Riforma fiscale e avvocati, cosa cambia per studi e aggregazioni: la guida aggiornata di Cassa Forense e Uncat

La riforma fiscale ridisegna il mercato dei servizi legali e punta con decisione sulle aggregazioni professionali. È questo il messaggio che emerge dalla seconda edizione del “Vademecum sulla Fiscalità degli Avvocati”, realizzato da Cassa Forense e dall’Unione Nazionale delle Camere degli Avvocati Tributaristi (UNCAT) e presentato a Roma ieri 26 febbraio.

La guida – aggiornata alle più recenti disposizioni della riforma fiscale e alle circolari dell’Agenzia delle Entrate – offre un quadro sistematico degli adempimenti fiscali e previdenziali per gli avvocati, in qualunque forma esercitino la professione: dal regime forfetario alle società tra professionisti.

Aggregazioni professionali: conferimenti fiscalmente neutri

Una delle novità più rilevanti riguarda le operazioni di riorganizzazione degli studi legali. Dal giugno 2025, con l’introduzione dell’art. 177-bis del TUIR (D.Lgs. 192/2024), il conferimento di uno studio professionale in una società tra avvocati (STA) è fiscalmente neutro: non genera, cioè, tassazione immediata.

Il principio di neutralità si estende anche a STP, associazioni professionali, società semplici tra professionisti, trasformazioni, fusioni, scissioni, trasferimenti mortis causa e gratuiti. Il legislatore ha costruito un sistema unitario che garantisce continuità fiscale e certezza giuridica nelle riorganizzazioni.

Tra gli aspetti evidenziati dal Vademecum c’è il trattamento dell’avviamento: se già iscritto nello studio, il relativo valore fiscale si trasferisce alla società conferitaria, che può continuare ad ammortizzarlo. Restano invece escluse dal trasferimento le perdite pregresse del professionista.

La riforma, nelle intenzioni, mira a favorire l’aggregazione e la modernizzazione delle strutture professionali, anche se – come sottolineato dalla presidente di Cassa Forense, Maria Annunziata – permane una difformità di trattamento che rende ancora, in alcuni casi, più conveniente l’esercizio individuale.

Concordato preventivo biennale: adesione “collettiva”

Il nuovo concordato preventivo biennale (CPB), rivisto dal D.Lgs. 81/2025, introduce regole più stringenti per le aggregazioni. Le sorti fiscali del singolo professionista e della struttura collettiva risultano ora strettamente connesse: si aderisce insieme oppure si resta fuori insieme.

Operazioni straordinarie come fusioni, scissioni, conferimenti di azienda o modifiche della compagine sociale nel primo anno di concordato possono determinare l’esclusione dall’accordo con il fisco, soprattutto se comportano un aumento del numero dei soci. Inoltre, un’associazione o una STP non può accedere al CPB se non aderiscono tutti i soci che dichiarano redditi autonomi, e viceversa.

Il sistema punta dunque su coerenza e trasparenza, ma riduce i margini di flessibilità nelle riorganizzazioni.

Rottamazione-quinquies: fuori i debiti con Cassa Forense

La Legge di Bilancio 2026 (L. 199/2025) ha introdotto la cosiddetta rottamazione-quinquies, che consente di definire in via agevolata i debiti affidati all’Agente della riscossione tra il 2000 e il 2023, pagando solo capitale e spese, senza sanzioni e interessi.

La novità rispetto alle precedenti edizioni è l’esclusione dei crediti delle casse professionali privatizzate. Per gli avvocati, quindi, i contributi dovuti all’INPS possono rientrare nella definizione agevolata, mentre quelli dovuti a Cassa Forense restano esclusi, in virtù dell’autonomia finanziaria dell’ente.

Malattia e adempimenti: sospensione dei termini

Tra le norme meno conosciute, ma di forte impatto pratico, c’è la sospensione dei termini fiscali in caso di grave malattia del professionista, introdotta dalla Legge di Bilancio 2022. In presenza di un impedimento temporaneo, l’avvocato può evitare sanzioni per scadenze non rispettate, a condizione che comunichi tempestivamente l’evento agli uffici competenti via PEC o raccomandata, allegando certificazione medica e documentazione idonea.

