DAC 6

Direttiva DAC 6: gli avvocati dovranno denunciare gli assistiti?

Ancora nel maggio del 2018 veniva approvata la Direttiva Europea 2018/822, detta DAC 6, che impone ai soggetti intermediari che partecipano a determinate transazioni sospette di comunicare tali transazioni all’Agenzia delle Entrate. In parole più semplici, commercialisti, tributaristi, notai, consulenti del lavoro, fiduciari, persino banche e anche avvocati dovranno segnalare i clienti che intendono evadere il fisco.

Gli stati membri dell’Unione Europea erano tenuti a recepire la direttiva DAC 6 entro il 31 dicembre 2019 e ad applicarla dal 1° luglio 2020.

Per il momento, la direttiva DAC 6 e l’obbligo di segnalazione si applicano solo alle operazioni transfrontaliere di aziende medio-grandi

L’obiettivo è sempre la lotta all’evasione incrementando la collaborazione tra le autorità fiscali dei vari Paesi UE.

DAC 6: EVASIONE, SEGRETO PROFESSIONALE E SANZIONI

In un’intervista a Libero, il commercialista Federico Grigoli ha spiegato che «il recepimento della direttiva DAC 6 stravolge la funzione del professionista che deve rispettare delle regole deontologiche tra le quali l’obbligo di riservatezza verso le attività dei clienti. Ma non solo, perché la stessa normativa europea riconosce a chiunque il “diritto al silenzio” ovvero la possibilità di non “autodenunciarsi” e questo è in contrasto con la legge in corso di recepimento. Del resto chi ha intenzione di fare nero di solito non va da un commercialista o un tributarista. Il vero problema è che a causa di questa normativa anche l’avvocato che dà un consiglio al proprio cliente per fargli pagare meno tasse rispettando la legge potrebbe essere sanzionato per mancata comunicazione all’Agenzia delle Entrate. Non è un segreto per nessun operatore del diritto, infatti, che i confini con l’elusione sono sempre molto labili e difficili da dimostrare in giudizio».

L’obbligo alla denuncia non rientra certamente tra i compiti di avvocati, i commercialisti e altri intermediari i quali, peraltro, sono spesso vincolati dal segreto professionale. La Direttiva DAC 6 rischia quindi di porli in conflitto con i codici deontologici.

Inoltre, come sarà possibile stabilire se il consiglio di un professionista volto a far risparmiare il proprio cliente in modo legale sia, appunto, un consiglio onesto o volontà di evadere il fisco?

CONTENUTI DELLA DIRETTIVA DAC 6

I soggetti intermediari devono verificare la presenza di almeno uno dei seguenti potenziali elementi di rischio fiscale:

1. elementi distintivi generici,  tipicamente presenti negli schemi potenzialmente aggressivi, e, cioè:

    – la condizione di riservatezza che può comportare la non comunicazione ad altri intermediari o alle autorità fiscali delle modalità con cui il meccanismo potrebbe garantire un vantaggio fiscale;
    –  il pagamento di una commissione (o un interesse, una remunerazione per i costi finanziari e altre spese) per il meccanismo o la serie di meccanismi e tale commissione è fissata in riferimento;
    – la commercializzazione di schemi che sono replicabili e facilmente utilizzabili da più contribuenti e che comportano l’uso di documentazione standardizzata;

2. elementi distintivi specifici che potrebbero essere collegati al criterio del vantaggio principale;

3. elementi distintivi specifici collegati alle operazioni transfrontaliere;

4. elementi distintivi specifici riguardanti gli accordi di scambio automatico di informazioni nell’Unione;

5. elementi distintivi specifici relativi ai prezzi di trasferimento.

La presenza del fattore di rischio dovrebbe far scattare l’obbligo di comunicazione ma, poiché non implica la presenza di una vera strategia di pianificazione fiscale aggressiva, né di comportamenti volti all’elusione e/o all’evasione fiscale è necessario valutare altri due parametri:

l’esistenza di un vantaggio fiscale derivante dal comportamento che il soggetto sta mettendo in atto;
considerare se il vantaggio fiscale è maggiore o minore rispetto ad altri benefici (per esempio, la necessità di proteggere segreti industriali).
Solo se il vantaggio fiscale dovesse prevalere rispetto agli alti vantaggi ottenibili, la comunicazione sarà obbligatoria.

Sono previsti casi in cui l’intermediario è esonerato dalla comunicazione:
– se la denuncia è effettuata da un altro intermediario;
– se si è in presenza di segreto professionale ma solo quando la posizione giuridica del cliente è sotto esame;
– in caso di atti di difesa o di rappresentanza del cliente in un procedimento dinanzi l’autorità giudiziaria.

Le sanzioni vanno dai 2000 ai 21000 euro, con un aumento in caso di mancata comunicazione o di  comunicazione incompleta o inesatta.

La Direttiva DAC 6 contiene altre disposizioni, molte delle quali suscitano perplessità e confusione.
Al momento preferiamo non addentrarci oltre, poiché solo 4 Stati membri hanno già recepito pienamente la direttiva e tra questi non figura l’Italia (Ungheria, Lituania, Polonia e Slovenia lo hanno già fatto).
Attendiamo quindi la pubblicazione del Decreto Legislativo di recepimento della DAC 6 per capire meglio la situazione.

[Fonte: Fiscopiù]

Leggi l’articolo “Antiriciclaggio: le regole tecniche emesse dal CNF“.

riconoscere costituzionalmente il ruolo dell'avvocato

L’importanza di riconoscere costituzionalmente il ruolo dell’avvocato

Già da tempo il CNF ha avanzato la proposta di riconoscere costituzionalmente il ruolo dell’avvocato modificando l’art.111 della nostra Carta fondamentale.
Al momento, l’articolo recita così:

«La giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge.
Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale. La legge ne assicura la ragionevole durata.

Nel processo penale, la legge assicura che la persona accusata di un reato sia, nel più breve tempo possibile, informata riservatamente della natura e dei motivi dell’accusa elevata a suo carico; disponga del tempo e delle condizioni necessari per preparare la sua difesa; abbia la facoltà, davanti al giudice, di interrogare o di far interrogare le persone che rendono dichiarazioni a suo carico, di ottenere la convocazione e l’interrogatorio di persone a sua difesa nelle stesse condizioni dell’accusa e l’acquisizione di ogni altro mezzo di prova a suo favore; sia assistita da un interprete se non comprende o non parla la lingua impiegata nel processo.

