togliersi la vita il 21 settembre 2021, lasciando ai familiari una lettera d’addio.

Le Iene entrano in scena

La Procura di Forlì ha ritenuto Zaccaria colpevole del reato di sostituzione di persona, convertendo la condanna in sanzione pecuniaria di 825 euro e archiviando l’ipotesi secondo la quale la condotta dell’uomo avrebbe spinto il giovane al suicidio.

La decisione non è piaciuta alla famiglia di Daniele, che ha deciso di rivolgersi al programma Le Iene per avere più giustizia. Matteo Viviani, volto storico del programma, ha raggiunto il truffatore con le telecamere, per metterlo di fronte alle proprie responsabilità.

L’uomo, apparentemente turbato, ha risposto che «era uno scherzo, non volevo che finisse così». Una giustificazione che era già stata respinta dall’avvocata Sabrina Mancini, che rappresenta la famiglia di Daniele, che sottolinea come il ragazzo «gli aveva detto che voleva suicidarsi, ma a nostro parere l’indagato non ha fatto nulla per evitare questa tragedia».

La gogna mediatica

Matteo Viviani, nel servizio, ha posto delle domande parecchio pressanti a Zaccaria, che cercava di allontanarsi mentre spingeva la carrozzina dove sedeva la madre disabile.

Nel servizio delle Iene il volto di Zaccaria è stato oscurato, ma l’uomo è stato riconosciuto lo stesso. Il giorno dopo, infatti, a Forlimpopoli, città dove viveva Zaccaria, erano apparsi alcuni manifesti con il volto dell’uomo con scritto “Muori e vai all’inferno”.

L’uomo è stato contattato successivamente dal Resto del Carlino, dichiarando: «Sono stanco, mi stanno rovinando la vita». Zaccaria non ha retto alla gogna mediatica, e lo scorso 6 novembre ha deciso di uccidersi: è stato ritrovato morto nella sua casa, a causa di un mix letale di farmaci.

“Una tragedia nella tragedia”

Zaccaria, tramite l’avvocato Pier Paolo Benini, qualche giorno prima del suicidio aveva inviato una diffida a Mediaset per non mandare in onda il servizio. Per il legale, «dal programma si evince chiaramente malgrado i pixel del volto che molte immagini sono state mandate in onda senza il consenso di Roberto Zaccaria».

Non è la prima volta che il programma viene accusato di utilizzare metodi aggressivi e di sottoporre le persone alla gogna mediatica. Secondo il web, la responsabilità del suicidio è da attribuire a Le Iene, e sono in molti a chiedere che il programma venga cancellato.

Il programma ha replicato alle polemiche e alle accuse durante la trasmissione dell’8 novembre, che ha contato 1.228.00 telespettatori, con uno share del 9,5%. Viviani ha dichiarato: «Sicuramente continueremo a occuparci di catfishing perché imparare a riconoscere il problema è un passo per evitarlo».

Teo Mammucari, conduttore del programma, ha spiegato: «Una tragedia nella tragedia, sono giorni che non parliamo d’altro. Questo tema merita riflessioni profonde che continueremo a condividere con voi». Secondo il programma, altri ragazzi hanno avuto rapporti virtuali con “Irene”.

Viviani ha continuato: «Il catfishing è un fenomeno molto più ampio e pericoloso di quello che si può immaginare e le vittime sono sempre i soggetti più deboli, quelli che dovrebbero essere maggiormente tutelati. La domanda è: abbiamo gli strumenti per proteggere le persone più a rischio? Nel nostro ordinamento è previsto il reato di sostituzione di persona, ma siamo sicuri che sia sufficiente?».

Che cos’è il Catfish

Il termine Catfish (pesce-gatto) è stato utilizzato per la prima volta in un docufilm del 2010, diventato successivamente una serie tv/reality trasmessa in Italia su MTV, dove gli autori aiutavano le vittime a smascherare le reali identità che si nascondevano dietro ai profili falsi.

Navigando in Internet e chattando sui vari social network, occorre prestare molta attenzione a non imbattersi su profili falsi. Di solito, questi profili utilizzano nickname particolari, hanno poche informazioni personali e rendono discutibile la veridicità dell’account.

