Le novità di Servicematica presentate al XXXV Congresso Nazionale Forense

Quest’anno Servicematica al XXXV Congresso Nazionale Forense ha presentato due importanti novità!

App Giustizia Servicematica

Ci troviamo di fronte alla prima applicazione ufficiale per smartphone che collega gli avvocati al mondo della Giustizia. Un’app con la quale possiamo avere tutto il mondo del Processo Civile Telematico a portata di click.

È l’unica app che si collega direttamente con il PDA per scaricare i fascicoli nello smartphone, consentendoti la completa consultazione di tutti gli atti di causa.

Con l’app Giustizia Servicematica avrai la giustizia in tasca. Ecco i servizi dell’app, in breve:

  • Agenda fascicoli: una funzione che ti permette di visualizzare gli eventi in agenda, le scadenze, i termini e le udienze;
  • I tuoi fascicoli: per scaricare tutti i tuoi fascicoli e i documenti telematici correlati;
  • Visure: potrai accedere al servizio di Visure con i prezzi più bassi del mercato;
  • Assistenza: non poteva mancare l’assistenza tecnico/giuridica completamente gratuita a tua disposizione.

Giustizia Servicematica è l’incarnazione della versatilità: puoi gestire tutti gli eventi in agenda, le scadenze termini e le tue udienze anche se ti ritrovi imbottigliato in mezzo al traffico!

Puoi scaricare gratuitamente l’app su qualsiasi smartphone.

Biglietto da visita elettronico

La seconda novità presentata quest’anno consiste in nuovo biglietto da visita, per restare al passo con i tempi ed essere più green! Ecco la tecnologia che abbraccia e coccola la professione forense.

Non servirà più lasciare ai clienti il biglietto cartaceo con le nostre informazioni e i nostri contatti. Basterà avvicinare uno smartphone sul biglietto da visita elettronico per passare al cliente tutti i contatti e i riferimenti, che potranno essere cambiati e/o modificati in qualsiasi momento attraverso il sito Servicematica. Un gioco da ragazzi!

Semplifica la vita dei tuoi clienti: permetti loro di salvare tutte le tue informazioni di contatto e molto altro direttamente dallo smartphone. In questo modo eliminiamo completamente ogni rischio di errore e il fastidio di scrivere!

Il bigliettino da visita che fa bene all’ambiente

Sarai decisamente più green: ogni giorno vengono stampati ben 25 milioni di biglietti da visita, ma il 90% dei biglietti che vengono consegnati finiscono nel cestino nel giro di una settimana. Non lasciare che la stessa cosa accada anche con il tuo bigliettino da visita.

Funziona così: ti forniremo una card personalizzata. Il cliente avvicinerà lo smartphone alla card con la tecnologia NFC attiva. Et voilà: si aprirà automaticamente una pagina web con tutte le tue informazioni.

Non ci sarà bisogno di alcuna registrazione web, o di applicazioni da scaricare per configurare il biglietto da visita digitale. Una tecnologia in grado di superare le barriere tra fisico e digitale, comoda, veloce, moderna e green!

Il video dell’intervista di Avvocati

Chi ci segue sui social sa che ieri il nostro Matteo Zandonà ha spiegato ai microfoni di Avvocati le novità di Servicematica.

Ecco il video!

 

Servicematica è allo stand n. 17. Venite a trovarci 🥰

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Come affrontare la paura di parlare in pubblico?

Prima giornata del XXXV Congresso Nazionale Forense: il messaggio di Mattarella

Questa mattina è cominciato il XXXV Congresso Nazionale Forense, che conta la presenza di oltre mille avvocati. La presidente del CNF, Maria Masi, ha letto alla platea il messaggio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella:

«Il Paese ha in atto un’importante stagione di rinnovamento sia del processo civile sia di quello penale. L’Avvocatura è chiamata a fornire il proprio qualificato contributo per assicurare che le nuove norme consentano la necessaria accelerazione dei tempi di definizione dei giudizi».

Mattarella ha sottolineato il ruolo degli organi di rappresentanza dei legali: «Ancora più significativo diviene il ruolo dei Consigli dell’Ordine nella tutela dei diritti e nell’affermazione della legalità per continuare a garantire, accanto ad un elevato livello di preparazione, anche il rigoroso rispetto del Codice Deontologico».

Per conoscere il programma del XXXV Congresso Nazionale Forense puoi cliccare qui.

Servicematica è allo stand n. 17 😉 Venite a trovarci 🥰

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parlare in pubblico

Come affrontare la paura di parlare in pubblico?

Sono molte le persone che per via della loro professione devono parlare di fronte ad un pubblico. Una buona parte di queste persone si lascia prendere dal panico, entrando in uno stato d’ansia che fa tremare la voce, sudare molto e provare confusione mentale.

Ognuno è diverso e potrebbe accusare sintomi diversi, anche se tutti sono collegati ad un’esplosione di panico, che ha radice nel terrore di parlare davanti a molte persone.

Nessuno è escluso

Anche il grande Cicerone confessò di aver molta paura quando parlava davanti al pubblico – dunque, ci troviamo di fronte ad una fobia che non risparmia nessuno. Ma quali sono le cause di questa sensazione spiacevole? E quali rimedi possiamo mettere in atto per vincere la nostra paura?

In molti casi, l’ansia da prestazione si trasforma in un vero e proprio attacco di panico, con tutte le conseguenze che ne potrebbero derivare. Se non si trova un rimedio, questa condizione potrebbe addirittura addirittura cronicizzarsi. Infatti, come qualsiasi altra paura, anche questa potrebbe radicarsi talmente nel profondo da condizionare negativamente la vita di una persona.

Sono molti i pensieri che ci pervadono quando dobbiamo parlare in pubblico: mi esprimerò bene? Verrò frainteso? Darò una bella immagine di me? Il public speaking diventa un esame, dove il pubblico incarna un grande giudice che ci valuta severamente.

Impara a riconoscere la paura

Se quando parli di fronte a molte persone le tue mani cominciano a tremare e a sudare, arrossisci, non sai come muovere le mani, il tuo cuore batte velocemente, ti sembra di aver dimenticato tutto il discorso, la tua bocca diventa asciutta, ti manca il fiato… beh, soffri decisamente di paura di parlare in pubblico.