Una tutela importante, soprattutto per chi gestisce adempimenti tributari anche per conto dei clienti.

Regime forfetario e ordinario: cosa cambia

Sul fronte del regime forfetario, restano confermati i principali limiti: 85.000 euro di ricavi (con uscita immediata oltre i 100.000) e 35.000 euro di redditi da lavoro dipendente compatibili anche per il 2026. Dal 2025 i rimborsi spese non concorreranno più alla formazione del reddito, mentre resta obbligatoria la fatturazione elettronica.

Per il regime ordinario, il D.Lgs. 192/2024 modifica l’art. 54 del TUIR introducendo un principio di “onnicomprensività”: dal 2025 il reddito professionale è determinato su tutte le somme e i valori percepiti a qualunque titolo. I rimborsi spese analiticamente riaddebitati al cliente non costituiscono più reddito e non sono soggetti a ritenuta, ma diventano indeducibili per il professionista.

Particolare attenzione va posta alle spese di vitto, alloggio e trasporto (taxi, NCC): con il D.L. 84/2025 l’esclusione dal reddito e la deducibilità sono subordinate all’utilizzo di strumenti di pagamento tracciabili.

Dal 2026 aumenta inoltre il limite di deducibilità per la previdenza complementare, che sale a 5.300 euro annui. Il nuovo Regolamento Unico della Previdenza consente infine di destinare alla contribuzione modulare volontaria una quota compresa tra l’1% e il 20% del reddito.

Caso Almasri, chiuse le indagini su Bartolozzi

La Procura di Roma ha notificato a Giusi Bartolozzi, capo di Gabinetto del Ministero della Giustizia, l’avviso di conclusione delle indagini preliminari nell’ambito della vicenda legata al rimpatrio del generale libico Osama Almasri. L’atto, firmato dal procuratore Francesco Lo Voi, rappresenta il passaggio che precede la richiesta di rinvio a giudizio per il reato di false informazioni rese agli inquirenti.

La decisione arriva dopo mesi di attesa in un clima già fortemente politicizzato. La Camera dei deputati, infatti, aveva annunciato la volontà di promuovere un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato davanti alla Corte costituzionale, sostenendo che per procedere nei confronti della capo di Gabinetto sarebbe necessaria un’autorizzazione parlamentare, analogamente a quanto previsto per i ministri. Procedura che, se formalizzata dall’Ufficio di Presidenza e poi dall’Aula, potrebbe sospendere l’iter giudiziario fino al pronunciamento della Consulta.

Il caso Almasri

La vicenda nasce dall’arresto a Torino, nel gennaio 2025, del generale libico Osama Almasri, responsabile del carcere di Mitiga a Tripoli, su mandato della Corte penale internazionale dell’Aia per presunti crimini contro l’umanità. Due giorni dopo l’arresto, Almasri fu scarcerato e rimpatriato in Libia con un volo di Stato italiano.

Su quella decisione la Procura di Roma aveva aperto un fascicolo che coinvolgeva esponenti di governo, tra cui il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il ministro della Giustizia Carlo Nordio e il sottosegretario Alfredo Mantovano. La posizione della premier Giorgia Meloni era stata archiviata, mentre la Camera aveva respinto la richiesta del Tribunale dei ministri di procedere nei confronti degli altri membri dell’esecutivo.

Nel corso dell’inchiesta è emerso il ruolo di Bartolozzi nei giorni in cui il governo decise di non convalidare l’arresto del generale e di procedere al rimpatrio. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, la capo di Gabinetto sarebbe stata informata fin dalle prime ore successive all’arresto, avrebbe chiesto la massima riservatezza nelle comunicazioni interne e avrebbe partecipato alle riunioni governative in cui fu definita la linea da seguire. Davanti al Tribunale dei ministri avrebbe inoltre fornito una versione dei fatti ritenuta dalle giudici “inattendibile” e “mendace”, circostanza che ha portato alla contestazione del reato di false dichiarazioni.

