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CTU e Riforma della giustizia civile

Albo unico per i consulenti tecnici: più formazione con la riforma della giustizia civile

Il 25 novembre 2021 la Camera approva definitivamente il disegno di legge A.C. 3289. Ovvero, la riforma del processo civile: uno degli obiettivi concordati con l’Unione Europea per accedere alle risorse del PNRR. Tra le novità in atto ci sono una maggiore attenzione a formazione e specializzazione, così come la creazione di un albo nazionale unico per i consulenti tecnici.

Consulenti tecnici d’ufficio e albo in materia civile: le novità della riforma della giustizia

Innanzitutto, tra le principali novità della riforma troviamo una maggiore attenzione a:

  • Iscrizione;
  • Formazione;
  • Correttezza delle nomine

in riferimento ai consulenti tecnici e periti. Inoltre, da notare la creazione di un Albo unico, dal quale avvocati e magistrati possono rintracciare le professionalità necessarie in relazione al singolo caso.

 

 

Poi, è stata stilata una serie di principi e criteri direttivi che il legislatore delegato (il Governo) dovrà rispettare. Inoltre, dovranno adottare decreti legislativi ad hoc entro un anno dall’entrata in vigore della legge. Questi introdurranno concretamente e compiutamente le misure per:

  • l’efficienza del processo civile;
  • la revisione della disciplina, strumenti di risoluzione alternativa delle controversie.

I compiti del legislatore delegato all’interno della riforma della giustizia civile

Ora, l’Esecutivo nell’esercizio della delega è incaricato anche di apportare diverse e rilevanti modifiche alla normativa riguardo i consulenti tecnici. In primo luogo, rivede il percorso di iscrizione dei consulenti presso i tribunali. Dunque, è un incarico importante: sarà il Governo a dover compensare la genericità dei criteri del codice di procedura civile.

Difatti, si pensi a come negli ultimi anni il settore della consulenza giudiziaria sia diverso, richiamando sempre più professionisti. A tal proposito, si noti che ora si favorisce l’accesso alla professione anche ai più giovani.

Comunque, il fine è predisporre un apparato riformatore che enfatizzi i requisiti qualitativi e le competenze che devono possedere i consulenti. Infatti, il d.d.l. assegna al legislatore delegato il compito di distinguere tra le varie figure professionali, dai percorsi formativi differenti. Il senso di ciò è anche unificare o aggiornare gli elenchi e favorire la formazione di associazioni nazionali di riferimento.

L’importanza della formazione dei consulenti tecnici

Detto ciò, si noti che un altro importante punto della riforma in relazione ai consulenti tecnici riguarda la loro formazione. Infatti, è necessario che gli operatori della giustizia possano contare su figure le cui competenze sono in continuo aggiornamento. A tal proposito, il Governo ha l’incarico di prevedere una formazione continua per consulenti tecnici e periti.

L’Albo nazionale unico per i CTU dopo la riforma della giustizia civile

Come anticipato, un’altra novità interessante riguarda la creazione di un “albo nazionale unico”, al quale magistrati e avvocati potranno accedere per ricercare le figure professionali più adeguate al singolo caso.

Inoltre, si vuole favorire la mobilità dei professionisti tra le diverse corti d’appello: è possibile anche attraverso l’esclusione degli obblighi di cancellazione da un distretto all’altro. Inoltre, si vuole assicurare adeguate tutele alle situazioni di salute, gravidanza o contingenti che si potrebbero verificare nel corso dell’anno lavorativo.

In questo caso, si mira a prevedere la possibilità di avanzare una richiesta di sospensione volontaria così come avviene in altri ambiti lavorativi. Infine, si prevede un controllo sulla correttezza dei processi di nomina dei consulenti. Infatti, presso le Corti d’Appello si istituiranno Commissioni di verifica per il controllo della regolarità delle nomine. Comunque, ai componenti della Commissione non spetteranno compensi, gettoni di presenza, rimborsi spese o altro.

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Come funziona il Super Green Pass?

Cos’è, come si ottiene e a cosa serve il Super Green Pass in vigore

Dal 6 dicembre fino al 15 gennaio 2022 ci saranno nuove restrizioni per ottemperare all’obiettivo di prevenzione dal contagio Covid-19. Parliamo del Super Green Pass, stabilito col decreto-legge del 26 novembre, n. 172 e pensato per evitare una quarta ondata. Quali sono le direttive da seguire questa volta? Vediamole insieme.

