Durata dell’udienza: se breve, l’avvocato può non essere pagato

Durata dell’udienza: se breve, l’avvocato può non essere pagato?

La durata dell’udienza incide sul compenso dell’avvocato? Se si rivela estremamente breve, il compenso può essere escluso?

UN’UDIENZA PRELIMINARE DI SOLI 10 MINUTI

Un avvocato, difensore di un assistito ammesso al gratuito patrocinio, impugna il decreto con cui il g.u.p. liquida il compenso da lui maturato. Alla base dell’impugnazione, la mancata liquidazione della somma maturata per la fase decisionale.

Il Tribunale rigetta l’impugnazione, sostenendo che la fase decisionale, essendo durata una decina di minuti e in un’unica sessione, ha rappresentato solo «un simulacro di discussione, durato pochi secondi». Troppo poco per concorrere al calcolo del compenso del legale.

L’avvocato ricorre in Cassazione lamentando la violazione e/o falsa applicazione

– dell’art. 12 comma 3, lettera d) del dm n. 55/2014, in cui si dice che «il compenso si liquida per fasi. Con riferimento alle diverse fasi del giudizio si intende esemplificativamente: […] per fase decisionale: le difese orali o scritte, le repliche, l’assistenza alla discussione delle altre parti processuali sia in camera di consiglio che in udienza pubblica».

– dell’art.12 comma 1, del dm n. 55/2014 in cui vengono elencati tutti parametri da considerare ai fini della liquidazione del compenso del difensore.

L’avvocato ritiene dunque incorretta la decisione del giudice di non considerare l’udienza preliminare nel calcolo della somma solo perché non ha assunto la forma di una vera e propria udienza. 

LA DURATA DELL’UDIENZA CONCORRE A QUANTIFICARE IL COMPENSO MA NON LO ESCLUDE

Con l’ordinanza n. 18791/2020, la Cassazione accoglie il ricorso e spiega che la breve durata dell’udienza preliminare non consente al giudice di negare il compenso all’avvocato.

Così si legge nell’ordinanza:«il tempo necessario per lo svolgimento della prestazione professionale, quindi, purché svolta in udienza che non sia di mero rinvio, rileva unicamente ai fini della quantificazione del compenso conseguentemente maturato, ma non può in alcun modo comportare che, in ragione della asserita brevità temporale di esecuzione della stessa, il compenso relativo possa essere addirittura negato».

Il tempo è dunque un parametro che serve a quantificare con più precisione il compenso, mai ad escluderlo.

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Cassa Forense non può sanzionare l’avvocato che non comunica i suoi redditi

Cassa Forense non può sanzionare l’avvocato che non comunica i suoi redditi

Cassa Forense ricorre in Cassazione dopo la conferma della precedente sentenza che dichiarava illegittima la sanzione amministrativa pecuniaria applicata dall’ente previdenziale a un avvocato per omessa comunicazione dei redditi professionali.

IL RICORSO

Il ricorso presenta un unico motivo: il mancato riconoscimento dell’autonomia acquisita dagli enti previdenziali a seguito dei processi di delegificazione.

Cassa Forense sostiene che tale delegificazione concede agli enti la facoltà di deliberare anche in materia sanzionatoria (art.4 comma 6-bis, d.l. 79/1997), in deroga alla disciplina di cui alla legge 689/1981.

LA SENTENZA

La Cassazione ritiene che il motivo sia infondato.

La delegificazione a favore degli enti previdenziali è certamente un dato di fatto, ma l’autonomia acquisita è valida all’interno di alcuni limiti d’attribuzione, nonché dei vincoli costituzionali.

Ciò significa che è vero che gli enti possono «dettare disposizioni anche in deroga a disposizioni di legge precedente», ma che tali libertà sono state concesse per garantire l’equilibrio di bilancio dell’ente e non per permettere a questa di «far valere la sua pretesa sanzionatoria manifestandola al debitore per la prima volta attraverso il ruolo e i conseguenti atti dell’esattore, essendo pure sempre necessario che, ove le somme che si tratta di riscuotere non risultino da una precedente dichiarazione del debitore stesso, ci sia stato in precedenza un procedimento specificamente preordinato al loro accertamento, in cui sia consentito alla parte di avere contezza della violazione che le si attribuisce e di prospettare all’ente gli eventuali errori in cui sia incorso nel ritenere compiuta la violazione».

