Xiaomi porta i robot umanoidi in fabbrica: otto ore di lavoro sulla linea di produzione

Dalle dimostrazioni tecnologiche alle linee produttive: la robotica umanoide prova a compiere un nuovo passo verso l’industria del futuro. Il 3 novembre Xiaomi ha diffuso un video che mostra due robot impegnati in un’attività di smistamento di componenti all’interno della propria fabbrica automobilistica. Il compito consiste nel prelevare coperture laterali della console centrale da appositi contenitori e inserirle in rastrelliere destinate alla fase successiva della produzione. L’elemento che ha attirato maggiormente l’attenzione è la durata dell’esperimento: l’azienda parla di un’attività di otto ore, una durata che richiama quella di un normale turno di lavoro. Non si tratta quindi soltanto di una breve esibizione davanti alle telecamere, ma di una prova condotta in un ambiente industriale reale.

Secondo quanto dichiarato dall’azienda, i robot sarebbero in grado di rilevare e correggere autonomamente alcune anomalie e di coordinarsi con il sistema della linea produttiva. È un aspetto importante, perché il lavoro in fabbrica non consiste semplicemente nel ripetere un movimento: occorre riconoscere gli oggetti, adattarsi alle variazioni, interagire con gli impianti e intervenire quando qualcosa non procede come previsto. Restano tuttavia diversi dati non comunicati da Xiaomi: la velocità effettiva di lavorazione, il numero di errori, gli interventi umani necessari e le modalità di gestione della batteria. Le otto ore indicate dall’azienda descrivono la durata del compito, ma non dimostrano necessariamente che il robot abbia lavorato senza interruzioni o senza ricariche per tutto il periodo.

Il test apre una prospettiva concreta, ma anche una serie di interrogativi. Se i robot umanoidi dovessero diventare parte stabile dei processi produttivi, le imprese dovranno affrontare questioni che vanno ben oltre l’efficienza: sicurezza dei lavoratori, responsabilità in caso di incidente, affidabilità dei sistemi autonomi, protezione dei dati e formazione del personale. Anche il diritto del lavoro sarà chiamato a misurarsi con un’organizzazione produttiva nella quale alcune mansioni potranno essere affidate a macchine capaci di adattarsi all’ambiente. La vera sfida non sarà soltanto costruire robot in grado di lavorare per otto ore, ma capire a quali condizioni potranno farlo in modo sicuro, conveniente e responsabile. E soprattutto: come cambierà il ruolo delle persone dentro le fabbriche del futuro?

Musk sogna l’intelligenza artificiale nello spazio: data center in orbita per “spiccioli” di calcolo

Dopo aver ammesso, in un post pubblicato su X, che i costi di gestione di Grok Bot erano diventati «insostenibilmente alti» rispetto ai ricavi, Elon Musk torna a guardare allo spazio e rilancia una delle prospettive più ambiziose di SpaceX: realizzare veri e propri data center in orbita terrestre. Anche all’indomani delle elezioni di midterm americane, Musk ha scherzato sulla piattaforma X parlando dei presunti «laser spaziali elettorali» e osservando che, almeno, i data center orbitali potrebbero rappresentare un investimento decisamente più interessante. Una battuta che si intreccia però con un progetto tecnologico concreto, descritto nella documentazione di SpaceX come «Orbital Data Center system». L’idea è portare nello spazio una parte consistente delle infrastrutture necessarie a sostenere la crescente domanda di intelligenza artificiale, superando alcuni dei limiti dei tradizionali impianti terrestri. Musk ha definito la capacità di calcolo degli attuali data center sulla Terra come «spiccioli» rispetto alle potenzialità che l’azienda punta a raggiungere in orbita.

