Telemarketing, scatta il blocco delle chiamate con numero falso: cosa cambia per utenti e operatori

Il 19 agosto è entrata in vigore la prima fase del blocco delle chiamate con numero falsificato (CLI spoofing), misura fortemente voluta dall’AGCOM per contrastare le frodi telefoniche e gli abusi nel telemarketing. Una rivoluzione che cambierà il modo in cui utenti e aziende gestiscono le comunicazioni, con un secondo passaggio previsto il 19 novembre, quando il blocco interesserà anche i numeri mobili italiani.

L’iniziativa nasce per rispondere a un fenomeno che negli ultimi anni ha assunto dimensioni preoccupanti: truffe bancarie condotte simulando il numero di istituti di credito, telefonate da “finti carabinieri” e campagne commerciali realizzate da call center che nascondono la propria identità.


Cos’è il CLI spoofing e perché è pericoloso

Il CLI (Calling Line Identification) è il sistema che indica all’utente il numero di chi chiama. Grazie alle tecnologie VoIP, è possibile modificare questa informazione, facendo apparire sul display un numero diverso da quello reale. Uno strumento utile in contesti aziendali, per unificare i numeri in uscita, ma che è stato sfruttato per fini illeciti: ingannare l’utente e impedire la tracciabilità del chiamante.

Secondo AGCOM, la quasi totalità delle chiamate fraudolente proviene dall’estero, utilizzando numeri italiani falsi per risultare credibili. Da qui la necessità di introdurre filtri rigorosi.


Come funziona il blocco: le due fasi

  • Prima fase (dal 19 agosto): gli operatori devono bloccare le chiamate in ingresso dall’estero che presentano un numero fisso italiano falsificato o inesistente. Questo impedisce, di fatto, che un numero geografico nazionale appaia come proveniente da fuori confine. Il sistema prevede verifiche incrociate con i database MIMIT per assicurarsi che il numero esista e sia assegnato.

  • Seconda fase (dal 19 novembre): il blocco si estenderà ai numeri mobili, con controlli più complessi. Gli operatori esteri dovranno verificare l’esistenza del numero e la sua effettiva posizione in roaming. Saranno fermate anche le chiamate provenienti da SIM sospette, numerazioni non abilitate alle chiamate vocali e quelle inserite in black list per spoofing.


Impatto sul telemarketing legittimo

Le associazioni di categoria hanno accolto con favore la misura, che potrà ridare credibilità alle chiamate commerciali lecite. Tuttavia, il settore dovrà adeguarsi: sarà obbligatorio utilizzare numerazioni registrate nel ROC (Registro Operatori di Comunicazione) e garantire la trasparenza verso il consumatore. Chiamare da numeri esteri o non riconducibili all’azienda diventerà una violazione sanzionabile.


Cosa cambia per l’utente

Per chi riceve le telefonate, la novità è significativa: una chiamata da numero fisso italiano sarà molto più affidabile, perché sottoposta a verifiche automatiche. In caso di dubbi, sarà sempre possibile controllare se il numero è registrato presso il ROC di AGCOM. Inoltre, il Codice di Condotta adottato dalle principali telco prevede che i contratti stipulati tramite numeri non autorizzati siano nulli, salvo conferma esplicita del cliente.


Perché il blocco era urgente

Il legislatore è intervenuto in ritardo: prima si era introdotto il Registro delle Opposizioni, inefficace senza un sistema che impedisse le chiamate con CLI falso. Ora, con l’implementazione completa prevista entro novembre, l’Italia si dota di uno dei meccanismi di controllo più avanzati a livello internazionale.

Resteranno fuori dal blocco solo le SIM realmente all’estero, ma in questi casi sarà facile risalire all’intestatario tramite segnalazione all’AGCOM.


LEGGI ANCHE

Nuove regole sui dati sanitari: semplificazioni per la ricerca scientifica e chiarimenti per gli IRCCS

Le novità riguardano soprattutto i casi in cui è impossibile o sproporzionato raccogliere il consenso degli interessati, come per soggetti deceduti o non contattabili, eliminando…

Messaggi WhatsApp e SMS per comunicare col cliente? Nessuna violazione deontologica

Messaggi WhatsApp e SMS per comunicare col cliente? Nessuna violazione deontologica

Se un avvocato decide di comunicare con il proprio cliente tramite messaggi SMS e WhatsApp sta forse commettendo una violazione deontologica? Secondo il CNF no.…

I 10 articoli più letti su Servicematica nel 2022

Il 2022 sta per finire, e noi di Servicematica eravamo molto curiosi di sapere quali sono stati gli argomenti che hanno suscitato più interesse tra…

Civile, il Governo corre ai ripari: incentivi e smart working per smaltire l’arretrato

Meno di un anno per recuperare i ritardi e centrare gli obiettivi PNRR sulla giustizia civile: il Governo accelera e vara un pacchetto di misure urgenti per potenziare gli uffici più in difficoltà. Il decreto legge 117/2025, in vigore dal 9 agosto e ora all’esame della Camera, punta sulla razionalizzazione delle risorse già disponibili: incentivi economici per i magistrati che accettano trasferimenti temporanei, smaltimento dei fascicoli a distanza e coinvolgimento di giudici onorari e neo-assunti.