Il processo penale è regolato dal principio del contraddittorio nella formazione della prova. La colpevolezza dell’imputato non può essere provata sulla base di dichiarazioni rese da chi, per libera scelta, si è sempre volontariamente sottratto all’interrogatorio da parte dell’imputato o del suo difensore.

La legge regola i casi in cui la formazione della prova non ha luogo in contraddittorio per consenso dell’imputato o per accertata impossibilità di natura oggettiva o per effetto di provata condotta illecita.

Tutti i provvedimenti giurisdizionali devono essere motivati [cfr. artt. 13 c.2 , 14 c.2 , 15 c.2 , 21 c.3].

Contro le sentenze e contro i provvedimenti sulla libertà personale [cfr. art. 13], pronunciati dagli organi giurisdizionali ordinari o speciali, è sempre ammesso ricorso in Cassazione per violazione di legge [cfr. art. 137 c.3]. Si può derogare a tale norma soltanto per le sentenze dei tribunali militari in tempo di guerra [cfr. art. 103 c.3 , VI c.2].

Contro le decisioni del Consiglio di Stato e della Corte dei conti il ricorso in Cassazione è ammesso per i soli motivi inerenti alla giurisdizione [cfr. art. 103 c.1,2].»

La richiesta del CNF è quella di aggiungere che «nel processo le parti sono assistite da uno o più avvocati» e che solo «in casi straordinari, tassativamente previsti dalla legge, è possibile prescindere dal patrocinio dell’avvocato, a condizione che non sia pregiudicata l’effettività della tutela giurisdizionale», specificando che «l’avvocato esercita la propria attività professionale in posizione di libertà e di indipendenza, nel rispetto delle norme di deontologia forense»

Della proposta fa parte anche l’idea che «la funzione giurisdizionale sugli illeciti disciplinari dell’avvocato» debba essere gestita «da un organo esponenziale della categoria forense, eletto nelle forme e nei modi previsti dalla legge, che determina anche le sue altre attribuzioni» e contro le cui decisioni sia ammesso il ricorso per Cassazione. 

L’importanza di riconoscere costituzionalmente il ruolo dell’avvocato è stata al centro dell’intervento del presidente del CNF Mascherin durante il convegno dedicato ai 70 anni del Consiglio d’Europa e ai 60 anni della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo tenutosi a Venezia lo scorso dicembre 2019.
Ecco un riassunto dei punti salienti del suo discorso. 

L’AVVOCATO IN COSTITUZIONE COME ELEMENTO EQUILIBRATORE

Mascherin ha ricordato ciò che diceva Hegel: che la giurisdizione è il riflesso della società e non una funzione dello Stato.

Nella nostra Costituzione quando si parla di giurisdizione si parla di magistratura.
E se vogliamo che questa sia una vera garanzia per i cittadini, dobbiamo assicurarci che sia forte e indipendente dalla politica e da ogni altro potere.
Ciò è ancora più importante in questo periodo storico, caratterizzato da minacce alla democrazia che rischiano di comprimere l’autonomia e l’indipendenza della giurisdizione non solo in paesi totalitari, ma anche in Italia.

Si vede, per esempio, una crescente aggressione alla discrezionalità dei magistrati, sotto forma di normative che già contengono in qualche modo in sé la decisione finale a cui si vuole puntare (come nel caso della legittima difesa), stringendo la libertà del giudice.    

Un’altra forma di aggressione viene dalla pressione mediatica. Basti pensare al dibattito sulla prescrizione e alla tendenza a semplificare la materia che ha portato però alla sua banalizzazione. Ciò che sta succedendo è che non si fanno più norme guardando alla Costituzione, ma puntando al consenso, basandosi sui sondaggi.

Mascherin ha ricordato che la giurisdizione è maestra della dialettica, del confronto, del rispetto delle opinioni e della disponibilità a cambiare tali opinioni. Pertanto, i conflitti andrebbero affrontati con la mediazione e non con la forza.

E se la giurisdizione è lo specchio di una società, allora le aggressioni attuali sono il sintomo di una fase critica di questa, durante la quale viene privilegiata la forza, sotto forma di violenza del linguaggio. Questa è una deviazione rispetto a ciò che prescrive la Costituzione.

L’impegno a salvaguardare la giurisdizione è quindi non solo tecnico, ma anche culturale e sociale.

Per giungere a una magistratura davvero indipendente e forte è necessario un elemento equilibratore del suo potere, un elemento tecnico che non sia esterno alla magistratura, che non sia un soggetto politico o economico e che non sia il popolo.

Può essere solo l’avvocatura, il cui potere deriva dall’applicazione delle regole.

Se vogliamo una Magistratura costituzionalmente forte, ci vuole quindi un’Avvocatura costituzionalmente forte.

Il presidente del CNF ha concluso il suo intervento sull’importanza di riconoscere costituzionalmente il ruolo dell’avvocato con queste parole: «l’idea che vorremmo inserire in Costituzione è che il cittadino ha diritto al giudice non condizionabile e forte, ma deve aver diritto anche a un avvocato non condizionabile, autonomo e indipendente.

Ed è anche necessario blindare la riserva dell’avvocato nel processo, cosa che oggi è gestita con una sola legge ordinaria.

La presenza in costituzione creerebbe un ombrello per qualsiasi normativa di aggressione dell’autonomia dell’avvocato, anche economica.

In questo momento la magistratura è piuttosto neutra sull’idea dell’avvocato in costituzione, ritenendo forse che non la riguardi, quando invece è così.

Gandhi diceva che è impossibile non aver paura, ma se la causa è giusta bisogna saperla vincere.

È importante aver chiaro che avvocati e magistrati, quindi la giurisdizione, sono il  simbolo di giusta causa e quindi non c’è bisogno di temere la costruzione di una giurisdizione capace di far fronte agli attacchi alle nostre democrazie evolute»

specializzazioni forensi

La tabella delle nuove specializzazioni forensi

Pubblichiamo qui sotto la tabella che riassume le nuove specializzazioni forensi.