Le reazioni politiche

L’avviso di conclusione delle indagini ha immediatamente riacceso lo scontro politico.

“Assolutamente serena, e senza condizionamenti, continuerò a lavorare con senso di responsabilità”, ha dichiarato Bartolozzi tramite il proprio legale, confermando l’intenzione di proseguire nel suo incarico.

Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha espresso “massima e incondizionata fiducia”, manifestando al contempo “perplessità” sulla tempistica dell’iniziativa giudiziaria. “Il mio Capo di Gabinetto continuerà, con ancora maggiore motivazione, ad affiancare la mia opera di riforma”, ha aggiunto.

Verso la Consulta

Sul piano procedurale, il fascicolo potrebbe ora subire un nuovo stop qualora la Camera decidesse formalmente di sollevare conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale. In tal caso, la Consulta sarebbe chiamata a stabilire se l’azione della Procura abbia invaso le competenze del Parlamento o se, al contrario, l’indagine possa proseguire senza autorizzazione.

I tempi della Corte non sarebbero brevi e la decisione potrebbe arrivare dopo diversi mesi, in un contesto già segnato dal dibattito sulla riforma della magistratura e dal referendum annunciato sul tema.

Il servizio civile entra nelle carceri: il DAP avvia i primi progetti dedicati

Il sistema penitenziario italiano apre le porte ai volontari del Servizio Civile Universale. Con il nuovo bando pubblicato dal Dipartimento per le Politiche Giovanili, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) partecipa per la prima volta con propri progetti, attivati in undici istituti distribuiti sul territorio nazionale.

L’iniziativa rappresenta una novità assoluta per l’amministrazione penitenziaria, che entra direttamente nel circuito del servizio civile con percorsi pensati per coinvolgere i giovani in attività a supporto delle funzioni rieducative e dei programmi di reinserimento sociale delle persone detenute.

I volontari selezionati avranno la possibilità di operare accanto al personale già impegnato negli istituti – educatori, operatori e Polizia Penitenziaria – contribuendo a progetti che mettono al centro la dimensione trattamentale e il recupero sociale. Un’esperienza che unisce impegno civico e formazione sul campo, offrendo uno sguardo diretto su un contesto spesso poco conosciuto ma cruciale per il funzionamento dello Stato.

L’obiettivo è duplice: da un lato rafforzare le attività di supporto all’interno degli istituti, dall’altro offrire ai giovani un percorso di crescita personale e orientamento professionale in un ambito complesso e strategico come quello dell’esecuzione penale.

Processo civile telematico, nuova fase per le Procure: servizi estesi anche alle Corti d’appello

Il processo civile telematico compie un ulteriore passo avanti e rafforza il ruolo digitale degli uffici requirenti. Il Ministero della Giustizia ha annunciato l’estensione del registro della Procura civile anche alle Procure Generali presso le Corti d’appello, segnando una nuova tappa nell’evoluzione del PCT.

Finora lo strumento era operativo in modo limitato, principalmente per la gestione di specifiche procedure come gli accordi di negoziazione assistita presso le Procure dei Tribunali ordinari. Con l’aggiornamento, il sistema si amplia sia sul piano soggettivo – coinvolgendo anche le Procure Generali – sia sotto il profilo funzionale, con l’introduzione di nuovi codici atto, tipologie di istanze e moduli strutturati.

Per gli avvocati, abilitati esterni al sistema, si consolida un canale diretto di interlocuzione digitale con il pubblico ministero. Attraverso il deposito telematico è possibile segnalare situazioni che richiedono l’intervento dell’ufficio requirente, come stati di insolvenza rilevanti ai fini della liquidazione giudiziale, condizioni di fragilità che rendano necessaria l’amministrazione di sostegno o situazioni di disagio riguardanti minori.

La procedura resta coerente con l’architettura già nota ai professionisti:

  • redazione dell’atto tramite i consueti software;
  • predisposizione dei documenti in formato PDF firmati digitalmente;
  • invio tramite il Portale dei Servizi Telematici.

