DeepSeek, il Nasdaq crolla sotto la pressione cinese

I mercati tecnologici statunitensi sono stati travolti da un’ondata di vendite, con il Nasdaq che ha chiuso in ribasso del 3,2%. A guidare il crollo è stata Nvidia, che ha perso il 17%, seguita da altre società della filiera dei semiconduttori, tra cui Arm (-10,3%) e AMD (-6%). La causa scatenante è il lancio di DeepSeek, un sistema di intelligenza artificiale open source e a basso costo sviluppato in Cina, che mina la supremazia tecnologica degli Stati Uniti.

Una scossa per Big Tech

La novità ha sollevato dubbi sulla sostenibilità del modello economico delle aziende tecnologiche legate all’intelligenza artificiale. Fino ad ora, il settore si è basato sull’assunto che la domanda avrebbe sostenuto i mega-investimenti in microprocessori e infrastrutture. Tuttavia, DeepSeek sembra dimostrare che è possibile sviluppare soluzioni IA con minori risorse. Questo potrebbe ridurre le prospettive di crescita per i big del settore, spingendo gli investitori a rivedere le loro strategie.

Colpite anche le europee

L’impatto della notizia non si è limitato agli Stati Uniti. In Europa, il comparto tecnologico dello Stoxx Europe 600 ha registrato una perdita del 3,2%. Tra le aziende più colpite, l’olandese ASMI (-7,8%) e la tedesca Infineon (-4,9%). La competizione cinese, infatti, preoccupa anche i produttori europei di chip.

Apple resiste

In un contesto di vendite generalizzate, Apple ha rappresentato una rara eccezione, chiudendo in rialzo del 3,7%. La società di Cupertino sembra beneficiare di una minore esposizione agli investimenti nell’intelligenza artificiale rispetto ai concorrenti come Microsoft, Amazon e Meta. Inoltre, la possibilità di offrire DeepSeek nel proprio store potrebbe rappresentare un’opportunità più che una minaccia.

Lo spettro della “bolla IA”

Secondo alcuni analisti, il crollo del Nasdaq potrebbe essere la prima avvisaglia di una possibile “bolla dell’IA”. Louis Gave, di Gavekal Research, ha paragonato la situazione attuale al periodo delle dot-com, sottolineando che qualsiasi evento in grado di mettere in discussione le narrazioni di crescita potrebbe far deragliare il settore. Altri, come Gian Marco Salcioli di Assiom Forex, sono meno pessimisti, ritenendo prematuro valutare l’impatto reale della tecnologia cinese sulle quote di mercato statunitensi.

Fuga verso la sicurezza

In parallelo al crollo azionario, si è registrata una corsa verso i titoli di Stato. Il rendimento del Treasury americano a 10 anni è sceso al 4,5%, segno di un aumento della domanda. Anche i BTP italiani hanno visto una leggera flessione nei rendimenti, con lo spread rispetto al Bund tedesco che ha chiuso a 110 punti base.

La mossa di Pechino non è solo una questione tecnologica, ma si inserisce nel più ampio contesto della guerra commerciale con Washington. Il segnale al nuovo presidente statunitense è chiaro: la Cina non intende restare passiva di fronte alla strategia della Casa Bianca.


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Trump: Microsoft in trattative per TikTok, decisione entro 30 giorni

Microsoft è ufficialmente in trattative per acquistare TikTok. Lo ha confermato l’ex presidente Donald Trump, ora tornato in carica, parlando con i giornalisti durante un volo di ritorno dalla Florida a Washington. “Mi piacciono le guerre di offerte, perché così si ottiene il miglior affare,” ha dichiarato. “C’è molto interesse per TikTok. Se firmo, qualcuno lo comprerà, pagherà molti soldi, creerà posti di lavoro, terrà aperta una piattaforma e sarà molto sicura. Se non firmo, allora chiude.”

