Elettronica ed elettrotecnica, allarme competenze: 7 aziende su 10 frenano progetti per mancanza di tecnici

La spinta verso l’internazionalizzazione e la doppia transizione – verde e digitale – ha portato le imprese italiane dell’elettronica e dell’elettrotecnica a un fatturato aggregato che supera i 100 miliardi di euro, di cui un terzo realizzato all’export. Tuttavia, dietro questi numeri record si nasconde una criticità che rischia di compromettere lo sviluppo: la carenza di competenze tecniche specialistiche.

Il problema: mancano tecnici e ingegneri
Secondo una ricerca condotta da Thea Group insieme al Servizio studi Anie e al Research Department di Intesa Sanpaolo, il 75% delle aziende del comparto segnala difficoltà a reperire tecnici e operai specializzati. Si tratta di figure che rappresentano l’85% delle assunzioni programmate. Il risultato? Il 70% delle imprese ammette di aver dovuto rallentare o sospendere progetti strategici, mentre il 29% ha perso opportunità di mercato, soprattutto per la concorrenza di settori alternativi come automotive, energia e logistica.

«Serve concretezza – afferma Andrea Moretti, amministratore delegato della Palazzoli di Brescia –. Dobbiamo semplificare la burocrazia, investire nella formazione tecnica e creare incentivi reali per le aziende. Solo così il nostro Paese potrà essere attrattivo per i talenti». Palazzoli, che fattura 70 milioni di euro e cresce del 10% annuo, ha assunto 30 persone nel 2024 e punta a mantenere questo ritmo.

La competizione tra settori e il rischio di fuga dei talenti
A complicare lo scenario è la crescente competizione interna: «Il settore ferroviario oggi compete direttamente con altri comparti per attrarre profili tecnici – spiega Michele Viale, managing director di Alstom Italia –. Nel 2023 la filiera ferroviaria ha generato 6,4 miliardi di fatturato, con il 23% destinato all’export. Solo nel 2024 abbiamo inserito oltre 400 nuove risorse».

Un problema condiviso anche da ABB, che gestisce circa 500 posizioni aperte: «Le difficoltà maggiori riguardano automazione industriale, elettrificazione e digitalizzazione – sottolinea Emiliano Diotallevi, country HR manager –. Il mercato è molto competitivo e le competenze tecniche sono richieste in più settori».

I profili più cercati
Oltre a operai qualificati, le imprese puntano su ingegneri elettrici, progettisti meccanici, esperti di digitalizzazione industriale e sostenibilità. «La forza lavoro va potenziata sia nei reparti produttivi sia nella progettazione», afferma Ludovica Zigon, board member del Gruppo Getra, leader nella produzione di trasformatori e sistemi di interconnessione.

Il nodo formazione e il ruolo delle istituzioni
Per colmare il gap, il settore chiede interventi concreti: più investimenti in formazione tecnica e professionale, percorsi rapidi per le competenze digitali, e politiche di attrazione dei talenti dall’estero. «Serve una narrazione positiva dell’industria italiana – aggiunge Moretti – per valorizzare un comparto che offre opportunità di crescita e innovazione».


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Sanità digitale, l’AI impara senza violare la privacy: la rivoluzione del Federated Continual Learning

Algoritmi che riconoscono patologie da immagini radiologiche o predicono l’evoluzione di una malattia partendo dai dati clinici. È questa la promessa dell’Intelligenza Artificiale in sanità. Tuttavia, la sua adozione negli ospedali resta complessa: mancano dataset omogenei e, soprattutto, è necessario tutelare la privacy dei pazienti.

Proprio per superare questi ostacoli nasce il Federated Continual Learning, un approccio che unisce due concetti chiave: il Federated Learning, che consente la collaborazione tra più strutture senza condividere dati sensibili, e il Continual Learning, che permette all’AI di aggiornarsi costantemente senza perdere le conoscenze acquisite.