Il sistema immaginato da SpaceX prevede una rete di satelliti alimentati dall’energia solare, disponibile in modo pressoché costante in determinate orbite, e progettati per sfruttare il vuoto cosmico nella gestione termica dei componenti elettronici. In questo modo si potrebbero ridurre alcune delle esigenze energetiche e infrastrutturali legate al raffreddamento dei chip nei data center tradizionali. La capacità di calcolo sarebbe destinata in parte alle attività interne delle società di Musk e in parte a clienti esterni, con particolare attenzione all’inferenza, ovvero la fase in cui i modelli di intelligenza artificiale elaborano le richieste degli utenti e generano risposte. A spingere verso questa soluzione è anche la crescita di Grok Bot: secondo i dati citati, gli utenti paganti settimanali erano circa 800mila all’inizio di ottobre, più del doppio rispetto al periodo precedente, mentre gli utenti attivi giornalieri sono passati da meno di 100mila a inizio settembre a oltre 600mila a fine ottobre. Una crescita che comporta un aumento significativo delle risorse di calcolo necessarie. Gli abbonamenti, con tariffe mensili da 30, 100 e 200 dollari, non sarebbero infatti sufficienti, secondo le stime riportate, a coprire gli elevati costi computazionali del servizio.

Il progetto, tuttavia, non è ancora operativo e richiederà tempi e investimenti considerevoli. I primi satelliti della rete orbitale non dovrebbero essere lanciati prima della fine del 2027, mentre una vera espansione del sistema non è attesa prima del 2028. Molto dipenderà dai test tecnici, dalle autorizzazioni regolatorie e soprattutto dalla capacità di SpaceX di aumentare il ritmo dei lanci e la produzione dei satelliti. Fino ad allora, la gestione di Grok e degli altri servizi di intelligenza artificiale continuerà a dipendere dalle infrastrutture terrestri, con possibili conseguenze anche sulle condizioni e sui limiti di utilizzo imposti agli abbonati. La visione di Musk apre comunque uno scenario nuovo: se i data center nello spazio dovessero diventare economicamente sostenibili, potrebbero cambiare il modo in cui vengono progettate e alimentate le infrastrutture digitali del futuro. Resta però da capire se il vantaggio energetico e tecnologico promesso riuscirà davvero a compensare i costi di costruzione, lancio, manutenzione e sostituzione dei satelliti. Per ora, tra ambizione e realtà, la sfida è appena cominciata.

Medici e orari di lavoro: quando lo Stato deve risarcire per la violazione delle regole europee?

Quando un medico è costretto a lavorare oltre i limiti previsti dalla normativa europea, chi deve rispondere della violazione? Lo Stato, per aver introdotto disposizioni non conformi alle tutele comunitarie, oppure l’azienda sanitaria, per aver organizzato concretamente il lavoro senza rispettare i limiti di orario e i periodi di riposo?

A questa domanda hanno risposto le Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione con la sentenza n. 28296, depositata il 3 novembre 2026, pronunciandosi sul ricorso di alcuni medici del Servizio sanitario nazionale che chiedevano il risarcimento dei danni per le condizioni lavorative alle quali erano stati sottoposti tra il 2008 e il 2015. La vicenda riguarda il rapporto tra la disciplina italiana e la direttiva europea 2003/88/CE, che stabilisce garanzie fondamentali in materia di organizzazione dell’orario di lavoro, durata massima della prestazione settimanale e riposo giornaliero.

Il nodo giuridico nasce da alcune disposizioni introdotte nel 2007 e nel 2008, che avevano escluso il personale sanitario e determinate categorie della dirigenza del Servizio sanitario nazionale dall’applicazione di specifiche tutele previste dal decreto legislativo n. 66 del 2003. Un regime derogatorio rimasto in vigore fino all’intervento della legge n. 161 del 2014. Le Sezioni Unite hanno stabilito che quelle disposizioni non integravano una violazione grave e manifesta del diritto dell’Unione, requisito necessario per far sorgere la responsabilità risarcitoria dello Stato.

A orientare la decisione sono stati diversi elementi: la complessità della disciplina europea, che ammette alcune deroghe per particolari attività e servizi, le caratteristiche dell’organizzazione della dirigenza medica e la possibilità di interpretare la normativa e la contrattazione collettiva in modo compatibile con i principi europei. Per questa ragione, la Corte ha respinto i ricorsi dei medici, escludendo il presupposto necessario per ottenere il risarcimento direttamente dallo Stato.