Una decisione cruciale per TikTok

TikTok, che conta circa 170 milioni di utenti negli Stati Uniti, è al centro di una controversia che risale a prima del ritorno di Trump alla Casa Bianca. La piattaforma era stata brevemente rimossa dalla rete lo scorso 19 gennaio, in previsione dell’entrata in vigore di una legge che obbligava la società madre, ByteDance, a venderla per motivi di sicurezza nazionale. Gli Stati Uniti temono che i dati degli utenti possano essere utilizzati impropriamente dalla Cina.

Per evitare la chiusura immediata, Trump ha firmato un ordine esecutivo che rinvia di 75 giorni l’applicazione della normativa. Tuttavia, la decisione finale sul futuro del social network dovrà essere presa entro 30 giorni.

Il futuro di TikTok nelle mani di Trump

Trump ha confermato di essere in trattative con diverse parti interessate all’acquisto della piattaforma. Tra queste, Microsoft sembra essere il principale candidato. La società di Redmond avrebbe l’opportunità di acquisire il controllo di TikTok negli Stati Uniti, garantendo maggiore sicurezza per i dati degli utenti e preservando migliaia di posti di lavoro legati all’app.

Il caso TikTok rappresenta una delle prime grandi sfide del secondo mandato di Trump, che sembra determinato a ottenere un risultato vantaggioso sia dal punto di vista economico sia strategico. Intanto, la Corte Suprema ha già confermato il bando sull’app, lasciando al presidente il compito di definire il destino di una delle piattaforme più popolari del momento.


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Firma digitale per elettori con disabilità: il sì della Consulta apre la strada alla piattaforma online

La Corte costituzionale ha dichiarato illegittimi gli articoli di legge che impedivano agli elettori con disabilità di utilizzare la firma digitale per sottoscrivere liste elettorali. Con la sentenza n. 3, depositata ieri, la Consulta ha accolto il ricorso dell’Associazione Luca Coscioni, riconoscendo che l’ordinamento giuridico non può trasformare in “inabile” chi, con adeguati strumenti tecnologici, sarebbe in grado di esercitare pienamente i propri diritti politici.

Secondo la Corte, è superata la preclusione all’uso della firma digitale, risalente a un’epoca in cui questa tecnologia non esisteva. «Impedire a un elettore con disabilità di utilizzare modalità elettroniche rappresenta un aggravio non necessario né proporzionato», si legge nella sentenza. La Consulta invita quindi il Governo ad aggiornare la normativa e a garantire l’accesso alla piattaforma online per la presentazione delle liste elettorali.

Il caso Gentili e il ricorso alla Consulta

La questione è nata dal ricorso di Carlo Gentili, affetto da SLA e impossibilitato a firmare autograficamente. Nel 2024, in occasione delle elezioni regionali del Lazio, Gentili aveva tentato di presentare la lista Referendum e Democrazia utilizzando la firma digitale, ma la normativa vigente lo aveva impedito. Assistito dall’Associazione Luca Coscioni e dagli avvocati Giuliano Fonderico, Filomena Gallo e Marilisa D’Amico, Gentili aveva portato la questione al Tribunale di Civitavecchia, che a sua volta aveva rimesso gli atti alla Consulta.

La Corte ha così riconosciuto che il quadro normativo attuale limita la piena partecipazione alla vita politica per le persone con disabilità. La firma digitale, già utilizzata in molti ambiti, può e deve essere ammessa anche per la sottoscrizione delle liste elettorali.

Un passo avanti per i diritti

L’Associazione Luca Coscioni ha accolto con soddisfazione la sentenza, sottolineando l’importanza di rimuovere le barriere che ostacolano la partecipazione politica. «La tecnologia deve essere un alleato per l’inclusione, non un ulteriore ostacolo», ha dichiarato Marco Gentili, Co-presidente dell’associazione. Ora si attende che il Governo intervenga per adeguare la normativa e rendere effettiva questa conquista di diritti per tutti i cittadini.


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Sisto contro i magistrati: «Gesto di belligeranza contro il Governo, inaccettabile condizionare la democrazia»

L’abbandono delle aule durante le cerimonie di inaugurazione dell’anno giudiziario da parte di alcuni magistrati è un «evidente gesto di belligeranza» nei confronti del Governo. A dirlo è il viceministro alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto, in un’intervista rilasciata a Repubblica. Per Sisto, i giudici non devono «condizionare le scelte della democrazia rappresentativa», sottolineando che «lasciare l’aula quando prende la parola il rappresentante del Ministero è una mancanza di rispetto per l’istituzione, con cui i giudici hanno l’obbligo di collaborare».