Il nodo della privacy e la sfida dei dati distribuiti

Gli ospedali raccolgono informazioni preziose, ma frammentate in silos e protette da vincoli normativi. In questo contesto, il Federated Learning ha rappresentato una svolta: ogni struttura addestra il modello sui propri dati e invia solo i parametri appresi a un sistema di aggregazione centrale, preservando la riservatezza dei pazienti.

Ma il settore sanitario è in continua evoluzione: emergono nuove patologie, cambiano i protocolli clinici, e i pazienti possono revocare il consenso. Per questo serve un’AI capace di adattarsi senza “dimenticare” il passato, evitando il fenomeno del catastrophic forgetting. È qui che entra in gioco il Continual Learning.


Federated Continual Learning: come funziona

Il modello combina i due approcci. I dati restano nei centri clinici, ma l’AI aggiorna le proprie conoscenze in maniera progressiva, mantenendo la memoria delle esperienze precedenti. Alcune strategie chiave:

  • Tecniche brain-inspired: algoritmi che imitano il funzionamento del cervello, sfruttando caratteristiche stabili (feature di salienza) per conservare le informazioni più importanti.
  • Generazione di dati sintetici con GAN: per arricchire il processo di addestramento senza esporre informazioni reali, attraverso campioni artificiali privi di riferimenti ai pazienti.
  • Experience replay distribuito: ogni nodo (ospedale) “ripassa” le esperienze passate utilizzando dati sintetici condivisi, evitando la perdita di conoscenze e rispettando la privacy.

Questa combinazione è stata validata su due scenari clinici reali: la diagnosi automatica di tubercolosi tramite radiografie toraciche e la classificazione di lesioni cutanee, dove la qualità visiva influisce sulla precisione diagnostica.


Un modello adattivo per la medicina del futuro

Il Federated Continual Learning è una risposta concreta alle sfide della sanità digitale: sfrutta la potenza collaborativa delle reti ospedaliere senza compromettere la riservatezza e garantisce sistemi sempre aggiornati, capaci di adattarsi ai cambiamenti clinici.

«L’idea è creare modelli che apprendano in modo sicuro e distribuito, consolidando la memoria nel tempo», spiega il team di ricerca impegnato nello sviluppo di queste tecnologie nell’ambito del Dottorato Nazionale in Intelligenza Artificiale coordinato dall’Università Campus Bio-Medico di Roma.


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Telemarketing, scatta il blocco delle chiamate con numero falso: cosa cambia per utenti e operatori

Il 19 agosto è entrata in vigore la prima fase del blocco delle chiamate con numero falsificato (CLI spoofing), misura fortemente voluta dall’AGCOM per contrastare le frodi telefoniche e gli abusi nel telemarketing. Una rivoluzione che cambierà il modo in cui utenti e aziende gestiscono le comunicazioni, con un secondo passaggio previsto il 19 novembre, quando il blocco interesserà anche i numeri mobili italiani.

L’iniziativa nasce per rispondere a un fenomeno che negli ultimi anni ha assunto dimensioni preoccupanti: truffe bancarie condotte simulando il numero di istituti di credito, telefonate da “finti carabinieri” e campagne commerciali realizzate da call center che nascondono la propria identità.


Cos’è il CLI spoofing e perché è pericoloso

Il CLI (Calling Line Identification) è il sistema che indica all’utente il numero di chi chiama. Grazie alle tecnologie VoIP, è possibile modificare questa informazione, facendo apparire sul display un numero diverso da quello reale. Uno strumento utile in contesti aziendali, per unificare i numeri in uscita, ma che è stato sfruttato per fini illeciti: ingannare l’utente e impedire la tracciabilità del chiamante.

Secondo AGCOM, la quasi totalità delle chiamate fraudolente proviene dall’estero, utilizzando numeri italiani falsi per risultare credibili. Da qui la necessità di introdurre filtri rigorosi.


Come funziona il blocco: le due fasi

  • Prima fase (dal 19 agosto): gli operatori devono bloccare le chiamate in ingresso dall’estero che presentano un numero fisso italiano falsificato o inesistente. Questo impedisce, di fatto, che un numero geografico nazionale appaia come proveniente da fuori confine. Il sistema prevede verifiche incrociate con i database MIMIT per assicurarsi che il numero esista e sia assegnato.