La decisione, tuttavia, non significa che i medici possano essere sottoposti a orari illimitati o che le aziende sanitarie siano esonerate da ogni responsabilità. Le Sezioni Unite precisano infatti che resta possibile agire nei confronti del datore di lavoro quando si verifichi un concreto superamento dei limiti legali o contrattuali dell’orario oppure quando non vengano garantiti i periodi di riposo dovuti. È una distinzione importante: una cosa è chiedere allo Stato di risarcire per una scelta legislativa che non raggiunge la soglia della violazione grave e manifesta del diritto europeo; altra cosa è contestare all’azienda sanitaria una gestione del rapporto di lavoro che abbia effettivamente compromesso il diritto al riposo e alla tutela della salute.

La pronuncia offre così un’indicazione rilevante per il contenzioso in materia di lavoro sanitario: non basta richiamare il contrasto tra una vecchia norma nazionale e la disciplina europea, ma occorre individuare correttamente il soggetto responsabile e il fondamento della domanda risarcitoria. Perché, anche quando lo Stato non è chiamato a pagare, il diritto del medico a non lavorare senza limiti resta una questione aperta.

Maltrattamenti in famiglia, la cultura dell’uomo non giustifica il controllo sulla donna

Non è possibile invocare le proprie convinzioni culturali o religiose per ridimensionare la gravità di comportamenti violenti diretti a controllare la vita della partner. È il principio che emerge dalla sentenza n. 38233, depositata il 3 novembre 2026, con cui la sesta sezione penale della Corte di Cassazione è tornata sul tema dei maltrattamenti in famiglia e dell’aggravante dei futili motivi. Al centro della vicenda c’è una questione che va oltre il singolo procedimento: il tentativo di esercitare un potere sulla persona offesa, impedendole di scegliere liberamente come vivere, comportarsi e utilizzare i propri diritti.

Secondo la Corte, l’aggravante può trovare applicazione quando le condotte violente sono determinate dalla pretesa dell’autore di sottoporre al proprio controllo l’esercizio delle libertà individuali della vittima. Non si tratta, dunque, di un semplice conflitto familiare o di una divergenza di vedute: la violenza diventa lo strumento attraverso cui una persona cerca di imporre all’altra un modello di subordinazione. In questo quadro, le convinzioni culturali o religiose dell’imputato non assumono rilievo giustificativo e non possono neutralizzare la valutazione della condotta.

La pronuncia richiama l’attenzione su un punto essenziale anche per chi opera nel mondo giudiziario: la libertà personale non può essere compressa in nome di tradizioni, convinzioni o presunti ruoli familiari. Il principio ha una portata che interessa non soltanto il diritto penale, ma anche il modo in cui vengono letti e affrontati i fenomeni di violenza domestica. La domanda che resta sullo sfondo è quanto ancora sia necessario lavorare, sul piano culturale e giuridico, perché il controllo sulla vita del partner venga riconosciuto per quello che è: una forma di sopraffazione, non una consuetudine da tollerare.

Midterm, schiaffo a Trump: i democratici conquistano il Congresso. L’America presenta il conto al presidente

Le elezioni di midterm del 3 novembre si sono concluse con una netta affermazione dei democratici, destinata a cambiare profondamente gli equilibri politici degli Stati Uniti. Alla Camera dei Rappresentanti il partito ha superato la soglia dei 218 seggi necessaria per conquistare la maggioranza, secondo le proiezioni diffuse dalla CNN. Ma la vera sorpresa è arrivata anche dal Senato, dove i democratici sono riusciti a conquistare collegi strategici finora in mano repubblicana.

Tra i risultati più significativi spicca il North Carolina, dove l’ex governatore democratico Roy Cooper ha prevalso, e il Michigan, conquistato dal democratico Abdul El-Sayed. A questi risultati si aggiungono le vittorie in alcuni collegi tradizionalmente repubblicani in Texas e Kansas. In quest’ultimo Stato, un candidato democratico è riuscito a conquistare un seggio che il partito non otteneva dal 1932. Un risultato che va oltre la semplice alternanza politica e che racconta un cambiamento nel clima elettorale americano.