Gli obiettivi PNRR e il ritardo da colmare

Il piano europeo impone due traguardi principali: ridurre del 40% i tempi della giustizia rispetto al 2019 e tagliare del 90% le cause pendenti iscritte tra il 2017 e il 2022 nei tribunali e dal 2018 al 2022 nelle corti d’appello. Nonostante l’obiettivo intermedio di smaltimento sia stato raggiunto a fine 2024, la strada è ancora lunga: a inizio anno restavano da definire 200mila procedimenti nei tribunali e 35mila in appello.

Il vero nodo, però, è la durata complessiva: il disposition time – l’indicatore che stima il tempo necessario a definire i procedimenti – ha segnato un calo del 24,4% rispetto al 2019, ma siamo ancora lontani dal target. A marzo 2025, il tempo medio era di 467 giorni nei tribunali, 492 nelle corti d’appello e 940 in Cassazione, per un totale di 1.899 giorni.

Incentivi per i trasferimenti e giudici “da remoto”

Per le corti d’appello più indietro, il decreto prevede un fondo di 2,7 milioni di euro per indennità destinate ai magistrati con almeno una valutazione di professionalità che accettano di trasferirsi temporaneamente. Il Csm individuerà le sedi e dovrà deliberare i trasferimenti entro il 23 settembre.

Per i tribunali, invece, arriva il “supporto a distanza”: fino a 500 magistrati potranno lavorare da remoto su almeno 50 fascicoli ciascuno, limitatamente ai procedimenti già maturi per la decisione. L’operazione è volontaria e remunerata con un incentivo: per il 2026 sono stati stanziati 15 milioni di euro.

Onorari e tirocinanti in prima linea

Nessuna indennità aggiuntiva per i giudici onorari di pace, che potranno però sostituire i togati nelle sedi critiche. Inoltre, il tirocinio dei vincitori del concorso 2023 cambia struttura: resta di 18 mesi, ma con inserimento più rapido e un periodo di sei mesi nelle corti d’appello per accelerare l’operatività.

Piani straordinari e deroghe sui carichi di lavoro

I capi degli uffici giudiziari coinvolti dovranno predisporre piani straordinari, anche derogando ai criteri ordinari di assegnazione, per concentrare le risorse sulle materie rilevanti per il PNRR, sacrificando – se necessario – altri contenziosi.

Le proposte rimaste fuori

Alcune soluzioni avanzate dal Csm a luglio non sono state accolte: niente utilizzo dei magistrati in pensione e nessun intervento per deflazionare il contenzioso su immigrazione e cittadinanza, due aree ad alta intensità di ricorsi.


LEGGI ANCHE

Le eredità vanno dichiarate: obbligo di comunicazione patrimoniale anche per i condannati per mafia

Le Sezioni Unite della Cassazione fanno chiarezza: anche i beni ricevuti per successione devono essere comunicati dalle persone sottoposte all’obbligo di monitoraggio patrimoniale. Resta al…

sottoscrizione avvocati

Gli avvocati e facoltà di eseguire autenticazioni

Hanno gli avvocati il potere di eseguire autenticazioni? Sì. Il riferimento normativo si trova nelle modifiche all’articolo 14 della legge 53/1990 introdotte con l’art. 16…

Riforma del catasto attrito politico

Delega fiscale per la modifica del sistema di rilevazione catastale degli immobili La Legge delega fiscale prevede la riforma del catasto e un modo per non aumentare (ulteriormente) le tasse. Sarà un punto…

Evasione fiscale, allarme Corte dei Conti: incassato meno di un quinto di quanto accertato

La lotta all’evasione fiscale in Italia continua a mostrare risultati deludenti. A certificarlo è la Corte dei Conti, che nella relazione di accompagnamento al Rendiconto Generale dello Stato evidenzia come, a fronte di 72,3 miliardi di euro di imposte evase accertate nel 2024, il gettito effettivamente recuperato non superi i 12,8 miliardi, pari al 17,7%. Una quota che conferma la difficoltà del sistema nel trasformare gli accertamenti in entrate reali.

Cartelle esattoriali: incassi al minimo
Ancora più critico il dato relativo alle iscrizioni a ruolo: su 40,7 miliardi di importi accertati, l’incasso si ferma a 1,3 miliardi, appena il 3,1%. Un fenomeno che, secondo i magistrati contabili, trova spiegazione nella «radicata aspettativa di successive rottamazioni» e nella convinzione diffusa di poter eludere le procedure esecutive. In altre parole, molti contribuenti scelgono di non pagare, sperando in una futura sanatoria.