  • Seconda fase (dal 19 novembre): il blocco si estenderà ai numeri mobili, con controlli più complessi. Gli operatori esteri dovranno verificare l’esistenza del numero e la sua effettiva posizione in roaming. Saranno fermate anche le chiamate provenienti da SIM sospette, numerazioni non abilitate alle chiamate vocali e quelle inserite in black list per spoofing.


Impatto sul telemarketing legittimo

Le associazioni di categoria hanno accolto con favore la misura, che potrà ridare credibilità alle chiamate commerciali lecite. Tuttavia, il settore dovrà adeguarsi: sarà obbligatorio utilizzare numerazioni registrate nel ROC (Registro Operatori di Comunicazione) e garantire la trasparenza verso il consumatore. Chiamare da numeri esteri o non riconducibili all’azienda diventerà una violazione sanzionabile.


Cosa cambia per l’utente

Per chi riceve le telefonate, la novità è significativa: una chiamata da numero fisso italiano sarà molto più affidabile, perché sottoposta a verifiche automatiche. In caso di dubbi, sarà sempre possibile controllare se il numero è registrato presso il ROC di AGCOM. Inoltre, il Codice di Condotta adottato dalle principali telco prevede che i contratti stipulati tramite numeri non autorizzati siano nulli, salvo conferma esplicita del cliente.


Perché il blocco era urgente

Il legislatore è intervenuto in ritardo: prima si era introdotto il Registro delle Opposizioni, inefficace senza un sistema che impedisse le chiamate con CLI falso. Ora, con l’implementazione completa prevista entro novembre, l’Italia si dota di uno dei meccanismi di controllo più avanzati a livello internazionale.

Resteranno fuori dal blocco solo le SIM realmente all’estero, ma in questi casi sarà facile risalire all’intestatario tramite segnalazione all’AGCOM.


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Civile, il Governo corre ai ripari: incentivi e smart working per smaltire l’arretrato

Meno di un anno per recuperare i ritardi e centrare gli obiettivi PNRR sulla giustizia civile: il Governo accelera e vara un pacchetto di misure urgenti per potenziare gli uffici più in difficoltà. Il decreto legge 117/2025, in vigore dal 9 agosto e ora all’esame della Camera, punta sulla razionalizzazione delle risorse già disponibili: incentivi economici per i magistrati che accettano trasferimenti temporanei, smaltimento dei fascicoli a distanza e coinvolgimento di giudici onorari e neo-assunti.

Gli obiettivi PNRR e il ritardo da colmare

Il piano europeo impone due traguardi principali: ridurre del 40% i tempi della giustizia rispetto al 2019 e tagliare del 90% le cause pendenti iscritte tra il 2017 e il 2022 nei tribunali e dal 2018 al 2022 nelle corti d’appello. Nonostante l’obiettivo intermedio di smaltimento sia stato raggiunto a fine 2024, la strada è ancora lunga: a inizio anno restavano da definire 200mila procedimenti nei tribunali e 35mila in appello.

Il vero nodo, però, è la durata complessiva: il disposition time – l’indicatore che stima il tempo necessario a definire i procedimenti – ha segnato un calo del 24,4% rispetto al 2019, ma siamo ancora lontani dal target. A marzo 2025, il tempo medio era di 467 giorni nei tribunali, 492 nelle corti d’appello e 940 in Cassazione, per un totale di 1.899 giorni.

Incentivi per i trasferimenti e giudici “da remoto”

Per le corti d’appello più indietro, il decreto prevede un fondo di 2,7 milioni di euro per indennità destinate ai magistrati con almeno una valutazione di professionalità che accettano di trasferirsi temporaneamente. Il Csm individuerà le sedi e dovrà deliberare i trasferimenti entro il 23 settembre.

Per i tribunali, invece, arriva il “supporto a distanza”: fino a 500 magistrati potranno lavorare da remoto su almeno 50 fascicoli ciascuno, limitatamente ai procedimenti già maturi per la decisione. L’operazione è volontaria e remunerata con un incentivo: per il 2026 sono stati stanziati 15 milioni di euro.