I dati inseriti nei moduli alimentano direttamente il fascicolo della Procura competente, rendendo ancora più centrale l’accuratezza nella compilazione, in particolare per quanto riguarda le informazioni anagrafiche dei soggetti coinvolti.

Tra le novità tecniche figurano anche aggiornamenti ai tracciati informatici (file XSD), con la necessità per gli operatori di verificare l’allineamento dei propri gestionali. Prima del deposito è inoltre richiesto di accertare che l’ufficio destinatario sia attivo sul registro dedicato.

Sul fronte interno, le consolle dei pubblici ministeri vengono potenziate con funzioni di ricerca più dettagliate, strumenti di pre-redazione dei ricorsi e nuove modalità di gestione e stampa dei fascicoli, comprese le pratiche provenienti dai Tribunali per i minorenni.

Riorganizzazione e intelligenza artificiale: il primo caso italiano finisce in tribunale

L’intelligenza artificiale non “firma” lettere di licenziamento, ma può incidere sugli assetti organizzativi delle imprese. È questo il punto emerso da una recente pronuncia del Tribunale di Roma (sentenza n. 9135 del 19 novembre 2025), che ha ritenuto legittima la soppressione di una posizione lavorativa nell’ambito di una riorganizzazione interna in cui erano stati introdotti anche strumenti basati su AI.

Il caso riguardava una professionista impiegata come graphic designer in una società attiva nel settore della cybersecurity. In un contesto di riduzione dei costi e ridefinizione dei processi, l’azienda aveva centralizzato alcune funzioni e adottato nuove tecnologie per aumentare l’efficienza operativa. Tra queste, sistemi digitali avanzati che hanno contribuito a rendere non più necessaria la posizione occupata dalla dipendente.

Il giudice ha valutato la vicenda alla luce dei principi consolidati in materia di licenziamento per giustificato motivo oggettivo: effettiva esigenza economico-organizzativa, nesso causale tra riorganizzazione e soppressione del posto, impossibilità di ricollocazione del lavoratore in altre mansioni compatibili. In questo quadro, l’intelligenza artificiale non è stata considerata la causa diretta del recesso, bensì uno degli strumenti utilizzati nell’ambito di una più ampia ristrutturazione.

La decisione non introduce quindi scorciatoie legate alla tecnologia, né attenua le garanzie previste dall’ordinamento. I criteri restano quelli tradizionali, analoghi a quelli applicati negli anni in cui l’informatizzazione degli uffici ha progressivamente sostituito attività manuali o ripetitive.

Ciò che cambia è il contesto. In un mercato del lavoro già caratterizzato da fragilità strutturali, l’adozione di soluzioni tecnologiche evolute può accelerare i processi di razionalizzazione e concentrazione delle funzioni. Il principio del repêchage – ossia l’obbligo di verificare la possibilità di ricollocazione interna – continua a rappresentare un presidio fondamentale, ma si scontra spesso con organici ridotti e con limitate opportunità di riqualificazione professionale.

La pronuncia romana non attribuisce “responsabilità giuridica” all’algoritmo. Segna però un passaggio simbolico: l’ingresso dell’intelligenza artificiale nella quotidianità del contenzioso del lavoro. La questione non è più se l’innovazione inciderà sull’occupazione, ma come accompagnarla con politiche di formazione, aggiornamento e tutela che evitino di trasformare l’efficienza tecnologica in un fattore di esclusione sociale.

Rottamazione-quinquies, apertura su Cassa Forense: il Governo valuta l’estensione

Si apre uno spiraglio per gli avvocati con pendenze contributive verso Cassa Forense. Nel corso dell’iter di conversione del Decreto Milleproroghe, il Governo ha accolto un ordine del giorno che lo impegna a valutare l’estensione della cosiddetta “rottamazione-quinquies” anche ai contributi dovuti alle Casse professionali privatizzate.