Nel caso oggetto della sentenza, è stata accertata l’omessa preventiva contestazione dell’addebito e ciò, in base all’art. 14, ultimo comma, legge 689/1981, comporta l’estinzione della sanzione.

Il contenuto della sentenza è molto approfondito ed esamina elementi non trattati in questo articolo ma molto interessanti. Pertanto, vi invitiamo a leggere il testo originale del sentenza n. 17702/2020.

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Notifiche degli atti giudiziari via posta: dal 23 settembre obbligatori i nuovi modelli

Notifiche degli atti giudiziari via posta: dal 23 settembre obbligatori i nuovi modelli

Il Ministero della Giustizia ha diffuso il comunicato stampa con cui Poste Italiane annuncia che dal 23 settembre le notifiche degli atti giudiziari via posta tradizionale dovranno essere eseguite utilizzando i nuovi moduli.
Termina dunque il periodo di transizione previsto dopo l’introduzione dei nuovi modelli a seguito della Delibera AGCOM 155/19/CONS di maggio 2019.

I VECCHI MODELLI PER LE NOTIFICHE DEGLI ATTI GIUDIZIARI VIA POSTA TRADIZIONALE

I vecchi modelli di buste e moduli potranno essere utilizzati fino al 22 settembre. Superata questa data, le eventuali rimanenze non verranno né rimborsate né sostituite. Per questo motivo, è importante che i moduli non utilizzati vengano smaltiti e che i soggetti autorizzati procedano alla stampa in proprio dei moduli nel rispetto delle specifiche tecniche indicate su www.poste.it.
In alternativa, è possibile acquistare i moduli attraverso il il servizio “vendita stampati” disponibile nel medesimo sito.

Nel comunicato stampa ufficiale, Poste Italiane dichiara che «i clienti che presenteranno all’accettazione modulistica non conforme alle specifiche tecniche […] e quindi alla citata Delibera, a norma dell’art. 3 della l. 890/1982, saranno invitati a riconfezionare la spedizione utilizzando la modulistica conforme.
In caso di diniego, le spedizioni saranno accettate sotto la responsabilità del cliente e senza pregiudizio per la Società».

Potete visionare qui il comunicato di Poste Italiane e il comunicato del Ministero della Giustizia.

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Riforma delle intercettazioni: siamo pronti? Forse no…

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Domani, 1 settembre 2020, dopo una lunga incubazione iniziata a maggio 2017, entra in vigore la riforma delle intercettazioni. Si applicherà a tutti i procedimenti iscritti dal medesimo giorno.

La principale novità della riforma riguarda la nascita di un archivio digitale presso ogni Procura nel quale verranno immagazzinate tutte le intercettazioni (telefoniche o tramite trojan), ma anche i video e tutti gli atti collegati.

Lo scopo di questi grandi archivi è garantire un maggior controllo sulle informazioni acquisite, evitarne la fuoriuscita e garantire la riservatezza dei soggetti coinvolti.

Di fondamentale importanza è il ruolo del PM, che deve assicurarsi che nei verbali derivati dalle intercettazioni non vi siano espressioni che ledono la reputazione dei soggetti coinvolti, dati sensibili o informazioni private scambiate tra difensore e assistito.

La polizia giudiziaria ha a disposizione 5 giorni per trasmettere alla Procura i contenuti raccolti tramite le intercettazioni. Una volta inseriti i verbali in archivio, la Procura deve dimostrare di non aver trattenuto alcun contenuto originale nei propri uffici e lo stesso dovranno fare le aziende che hanno fornito alla polizia gli strumenti per le operazioni di ascolto.

Il contenuto delle intercettazioni potrà essere esaminato dal giudice e i suoi ausiliari, dal pubblico ministero, dai difensore delle parti, dagli assistiti, dagli eventuali interpreti.
Sarà possibile farlo da remoto, ma ogni Procura dovrà predisporre delle sale con postazioni di ascolto il cui accesso dovrà essere controllato.

RIFORMA DELLE INTERCETTAZIONI: LE PERPLESSITÀ

La riforma delle intercettazioni e la creazione dell’archivio digitale rappresentano un passo ulteriore verso la digitalizzazione del processo penale ma, come prevedibile, possono funzionare solo a fronte di regole chiare e un valido assetto tecnologico.

