Stop al Reddito di cittadinanza, boom delle invalidità civili? I numeri che alimentano il sospetto

La fine del Reddito di cittadinanza e l’aumento delle pensioni di invalidità civile procedono su binari ufficialmente separati. Eppure, osservando i numeri, il dubbio di una possibile connessione resta sullo sfondo, soprattutto nelle aree più fragili del Paese.

Al 31 dicembre 2024, in Italia risultavano erogate 4.313.351 pensioni di invalidità, di cui 899.344 previdenziali e 3.414.007 di natura civile. I dati mostrano un andamento divergente: tra il 2020 e il 2024 le prestazioni previdenziali sono diminuite del 14,5%, mentre quelle civili sono aumentate del 7,4%, pari a oltre 234mila assegni in più. Un incremento concentrato in larga parte tra il 2022 e il 2024, proprio negli anni che hanno preceduto e seguito la cancellazione del sussidio contro la povertà.

Nel 2024 la spesa complessiva per le pensioni di invalidità è stimata in 34 miliardi di euro, di cui 21 miliardi destinati alle prestazioni civili. Numeri rilevanti, che spingono a interrogarsi sul ruolo che le pensioni di invalidità possono aver assunto come ammortizzatore sociale “di fatto”, soprattutto dopo il venir meno del Reddito di cittadinanza.

Reddito di cittadinanza e invalidità: una correlazione difficile da provare

Formalmente, le due misure rispondono a logiche diverse. Il Reddito di cittadinanza nasceva come strumento di contrasto alla povertà e di inclusione lavorativa; le pensioni di invalidità civile tutelano invece persone con ridotte capacità fisiche o psichiche riconosciute. Tuttavia, la sua abolizione ha lasciato scoperta una fascia di popolazione con difficoltà occupazionali strutturali. In questo contesto, per molte famiglie l’accesso all’invalidità civile potrebbe aver rappresentato l’unica forma stabile di sostegno economico.

Dimostrare un nesso causale diretto è oggi impraticabile: mancano dati comparabili e la materia coinvolge diritti fondamentali e condizioni sanitarie reali. Ma il sospetto di una relazione indiretta tra i due fenomeni, specie in alcune aree del Paese, resta aperto.

Il peso del Mezzogiorno

È soprattutto nel Mezzogiorno che la crescita delle invalidità civili appare più marcata. Tra il 2020 e il 2024 le prestazioni sono aumentate dell’8,4%, con un balzo del 7,2% nel solo biennio 2022-2024. Un dato che colpisce se confrontato con la demografia: il Sud conta 19,7 milioni di abitanti, contro i 26,3 milioni del Nord, ma registra circa 500mila invalidi civili in più.

Anche l’incidenza sul totale della popolazione mostra forti differenze territoriali. La Calabria guida la classifica con il 13,2% di prestazioni di invalidità rispetto agli abitanti, seguita da Puglia (11,6%), Umbria (11,3%) e Sardegna (10,7%). In coda Piemonte, Lombardia e Veneto, tutte attorno al 5,1%. A livello provinciale spiccano Reggio Calabria, Lecce e Crotone, mentre le incidenze più basse si registrano a Trieste, Firenze e Prato.

Spesa e rischi di abuso

La spesa per le pensioni di invalidità civile resta concentrata nel Sud: nel 2024 il 46,6% dei 21 miliardi complessivi è stato erogato nel Mezzogiorno. La Campania guida la graduatoria con 2,73 miliardi, seguita da Lombardia e Lazio. L’importo medio nazionale è di 501 euro mensili.

Sul fronte delle irregolarità, dati ufficiali completi non esistono. Tuttavia, le frodi nel comparto previdenziale continuano a emergere: tra il 2020 e l’agosto 2021 la Guardia di Finanza ha accertato quasi 48 milioni di euro di indebite percezioni tra assegni sociali e pensioni di invalidità.

Un interrogativo aperto

Il quadro che emerge non consente conclusioni definitive, ma pone una questione politica e sociale rilevante. La crescita delle invalidità civili, soprattutto dopo la fine del Reddito di cittadinanza, segnala il rischio che strumenti nati per tutelare condizioni sanitarie reali diventino, in assenza di alternative, l’ultima rete di protezione contro la povertà. Un equilibrio delicato, che chiama in causa welfare, controlli e politiche del lavoro, e che difficilmente potrà essere ignorato a lungo.