Sisto insiste sul ruolo centrale del Parlamento, che «è libero di valutare temi, contributi, idee e poi decidere se e come recepirli», ribadendo che nessuno ha il diritto di «intromettersi e condizionare le scelte della democrazia rappresentativa».

Nel suo intervento ad Agorà Weekend, il viceministro ha affrontato anche il controverso episodio avvenuto presso la Corte d’Appello di Roma, dove il giudice Zaccaro, membro di Area, ha consegnato due dadi per alludere al “sorteggio” previsto per i membri del nuovo Consiglio Superiore della Magistratura (Csm).

«Ho trovato quell’episodio molto sgradevole. È stato un gesto premeditato, quasi fosse una scena da Striscia La Notizia o Le Iene, con tanto di collega che riprendeva il tutto», ha dichiarato Sisto, criticando duramente il comportamento definendolo «volgare» e una «beffa delle istituzioni». Il video, secondo il viceministro, era chiaramente destinato ai social con l’intento di creare una «aggressione molto sarcastica» nei suoi confronti.

L’episodio è stato condannato pubblicamente da Sisto durante il suo intervento ufficiale. «Ho stigmatizzato questo comportamento sin dall’inizio del mio discorso e alcuni magistrati si sono dissociati completamente da questa modalità», ha aggiunto. Tuttavia, per il viceministro, quanto accaduto evidenzia un problema più ampio. «Questa è la magistratura che non va bene. Il problema è molto serio», ha concluso.


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Giustizia lenta, lo Stato risarcisce i veneti: oltre 2 milioni di euro

La giustizia continua a mostrare il suo lato più fragile, con processi lenti che costano caro allo Stato e una situazione carceraria critica, aggravata da sovraffollamento e un preoccupante numero di suicidi.

Nel 2024, la Corte d’Appello di Venezia ha accolto 335 istanze relative alla cosiddetta “legge Pinto”, che prevede risarcimenti per la violazione dei termini ragionevoli di durata dei processi. Risultato? Lo Stato ha dovuto pagare oltre 2 milioni di euro per la cosiddetta “giustizia lumaca”. Tra queste istanze, 137 sono state depositate nel corso dell’anno, mentre altre 198 risalivano agli anni precedenti, con alcune addirittura bloccate dal 2016. Inoltre, 360 mila euro sono stati liquidati per 13 casi di ingiusta detenzione, compreso un risarcimento record di 90 mila euro a un detenuto incarcerato per errore giudiziario.

La situazione nelle carceri

Le condizioni nelle carceri venete restano gravi. Al 30 giugno 2024, il numero di detenuti era 2675, a fronte di una capienza regolamentare di 1947 posti, con un sovraffollamento di 728 persone. Questo squilibrio si riflette in dati preoccupanti: 8 suicidi in un anno, di cui 5 nel carcere di Verona, accompagnati da 139 tentativi di suicidio e 687 atti di autolesionismo.

Secondo il presidente della Corte d’Appello, Carlo Citterio, «la pena espiata in queste condizioni ha un tasso di sofferenza eccessivo», un aspetto che contribuisce a episodi tragici, spesso nei penitenziari più sovraffollati. Per affrontare l’emergenza, il sottosegretario alla Giustizia Andrea Ostellari ha annunciato nuovi investimenti, con l’inaugurazione di una nuova ala al carcere Due Palazzi di Padova, e l’imminente apertura del nuovo istituto per minori a Rovigo. Ostellari ha sottolineato l’importanza della formazione e del lavoro per i detenuti, oltre a un piano di prevenzione dei suicidi.

Mafia, corruzione e altre piaghe

Durante la cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario, il procuratore generale Federico Prato ha richiamato l’attenzione sull’attività mafiosa nel Veneto, trovando il sostegno del governatore Luca Zaia, che ha sottolineato la necessità di «non abbassare la guardia».

