Strategie digitali per costruire un business forte

Nonostante la crisi, crescere è sempre possibile. Tutti i cambiamenti scatenati dall’emergenza e le nuove sfide che imprese e professionisti stanno affrontando dopo la spinta inflazionistica ci portano inevitabilmente a chiederci come fare, oggi, a costruire un business forte in questa nuova epoca digitale.

Cerchiamo di capire quali sono le opportunità che ci offre una buona strategia digitale, e quali potrebbero essere gli investimenti intelligenti che ci fanno crescere e distinguere dalla concorrenza, in questo scenario in continua evoluzione.

Il mondo ormai è cambiato, e di conseguenza anche il mercato globale. La pandemia, l’aumento dei prezzi, le instabilità geopolitiche, l’inflazione e l’incertezza economica hanno reso più difficile stabilire delle connessioni solide con collaboratori e clienti.

Le aziende e i professionisti che sono riusciti a crescere, nonostante la crisi e le incertezze, hanno investito in una strategia, capace di stare al passo con l’avanzamento tecnologico. Si è dimostrato, in tal senso, che non è necessario fare affidamento soltanto sulle cose fatte in precedenza, perché è necessario stare sempre sull’attenti, trovando nuovi metodi di collaborazione e nuovi approcci, senza ritrovarsi ad improvvisare all’ultimo minuto.

Strategie digitali e opportunità da cogliere

L’inflazione ha alimentato alcune incertezze economiche, che hanno spinto aziende e professionisti ad affacciarsi con molta cautela al futuro. Alcuni hanno preferito fermarsi, per aspettare che passasse la tempesta.

In questo scenario, tuttavia, alcuni marketers hanno visto opportunità da cogliere assolutamente. I cambiamenti, infatti, favoriscono la crescita, per aumentare le proprie quote di mercato. Per farlo, hanno investito in strategie digitali.

Per gli esperti, combinare i vantaggi dei canali digitali con strategie proprie di un business consentono non soltanto di fare in modo che il pubblico venga coinvolto su tutte le piattaforme, ma addirittura di espandersi.

Infatti, in un mondo dove le persone trascorrono la maggior parte del loro tempo online, risulta fondamentale che professionisti e aziende implementino strategie di crescita digitale, e considerino anche come sfruttare al massimo i loro punti di forza.

Attenzione, perché un’ottima strategia di crescita digitale non consiste soltanto nell’impostare campagne social per attendere like, commenti e condivisioni. Se eseguita nel modo corretto, una strategia digitale migliora il traffico del sito, aumenta richieste di consulenza, fidelizza i vecchi clienti e raggiunge nuovi potenziali clienti.

Una buona strategia di crescita digitale si rivela necessaria per tracciare, prevedere e pianificare gli obiettivi di crescita. Bisogna, nello specifico:

  • tracciare le aree del digitale capaci di fornire massima crescita e valore;
  • individuare il target online e selezionare i canali per l’implementazione;
  • pianificare approcci e allineare la strategia ai requisiti di crescita quando avviata;
  • adeguarsi continuamente, garantendo risultati capaci di soddisfare le previsioni.

Oggi, grazie ai mezzi che le nuove tecnologie mettono a nostra disposizione, è possibile profilare e costruire un pubblico online in diversi modi e diverse piattaforme, seguendo le abitudini di navigazione e le ricerche degli utenti. Tutto questo consente la programmazione di contenuti specifici, al momento giusto e al posto giusto.

Nessuna azienda può separare nettamente business e tecnologia in quest’epoca fatta di streaming, con sempre meno contatti fisici e sempre più contatti virtuali. È giunto il momento di riconoscere la priorità all’innovazione digitale in quanto strategia di crescita.

Tuttavia, le occasioni di guadagno e sviluppo, come le sfide tecnologiche, devono essere affrontate con l’approccio più corretto. Trattare il digitale come investimento di secondo livello non può più essere un’opzione. Professionisti e aziende dovrebbero assolutamente abbracciare la tecnologia per renderla una priorità.

La chiave per un business di successo

La trasformazione digitale ha subito uno sprint a causa della pandemia. Per esempio, telemedicina e didattica a distanza sono stati adottati sempre più, andando anche al di là delle aspettative.

Tuttavia, l’imprevedibilità del futuro e i cambiamenti incalzanti ai quali andiamo incontro ci spingono a pensare che nei prossimi anni si possano creare ma anche distruggere grandi aziende, mentre queste lottano per mantenere alto l’interesse dei propri clienti.

Dunque, lo stanziamento di finanziamenti annuali per lo sviluppo tecnologico potrebbe veramente fare la differenza.

Adeguarsi, rinnovarsi, cogliere opportunità al volo: in questo modo non soltanto possiamo crescere, ma anche distinguerci dalla concorrenza. L’attuale evoluzione tecnologica è la seconda più grande trasformazione che ci guiderà nel futuro. Quindi puntare verso l’innovazione tecnologica si rivela la chiave per la creazione di un forte business in un nuovo mondo digitale.