Tutto questo si rivela ancor più negativo se la tua carriera e i tuoi successi dipendono quasi del tutto dal parlare in pubblico. Frequentare dei corsi di public speaking potrebbe esserti di grande aiuto: potresti parlare davanti a tante persone con gran successo, grazie alle giuste tecniche di respirazione e ad un adeguata preparazione.

Alcuni suggerimenti utili

Ma vediamo insieme alcuni suggerimenti per affrontare la paura di parlare in pubblico.

Parlare in pubblico

Sembra paradossale, ma affrontare il pubblico prima di tenere un discorso è il migliore degli esercizi da fare. Tutto questo diventerà progressivamente abitudine, e dopo le prime incertezze verranno resettati tutti i timori, per guadagnare quell’autostima necessaria per sentirsi sicuri di sé.

È possibile anche cercare online gli indirizzi delle associazioni locali che trattano i temi che più vi interessano e partecipare alle loro riunioni per prendere la parola. Qualsiasi occasione dev’essere sfruttata: fate finta che sia una palestra dove allenarsi un po’.

Preparare il discorso

Una parte fondamentale del public speaking è la preparazione in anticipo del discorso, magari ripetendolo un paio di volte. Potresti cominciare con l’argomento che conosci meglio, per poi suddividere il tutto in: presentazione, parte centrale e chiusura. Sarebbe bene non imparare il discorso a memoria; meglio una scaletta da seguire con le keyword evidenziate.

Respirare

Potrebbe apparire superfluo, ma gli esercizi di respirazione si rivelano molto utili prima di cominciare un discorso davanti ad un pubblico. Esistono tecniche precise, di origine orientale, tutte basate sul respiro diaframmatico, che aiutano a calmare la tensione.

Spontaneità

Non preoccupatevi se commetterete un errore durante il discorso. Sarebbe semplicemente un segno di spontaneità che dimostrerà il vostro lato umano. Questo permette al pubblico di empatizzare con voi, che di conseguenza acquisirete più credibilità. Basterà bere un goccio d’acqua, sorridere alla platea e continuare a parlare.

Semplifica il discorso, senza memorizzarlo

Oltre a suddividere il discorso in tre parti, opta per una struttura lineare per evitare di cadere nell’errore di uscire fuori tema ma cercando di esporre i concetti fondamentali anche con termini diversi.

Conoscere la propria voce

E parlare lentamente: se parliamo troppo velocemente, le persone non assimileranno nulla del nostro discorso, perché noteranno soltanto l’ansia del voler finire il più presto possibile.

Parlare in maniera frenetica non fa respirare correttamente e provocherà una certa tachicardia che aumenta l’ansia. Appena ti rendi conto di quanto stai andando veloce, respira, bevi un sorso d’acqua e continua con più calma.

Un’altra cosa che potrebbe risultare utile è conoscere la propria intonazione di voce: prova a registrarti con il telefono per capire come appare il tuo timbro di voce e per essere consapevole di eventuali errori da correggere.

Postura e gestualità

Molto importante, oltre alla voce, anche la postura, che dovrà essere tutt’altro che chiusa. Allarga le braccia e cerca di essere disinvolto per dare l’impressione agli altri, ma soprattutto a te stesso, di non avere paura del giudizio del pubblico. Se non hai modo di esercitarti di fronte ad una videocamera, chiedi ad un tuo familiare di assistere alla prova e di riferirti le impressioni.

Non prendere le critiche come critiche

Ricorda che le critiche arrivano a tutti. E se arrivano, non vederle come offese ma come opportunità per migliorarti. Lavora su di te e modifica quello che ostacola i tuoi successi.

Dedica più tempo alle tecniche di rilassamento, che potrai fare anche soltanto per pochi minuti al giorno. Una sorta di training autogeno, in grado di sradicare l’ansia da prestazione che ti colpisce proprio nel momento in cui devi parlare in pubblico.

Una buona tecnica è visualizzare in anticipo come potrebbe essere il tuo intervento. Immagina di suscitare un fortissimo applauso da parte del pubblico, un consenso totale dalla platea. Allontanerai l’ansia, giorno dopo giorno!

Come per tutti i traguardi da raggiungere, è necessaria costanza nell’esercizio. Non cadere nell’errore di credere che siano necessarie un paio d’ore per risolvere il problema. Non demordere: la perseveranza ti aiuterà nella realizzazione dell’impresa e nell’acquisire la certezza di aver vinto sulle tue paure.

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Avvocato, la tua password è veramente sicura?

Per i ventenni di oggi è meglio essere disoccupati che infelici

password

Avvocato, la tua password è veramente sicura?

Ah, le password! Una croce per gli utenti e una delizia per gli amministratori. Le varie politiche di sicurezza prevedono che le password debbano essere cambiate spesso, per renderne più complicata l’identificazione.

Per gli utenti, però, risulta sempre più difficile memorizzare e creare password inviolabili. Come creare una password veramente sicura, quindi?

Definizione di password

Una password, ovvero una “parola che abilita l’accesso”, è un insieme di lettere e di numeri che consente di accedere a pagine online riservate. Per ogni nome utente univoco (username, email, ID) viene associata una password che costituisce un codice identificativo segreto.

Requisiti di una password sicura

Una password sicura ha minimo 8 caratteri, che possono ovviamente essere aumentati a piacimento, sino ad un massimo di 30 caratteri. Se non hai idee sulle password da utilizzare, puoi ricorrere ai generatori di password casuali che trovi online, per esempio:

RoboForm

LastPass

Avast

Dashlane

1password

Il trucco, in realtà, è quello di personalizzare la password attraverso delle brevi frasi da sublimare in un gioco di acronimi. In questo modo, un utente può avere una password efficace e semplice da ricordare, ma differente per ogni sito.

Tutto questo è sinonimo di sicurezza perfetta? Ovviamente no! Ma siamo in un campo molto più sicuro rispetto a password come 123456. Quest’ultima, con la sua versione inversa, viene utilizzata in massa dalle aziende per proteggere i propri sistemi. Assurdo, vero?