I destinatari del Super Green Pass e le regole per prevenire il contagio Covid

I destinatari del Super Green Pass sono i vaccinati o i guariti dal Covid-19; quindi, non riguarda il mondo dei tamponi. Per aggiornare tale certificazione bisognerà rinnovare con la somministrazione della terza dose quando passeranno i sei mesi dalla precedente. Grazie al Super Green Pass, si potrà (nel periodo sopra indicato) accedere ad attività che altrimenti sarebbero oggetto di restrizioni in zona gialla, in ambiti relativi a:

  • Spettacoli;
  • Eventi sportivi;
  • Ristoranti (al chiuso);
  • Feste e discoteche;
  • Cerimonie pubbliche.

Dunque, si noterà che tale regola non vale per lavoro e viaggio, dove si potrà ugualmente utilizzare il “classico” Green Pass, ottenibile anche da un tampone.

 

 

I controlli nel periodo d’emergenza

Poi, si prevede anche un rafforzamento dei controlli da parte delle prefetture, che dovranno prevedere

“un piano provinciale per l’effettuazione di costanti controlli entro 5 giorni dall’entrata in vigore del testo e sono obbligate a redigere una relazione settimanale da inviare al Ministero dell’interno”.

Non solo, tra le varie misure è stato altresì deciso di potenziare la campagna vaccinale sia consentendo la terza dose a distanza di soli 5 mesi dalla seconda sia aprendo agli under40 fin da subito. Tuttavia, si avvicinano tempi sempre più duri all’orizzonte per i non vaccinati anche in zona bianca nel periodo natalizio.

Quindi, gli ambiti di azione nei quali il Presidente del Consiglio Mario Draghi e il Sottosegretario alla Presidenza Roberto Garofali hanno deciso di intervenire sono:

1) l’obbligo vaccinale e la terza dose;

2) l’estensione dell’obbligo vaccinale a nuove categorie;

3) l’istituzione di un Green pass rafforzato cd super Green pass;

4) il rafforzamento dei controlli e campagne promozionali sulla vaccinazione.

Il Super Green Pass è costituzionale? La privacy è morta?

Indubbiamente, salta di getto all’occhio che i problemi di questa novità riguardano discriminazioni tra vaccinati e non. Senza scadere nel patteggiamento per l’una o l’altra categoria si noterà comunque che si sta formando una linea nettanon solo di pensiero ma anche d’azione. In effetti, si verificano disuguaglianze significative, una compressione di diritti assoluti e fondamentali di difficile ri-espansione in seguito.

Sin dall’inizio del problema Covid e con le prime direttive escogitate in molti si sono chiesti quanto queste fossero costituzionalmente a norma. Un esempio recente fra tutti si rileva nelle parole del presidente della Corte costituzionale Cesare Mirabelli:

“…un rimedio difficilmente praticabile e, dal punto di vista normativo, molto rischioso come possibilità di giustificazione dei singoli divieti”.

Oltre ciò, un altro problema di cui da molto si discute riguarda la privacy, in particolare con l’avvento dell’app Verifica19. Che fine fanno i nostri dati personali quando li esponiamo alla verifica? A questo proposito, notiamo che il Garante della Privacy è discorde con questa scelta, sostenendo che:

“le discriminazioni in base alle scelte vaccinali e l’indebita conoscenza, da parte di soggetti non legittimati, dei dati sanitari degli interessati”.

L’avanguardia dell’Italia sull’uso del Super Green Pass per prevenire i contagi

Per concludere, in tutela del periodo natalizio si è deciso di seguire una rotta considerabile severa. La decisione si prende sulla scia di Austria e Germania, dove la situazione contagi è più grave e si sta adottando il Green Pass 2G. Dunque, l’obiettivo del Governo è prevenire il peggio ed evitare un nuovo lockdown.

Inoltre, si noti che l’Italia si mostra di nuovo all’avanguardia sul tema green pass: è il primo Paese a stabilire obblighi generalizzati con il decreto di ottobre. Ciononostante, il Governo ha comunque deciso tutelare per il momento la possibilità di viaggiare e lavorare con il solo tampone. Con l’eccezione di:

  • Sanitari;
  • personale scolastico;
  • forze dell’ordine.