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11mila segnalazioni al mese: il trend delle telefonate selvagge non cambia

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11mila segnalazioni al mese: il trend delle telefonate selvagge non cambia

Dallo scorso 27 luglio il Registro Pubblico delle opposizioni è entrato pienamente in vigore. Tuttavia, ad oggi, le segnalazioni riguardo le telefonate pubblicitarie non sembrano calare, anzi. Per il Codacons stanno aumentando le chiamate provenienti dall’estero, con voce automatica e numeri fittizi.

Le telefonate indesiderate non ci lasciano mai stare; ne siamo esposti in qualsiasi orario della giornata, che siano sul telefono cellulare o su quello fisso. Il sistema, originariamente destinato soltanto alle utenze presenti all’interno degli elenchi telefonici pubblici, esteso successivamente ai numeri nazionali riservati, inclusi i telefoni cellulari, avrebbe dovuto porre fine alle proposte di telemarketing che raggiungono i numeri che si sono iscritti al servizio.

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Sembrava che le telefonate selvagge avessero le ore contate. Tuttavia, le persone che si sono iscritte al Registro, dopo solo due settimane dalla loro iscrizione, hanno cominciato a segnalare la ricezione di chiamate indesiderate, arrivando oggi a quota 30mila.

Dallo scorso dicembre a gennaio, in media, sono arrivate 11mila segnalazioni ogni mese. Il Garante per la protezione dei dati personali, per aiutare a capire quanto il fenomeno sia diffuso, dalla metà di novembre ha messo a disposizione una piattaforma per la segnalazione delle telefonate indesiderate.

Il servizio è completamente telematico, e ha consentito la sostituzione integrale della segnalazione cartacea.

I settori maggiormente interessati dal fenomeno, spiega il Garante, sono quelli della telefonia e quelli energetici.

Le sanzioni che riguardano il telemarketing che ha fatto scattare il Garante, nel 2020 ammontavano a 73.382.147 euro, ai quali si aggiungono i 37.408.340 del 2021 e i 520.000 del 2022.

Dall’entrata in vigore del GDPR, il totale è di 116.759.869 euro. Spiega Agostino Ghiglia, componente del Garante: «Chi viola il diritto di opposizione, ovvero la mancata osservanza del Registro incorre in una sanzione amministrativa pecuniaria fino a 20 milioni di euro o per le imprese, fino al 4% del fatturato mondiale totale annuo dell’esercizio precedente, se superiore».

«Le sanzioni per gli operatori di telemarketing», continua, «dunque ci sono, ma alcuni esperti sono convinti che alle imprese costi meno pagare le multe piuttosto che tenere aggiornati i database».

Ma per il Codacons, il quadro delineato è più preoccupante. Per l’associazione dei consumatori, su 3,8 milioni di iscritti attuali al registro, più della metà, ovvero due milioni di cittadini, continuano a ricevere telefonate commerciali moleste.

Sale, inoltre, la quota delle chiamate con voce robotica automatica, che propone investimenti e trading. Tutte provenienti da numeri fittizi e dall’estero.

Per Massimiliano Dona, presidente dell’Unione nazionale consumatori: «Comincia male il 2023 per gli iscritti al nuovo Registro pubblico delle opposizioni. Non che il 2022 sia andato bene, ma fioccano sempre di più le telefonate moleste».

Il nuovo sondaggio condotto a gennaio, seppur privo di valore statistico, non ha prodotto risultati positivi. Per il 23,5% degli iscritti, le chiamate indesiderate sono aumentate, mentre nello scorso novembre erano 7,6%.

Secondo il 36,6% degli iscritti al Registro, le chiamate sono rimaste sempre le stesse, mentre per il 39,9% le telefonate sono diminuite. «Insomma, solo per meno di 4 consumatori su 10 c’è stato un miglioramento. Una situazione intollerabile per la quale urge un nuovo intervento del legislatore».

I call center, «temendo sanzioni, sono stati cauti per qualche mese dopo l’attivazione del nuovo Registro avvenuta il 27 luglio dello scorso anno. Poi non c’è voluto molto per capire che l’impunità regna ancora sovrano e così ora sono tornati a fare i loro comodi esattamente come prima».

«Le sanzioni non fioccano e non fioccheranno. Per questo chiediamo che la pratica di chiamare a casa gli iscritti al Registro sia considerata per legge come pratica commerciale scorretta, sanzionabile anche dall’Antitrust».

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Cosa sappiamo dell’attacco hacker in Italia

Straining o mobbing?

Cosa sappiamo dell’attacco hacker in Italia

ACN, l’Agenzia per la Cybersicurezza nazionale, ha detto di aver riscontrato un attacco informatico contro «decine di sistemi», in Italia e in altri paesi. Attualmente non sappiamo esattamente quali siano i sistemi che sono stati compromessi. Dunque, risulta complicato comprendere quanto sia grave l’attacco.