In generale, una password sicura dovrebbe rispettare i seguenti parametri:

  • avere non meno di 8 caratteri, meglio se intorno ai 15;
  • contenere lettere maiuscole e minuscole;
  • contenere numeri e caratteri speciali, ovvero segni di punteggiatura, parentesi, chiocciola e altri simboli simili;
  • non contenere informazioni personali.

Astuzia e strategia per una password infallibile

Ma come creare una password sicura e inviolabile? Con un po’ di astuzia e molta strategia!

Una password è sicura quanto più è imprevedibile. E, senti un po’ qua: una password imprevedibile potrebbe anche essere molto semplice da memorizzare e ricordare! L’ideale sarebbe provare delle parole chiave che combinano lettere maiuscole, minuscole, numeri e caratteri speciali.

Ecco alcune strategie utili:

Creare acronimi di frasi rappresentative

Per esempio: Io mi chiamo Alvise e ho 3 figli diventa ImcAlh3F.

Costruzione di una stringa

Password difficili ma con un maggior grado di sicurezza sono collegate alla costruzione di una stringa: Homangiato1pizzaSabatoeDomenica diventa Hm1pSeD. Questa tipologia di password si chiama passphrase ed è molto semplice da digitare. È imprevedibile, e per gli esperti di sicurezza è quella più complessa.

Tecnica del padding

Un terzo esempio è l’utilizzo di parole preferenziali, integrate nella tecnica del padding. In altre parole si andrà a farcire la frase chiave con altre parole, che creano una password imprevedibile come: Pastacon2Olive, PizzaMeglio6fette.

Immaginare una frase corta

Una frase corta è molto più semplice da ricordare. Ma le minacce aumentano ogni giorno di più. Dunque, sarebbe meglio introdurre una maggior complessità: se ieri era considerata sicura una password di 8 caratteri, oggi lo è una con più di 9 caratteri.

Gli esperti consigliano già di ragionare nell’ordine di 13 caratteri, se non di più. Basterà aggiungere alla frase corta un pizzico di complessità per ottenere una password difficile da intercettare.

Creare nomi utenti difficili da indovinare

Un ulteriore suggerimento è quello di creare un nome utente unico nel suo genere. È vero che molti siti richiedono l’indirizzo mail come nome utente, ma alcune istituzioni finanziare permettono di creare nomi utenti particolari.

Mettere l’indirizzo di posta elettronica come nome utente per ogni sito, significa compromettere in partenza l’informazione. L’hacker, infatti, potrebbe rintracciare gli altri siti dove un utente utilizza lo stesso username.

Complessità e imprevedibilità

Un grosso errore che continua a commettere il settore della sicurezza informatica è spingere gli utenti a creare delle password estremamente complesse, ma senza spiegarne i motivi.

È vero che una password semplice si riesce a ricordare meglio, ma se è troppo corta e viene utilizzata su tutti i siti viene messa a rischio la sicurezza. Ovviamente la pericolosità aumenta se parliamo di password collegate ai siti di e-commerce e internet banking.

L’argomento delle password complesse è soggetto a molti fraintendimenti all’interno dello stesso settore IT, ed è anche la causa di molti dei problemi che oggi associamo alla gestione delle password. Troppo spesso, infatti, una password complessa diventa una password impossibile da ricordare.

Ma la complessità è soltanto una piccola parte di questa equazione. Prima di ogni cosa, dobbiamo affidarci all’imprevedibilità.

123456

Chiediamo ad un qualsiasi professionista della sicurezza IT se sa cosa sono e come funzionano le password. La maggior parte di loro risponderà in maniera positiva. Ma perché la violazione delle password continua ad essere un evento così diffuso? Perché gli utenti mettono così poco ingegno nello scegliere le password?

Per vizio di forma! Nel 2016 la password più utilizzata è stata 123456. Al secondo posto troviamo password e al terzo 12345678.

Un altro errore diffuso è l’utilizzo della stessa parola ripetuta al contrario: dieciiceid. Gli esperti hanno notato che anche questa è una formula parecchio utilizzata per creare delle password, anche se in realtà è una delle più semplici da individuare.

Per creare delle password sicure bisognerebbe aumentare la casualità nella relazione tra le parole, in modo tale che riuscire a decifrare una sequenza di parole diventi estremamente complesso anche per l’hacker più bravo del mondo.

Password internazionali

A livello internazionale, le password preferite sono: iloveyou, letmein, abc123, e principessa.

Queste scelte implicano un’urgente necessità di cambiare repentinamente atteggiamento mentale, anche e soprattutto al fine di scoraggiare i cybercriminali che in questo modo sono facilitati nel loro intento.

Come rubare una password

Ma come fanno gli hacker a rubare le nostre password?

  • Social engineering – si tratta di una figura che sfrutta i siti, come i social network o i luoghi di interazione online dove riescono a parlare direttamente con la vittima o a studiarne attentamente il profilo. Si individuano i dettagli fondamentali in grado di rivelare una password, come i nomi dei figli, date e luoghi di nascita, ecc;
  • Brute force attack – ovvero l’esecuzione di un programma che in pochissimo tempo effettua un numero elevato di combinazioni di password, con l’obiettivo di individuare quella esatta.

Consigli utili

Per evitare che un malintenzionato rubi la nostra password basta seguire i seguenti consigli:

  • Evitare password che hanno dati personali, che possono essere rintracciati online o nei social;
  • Evitare di inserire i dati che riguardano le password su siti e dei social;
  • Creare delle password complesse, con numeri, lettere e caratteri speciali;
  • Non ripetere sempre la stessa password su tutti i siti;
  • Inserire dei blocchi che impediscono l’accesso quando la password viene sbagliata per più volte.

Ma soprattutto, evitiamo di scegliere 123456 come password!

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Avvocato, sai prevenire il burn-out?

Siamo arrivati a Lecce!