Per Donald Trump il voto rappresenta un segnale difficile da ignorare. Il presidente ha seguito lo spoglio dalla East Room della Casa Bianca e ha dichiarato di accettare il risultato, congratulandosi con i democratici. Tuttavia, non ha rinunciato a rivendicare il proprio consenso. Sulla piattaforma X ha scritto che, se il suo nome fosse stato presente sulla scheda elettorale, avrebbe vinto «a valanga».

Una dichiarazione che lascia intravedere la volontà di non considerare il risultato come un giudizio diretto sulla propria leadership. Eppure, il messaggio arrivato dalle urne sembra avere una portata politica ben più ampia: una parte significativa dell’elettorato ha scelto di ridimensionare il potere repubblicano, proprio mentre Trump si trova alla guida del Paese.

Il malcontento degli americani: il costo della vita pesa più delle promesse

Dietro la vittoria democratica c’è soprattutto una questione concreta, che riguarda milioni di famiglie: il costo della vita. Inflazione, bollette energetiche, spesa alimentare, affitti e difficoltà economiche quotidiane hanno occupato un posto centrale nella campagna elettorale.

Il malcontento non riguarda necessariamente soltanto gli elettori democratici. È un sentimento più trasversale, che attraversa diverse fasce sociali e che può coinvolgere anche una parte di quell’elettorato che aveva sostenuto Trump, aspettandosi un miglioramento delle condizioni economiche.

È proprio questo uno degli aspetti più interessanti del voto: non necessariamente una conversione ideologica di massa, ma una manifestazione di insoddisfazione verso chi governa. Gli americani hanno dato fiducia all’amministrazione Trump, ma ora una parte di loro sembra chiedere conto dei risultati.

Il consenso del presidente, secondo i sondaggi diffusi negli ultimi giorni della campagna, era ormai vicino ai minimi storici. Un dato che, insieme ai risultati elettorali, pone una domanda inevitabile: quanto può resistere un progetto politico quando le difficoltà economiche quotidiane diventano più forti delle promesse?

Obama: «Gli americani hanno inviato un messaggio chiaro»

Tra le prime reazioni politiche spicca quella dell’ex presidente Barack Obama, che ha parlato di un messaggio chiaro inviato dagli americani. Obama ha richiamato la necessità di una politica meno divisiva, chiedendo leader capaci di affrontare i problemi concreti del Paese e di trovare soluzioni condivise.

L’ex presidente ha ricordato anche che a Trump restano ancora due anni di mandato, durante i quali sarà necessario evitare ulteriori danni e recuperare un clima politico più costruttivo.

Parole che sembrano indicare una delle principali aspettative emerse dal voto: non soltanto un cambio di maggioranza parlamentare, ma anche una richiesta di maggiore attenzione alle questioni che riguardano direttamente la vita dei cittadini.

Trump diventa un presidente con le mani più legate

Con il Congresso passato ai democratici, Trump entra in una fase completamente diversa del suo mandato. La conquista della Camera, insieme ai nuovi equilibri al Senato, mette nelle mani dell’opposizione un potere di condizionamento che fino a oggi il presidente non aveva dovuto affrontare in questi termini.

L’agenda legislativa della Casa Bianca rischia di incontrare ostacoli sempre più difficili da superare. Provvedimenti economici, riforme e iniziative politiche dovranno fare i conti con un Congresso che potrebbe rallentare, modificare o bloccare una parte delle proposte presidenziali.

Si apre così una stagione di confronto istituzionale, nella quale ogni decisione potrebbe trasformarsi in una nuova battaglia politica. Per Trump sarà necessario trovare un equilibrio tra la volontà di portare avanti il proprio programma e la nuova realtà parlamentare.

Non è escluso che il presidente scelga di alzare ulteriormente i toni dello scontro, facendo leva sulla propria base elettorale e presentando l’opposizione democratica come un ostacolo alla realizzazione del mandato ricevuto dagli americani. Ma resta da capire se questa strategia possa bastare in un momento in cui il malcontento economico sembra aver raggiunto anche una parte dell’elettorato che lo aveva sostenuto.

E adesso? La vera incognita è la reazione di Trump

Il risultato delle midterm apre una nuova fase della politica americana, ma soprattutto pone una questione: come intende reagire Donald Trump?