Lo scorso 19 dicembre, il Consiglio di Stato ha depositato il parere 03185/2019 relativo al nuovo schema di decreto del ministero della giustizia con oggetto “regolamento concernente modifiche al decreto del ministro della giustizia 12 agosto 2015, n. 144, recante disposizioni per il conseguimento e il mantenimento del titolo di avvocato specialista, ai sensi dell’articolo 9 della Legge 31 dicembre 2012, n. 247“.

Il precedente decreto 144 era infatti stato giudicato illegittimo e in parte annullato con la  sentenza del Consiglio di Stato, Sez. IV, n. 5575/2017 del 28 novembre 2017, in particolare per le parti relative all’elenco dei settori di specializzazione e alla disciplina del colloquio finalizzato ad accertare che il candidato possegga l’esperienza necessaria all’ottenimento del titolo di specialista.

I NUOVI SETTORI DELLE SPECIALIZZAZIONI FORENSI

Le nuove specializzazioni forensi sono state scelte a partire dall’analisi della domanda e dell’offerta di servizi legali, per rispondere meglio alle esigenze attuali del mercato e favorire un aumento della qualità degli stessi.

Anche l’incasellamento delle nuove specializzazioni in settori è stato eseguito secondo modalità diverse da quelle usate all’epoca del precedente decreto.

IL COLLOQUIO

Il nuovo regolamento ha definito meglio gli obiettivi e i contenuti del colloquio e ha rafforzato la terzietà della Commissione esaminatrice.

La Commissione è formata da 5 elementi3 avvocati iscritti all’albo speciale per il patrocinio davanti alle giurisdizioni superiori e da 2 professori universitari di ruolo in materie giuridiche e con qualificazione documentata nel settore di specializzazione oggetto del soggetto sottoposto a valutazione. Dei 5 esaminatori, 4 sono di nomina ministeriale e 1 è scelto dal CNF.

Va sottolineato che il colloquio non è un esame per valutare quanto il candidato sia competente nelle materie di specializzazione, ma il modo attraverso il quale verificare che i titoli e la documentazione a supporto della domanda siano completi e coerenti con il/i settore/i di specializzazione.

REQUISITI FORMATIVI

È possibile ottenere il titolo di specialista anche in mancanza di specifici percorsi formativi completamente conclusi.

L’art.14 del regolamento spiega che: “l’avvocato che ha conseguito nei cinque anni precedenti l’entrata in vigore del presente regolamento un attestato di frequenza di un corso almeno biennale di alta formazione specialistica conforme ai criteri previsti dall’articolo 7, comma 12, organizzato da una delle articolazioni di cui al comma 1 del medesimo articolo, ovvero dal Consiglio nazionale forense, dai consigli dell’ordine degli avvocati o dalle associazioni specialistiche maggiormente rappresentative di cui all’articolo 35, comma 1, lettera s), della legge 31 dicembre 2012, n. 247, può chiedere al Consiglio nazionale forense il conferimento del titolo di avvocato specialista previo superamento di una prova scritta e orale. All’organizzazione e alla valutazione della prova di cui al periodo precedente provvede una commissione composta da docenti rientranti nelle categorie di cui all’articolo 7, comma 8, nominati dal Consiglio nazionale forense”.

La medesima disciplina si applica anche a coloro che hanno iniziato un corso (avente i requisiti richiesti) prima della data di entrata in vigore del presente regolamento e alla medesima data non sia ancora concluso.

specializzazioni forensi
Tabella delle nuove specializzazioni forensi

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fatturazione elettronica

Un anno di fatturazione elettronica

Poco più di 12 mesi sono passati dall’introduzione della fatturazione elettronica e più di 2 miliardi di documenti sono stati già trasmessi.

Sebbene il sistema non possa ancora dirsi a pieno regime, vogliamo condividere con voi alcuni dati utili a valutare l’efficienza di questa novità.

L’EVOLUZIONE DELLA FATTURAZIONE ELETTRONICA

La prima cosa da ricordare è che l’introduzione della fattura elettronica il 1 gennaio 2019 è stata solo l’ultima tappa di un percorso iniziato nel giugno 2014, quando fu introdotto l’obbligo di fatturazione elettronica verso la PA Centrale. Tale obbligo fu puoi ampliato nel 2015 verso le PA locali e, poi, nel luglio 2018 alle imprese limitatamente ad alcune categorie.

La fatturazione elettronica è stata assimilata con più facilità dalle aziende più grandi e più propense (per cultura aziendale e per risorse disponibili) alla digitalizzazione. Diversa la situazione delle imprese più piccole, che affrontano le innovazioni con più lentezza e difficoltà.

Al di là dei problemi che naturalmente sorgono quando una qualsiasi novità viene introdotta, la fatturazione elettronica ha dei pro e dei contro.

In particolare, i pro sono la velocizzazione di alcune procedure grazie all’uso del computer, sempre accessibile, e la semplificazione nella gestione di documenti del tutto dematerializzati.

I contro, invece, si configurano soprattutto come un aumento dei costi (software, assistenza e servizi accessori), il vincolo all’uso dei mezzi tecnologici (ostico per coloro che non hanno sufficienti competenze tecniche) e anche alcune incertezze in tema di tutela della privacy

UN PO’ DI NUMERI RELATIVI AL PRIMO ANNO DI FATTURAZIONE ELETTRONICA

I dati ufficiali rilasciati dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (fine dicembre 2019) dicono che:

  • il Sistema di Interscambio ha gestito una media giornaliera di 5,5 milioni di file;
  • Questi file sono stati generati da quasi 4 milioni di soggetti emittenti (3865710);
  • dei 2 miliardi totali di file inviati (2.020.766.169), solo il 2,42% è stato scartato;
  • le fatture memorizzate ammontano a 1.969.949.652 unità. Di queste:
    – il 54,34% tra aziende,
    – il 44,17% da aziende a consumatori e
    – l’1,49% da aziende a istituzioni.
  • L’importo totale è di 2926 miliardi di euro, inclusa l’IVA.

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Avvocati! Ultimi giorni per partecipare ai bandi per il rimborso dei percorsi formativi e dell’acquisto di strumenti informatici

Il 16 gennaio 2020 scade il termine entro il quale gli avvocati possono partecipare a due interessantissimi bandi.
Il primo, il bando 9/2019, assegna rimborsi per l’acquisto di strumenti informatici.
Il secondo, il bando 10/2019, rimborsi per percorsi di formazione specialistica.