Controlli fiscali: il fisco “bussa” una volta ogni 71 anni
Il rapporto della Corte dei Conti sottolinea anche la scarsità dei controlli sostanziali, quelli che prevedono accessi diretti e verifiche sul campo. Nel 2024 l’Agenzia delle Entrate ne ha effettuati solo sul 1,4% delle attività imprenditoriali, professionali e autonome: 129mila contribuenti su circa 9 milioni. In media, significa che un contribuente potrebbe essere sottoposto a ispezione una volta ogni 71 anni. Frequenze ancora più basse in alcuni settori chiave come commercio, ristorazione e sanità, fermi tra l’1,3% e l’1,7%. Nelle costruzioni la media è di un controllo ogni 20 aziende, mentre per gli intermediari immobiliari uno ogni 50.

Irregolarità e scarsa compliance
Il documento analizza anche il triennio 2019-2021, evidenziando un’adesione molto bassa alle comunicazioni di irregolarità inviate ai contribuenti. Nel 2021, su 4,5 miliardi contestati a persone fisiche, i versamenti si sono fermati a 448 milioni (meno del 10%). Le società di persone hanno pagato solo l’8,4% delle somme richieste dopo le comunicazioni, mentre per le società di capitali il tasso sale al 9,6%, nonostante un generale livello di regolarità dichiarativa del 93,7%.

Focus Iva: recuperato meno del 20%
Le criticità emergono anche per l’Iva: su 9,6 miliardi di imposte contestate, solo 1,7 miliardi sono stati versati, il 17,26%. Nel complesso, nel triennio considerato, appena 5,2 miliardi su 30 sono entrati nelle casse dello Stato. «Le riscossioni delle imposte richieste a seguito di comunicazioni di irregolarità – osserva la Corte – costituiscono mediamente poco più del 16% del totale dovuto».

Un sistema poco deterrente
Il divario tra accertato e incassato, unito alla rarità dei controlli, solleva dubbi sull’efficacia dell’attuale sistema di compliance fiscale. «Il rapporto tra numerosità dei contribuenti e controlli – si legge nel documento – incide direttamente sulla capacità deterrente dell’azione ispettiva».


LEGGI ANCHE

sicurezza informatica

Sicurezza informatica PMI: le raccomandazioni dell’ENISA

L’ENISA, l’Agenzia Europea per la Cybersecurity, ha condiviso nuove raccomandazioni per aiutare le PMI a gestire meglio la propria sicurezza informatica. Difendersi dai cybercriminali è…

Interruzione supporto esteso Windows10, Office 2016-2019, Exchange Server, Project e Visio.

Dal 14 ottobre 2025 Microsoft ha terminato il supporto esteso per Windows 10 e le versioni 2016 e 2019 di Microsoft Office, Exchange Server, Project…

Nomi di fantasia nelle sentenze: meglio degli omissis?

Nomi di fantasia nelle sentenze: meglio degli omissis?

La sentenza n. 1134/2020 emessa dal Consiglio di Giustizia Amministrativa della Regione Sicilia assume particolare rilevanza per la scelta linguistica di sostituire gli omissis con…

Il ritorno dello Stato nell’economia: la geopolitica riscrive le regole del capitalismo

C’erano una volta le stateless company, multinazionali così potenti da sfuggire a qualsiasi appartenenza nazionale. Oggi quello scenario appare superato: il capitalismo sta vivendo una trasformazione profonda, segnata dal ritorno prepotente dello Stato nell’economia. Non più solo regolatore, ma attore diretto, soprattutto nei settori strategici.

L’ultimo segnale arriva dagli Stati Uniti, dove la Casa Bianca valuta l’acquisto del 10% di Intel, non per salvarla, ma per orientarne le strategie industriali. Una mossa che, fino a pochi anni fa, sarebbe stata inconcepibile nella patria del libero mercato. Ma la logica è chiara: in un mondo spaccato dalla competizione geopolitica, lasciare le redini ai soli privati è diventato un rischio.


Dal mito del mercato alla necessità del controllo

Per decenni, il dogma liberista ha spinto verso privatizzazioni e deregolamentazione, nella convinzione che l’apertura dei mercati fosse sinonimo di democrazia. Il crollo del Muro di Berlino sembrò confermare quella teoria. Oggi sappiamo che non era così: la globalizzazione ha creato vincitori e perdenti, erodendo il potere della politica a vantaggio delle grandi corporation, molte delle quali hanno goduto di vantaggi fiscali e normativi senza precedenti.

Ora il pendolo oscilla nella direzione opposta. Settori come spazio, intelligenza artificiale, difesa, semiconduttori e gestione delle terre rare sono considerati strategici: affidarne il controllo esclusivo al mercato significa esporre interi Paesi a vulnerabilità sistemiche.


Il compromesso americano: Big Tech e Stato alleati

Il caso Intel non è isolato. Il colosso dei chip Nvidia, che da solo capitalizza quanto il Pil combinato di Italia e Spagna, ha accettato di versare allo Stato una quota dei profitti generati dai semiconduttori destinati all’intelligenza artificiale. Nel Novecento, una misura simile sarebbe sembrata un’eresia; oggi è una scelta obbligata per garantire sicurezza e competitività.