Onorari e tirocinanti in prima linea

Nessuna indennità aggiuntiva per i giudici onorari di pace, che potranno però sostituire i togati nelle sedi critiche. Inoltre, il tirocinio dei vincitori del concorso 2023 cambia struttura: resta di 18 mesi, ma con inserimento più rapido e un periodo di sei mesi nelle corti d’appello per accelerare l’operatività.

Piani straordinari e deroghe sui carichi di lavoro

I capi degli uffici giudiziari coinvolti dovranno predisporre piani straordinari, anche derogando ai criteri ordinari di assegnazione, per concentrare le risorse sulle materie rilevanti per il PNRR, sacrificando – se necessario – altri contenziosi.

Le proposte rimaste fuori

Alcune soluzioni avanzate dal Csm a luglio non sono state accolte: niente utilizzo dei magistrati in pensione e nessun intervento per deflazionare il contenzioso su immigrazione e cittadinanza, due aree ad alta intensità di ricorsi.


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Evasione fiscale, allarme Corte dei Conti: incassato meno di un quinto di quanto accertato

La lotta all’evasione fiscale in Italia continua a mostrare risultati deludenti. A certificarlo è la Corte dei Conti, che nella relazione di accompagnamento al Rendiconto Generale dello Stato evidenzia come, a fronte di 72,3 miliardi di euro di imposte evase accertate nel 2024, il gettito effettivamente recuperato non superi i 12,8 miliardi, pari al 17,7%. Una quota che conferma la difficoltà del sistema nel trasformare gli accertamenti in entrate reali.

Cartelle esattoriali: incassi al minimo
Ancora più critico il dato relativo alle iscrizioni a ruolo: su 40,7 miliardi di importi accertati, l’incasso si ferma a 1,3 miliardi, appena il 3,1%. Un fenomeno che, secondo i magistrati contabili, trova spiegazione nella «radicata aspettativa di successive rottamazioni» e nella convinzione diffusa di poter eludere le procedure esecutive. In altre parole, molti contribuenti scelgono di non pagare, sperando in una futura sanatoria.

Controlli fiscali: il fisco “bussa” una volta ogni 71 anni
Il rapporto della Corte dei Conti sottolinea anche la scarsità dei controlli sostanziali, quelli che prevedono accessi diretti e verifiche sul campo. Nel 2024 l’Agenzia delle Entrate ne ha effettuati solo sul 1,4% delle attività imprenditoriali, professionali e autonome: 129mila contribuenti su circa 9 milioni. In media, significa che un contribuente potrebbe essere sottoposto a ispezione una volta ogni 71 anni. Frequenze ancora più basse in alcuni settori chiave come commercio, ristorazione e sanità, fermi tra l’1,3% e l’1,7%. Nelle costruzioni la media è di un controllo ogni 20 aziende, mentre per gli intermediari immobiliari uno ogni 50.

Irregolarità e scarsa compliance
Il documento analizza anche il triennio 2019-2021, evidenziando un’adesione molto bassa alle comunicazioni di irregolarità inviate ai contribuenti. Nel 2021, su 4,5 miliardi contestati a persone fisiche, i versamenti si sono fermati a 448 milioni (meno del 10%). Le società di persone hanno pagato solo l’8,4% delle somme richieste dopo le comunicazioni, mentre per le società di capitali il tasso sale al 9,6%, nonostante un generale livello di regolarità dichiarativa del 93,7%.

Focus Iva: recuperato meno del 20%
Le criticità emergono anche per l’Iva: su 9,6 miliardi di imposte contestate, solo 1,7 miliardi sono stati versati, il 17,26%. Nel complesso, nel triennio considerato, appena 5,2 miliardi su 30 sono entrati nelle casse dello Stato. «Le riscossioni delle imposte richieste a seguito di comunicazioni di irregolarità – osserva la Corte – costituiscono mediamente poco più del 16% del totale dovuto».