1) IL BANDO 9/2019 PER L’ACQUISTO DI STRUMENTI INFORMATICI

Cassa Forense ha stanziato 2.650.000 € per sostenere gli studi legali che hanno acquistato nuovi strumenti informatici.

Il contributo erogato è pari al 50% della spesa complessiva documentata, al netto dell’iva, sostenuta nel 2018 e nel 2019. Tale spesa non può essere inferiore a 300 € netti e il contributo erogato non può essere superiore ai 1500 €.

SPESE RIMBORSABILI

Sono rimborsabili gli acquisti di un singolo strumento di una o più categorie tra quelle qui indicate:

computer fisso;
computer portatile;
monitor;
stampante, anche multifunzione;
scanner;
tablet;
fotocopiatrice, anche multifunzione;
• licenze di software per la gestione degli studi legali e relativi applicativi;
• strumenti per la conservazione e protezione dei dati dello studio.

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DESTINATARI E REQUISITI

Il richiedente: 

  • alla data di presentazione della domanda deve essere iscritto a Cassa Forense o all’Albo con procedimento di iscrizione alla Cassa in corso;
  • deve essere in regola con le prescritte comunicazioni reddituali alla Cassa;
  • deve avere dichiarato un reddito professionale inferiore a € 50.000,00;
  • se non era tenuto all’invio del Mod. 5/2019, deve aver prodotto un reddito netto dall’attività forense inferiore ad € 50.000,00;
  • deve fornire la documentazione richiesta all’art. 5 del bando;
  • non deve aver goduto del medesimo contributo erogato col bando n. 9/2018.

2) IL BANDO 10/2019 PER L’ASSEGNAZIONE DI BORSE DI STUDIO

Cassa Forense ha stanziato un fondo di 1 milione di euro destinato a giovani avvocati che nel corso del 2019 hanno intrapreso percorsi di formazione specialistica (master, scuole di specializzazione, corsi di perfezionamento).

Gli avvocati potranno godere di un contributo pari al 50% della spesa sostenuta, al netto dell’iva, per il singolo master o corso, a patto che questo si sia concluso nel 2019 e che abbia avuto una durata non inferiore alle 20 ore.

Per i corsi frequentati in Italia, Città del Vaticano e San Marino, l’ammontare massimo a cui si può ambire è di 3.000 €. Per quelli all’estero è di 7.000 €.

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REQUISITI PER PARTECIPARE AL BANDO

L’avvocato:

  • deve essere iscritto a Cassa Forense o essere iscritto all’Albo con procedimento di iscrizione alla Cassa in corso;
  • deve essere in regola con le comunicazioni reddituali alla Cassa;
  • non può avere più di 45 anni alla data di pubblicazione del bando (18 giugno 2019);
  • deve comprovare l’avvenuta frequenza al percorso formativo, la durata e la data di conclusione;
  • non può aver già vinto il medesimo bando ottenendo rimborsi per il medesimo master/scuola/corso nelle precedenti annualità.

COME PARTECIPARE AI BANDI

La domanda va inviata entro la mezzanotte del 16 gennaio 2020 tramite sito di Cassa Forense, entrando nella sezione WELFARE, cliccando sul bando di interesse e poi su “Modulo Domanda”.

Insieme alla domanda deve essere fornita tutta la documentazione richiesta (es. fatture).
Domande incomplete o irregolari possono essere rigettate o seguite dalla richiesta di integrazioni. 

Il contributo viene rilasciato in base a una graduatoria stabilita in modo inversamente proporzionale al reddito netto dichiarato dal richiedente.
In caso di parità di reddito, la priorità è data all’avvocato iscritto da più tempo a Cassa Forense.

La graduatoria verrà pubblicata nel sito di Cassa Forense.
Non compariranno i nominativi degli avvocati, ma il numero di protocollo della domanda, il reddito netto dichiarato per la partecipazione, la data di nascita e da quanti anni si è iscritti a Cassa.

Per ulteriori informazioni, qui le versioni complete del bando 9/2019 per l’acquisto di strumenti informatici e del bando 10/2019 per la formazione.

obbligo iscrizione a cassa forense

Abolire l’obbligo di iscrizione a Cassa Forense? Presentata la proposta di legge.

Poche settimane fa l’On. Bignami (FDI) ha presentato in Parlamento la proposta di legge 2030 con l’obiettivo di abolire l’obbligo di iscrizione a Cassa Forense.

La proposta segue anni di proteste da parte degli avvocati contro quello che, per molti, risulta essere un obolo particolarmente oneroso.

Il versamento è, infatti, fisso (circa 4000€ all’anno) e completamente slegato dal reddito dell’avvocato. Chi ha appena avviato la professione, coloro che la esercitano in modo discontinuo o stanno patendo la maggiore concorrenza di questo periodo storico o clienti insolventi, possono trovare difficoltoso l’adempimento di tale obbligo.
Come se non bastasse, l’inadempimento è sanzionato dal codice deontologico.

La proposta dell’On. Bignami non si limita solo all’abolizione dell’obbligo di iscrizione a Cassa Forense, ma propone modifiche anche ad altri aspetti dell’avvocatura, come l’esame di Stato, il lavoro subordinato o il praticantato, che necessitano di essere rivisti o ripristinati.

Per maggiore chiarezza, vi riportiamo il testo integrale della proposta, che si compone di un unico articolo:

«Al fine di procedere a una revisione e a una semplificazione della disciplina dell’ordinamento della professione forense, di cui alla legge 31 dicembre 2012, n. 247, e di favorire l’accesso alla professione di avvocato da parte dei giovani, il Governo è delegato ad adottare, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi sulla base dei seguenti princìpi e criteri direttivi:

a) modifica del corso di studi in giurisprudenza agevolandone l’indirizzo verso la specializzazione professionale mediante l’istituzione e l’attuazione di tirocini curricolari al quarto e al quinto anno di corso di studi e anticipando l’immissione dei neolaureati nel mercato del lavoro;

b) obbligo del  rimborso delle spese per il praticante avvocato;

c) eliminazione dell’incompatibilità della professione forense con il lavoro subordinato di cui all’articolo 18 della legge 31 dicembre 2012, n. 247, prevedendo l’applicazione del contratto collettivo nazionale di lavoro degli studi professionali per avvocati e praticanti;