“Assistiamo a una metamorfosi del capitalismo americano – spiega Andrea Colli, docente di Storia economica alla Bocconi –. Il potere pubblico non interviene più solo per salvare aziende in crisi, ma per indirizzare interi settori, trasformando le multinazionali in strumenti di politica industriale”.


Il modello cinese e l’illusione della concorrenza

Un’analisi pubblicata su Foreign Affairs è esplicita: la Cina ha vinto la sfida industriale e tecnologica grazie alla presenza massiccia dello Stato nell’economia. Per l’Occidente, la strada non è ostacolare Pechino con dazi o sanzioni, ma rafforzare le proprie filiere produttive attraverso investimenti pubblici e partecipazioni dirette.

Non è più il tempo del mercato puro: la concorrenza, avverte Colli, diventa un limite; in alcuni comparti, i monopoli assumono un valore strategico.


Multinazionali e politica: un’alleanza inevitabile

Questo nuovo scenario cambia le regole del gioco. Le grandi imprese, per sopravvivere e crescere, devono accettare la mano pubblica e, al contempo, esercitare pressione per modificare norme considerate penalizzanti. Una simbiosi che rischia di mettere in secondo piano principi fino a ieri intoccabili: separazione dei poteri, indipendenza delle autorità di controllo, governance ispirata alla trasparenza.

Le promesse di sostenibilità di pochi anni fa – dalle campagne contro il climate change alle iniziative Net Zero – appaiono oggi sbiadite, vittime della realpolitik economica. Erano impegni reali o solo retorica di facciata? La risposta a questa domanda dirà molto sul futuro di un capitalismo che, sotto la spinta della geopolitica, sta cambiando pelle.


Il ritorno dello Stato non è una parentesi, ma un nuovo paradigma: il capitalismo del XXI secolo non si gioca più solo nelle Borse, ma nelle stanze dei governi. Con un interrogativo aperto: quanto di questo potere serve davvero all’interesse generale e quanto, invece, agli azionisti delle grandi corporation?


LEGGI ANCHE

Greco (CNF), “Avvocato in Costituzione rafforza anche l’autonomia della magistratura”

«Accogliamo con favore l’annuncio del Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, riguardante l’inserimento dell’avvocato nella Costituzione nel disegno di legge sulla separazione delle carriere. Questo rappresenta…

scadenze 2 novembre esoneri previdenziali

Domande esonero contributivo? scadono il 2 novembre

La scadenza per l’invio delle domande per l’esonero contributivo dei professionisti è vicina Il prossimo martedì 2 novembre scade il termine per la presentazione delle domande dei professionisti…

Costituzione in appello e termini in scadenza il sabato: vale la proroga?

Costituzione in appello e termini in scadenza il sabato: vale la proroga?

Per la costituzione in appello vale la proroga dei termini se la scadenza cade di sabato? Con l’ordinanza n. 21925/2021 del 30 luglio 2021, la…

Pensioni, il posto fisso vale doppio: ex dipendenti pubblici i “Paperoni” dell’Inps

Il posto fisso continua a garantire vantaggi, anche dopo la fine della vita lavorativa. A certificarlo è il XXIV Rapporto annuale Inps, che fotografa una realtà evidente: i pensionati del settore pubblico incassano mediamente assegni molto più alti rispetto agli ex lavoratori privati. 2.221 euro lordi al mese contro i 1.408 euro percepiti da chi ha trascorso la carriera nel privato.

Un divario che diventa ancora più marcato se si scorre la classifica delle categorie: gli ex sanitari guidano la graduatoria con una pensione media di 5.117 euro, seguiti dagli ex statali (2.298 euro). Più in basso, ma pur sempre sopra la media nazionale (1.444 euro), gli ex insegnanti, che con 1.689 euro risultano i meno fortunati tra i privilegiati.


Una spesa che pesa

Nel 2024 la spesa complessiva per le pensioni è stata di 320,6 miliardi di euro, di cui 227 miliardi (70%) destinati al settore privato e 93,5 miliardi (30%) al pubblico. Un apparente equilibrio che però nasconde una sproporzione: i pensionati pubblici rappresentano il 18,7% del totale, ma assorbono quasi un terzo della spesa. Tradotto: un pensionato privato costa “1”, un pensionato pubblico 1,71.

Questo accade perché, a differenza del privato, dove i contributi previdenziali sono legati alla produzione di reddito e al versamento da parte di imprese e lavoratori, nel pubblico le somme destinate a pensioni derivano direttamente dalla fiscalità generale. Contributi e trattamenti, quindi, diventano “partite di giro” a carico dello Stato, senza un vero accumulo nel tempo.


L’universo pensioni in numeri

Nel 2024 i pensionati italiani erano circa 16,3 milioni, di cui oltre il 51% donne. L’importo medio lordo delle pensioni da lavoro si è attestato a 1.444 euro al mese, mentre le prestazioni assistenziali (pensioni sociali, assegni e invalidità civile) restano ferme poco sopra i 500 euro mensili.