LEGGI ANCHE

Truffa via SMS ai danni dei contribuenti: attenzione ai numeri 893

L’Agenzia delle Entrate avvisa: possibili raggiri con finti rimborsi e tessera sanitaria

nuova funzionalità pagopa

PagoPA: su IO una nuova funzionalità per l’accesso rapido

PagoPa ha annunciato l’introduzione sull’app dei servizi pubblici IO una nuova modalità per l’accesso rapido, che consente l’autenticazione con SPID o CIE soltanto una volta…

Referendum sulla giustizia, tensione sul calendario: rischio scontro legale prima del voto

Il conto alla rovescia verso il referendum costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati si accompagna a un clima sempre più teso sul fronte delle regole e delle tempistiche. Nei palazzi istituzionali si ragiona sull’ipotesi di portare gli elettori alle urne tra fine marzo, ma la scelta della data rischia di trasformarsi in un terreno di scontro politico e giuridico.

I promotori della consultazione, impegnati nella raccolta delle firme necessarie, contestano l’eventualità che il decreto di indizione arrivi prima della scadenza del termine previsto per l’iniziativa popolare. Secondo il comitato che ha avviato la mobilitazione civica, un’accelerazione forzata romperebbe una prassi consolidata e potrebbe essere contestata davanti agli organi di garanzia, Corte costituzionale inclusa.

Il nodo nasce dalla scansione temporale fissata dopo la pubblicazione della riforma in Gazzetta ufficiale, da cui decorre il periodo utile per la raccolta delle sottoscrizioni. Le firme già acquisite sono numerose, ma non ancora sufficienti a raggiungere la soglia richiesta. Sul piano tecnico, diversi costituzionalisti ricordano che la normativa di riferimento lascia margini interpretativi, alimentando incertezza e rendendo non remoto il rischio di contenziosi istituzionali.


LEGGI ANCHE

Avvocatura unita al Congresso Forense di Torino: “Dall’intelligenza artificiale all’oralità del processo, il diritto resta umano”

Nel confronto tra le Associazioni forensi, spazio ai temi dell’IA, della specializzazione e della riforma Cartabia. Stoppani: “Serve l’avvocato in Costituzione”. Del Noce (UNCC): “Ora…

AIGA: “Giù le mani dalla legge sull’equo compenso, irricevibile la richiesta dell’ANAC”

Suscita forte preoccupazione, nella giovane avvocatura italiana, la nota trasmessa dall’ANAC alla Cabina di regia ed ai Ministri dell’Economia e delle infrastrutture – che segue,…

Giustizia, estradizione Coppola: dichiarazione congiunta Italia-Emirati Arabi Uniti

Gli Emirati Arabi Uniti e il Governo italiano hanno confermato l'estradizione in Italia di Danilo Coppola, cittadino italiano condannato per reati finanziari, a seguito di…

Giustizia digitale, nessun salto nel buio: la transizione passa dalla sicurezza

La transizione digitale della giustizia penale prosegue, ma senza strappi. Con un recente provvedimento regolamentare, il Ministero della Giustizia ha scelto di confermare un modello di progressiva convivenza tra strumenti digitali e modalità tradizionali, in alcuni ambiti particolarmente sensibili del processo penale.

La decisione si inserisce in una fase delicata del percorso di digitalizzazione, nella quale l’obiettivo non è soltanto l’efficienza tecnologica, ma anche la tutela delle garanzie difensive e della libertà personale, soprattutto nei procedimenti che coinvolgono misure cautelari e attività investigative invasive.

Deposito degli atti: flessibilità fino a completamento della transizione

Fino alla fine di marzo 2026, in specifiche tipologie di procedimenti penali sarà possibile continuare a utilizzare canali alternativi al deposito telematico, affiancando al portale digitale anche il deposito cartaceo o l’invio tramite posta elettronica certificata.

La scelta riguarda in particolare gli atti relativi alle impugnazioni delle misure cautelari, personali e reali, ambiti nei quali l’affidabilità del sistema e la tempestività delle comunicazioni assumono un valore decisivo. Il principio guida è chiaro: la digitalizzazione non può comprimere i diritti, ma deve accompagnarli in modo sicuro e verificabile.

Ambiti ad alta sensibilità tecnologica

Un’attenzione specifica è riservata al settore delle intercettazioni, che continua a essere considerato uno dei nodi più delicati della trasformazione digitale. In questo campo, per un periodo più ampio, gli uffici giudiziari potranno mantenere modalità operative non esclusivamente telematiche.