Imbarazzo, invece, per il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, presente tra il pubblico, che è coinvolto in un’inchiesta per corruzione insieme al suo collaboratore Morris Ceron.

I numeri tra luci e ombre

Nonostante tutto, ci sono segnali positivi. Negli ultimi tre anni, la Corte d’Appello di Venezia ha ridotto del 30,3% la pendenza nel settore civile. Anche i tribunali di Padova e Rovigo hanno mostrato miglioramenti nel penale, con una riduzione delle pendenze rispettivamente del 44% e del 32%. Tuttavia, a Venezia si registra un incremento del 39%, legato ai maxi-processi di criminalità organizzata e alle controversie per la cittadinanza dei brasiliani.


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In Umbria, la giustizia riesce a essere più rapida rispetto alla media nazionale, ma i numeri evidenziano quanto sia ancora distante dagli standard europei. È questa l’analisi che emerge dalle relazioni presentate dal procuratore generale presso la Corte d’Appello di Perugia, Sergio Sottani, e dal presidente della stessa Corte, Giorgio Barbuto, durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario.

Nonostante alcuni miglioramenti negli ultimi anni, i tribunali umbri faticano a mantenere ritmi efficienti, soprattutto nel settore penale. A Perugia, il primo grado di giudizio richiede in media 614 giorni, mentre a Terni si scende a 519 e a Spoleto a 388 giorni. Quest’ultimo è l’unico tribunale regionale a registrare tempi inferiori alla media italiana di 498 giorni, ma resta lontano dai 149 giorni che caratterizzano gli standard europei.

La Corte d’Appello di Perugia mostra performance migliori, con un tempo medio di 570 giorni per giungere a sentenza, nettamente al di sotto della media nazionale di 1.167 giorni. Tuttavia, l’Europa si conferma distante, con tempi di 121 giorni per la definizione dei procedimenti in secondo grado.

Il panorama cambia se si guarda al settore civile, che offre risultati più incoraggianti. Il tribunale di Perugia, però, rimane il più lento della regione con 751 giorni necessari per una sentenza di primo grado, a fronte dei 343 giorni registrati a Spoleto e dei 267 di Terni. Anche qui, la media italiana, pari a 675 giorni, è ancora molto distante dai 237 giorni medi registrati nei Paesi europei.

Decisamente migliori i risultati in appello per il settore civile: a Perugia, un procedimento si chiude in 325 giorni, un dato nettamente inferiore alla media italiana di 1.026 giorni, ma che non riesce comunque a eguagliare i 177 giorni registrati in Europa.


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“La voce dell’Avvocatura è stata completamente nascosta, oscurata, quasi che il dibattito sulla Riforma della Giustizia sia un dialogo a due fra Magistratura e Politica. Una situazione intollerabile che rende necessaria una forte mobilitazione della classe forense a livello nazionale.”

A parlare è il Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma, Paolo Nesta, con una dura presa di posizione che non risparmia critiche tanto a certe componenti della Magistratura quanto a talune voci politiche che sembrano dimenticare il ruolo dell’avvocato nell’architettura giurisdizionale.

“All’inaugurazione dell’Anno Giudiziario in Corte d’Appello a Roma abbiamo sentito autorevoli esponenti della Magistratura dire che gli Avvocati sono portatori di interessi privati e dunque non dovrebbero avere voce in capitolo nel dibattito sulla Riforma – attacca Nesta – una posizione intollerabile che denota la totale ignoranza dei principi costituzionali del processo accusatorio che richiede un Giudice terzo e imparziale rispetto al Pubblico Ministero e al Difensore. Sono nozioni da primo anno di giurisprudenza, eppure vengono dimenticate.”

Il tema centrale è semplice: “La nostra Carta fondamentale all’articolo 111, comma 2, della Costituzione prevede la parità tra accusa e difesa – prosegue Nesta – eppure quando si parla di riforme, di separazione delle carriere tra giudici e pm, la voce degli Avvocati non viene minimamente ascoltata. Guardate al trattamento riservato all’Organismo Congressuale Forense, il cui intervento all’Anno Giudiziario è stato relegato in coda. Davanti a tutto questo l’Avvocatura deve reagire con forza.”