Analizzando le singole gestioni, emerge che:

  • 47% delle pensioni è a carico del Fondo lavoratori dipendenti (privato), con una media di 1.408 euro;

  • 30% ricade sulle gestioni autonome e parasubordinati (media 942 euro);

  • 19% riguarda la gestione dipendenti pubblici, con una media di 2.221 euro.


Chi sono i “Paperoni” dell’Inps

Tra le categorie pubbliche, il primato spetta agli ex sanitari, con una media mensile di 5.117 euro, seguiti dagli ex statali (2.298 euro), ufficiali giudiziari (1.933 euro) e dipendenti degli enti locali (1.886 euro). Chiudono la classifica i docenti, con 1.689 euro, comunque sopra il livello medio nazionale.

Sul fronte opposto, i più penalizzati restano gli ex artigiani (1.138 euro), gli ex commercianti (1.090 euro), gli agricoltori (792 euro) e gli iscritti alla gestione separata, che si fermano a 289 euro.


Una torta unica, ma fette diseguali

Il sistema pensionistico italiano si basa sul criterio della ripartizione: i contributi versati oggi finanziano le pensioni di oggi. Ma con una torta unica che ingloba sia pubblico che privato, il dato che emerge dal rapporto Inps è chiaro: quando si spartisce, i pensionati pubblici prendono la fetta più grossa.


LEGGI ANCHE

E se il tampone scade durante l’orario di lavoro?

Come comportarsi se il valore del test del tampone scade durante l’orario di lavoro Durante questo periodo di ancora piena pandemia ci si potrebbe porre la seguente domanda.…

Bonifici istantanei: da gennaio stop ai costi extra

Nuove regole europee uniformano le tariffe ai bonifici ordinari

Pene concorrenti: la richiesta di pena sostitutiva non blocca l’esecuzione

La Corte di Cassazione chiarisce che l’istanza ex art. 20-bis c.p. non sospende automaticamente l’ordine di esecuzione, anche se in attesa di decisione sulla misura…

Telecamere nascoste sul lavoro: la Cassazione apre ai controlli difensivi

Si riaccende il dibattito sui confini della privacy nei luoghi di lavoro. Con la sentenza n. 28613 del 5 agosto 2025, la Corte di Cassazione ha stabilito che l’installazione di una telecamera nascosta, non segnalata e senza autorizzazione sindacale o ispettiva, è lecita quando il suo impiego è mirato ad accertare gravi condotte illecite ai danni dell’azienda e non comporta un controllo sistematico dei dipendenti.


Il quadro normativo e la deroga per i controlli difensivi

In linea generale, l’articolo 4 dello Statuto dei Lavoratori vieta l’uso di impianti audiovisivi per il controllo a distanza dell’attività lavorativa. Il divieto, tuttora penalmente sanzionato dall’art. 171 del Codice Privacy (D.Lgs. 196/2003), si fonda sulla tutela della riservatezza del personale. Tuttavia, la Cassazione chiarisce che tale disciplina non si applica ai controlli difensivi, ossia a quei controlli finalizzati esclusivamente alla protezione del patrimonio aziendale.

Secondo i giudici, non si configura violazione di legge quando la telecamera è destinata a verificare condotte fraudolente e il suo utilizzo rimane circoscritto al tempo necessario per accertare il sospetto. Diverso sarebbe il caso di un impianto volto a monitorare continuativamente la prestazione lavorativa, che resterebbe illegittimo.


Il principio affermato dalla Cassazione

Il diritto alla privacy del lavoratore, sottolinea la sentenza, cede di fronte alla necessità di prevenire o reprimere illeciti che possano arrecare danno all’azienda. In questo contesto, la videosorveglianza non è considerata uno strumento di controllo a distanza, ma una misura di tutela. Di conseguenza, le prove acquisite attraverso questo tipo di dispositivo restano utilizzabili in giudizio.


Cosa cambia per le imprese

La decisione rappresenta un punto fermo per i datori di lavoro, spesso in bilico tra il rischio di violare la normativa sulla privacy e la necessità di difendersi da furti o frodi interne. Il messaggio della Suprema Corte è chiaro: i controlli difensivi sono legittimi se proporzionati, mirati e limitati nel tempo, a condizione che non sfocino in un monitoraggio generalizzato della vita lavorativa.