Eccoci qui, durante i preparativi del nostro stand al XXXV Congresso Nazionale Forense:

Ovviamente abbiamo deciso di sfruttare l’occasione per visitare questa città meravigliosa:

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Conferenza stampa di presentazione del XXXV Congresso Nazionale Forense

XXXV Congresso Nazionale Forense – La professione forense al centro del cambiamento

 

Conferenza stampa di presentazione del XXXV Congresso Nazionale Forense

INVITO GIUSTIZIA, 5 OTTOBRE A LECCE CONFERENZA STAMPA DI PRESENTAZIONE DEL XXXV CONGRESSO NAZIONALE FORENSE (6-7-8 OTTOBRE)

Mercoledì 5 ottobre, alle ore 12 presso Palazzo Michele De PietroOrdine degli Avvocati di Lecce, in Via Umberto I, n.31, si terrà la conferenza stampa di presentazione del XXXV Congresso Nazionale Forense in programma a Lecce, dal 6 all’8 ottobre.

Si discuterà su:

  • Un nuovo ordinamento per un’Avvocatura protagonista della tutela dei diritti nel tempo dei cambiamenti globali;
  • L’attuazione delle riforme e gli effetti, anche economici, sull’esercizio della professione;
  • Il ruolo e le nuove competenze degli avvocati nell’automazione dell’organizzazione e della decisione giudiziaria.

Illustreranno i temi del Congresso e il programma: Avv. Maria Masi, Presidente del CNF; Avv Giuseppe Gaetano Iacona, tesoriere del CNF; Avv. Sergio Paparo, coordinatore dell’OCF; Avv. Tommaso De Mauro, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Lecce.

Sarà presente anche il sindaco di Lecce, Carlo Maria Salvemini.

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Avvocato, sai prevenire il burn-out?

gen z job

Per i ventenni di oggi è meglio essere disoccupati che infelici

I ventenni della generazione Z (1997-2012) mettono la ricerca del benessere davanti al lavoro. Sono sempre più richiesti dal mercato, ma sempre meno disposti a sottostare alle condizioni insoddisfacenti che potrebbero incontrare nel mondo del lavoro. Vediamo insieme come la Gen Z sta cambiando le cose

L’approccio dei ventenni di oggi nei confronti del mondo del lavoro potrebbe sembrare poco ambizioso e legato ad una visione del mondo che mette la felicità e il benessere sopra di tutto. Meglio disoccupati, dunque, che infelici.

Tutto ciò di fronte ad una sempre maggior richiesta da parte del mercato, che li ricerca ardentemente per mettere a frutto i loro naturali talenti digitali. Un disequilibrio tra domanda ed offerta destinato ad aumentare nei prossimi anni. Infatti, il mondo del lavoro ha bisogno di competenze collegate al digital e alle nuove tecnologie, nonostante il minor desiderio da parte dei giovani di soddisfare tale richiesta.

Chi sono i giovani della Gen Z

La Gen Z include tutte le persone nate dopo il 1997 fino al 2012 – anche se in realtà non esiste una formula universale in grado di definire le diverse generazioni.

A prescindere da tutto, possiamo affermare che l’aspetto centrale che caratterizza la Gen Z è l’utilizzo della tecnologia, in particolare dei social media. Sono chiamati, non a caso, “nativi digitali”.

Figli della Generazione X (1965-1980), andranno a costituire una parte importantissima della forza lavoro degli anni a venire. Le aziende dovranno inevitabilmente rivedere le loro strategie di recruiting, per adattarle il più possibile alle necessità dei giovani d’oggi.

La Gen Z, rispetto alle generazioni precedenti, è particolarmente attenta al peso che danno i datori di lavoro all’inclusione e all’uguaglianza. Sono persone caratterizzate da un fortissimo impulso di lottare per i diritti di tutti.

I giovani sono senza ombra di dubbio molto più aperti e flessibili a livello mentale, privi, dunque, da qualsiasi categorizzazione. Di conseguenza si aspettano che l’azienda in cui lavorano o lavoreranno rispecchi questa mentalità.

Il mondo del lavoro ha bisogno della Gen Z

Secondo le stime del “Rapporto sulle previsioni dei fabbisogni occupazionali e professionali in Italia a medio termine”, tra il 2022 e il 2026 è previsto un fabbisogno totale compreso tra 4,1 e 4,4 milioni di lavoratori.

Il rapporto afferma che le «professioni specialistiche e tecniche, con un fabbisogno intorno a 1,6 milioni di occupati nel quinquennio, rappresenteranno quasi il 41% del totale del fabbisogno occupazionale, confermandosi in crescita rispetto alle stime precedenti».

Al tempo stesso, saranno richieste sempre di più competenze green collegate ai processi di transizione verde e digitale. Secondo il rapporto: «Nei prossimi 5 anni le imprese e il comparto pubblico richiederanno il possesso di attitudine al risparmio energetico e alla sostenibilità ambientale a 2,4 milioni di occupati e per il 60% di questi tale competenza sarà richiesta di livello elevato».

Vecchie e nuove professioni

Dopo queste premesse, non è complicato capire perché le attività lavorative del futuro richiederanno molte competenze a livello di interpretazione dei dati e nei processi di analisi. Parliamo di specializzazioni matematiche, informatiche e collegate all’industria 4.0.

Bisognerà comprendere anche come le vecchie professioni, conosciute e sperimentate (SEO, tecniche di comunicazione, sviluppatore software) si affiancheranno alla richiesta delle nuove figure, ad oggi ancora sconosciute (manager di avatar virtuali, e-commerce manager, growth hacker).

Chi meglio della Gen Z potrebbe interpretare al meglio queste professioni? Eppure mancano all’appello più di 38mila giovani per ogni anno di previsione. Cosa non li convince a buttarsi nella mischia?

La felicità prima di tutto

Secondo uno studio di Randstad del 2022, effettuato su un campione di 35mila persone con età tra i 18 e i 67 anni, emerge una realtà completamente diversa rispetto a quella a cui siamo stati abituati. Chi fa parte della generazione X, ad esempio, è cresciuto nell’ottica di far coincidere il lavoro con il sacrificio.

Secondo questo rapporto, Gen Z e Millennials (1981-1996) mettono al primo posto la felicità. Il 56% degli intervistati ha affermato che lascerebbe il lavoro se ostacolasse il loro «godersi la vita».

La ricerca della felicità e del benessere è stata sicuramente accentuata dalla pandemia e ora dalla guerra in Ucraina. Ma questo obiettivo, per i più giovani, si traduce anche nel desiderio di stabilire un dialogo e unaffinità con il proprio datore di lavoro, anche per quanto riguarda i valori sociali delle cause sostenute.