Attualmente, la definizione agevolata introdotta dalla Legge di bilancio 2026 riguarda esclusivamente i debiti contributivi verso l’INPS, lasciando fuori quelli maturati nei confronti degli enti previdenziali di categoria, tra cui Cassa Forense. Una scelta che ha segnato una differenza rispetto alla precedente “rottamazione-quater”, che invece consentiva – su decisione autonoma delle singole Casse – l’accesso alla procedura anche per i carichi affidati agli agenti della riscossione dagli enti privatizzati.

L’ordine del giorno approvato impegna ora l’Esecutivo, compatibilmente con gli equilibri di finanza pubblica, a valutare un possibile riallineamento della disciplina, introducendo una facoltà di adesione anche per le Casse professionali, nel rispetto della loro autonomia gestionale e finanziaria.

Sul punto si era espresso con forza il Movimento Forense, che nelle scorse settimane aveva predisposto una proposta di modifica normativa per superare l’attuale esclusione dei debiti verso le Casse private. L’obiettivo dichiarato è garantire pari opportunità ai professionisti iscritti, evitando disparità di trattamento rispetto ai contribuenti INPS e favorendo percorsi di regolarizzazione contributiva senza imporre automatismi agli enti previdenziali.

L’accoglimento dell’ordine del giorno rappresenta, secondo l’associazione, un segnale di attenzione verso le esigenze dell’Avvocatura, in un contesto economico che vede molti professionisti alle prese con difficoltà finanziarie e con la necessità di rientrare gradualmente dalle esposizioni contributive.

Resta ora da verificare se e come l’impegno assunto si tradurrà in un intervento normativo concreto. La partita è ancora aperta e passerà dalle valutazioni tecniche e finanziarie del Governo. Per gli iscritti a Cassa Forense, tuttavia, si tratta di un passaggio che riaccende le aspettative su una possibile estensione della definizione agevolata, in equilibrio tra sostegno ai professionisti e tutela della sostenibilità dei sistemi previdenziali di categoria.

Incontro OCF-Nordio: l’Avvocatura chiede interventi sulla Cartabia e lo sblocco della legge professionale

Roma, 25 febbraio 2026 – Si è tenuto ieri mattina a Via Arenula un incontro tra il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, accompagnato dal Capo di Gabinetto Dott.ssa Giusi Bartolozzi, e i vertici dell’Organismo Congressuale Forense (OCF). La delegazione, composta dal Coordinatore Fedele Moretti, dal Segretario Elisabetta Brusa e dal Tesoriere Antonino Distefano, ha portato sul tavolo del Guardasigilli le istanze della categoria.

Il confronto ha toccato i fronti caldi del sistema giustizia, a partire dalla riforma della professione forense, per la quale l’OCF ha espresso la necessità di procedere con una ripresa celere dei lavori parlamentari. Un’esigenza, peraltro, già sollecitata dallo stesso Ministro Nordio nei recenti vertici di maggioranza, con l’obiettivo di giungere a un risultato tangibile prima dell’appuntamento referendario di fine marzo.

In merito all’esito dell’incontro, il Coordinatore dell’OCF Fedele Moretti ha dichiarato:

“Il dialogo odierno con il Ministro Nordio ha permesso di riaffermare la centralità dell’Avvocatura nel disegno di una giustizia moderna ed efficiente. Per l’OCF resta prioritario e indifferibile lo sblocco dell’iter della legge professionale, un passaggio fondamentale per dare certezze alla categoria. Abbiamo inoltre ribadito al Ministro l’urgenza della rimodulazione della riforma Cartabia: servono interventi correttivi mirati per superare le criticità operative che professionisti e cittadini riscontrano quotidianamente. Su questi temi, così come sull’appuntamento referendario per la separazione delle carriere verso il quale confermiamo il nostro impegno, l’Avvocatura continuerà a offrire il proprio contributo critico e costruttivo, vigilando affinché le riforme siano sempre orientate alla piena tutela del diritto di difesa.”

Proprio sul fronte del Referendum per la separazione delle carriere, l’OCF ha ribadito la propria linea: l’Avvocatura conferma l’impegno per il SÌ, quale passaggio verso una maggiore terzietà del giudice e l’equilibrio tra accusa e difesa, pilastri di un giusto processo.