“Ci troviamo in una situazione drammatica per la Giustizia – conclude Nesta – in cui nel settore penale il processo telematico arranca, nel civile la durata media effettiva dei procedimenti a Roma in Tribunale è passata dai 433 giorni del 2022 ai 460 giorni del 2023, in cui nelle carceri si registra una drammatica epidemia di suicidi, 88 nel 2024. Davanti a questi brillanti risultati, forse è il caso di ascoltare anche i suggerimenti degli Avvocati. Che, lo ricordiamo a certi giudici, non sono portatori di interessi privati, ma di un interesse superiore: la difesa del Giusto Processo nell’interesse dei cittadini e per la tutela dello Stato di diritto.”


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Più che i dazi preoccupa il caro energia: un danno per le imprese da 14 miliardi

Gli imprenditori italiani stanno manifestando una crescente preoccupazione, non solo per gli effetti deleteri che l’introduzione dei dazi imposta dall’amministrazione Trump potrebbe avere sulle nostre esportazioni, ma soprattutto per l’impennata dei costi energetici che rischiano di arrecare un danno economico all’intero sistema imprenditoriale italiano. Se quest’anno il prezzo medio del gas dovesse attestarsi sui 50 euro al MWh, l’Ufficio studi della CGIA stima un aggravio rispetto l’anno scorso di 14 miliardi di euro. Inoltre, è importante considerare che il combinato disposto di queste due problematiche potrebbe addirittura condurre l’economia italiana verso una fase di stagflazione. Qualora tale scenario dovesse materializzarsi, ci troveremmo di fronte a una situazione particolarmente critica.

·        Le nostre imprese che esportano in USA sono “solo” 44mila

Fino a quando i dazi non saranno ufficialmente introdotti, nessuno è in grado di stimare quanto penalizzeranno le nostre vendite negli Stati Uniti. Ricordiamo che il Paese a stelle e strisce rappresenta il secondo mercato di sbocco per le esportazioni italiane, con un valore annuale prossimo ai 70 miliardi di euro, pari al 10,7% dell’intero export nazionale. In particolare, le categorie merceologiche maggiormente esportate negli USA includono macchinari, mezzi di trasporto, prodotti chimici/farmaceutici, alimentari/bevande, tessile, abbigliamento e calzature; tali voci costituiscono circa i due terzi delle vendite totali nel mercato statunitense. Il numero degli operatori commerciali italiani attivi negli Stati Uniti è relativamente contenuto, ammontando a poco meno di 44mila unità; a questo dato si devono aggiungere le imprese dell’indotto non contabilizzate nelle statistiche Istat. È opportuno chiarire che l’introduzione dei dazi comporterebbe una contrazione delle nostre esportazioni; tuttavia, si presuppone che le conseguenze economiche derivanti dall’aumento delle bollette siano più gravose rispetto a quelle generate dai dazi stessi, considerando che il costo del gas e dell’energia elettrica sono previste in aumento. L’intersecarsi di queste due criticità potrebbe addirittura dar luogo a una nuova crisi economica, uno scenario che, ovviamente, speriamo non si determini.

·        E’ in arrivo una stangata sulle bollette

Per l’anno corrente si stima che il costo complessivo delle bollette possa gravare sul sistema imprenditoriale italiano per ulteriori 13,7 miliardi di euro rispetto al 2024, corrispondente a un incremento del 19,2%. La spesa totale prevista raggiungerebbe quindi gli 85,2 miliardi: di questi 65,3 miliardi per l’energia elettrica e 19,9 miliardi per il gas. Tali stime provengono dall’Ufficio studi della CGIA e si basano sull’ipotesi di un prezzo medio dell’energia elettrica nel 2025 fissato a 150 euro per MWh e del gas a 50 euro per MWh; mantenendo così un rapporto di tre a uno tra le due tariffe come osservato nei bienni precedenti. Per quanto concerne i consumi energetici si fa riferimento ai dati del 2023 con l’assunzione che essi rimangano costanti nei successivi due anni. Analizzando questo ulteriore onere stimato in 13,7 miliardi di euro per quest’anno risulta evidente che quasi 9,8 miliardi (+17,6% rispetto al 2024) riguarderebbero l’energia elettrica mentre i restanti 3,9 miliardi (+24,7%) il gas.