In particolar modo, il 43% degli intervistati afferma di essere disposto a rifiutare un lavoro se si ritrova davanti ad una mancanza di volontà di rendere l’ambiente lavorativo più inclusivo.

Meglio disoccupati che con un lavoro che non li fa stare bene.

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XXXV Congresso Nazionale Forense – La professione forense al centro del cambiamento

Lecce, 6-7-8 ottobre 2022

 

Manca poco al XXXV Congresso Nazionale Forense di Lecce, che si terrà dal 6 all’8 ottobre e che ospiterà 675 delegati e 800 congressisti da tutta Italia. Un’occasione importante, a pochi giorni dalle elezioni politiche e a cavallo tra una legislatura e l’altra.

Ecco le parole di Maria Masi, presidente del CNF: «Un cambiamento iniziato da tempo e che oggi è particolarmente visibile nei suoi effetti, a partire dalle riforme approvate e che si accingono ad essere approvate». Un cambiamento anche per l’avvocatura, «sia rispetto al nostro ruolo all’interno del processo, che gli ultimi interventi tendono a limitare, sia fuori dal processo».

Spiega Masi: «C’è un ulteriore aspetto non trascurabile rispetto alla figura dell’avvocato, che può contribuire a una funzione più ampia di quella giurisdizionale».

Durante il Congresso ci saranno tavole rotonde e sessioni di lavoro che riguarderanno diversi temi, per poi finire con la votazione delle mozioni congressuali e con la proclamazione dei componenti dell’Organismo Congressuale Forense.

Di seguito i temi oggetto di discussione:

 

  • Un nuovo ordinamento per un’Avvocatura protagonista della tutela dei diritti nel tempo dei cambiamenti globali;
  • L’attuazione delle riforme e gli effetti, anche economici, sull’esercizio della professione;
  • Giustizia predittiva e salvaguardia del “giusto processo”. Intelligenza artificiale: il ruolo e le nuove competenze degli avvocati nella tendenziale automazione nell’organizzazione e nella decisione giudiziaria.
  • Revisione del regolamento – statuto congressuale approvato nel corso del XXXIII Congresso Nazionale Forense di Rimini e successivamente modificato nel corso del XXXIV Congresso Nazionale Forense di Catania.

Insomma, un tema «ampio, che ha l’ambizione di declinare aspetti che non sono più differibili. Il Congresso prima di tutto è un’occasione di condivisione e riflessione, ancor prima che di discussione».

È un congresso vivo, dove bisogna esercitare l’ascolto e la capacità di sintesi. «La professione oggi è composta da donne e uomini in egual misura, e crescono i giovani e gli under 50. Chi ha la responsabilità di guidare l’avvocatura ha quindi anche un compito delicato: indirizzare la professione, anche scegliendo percorsi paralleli alla giurisdizione ordinaria in cui la nostra competenza può essere messa a disposizione».

Continua: «Da qui l’importanza della riflessione: dobbiamo aver chiara la nostra identità, quali sono i principi inderogabili ma anche gli ambiti che possono essere percorsi. In questo senso anche le nuove tecnologie e l’Intelligenza Artificiale possono essere un’opportunità che non possiamo più ignorare o trascurare».

Interviene anche il tesoriere del Cnf, Gaetano Iacona: «Se la giustizia funziona, funziona il paese. E purtroppo sappiamo che la giustizia non funziona bene. Senza interventi strutturali e aumento di personale, non avremo risultati».

Ripercorre la storia del Congresso Sergio Paparo, coordinatore dell’Organismo Congressuale Forense. «Nasce nel 1947 a Firenze, grazie al presidente del Cnf Piero Calamandrei, che manifestava la legittima pretesa dell’Avvocatura di contribuire alla ricostruzione della società e dell’ordinamento giuridico».

Paparo sottolinea come questo Congresso assegni «all’avvocatura la responsabilità di aprire un’interlocuzione, una piattaforma rivendicativa su punti importanti che non riguardano soltanto la professione ma la società».

«L’idea che la politica avrà della società passa anche dall’organizzazione della giurisdizione e dal sistema delle professioni». La giurisdizione, secondo Paparo «è in crisi. Il Pnrr le ha assegnato un compito forse irrealizzabile, ovvero la riduzione dell’arretrato del 90% e dei tempi del processo del 40%. Siamo preoccupati: non è pensabile una riforma della giustizia intervenendo solo sulle regole processuali. Eppure assistiamo a riforme del processo penale, civile, tributario senza alcun intervento sulle risorse, degli investimenti, che invece restano fermi».

«Rivendicheremo alla politica la necessità di percorsi giurisdizionali complementari nei quali ci candidiamo a svolgere funzioni sussidiarie alla giurisdizione ordinaria». Conclude: «Bisogna riconsiderare il ruolo dell’avvocatura nella gestione dei palazzi di giustizia. Le conseguenze della cattiva gestione della giurisdizione le pagano avvocati e cittadini. Non è una questione che riguarda soltanto i magistrati, eppure tutte le funzioni direttive sono affidate a loro».

Di seguito gli organi del Congresso Nazionale Forense:

 

COMITATO ORGANIZZATORE 

  • Maria Masi (Presidente CNF)
    • Sergio Paparo (Coordinatore OCF)
    • Giuseppe Gaetano Iacona (Consigliere Tesoriere CNF)
    • Rosalba Viscomi (Delegata dalla Consigliera Nazionale Coordinatrice Pari Opportunità)
    • Antonio Tommaso De Mauro (Presidente COA Lecce)
    • Presidenti dei Consigli degli Ordini degli Avvocati Distrettuali
    • Presidenti delle Unioni Regionali Forensi
    • Presidenti delle Associazioni Forensi maggiormente rappresentative e specialistiche

UFFICIO DI PRESIDENZA 

  • Maria Masi, Presidente di diritto (CNF)
    • Sergio Paparo, Coordinatore (OCF)
    • Gaetano Giuseppe Iacona, Componente (CNF)
    • Raffaele Fatano, Componente (OCF)
    • Antonio Tommaso De Mauro, Componente (COA Lecce)
    • Nicolino Zaffina*, Componente (Cassa Forense)
    • Rosario Pizzino, Componente (COA Catania)

* in caso di indisponibilità dall’Avv. Nicolino Zaffina parteciperà, come da indicazione di Cassa Forense, l’Avv. Giancarlo Renzetti, quale componente supplente.