Il presidente ha accettato pubblicamente il risultato e si è congratulato con i democratici, ma la sua dichiarazione su una possibile vittoria «a valanga» se fosse stato candidato lascia intendere che non considera chiusa la partita del consenso personale.

Potrebbe scegliere la strada del confronto, trasformando i prossimi due anni in una battaglia continua con il Congresso. Oppure potrebbe tentare una strategia più pragmatica, cercando accordi su alcuni provvedimenti per dimostrare di essere ancora in grado di governare.

La sconfitta apre infatti interrogativi non soltanto sulla strategia di Trump, ma anche sul futuro della sua leadership e sulla capacità del movimento repubblicano di mantenere compatta la propria base.

Resta soprattutto il malcontento di un Paese che, al di là delle appartenenze politiche, continua a fare i conti con problemi economici e sociali che non possono essere risolti con uno slogan elettorale. Gli americani hanno voluto mandare un segnale. Ma sarà sufficiente il cambio di maggioranza al Congresso per rispondere alle loro aspettative?

La domanda, adesso, è un’altra: Trump accetterà di governare con un Congresso che non è più dalla sua parte oppure sceglierà di trasformare questi ultimi due anni in uno scontro politico permanente? E soprattutto, i democratici sapranno trasformare questa vittoria elettorale in risposte concrete, oppure il malcontento che ha penalizzato i repubblicani finirà per investire anche loro?

Perché le urne hanno certamente cambiato gli equilibri a Washington. Ma non hanno ancora risolto i problemi dell’America.

Google Gemini nel mirino della Corte Ue: “i chatbot possono violare i diritti degli editori”

L’avvocato generale della Corte di giustizia dell’Unione europea, Maciej Szpunar, ha presentato oggi le proprie conclusioni sul primo caso di intelligenza artificiale generativa arrivato davanti alla Corte di Lussemburgo. Le conclusioni toccano direttamente il modo in cui i chatbot utilizzano i contenuti giornalistici online.

Secondo Szpunar, il recupero e il riutilizzo in tempo reale di pubblicazioni giornalistiche da parte di un chatbot, per generare risposte agli utenti, può, in determinate circostanze, costituire una violazione dei diritti degli editori. Il servizio al centro del procedimento è Google Gemini, del gruppo Alphabet, che utilizza modelli linguistici di grandi dimensioni e tecnologia RAG per recuperare informazioni online, compresi articoli di stampa, nel formulare le proprie risposte.

La causa nasce da un ricorso di Like Company, operatore ungherese che gestisce diversi portali web, contro Google Ireland, davanti al Tribunale regionale di Budapest, che ha sollevato una questione pregiudiziale rinviata alla Corte Ue. La base giuridica è la tutela dei diritti connessi al diritto d’autore che il diritto dell’Unione riconosce agli editori di testate giornalistiche per l’utilizzo online delle loro pubblicazioni.

Le conclusioni dell’avvocato generale non vincolano la Corte, che dovrà ora pronunciarsi con una sentenza separata; nella prassi, tuttavia, i giudici di Lussemburgo seguono l’orientamento dell’avvocato generale nella maggioranza dei casi.

Per gli editori italiani e per gli studi legali che li assistono in materia di proprietà intellettuale, l’esito del procedimento potrebbe fornire il primo chiarimento giurisprudenziale europeo su come si applicano ai chatbot generativi i diritti connessi degli editori, materia finora priva di una cornice consolidata. In discussione anche il calo di traffico diretto verso i siti delle testate, con conseguenze sui ricavi pubblicitari legati alle visite dirette.

Supermercati hackerati, il governo frena: “Massima allerta ma nessun allarme”

A Palazzo Chigi si è tenuta oggi la riunione convocata dopo l’ondata di attacchi hacker ai sistemi di refrigerazione dei supermercati. Hanno partecipato il sottosegretario Alfredo Mantovano, il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, i vertici dei servizi di intelligence e il direttore generale dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale. La nota ufficiale diffusa al termine parla di un impatto “fortemente limitato” sul territorio italiano.