Per quanto riguarda le prime, si tratta di un percorso in divenire. Basti considerare che i brogliacci rimarranno cartacei fintantoché non giungeranno indicazioni da parte del Ministero della Giustizia.

Per il secondo, sfortunatamente la riforma viene introdotta senza che sia stata prevista alcuna forma di sostegno economico che consenta alle Procure di affrontare diversi ostacoli: oltre alle carenze strumentali, vi è la mancata formazione del personale, la scarsità di questo, e l’assenza di spazi dove custodire i documenti cartacei o creare le postazioni di ascolto.

Molte Procure non sono affatto pronte e in molti se ne rendono conto.
Un esempio è il procuratore di Terni, Alberto Liguori, che, come riportato dalla rivista ‘Il Dubbio’ così si interroga: «Gli hardware scelti dal Ministero vengono utilizzati per la prima volta: se qualcosa non dovesse funzionare, cosa succederà ai dati? E la gestione del cartaceo?».

I dubbi non mancano, ma ormai è questione di poche ore prima di affrontare la realtà.

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Praticanti: corsi di formazione obbligatori dal 31 marzo 2022

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Dopo il problemi riscontrati nella correzione delle prove del 2019 e le incertezze sull’esame del 2020, i praticanti sono alle prese con un’altra novità: i corsi di formazione per l’accesso alla professione forense diventano obbligatori dal 31 marzo 2022.

Questo differimento è inserito nel decreto n. 80/2020, “Regolamento concernente modifiche al decreto 9 febbraio 2018, n. 17, recante la disciplina dei corsi di formazione per l’accesso alla professione di avvocato, ai sensi dell’articolo 43, comma 2, della legge 31 dicembre 2012, n. 247” e posticipa di altri due anni l’obbligatorietà dei corsi, precedentemente stabilità al 31 marzo 2020.

REGOLE DEI CORSI DI FORMAZIONE PER L’ACCESSO ALLA PROFESSIONE FORENSE

I corsi di formazione per l’accesso alla professione forense saranno obbligatori per i tirocinanti iscritti nel registro dei praticanti dal giorno successivo alla scadenza del primo quadriennio dall’entrata in vigore del regolamento D.M. 80/2020.

I corsi saranno regolamentati dal ministero di Giustizia, tenendo conto dei pareri espressi dal Consiglio Nazionale Forense, e organizzati dai singoli consigli dell’ordine, dalle associazioni forensi e da altri soggetti previsti dalla legge (per. es.: scuole di specializzazione).

I corsi dureranno almeno 160 ore spalmate in 18 mesi e sarà prevista la frequenza obbligatoria per l’80%. Sono previste lezioni online per un massimo di 50 ore, 2 verifiche intermedie e una finale.

Solo in caso di superamento della prova finale, il tirocinante ricevere il certificato di compiuto tirocinio. In caso contrario, dovrà ripetere l’ultimo semestre di formazione e la verifica.

Le materie trattate durante i corsi sono:

a) diritto civile, diritto penale, diritto amministrativo;

b) diritto processuale civile, penale e amministrativo; processo telematico, tecniche impugnatorie, procedure alternative per la risoluzione delle controversie;

c) ordinamento e deontologia forense;

d) redazione degli atti giudiziari secondo il principio di sinteticità e dei pareri stragiudiziali;

e) ricerca, anche telematica, delle fonti e dei precedenti giurisprudenziali;

f) linguaggio giuridico; argomentazione forense;

g) diritto costituzionale, diritto del lavoro, diritto commerciale, diritto dell’Unione europea, diritto internazionale privato, diritto tributario, diritto ecclesiastico;

h) organizzazione e amministrazione dello studio professionale;

i) contribuzione e tributi della professione di avvocato e previdenza;

l) elementi di ordinamento giudiziario e penitenziario.

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L’avvocato deve essere sempre reperibile?

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Tra le tante novità che molti avvocati hanno sperimentato durante il lockdown, il lavoro da casa/smart working è certamente una delle più significative. Per alcuni è stata una rivelazione positiva, capace di migliorare il rapporto tra vita privata e professione; per altri, esattamente l’opposto: call all’ora di cena, messaggi e notifiche in continuazione, reperibilità costante e mai una vera pausa.