Finora, le mosse dell’Italia sono andate bene: gli alti controlli e le molte vaccinazioni hanno permesso di ridurre al minimo i contagi e i morti rispetto al resto d’Europa. Sulla stessa lunghezza d’onda dell’Italia troviamo solo Spagna e Portogallo. Ora, la sfida sarà far sì che non ci sia una ulteriore stretta e che anzi questa fase così come le precedenti diventino presto un ricordo.

 

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Cyberavvocato: cambierà la professione con l’IA?

L’intelligenza artificiale cambierà il ruolo dell’avvocato e l’esercizio della professione forense?

Il Covid-19 ha favorito l’avanzata del cosiddetto Cyberuomo: ora emblema della nuova realtà post-pandemica. Si compone di intelligenza umana e intelligenza artificiale e sembra stia rivoluzionando in particolare il mondo del lavoro. A questo proposito, si parlerà dunque di un cyberprofessionista, capace di sconvolgere l’attuale sistema.

Cyber-professionista nel mondo legale: l’intelligenza artificiale sostituirà l’avvocato? L’intervista per Forbes

Per quanto riguarda il mondo forense, si parla della nascita del cyberavvocato: la nuova figura con intelligenza ibrida che affianca e completa la figura dell’avvocato. Tuttavia, questa figura non andrebbe a stravolgere o sostituire il ruolo e la funzione “tradizionale” dell’avvocato.

 

 

Per avere un quadro più completo sul ‘Cyberavvocato’ e sul suo ruolo all’interno del mondo legale, Forbes intervista Carlo Gagliardi, managing partner di Deloitte Legal. Vediamo assieme quali sono state domande e risposte in merito a questa curiosa novità.

Intelligenza ibrida e Cyberavvocatol’IA nel mondo del lavoro

Innanzitutto, si prevede una divisione sinergica dei compiti tra l’attività umana e quella tecnologica. Ovvero, si chiede all’intelligenza artificiale:

  • la gestione delle attività di routine;
  • l’automazione di una serie di attività ripetitive o di processo;
  • l’analisi di grandi moli di dati come la Big Data, ora possibile solo con tecnologie avanzate.

Quindi, si tratta di un’attività di affiancamento per l’avvocato. In particolare sarà utile anticipare problematiche legali con l’analisi predittiva. Ossia, la capacità di analizzare informazioni complesse per prefigurare scenari futuri. Il risultato, l’unione delle forze e delle competenze è la cosiddetta intelligenza ibrida.

Dunque, l’intelligenza umana si svincola dalla necessità di gestire la quotidianità, la routine o alcuni processi complessi ma ripetitivi delle attività legali. Ora, si può concentrare prevalentemente sulle attività strategiche, decisionali e ad alto valore aggiunto con un impatto significativo anche nella dimensione privata.

Difatti, migliora l’equilibrio tra lavoro e vita privata: riduce la frustrazione che deriva dall’esecuzione di compiti e attività a basso valore aggiunto.

Cyberavvocato: i vantaggi della digitalizzazione in ambito legale

Ora, grazie ad alcune soluzioni tecnologiche legali si migliora l’efficienza e l’efficacia dei servizi per il cliente. Dunque, sarà più fluida la comunicazione tra:

  • gli avvocati interni;
  • le funzioni aziendali;
  • i consulenti esterni.

Così, si gestiscono in totale trasparenza le risorse e si potranno monitorare i KPI.

 

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Google fornisce dati personali agli USA

Privacy a rischio: la multinazionale Google trasferisce i dati delle persone al governo statunitense

L’account e gli indirizzi IP degli utenti registrati in Google non sembrano essere così al sicuro come si potrebbe pensare. Infatti, pare che nel momento in cui la Casa Bianca richieda alla multinazionale di avere un certo tipo di dati, questi vengano effettivamente comunicati. Il problema? Chiunque potrebbe diventare un potenziale criminale.