Oltre ai nodi ordinamentali, la delegazione ha affrontato le criticità della magistratura onoraria, con la necessità di potenziare organici e strutture, e regolarizzare il personale amministrativo. Ampio spazio è stato dedicato alla situazione carceraria e alla tenuta della geografia giudiziaria, con l’obiettivo di scongiurare una giustizia “distante” dai bisogni dei cittadini e dai territori.

L’incontro si è concluso in un clima di forte sintonia istituzionale e reciproca volontà di collaborazione.

Gratuito patrocinio, addio automatismi: nei ricorsi contro l’espulsione scattano le verifiche sul reddito

Il patrocinio a spese dello Stato non sarà più automatico nei ricorsi contro l’espulsione presentati da cittadini extra Unione europea. È una delle novità più rilevanti contenute nel nuovo decreto Sicurezza, entrato in vigore dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.

La modifica incide su un meccanismo che, fino a oggi, consentiva l’accesso al gratuito patrocinio senza una verifica preventiva delle condizioni reddituali nei procedimenti di impugnazione dei decreti di allontanamento. Con la nuova disciplina, l’ammissione al beneficio torna a seguire il regime ordinario: servirà dimostrare di possedere i requisiti economici previsti dalla normativa generale sul patrocinio a carico dello Stato.

La scelta si inserisce nel più ampio capitolo dedicato all’immigrazione e alla protezione internazionale. L’obiettivo dichiarato è quello di uniformare le regole ed evitare automatismi, riportando il gratuito patrocinio nell’alveo delle verifiche patrimoniali già richieste per altri procedimenti.

Non è l’unico intervento che tocca il perimetro delle garanzie e delle procedure. Il decreto introduce anche un obbligo esplicito di cooperazione per i detenuti e gli internati stranieri ai fini dell’accertamento dell’identità. Viene richiesto di fornire e documentare informazioni su generalità, età, cittadinanza e Paesi di provenienza o transito. I dati raccolti confluiscono nella cartella personale prevista dall’ordinamento penitenziario e l’eventuale mancata collaborazione potrà essere valutata nell’ambito dei procedimenti amministrativi e giudiziari.

Parallelamente, il Governo si attribuisce per un triennio margini più ampi di intervento nella gestione e nel potenziamento dei Centri di permanenza per il rimpatrio. Sono previste semplificazioni procedurali per la realizzazione, l’adeguamento e l’ampliamento delle strutture, con la possibilità di derogare a diverse disposizioni amministrative, nel rispetto però dei vincoli penali, antimafia e degli obblighi derivanti dall’ordinamento europeo.

Il tema del gratuito patrocinio, in questo quadro, assume una valenza centrale. Per molti ricorrenti, l’accesso alla difesa tecnica rappresenta l’unico strumento per far valere le proprie ragioni davanti al giudice. La fine dell’automatismo apre ora una fase di assestamento applicativo, in cui sarà decisivo chiarire modalità e tempi delle verifiche reddituali, per evitare che la stretta si traduca in un ostacolo concreto all’esercizio del diritto di difesa.

La partita, intanto, si sposta in Parlamento, chiamato a convertire il decreto nei termini di legge.

Esame di avvocato 2026, regole ancora in bilico: stop alle deroghe Covid e ritorno al passato?

L’esame di abilitazione alla professione forense torna al centro dell’attenzione. Con l’ultimo decreto Milleproroghe non è stata prevista alcuna estensione del sistema adottato negli anni dell’emergenza sanitaria, lasciando aperto il nodo su come si svolgerà la sessione 2026.

Negli ultimi cicli, infatti, l’accesso alla toga aveva seguito percorsi straordinari rispetto alla disciplina ordinaria. Prima due prove orali in sostituzione degli scritti, poi un modello ibrido con uno scritto e un orale articolato in più fasi. Soluzioni pensate in un contesto eccezionale, ora venuto meno.