Un sistema poco deterrente
Il divario tra accertato e incassato, unito alla rarità dei controlli, solleva dubbi sull’efficacia dell’attuale sistema di compliance fiscale. «Il rapporto tra numerosità dei contribuenti e controlli – si legge nel documento – incide direttamente sulla capacità deterrente dell’azione ispettiva».


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Il ritorno dello Stato nell’economia: la geopolitica riscrive le regole del capitalismo

C’erano una volta le stateless company, multinazionali così potenti da sfuggire a qualsiasi appartenenza nazionale. Oggi quello scenario appare superato: il capitalismo sta vivendo una trasformazione profonda, segnata dal ritorno prepotente dello Stato nell’economia. Non più solo regolatore, ma attore diretto, soprattutto nei settori strategici.

L’ultimo segnale arriva dagli Stati Uniti, dove la Casa Bianca valuta l’acquisto del 10% di Intel, non per salvarla, ma per orientarne le strategie industriali. Una mossa che, fino a pochi anni fa, sarebbe stata inconcepibile nella patria del libero mercato. Ma la logica è chiara: in un mondo spaccato dalla competizione geopolitica, lasciare le redini ai soli privati è diventato un rischio.


Dal mito del mercato alla necessità del controllo

Per decenni, il dogma liberista ha spinto verso privatizzazioni e deregolamentazione, nella convinzione che l’apertura dei mercati fosse sinonimo di democrazia. Il crollo del Muro di Berlino sembrò confermare quella teoria. Oggi sappiamo che non era così: la globalizzazione ha creato vincitori e perdenti, erodendo il potere della politica a vantaggio delle grandi corporation, molte delle quali hanno goduto di vantaggi fiscali e normativi senza precedenti.

Ora il pendolo oscilla nella direzione opposta. Settori come spazio, intelligenza artificiale, difesa, semiconduttori e gestione delle terre rare sono considerati strategici: affidarne il controllo esclusivo al mercato significa esporre interi Paesi a vulnerabilità sistemiche.


Il compromesso americano: Big Tech e Stato alleati

Il caso Intel non è isolato. Il colosso dei chip Nvidia, che da solo capitalizza quanto il Pil combinato di Italia e Spagna, ha accettato di versare allo Stato una quota dei profitti generati dai semiconduttori destinati all’intelligenza artificiale. Nel Novecento, una misura simile sarebbe sembrata un’eresia; oggi è una scelta obbligata per garantire sicurezza e competitività.

“Assistiamo a una metamorfosi del capitalismo americano – spiega Andrea Colli, docente di Storia economica alla Bocconi –. Il potere pubblico non interviene più solo per salvare aziende in crisi, ma per indirizzare interi settori, trasformando le multinazionali in strumenti di politica industriale”.


Il modello cinese e l’illusione della concorrenza

Un’analisi pubblicata su Foreign Affairs è esplicita: la Cina ha vinto la sfida industriale e tecnologica grazie alla presenza massiccia dello Stato nell’economia. Per l’Occidente, la strada non è ostacolare Pechino con dazi o sanzioni, ma rafforzare le proprie filiere produttive attraverso investimenti pubblici e partecipazioni dirette.

Non è più il tempo del mercato puro: la concorrenza, avverte Colli, diventa un limite; in alcuni comparti, i monopoli assumono un valore strategico.


Multinazionali e politica: un’alleanza inevitabile

Questo nuovo scenario cambia le regole del gioco. Le grandi imprese, per sopravvivere e crescere, devono accettare la mano pubblica e, al contempo, esercitare pressione per modificare norme considerate penalizzanti. Una simbiosi che rischia di mettere in secondo piano principi fino a ieri intoccabili: separazione dei poteri, indipendenza delle autorità di controllo, governance ispirata alla trasparenza.

Le promesse di sostenibilità di pochi anni fa – dalle campagne contro il climate change alle iniziative Net Zero – appaiono oggi sbiadite, vittime della realpolitik economica. Erano impegni reali o solo retorica di facciata? La risposta a questa domanda dirà molto sul futuro di un capitalismo che, sotto la spinta della geopolitica, sta cambiando pelle.