E se un avvocato volesse prendersela, una pausa? Se volesse sparire e non rispondere più a chiamate, messaggi e mail dei suoi assistiti?

Diciamo subito che non esiste alcuna norma che forzi l’avvocato a essere sempre reperibile. Come tutti, anche lui ha una vita privata e necessita di momenti per staccare. Nonostante ciò, il Codice Deontologico impone degli obblighi che, in qualche modo, gli impediscono di sparire totalmente.

LA REPERIBILITÀ DELL’AVVOCATO E IL DOVERE DI INFORMAZIONE

Oltre ai doveri di fedeltà, diligenza, segretezza e riservatezza, esiste anche il dovere di informazione.

L’art. 27 del Codice Deontologico dice:

1. L’avvocato deve informare chiaramente la parte assistita, all’atto dell’assunzione dell’incarico, delle caratteristiche e dell’importanza di quest’ultimo e delle attività da espletare, precisando le iniziative e le ipotesi di soluzione.

2. L’avvocato deve informare il cliente e la parte assistita sulla prevedibile durata del processo e sugli oneri ipotizzabili; deve inoltre, se richiesto, comunicare in forma scritta, a colui che conferisce l’incarico professionale, il prevedibile costo della prestazione.

3. L’avvocato, all’atto del conferimento dell’incarico, deve informare chiaramente la parte assistita della possibilità di avvalersi del procedimento di negoziazione assistita e, per iscritto, della possibilità di avvalersi del procedimento di mediazione; deve altresì informarla dei percorsi alternativi al contenzioso giudiziario, pure previsti dalla legge.

4. L’avvocato, ove ne ricorrano le condizioni, all’atto del conferimento dell’incarico, deve informare la parte assistita della possibilità di avvalersi del patrocinio a spese dello Stato.

5. L’avvocato deve rendere noti al cliente ed alla parte assistita gli estremi della propria polizza assicurativa.

6. L’avvocato, ogni qualvolta ne venga richiesto, deve informare il cliente e la parte assistita sullo svolgimento del mandato a lui affidato e deve fornire loro copia di tutti gli atti e documenti, anche provenienti da terzi, concernenti l’oggetto del mandato e l’esecuzione dello stesso sia in sede stragiudiziale che giudiziale, fermo restando il disposto di cui all’art. 48, terzo comma, del presente codice.

7. Fermo quanto previsto dall’art. 26, l’avvocato deve comunicare alla parte assistita la necessità del compimento di atti necessari ad evitare prescrizioni, decadenze o altri effetti pregiudizievoli relativamente agli incarichi in corso.

8. L’avvocato deve riferire alla parte assistita, se nell’interesse di questa, il contenuto di quanto appreso legittimamente nell’esercizio del mandato.

9. La violazione dei doveri di cui ai commi da 1 a 5 comporta l’applicazione della sanzione disciplinare dell’avvertimento. La violazione dei doveri di cui ai commi 6, 7 e 8 comporta l’applicazione della sanzione disciplinare della censura.

In sostanza, l’avvocato deve informare il cliente al momento del conferimento del mandato e durante lo svolgimento dell’incarico, solo se strettamente necessario o se il cliente ne fa richiesta. Ciò non significa affatto che debba essere costantemente reperibile, ma certamente non può permettersi di sparire completamente.

SE L’AVVOCATO SPARISSE…

Se l’avvocato sparisse, smettesse di rispondere a mail e chiamate, e non offrisse le informazioni che è obbligato a dare, potrebbe incorrere in problemi.

Di fatto, il suo comportamento risulterebbe essere un vero e proprio inadempimento che minerebbe il rapporto di fiducia con il cliente, il quale potrebbe decidere di revocare il mandato e rivolgersi all’Ordine che valuterebbe un eventuale provvedimento disciplinare.

La revoca del mandato imporrebbe all’avvocato irreperibile la restituzione al cliente di tutti i documenti, ma manterrebbe intatto il diritto a vedersi pagato il lavoro svolto.

Nel caso in cui l’irreperibilità causasse al cliente dai danni dimostrabili (es.: prescrizione), questo potrebbe chiedere e ottenere il risarcimento.