L’attivazione di un profilo falso potrebbe sembrare uno scherzo innocente, ma in realtà non sono pochi i casi in cui gli utenti denunciano di aver subito delle molestie da parte di soggetti che si nascondono dietro a false identità.

Reato di sostituzione di persona

Secondo Ansa, un account su tre è fake. Per la Cassazione «l’attivazione di un profilo fake è reato punibile con la reclusione fino ad un anno». Utilizzare questi profili significa realizzare reato di sostituzione di persona, come disciplinato dall’art. 494 del codice penale:

«Chiunque, al fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio o di recare ad altri un danno, induce taluno in errore, sostituendo illegittimamente la propria all’altrui persona, o attribuendo a sé o ad altri un falso nome, o un falso stato, ovvero una qualità a cui la legge attribuisce effetti giuridici, è punito, se il fatto non costituisce un altro delitto contro la fede pubblica, con la reclusione fino ad un anno.»

Costituisce reato sia la creazione di profili falsi con immagini riferibili ad un’altra persona, sia l’attivazione di un profilo falso per molestare gli interlocutori.

I motivi del Catfish

Non si sanno ancora i motivi per cui Zaccaria si è finto Irene per più di un anno. Di solito, le persone scelgono questa strada per:

  • insicurezza: alcune persone si sentono “brutte”, o “non abbastanza brave”, e si sentono più a loro agio se usano immagini di altre persone, “attraenti” e “degne”;
  • malattie mentali: alcune forme di malattia mentale spingono una persona a provare ansia nel rivelare il proprio sé, creando un alter ego come unico modo per comunicare con gli altri;
  • estorsione di denaro;
  • vendetta, magari nei confronti di partner precedenti, per umiliarli o danneggiare la loro reputazione;
  • molestie: qualcuno crea più di un account falso, al fine di massimizzare l’impatto emotivo del catfishing;
  • esplorare le preferenze sessuali.

Le conseguenze psicologiche

Essere vittime di catfishing potrebbe rivelarsi estremamente dannoso per la salute mentale, soprattutto nei casi in cui si è investito molto nell’amicizia o nella relazione d’amore con la persona nascosta dietro il profilo fake.

Le vittime potrebbero trovare molte difficoltà nel fidarsi ancora di qualcuno, influenzando negativamente tutte le loro future relazioni personali e professionali.

Secondo il dottor Davide Algeri, psicologo e psicoterapeuta milanese, «cadere in queste trappole è facile perché tendiamo a fidarci delle persone, quando conosciamo qualcuno non stiamo a fare tante dietrologie. Ma quando una persona fa tante domande e racconta poco di sé tutta questa gratuità di attenzioni dovrebbe far accendere qualche spia».

Continua: «Un fattore di protezione può essere lavorare sulla propria autostima. La paura di rimanere soli, la tendenza a svalutarsi o costruire il proprio valore sul fare per gli altri sono tutte fragilità su cui i manipolatori possono fare leva. Prendersi cura di sé aiuta a rafforzare le proprie difese emotive, sia online che offline».

Vittima e carnefice

La vicenda de Le Iene ci dovrebbe spingere a soffermarci e a riflettere su ogni gesto, pensiero, o clic di tastiera, che nel web diventa un’arma di distrazione delle masse e di distruzione dei singoli.

Daniele e Roberto, vittima e carnefice, non hanno retto al peso dello stesso identico meccanismo perverso, seppur con ruoli diversi. Nella piazza virtuale tutti i drammi si fondono: sono lì, e ci richiedono il conto. Soprattutto quando divengono assolutamente reali.

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Nordio: Venezia è la sede più sofferente di tutto il Paese

«Ce la metteremo tutta per venire incontro a Venezia e per risolvere i problemi della sede giudiziaria più singolare e sofferente d’Italia». Queste le parole del neo-ministro della Giustizia Carlo Nordio, che ha deciso di visitare il palazzo di giustizia lagunare, per discutere dei gravi problemi che affliggono gli uffici giudiziari della regione Veneto.

Ad attenderlo c’erano Salvatore Laganà, presidente del Tribunale, Federico Prato, procuratore generale, Domenico Taglialatela, presidente della Corte d’appello e Federica Santinon, presidente dell’Ordine degli avvocati.