COMMISSIONE VERIFICA POTERI 

  • Patrizia Corona, Presidente (CNF)
    • Francesco Emilio Standoli, Segretario (CNF)
    • Brunella De Maio, Componente (OCF)
    • Stefano Pio Foglia, Componente (Unione Regionale delle Curie Pugliesi)
    • Tommaso Stefanizzo, Componente (COA Lecce)
    • Adriano Sponzilli, Componente (ANF)
    • Francesco Paolo Perchinunno, Componente (AIGA)

Per conoscere il programma puoi cliccare qui.

Seguici per conoscere gli aggiornamenti e i retroscena del XXXV Congresso Nazionale Forense!

burn-out

Avvocato, sai prevenire il burn-out?

Il termine burn-out viene tradotto letteralmente come “bruciato”, “esaurito”, “scoppiato”. La prima apparizione del termine risale al 1930, e si utilizzava per indicare l’incapacità di un atleta, dopo alcuni successi, di mantenere o di ottenere ulteriori risultati.

Il termine è stato riproposto nel 1975 in ambito socio-sanitario: una psichiatra americana utilizzò il termine per definire una sindrome con dei sintomi riconducibili ad una patologia comportamentale, nell’ambito delle professioni con elevata implicazione relazionale.

Il burn-out nelle “helping professions”

Nel 1997, alcuni studi condotti dall’avv. Manlio Merolla hanno ricondotto la sindrome da burn-out anche in ambito forense e nelle “helping professions”. Quest’ultime sono professioni finalizzate all’aiuto, che si basano sul contatto interumano e che sfruttano le capacità personali in maggior misura rispetto alle abilità tecniche.

Queste figure hanno una duplice fonte di stress: quello personale e quello della persona che stanno aiutando. Se non trattati in maniera opportuna, è probabile che queste persone comincino un processo di “logoramento” o di “decadenza psicofisica”, a causa della mancanza di energie e dall’incapacità di gestire lo stress accumulato.

Sono professioni “high touch”, ovvero ad alto contatto con la sofferenza. Il contatto emotivo potrebbe essere talmente forte, da rivelarsi insostenibile. Senza adeguate misure di prevenzione si arriva inevitabilmente al burn-out, ovvero ad una «sindrome caratterizzata da esaurimento emozionale, depersonalizzazione e riduzione delle capacità personali».

Le cause generiche del fenomeno possono essere:

  • lavorare in strutture gestite male;
  • scarsa o inadeguata retribuzione;
  • organizzazione del lavoro disfunzionale/patologica;
  • svolgere mansioni frustranti o inadeguate;
  • insufficiente autonomia decisionale;
  • sovraccarichi di lavoro.

Simile allo stress, ma in ambito lavorativo

Il termine stress (sforzo, tensione) è stato adottato per descrivere una particolare sindrome, che caratterizza una risposta aspecifica dell’organismo a tutto quello che lo costringe a sforzarsi di adattarsi ad una particolare situazione.

Gli stressors (gli agenti stressanti) possono essere fisici, biologici, chimici o psico-sociali, e determinano stress in quanto:

  • troppo intensi ed eccessivi;
  • insoliti;
  • agiscono per troppo tempo.

Se gli stressors eccedono rispetto alle capacità personali di risposta adattiva, verranno prodotte delle manifestazioni morbose. Il fenomeno del burn-out è simile allo stress, ma si manifesta esclusivamente in ambito lavorativo.

Tre categorie di disturbi

Il burn out è il risultato dello stress. Uno stress che fa sentire una persona senza alcuna via d’uscita. Nervosismo, apatia, irrequietezza, cinismo, indifferenza: questi sono alcuni dei sintomi tipici del burn-out.

Tali manifestazioni comportamentali e psicologiche possono essere raggruppate in tre categorie di disturbi:

  • esaurimento emotivo: un sentimento in cui ci si sente emotivamente svuotati, annullati dal proprio lavoro e con un inaridimento emotivo nel rapporto con le altre persone;
  • depersonalizzazione: atteggiamento di allontanamento e rifiuto nei confronti di chi richiede una prestazione professionale o cura;
  • ridotta realizzazione personale: percezione di essere inadeguati sul luogo di lavoro, perdita di autostima e sensazione di insuccesso in ambito lavorativo.
  • super caricamento emotivo: categoria specifica riservata ai professionisti in ambito forense, che riguarda il sentimento di far propri gli inaridimenti emotivi e le esperienze negative dei propri assistiti.

Giovani avvocati vs professionisti affermati

Questa situazione spesso conduce la persona ad abusare di alcool, fumo o psicofarmaci e in ambito forense in un farsi eccessivo di carico di lavoro, senza alcun limite di tempo. Chiaramente, intervengono numerose variabili individuali, fattori sociali, ambientali e lavorativi.

Tra i giovani avvocati si rileva una frustrazione sia a livello economico sia legata alla scarsa preparazione pratica ad affrontare le problematiche che si presentano. Per i professionisti affermati, invece, i sintomi del burn-out sono collegati al peso delle responsabilità nella gestione del lavoro, che diventa man mano più complesso e difficile.

L’esplosione emotiva dei clienti si trasforma in sfoghi in ambito familiare, coniugale ed emozionale.

Le fasi del burn-out

Il burn-out potrebbe essere paragonato ad un virus dell’anima: è sottile, penetrante ed invisibile. Generalmente, segue quattro fasi.

Prima fase (entusiasmo idealistico)

È caratterizzata dalle motivazioni che inducono gli operatori a scegliere un lavoro di tipo assistenziale, come diritto minorile, diritto di famiglia o diritto del lavoro. Si vuole migliorare il mondo, se stessi, avere una sicurezza a livello di impiego e svolgere un lavoro prestigioso. Ma sotto sotto si potrebbe voler esercitare una forma di controllo e potere sugli altri.

Alla base di tutto questo troviamo un certo grado di difficoltà nel leggere in maniera adeguata la realtà. Esiste, infatti, una logica secondo la quale trovare una soluzione ad una situazione difficile non dipende dalla natura della situazione ma dalle proprie capacità. Questo vuol dire che se un problema non viene risolto, significa che non ne eravamo all’altezza.