LEGGI ANCHE

Lavoro e diritti: aumentano le cause, in arrivo nuovi specialisti giuslavoristi

Pubblico impiego, previdenza e licenziamenti trainano il contenzioso. Intanto, da questo autunno partiranno i primi corsi per avvocati specializzati in diritto del lavoro e previdenza…

prestazioni gratuite

Avvocati: l’offerta di prestazioni gratuite è un illecito disciplinare

Con la sentenza n. 148/2019 il Consiglio Nazionale Forense  ha stabilito che l’offerta di prestazioni gratuite o a un costo simbolico è un illecito disciplinare poiché…

nuova truffa whatsapp

Attenzione alla nuova truffa WhatsApp

Aumentano i tentativi di frodare gli utenti su WhatsApp, sfruttando l’ingenuità e il buon senso delle persone per svuotare i loro conti correnti. «Ciao mamma,…

Mangiare meglio per lavorare meglio: il cibo sano diventa leva di produttività

Che il benessere parta da ciò che mangiamo non è una novità. Ma oggi c’è di più: si è scoperto che una corretta alimentazione in azienda non incide solo sulla salute, ma anche sulla produttività e, di riflesso, sui bilanci. A sostenerlo è uno studio pubblicato su Occupational Health Science, secondo cui i lavoratori che hanno accesso a pasti sani e bilanciati mostrano minor stress, maggiore energia e migliori performance decisionali. Insomma, il piatto giusto fa bene al cervello, oltre che al corpo.


Dallo stress alla produttività: la rivoluzione della pausa pranzo

Secondo l’analisi condotta su 228 dipendenti, chi trova in azienda opzioni alimentari equilibrate è più concentrato, commette meno errori e affronta meglio i picchi di lavoro. Gli alimenti ricchi di nutrienti, spiegano gli esperti, potenziano memoria e attenzione, mentre una dieta scorretta aumenta stanchezza e cali di rendimento. Il risultato? Un impatto diretto non solo sulla produttività giornaliera, ma anche sulle performance aziendali di lungo periodo.

È per questo che il tradizionale modello della “mensa aziendale” sta lasciando spazio a soluzioni più evolute: ristorazione collettiva di qualità, tracciabilità delle materie prime e ambienti progettati come spazi di welfare.


Il caso Pedevilla: dalla pausa pranzo alla leva strategica

Tra le realtà italiane che hanno interpretato questo cambio di paradigma c’è Pedevilla, gruppo tricolore a conduzione familiare che da oltre cinquant’anni opera nella ristorazione aziendale, scolastica e sanitaria. Nel 2024 ha servito 6,6 milioni di pasti, con 117 clienti attivi in tutta Italia, oltre 1.100 collaboratori e un fatturato superiore ai 64 milioni di euro.

La strategia è chiara: cucina interna, materie prime selezionate con filiera corta, spazi condivisi pensati come hub sociali e forte attenzione alla sostenibilità. Non a caso, 90 ristoranti sono già plastic-free, grazie a investimenti per oltre 810mila euro in packaging ecologico. Una scelta che trasforma la pausa pranzo in strumento di welfare e di efficienza organizzativa.


Un investimento che rende sei volte tanto

Non si tratta solo di benessere: i numeri raccontano una storia di ritorno economico. Secondo una ricerca pubblicata sull’American Journal of Health Promotion, ogni euro speso in programmi aziendali per la salute – alimentazione compresa – genera un ritorno medio di 5,8 euro. A confermarlo anche un’indagine europea condotta su oltre 11mila lavoratori: ambienti con politiche nutrizionali strutturate non solo aumentano la produttività, ma riducono assenteismo e calo di performance.


Italia in prima linea?

Eppure, nelle PMI europee le politiche alimentari aziendali sono ancora poco diffuse. Uno studio su BMC Public Health evidenzia un enorme margine di miglioramento. Per un Paese come l’Italia, dove la cultura del buon cibo è parte dell’identità, la sfida è chiara: trasformare la pausa pranzo in un volano di crescita. Un’occasione che unisce salute, sostenibilità e competitività.


LEGGI ANCHE

In che modo gli asset diventano importanti per un avvocato?

Asset è un termine inglese che indica un ente, materiale o immateriale potenzialmente dotato di valore economico. In economia, un asset è una qualsiasi attività…

web marketing rispettando il codice deontologico

È possibile fare web marketing rispettando il codice deontologico?

La possibilità di promuovere l’attività forense è una novità recente nel panorama italiano e, per questo, il numero di avvocati che sfruttano sito, blog e…

casco da operaio

Morti sul lavoro, OCF: monito di Mattarella per arginare al più presto le criticità

L’avvocatura si appella al Parlamento e al Governo affinché si intervenga in modo risoluto.

Smart working batte lo stipendio: i giovani rivoluzionano le priorità sul lavoro

Per la prima volta, nella scala delle priorità dei giovani candidati al lavoro, la possibilità di lavorare da remoto e gestire il proprio tempo supera il peso dello stipendio. È il risultato della 35ª edizione dell’indagine “Giovani & Lavoro” condotta dal Gidp (Gruppo Italiano Direttori del Personale), che raccoglie le opinioni di oltre 4.500 manager delle risorse umane, soprattutto nelle grandi imprese del Nord Italia.

Un sorpasso storico, che segna un cambio di paradigma: lo smart working non è più un “benefit”, ma un diritto percepito, al punto da superare retribuzione e bonus come elemento decisivo al momento del colloquio. Seguono, a distanza, altre richieste come chiarezza sulle mansioni e percorsi di crescita.