L’attacco in questione è stato fatto con un ransomware, ovvero una tipologia di programma che, se installato all’interno di un sistema, fa sì che questo diventi inaccessibile per il legittimo proprietario. Per riuscire a ri-accedere al sistema, chi ha subito l’attacco deve pagare un riscatto agli hacker.

Gli informatici criminali hanno dato tre giorni di tempo per pagare il riscatto, corrispondente a 2 bitcoin, ovvero a 42mila euro. Si tratta di un attacco informatico abbastanza comune: tutti gli anni se ne segnalano centinaia soltanto in Italia, ai danni di aziende o strutture pubbliche, come, per esempio, gli ospedali.

L’attacco ha colpito i server di VMWare ESXi, ovvero un diffusissimo servizio di virtualizzazione dei server. È un processo che permette la suddivisione del server fisico (il computer dove vengono custoditi tutti i dati) in server virtuali presenti su altri computer diversi.

La virtualizzazione simula le funzionalità di un server. Grazie a tale sistema, un’azienda riuscirà a sfruttare un solo server, risparmiando molto sui vari costi.

Secondo le prime informazioni disponibili, pare che l’attacco abbia sfruttato un punto debole dei server VMWare ESXi, cosa già segnalata nel febbraio del 2021. Infatti, due anni fa l’azienda ha messo a disposizione una patch, ovvero una parte nuova del software per l’aggiornamento o il miglioramento del programma.

Se la patch viene pubblicata per poter eliminare un problema collegato alla sicurezza, prende il nome di fix o bugfix. Non si installa in maniera automatica: i tecnici delle aziende dovranno prima scaricarla e poi applicarla al software. In caso contrario, il problema resta.

L’ACN ha allertato anche soggetti non ancora colpiti dall’attacco ransomware se molto esposti a questa minaccia. Per il momento, tuttavia, risulta ancora complicato sapere con certezza quali sono i server italiani che sono già stati attaccati.

Secondo le prime analisi, pubblicate da alcuni siti specializzati, si parla di diverse stime, partendo da cinque e arrivando ad una ventina di server. Non sono stati ancora specificate le organizzazioni o le aziende che sono state attaccate dal ransomware.

Bisogna anche tener presente che ci sono alcuni esperti di sicurezza informatica che stanno ridimensionando la portata dell’attacco, che non sembra essere così grave rispetto ad altri che vengono ciclicamente organizzati contro le aziende italiane.

ACN ha inviato un’allerta di aggiornamento dei sistemi agli utilizzatori di VMWare ESXi. Intanto, a Palazzo Chigi è previsto un vertice per quantificare i danni che sono stati provocati  dal ransomware e per mettere in campo le contromisure adeguate.

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Straining o mobbing?

Il Sindaco è autorizzato a firmare avvisi di accertamento?

Straining o mobbing?

Qualsiasi rapporto di lavoro dovrebbe essere caratterizzato da lealtà e rispetto reciproco. Tuttavia, abbiamo già sentito parlare del fenomeno del mobbing e di tutti i potenziali effetti negativi che potrebbe avere sulla vittima.

Non tutti sanno che esiste un sotto-fenomeno del mobbing, che potrebbe essere visto e considerato in maniera del tutto autonoma. Parliamo dello straining, una dinamica relazionale capace di produrre anche più danni rispetto al mobbing.

Ma esattamente, che cos’è lo straining? In che modo si manifesta? Come possiamo tutelarci? E come distinguerlo dal mobbing?

Che cos’è lo straining

Il fenomeno dello straining consiste in un’azione che lede la dignità del lavoratore, arrivando a mettere a rischio la sua salute psicofisica.

Deriva dall’inglese to strain, ovvero affaticare o forzare. Lo straining consiste in una situazione di stress nell’ambiente lavorativo da parte della vittima. Il dipendente viene attaccato da un comportamento ostile, che potrebbe provocargli una situazione di disagio nel corso del tempo.

I gesti che compongono la straining si concretizzano in un atteggiamento vessatorio, che viene attuato dal datore di lavoro con una volontà precisa: umiliare il dipendente.

Esempi pratici

Ti chiederai, probabilmente, quando ricorre lo straining e quali sono le situazioni in cui se ne può parlare. Stilare una lista, di fatto, risulta impossibile, ma ci sono degli esempi che ci aiutano a capire quando ci troviamo in presenza di questo fenomeno.

Un esempio tipico è il demansionamento, caratterizzato da un contesto in cui il lavoratore-vittima subisce discriminazioni rispetto agli altri colleghi. Viene anche leso nella sua dignità, in quanto obbligato dal proprio datore a compiere mansioni inferiori e talvolta degradanti rispetto alla propria esperienza e preparazione.

Al contrario, un’altra situazione in cui avviene lo straining è quella in cui un dipendente viene sommerso dal lavoro. Si pensi ai casi in cui un lavoratore ha l’obbligo di occuparsi di un volume di pratiche a dir poco insostenibile, magari svolgendo mansioni che spettano agli altri colleghi.