Secondo Palazzo Chigi sarebbero state colpite “poche unità commerciali” rispetto alle migliaia di punti vendita attivi in Italia. Conad ha confermato almeno cinque negozi coinvolti su circa 3.300 complessivi: due in Veneto e tre in Sicilia, a Catania, Messina e Palermo. Il gruppo afferma di essere intervenuto in tempo, senza gravi perdite di merce, ma non è ancora in grado di quantificare i danni. La polizia postale, in parallelo, parla invece di due soli episodi accertati, in Sicilia ed Emilia-Romagna: i numeri forniti dalle diverse fonti non coincidono.

Secondo il governo, a cedere sono stati sistemi di sicurezza datati, con interfacce esposte direttamente su Internet e carenze nei meccanismi di autenticazione, mentre la gran parte della distribuzione utilizzerebbe già protezioni aggiornate. Nel caso Conad, l’intrusione è avvenuta intorno alle quattro del mattino di ieri, colpendo i sistemi di monitoraggio della temperatura dei banchi surgelati.

Il governo ha indicato quattro linee di intervento: il monitoraggio e l’analisi della minaccia, già in corso da mesi; contatti costanti con fornitori e venditori della filiera; l’individuazione e la notifica tempestiva dei soggetti esposti; comunicazioni preventive diffuse su larga scala. La polizia postale ha aperto un’indagine.

OpenAI, Google, Microsoft e Anthropic si accordano su un codice unico anti-addestramento

Anthropic, OpenAI, Google e Microsoft hanno dichiarato il proprio sostegno a un nuovo standard comune basato sul protocollo robots.txt, lo strumento con cui i siti web comunicano istruzioni ai crawler automatici. L’obiettivo è permettere agli editori di dichiarare, con un’unica indicazione, che i contenuti del proprio sito non devono essere utilizzati per addestrare modelli di intelligenza artificiale, superando la necessità attuale di intervenire separatamente sui crawler di ciascuna azienda.

La proposta è stata elaborata dall’ingegnere di Anthropic Kevin Kelley nell’ambito dei lavori dell’Internet Engineering Task Force (IETF), l’organismo tecnico che definisce gli standard di internet.

Sul fronte dell’adozione, Anthropic ha già annunciato il proprio supporto allo standard; OpenAI prevede di adottarlo nei prossimi mesi; Google e Microsoft indicano invece il 2027 come orizzonte di implementazione.

Anche Meta ha espresso apprezzamento per l’iniziativa, tramite il vicepresidente della comunicazione Andy Stone. L’adesione, tuttavia, stride con le nuove condizioni commerciali che l’azienda ha introdotto per i contenuti editoriali, criticate perché consentirebbero un utilizzo molto ampio dei materiali pubblicati dagli editori: la loro entrata in vigore è stata nel frattempo rinviata a fine novembre.

Lo standard presenta comunque dei limiti giuridici significativi: esprimere una preferenza tramite robots.txt non equivale a una tutela legalmente vincolante, non risolve la questione dei contenuti già acquisiti per l’addestramento dei modelli esistenti, e in Europa dovrà confrontarsi con il quadro normativo sul diritto d’autore e con le eccezioni per il text and data mining previste dalla direttiva Copyright UE.

Per gli editori italiani e per gli studi legali che assistono testate giornalistiche, piattaforme online e content creator, lo standard rappresenta uno strumento tecnico aggiuntivo ma non sostituisce le tutele contrattuali già in uso. Resta inoltre aperta, e tutta da definire sul piano giudiziario, la questione del risarcimento per i contenuti raccolti prima dell’adozione del nuovo segnale.

Spyware contro i telefoni dei vertici tedeschi: Apple lancia l’allerta, ombra russa sull’ennesimo attacco

Dal 29 ottobre Apple ha inviato notifiche di attacco a numerosi membri del Bundestag e del governo federale tedesco, avvertendoli di essere stati probabilmente presi di mira da operatori di spyware mercenario. Secondo l’emittente pubblica ZDF, le notifiche hanno riguardato anche altre figure pubbliche.