La ragione è tecnica prima ancora che giuridica: i sistemi informatici che gestiscono dati altamente sensibili devono essere testati, verificati e consolidati, prima di diventare l’unico canale operativo disponibile.

Un sistema sotto osservazione costante

Accanto alle proroghe, il nuovo assetto introduce un elemento di grande rilievo dal punto di vista organizzativo e tecnologico: un meccanismo strutturato di monitoraggio periodico sull’attuazione del processo penale telematico.

Con cadenza regolare, verranno analizzati i flussi di deposito negli uffici giudiziari digitalizzati, lo stato di maturità delle applicazioni informatiche, le criticità operative riscontrate, gli interventi correttivi adottati. Un approccio che riflette una visione moderna della digitalizzazione: non un atto formale, ma un processo misurabile, basato su dati, impatti e costi reali.


LEGGI ANCHE

Concorso per magistrati truccato: inviato un sms all’esaminatore sbagliato

Durante il concorso per entrare in magistratura (GU del 10 dicembre 2021), un candidato si sarebbe messo d’accordo con uno dei componenti della Commissione esaminatrice…

Associazione Donne Giuriste, sezione di Catania, rinnova il direttivo. L’avvocata Lucia Tuccitto confermata presidente

La Sezione di Catania dell’A.D.G.I.–Associazione Donne Giuriste Italia ha rinnovato il proprio direttivo riconfermando alla presidenza, per il suo secondo mandato, l’avvocata Lucia Tuccitto, insieme…

cancellazione reato abuso d'ufficio

Un primo passo verso la cancellazione dell’Abuso d’Ufficio

Martedì 9 gennaio 2024 la Commissione Giustizia del Senato ha terminato l’esame degli emendamenti all’art. 1 del “ddl Nordio”. Nel ddl sono presenti varie modifiche…

E-commerce in crescita ma il cuore del commercio resta nei negozi di vicinato

Nonostante negli ultimi anni il commercio elettronico abbia mostrato tassi di crescita più che doppi rispetto a quelli dei piccoli negozi di prossimità, i dati più recenti indicano che circa il 90 per cento circa delle vendite al dettaglio di prodotti continua a svolgersi presso le attività commerciali fisiche. A dirlo è l’Ufficio studi della CGIA.

Nel 2024, infatti, la penetrazione del commercio elettronico sul totale retail (online più offline) è stata del 13 per cento; quota che è salita al 17 per cento nelle vendite dei servizi e scesa all’11 per cento in quello dei prodotti. In termini di valore economico si stima che l’anno scorso gli acquisti e-commerce B2C[1] abbiano toccato i 58,8 miliardi di euro, 38, 2 miliardi per gli acquisti di prodotti e 20,6 per quello di servizi[2].

Se analizziamo la variazione di crescita delle vendite al dettaglio relativa ai primi 10 mesi del 2025 rispetto allo stesso periodo del 2024, notiamo che il commercio elettronico e la grande distribuzione hanno registrato entrambe una crescita del 2,1 per cento. Per contro, sia le vendite al di fuori dei negozi[3] che le imprese operanti su piccole superfici hanno registrato una flessione dello 0,7 per cento. Le distanze si allargano ulteriormente se analizziamo il risultato che emerge dal confronto tra il 2024[4] e il 2019 (anno pre-pandemico).  Ebbene, se le vendite online sono “esplose” del 72,4 per cento e quelle della grande distribuzione (trainate in particolar modo dal settore alimentare) hanno subito un incremento del 16,4 per cento, i negozi di vicinato hanno registrato un modestissimo +2,9 per cento, mentre le vendite al di fuori dei negozi sono diminuite del 4,1 per cento (vedi Tab. 1 e Graf. 1).

E-commerce sempre più diffuso, ma i piccoli negozi sono insostituibili

In altre parole, se il commercio online sta aumentando la sua quota di mercato, i negozi tradizionali, seppur in difficoltà, continuano comunque a generare la maggior parte del fatturato delle vendite al dettaglio a beneficio dell’occupazione, del tessuto urbano e della qualità della vita. Certo, l’e-commerce sta diventando un fenomeno sempre più diffuso, ma non è destinato a cancellare l’attività dei negozi di vicinato. Il commercio fisico mantiene ancora la quota dominante delle vendite e rimane centrale nelle abitudini dei consumatori. Tuttavia, le esperienze internazionali ci dimostrano che nei Paesi dove la regolazione è molto debole e la pressione fiscale è più alta, il commercio online cresce più rapidamente. Diversamente, dove esiste un tessuto commerciale urbano forte e si sono adottate delle politiche di sostegno, il negozio di vicinato resiste meglio.