In casi come questi, la gestione dei compiti e degli obiettivi si rivela impossibile, e una situazione del genere causa ovviamente stress psicofisico e un danno alla salute della persona.

Lo straining avviene anche nei casi in cui il lavoratore che è stato preso di mira viene privato degli strumenti indispensabili per lo svolgimento del suo lavoro, e viene così portato ad una situazione forzata di inattività. Pensiamo anche a chi non può utilizzare gli attrezzi da lavoro oppure la propria strumentazione informatica, non potendo dunque svolgere le mansioni previste dal contratto, a causa di una precisa scelta dal datore di lavoro, intenzionato a mortificare il dipendente per indurlo alle dimissioni.

Ulteriori casi di straining potrebbero essere abusi di trasferimenti del lavoratore, oppure delle trasferte, privazioni di compiti e incarichi di responsabilità nonostante il ruolo di responsabilità del lavoratore; o, ancora, l’isolamento da un qualsiasi percorso formativo nel luogo di lavoro.

Normativa in materia

Così come non esiste, nelle leggi attualmente vigenti, una disciplina che indichi il reato di mobbing, anche per quanto riguarda lo straining in Italia non ci sono norme dedicate.

Questo non significa, però, che il lavoratore non possa tutelarsi da questa tipologia di comportamento vessatorio. Lo straining è un fenomeno che si ricollega all’art. 2087 del Codice Civile. Inoltre, proteggersi contro lo straining è possibile anche grazie al DL 81/2008, che tratta di sicurezza sul lavoro, imponendo obblighi specifici al datore di lavoro.

Il lavoratore, dunque, può chiedere il risarcimento dei danni in sede civile, riuscendo a provare la violazione delle norme sopracitate.

Tali regole tutelano e stabiliscono l’integrità morale e fisica del lavoratore. Quanto basta, quindi, a far valere le ragioni delle vittime di straining. Anzi: proprio perché ha luogo con un’unica condotta vessatoria, dimostrare lo straining è più semplice della dimostrazione del mobbing, che è caratterizzato da più atti che vengono commessi in un tempo più esteso.

Per vedersi riconosciuto in tribunale il diritto al riconoscimento dei danni morali e alla salute, il lavoratore vittima dovrà individuare ed esibire chiare prove riguardo l’abuso patito.

Dunque, sicuramente faranno la differenza, e consentiranno di ottenere giustizia, la raccolta di testimonianze attendibili di colleghi, clienti o fornitori. Ma anche di documenti aziendali e file audio che dimostrino lo straining.

Oltre alle prove della singola condotta lesiva, è necessario anche rilevare quelle del danno patito proprio a causa dello straining. Le lesioni psicofisiche possono essere dimostrate con perizie mediche, o con consulenze psicologiche che attestino che il lavoratore si è effettivamente ritrovato ad esser vittima di una situazione stressante, con danni alla propria salute.

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Il Sindaco è autorizzato a firmare avvisi di accertamento?

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Il Sindaco è autorizzato a firmare avvisi di accertamento?

Il sindaco può firmare avvisi di accertamento, atti e provvedimenti che riguardano l’organizzazione e la gestione del tributo?

Sulla questione si è espressa la Corte di Cassazione, Sezione V, ordinanza n. 37022/2022.

La Suprema Corte si è occupata del contenzioso che è stato promosso da una società che lamentava la falsa applicazione e la violazione di alcune norme di diritto.

L’avviso impugnato era stato infatti sottoscritto dal Sindaco e non dal funzionario del Comune responsabile del tributo, secondo quanto disposto dall’art. 74 del DL 507/1993, per il quale il Comune designa un funzionario cui sono attribuiti la funzione e i poteri per l’esercizio di ogni attività organizzativa e gestionale relativa alla tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani interni; il predetto funzionario sottoscrive le richieste, gli avvisi, i provvedimenti relativi e dispone i rimborsi.

La Suprema Corte, tuttavia, ha deciso di non aderire alla tesi della società ricorrente. Il Sindaco, infatti, è titolare di rappresentanza legale del proprio Comune, e di conseguenza anche del potere di manifestare volontà dell’ente verso terzi.

Inoltre, in questo caso, non sembrano essersi verificati conflitti di competenza con i responsabili della macrostruttura, vista l’assenza di un dirigente del servizio che il Sindaco ha delegittimato dalle sue funzioni.

La Corte afferma anche che «eventuali conflitti di attribuzioni con i dirigenti possono avere eventuale rilevanza interna, ma non incidono sulla validità dell’avviso di accertamento, in modo che l’avviso non presenta difetto di sottoscrizione essendo firmato dal Sindaco».

Tale pronuncia tende a preservare l’efficacia degli atti con carattere impositivo, forzando anche il dato legislativo, costituito non soltanto dal Dpr 507/1993 ma anche da un orizzonte normativo più ampio, entro il quale si trovano l’art.1 comma 162 della legge 296/2006 e l’art.1, comma 87 della legge 549/1995 che recita: «Il nominativo del funzionario responsabile per l’emanazione degli atti relativi a tributi regionali e locali, nonché la fonte dei dati, devono essere indicati in un apposito provvedimento di livello dirigenziale».

