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Investimenti in intelligenza artificiale: bassa priorità per l’Italia

Il 6 ottobre scorso è stata pubblicata la seconda edizione del report “AI Watch: 2020 EU AI investments”, del Joint Research Center (JRC) della Commissione europea.
Sebbene si basi più su stime che su dati effettivi, il report offre un quadro degli investimenti in AI, intelligenza artificiale, nei Paesi dell’Unione Europea durante il 2019.

INVESTIMENTI IN INTELLIGENZA ARTIFICIALE, LA SITUAZIONE EUROPEA

Secondo il report, il valore totale degli investimenti europei in AI varia dai 7,9 ai 9 miliardi di euro.
Prendendo come riferimento i 9 miliardi, questi provengono per il 59% dal settore privato e per il 41% dal pubblico.
Privato e pubblico investono però in modo diverso: il primo investe sia in competenze che infrastrutture hardware e software; il secondo soprattutto in competenze.

Rispetto al 2018, si segnala un aumento del 39% degli investimenti (circa 2,5 miliardi), soprattutto nel privato. Il settore pubblico ha però aumentato del 25% gli investimenti sotto forma di stipendi per il personale coinvolto nei progetti AI.

A segnare il maggior aumento negli investimenti in AI dal 2018 al 2019 sono i 5 paesi più popolosi dell’UE: Polonia, Spagna, Italia, Francia e Germania (superano tutti i 30 milioni di abitanti).

Nonostante l’Italia segni un aumento del 30%, tanto quanto la Germania, la quota investita non è altrettanto alta: 717 milioni di euro contro 1,6 miliardi. La Francia fa meglio di tutti con un + 38% e 2 miliardi investiti.
Analizzando l’investimento per singolo abitante, la Francia investe 27 euro a persona, la Germania 18 euro e l’Italia si colloca all’ultimo posto con 11 euro.

L’Italia sembra dunque riconoscere ancora una bassa priorità all’introduzione dell’intelligenza artificiale.

CORPORATE TRAINING, SCARSA FORMAZIONE E TANTA CONFUSIONE

Il report evidenzia un altro dato interessante: solo il 2% degli investimenti in AI è destinato al corporate training, ovvero la formazione del personale in materia di intelligenza artificiale.

Se ne deduce che, in media, i manager non abbiano sufficienti competenze per trainare e gestire il cambiamento.

A rendere difficile la transizione verso un uso più massiccio dell’intelligenza artificiale non è infatti solo la carenza di specialisti.

Vi è una difficoltà da parte della classe dirigente nel comprendere le diverse applicazioni dell’AI e i vantaggi che ne deriverebbero. Questo sia nel privato che nel pubblico, indipendentemente dalle dimensioni delle aziende o degli enti.
In un certo senso, i manager hanno capito che l’intelligenza artificiale è il futuro e che serve, ma non sanno ancora perché né vedono un vantaggio tangibile.

Gli investimenti delle aziende pubbliche e private dovrebbero allora essere indirizzati anche a far capire ai manager quali migliorie concrete l’AI possa portare e come applicarla nell’operatività di tutti i giorni. Insomma, meno teoria e più pratica.

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