In conclusione, come spesso accade, è tutta questione di equilibrio: gli avvocati hanno tutto il diritto di prendersi una pausa, fare una vacanza o “staccare” a patto che offrano, appena possibile, tutti gli aggiornamenti, le informazioni e le risposte ai dubbi e alle domande che i clienti pongono loro.

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La vicenda Palamara ha acceso i riflettori sulle reali modalità di assegnazione delle cariche dirigenziali delle Procure italiane. La Magistratura non ne è uscita nel migliore dei modi e il governo si è mosso con l’obiettivo di ripristinare valori come la trasparenza e il merito all’interno dell’istituzione.

E se gli avvocati rappresentassero la chiave di volta?

LA RIFORMA DEL CSM

La riforma della Magistratura prevede diverse misure e, tra queste, ce n’è una decisamente importante: gli avvocati potranno accedere all’Ufficio studi e documentazione di Palazzo dei Marescialli, ufficio che si occupa anche di compilare e gestire i fascicoli dei candidati alle nomine.

Nell’art.25 del ddl presentato si legge che il CSM può assegnare ai ruoli tecnici «un numero non superiore a 8 addetti esterni, individuati mediante procedura selettiva con prova scritta aperta ai professori universitari di ruolo di prima e di seconda fascia, agli avvocati iscritti da almeno dieci anni nel relativo albo e a tutti i magistrati ordinari, i quali sono posti fuori del ruolo organico della Magistratura».

È la prima volta che agli avvocati viene concesso di far parte dell’Ufficio studi e documentazione e, quindi, contribuire alla creazione dei fascicoli delle nomine.

INVASIONE DI CAMPO DA PARTE DEGLI AVVOCATI?

La presenza dell’avvocatura all’interno dei meccanismi della Magistratura non è da considerarsi «un’indebita invasione di campo da parte del ceto forense nella vita del corpo togato [ma] deve essere letta nell’ottica di un riequilibrio della giurisdizione».

Come disse l’ex presidente del CNF, Mascherin, durante un evento lo scorso dicembre:

«Nella nostra Costituzione, quando si parla di giurisdizione si parla di Magistratura. E se vogliamo che questa sia una vera garanzia per i cittadini, dobbiamo assicurarci che sia forte e indipendente dalla politica e da ogni altro potere.
Ciò è ancora più importante in questo periodo storico, caratterizzato da minacce alla democrazia che rischiano di comprimere l’autonomia e l’indipendenza della giurisdizione non solo in paesi totalitari, ma anche in Italia.
Si vede, per esempio, una crescente aggressione alla discrezionalità dei magistrati, sotto forma di normative che già contengono in qualche modo in sé la decisione finale a cui si vuole puntare (come nel caso della legittima difesa), stringendo la libertà del giudice. 
Un’altra forma di aggressione viene dalla pressione mediatica. Ciò che sta succedendo è che non si fanno più norme guardando alla Costituzione, ma puntando al consenso, basandosi sui sondaggi.

Per giungere a una Magistratura davvero indipendente e forte è necessario un elemento equilibratore del suo potere, un elemento tecnico che non sia esterno alla Magistratura, che non sia un soggetto politico o economico e che non sia il popolo.

Può essere solo l’avvocatura, il cui potere deriva dall’applicazione delle regole».

[Per approfondire: Associazione Nazionale Forense]

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Nasce il PNR, il portale delle notizie di reato

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Nasce il PNR, il portale delle notizie di reato.

Nel provvedimento emesso dal Direttore Generale dei sistemi Informativi Automatizzati del Ministero della Giustizia sono contenute le disposizioni relative alla comunicazione telematica di atti e di documenti da parte degli ufficiali e degli agenti di polizia giudiziaria agli uffici del pubblico ministero.

La novità trova le sue fondamenta nel comma 12-quater. 2 dell’art. 83 del decreto legge n.18 del 17 marzo 2020 recante “Nuove misure urgenti per contrastare l’emergenza epidemiologica da COVID-19 e contenerne gli effetti in materia di giustizia civile, penale, tributaria e militare”, convertito con modificazioni nella Legge n.27 del 24 aprile 2020 recante “Misure di potenziamento del Servizio sanitario nazionale e di sostegno economico per famiglie, lavoratori e imprese connesse con l’emergenza epidemiologica da COVID-19. Proroga dei termini per l’adozione di decreti legislativi”, ed ulteriormente modificato dai decreti legge n.28 del 30 aprile 2020 e n.34 del 19 maggio 2020.