Big Tech e Stati Uniti: la collaborazione permette il passaggio dei dati personali

Se il Governo degli Stati Uniti d’America chiede delle informazioni, le Big Tech (le 5 maggiori multinazionali dell’IT occidentali) rispondono e le forniscono. Effettivamente, si tratta di una pratica lecita e stabilita nella sentenza Schrems II e in particolare alla sezione 702 del FISA. Tra le altre cose, qui si evince che le aziende sono obbligate a concedere agli Stati Uniti l’accesso alle informazioni di soggetti stranieri che utilizzano servizi americani.

 

 

Tuttavia, sembra che quanto detto non sia abbastanza per gli USA, che pretenderebbero la ricevuta di una moltitudine di dati da Google. Vediamo assieme i casi.

Trasferimento dei nostri dati personali dalle multinazionali IT al nuovo continente: i casi

Innanzitutto, un primo caso si riscontra nel 2019, quando si indagava su dei reati sessuali commessi ai danni di una minore. Quindi, gli investigatori si sono rivolti a Google ai fini di individuare i colpevoli del reato. Chiedevano alla multinazionale di fornire informazioni su chiunque avesse cercato il nome della vittima. Oppure, informazioni correlate al caso come il nome di sua madre o il suo indirizzo, per un arco temporale di 16 giorni.

Successivamente, a Google si chiedeva di fornire i dati dell’account e gli indirizzi IP di tutte le persone corrispondenti ai criteri di ricerca. Indubbiamente, anche se si trattasse di pochi account coinvolti, è una vicenda che desta perplessità e preoccupazione. Effettivamente, si tratterebbe di uno dei casi di keyword warrant di maggiore portata mai registrati.

Tuttavia, è bene ricordare che il Garante della Privacy europeo non agisce nella stessa maniera e una simile situazione non è verosimile nel “vecchio continente”.

Ad oggi, gli unici due casi simili resi noti al pubblico sono:

  • nel 2020, quando si chiedevano i dati di chiunque avesse cercato l’indirizzo di una vittima di incendio doloso in un caso che coinvolgeva il cantante R Kelly;
  • nel 2017, quando un giudice del Minnesota chiedeva a Google di fornire informazioni su chiunque avesse cercato il nome di una vittima di frode all’interno di una precisa città.

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Notifica atti pubblica amministrazione: ora digitale

Digitalizzazione delle notifiche degli atti della PA: come funziona la nuova procedura

Il Garante della Privacy da giudizio positivo alla proposta di rendere digitale la notifica degli atti della PA. Ora, si potrà accedere con SPID e ci sarà la possibilità di delega digitale. L’aggiornamento si rifà ai sensi dell’art. 26, comma 15, del d.l. 16 luglio 2020, n. 76 (modificato in seguito dalla l. 11 settembre 2020, n. 120).

Piattaforma per la notificazione degli atti della pubblica amministrazione: passaggi e soggetti coinvolti

Il Garante Privacy richiama il dpcm che tratta di “Piattaforma per la notificazione degli atti della pubblica amministrazione”. Qui, si illustrano le procedure e gli individui coinvolti nella digitalizzazione degli atti. L’accesso avviene tramite SPID o CIE.

 

 

Innanzitutto, le PA mittenti accedono alla Piattaforma tramite funzionari scelti, poi autorizzati a svolgere le attività. A loro volta, anche i soggetti destinatari accedono alla piattaforma allo stesso modo. A questo punto, la PA mittente:

  • Carica il documento da notificare;
  • Identifica il destinatario;
  • Individua il domicilio digitale speciale e quello fisico;
  • Comunica i dati al gestore.

A questo punto, se il documento e la messa a disposizione rispettano le regole, il Gestore gli attribuisce un codice IUN. Altrimenti, comunica al mittente l’impossibilità di procedere alla notificazione ed elimina automaticamente i documenti caricati.

Notifica atti PA: Garante Privacy e rispetto del dpcm del d.l. 16 luglio 2020

Quindi, è il Gestore che effettua la notificazione: prima, presso il domicilio digitale di Piattaforma eletto dal destinatario; poi, presso il domicilio digitale speciale, se eletto. Infine, al “domicilio digitale generale“, indirizzo presente in uno degli elenchi di cui all’INI-PEC, all’IPA o all’INAD. Se tutti questi domicili digitali risultano saturinon validi o non attivi, il Gestore procede a un secondo tentativo d’invio.