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Riforma Cartabia: i problemi del Diritto all’oblio

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Conosci l’importanza dell’impatto che hanno le recensioni dei clienti sulla tua attività?

Ben il 94% di clienti e consumatori ha dichiarato di aver evitato di rivolgersi ad alcune attività a causa delle recensioni negative. Le persone, quindi, sono maggiormente propense ad acquistare beni e servizi se anche altre persone ritengono che sia un’ottima decisione.

Certo, è importante avere recensioni positive, ma anche la quantità delle recensioni incide. Se un bene o un servizio ha molte recensioni, per i clienti implica maggior credibilità. Prima di effettuare acquisti, inoltre, le persone tendono a ricercare le recensioni più recenti, per vedere se i vecchi problemi sono finalmente stati risolti.

Senza recensioni recenti, i clienti vedranno soltanto quelle più vecchie, che non rispecchiano l’attuale immagine dell’azienda, e potrebbero non essere così portati a fidarsi di te e della tua attività.

Per crescere, ci devono essere recensioni costanti. Risulta fondamentale, dunque, adottare alcune strategie che incoraggiano le persone a continuare a lasciare recensioni. Vediamo insieme alcune strategie per ottenere maggiori recensioni.

Utilizzare Google My Business

Google Business Profile è una directory locale molto potente e ad alta visibilità. Parliamo di una piattaforma di recensioni nella quale si può gestire la propria attività, aggiungendo tutte le informazioni che riteniamo necessarie ed indicando la località su Google Maps.

Google My Business permette alle persone di recensire in modo semplice la tua attività. In tal modo, potrai mostrare ai tuoi potenziali clienti le esperienze delle persone che si sono affidate a te.

Gestendo il tuo profilo GBP potrai proteggere la tua reputazione online, tenendo aggiornati i clienti su eventi, orari ed eventuali modifiche alla tua attività.

Rispondere a qualsiasi recensione in maniera professionale

Per mantenere le comunicazioni con il tuo pubblico dovrai rispondere alle recensioni positive, ma anche a quelle negative.

Soltanto così dimostri di tenere alle opinioni dei clienti, alle loro esperienze, a voler capire che cosa ne pensano della tua attività e di essere aperto a cambiamenti e miglioramenti.

In molti non rispondono alle recensioni, oppure rispondono soltanto a quelle positive ignorando completamente quelle negative.

Tuttavia, è meglio rispondere ad ogni recensione, sia che sia positiva o negativa. Questo ti permette di avere un vantaggio sulla concorrenza, in quanto dimostrerai di essere dedito al servizio clienti.

Imparare dai feedback

Se ricevi recensioni dalle persone, sarai in grado di scoprire cose che non avresti mai nemmeno pensato di dover migliorare. Questo avviene in quanto i clienti sono obiettivi e riescono a vedere beni e servizi senza porre alcun filtro.

Se presti attenzione ai feedback, riuscirai a costruire delle strategie migliori per la tua azienda.

Comprenderai, in modo più approfondito, ciò che vogliono da te i clienti, per soddisfare al meglio e in modo efficace le loro esigenze, aumentando il loro coinvolgimento – ma anche il loro numero.

Viva la velocità

Se rispondi velocemente ai feedback dei clienti potrai usufruire di innumerevoli vantaggi.

Prima di tutto dimostri un ottimo servizio clienti. Se le aziende rispondono velocemente ai feedback, i clienti si sentiranno apprezzati e considerati.

Inoltre, sembrerebbe che la metà dei clienti sia maggiormente propensa a far visita ad un’attività che ha recensioni negative solo se il proprietario ha fornito una risposta a tali recensioni. Questo implica che tenere presente dei feedback negativi è un comportamento in grado di aumentare la credibilità della tua attività e, di conseguenza, la fedeltà dei clienti.

Quando abbiamo a che fare con feedback negativi, reagire nel modo più rapido alle recensioni permette la gestione di un’eventuale situazione negativa che una di queste potrebbe causare, prima che la situazione impatti negativamente su tutta la tua reputazione.

Utilizza strumenti professionali

Monitorare tutte le recensioni ricevute è un’attività che richiede del tempo, soprattutto se non si dispone degli adeguati strumenti, ed è semplice che alcune sfuggano. Per questo esistono degli strumenti online che potrebbero aiutarti a gestire le recensioni facilmente, tutte in un unico posto.

Uno di questi strumenti potrebbe essere SEO-Checker. E’ uno strumento che fornisce qualsiasi attività online rilevante per la tua azienda, ma anche quelle dei tuoi concorrenti. Fornisce commenti, menzioni in tempo reale, feedback, classifiche Google e altro ancora.