d) ripristino della figura del praticante abilitato, prevedendo che la stessa non sia soggetta a limitazioni temporali e contestuale abolizione della figura del praticante sostituto processuale;

e) revisione delle modalità dell’esame di abilitazione previste dagli articoli 46 e seguenti della legge 31 dicembre 2012, n. 247, mediante l’introduzione di misure premianti e di meccanismi di trasparenza, con l’obbligo di motivazione non puramente numerica e la fissazione di criteri effettivi, obiettivi e omogenei, su scala nazionale, da seguire per la valutazione delle prove di cui all’articolo 17-bis del regio decreto 22 gennaio 1934, n. 37. Previsione dell’aggiunta di una ulteriore sessione per le prove scritte salvaguardando l’esito favorevole delle stesse in caso di superamento, al fine di poter affrontare un’unica prova orale;

f) previsione di  agevolazioni fiscali e previdenziali per i giovani avvocati;

g) previsione di un rimborso delle spese obbligatorio per i tirocinanti;

h) eliminazione dell’obbligo di iscrizione alla Cassa nazionale di previdenza e assistenza forense e liberalizzazione del settore previdenziale e assistenziale con la fornitura delle relative prestazioni anche da parte di altri soggetti mediante l’introduzione di forme di previdenza complementare e di meccanismi concorrenziali, individuando meccanismi efficienti di progressività nella contribuzione previdenziale;

i) abolizione dei requisiti dell’abitualità, dell’effettività e della continuità della professione forense di cui all’articolo 21 della legge 31 dicembre 2012, n. 247, al fine della permanenza dell’iscrizione al relativo albo;

l) reintroduzione dell’accordo con il quale l’avvocato e il cliente stabiliscono che il compenso per la prestazione professionale svolta è determinato in percentuale rispetto al risultato ottenuto, al fine di ridurre gli oneri a carico dei clienti.»

antiriciclaggio

Antiriciclaggio: le regole tecniche emesse dal CNF

Secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, il riciclaggio di denaro sporco incide sul PIL del pianeta in una percentuale compresa tra il 3 e il 5%.

Secondo la Banca d’Italia, nel nostro paese la percentuale sale al 10% del PIL totale, una cifra compresa tra i 150 e160 miliardi di euro all’anno.

Le attività illecite coinvolte sono soprattutto il narcotraffico (7,7 miliardi di euro), le estorsioni (4,7 miliardi), lo sfruttamento della prostituzione (4,6 miliardi) e la contraffazione (4,5 miliardi).

Nonostante questi dati possano sembrare sconfortanti, c’è da dire che nel 2018 l’Unità di Informazione Finanziaria (UIF) ha ricevuto 98.030 segnalazioni di operazioni sospette,  il 4,5 % in più rispetto al 2017.

L’aumento delle segnalazioni è dovuto soprattutto a una maggiore partecipazione di coloro che operano nel settore dei giochi (+94,9%) e degli intermediari e altri operatori finanziari (+20,9%).

In calo, invece, le segnalazioni da parte di professionisti, specie commercialisti, avvocati e studi interprofessionali (da 4.969 a 4.818).

Da un punto di vista geografico, le segnalazioni sono aumentate in modo marcato in Campania (da 10.863 a 12.183) e in Calabria (da 2.657 a 2.696). In diminuzione quelle nelle regioni del Nord, a causa delle minori segnalazioni a seguito di voluntary disclosure.

VOLUNTARY DISCLOSURE

La voluntary disclosure fu introdotta la prima volta con l’articolo 1 della legge 186/2014 allo scopo di far rientrare in Italia capitali depositati all’estero.

Tale procedura permetteva a chi deteneva capitali all’estero in modo illecito di regolarizzare la propria posizione. Potemmo dire che consisteva in una sorta di “autodenuncia” al Fisco che consentiva al soggetto di regolarizzare la sua posizione, anche a livello penale, ottenendo uno sconto sulle sanzione.

Il modello della voluntary disclosure fu ripreso nel 2017, questa volta per far emergere introiti derivanti da attività interne non dichiarate al Fisco.

AVVOCATI E REGOLE ANTIRICICLAGGIO

Nella gestione della propria attività, è bene che gli avvocati si dotino di strumenti e procedure che li aiutino a gestire al meglio il rischio connesso al riciclaggio di denaro e al finanziamento del terrorismo.

Nonostante non esista un modello standard (ogni professionista si trova infatti ad affrontare una molteplicità di situazioni che possono esporlo a tale rischio), il CNF ha emanato, lo scorso 20 settembre 2019, 14 regole tecniche che offrono dei riferimenti utili all’analisi e alla valutazione del rischio, ai controlli interni e alla verifica della clientela.

Gli avvocati sono liberi di applicare del tutto o in parte tali regole.

IL BASSO RISCHIO

Le linee guide del CNF suggeriscono due strumenti utili a ridurre il rischio connesso al riciclaggio di denaro e al finanziamento del terrorismo:

  • la creazione e l’uso di un documento di autovalutazione;
  • la creazione di una procedura di profilazione del cliente.

Il processo di analisi deve permettere all’avvocato di capire qual è il grado di rischio e, da lì, decidere quali contromisure adottare.
Più il rischio è basso e più il controllo da parte dell’avvocato potrà essere superficiale e semplice.

Tra i soggetti considerati a “basso rischio” figurano:

– le pubbliche amministrazioni ovvero organismi o enti che svolgono funzioni pubbliche, anche conformemente al diritto UE;
società ammesse alla quotazione su mercati regolamentati nella UE;
società ammesse alla quotazione su mercati regolamentati extra UE a condizione che non siano situate in Paesi terzi ad alto rischio;
i soggetti sottoposti a vigilanza ai sensi del D.Lgs. 1 settembre 1993 no. 385, del D. Lgs. 24 febbraio 1998 no. 58 e del D. Lgs. 7 settembre 2005 n. 209;
enti creditizi o finanziari situati in uno Stato extra UE, di cui all’art. 23, comma 2, lettera c, numeri 2), 3), e 4);
clienti con sede legale in aree geografiche a basso rischio.

Gli Avvocati possono eseguire la valutazione del rischio autonomamente, oppure affidarsi a professionisti o società di consulenza.

I fascicoli di analisi relativi ai propri clienti possono essere conservati in modalità cartacea, digitale o entrambe.