Quando il destinatario accede alla Piattaforma può reperireconsultare e acquisire i documenti notificati, visualizzando:

  • mittente;
  • data e ora di messa a disposizione;
  • atto notificato;
  • storico del processo di notifica, compresi gli atti opponibili a terzi;
  • gli avvisi di mancato recapito;
  • il codice IUN.

Dunque, il destinatario può scaricare e inviare a terzi la copia del documento.

Inoltre, il Gestore attesta la data e l’ora in cui il destinatario o il delegato accedono, tramite la Piattaforma, all’atto notificato. Questo è possibile grazie ad un sistema di marcatura temporale certificato opponibile a terzi.

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dark web

Dati in vendita sul dark web

Dark web: Contatti di quasi quattromila manager italiani venduti, rischio “ceo-fraud”

L’organizzazione per la sicurezza informatica Yoroi scopre che nel deep web venivano venduti oltre 3.887 contatti.

Ora, l’annuncio del fatto è pubblicato dallo pseudonimo “yukiomishima” su di uno dei principali forum underground più utilizzati. Quant’è alto il rischio? Si pensi solo che sono coinvolti contatti telefonici ed email di centinaia di importanti aziende private e pubbliche, a rischio frode.

Leak pericoloso: nel deep web migliaia di dati di aziende e personale in vendita

Come anticipato, il leak coinvolge centinaia di organizzazioni italiane come:

  • i principali istituti bancari nazionali;
  • istituti locali;
  • assicurazioni;
  • società nel mondo dell’energia e delle multi utilities.

In effetti, il Cert di Yoroi individua il leak nel deep web per un lotto di 3.887 contatti di:

  • dipendenti e collaboratori delle organizzazioni;
  • dirigenti e responsabili;
  • contatti diretti di amministratori delegati;
  • CFO;
  • direttori e responsabili IT.

Ora, il problema principale riguarda il tentativo di frode. Una fra tutte è la “Ceo-fraud”: ovvero, quella frode che si compie quando il criminale impersonifica la voce di una qualsiasi persona. Difatti, anche con pochi campioni a disposizione riescono a ricostruire il timbro con qualità sufficiente ad ingannare un utente distratto al telefono. Si tratta di una tecnica già sperimentata in furti e frodi ad Hong Kong proprio ai danni di banche locali.

Attacchi di social engeneering nel dark web e il rischio di frode delle aziende italiane

Oltre a questo, il rischio si estende anche in attacchi di social engineering mirati. Infatti, riuscendo a ingannare un dirigente dell’azienda a installare un finto aggiornamento software, un semplice malware metterà a rischio i dati più sensibili della società.

Da tempo i cyber criminali sono sempre più attenti nel curare gli aspetti di social engineering per guadagnare accessi ai sistemi, phishing, smishing e vishing. Difatti, si tratta di tecniche affinate da tempo, campagne di attacco mirate e temporizzate. Ad esempio, come quelle che sono operate a ridosso delle scadenze fiscali italiane.

Inoltre, i criminali che prendono di mira gli istituti bancari osservano e monitorano i periodi più propizi, come quelli di cambiamento, di migrazione tecnologica o di fusione.

Per concludere, Yoroi ha scoperto in questi giorni un attacco informatico a centinaia di aziende manifatturiere tramite finti documenti Word ed Excel. Questi contenevano il malware Dridex. Si noti che tale attacco sfrutta librerie binarie caricate direttamente da Microsoft Excel, sfruttandone i file.

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Vecchi crediti? Erede deve riaprire partita Iva

Per i vecchi crediti dell’avvocato, i suoi eredi devono riaprire partita Iva

Nel caso di vecchi crediti dell’avvocato, gli eredi del deceduto devono riaprire la partita Iva del de cuius. Infatti, è necessario fatturare le prestazioni effettuate dallo stesso professionista sia nei confronti dei titolari di partita Iva, che dei clienti non soggetti passivi ai fini Iva. Lo stabilisce l’Agenzia delle Entrate, con la risposta n.785 del 2021.

IL CASO

Succede che l’erede di un avvocato presenti il quesito alle Entrate. In particolare, ad un anno dal decesso egli vede emergere “posizioni creditorie residue” con “accordi per il […] pagamento”. Dunque, gli occorrono chiarimenti nell’ambito delle modalità di assolvimento dell’Iva per i vecchi crediti residui.