In tal modo sarà più semplice identificare l’opinione che i clienti hanno della tua attività. Potresti ricevere alcuni esempi di messaggi, come Hai appena ricevuto una nuova recensione a 5 stelle, oppure Ecco come si comportano le parole chiavi che utilizzi.

Ricevere il messaggio giusto al momento giusto ti consentirà di agire velocemente. Senza strumenti che ti mantengono aggiornato in tempo reale su quello che impatta la tua attività, non potrai reagire velocemente alle situazioni che si presentano. Soprattutto se sono negative.

Se resti aggiornato su come viene percepita la tua attività online, sarai capace di prendere alcune decisioni di marketing intelligenti, per avere un vantaggio pazzesco sulla concorrenza.

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Riforma Cartabia: i problemi del Diritto all’oblio

Dal 2023 sono entrate in vigore le nuove norme sul diritto all’oblio, collegate alla riforma della Giustizia di Marta Cartabia.

Le nuove regole prevedono che una persona che è stata assolta in un processo possa chiedere che nella sentenza venga indicato l’obbligo per i motori di ricerca di de-indicizzare gli articoli di giornale o qualsiasi contenuto che riguarda il tema.

Le nuove norme sul diritto all’oblio, che si trovano nell’art 64-ter del Codice penale della riforma Cartabia, hanno sollevato alcune obiezioni. Non sul principio in sé, ma sulle sue applicazioni pratiche.

Tali dubbi, ad un mese dall’entrata in vigore dalla riforma, non sono ancora stati completamente sciolti. L’attenzione, infatti, per il momento è tutta concentrata sulle intercettazioni, che hanno invaso completamente il dibattito pubblico in materia di regole giudiziarie.

L’articolo 64-ter recita:

La persona nei cui confronti sono stati pronunciati una sentenza di proscioglimento o di non luogo a procedere ovvero un provvedimento di archiviazione può richiedere che sia preclusa l’indicizzazione o che sia disposta la deindicizzazione, sulla rete internet, dei dati personali riportati nella sentenza o nel provvedimento, ai sensi e nei limiti dell’articolo 17 del regolamento (Ue) 2016/679 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 27 aprile 2016. Resta fermo quanto previsto dall’articolo 52 del decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196.

La persona assolta, la cui posizione è stata archiviata, dunque, può richiedere che nella sentenza venga inserito il divieto a indicizzare tali dati online. Oppure a deindicizzarli, se circola già qualcosa.

Precisa Nicole Monte, avvocata specializzata in diritto e digitale: «La riforma Cartabia si applica in riferimento al processo penale e in caso di sentenza di proscioglimento, assoluzione o non luogo a procedere. All’esito del processo, con questi tre provvedimenti, si può richiedere la de-indicizzazione».

Sembra semplice, detta così. La legge, tuttavia, presenta alcune sfumature che rendono complessa la valutazione degli effetti. Il diritto all’oblio chiama in causa differenti salvaguardie e tutele della società.

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Enrico Costa (Terzo Polo), ispiratore di tale proposta, dichiara che: «Per me da un lato c’è il dovere dello Stato di indagare in merito a determinati fatti e dall’altro il dovere di fare in modo che chi è innocente torni a essere la stessa persona che era prima di finire nell’ingranaggio giudiziario».

Al tempo stesso, esiste il diritto ad informare ma anche di essere informati, anche nei confronti del mondo della giustizia.

Tuttavia, c’è anche da sottolineare che il diritto all’oblio è garantito in Italia già dal 1993, grazie all’art. 52 dell’ex Codice privacy, ma anche dall’art. 17 del Gdpr.

Continua Costa: «finora la de-indicizzazione era lasciata alla discrezionalità del soggetto a cui la si richiedeva. Rendere la norma specifica sui procedimenti giudiziari significa dire che lo Stato, con una sua legge, riconosce che se la persona risulta innocente, le notizie sul suo procedimento perdono di interesse pubblico e si giustifica la de-indicizzazione».

Tuttavia, già il Codice privacy considerava la richiesta di preclusione dell’indicazione delle generalità della persona durante l’utilizzo della sentenza a causa di motivi di comunicazione o informazione.

La de-indicizzazione, inoltre, non comporta proprio la cancellazione della notizia, ma l’esclusione delle chiavi di ricerca di tale informazione. Se Mario Rossi è stato prosciolto per truffa, gli articoli non dovranno cancellare il nome, ma i motori di ricerca dovranno escludere la chiave Mario Rossi + truffa.

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Questa cosa, di fatto, comporta una scomparsa dal radar delle informazioni, se tali informazioni vengono ricercate con quella chiave. «Non si tratta di cancellare la notizia ed è chiaro che per personalità di rilievo rimane».

Si parla, infatti, «di de-indicizzazione, e non di rimozione. Probabilmente non va tolto tutto, ma la norma indica anche “sulla rete internet”». In confronto, l’art. 17 del Gdpr sembra decisamente più potente. Il diritto all’oblio, infatti, si applica anche in caso di condanna, e sempre direttamente sul pezzo, non soltanto sulla ricerca.