•     Rischiamo la stagflazione?

Le conseguenze dell’aumento delle bollette potrebbero gravare pesantemente sui bilanci sia delle imprese sia delle famiglie. Tuttavia esiste un ulteriore aspetto negativo da considerare: similmente ai primi anni post-Covid potremmo assistere a un’impennata dei prezzi del gas e dell’energia capace di generare spirali inflazionistiche molto pericolose, facendo crollare i consumi interni che sono il pilastro portante su cui si basa la nostra economia. È fondamentale ricordare che durante il biennio 2022-2023 la crisi energetica ha fatto impennare il caro vita, determinando una sostanziale erosione del potere d’acquisto per lavoratori dipendenti e pensionati; senza trascurare l’incremento dei tassi d’interesse che ha ostacolato investimenti e crescita del PIL. Pertanto, l’effetto combinato della possibile recrudescenza della crisi economica che sta interessando molti paesi europei, unitamente all’introduzione dei dazi e a una possibile nuova fiammata inflazionistica scatenata dal caro energia, potrebbe condurre il Paese verso condizioni di stagflazione caratterizzate da una crescita del PIL attorno allo zero, accompagnato da livelli elevati d’inflazione.

·       Difendere i consumi e spendere bene tutti soldi del Pnrr

Per scongiurare questa situazione così complessa cosa dobbiamo fare? Sperando nella “clemenza” del Presidente Trump, per contrastare efficacemente il rallentamento economico in corso, in primo luogo dobbiamo evitare il crollo dei consumi interni, obbiettivo che potrebbe non essere conseguito se l’inflazione dovesse tornare a crescere. Pertanto, è necessario introdurre a livello europeo un tetto al prezzo del gas che andrebbe a smorzare qualsiasi spinta speculativa. In secondo luogo è necessario spendere bene ed entro la scadenza (31 agosto 2026) le risorse del Pnrr ancora a nostra disposizione; praticamente 130 miliardi di euro. Secondo la BCE, l’utilizzo di tutti i prestiti e le sovvenzioni che ci sono stati erogati da Bruxelles farà aumentare in via permanente il nostro Pil nello scenario migliore dell’1,9 per cento fino al 2026 e dell’1,5 per cento fino al 2031 rispetto a un Pil senza questi speciali sostegni post-pandemici.

·        Rincari top al Nord: in particolare in Lombardia, Emilia Romagna e Veneto

A livello regionale, visto che la maggioranza delle attività produttive e commerciali sono ubicate al Nord, i rincari relativi al 2025 di luce e gas interesseranno, in particolare, le aree che presentano i consumi maggiori: vale a dire la Lombardia con un aggravio di 3,2 miliardi di euro, l’Emilia Romagna con +1,6 miliardi, il Veneto con +1,5 e il Piemonte con +1,2. Sull’incremento di costo previsto per quest’anno che, ricordiamo, a livello nazionale dovrebbe essere pari a 13,7 miliardi, 8,8 (pari al 64% del totale), saranno in capo alle aziende settentrionali.

·        Più cara l’energia del gas

Come dicevamo più sopra, la variazione di spesa rispetto l’anno scorso interesserà maggiormente l’energia elettrica del gas. Gli imprenditori pagheranno le bollette elettriche 9,8 miliardi in più e del gas solo, si fa per dire, 3,9 miliardi. Per l’elettricità gli incrementi più significativi riguarderanno sempre il Nord, in particolare la Lombardia con 2,3 miliardi aggiuntivi, il Veneto con +1 miliardo e l’Emilia Romagna con +986 milioni. Il settentrione dovrebbe farsi carico di oltre il 61 per cento dell’incremento di costo. Per quanto concerne il gas, invece, i costi aggiuntivi interesseranno soprattutto la Lombardia con +887 milioni, l’Emilia Romagna con +660 milioni e il Veneto con +480 milioni. Dei 3,9 miliardi di rincari relativi alle bollette del gas, 2,8 miliardi (pari al 70,8% del totale) dovrebbero gravare sulle imprese del Nord.