COS’È IL PNR, IL PORTALE DELLE NOTIZIE DI REATO

Il portale consente la trasmissione degli atti contenenti la comunicazione della notizia di reato e dei loro allegati dagli operatori degli uffici fonte agli uffici del pubblico ministero.

I documenti devono essere tutti in versione digitale e devono rispettare precisi requisiti indicati nel provvedimento pubblicato.

La procedura standard di comunicazione prevede l’inserimento di alcuni dati richiesti dal sistema, il caricamento dei documenti e l’invio tramite apposito comando.

Il PNR genera una ricevuta di accettazione che può essere scaricata e che rimane sempre a disposizione dell’operatore dell’ufficio fonte all’interno del PNR.

Il Portale delle Notizie di Reato si trova all’indirizzo: https://portalendr.giustizia.it/NdrWEB/home.do ed è accessibile solo:
– ai referenti interni agli uffici del pubblico ministero,
ai
referenti degli uffici fonte presso cui operano gli Ufficiali o Agenti di Polizia Giudiziaria.

Per ottenere l’autorizzazione all’accesso al portale bisogna seguire una procedura, anch’essa indicata nel provvedimento pubblicato, che varia in base al soggetto.

Per i referenti interni è necessario che:
a) il Procuratore della Repubblica individui il referente e ne comunichi le generalità alla DGSIA a mezzo protocollo;

b) il referente si accrediti tramite l’applicativo RA.FE. richiedendo il Certificato alla DGSIA;

c) DGSIA verifichi la corrispondenza tra i dati della richiesta e quelli della comunicazione dell’ufficio del pubblico ministero. Se la richiesta è approvata, il referente riceve tramite mail il Certificato per l’accesso a RA.FE.;

d) a questo punto, il referente può gestire, sempre tramite RA.FE, la distribuzione dei Certificati ai referenti degli uffici fonte.

Per i referenti degli uffici fonte:
a) l’ufficio fonte individua il referenti e ne comunica le generalità all’ufficio del pubblico ministero del circondario di riferimento;

b) il referente dell’ufficio fonte, tramite RA.FE., richiede il Certificato all’ufficio del pubblico ministero;

c) sempre tramite l’applicativo, il referente dell’ufficio del pubblico ministero destinatario della richiesta verifica la corrispondenza tra i dati di questa e quelli della documentazione, approva la richiesta e invia al richiedente una mail con il Certificato di accesso a RA.FE.

Il  RA.FE., Registration Authority Front End, è il software in uso al personale autorizzato per la gestione dei certificati.

Sebbene, come già detto, il portale sia accessibile solo ai referenti degli uffici fonte e del pubblico ministero, la notizia risulta molto interessante perché rappresenta un altro passo avanti verso la digitalizzazione della Giustizia.

Qui il testo completo del Provvedimento del Direttore Generale dei sistemi Informativi Automatizzati del Ministero della Giustizia contenente le disposizioni relative alle comunicazioni agli uffici del pubblico ministero da parte degli ufficiali e degli agenti di polizia giudiziaria di atti e di documenti in modalità telematica.

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Nel Decreto Semplificazioni (D.L. 76/2020) sono contenute diverse novità che toccano da vicino la vita quotidiana di molti professionisti.

Tra le tante, 4 sono particolarmente interessanti

1) I DOMICILI DIGITALI

L’art. 24, comma 1-bis, del decreto è dedicato ai registri dei domicili digitali.

Spesso, questi registri non sono affatto aggiornati, causando problemi nel reperimento degli indirizzi di posta elettronica corretti.

Per tentare di risolvere la situazione, è stata prevista la cancellazione d’ufficio di tutti gli indirizzi non più funzionanti, ma le modalità con cui definire se un indirizzo è attivo o meno dovranno essere stabilite da specifiche linee guida.

2) L’ISCRIZIONE A INIPEC

L’art. 24, co. 1, lett. b), indica che l’iscrizione in INIPEC non è più limitata ai professionisti iscritti a ordini o collegi professionali, ma è estesa a «professionisti diversi da quelli di cui al primo periodo, iscritti in elenchi o registri detenuti dalle pubbliche amministrazioni e istituiti con legge dello Stato».