 

 

Ora, nella loro risposta, le Entrate si soffermano sulla definizione del momento in cui si verifica la cessazione dell’attività. In effetti, si stabilisce che tale cessazione si verifica quando il professionista chiude tutti i rapporti professionali, fattura le prestazioni svolte e dismette i beni strumentali. In definitiva, per cessare un’attività non basta semplicemente interromperla.

Al contrario, servirà concludere tutte le operazioni dirette a definire i rapporti giuridici pendenti, soprattutto nell’ambito di crediti strettamente connessi allo svolgimento stesso dell’attività professionale. Per questo motivo, gli eredi non possono chiudere la partita Iva del professionista defunto finché non incassano l’ultima parcella.

LA SENTENZA

Nella definizione della situazione, l’Agenzia delle Entrate fa riferimento alla sentenza della Corte di Cassazione n. 8059, del 2016. Allora, «Il compenso di prestazione professionale è imponibile ai fini IVA, anche se percepito successivamente alla cessazione dell’attività […]». Perciò, qualora (come in caso di decesso) il de cuius non abbia fatturato la prestazione, tale obbligo si trasferisce agli eredi. Infine, essi dovranno fatturare la prestazione eseguita dal de cuius non in nome proprio ma in nome dello stesso de cuius.

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Parità di genere negli ordini professionali

Parità di genere negli ordini professionali

TAR sottolinea che non si può scaricare solo sul legislatore la responsabilità di garantire la pari opportunità nelle cariche

Ordini professionali: votazione membri nulla se non prevede garanzie per la parità di genere?

In piena pandemia, al momento di eleggere i membri dei Consigli locali col sistema di votazione telematico sorgeva un problema. Infatti, il regolamento adottato dal Consiglio dell’Ordine degli Ingegneri non prevedeva garanzie per la parità di genere all’interno degli organi rappresentativi. Se è vero che la specifica non è d’obbligo in ogni disciplina elettorale, è altrettanto vero che non si può attendere che sia il legislatore a provvedere.

Consiglio dell’Ordine degli Ingegneri non da equa rappresentanza di genere nelle elezioni

L’Ordine degli Ingegneri di Roma ricorre al Tar Lazio per la questione della mancanza di rispetto per le quote rosa nelle votazioni telematiche. Poi, si scagliano contro il Ministero della Giustizia e il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Ingegneri e chiedono l’annullamento del Regolamento del CNI. Tale regolamento veniva approvato dal Ministero della Giustizia col prot. n. 3677 del 3.2.2021.

Detto protocollo reca la “procedura di elezione con modalità telematica da remoto dei consigli territoriali degli ordini degli ingegneri” così come di tutti gli atti presupposti, connessi e conseguenti. In merito a questo, l’Ordine corrente ritiene che il regolamento sia illegittimo perché viola un principio costituzionale fondamentale. Ovvero, “il principio costituzionale di pari opportunità e parità di genere all’interno degli organi di rappresentanza e autogoverno della professione degli ingegneri.”

Poi, l’Ordine rileva che né il DPR 169/2005 (procedura di elezione degli ordini territoriali) né il regolamento elettorale contengono disposizioni di contrasto alla parità di genere. Inoltre, il Consiglio ricorrente afferma che si dovrebbe annullare il Regolamento vista la sua illegittimità rispetto al DPR n. 169/2005Allo stesso modo, esso contra con gli artt. 51 e 3 della Costituzione visto che non prevede meccanismi idonei a garantire un’equa rappresentanza di genere.

Leggi l’articolo completo nel sito di Secondolegge.it

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Recupero dei compensi assistito irreperibile Servicematica

Recupero dei compensi, cosa succede se l’assistito è irreperibile?

Un avvocato vuole ottenere la liquidazione dei compensi per la difesa d’ufficio in un procedimento penale, ma il tribunale respinge la richiesta. L’avvocato si oppone, ma la pronuncia del tribunale viene confermata.
Tra i motivi:

– non era stato presentato alcun provvedimento formale che dichiarasse l’irreperibilità dell’assistito;
non erano state avviate le procedure di recupero del credito.