Seconda fase (stagnazione)

Il professionista continua a lavorare, ma si rende conto che il lavoro non lo soddisfa. I risultati del suo impegno diventano sempre più inconsistenti, passando dall’enorme investimento iniziale ad un disimpegno graduale. Il sentimento di delusione avanza sempre più, determinando un atteggiamento di chiusura verso l’ambiente di lavoro e verso i colleghi.

Terza fase (frustrazione)

Il pensiero che tormenta l’operatore è quello di non essere più in grado di aiutare nessuno, accompagnato da una profonda sensazione di inutilità e di non saper rispondere ai bisogni reali dell’utenza. Il vissuto dell’operatore diventa un vissuto di perdita, di crisi creativa, di svotamento e di smarrimento dei valori che si consideravano fondamentali.

Una persona frustrata potrebbe diventare aggressiva, verso sé stessa o verso gli altri, e mettere in atto comportamenti di fuga, come allontanamenti ingiustificati, pause prolungate, assenze frequenti per malattia.

Quarta fase (apatia)

Il disimpegno emozionale che segue la frustrazione, che determina il passaggio dall’empatia all’apatia va a costituire la quarta fase, dove si assiste ad una morte professionale.

In questi casi ognuno di noi dovrà attingere dalle sue risorse interne, come l’intelligenza emotiva e la creatività, che permettono di gestire al meglio le difficoltà di tutti i giorni.

La creatività potrebbe fornirci nuovi spunti per reagire a dei periodi difficili e a dei ritmi troppo intensi di lavoro. Un atteggiamento positivo nei confronti della vita in generale favorisce il giusto atteggiamento con il quale affrontare i problemi che emergono a lavoro.

Sfruttiamo la nostra intelligenza emotiva

Incontrare i bisogni reali dell’utenza/clientela spinge il professionista a dimenticare e a trascurare i propri bisogni e le proprie motivazioni. E come abbiamo visto, questo si trasforma in una sensazione di disagio e di impotenza.

L’impossibilità di aiutare favorisce l’insorgenza di dubbi nei confronti delle proprie capacità. L’operatore, che partiva da una forte idealizzazione della propria professione, sperimenta dapprima la frustrazione e successivamente il burn-out.

Qui entrano in azione la capacità personali, come empatia, capacità di adattamento, autocontrollo, fiducia in sé stessi, gestione del lavoro e capacità di costruzione di relazioni efficienti. Entra in gioco, dunque, l’intelligenza emotiva, la capacità delle persone di affrontare le difficoltà della vita.

Non isoliamoci

Bisogna provare ad ascoltarsi, a guardare dentro sé e a recuperare le proprie motivazioni e i propri desideri. Anche perché il burn-out è un virus contagioso, che si propaga velocemente tra un membro dell’équipe all’altro e dall’équipe agli utenti.

Il burn-out può essere curato soltanto con cambiamenti radicali nella vita professionale dell’operatore. Ovviamente, è fondamentale cercare l’aiuto di professionisti ma soprattutto è necessario evitare di isolarsi, cercare il sostegno della famiglia, degli amici e dei conoscenti.

Anche le tecniche di rilassamento e alcune attività sportive potrebbero far ritrovare un’energia necessaria per superare un momento così delicato.

Lavoriamo sulla prevenzione

Si deve, invece, intervenire sempre a livello preventivo in ambito formativo. L’operatore deve essere facilitato nel riconoscimento delle variabili interne ed esterne di rischio che esistono nelle professioni di aiuto.

Secondo una ricerca del 2005 pubblicata su “Avvenire Medico”, il 65% di coloro che fanno poca formazione comportamentale e professionale afferma che il lavoro ha peggiorato la qualità della propria vita. Sono pochi i professionisti, infatti, che possiedono strumenti idonei ad affrontare autonomamente la sindrome di burn-out.

Alcuni consigli

Come prima cosa, sarebbe meglio privilegiare la qualità del tempo passato davanti al pc, contro la quantità. Bisogna imparare a limitare le comunicazioni al di fuori dell’orario di lavoro, evitando di inviare mail e stabilendo dei confini precisi.

In generale:

  • rispettate le vostre esigenze (cibo, moto, sonno, ecc) e riposatevi a sufficienza;
  • riducete la velocità;
  • non pretendete troppo da voi stessi: fissate degli obiettivi ragionevoli;
  • se la mole di lavoro è troppa, definite delle priorità o delegate ad altri alcune mansioni;
  • chiedete sostegno al vostro superiore, alle risorse umane o ai colleghi. Se necessario, cercate assistenza medica/psicologica.

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Cos’è successo

Durante il processo contro la “Nuova Mala del Brenta” uno degli imputati, Loris Trabujo, è stato aggredito e sfregiato da un altro degli imputati, Paolo Pattarello. Pare che quest’ultimo abbia utilizzato un oggetto affilato, probabilmente una scheggia di vetro, per colpirlo al volto e al busto mentre urlava più volte “infame”.

Trabujo ha riportato delle ferite non gravi al collo, alla fronte e al torace, ed è stato immediatamente soccorso e riportato in carcere a Tolmezzo. La situazione si è risolta grazie all’intervento della polizia penitenziaria, che è riuscita a separare i due.

Entrambi appartengono all’ex Mala di Felice Maniero e fanno parte dei “mestrini”. La nuova banda, la cosiddetta “Mala del Tronchetto”, ha visto la partecipazione di alcuni veterani della Mala del Brenta, accusati di estorsioni, rapine e minacce aggravate da metodiche tipiche della mafia.

Pattarello e Trabujo si trovavano in aula bunker, dopo essere arrivati delle rispettive carceri. Trabujo è ritenuto uno degli eredi del potere che Maniero esercitava sulla gestione dei terminal turistici di Venezia.

Trabujo aveva richiesto di parlare con un pubblico ministero, chiedendo il rito abbreviato per usufruire di uno sconto di pena. Evidentemente il gesto non è piaciuto a Pattarello, tanto da causare l’aggressione durante l’udienza.

Come ha fatto un oggetto tagliente ad entrare in aula bunker?