3) LA RITROVATA VALIDITÀ DELL’IPA AI FINI DELLE NOTIFICHE PEC

L’art. 3-bis della Legge 53/1994 aveva stabilito che le notificazioni telematiche dell’avvocato dovessero essere inviate esclusivamente a indirizzi tratti dai pubblici elenchi indicati dall’art. 16-ter d.l. 179/2012, modificato dalla legge 228/12 e convertito nella legge 221/12

Inizialmente, i pubblici elenchi di riferimento erano Reginde e IPA, ma con la legge 114/14 di conversione del d.l. 90/2014 IPA ha smesso di essere considerato un registro valido al reperimento degli indirizzi pec della P.A.

L’art. 28 del Decreto Semplificazioni ripristina la validità del registro.

4) PIATTAFORMA PER LA NOTIFICAZIONE DIGITALE DEGLI ATTI DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

Con l’art. 8 comma 1 del Decreto Legge n. 35 del 14 dicembre 2018 nacque la società per azioni di proprietà statale che gestisce PagoPA, il sistema per i pagamenti verso la Pubblica Amministrazione.

L’art. 1, comma 492, della Legge n. 160 del 27 dicembre 2019 prevedeva l’istituzione di una piattaforma digitale per le notifiche, sempre gestita da PagoPA S.p.A., e l’art. 26, comma 3, del Decreto Semplificazioni indica le finalità e il funzionamento della piattaforma per la «notificazione di atti, provvedimenti, avvisi e comunicazioni, in alternativa alle modalità previste da altre disposizioni di legge, anche in materia tributaria».

Sulla piattaforma vengono caricati le copie informatiche dei documenti analogici o i documenti informatici originali. Questi sono disponibili tramite un codice univoco inviato via pec al destinatario. Chi non è in possesso di un domicilio digitale viene notificato via posta cartacea.

[Per approfondire: “Semplificazioni, cosa cambia per gli avvocati: domicilio digitale e pubblici elenchi per notificazioni” – Agenda Digitale]

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Per la Cassazione, l’avvocato ha diritto a vedersi rimborsate le spese documentate, perché queste non rientrano nella percentuale che la legge prevedere per il rimborso delle spese forfettarie.

IL CONTESTO

Un avvocato impugna per Cassazione la sentenza della Commissione Tributaria Provinciale che dichiarava inammissibile il precedente ricorso relativo alla liquidazione di spese documentate, nell’ambito di una procedura promossa ex art. 70 del dlgs n. 546/1992 per l’ottemperanza del giudicato nei confronti dell’Agenzia delle Entrate.

L’avvocato ritiene che la sentenza della CTP violi l’art. 91 c.p.c, l’art 2 D.M. 55/2014 e lo stesso art. 70, poiché le spese documentate non sarebbero da includersi nella percentuale prevista per il rimborso delle spese generali indicata nel D.M. 55/2014.

SPESE DOCUMENTATE E SPESE FORFETTARIE

La Cassazione ritiene fondato il ricorso e nell’ordinanza n. 15985 del 27 luglio 2020 spiega che:

  • l’avvocato ha diritto al compenso, al rimborso delle spese documentate legate alla propria prestazione, ma anche -sempre- al rimborso delle spese forfettarie pari al 15% del compenso totale (art 2 del D.M. 55/2014);
  • – con spese documentate si intendono quelle spese necessarie allo svolgimento del processo: pagamento del contributo unificato, delle marche da bollo e di tutte quelle uscite che producono un documento che le attesti;
  • – il rimborso forfetario delle spese generali è una componente delle spese giudiziali, il suo ammontare è predeterminato dalla legge e spetta automaticamente al difensore, anche in mancanza di un accordo in tal senso («è implicita nella domanda di condanna al pagamento degli onorari giudiziali che incombe sulla parte soccombente»);
  • – il rimborso delle spese forfettarie serve a coprire quelle spese che non sono documentabili e documentate, che non sono legate alla singola pratica ma alla professione in sé: gestione dello studio, stipendi del personale, assicurazioni, utenze, materiali di uso quotidiano, ecc.

La Cassazione dunque individua una netta distinzione tra spese documentate e spese forfettarie e riconosce che le prime non rientrano nella percentuale di rimborso prevista per le seconde dal D.M. 55/2014.

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