Ipotesi reclutamento regionale dei magistrati

Il ministro Nordio ha dichiarato che il ministero sta già lavorando per trovare altre soluzioni alla carenza di personale di cancelleria e di magistrati. Verrà presa in considerazione anche la possibilità di utilizzare la Legge speciale per Venezia al fine di trovare specifici meccanismi di intervento.

Afferma Nordio durante l’incontro pubblico con gli uffici giudiziari di Venezia: «Per la criticità legata ai trasferimenti dei magistrati e del personale in altre regioni, l’idea di un reclutamento a livello regionale potrebbe essere proficua per farli rimanere in sede».

«Vi sono difficoltà di carattere normativo e costituzionale che cercheremo di affrontare. La possibilità di applicare la Legge speciale per Venezia è un problema che non era mai venuto in mente, nemmeno a me, per un reclutamento più sollecito, e ci penseremo».

Venezia è la sede più sofferente di tutto il Paese

«La mia visita non è soltanto un tributo emotivo a un luogo dove ho esordito, ma è il riconoscimento che la sede di Venezia è la più sofferente e disagiata dell’intero Paese, con tratti così specifici che erano ampiamente noti».

Prosegue il ministro della Giustizia: «Forse sono il primo ministro che provenga dalla magistratura con l’esercizio della Procura, per di più in questa città. Ci sono i problemi di giustizia penale e quelli di Venezia, da quelli più banali come il trasporto dei fascicoli per via acquea, che ha sorpreso la mia amica Marta Cartabia, rimasta allucinata perché non aveva la più pallida idea di come funzionasse. Io un’idea ce l’ho, non è pallida ma è consolidata».

La visita prosegue a Treviso 

La visita del ministro Nordio prosegue al Tribunale di Treviso. «Mi è arrivata una cartolina verde per una raccomandata, in cui mi si avvisava di essere stato eletto alla Camera. Ore di lavoro per una lettera. Perché una notifica ottocentesca?».

«A noi interessa ora far funzionare la giustizia in modo efficiente, la lentezza dei nostri processi ci costa un 2% di Pil, significa 40 miliardi all’anno. A Treviso le condizioni sono intollerabili, il Veneto è più in sofferenza degli altri».

Prosegue: «Il Veneto non ha mai avuto un ministro della giustizia, tantomeno un magistrato. Purtroppo troppe volte i precedenti governi hanno volato troppo alto. Per me c’è un eccesso di burocrazie intollerabile».

La questione migranti

A Treviso il ministro Nordio si pronuncia anche sulla questione migranti: «La selezione dei migranti non è fatta in base ai loro interessi ma a quelli degli scafisti che li portano. I poveri tra i poveri, vecchi, malati e moribondi, rimangono lì. Quelli che vengono in Italia possono permettersi di pagare dai 2 ai 5 mila euro a queste organizzazioni che li trasportano».

«Noi li prendiamo», prosegue, «non perché siamo buoni ma perché siamo rassegnati. Per quanto riguarda la gestione dei migranti il trattato di Dublino è chiarissimo: la gestione deve essere fatta dallo Stato di primo accesso. Se una nave straniera in acque internazionali accoglie dei migranti, lo Stato di primo accesso è quello di bandiera di quella nave».

La vera soluzione «sta nell’accordarci con gli amici della Ue, che proprio secondo il trattato di Dublino chi viene soccorso in acque internazionali approda nello stato di bandiera della nave, e deve essere gestito da quello Stato. Curato dal porto più vicino, se necessario, ma poi portato nel territorio nello Stato di primo approdo. Sarebbe bene in ambito internazionale invocare questi accordi di Dublino, non accordi politici di nuova costruzione».

Ribadisce il Ministro che «il comandante di una nave può celebrare matrimoni a bordo, ricevere testamento: è un pubblico ufficiale. Chi accoglie il migrante lo fa nel suo Stato, che è quello della bandiera della nave. Non c’è altra soluzione dal punto di vista giuridico».

Il reato di abuso di ufficio

Conclude Nordio con il tempo del reato di abuso di ufficio, che secondo il Ministro è «richiesta dai sindaci soprattutto di sinistra, e quindi penso che daremo loro ascolto».