VERIFICA DEL CLIENTE  E IDENTIFICAZIONE DEL TITOLARE EFFETTIVO

Il titolare effettivo è la persona fisica o le persone fisiche nell’interesse della quale o delle quali, il rapporto continuativo è istaurato, la prestazione professionale è resa o l’operazione è eseguita.

Non sempre coincide col cliente.

L’avvocato deve dunque identificare e verificare il proprio cliente e l’eventuale titolare effettivo.

Ai fini dell’identificazione del cliente, è sufficiente ottenere la fotocopia del documento di identità di questo.

La verifica può essere svolta:
raccogliendo dati e informazioni attraverso percorsi guidati o questionari, anche facendo uso di  software che assegnino in modo automatico la classe di rischio;
richiedendo al cliente una dichiarazione che confermi i dati e le informazioni fornite.

Per l’identificazione dell’eventuale titolare effettivo, è sufficiente ottenere una dichiarazione, purché ragionevolmente attendibile, dello stesso titolare effettivo o una dichiarazione del cliente con allegata l’eventuale documentazione atta ad identificarlo (es. visura CCIA).

In caso di clienti a basso rischio, l’Avvocato può avvalersi di una procedura semplificata che gli permette di compiere controlli con cadenze più ampie, anche triennali, e lo esonera dal:
raccogliere informazioni dettagliate sulla situazione economica e patrimoniale dell’assistito;
verificare in maniera approfondita la provenienza dei fondi e delle risorse a disposizione di questo.

Molti altri sono i dettagli da considerare nelle procedure di valutazione del rischio connesso al riciclaggio di denaro e al finanziamento del terrorismo.
Per tale motivo, vi invitiamo a prendere visione dei seguenti documenti emessi dal CNF: Criteri e metodologie di analisi e valutazione del rischio e Regole Tecniche In materia di procedure e metodologia di analisi e valutazione del rischio.

 

Sei un avvocato? Puoi eseguire l’autovalutazione del rischio in maniera autonoma e veloce con il nostro Portale Antiriciclaggio di Servicematica.

sospensione cautelare.

Modifiche alla sospensione cautelare

Il 12 luglio scorso, a seguito di consultazioni, il Consiglio Nazionale Forense ha deliberato le modifiche all’art.32, titolo III del regolamento CNF 2/2014, relativo alla sospensione cautelare.

La modifica principale riguarda le tempistiche di intervento, che diventano più brevi per far fronte a casi di assoluta urgenza che minano l’immagine della categoria.

Con l’entrata in vigore delle modifiche, non sarà più necessario attendere la designazione della Sezione del Consiglio Distrettuale di Disciplina (che però potrà sempre revocare o modificare la sospensione), ma la misura potrà essere applicata da una sezione specificatamente incaricata dal Presidente.

LA SOSPENSIONE CAUTELARE, QUANDO SI APPLICA

L’art.60 della legge 247 del 2012 stabilisce che la sospensione cautelare è adottata in caso di:

  1. applicazione di misura cautelare detentiva o interdittiva irrogata in sede penale e non impugnata o confermata in sede di riesame o di appello;
  2. pena accessoria di cui all’articolo 35 c.p., anche se è stata disposta la sospensione condizionale della pena, irrogata con la sentenza penale di primo grado;
  3. applicazione di misura di sicurezza detentiva;
  4. condanna in primo grado per i reati previsti nei seguenti articoli del codice penale: 372 (falsa testimonianza), 374 (frode processuale), 377 (intralcio alla giustizia), 378 (favoreggiamento personale), 381 (altre infedeltà del patrocinatore), 640 (truffa) e 646 (appropriazione indebita), se commessi nell’ambito dell’esercizio della professione o del tirocinio; art. 244 (atti ostili verso uno Stato estero, che espongono lo Stato italiano al pericolo di guerra), 648bis (riciclaggio) e 648ter (impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita);
  5. condanna a pena detentiva non inferiore a tre anni.

A propendere per l’applicazione della misura intervengono due fattori:

  • la gravità dei fatti che hanno portato alle sanzioni e la loro incompatibilità con i principi etici e morali alla base della professione;
  • l’impatto sull’immagine e la dignità della categoria.

NON APPLICABILITÀ, REVOCA E MODIFICA

La sospensione deve essere sempre adeguatamente motivata, pena la sua illegittimità. Non può essere superiore a 1 anno e diventa esecutiva dal momento della notifica all’interessato.

Non è applicabile quando la Sezione competente:

  • non deliberi il provvedimento sanzionatorio entro i 6 mesi dalla condanna;
  • deliberi che non vi siano i presupposti per dare luogo alla sanzione;
  • disponga l’applicazione della sanzione di avvertimento o censura.

La sospensione cautelare può essere revocata o modificata dalla Sezione qualora non venga considerata adeguata alla gravità di quanto commesso.

Lo stesso avvocato può muovere istanza di revoca o modifica e può fare ricorso al CNF entro 20 giorni dalla notifica del provvedimento.
Il ricorso non sospende l’esecuzione della misura.

L’applicazione della sospensione impedisce all’avvocato lo svolgimento delle attività processuali, ma non lo solleva dall’obbligo di ricevere tutti gli atti relativi ai propri incarichi e al suo ruolo professionale.

Per approfondire, leggi il documento originale.

VIDEO: Quando passione e professione si incontrano: intervista all’Avv. Stefanutti sul diritto d’autore

Cesare Pavese disse che “finché si avranno passioni non si cesserà di scoprire il mondo”.E questo è particolarmente vero per chi ha, come passione, la fotografia.
Con la macchina davanti agli occhi, l’appassionato di fotografia osserva il mondo da un punto di vista unico, individuando forme, colori ed emozioni precluse agli altri.

E se l’appassionato di fotografia fosse anche un avvocato?

L’Avv. Massimo Stefanutti di Marghera (VE) è uno dei maggiori esponenti di fotografia stenopeica a livello nazionale e internazionale, membro dell’Osservatorio Nazionale per la Fotografia Stenopeica presso il Museo dell’Arte e dell’Informazione (MUSINF) di Senigallia dal 2008 al 2012 e curatore d’importanti rassegne.
Ma è anche un avvocato dal 1985 ed è il primo photography lawyer italiano, esperto di diritto della fotografia e della proprietà intellettuale.

Chi meglio di lui può raccontare il rapporto tra passione e lavoro e spiegarci come le nuove tecnologie stanno impattando sul diritto d’autore?