Il ritorno dello Stato non è una parentesi, ma un nuovo paradigma: il capitalismo del XXI secolo non si gioca più solo nelle Borse, ma nelle stanze dei governi. Con un interrogativo aperto: quanto di questo potere serve davvero all’interesse generale e quanto, invece, agli azionisti delle grandi corporation?


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Pensioni, il posto fisso vale doppio: ex dipendenti pubblici i “Paperoni” dell’Inps

Il posto fisso continua a garantire vantaggi, anche dopo la fine della vita lavorativa. A certificarlo è il XXIV Rapporto annuale Inps, che fotografa una realtà evidente: i pensionati del settore pubblico incassano mediamente assegni molto più alti rispetto agli ex lavoratori privati. 2.221 euro lordi al mese contro i 1.408 euro percepiti da chi ha trascorso la carriera nel privato.

Un divario che diventa ancora più marcato se si scorre la classifica delle categorie: gli ex sanitari guidano la graduatoria con una pensione media di 5.117 euro, seguiti dagli ex statali (2.298 euro). Più in basso, ma pur sempre sopra la media nazionale (1.444 euro), gli ex insegnanti, che con 1.689 euro risultano i meno fortunati tra i privilegiati.


Una spesa che pesa

Nel 2024 la spesa complessiva per le pensioni è stata di 320,6 miliardi di euro, di cui 227 miliardi (70%) destinati al settore privato e 93,5 miliardi (30%) al pubblico. Un apparente equilibrio che però nasconde una sproporzione: i pensionati pubblici rappresentano il 18,7% del totale, ma assorbono quasi un terzo della spesa. Tradotto: un pensionato privato costa “1”, un pensionato pubblico 1,71.

Questo accade perché, a differenza del privato, dove i contributi previdenziali sono legati alla produzione di reddito e al versamento da parte di imprese e lavoratori, nel pubblico le somme destinate a pensioni derivano direttamente dalla fiscalità generale. Contributi e trattamenti, quindi, diventano “partite di giro” a carico dello Stato, senza un vero accumulo nel tempo.


L’universo pensioni in numeri

Nel 2024 i pensionati italiani erano circa 16,3 milioni, di cui oltre il 51% donne. L’importo medio lordo delle pensioni da lavoro si è attestato a 1.444 euro al mese, mentre le prestazioni assistenziali (pensioni sociali, assegni e invalidità civile) restano ferme poco sopra i 500 euro mensili.

Analizzando le singole gestioni, emerge che:

  • 47% delle pensioni è a carico del Fondo lavoratori dipendenti (privato), con una media di 1.408 euro;

  • 30% ricade sulle gestioni autonome e parasubordinati (media 942 euro);

  • 19% riguarda la gestione dipendenti pubblici, con una media di 2.221 euro.


Chi sono i “Paperoni” dell’Inps

Tra le categorie pubbliche, il primato spetta agli ex sanitari, con una media mensile di 5.117 euro, seguiti dagli ex statali (2.298 euro), ufficiali giudiziari (1.933 euro) e dipendenti degli enti locali (1.886 euro). Chiudono la classifica i docenti, con 1.689 euro, comunque sopra il livello medio nazionale.

Sul fronte opposto, i più penalizzati restano gli ex artigiani (1.138 euro), gli ex commercianti (1.090 euro), gli agricoltori (792 euro) e gli iscritti alla gestione separata, che si fermano a 289 euro.


Una torta unica, ma fette diseguali

Il sistema pensionistico italiano si basa sul criterio della ripartizione: i contributi versati oggi finanziano le pensioni di oggi. Ma con una torta unica che ingloba sia pubblico che privato, il dato che emerge dal rapporto Inps è chiaro: quando si spartisce, i pensionati pubblici prendono la fetta più grossa.


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Telecamere nascoste sul lavoro: la Cassazione apre ai controlli difensivi

Si riaccende il dibattito sui confini della privacy nei luoghi di lavoro. Con la sentenza n. 28613 del 5 agosto 2025, la Corte di Cassazione ha stabilito che l’installazione di una telecamera nascosta, non segnalata e senza autorizzazione sindacale o ispettiva, è lecita quando il suo impiego è mirato ad accertare gravi condotte illecite ai danni dell’azienda e non comporta un controllo sistematico dei dipendenti.