Flessibilità prima di tutto

Fino a un anno fa la flessibilità occupava il terzo posto nella lista dei desideri, dietro stipendio e benefit. Oggi il trend si è ribaltato. “È la prova che il concetto di ‘buon lavoro’ sta cambiando rapidamente”, osserva la ricerca. I giovani chiedono autonomia organizzativa, equilibrio vita-lavoro e senso del proprio ruolo, prima ancora di trattare il pacchetto economico. Un approccio che le aziende, però, sembrano recepire solo in parte.


Generazioni a confronto: il vero stress test

Oltre alla richiesta di flessibilità, emerge un altro nodo: la convivenza intergenerazionale. Il 90% delle aziende ospita almeno tre generazioni diverse, con inevitabili divergenze su comunicazione, aspettative di carriera, uso del digitale e visione del work-life balance. Nonostante questo, solo il 23,7% delle imprese ha avviato programmi strutturati di mentorship per favorire l’integrazione. “La convivenza tra generazioni è il vero stress test per le imprese italiane – afferma Marina Verderajme, presidente di Gidp –. Dove manca il confronto, si crea frammentazione; dove funziona, si cresce meglio”.


Il punto di vista delle aziende

“Più che smart working, i giovani ci chiedono flessibilità”, conferma Domenico Santoro, direttore del personale di Air Liquide. L’azienda ha introdotto il lavoro agile già nel 2018 e oggi consente fino al 50% di tempo da remoto, con ampia libertà di organizzazione. Ma non basta: “Le nuove generazioni cercano senso, sviluppo individuale e formazione continua”, spiega Santoro, sottolineando l’impegno in programmi di mentoring per integrare senior e junior.


Competenze, l’altra emergenza

Al tema organizzativo si somma il mismatch tra domanda e offerta di competenze. Il 26,2% delle imprese dichiara di dover formare internamente i neolaureati subito dopo l’assunzione, mentre il 23% fatica a trovare diplomati tecnici pronti all’ingresso. Solo il 15% afferma di non avere problemi nel reperimento di profili junior.


LEGGI ANCHE

Riforma Giustizia: per 3 italiani su 4 è una priorità

La riforma del sistema giudiziario è una priorità per 3 italiani su 4. Questo è quanto emerso da un sondaggio realizzato da Quorum/YouTrend per Sky…

magistrato tributario pnrr

Riforma dell’ordinamento giudiziario: ok ai test psicoattitudinali per i magistrati

Il Consiglio dei ministri ha approvato, in esame definitivo, i seguenti provvedimenti: Attuazione della legge 17 giugno 2022, n. 71, recante deleghe al Governo per…

mano soldi

Evasione fiscale offshore in calo del 70% grazie allo scambio automatico di dati

Tuttavia, nonostante i risultati incoraggianti, lo studio segnala che circa il 30% della ricchezza offshore rimane ancora al di fuori della portata delle autorità fiscali.

Criptovalute, l’Europa davanti al bivio: regolamentare o restare indietro

C’è un momento in cui la storia economica chiede di scegliere: cambiare o restare ancorati al passato. Per la finanza digitale, quel momento è arrivato. A dimostrarlo è il Genius Act, la nuova normativa statunitense dedicata alla regolamentazione delle stablecoin, che promette di trasformare il settore, imponendo trasparenza e garanzie per i consumatori.

L’Europa, invece, rischia di arrivare ancora una volta in ritardo. Nonostante i progressi introdotti con il regolamento Micar e l’attuazione della Travel Rule, il vecchio continente continua a oscillare tra prudenza e timore. Il punto è che le criptovalute non sono un pericolo da demonizzare, ma una realtà da governare. E le stablecoin, in particolare, dimostrano quanto sia urgente adottare regole moderne e flessibili, senza soffocare l’innovazione.


Perché le stablecoin non sono “moneta tossica”

A differenza di altre criptovalute, le stablecoin devono la loro stabilità all’ancoraggio a valute tradizionali, come il dollaro, e alla copertura con asset liquidi e a basso rischio. Il Genius Act, infatti, prevede obblighi rigorosi: divieto di investire le riserve in operazioni speculative, trasparenza nei bilanci, audit indipendenti e controlli costanti. Una cornice che non frena il mercato, ma lo rende più sicuro e competitivo.

Non basta: la normativa statunitense si pone anche l’obiettivo di rafforzare il ruolo del dollaro sui mercati globali, aumentando l’attrattività del debito e stabilizzando i tassi di interesse. Una strategia che unisce tutela dei consumatori e vantaggi macroeconomici.


Il paradosso europeo

Mentre Washington accelera, l’Europa rischia l’ennesimo passo falso. Eppure, il contesto normativo non è fermo: il regolamento Micar rappresenta una best practice in termini di vigilanza e autorizzazione degli operatori, mentre il recepimento della Travel Rule nel nostro ordinamento, con il D.Lgs. 204/2024, rafforza i presidi contro il riciclaggio e le operazioni sospette. Ma il problema è nella rigidità delle regole: se non verranno bilanciate da strumenti flessibili, il mercato rischia di soffocare, spingendo l’innovazione altrove.