D: Avv. Stefanutti, la sua passione per la fotografia come ha inciso sulla sua professione?

I mercati cambiano e bisogna adeguarsi.
Le crisi, in particolare quelle degli anni 2000, quando la tecnologia ha iniziato a entrare nella professione, hanno imposto un cambio nella mia professione.
In particolare, la consapevolezza di dover cambiare e capire cosa volesse il mercato è arrivata con la grande crisi del 2008.

Mi interesso di fotografia da quando avevo 20 anni e proprio intorno nei primi 2000, quasi per caso, ho seguito una causa legata alla fotografia e agli avvenimenti di Genova.
Da lì mi sono accorto che le mie competenze da fotografo amatoriale ma serio e quelle di avvocato si incrociavano!

Guardandomi attorno e confrontandomi con altri fotografi, anche molto grandi, mi sono avvicinato allo studio del diritto d’autore e nel 2010 ho iniziato a fare corsi di diritto della fotografia, l’unico in Italia.

Il fatto di essere io stesso fotografo mi facilita il lavoro: quando un cliente fotografo si rivolge a me, so benissimo di cosa stiamo parlando.

Il problema maggiore riguarda la legislazione in materia, che risale al 1941 ed è ormai sorpassata.

Durante il precedente governo, con gli Stati generali della fotografia, si era iniziato un processo di rinnovamento, ma con la caduta dell’esecutivo il processo si è fermato.

Il diritto della fotografia richiede poi uno studio che non finisce mai, perché non esiste solo l’Italia e testi di diritto comparato ce ne sono pochi.   

D: Perché gli utenti faticano a capire che le immagini pubblicate su Internet non sono svincolate dal diritto d’autore?

C’è un primo problema culturale e poi ce n’è uno etico.
Il problema culturale sta nel fatto che un utente dovrebbe intuire, se non proprio conoscere, l’esistenza del diritto d’autore.
Quello etico è più grave: se il 50% degli usi impropri di fotografie è dettato dall’ignoranza, un altro 40% è fatto con consapevolezza. C’è dolo. Il rimanente 10% ne è parzialmente consapevole, sta attento, ma ritiene di poter usare le immagini.

Questo vale non solo per i privati, ma anche per le aziende e i giornali.

Un tempo questo problema non si presentava, poiché all’interno dei giornali esisteva il fotoeditor, una figura che sapeva come trattare la fotografia, cosa poteva essere usato e cosa no. Ora questa figura spesso manca, soprattutto nell’online.

Si potrebbe credere che siano i giornali di gossip ad avere i maggiori problemi legati al diritto d’autore, ma le cose sono cambiate moltissimo.
Se un tempo c’era l’abitudine di usare foto prese da tutte le parti, senza l’autorizzazione dell’autore, oggi la quasi totalità delle fotografie viene commissionata dagli stessi vip.

D: Cosa ne pensa del rapporto tra avvocati e tecnologie?

Noi avvocati facciamo fatica ad adattarci ai cambiamenti tecnologici, ma non credo che verremo sostituiti da robot, poiché il rapporto professionale e personale col cliente non può essere gestito da un mero algoritmo.
In ogni caso, ad oggi le tecnologie sono indispensabili per svolgere il mio lavoro.

La tecnologia va però controllata.
Pensi che, recentemente, un dispositivo Alexa Echo di Amazon è stato chiamato a testimoniare in un caso di omicidio, poiché potenzialmente in ascolto al momento del delitto.

E se un robot facesse una foto, di chi sarebbe la foto? Di chi sono le foto di Google Street View? E le foto dei satelliti? Esiste un diritto d’autore in questi casi?
In linea di massima no, poiché non vi è un autore riconosciuto.

A tal proposito le racconto del caso del Macaco di Slater.

Un giorno David Slater, fotografo naturalista, piazza delle fotocamere nella foresta del Borneo lasciando il comando dello scatto a distanza inserito. Un macaco si avvicina e inizia a giocare con la macchina, facendo scattare l’obiettivo. Il risultato sono alcune bellissime foto, dei veri e propri selfie, che Slater pubblica sul suo sito.
Wikipedia le prende e le ripubblica.
Slater ne rivendica la proprietà, ma gli viene ribattuto che l’autore è la scimmia, priva di personalità giuridica, e quindi le foto sono di dominio pubblico.
La vicenda si conclude con una sentenza USA di 1200 pagine in cui si dice che piante e animali non possono essere considerati autori di fotografie, tanto meno possono esserlo divinità o entità soprannaturali!
Se però il processo si fosse tenuto in Gran Bretagna il risultato sarebbe potuto essere diverso, poiché vi è una norma che stabilisce che il proprietario del mezzo è anche proprietario della foto.

In Italia siamo un po’ indietro per quanto riguarda il diritto di autore in materia fotografica. Secondo me dovrebbe esserci un solo principio: tutte le foto sono coperte dal diritto d’autore.
Se così fosse, il mercato reagirebbe in modo diverso e i fotografi avrebbero il loro riconoscimento.

D: Se ci fosse una maggior tutela del diritto d’autore si potrebbe vedere un miglioramento della qualità dei contenuti. Ora è troppo facile: apro Google e prendo una foto senza farmi problemi.

Non è detto che in futuro sarà ancora possibile attingere a Google Immagini.

Si sta spingendo perché Google pubblichi solo ciò che è vincolato da un accordo con il creatore/editore in modo che quest’ultimo si veda riconosciuto il suo compenso.
In Francia esiste già una legge.
La difficoltà sta nel gestire questa novità: se per i testi è possibile creare una piccola anteprima del contenuto, un estratto, per le immagini come si può fare?

C’è poi da dire che il diritto d’autore deve essere tutelato, ma la cultura deve circolare.

Ciò che serve è un principio di condivisione che permetta di far girare le opere quando queste non sono usate a scopo di lucro e che riconosca il diritto d’autore quando invece lo sono.

Arrivare a questo risultato è un po’ difficile, soprattutto considerando che le reti locali (basti pensare ai vincoli all’uso di internet in Cina o in Russia) stanno prendendo spazio rispetto al concetto di Internet libero e internazionale.
Internet dei primi tempi ormai non esiste più.

Al momento, l’unico modo per tutelare le proprie foto online è l’uso di un watermark, anche se rovina un po’ il risultato.