È su tutte le furie Salvatore Laganà, presidente del tribunale di Venezia, messo al corrente dei fatti dalla gip Benedetta Vitolo, davanti alla quale si stava tenendo l’udienza preliminare. «Un fatto gravissimo, chiederò un rapporto alla direzione del carcere. Queste cose non devono accadere».

Secondo Laganà non era mai successa una cosa simile prima d’ora, nell’aula più protetta e sicura che ci sia, destinata, per l’appunto, ai processi più delicati. Il fatto solleva grossi interrogativi: come ha fatto un oggetto tagliente ad entrare nell’aula? Chi doveva effettuare i controlli?

«La responsabilità in questi casi è sempre della polizia penitenziaria, il nostro compito non è quello di perquisire i contenuti». Il contatto tra magistrati e detenuti, infatti, è vietato, proprio per garantire la sicurezza del processo.

Continua Laganà: «La dottoressa Vitolo mi ha aggiornato su quanto capitato, è sicuramente un fatto molto grave. Intendo chiedere con urgenza un rapporto al direttore del carcere per capire cosa sia successo. In un’aula giudiziaria queste cose non devono succedere».

È stato espresso stupore e preoccupazione anche da Federica Santinon, presidente dell’ordine degli avvocati di Venezia: «Quanto capitato in aula bunker è allarmante. Un episodio del genere non deve capitare sia che si trovi all’interno o all’esterno dell’aula di giustizia. La violenza va condannata senza se e senza ma, pertanto auspico che chi debba fare le sue verifiche proceda. Come Consiglio dell’Ordine degli avvocati veneziani non possiamo che chiedere che ci sia sicurezza in aula per tutti».

Un gesto premeditato

Sicuramente un gesto premeditato, a causa dell’interrogatorio in cui Trabujo ammette di aver fatto delle rapine, tirandosi fuori dal traffico di stupefacenti. Pochi giorni prima erano usciti i dettagli dell’interrogatorio del 2 settembre, dove Trabujo, insieme alla sua legale Stefania Pattarello, aveva rilasciato importanti informazioni sulla “Mala del Tronchetto”.

Durante l’indagine era emerso come Trabujo fosse attivo in tutti i settori del gruppo, compiendo numerose rapine ed estorsioni.

Un’organizzazione debole, ma ugualmente pericolosa

La “Nuova Mala del Brenta” è un’organizzazione debole, con scarsa forza intimidatoria e un desiderio romanticizzato di tornare al “grande” passato in cui era capeggiata da Felice Maniero. Questo non toglie, però, che il gruppo non sia pericoloso e in grado di portare a termine delle azioni violente.

In particolar modo, il gruppo dei “mestrini” avrebbe provato a riprendere il controllo sul racket veneziano dei trasporti turistici. Ai vertici c’erano Gilberto Boatto (detto Lolli), Paolo Pattarello e il complice Loris Trabujo, proprietario di una società di taxi acquei.

La rapina del 2019

Un episodio remunerativo è stato quello della rapina avvenuta il 23 aprile 2019, al parcheggio del Tronchetto. Trabujo e due complici sono riusciti ad intercettare la vittima, che ha ricevuto 550mila euro in contanti per aver venduto (in nero) una licenza di noleggio con conducente per il trasporto acqueo. Dopo aver colpito alla testa la vittima, hanno rubato il trolley con i soldi e sono scappati.

Ma le altre rapine non sono andate particolarmente bene. Nel 2018 avevano deciso di svuotare un’abitazione di Piove di Sacco di proprietà di un titolare di una sala giochi, dov’erano conservati parecchi contanti.

Dopo una serie di sopralluoghi uno di loro decide di travestirsi da carabiniere, ma la vittima capisce l’inganno e fa scattare l’allarme. Qualche settimana dopo rapinano un supermercato di Padova, minacciando la cassiera e rubando 6mila euro.

Pizzo, droghe e armi

L’organizzazione criminale imponeva un pizzo su due trasportatori, che in passato erano stati vittime del loro sistema di estorsioni. Al Tronchetto sono riusciti a farsi consegnare cifre che vanno da 3mila euro al mese in su e alcune quote minori da un operatore attivo a San Giuliano.

Scrive il giudice Barbara Lancieri nell’ordinanza di custodia cautelare: «La nuova organizzazione ricalca i modelli del passato ma ha minore forza persuasiva, è indebolita nella capacità di dare esecuzione alle sanzioni contro chi sgarra, hanno dimostrato di non avere più la forza e la determinazione del passato».

Continua: «Il gruppo, in pochi anni si è strutturato come organizzazione stabile, capace di contare su una rete di rifornimenti di droga».

Per il procuratore Bruno Cherchi: «Gli arrestati sono un po’ invecchiati, è vero, ma è vero anche che sono sempre molto pericolosi, con una grande capacità di aggregazione, e una volta usciti dal carcere, di riprendere i rapporti, soprattutto di spaccio e di approvvigionamento di sostanze stupefacenti dai paesi sudamericani, e l’attività delittuosa nei confronti dell’ambiente veneziano».

Sottolinea: «Il dato vero è che sono state sequestrate diverse armi, anche da guerra, anche kalashnikov, che hanno dimostrato un’effettiva pericolosità del gruppo. Nell’ambito della presenza ormai accertata in Veneto delle società criminali classiche, come ’ndrangheta, camorra e anche estere, in gran parte dedite allo spaccio, c’è un’attività collaterale svolta da questa associazione, ma non in coordinamento».

Conclude: «Ognuno ha trovato un proprio spazio, soprattutto nel commercio di sostanza stupefacente, che sta diventando la prima fonte di guadagno».

Cos’è stata la Mala del Brenta

La Mala del Brenta è stata un’organizzazione criminale nata negli anni settanta in Veneto, che si è estesa nell’Italia nord-orientale. L’organizzazione ha subito un duro colpo durante gli anni novanta, a causa dell’arresto e del pentimento di Felice Maniero.

Il gruppo dei mestrini si avvaleva del ricavato degli “intromettitori”, che operavano in zona Tronchetto-Piazzale Roma a Venezia. Si trattava principalmente di motoscafisti, gondolieri, portieri di albergo e intermediari di agenzie di viaggio.

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