L’assenza di una proroga riporta sul tavolo l’assetto previsto dalla legge professionale del 2012, che contempla tre prove scritte e un colloquio finale. Ma non è l’unica ipotesi: in Parlamento è ferma da tempo una delega di riforma dell’ordinamento forense che disegna una struttura diversa, con due scritti e un orale. In assenza di un intervento chiarificatore, il rischio è quello di una nuova transizione “a sorpresa” per i praticanti.

Il tema non è secondario. Negli ultimi anni il numero dei candidati è crollato rispetto ai livelli precedenti alla pandemia: dai picchi superiori alle ventimila unità si è scesi sotto quota diecimila, con una lieve ripresa solo nelle sessioni più recenti. Un segnale che racconta le difficoltà strutturali della professione, tra redditività in calo, concorrenza crescente e prospettive incerte.

Le associazioni forensi chiedono stabilità normativa e tempi certi. La continua modifica delle modalità d’esame, sostengono, genera disorientamento tra i praticanti e rende più fragile un percorso già complesso. Dal Ministero della Giustizia arriva invece l’invito a superare definitivamente i modelli emergenziali e a costruire una proposta condivisa dall’avvocatura, eventualmente traducibile in un intervento normativo rapido.

Intanto resta fermo alla Camera il disegno di legge delega sulla riforma dell’ordinamento professionale. Il provvedimento, sostenuto dal Consiglio nazionale forense, non ha ancora imboccato un iter concreto. Pesano le tensioni politiche su altri fronti della giustizia e le consuete dispute sulle competenze professionali, tema che coinvolge anche altre categorie.

Per chi si prepara alla sessione 2026, dunque, il quadro è ancora fluido. Tra ritorno alle regole originarie e possibile anticipo della riforma, la parola chiave resta una: certezza. Una condizione indispensabile non solo per gli aspiranti avvocati, ma per l’intero sistema della giustizia, che ha bisogno di accessi chiari, stabili e coerenti con le nuove sfide della professione.

Non è magia, è algoritmo: come l’AI sta trasformando cinema e informazione

Nel giro di pochi anni l’intelligenza artificiale generativa ha cambiato radicalmente il modo in cui vengono prodotti immagini e video. Oggi basta una descrizione testuale – un semplice prompt – per ottenere clip animate, scenari realistici e perfino cortometraggi completi. Strumenti che fino a poco tempo fa erano prerogativa esclusiva di studi professionali sono diventati accessibili a un pubblico sempre più ampio.

Già nel 2016 i ricercatori del MIT Computer Science and Artificial Intelligence Laboratory avevano dimostrato la possibilità di generare brevi sequenze video sintetiche a partire da immagini statiche. Risoluzione limitata e durata ridotta, certo, ma il principio era chiaro: creare movimento dal nulla, senza una base grafica tradizionale.

Oggi l’evoluzione è impressionante. Modelli sempre più sofisticati consentono di realizzare contenuti complessi e di qualità cinematografica. Un esempio emblematico è “Critterz”, cortometraggio animato sviluppato con il supporto dell’AI, destinato a evolversi in un lungometraggio.

Dalla GAN ai modelli di diffusione

Se i primi sistemi si basavano su architetture GAN (Generative Adversarial Networks), oggi i cosiddetti diffusion model rappresentano lo standard più avanzato. Il loro funzionamento richiama il processo fisico della diffusione: partono da un “rumore” casuale che viene progressivamente raffinato fino a generare un’immagine o un video coerente.

L’elemento casuale gioca un ruolo fondamentale: anche con lo stesso prompt, i risultati possono variare sensibilmente. Piccole differenze nelle condizioni iniziali o nei passaggi di “denoising” producono output diversi, rendendo il sistema meno deterministico e più creativo – almeno in apparenza.

Tutto nasce dal prompt. Più la descrizione è precisa, più l’output si avvicina all’idea dell’utente. Ma l’AI non possiede intuizione o esperienza: interpreta il testo secondo logiche di previsione statistica e correlazione tra dati.