Lo spyware mercenario è un software di sorveglianza sofisticato, sviluppato da operatori specializzati per operazioni mirate: in alcuni casi sfrutta vulnerabilità “zero-click”, che non richiedono alla vittima di aprire un messaggio, scaricare un file o toccare un link per essere compromessa. Apple basa le notifiche su indicatori che ritiene affidabili, ma precisa che gli avvisi non dimostrano necessariamente che un’intrusione sia andata a buon fine, e non indica pubblicamente gli autori.

Il BSI, l’agenzia federale tedesca per la cybersicurezza, ha contattato i soggetti coinvolti raccomandando di considerare i dispositivi potenzialmente compromessi, di passare a un nuovo smartphone e a un nuovo numero, trasferendo solo i dati essenziali ed evitando un ripristino completo da backup. Il ministro digitale Karsten Wildberger ha confermato l’allerta nel programma Bericht aus Berlin della ARD.

L’episodio richiama precedenti noti: nel 2015 un’intrusione nei sistemi del Bundestag fu attribuita dalle autorità tedesche al gruppo APT28, legato ai servizi di intelligence militare russi (GRU); nel maggio 2024 una campagna contro la SPD, anch’essa attribuita ad APT28, sfruttò una vulnerabilità di Microsoft Outlook.

In Italia il precedente più rilevante resta il caso Paragon del 2025, legato alla sorveglianza di giornalisti. Nel giugno 2025 il Copasir aveva riferito di non aver trovato prove di un utilizzo dello spyware da parte dei servizi italiani contro giornalisti nazionali, pur non escludendo ulteriori accertamenti; la Commissione europea ha successivamente richiamato il caso nel proprio rapporto sullo Stato di diritto.

Per gli avvocati e gli studi che assistono clienti istituzionali o imprese strategiche, l’episodio evidenzia il rischio di esposizione di comunicazioni riservate — trattative, piani industriali, operazioni di investimento — e la dipendenza europea da un fornitore extra-UE per la rilevazione di queste minacce.

L’ombra dell’IA nelle sentenze arriva in Cassazione: si valuta il rinvio alle Sezioni Unite

Con l’ordinanza interlocutoria n. 27957/2026, datata 28 ottobre e resa nota il 3 novembre, la Prima Sezione civile della Corte di Cassazione si è confrontata per la prima volta con una richiesta di rinvio alle Sezioni Unite sui rischi derivanti dall’uso dell’intelligenza artificiale nella preparazione delle sentenze.

La vicenda trae origine da una controversia contro la Città Metropolitana di Catania, decisa con la sentenza d’appello n. 179/2021 e impugnata in Cassazione (RG 21383/2021). Gli stessi ricorrenti avevano nel frattempo proposto un’azione di revocazione, respinta con la sentenza n. 318/2025, a sua volta impugnata in un separato procedimento (RG 16633/2025).

In una memoria depositata nel primo procedimento, i ricorrenti hanno chiesto sia la riunione dei due ricorsi sia il rinvio alle Sezioni Unite della questione relativa ai rischi dell’uso dell’intelligenza artificiale per analisi, bozze e redazione delle decisioni giudiziarie.

La Corte, applicando in via analogica l’articolo 335 del codice di procedura civile e richiamando i propri precedenti (Cass. n. 10534/2015, n. 25376/2006, Sezioni Unite n. 10933/1997), ha per ora disposto soltanto la riunione dei due procedimenti, rinviando la causa a nuovo ruolo. La decisione sulla richiesta di rinvio alle Sezioni Unite resta sospesa fino alla trattazione congiunta dei ricorsi.

Un punto è chiarito espressamente nell’ordinanza: il provvedimento non contiene alcun accertamento sull’effettivo utilizzo dell’intelligenza artificiale da parte dei giudici nei gradi di merito, né introduce alcun limite al suo impiego. La questione di fondo resta dunque aperta.

Per gli avvocati, la pronuncia non introduce per ora alcuna regola nuova sull’uso dell’IA nei procedimenti giudiziari, ma segnala che il tema della verificabilità e dei limiti di questo utilizzo è arrivato al vertice della giurisdizione ordinaria. La prossima udienza, successiva alla riunione dei ricorsi, potrebbe rappresentare la prima occasione in cui le Sezioni Unite sono chiamate ad approfondire la questione.

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