Il quadro normativo e la deroga per i controlli difensivi

In linea generale, l’articolo 4 dello Statuto dei Lavoratori vieta l’uso di impianti audiovisivi per il controllo a distanza dell’attività lavorativa. Il divieto, tuttora penalmente sanzionato dall’art. 171 del Codice Privacy (D.Lgs. 196/2003), si fonda sulla tutela della riservatezza del personale. Tuttavia, la Cassazione chiarisce che tale disciplina non si applica ai controlli difensivi, ossia a quei controlli finalizzati esclusivamente alla protezione del patrimonio aziendale.

Secondo i giudici, non si configura violazione di legge quando la telecamera è destinata a verificare condotte fraudolente e il suo utilizzo rimane circoscritto al tempo necessario per accertare il sospetto. Diverso sarebbe il caso di un impianto volto a monitorare continuativamente la prestazione lavorativa, che resterebbe illegittimo.


Il principio affermato dalla Cassazione

Il diritto alla privacy del lavoratore, sottolinea la sentenza, cede di fronte alla necessità di prevenire o reprimere illeciti che possano arrecare danno all’azienda. In questo contesto, la videosorveglianza non è considerata uno strumento di controllo a distanza, ma una misura di tutela. Di conseguenza, le prove acquisite attraverso questo tipo di dispositivo restano utilizzabili in giudizio.


Cosa cambia per le imprese

La decisione rappresenta un punto fermo per i datori di lavoro, spesso in bilico tra il rischio di violare la normativa sulla privacy e la necessità di difendersi da furti o frodi interne. Il messaggio della Suprema Corte è chiaro: i controlli difensivi sono legittimi se proporzionati, mirati e limitati nel tempo, a condizione che non sfocino in un monitoraggio generalizzato della vita lavorativa.


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Mangiare meglio per lavorare meglio: il cibo sano diventa leva di produttività

Che il benessere parta da ciò che mangiamo non è una novità. Ma oggi c’è di più: si è scoperto che una corretta alimentazione in azienda non incide solo sulla salute, ma anche sulla produttività e, di riflesso, sui bilanci. A sostenerlo è uno studio pubblicato su Occupational Health Science, secondo cui i lavoratori che hanno accesso a pasti sani e bilanciati mostrano minor stress, maggiore energia e migliori performance decisionali. Insomma, il piatto giusto fa bene al cervello, oltre che al corpo.


Dallo stress alla produttività: la rivoluzione della pausa pranzo

Secondo l’analisi condotta su 228 dipendenti, chi trova in azienda opzioni alimentari equilibrate è più concentrato, commette meno errori e affronta meglio i picchi di lavoro. Gli alimenti ricchi di nutrienti, spiegano gli esperti, potenziano memoria e attenzione, mentre una dieta scorretta aumenta stanchezza e cali di rendimento. Il risultato? Un impatto diretto non solo sulla produttività giornaliera, ma anche sulle performance aziendali di lungo periodo.

È per questo che il tradizionale modello della “mensa aziendale” sta lasciando spazio a soluzioni più evolute: ristorazione collettiva di qualità, tracciabilità delle materie prime e ambienti progettati come spazi di welfare.


Il caso Pedevilla: dalla pausa pranzo alla leva strategica

Tra le realtà italiane che hanno interpretato questo cambio di paradigma c’è Pedevilla, gruppo tricolore a conduzione familiare che da oltre cinquant’anni opera nella ristorazione aziendale, scolastica e sanitaria. Nel 2024 ha servito 6,6 milioni di pasti, con 117 clienti attivi in tutta Italia, oltre 1.100 collaboratori e un fatturato superiore ai 64 milioni di euro.