Videogiochi, cinema e formazione: l’AI dietro le quinte

L’intrattenimento è uno dei settori più permeati da queste tecnologie. Nei videogiochi sportivi, ad esempio, il machine learning consente di rendere movimenti e comportamenti dei personaggi più realistici, migliorando animazioni e strategie. Nel cinema, l’AI viene impiegata per ringiovanire attori, ricreare ambientazioni digitali o adattare automaticamente il doppiaggio sincronizzando i movimenti labiali.

Anche la formazione e la divulgazione beneficiano di queste innovazioni: ricostruzioni storiche tridimensionali permettono di “camminare” in città antiche o osservare monumenti nel loro aspetto originario, rendendo l’esperienza didattica immersiva e coinvolgente.

Parallelamente cresce l’uso domestico e creativo: restauro digitale di fotografie, animazione di volti storici, reinterpretazione di opere d’arte in chiave contemporanea.

Il fenomeno deepfake

Il lato più controverso è rappresentato dai deepfake: contenuti manipolati in modo da far apparire reale qualcosa che non lo è. Video, immagini o audio vengono alterati per imitare volto e voce di una persona reale.

Tra i casi più noti figura il falso Volodymyr Zelensky in un video che lo mostrava mentre annunciava la resa dell’Ucraina: un esempio lampante di come la tecnologia possa essere usata per disinformazione e propaganda.

La diffusione di strumenti accessibili al grande pubblico ha moltiplicato il fenomeno, spesso con finalità di intrattenimento, ma talvolta con intenti malevoli, estorsivi o manipolatori. Secondo alcune rilevazioni, una parte significativa della popolazione non è ancora in grado di riconoscere un deepfake, aumentando il rischio di inganno.

Brain rot e saturazione digitale

I video generati automaticamente si inseriscono in un ecosistema già dominato dallo scrolling continuo. L’espressione “brain rot”, divenuta parola dell’anno per l’Oxford English Dictionary nel 2024, descrive il deterioramento cognitivo legato al consumo eccessivo di contenuti digitali di scarsa qualità.

Canali social interamente popolati da video generati dall’AI – spesso surreali o privi di senso – stanno ridefinendo il panorama dell’intrattenimento rapido, sollevando interrogativi sulla qualità e sull’impatto culturale.

Trasparenza, filigrane digitali e AI Act

Di fronte a questi scenari, la regolamentazione diventa centrale. L’Unione Europea, con l’AI Act, ha introdotto un quadro normativo basato sul rischio, imponendo obblighi di trasparenza per i contenuti generati da sistemi ad alto impatto.

Si lavora anche sul fronte tecnologico. L’iniziativa Coalition for Content Provenance and Authenticity mira a definire standard per tracciare l’origine e la storia dei contenuti digitali. Soluzioni come SynthID prevedono l’inserimento di filigrane invisibili che attestino l’origine artificiale di un’immagine o di un video.

L’obiettivo è duplice: tutelare i cittadini e preservare l’integrità dell’informazione.

Privacy e diritto d’autore

L’AI generativa solleva inoltre questioni complesse sul piano della privacy e del copyright. L’uso di immagini, voci e dati biometrici per addestrare modelli ha generato controversie legali in diversi Paesi.

Negli Stati Uniti, ad esempio, il The New York Times ha avviato un’azione legale contro OpenAI e Microsoft per l’utilizzo dei propri contenuti nell’addestramento dei sistemi di AI. In Europa, la normativa sul text and data mining prevede meccanismi di opt-out per i titolari dei diritti.

In Italia, la recente disciplina stabilisce che la tutela autorale spetta solo alle opere con un apporto creativo umano significativo, segnando un confine chiaro tra produzione algoritmica e creazione artistica.

Innovazione e responsabilità

L’intelligenza artificiale generativa rappresenta una straordinaria opportunità di democratizzazione della creatività. Ma la velocità con cui si evolve impone un equilibrio tra innovazione e responsabilità. Senza alfabetizzazione digitale, strumenti di verifica e norme chiare, il rischio è che la tecnologia diventi veicolo di manipolazione anziché di progresso. Per le istituzioni, le imprese e i professionisti del digitale – inclusi coloro che operano nel settore dei servizi tecnologici – la sfida è governare questa trasformazione con competenza e lungimiranza.

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