La visita di Nordio «non è soltanto un tributo emotivo a un luogo dove ho esordito, ma è il riconoscimento che la sede di Venezia è la più sofferente e disagiata dell’intero Paese».

Nelle prossime settimane seguirà un incontro più operativo e tecnico dei rappresentati della struttura ministeriale con le figure ai vertici degli Uffici giudiziari.

Nel frattempo a Teramo

Nel frattempo a Teramo si sono riuniti tutti i soggetti interessati alla Riforma Cartabia: Giudici, Procuratori della Repubblica, Avvocati, Camere Penali e Università.

Incontro necessario, leggiamo nel documento di chiamata a raccolta del tribunale, in quanto ci troviamo di fronte ad una riforma che «introdurrà rilevantissime modifiche al sistema processualpenalistico, oltre a quella penale».

Spiega Antonio Lessiani, il presidente dell’Ordine degli Avvocati di Teramo: «E’ un cambio epocale, che contiene aspetti complicati. Sono stati realizzati dei gruppi di lavoro con i magistrati per approfondire materia e linee guida».

La volontà è quella di mettere in atto una prassi virtuosa, che passa dalla citazione in giudizio alla giustizia riparativa, dalla transizione digitale alle sentenze di proscioglimento. Continua Lessiani: «Teramo vuole farsi trovare pronta: l’efficienza del processo, trovare prassi condivise e il modo di applicarle. La Riforma c’è, ora si tratta di applicarla: gli operatori del diritto devono farsi trovare preparati».

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Colombia: l’aborto sarà depenalizzato

Decisione Corte Costituzionale colombiana: depenalizzazione parziale dell’aborto, possibile entro le prime 24 settimane

In questi giorni si parla di una svolta storica per il popolo sudamericano: la Corte Costituzionale cambia la sua mentalità nei confronti dell’aborto. In particolare, decide che sarà possibile richiedere l’interruzione volontaria della gravidanza entro le prime 24 settimane dall’inizio della gestazione. La decisione giunge in risposta al ricorso di cinque organizzazioni per il diritto di scelta delle donne nel 2020.

Stop alla penalizzazione dell’aborto in Colombia: come cambia la situazione per il Paese

Cinque voti in favore su nove: non male come risultato per un paese a maggioranza cattolica e storicamente conservatore. Difatti, fino a pochi giorni fa l’aborto in Colombia si consentiva solamente in circostanze specifiche, così com’erano stabilite in una precedente Sentenza che risale al lontano 2006. Qui, si affermava che l’aborto è consentito alle donne solo nelle tre situazioni che seguono:

  • Stupro;
  • Gravi malformazioni del feto;
  • Serio pericolo per la vita della donna.

Per entrare ancora di più nel merito decisionale della popolazione all’epoca, si pensi che chiunque abortiva o aiutava ad abortire al di fuori di quelle circostanze subiva pene fino a 4 anni e mezzo di carcere. Ora, non è più necessario fornire motivazione per abortire, sempre appunto che sia limitato ai sei mesi di gestazione. Inoltre, la Corte invita sin da subito governo e parlamento ad avviare i procedimenti per modificare la legge e applicare così le nuove disposizioni il prima possibile.

L’importanza di questo cambiamento

gruppi attivisti sottolineano come il diritto all’accesso all’aborto sia un essenziale passo in avanti per molte donne. In particolare, fanno notare come sarà più semplice per quelle donne che vivono ai margini, in stato di povertà e senza strutture ospedaliere adeguate. Tra l’altro, si stima che ogni anno in Colombia:

  • 400mila donne ricorrono a un aborto clandestino;
  • in media 70 di loro muoiono per complicazioni.

Inoltre, ricordiamo che in Italia, per fare un paragone, l’aborto è possibile entro le 12 settimane dall’inizio della gravidanza. Invece, l’aborto risulta ancora illegale nei seguenti Paesi:

  • Haiti;
  • Honduras;
  • Suriname;
  • Nicaragua;
  • Repubblica Dominicana;
  • El Salvador.

Vediamo quindi se il cambiamento colombiano sarà fonte d’ispirazione per altri Paesi, così come lo sono state le svolte in Argentina per i vicini Messico ed Equador nel 2020.

 

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