Inoltre, per il momento, la de-indicizzazione si applicherebbe soltanto sui risultati che appaiono in Italia, e non in quelli all’estero.

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Molto dipende dal modo in cui verrà applicata la norma. Per fare alla svelta, il rischio è che, a causa dell’ignoranza dei mezzi tecnici o per il timore di incappare in cause troppo lunghe venga cancellato tutto il contenuto.

Per l’avvocato Giuseppe Vaciago «se si vuole rispettare la norma, basta de-indicizzare la specifica parte e non tutto l’articolo. Dovremo prestare attenzione a come si applica tecnicamente».

Secondo Guido Scorza, invece, del Garante della privacy, bisogna «capire quanto è automatico l’ordine. Il diritto all’oblio è stato sin qui una questione di bilanciamento tra il diritto del singolo a voltar pagina e quello della collettività a sapere. Sarebbe opportuno che questo bilanciamento non venisse meno».

Per concludere

Dunque, il diritto all’oblio previsto dalla riforma Cartabia si potrebbe tradurre in un nulla di fatto. Dato che la scelta è a discrezione dell’imputato, qualcuno potrebbe preferire parlare della sua assoluzione, e non cancellare ogni riferimento.

Matteo Flora, esperto di reputazione online ed imprenditore digitale, in un suo seminario ha spiegato che «a livello reputazionale il fatto di essere stato impugnato, indagato, chiamato a deporre e ascoltato nell’ambito di un processo è comunque peggiorativo. Le persone sono propense a credere a quello che leggono la prima volta. E non è detto che leggano una seconda versione. Oltre a questo, un’accusa ipotetica ha sempre più presa e notorietà di un’assoluzione reale».

Per questo, chi genera poca attenzione nei media, rischia di essere marchiato online per tutta la vita. «La parte coperta della Cartabia ha come idea alla base quella di evitare la gogna mediatica e riguarda solo le ricadute del processo penale. L’assoluzione come notizia danneggia comunque».

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Aggiornamento dei certificati di firma e cifratura di tutti gli uffici giudiziari

Per il vicepresidente del Copasir Cospito è «un influencer della mafia»

Aggiornamento dei certificati di firma e cifratura di tutti gli uffici giudiziari

Nel corso degli ultimi giorni c’è stato un elevato numero di depositi telematici gestiti dal sistema come errori fatali della tipologia Errore imprevisto e non gestibili dalle cancellerie in quanto rifiutati.

Il problema riguarda tutti i software di deposito.

A tal proposito, si comunica che è in corso il rinnovo dei certificati di firma e cifratura di tutti gli uffici giudiziari in scadenza nel mese di febbraio, essendo mutata la Certification Authority.

Avvocati e utenti che utilizzano il PCT dovranno quindi eseguire l’aggiornamento di tali certificati.

N.B. Per gli utenti che utilizzano Service1 sarà sufficiente chiudere e riaprire il programma perché venga effettuato in automatico l’aggiornamento dei certificati.

I nuovi certificati sono stati pubblicati sul PST Giustizia, che potete trovare cliccando su questo link.

Per il download è disponibile anche il web service descritto nel par 5.2 “Catalogo degli Uffici Giudiziari” della documentazione servizi web, disponibile a questo link.

Per il vicepresidente del Copasir Cospito è «un influencer della mafia»

A Palazzo Chigi l’imbarazzo si è trasformato in preoccupazione, a causa delle parole pronunciate dal deputato di Fratelli d’Italia e vicepresidente del Copasir Giovanni Donzelli, che hanno scatenato un putiferio all’interno dello stesso governo

Per poter attaccare le opposizioni che chiedevano chiarimenti sulla gestione, da parte del governo, del caso dell’anarchico Alfredo Cospito, Donzelli ha letto in aula delle intercettazioni segrete tra l’uomo e alcuni mafiosi detenuti al 41-bis, chiedendo al Pd se è dalla parte «dei terroristi o dello Stato».

Sarebbe stato il sottosegretario alla Giustizia di FdI Andrea Delmastro Delle Vedove a riferire queste informazioni riservate al collega.

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Cospito, che attualmente sta continuando il suo sciopero della fame contro il 41-bis, sarebbe entrato in contatto con alcuni mafiosi detenuti in carcere. Per Donzelli, il primo incontro di Cospito con un mafioso risale allo scorso dicembre. Per lui, l’anarchico è «un influencer che la mafia sta utilizzando per far cedere lo Stato sul 41-bis. È un terrorista, e lo rivendicava con orgoglio dal carcere».

Secondo i documenti, mentre passava da un ramo all’altro del penitenziario, Cospito avrebbe parlato con Presta, un «killer di rara freddezza, uno che ha messo in proprio una ‘ndrina, un boss della ‘ndrangheta».

Presta lo avrebbe spronato ad andare avanti. Cospito avrebbe risposto: «Fuori non si stanno muovendo solo gli anarchici, ma anche altre associazioni». Per Presta «sarebbe importante che la questione arrivasse a livello europeo e magari ci levassero l’ergastolo ostativo».