La strategia è chiara: cucina interna, materie prime selezionate con filiera corta, spazi condivisi pensati come hub sociali e forte attenzione alla sostenibilità. Non a caso, 90 ristoranti sono già plastic-free, grazie a investimenti per oltre 810mila euro in packaging ecologico. Una scelta che trasforma la pausa pranzo in strumento di welfare e di efficienza organizzativa.


Un investimento che rende sei volte tanto

Non si tratta solo di benessere: i numeri raccontano una storia di ritorno economico. Secondo una ricerca pubblicata sull’American Journal of Health Promotion, ogni euro speso in programmi aziendali per la salute – alimentazione compresa – genera un ritorno medio di 5,8 euro. A confermarlo anche un’indagine europea condotta su oltre 11mila lavoratori: ambienti con politiche nutrizionali strutturate non solo aumentano la produttività, ma riducono assenteismo e calo di performance.


Italia in prima linea?

Eppure, nelle PMI europee le politiche alimentari aziendali sono ancora poco diffuse. Uno studio su BMC Public Health evidenzia un enorme margine di miglioramento. Per un Paese come l’Italia, dove la cultura del buon cibo è parte dell’identità, la sfida è chiara: trasformare la pausa pranzo in un volano di crescita. Un’occasione che unisce salute, sostenibilità e competitività.


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Smart working batte lo stipendio: i giovani rivoluzionano le priorità sul lavoro

Per la prima volta, nella scala delle priorità dei giovani candidati al lavoro, la possibilità di lavorare da remoto e gestire il proprio tempo supera il peso dello stipendio. È il risultato della 35ª edizione dell’indagine “Giovani & Lavoro” condotta dal Gidp (Gruppo Italiano Direttori del Personale), che raccoglie le opinioni di oltre 4.500 manager delle risorse umane, soprattutto nelle grandi imprese del Nord Italia.

Un sorpasso storico, che segna un cambio di paradigma: lo smart working non è più un “benefit”, ma un diritto percepito, al punto da superare retribuzione e bonus come elemento decisivo al momento del colloquio. Seguono, a distanza, altre richieste come chiarezza sulle mansioni e percorsi di crescita.


Flessibilità prima di tutto

Fino a un anno fa la flessibilità occupava il terzo posto nella lista dei desideri, dietro stipendio e benefit. Oggi il trend si è ribaltato. “È la prova che il concetto di ‘buon lavoro’ sta cambiando rapidamente”, osserva la ricerca. I giovani chiedono autonomia organizzativa, equilibrio vita-lavoro e senso del proprio ruolo, prima ancora di trattare il pacchetto economico. Un approccio che le aziende, però, sembrano recepire solo in parte.


Generazioni a confronto: il vero stress test

Oltre alla richiesta di flessibilità, emerge un altro nodo: la convivenza intergenerazionale. Il 90% delle aziende ospita almeno tre generazioni diverse, con inevitabili divergenze su comunicazione, aspettative di carriera, uso del digitale e visione del work-life balance. Nonostante questo, solo il 23,7% delle imprese ha avviato programmi strutturati di mentorship per favorire l’integrazione. “La convivenza tra generazioni è il vero stress test per le imprese italiane – afferma Marina Verderajme, presidente di Gidp –. Dove manca il confronto, si crea frammentazione; dove funziona, si cresce meglio”.


Il punto di vista delle aziende

“Più che smart working, i giovani ci chiedono flessibilità”, conferma Domenico Santoro, direttore del personale di Air Liquide. L’azienda ha introdotto il lavoro agile già nel 2018 e oggi consente fino al 50% di tempo da remoto, con ampia libertà di organizzazione. Ma non basta: “Le nuove generazioni cercano senso, sviluppo individuale e formazione continua”, spiega Santoro, sottolineando l’impegno in programmi di mentoring per integrare senior e junior.


Competenze, l’altra emergenza

Al tema organizzativo si somma il mismatch tra domanda e offerta di competenze. Il 26,2% delle imprese dichiara di dover formare internamente i neolaureati subito dopo l’assunzione, mentre il 23% fatica a trovare diplomati tecnici pronti all’ingresso. Solo il 15% afferma di non avere problemi nel reperimento di profili junior.


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