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Tensione tra il Consiglio Superiore della Magistratura e Nordio

ROMA – Il conflitto tra il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, e il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) ha raggiunto nuovi livelli di tensione, alimentato da dichiarazioni scontrose e richieste di intervento istituzionale. A scatenare la reazione del CSM sono state le affermazioni rilasciate da Nordio in Senato lo scorso mercoledì, in cui ha definito i pubblici ministeri come “super-poliziotti senza controllo” e accusato alcuni di loro di pratiche poco trasparenti, come “clonazioni di fascicoli” e “indagini occulte e eterne”.

Le parole del Ministro hanno sollevato una vera e propria tempesta all’interno del CSM, che ha deciso di avanzare una richiesta ufficiale per l’apertura di una “pratica a tutela dell’ordine giudiziario”. I membri del CSM, in un documento firmato da ventuno consiglieri, hanno espresso preoccupazione per la lesione al “prestigio e alla credibilità” dell’istituzione, accusando il Ministro di aver diffuso “generalizzazioni improprie e gratuite” che danneggiano la reputazione e l’indipendenza della magistratura.

Il CSM, infatti, ha ritenuto le parole di Nordio come un attacco diretto non solo ai magistrati ma anche alla funzione stessa della giustizia, definendo le accuse come un “comportamento lesivo dell’indipendenza dell’esercizio della giurisdizione”. In questo clima teso, si invoca una protezione maggiore per l’ordine giudiziario, sollecitando l’apertura di una pratica sotto l’articolo 36 del regolamento, con l’intento di salvaguardare l’autonomia della magistratura.

Non sono mancate le reazioni politiche a questa escalation. Il senatore Enrico Aimi (area Fl) ha controbattuto, ribadendo che il CSM non può considerarsi la “Terza Camera” e che le dichiarazioni di Nordio sono semplicemente una risposta alla necessità di una riforma che possa ridurre le “correnti” all’interno delle procure. D’altra parte, il governo ha mostrato segni di imbarazzo, con alcuni esponenti di Palazzo Chigi che hanno criticato l’approccio aggressivo di Nordio, ritenendo che un simile scontro possa danneggiare l’immagine dell’esecutivo.


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Il CNF critica la protesta dell’ANM: “Serve dialogo, non gesti eclatanti”

Il Consiglio Nazionale Forense (CNF) prende posizione in merito alla protesta dell’Associazione Nazionale Magistrati (ANM), che ha annunciato l’intenzione di abbandonare le cerimonie di inaugurazione dell’anno giudiziario durante gli interventi del Ministro della Giustizia e dei suoi rappresentanti.

Questa manifestazione, organizzata come gesto plateale per dissentire su scelte che spetteranno al Parlamento e, successivamente, al giudizio popolare attraverso il referendum, è stata giudicata dal CNF come un’iniziativa che non può passare inosservata.

Il CNF richiama al rispetto dei valori costituzionali che dovrebbero unire, anziché contrapporre, avvocatura e magistratura. Tra questi, il principio di eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, cardine dell’autonomia e indipendenza della magistratura.

“L’avvocatura continuerà a rispettare e difendere i principi costituzionali, indipendentemente dalle decisioni che Parlamento e cittadini assumeranno. È nostro dovere e tradizione difendere l’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e garantire che le parti, all’interno del processo, siano uguali davanti al giudice,” dichiara il CNF, ribadendo il proprio impegno istituzionale.

Il Consiglio invita la magistratura a tornare a un dialogo costruttivo, abbandonando posizioni che rischiano di compromettere il rispetto dovuto alle istituzioni della Repubblica, incluse le loro articolazioni nei distretti delle Corti d’Appello. Solo attraverso un confronto rispettoso e collaborativo si potranno affrontare le sfide della giustizia e garantire i diritti fondamentali dei cittadini.


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