Ci sarebbe stato, a quanto pare, anche un incontro con uno degli esponenti del clan dei Casalesi, Francesco Di Maio. «Pezzetto dopo pezzetto, si arriverà al risultato, che sarebbe l’abolizione del 41-bis». L’anarchico avrebbe risposto che tutto questo «deve essere una lotta contro il regime 41-bis e contro l’ergastolo ostativo, non deve essere una lotta solo per me. Per me, noi al 41-bis siamo tutti uguali».

L’ira di Nordio

L’intervento in Aula di ieri doveva servire semplicemente a sottolineare come il trasferimento di Cospito dal carcere di massima sicurezza non c’entrava nulla con l’intransigenza del suo partito sul 41-bis. Tuttavia, Donzelli si è spinto oltre, al fine di attaccare l’opposizione.

Tutto questo ha provocato l’ira di Nordio, vista la fuga di notizie dal suo dicastero, costringendo il Presidente del Consiglio ad intervenire per tentare di limitare il danno.

L’unico che si è esposto per solidarizzare con Donzelli è stato Salvini: il resto del centrodestra, invece, ha preso le distanze, in silenzio, mentre Carlo Nordio chiedeva al gabinetto di verificare ciò che è accaduto.

Alla fine, il danno maggiore di questo scandalo politico ricade su Giorgia Meloni, che dovrà cercare di abbassare le tensioni e preservare i dirigenti del suo partito. La polemica, infatti, sembra destinata a crescere.

L’obiettivo dell’opposizione è quello di mettere in difficoltà il premier sul tema della giustizia. Secondo Costa (Terzo Polo): «Se è vero che mira a debellare l’uso mediatico delle intercettazioni, non può far passare che un suo esponente riveli notizie riservate addirittura in un dibattito parlamentare».

Secondo il vicepresidente del Copasir non sono state divulgate intercettazioni, «ma ho parlato di quanto riportato in una relazione al ministero di Giustizia di cui, in quanto parlamentare, potevo conoscere il contenuto. Non ho violato segreti».

Continua Donzelli nella sua intervista al Corriere della Sera: «Quelle che ho riferito non erano intercettazioni, ma una conversazione captata in carcere e inserita in una relazione del ministero della Giustizia del cui contenuto, in quanto parlamentare, potevo essere messo a conoscenza. Paradossale che i parlamentari del Pd, invece di spiegare perché sono andati a trovare Cospito e cosa pensano del 41-bis, attacchino me».

Non fa passi indietro, quindi. «Io ho solo chiesto ai parlamentari del Pd di essere chiari sul tema del 41-bis e nello specifico di Cospito al 41-bis. Loro balbettano. Usciti dal carcere, hanno detto che la pena deve essere umana. Ma Cospito non patisce alcun trattamento disumano. Si scusino loro, con gli italiani. Cospito sta facendo una battaglia per tutti i detenuti che vivono il suo stesso regime carcerario, e i mafiosi fanno il tifo per lui».

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La startup americana DoNotPay avrebbe deciso di annullare la sentenza, programmata per il 22 febbraio. I procuratori dello Stato della California, infatti, si sarebbero opposti all’ingresso dell’IA tramite minacce all’azienda.

Lo racconta il fondatore e il CEO Joshua Browder, che a quanto pare rischierebbe fino a sei mesi di carcere. L’idea di un’intelligenza artificiale esperta di legge è proprio sua. Dopo essersi ritrovato con troppe multe che non riusciva a pagare, Browder sarebbe diventato un esperto in scorciatoie per evitare di pagare tali multe.

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L’uomo è convinto che il robot sia molto utile per risolvere faccende legali. Ha sottolineato, infatti, come la tecnologia Generative Pre-trained Transformer, GPT, sia qualcosa che non ha precedenti per questa tipologia di applicazioni.

Dichiarava alla stampa: «Faremo la storia. DoNotPay AI sussurrerà all’orecchio di qualcuno esattamente cosa dire. Pubblicheremo i risultati e condivideremo di più dopo che accadrà».

Tuttavia, le cose non sono proprio andate così. Spiega Browder: «La minaccia penale è stata sufficiente per rinunciare», anche se le avvisaglie c’erano già quando l’app è stata lanciata.

Per l’uomo, il fine ultimo dell’app è la democratizzazione della rappresentanza legale, rendendola gratis per le persone che non se la possono permettere, eliminando completamente, in alcuni casi, la necessità di ricorrere ad una consulenza legale.

Quando Browder ha annunciato l’arrivo dell’app su Twitter, si è subito reso conto che in molti erano contro il progetto. In molti tribunali, inoltre, la tecnologia è considerata illegale. Alcuni stati infatti richiedono che ogni parte acconsenta ad essere registrata: questo basta ad escludere al possibilità che un’AI entra in aula al posto dell’avvocato.

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