D: Qual è la sua visione del futuro del diritto d’autore?

Il diritto d’autore serve, ma non come è oggi: troppo ottocentesco, legato al concetto di creatività e genio che produce delle cose.

La realtà è cambiata.

Il diritto d’autore dovrebbe servire a distinguere, appunto, tra ciò che è d’autore e ciò che non lo è. Nella fotografia questo è quasi impossibile: dov’è la creatività? Cos’è la creatività? Ben pochi giudici sono in grado di capirlo.
I più giovani un po’ ci riescono, ma le generazioni passate non capiscono lo strumento, il perché.
Per capirlo, bisogna studiare la fotografia, e le più grandi idee a riguardo sono successive alla seconda guerra mondiale. Se uno è appassionato le scopre, ma se non lo è e si limita a riferirsi alle sentenze della Cassazione, prodotte da giudici di 60 anni, finisce a parlare di fenomeni che non comprende.

D: Cosa pensa della democratizzazione dei mezzi fotografici?

È una questione di mercato.

Oggi un fotografo deve pagare per entrare nel mercato.
Certamente esistono risultati di qualità più alta o più bassa, come in ogni settore, ma con la fotografia è più difficile distinguere.

Io sostengo che la fotografia sia un flusso di coscienza, infatti possiamo far fotografare lo stesso soggetto a 10 persone diverse e avremo 10 foto diverse.

Più che una democratizzazione della fotografia, c’è solo una facilitazione del mezzo d’uso.
Una volta la fotografia era ‘di nicchia’ perché aveva procedimenti complessi e, all’interno della nicchia, c’era chi creava cose belle e chi ne creava di meno belle.
Oggi che tutti hanno accesso alla fotografia e tutti possono ottenere ottimi risultati tecnici, dov’è la differenza tra una foto bella e una brutta?

La fotografia è un atto e non un fatto (un risultato). Non è la tecnica o la creatività a fare la differenza. È il linguaggio usato.
È lo sguardo del fotografo, quel qualcosa che porta via dalla realtà.

Ogni foto è un prelievo dal mondo.

errori giudiziari

Esiste un metodo scientifico per evitare gli errori giudiziari?

Gli errori giudiziari rappresentano però una macchia sull’immagine della Giustizia, nonché un costo: dal 1992 al 2017 lo Stato ha versato circa 656 milioni di euro in risarcimento alle vittime di ingiusta detenzione.

Interrogarsi sulle cause di questi errori e cercare soluzioni affidabili sono stati i temi al centro del recente convegno “Gli errori giudiziari e la loro riduzione, le linee guida psicoforensi” tenutosi presso la sede del Consiglio Nazionale Forense e che ha visto la partecipazione di psicologi forensi, avvocati e magistrati.

Durante il convegno, Guglielmo Gulotta, professore, psichiatra e anche avvocato, ha presentato le “linee guida psicoforensi” che, come suggerisce il loro nome, hanno lo scopo di offrire dei riferimenti per evitare o gestire una serie di bias cognitivi che possono portare a errori giudiziari.

ESEMPI DI BIAS COGNITIVI CHE PORTANO AD ERRORI GIUDIZIARI

Uno di questi bias è la cosiddetta ‘visione a tunnel’.
Una volta formulata un’ipotesi, la mente umana tende a riconoscere e a sottolineare tutto ciò che la conferma, mentre tende a ignorare o a riconoscere poca importanza a ciò che la confuta.
Un esempio di come questo bias possa influenzare un caso giudiziario riguarda le identificazioni: il comportamento dell’ufficiale può essere condizionato dal sapere o meno se, dall’altra parte del vetro, si trovi o meno il sospettato, e questo condizionamento si ripercuote sul giudizio della vittima chiamata a identificare.

Un altro bias riguarda l’effetto di domande che possono spingere un testimone verso alcune dichiarazioni e non altre o a revisionare i propri ricordi.

Anche la valutazione di malattie psichiatriche che possano modificare la percezione del delitto è soggetta a inciampi. Infatti, tale valutazione si basa soprattutto su quanto dichiarato dal ‘paziente’ stesso e sono, quindi, fortemente influenzate da aspetti soggettivi.

Che dire poi del peso che stereotipi e pregiudizi hanno sul giudizio dei sospettati?

COME PREVENIRE GLI ERRORI GIUDIZIARI

Trovare un metodo scientifico che possa aiutare ad evitare errori giudiziari non è cosa semplice.

Il primo problema evidenziato da Guglielmo Gulotta è la mancanza di un sistema simile a quello presente nei paesi anglosassoni, dove esistono database creati a partire dalle sentenze di revisione e che consentono di riconoscere e analizzare gli errori più comuni.
Un simile lavoro di analisi permetterebbe di riconoscere i punti deboli del sistema e, conseguentemente, di individuare più facilmente eventuali contromisure.

Uno di questi punti deboli si trova, secondo il penalista Antonio Forza, nella fase investigativa, almeno per quanto riguarda i processi penali: “l’investigatore rischia di orientarsi in una determinata direzione perdendo di vista tutti gli elementi non in linea con questa”.

Neuroscienze e tecnologie rappresentano un valido aiuto nella prevenzione dell’errore.
Riprendendo l’esempio della valutazione di una malattia psichiatrica come attenuante, una semplice risonanza magnetica al cervello permetterebbe di avere un dato oggettivo, non manipolabile, a supporto o meno della percezione del ‘paziente’.

Studi e ricerche affidabili rappresentano un’ottima fonte dalla quale trarre informazioni che possano portare a un giudizio meno influenzato da bias cognitivi.

Ma, poiché gli errori giudiziari sono fondamentalmente errori umani, uno degli aspetti su cui è indispensabile lavorare è la consapevolezza dei soggetti coinvolti nel procedimento.
Le “linee guida psicoforensi”offrono indicazioni concettuali e metodologiche che avvocati, giudici e altri soggetti possono applicare facilmente e che permettono, già da sole, di gestire alcuni dei processi mentali più rischiosi.

Leggi il testo originale delle “linee guida psicoforensi”.

[Parte delle informazioni contenute in questi articolo sono tratta da “Il convegno, gli psicologi, i legali e le toghe insieme per ridurre gli errori giudiziari “pubblicato su Il Dubbio il 7 novembre 2019]

Servicematica

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