Il peso dei numeri

I dati parlano chiaro: al 31 dicembre 2024, i 166 Virtual Asset Service Provider registrati presso l’OAM gestivano cripto-attività per oltre 2,6 miliardi di euro. Un segmento in crescita che, se governato, potrebbe ridurre tempi e costi delle transazioni, offrendo vantaggi enormi a imprese e consumatori. Non si tratta di un “pozzo oscuro”, ma di una leva strategica che può rilanciare competitività e inclusione finanziaria.


La domanda è semplice e cruciale: chi ha paura delle cripto? Se l’Europa non saprà superare il pregiudizio ideologico e affrontare il tema con regole trasparenti e proporzionate, il rischio è quello di abdicare a un ruolo attivo nella finanza globale. Una scelta che, in tempi di rivoluzione digitale, non possiamo permetterci.


LEGGI ANCHE

Camera Penale di Cosenza: “L’aula bunker di Lamezia Terme inadeguata per i processi”

Il Consiglio direttivo della Camera Penale esprime preoccupazione per la sicurezza di avvocati, cancellieri, polizia penitenziaria e magistrati, alla luce del recente episodio di esondazione…

Digitalizzazione della Giustizia

La digitalizzazione della Giustizia: quale futuro?

La digitalizzazione della Giustizia ha subito una forte e inaspettata accelerazione durante gli ultimi mesi caratterizzati dall’epidemia da COVID-19. Una digitalizzazione un po’ forzata e…

poste italiane praticanti avvocati

Giustizia, online il bando per l’assunzione di mille autisti

Le domande di partecipazione dovranno essere inoltrate in vita telematica tramite il portale informatico, con termine di scadenza fissato al 25 settembre 2024.

Controlli in malattia, la Cassazione mette un freno: “Niente detective senza sospetti concreti”

Pedinare un lavoratore in malattia per verificare se rispetta le fasce di reperibilità? Non è consentito, a meno che non ci siano indizi seri e circostanziati di comportamenti illeciti. Lo ha chiarito la Corte di cassazione con l’ordinanza n. 23578/2025, confermando la decisione della Corte d’appello che aveva annullato un licenziamento disciplinare fondato su un report investigativo.

Il caso nasce dalla scelta di un datore di lavoro di incaricare un’agenzia investigativa, convinto che il dirigente in malattia non rispettasse gli obblighi di reperibilità. L’attività, durata sedici giorni – comprese le festività natalizie – si è tradotta in un pedinamento costante, con controlli dal mattino alla sera e monitoraggio non solo del dipendente, ma anche dei familiari e di terzi. Un’invasione della sfera privata che, secondo i giudici, non trova giustificazione.

La Corte territoriale, riformando la sentenza di primo grado, ha escluso la “giusta causa” e ha riconosciuto al dirigente le indennità dovute, sottolineando che il sospetto di illecito era del tutto assente. L’ordinamento, infatti, offre strumenti meno invasivi, come le visite fiscali Inps, sufficienti a verificare il rispetto delle fasce orarie.

Gli ermellini hanno confermato questa linea, richiamando precedenti giurisprudenziali e ribadendo che i controlli difensivi sono ammessi solo se proporzionati e limitati al necessario, senza trasformarsi in sorveglianza continua della vita privata. In caso contrario, le prove raccolte non solo sono inutilizzabili, ma rendono illegittimo il licenziamento.

Il principio non è nuovo, ma la sua applicazione resta problematica. Per i datori di lavoro, il messaggio è chiaro: anche di fronte a fondati motivi disciplinari, il diritto alla riservatezza del lavoratore prevale su controlli indiscriminati. Il rischio, altrimenti, è vedere annullati provvedimenti che si ritenevano solidi, con conseguenze economiche e reputazionali pesanti.


LEGGI ANCHE

Riscatto della laurea e contributi: le risposte di Cassa Forense

Sul sito di Cassa Forense è attivo un servizio di risposta alle domande degli iscritti. Dopo essere entrati con il proprio codice meccanografico, si procede a inserire…

Tensione tra il Consiglio Superiore della Magistratura e Nordio

Accuse incrociate, parole dure e richieste di protezione dell'ordine giudiziario: il confronto sul futuro della giustizia si fa sempre più acceso.

Il centrosinistra trionfa in Emilia-Romagna e Umbria: Pd protagonista, flop per Lega e M5S

Le elezioni sono state segnate da un calo drastico dell’affluenza: in Emilia-Romagna ha votato solo il 46,42% degli aventi diritto, mentre in Umbria il dato…

Iso 27017
Iso 27018
Iso 9001
Iso 27001
Iso 27003
Acn
RDP DPO
CSA STAR Registry
PPPAS
Microsoft
Apple
vmvare
Linux
veeam
0
    Prodotti nel carrello
    Il tuo carrello è vuoto