L’avvocato ricorre allora in Cassazione, denunciando la violazione dell’art.117 D.P.R. 115/2002, ai sensi dell’art.360, comma 1, n.3 c.p.c., lamentando quanto segue:

nonostante i tentativi di contattare l’imputato, notificandogli l’invito a partecipare alla procedura di negoziazione assistita, questi era risultato irreperibile;
– trattandosi dunque di irreperibilità di fatto, non c’era necessità di portare aventi altre azioni per il recupero dei compensi.

La Corte di Cassazione accoglie il ricorso.

RECUPERO DEI COMPENSI, SE L’ASSISTITO È IRREPERIBILE PAGA L’ERARIO

Con l’ordinanza n.34888/2021 la Corte fa notare che:

il difensore d’ufficio che ha tentato la procedura esecutiva per il recupero dei compensi senza riuscirci ha diritto al rimborso da parte dell’erario, con tanto di liquidazione da parte del giudice (artt. 82 e 116 del D.P.R. n. 115 del 2002);
– tali procedure di recupero sono necessarie nel caso in cui l’assistito sia reperibile;
– nel caso in cui l’autorità giudiziaria dichiari formalmente l’irreperibilità dell’assistito, il difensore d’ufficio che vuole recuperare i propri compensi non è tenuto a provare la persistente irreperibilità dell’assistito, né di aver agito in via giudiziale per ottenere il pagamento;
anche in mancanza di una dichiarazione formale, il giudice è tenuto a riconoscere quanto spetta al difensore nel caso in cui l’assistito non sia “di fatto” reperibile: ogni ulteriore attività di recupero risulterebbe infatti vana.

Secondo la Cassazione, il tribunale ha errato nel dare importanza alla mancanza di una formale dichiarazione di irreperibilità e nel ritenere necessarie avviare le procedure di recupero dei compensi.

Al giudice del rinvio viene chiesto di verificare l’esistenza di elementi a conferma dell’irreperibilità dell’assistito che possano sollevare definitivamente il difensore dall’onere di intraprendere ulteriori procedure per il recupero dei compensi.

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Sanzione per servizi telefonici non richiesti

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Società telefonica attiva servizi non richiesti e senza consenso: sanzionata dalla Cassazione

La Corte di Cassazione conferma con l’ordinanza n. 27554/2021 la sanzione amministrativa irrogata a una società telefonica. Infatti, quest’ultima è responsabile di aver attivato un servizio non richiesto e senza il preventivo consenso dell’utente al trattamento dei dati. Inutile il tentativo della società di difendersi con la scusa di un fraintendimento tra utente e operatore.

Servizi telefonici non richiesti? La compagnia telefonica deve pagare una sanzione

La vicenda processuale vede coinvolto un utente che segnala al Garante della Privacy l’attivazione di un servizio telefonico non richiesto. A questo punto, la società telefonica cerca di difendersi adducendo un probabile errore dell’operatore nell’attivazione del servizio. Tuttavia, il Garante chiede alla società la registrazione vocale della telefonata per accertarsi dell’onestà della compagnia.

Ora, la società dichiara che l’attivazione di quella particolare opzione non prevede il vocal order. Infatti, la chiamata sarebbe stata registrata da sistemi come “richiesta di informazioni amministrative”.

Quindi, il Garante sanziona la società perché dall’istruttoria è emerso che l’utente non ha dato il proprio consenso all’attivazione del servizio. Oltretutto, il trattamento dei dati è avvenuto illecitamente, in violazione del principio di correttezza e in assenza di uno dei presupposti di cui agli articoli 23 e 24 del Codice della privacy.

Articolo completo nel sito di Secondolegge.it

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MacOs Monterey e Service1

Servicematica

Nel corso degli anni SM - Servicematica ha ottenuto le certificazioni ISO 9001:2015 e ISO 27001:2013.
Inoltre è anche Responsabile della protezione dei dati (RDP - DPO) secondo l'art. 37 del Regolamento (UE) 2016/679. SM - Servicematica offre la conservazione digitale con certificazione AGID (Agenzia per l'Italia Digitale).

Iso 27017
Iso 27018
Iso 9001
Iso 27001
Iso 27003
Agid
RDP DPO
Microsoft
Cisco
Apple
vmvare
Linux
veeam

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