Un italiano su due acquista on line

Secondo gli ultimi dati Eurostat riferiti al 2024, il 53,6 per cento degli italiani ha realizzato un acquisto online di beni o servizi. Tra i 27 paesi dell’UE, solo la Bulgaria presenta una quota di persone sul totale nazionale (49,8 per cento) inferiore alla nostra. La media europea ha toccato il 71,8 per cento, con punte del 90,8 in Danimarca, del 94 nei Paesi Bassi e del 94,7 in Irlanda. Rispetto a 10 anni prima, la variazione in Italia è stata del +31,3 per cento, contro una media Ue a 27 del +25,6. Insomma, siamo ancora nelle posizioni di coda della graduatoria europea, ma stiamo recuperando e nel medio/lungo periodo dovremmo avvicinarci ai Paesi che presentano una maggiore propensione a eseguire gli acquisti attraverso il commercio elettronico (vedi Tab. 2).

I residenti di Trento e Aosta al top per il ricorso al commercio elettronico

Secondo gli ultimi dati Istat riferiti al 2024, la percentuale più elevata di residenti per regione che negli ultimi 12 mesi ha effettuato un acquisto con il commercio elettronico è stata la Provincia Autonoma di Trento con il 49,2 (pari a 268.000 consumatori). Seguono la Valle d’Aosta con il 47,2 (58.000), la Toscana con il 47 (1.722.000) e il Friuli Venezia Giulia con il 46,4 (554.000). Chiude la graduatoria nazionale la Calabria con il 27,6 per cento (pari a 507.000 consumatori) (vedi Tab. 3).

Boom on line nelle vendite di abbigliamento e scarpe

Il settore con la quota di penetrazione delle vendite online più elevata è l’abbigliamento, scarpe e accessori. L’anno scorso il 23,2 per cento degli acquisti di questi prodotti è avvenuto per mezzo del commercio elettronico. Seguono gli articoli per la casa, mobili e giardinaggio con il 13,7 per cento, i film o le serie in streaming con il 13,4 per cento, i servizi di trasporto[5] con l’11,4 per cento e i prodotti cosmetici con il 9,5 per cento (vedi Graf. 2).

I punti di forza dell’online

Se l’online consente al consumatore finale di ridurre i tempi di acquisto, di confrontare con facilità i prezzi e di avere un maggiore accesso alle informazioni sui prodotti, i negozi di vicinato sono penalizzati dai grandi operatori del commercio elettronico anche perché questi ultimi operano su scala globale con piattaforme centralizzate che gli permettono di praticare politiche di prezzo molto aggressive. Senza contare che molti operatori sono multinazionali che pagano le tasse nei Paesi a fiscalità di vantaggio e non in quelli dove realizzano gli utili. Infine, l’e-commerce ha imposto nuovi standard di comodità: acquisti 24 ore su 24, consegne rapide, possibilità di resa e ampiezza quasi illimitata dell’offerta.

Come aiutare i piccoli negozianti?

Nel ricordare che i piccoli negozi commerciali e le botteghe artigiane non si limitano a vendere delle merci, ma a differenza delle grandi piattaforme

  • creano lavoro localmente e alimentano circuiti di spesa radicati nel territorio;
  • danno luogo a occasioni di socialità, offrendo servizi personalizzati e consulenza sui prodotti;
  • contribuiscono all’attrattività delle città, migliorando la qualità della vita e la sicurezza dei luoghi in cui insistono.

Pertanto, non sono necessarie battaglie nostalgiche a difesa del commercio fisso, ma misure che favoriscano la concorrenza e la sostenibilità. Vale a dire:

  • regole fiscali competitive per tassare in modo equo le vendite digitali basate sulla localizzazione effettiva dei consumi;
  • politiche urbanistiche e fiscali che alleggeriscono il costo dell’affitto, delle tasse locali e favoriscano gli investimenti nei centri storici e nei quartieri;
  • strumenti di trasformazione digitale[6] per le piccole attività non più basate su bandi episodici, ma attraverso misure strutturali.

Secondo la CGIA l’e‑commerce è un fenomeno strutturale, ma non è detto che la sua diffusione porterà alla cancellazione dei negozi di prossimità. I dati mostrano un quadro complesso: il commercio fisico mantiene ancora la quota dominante delle vendite e rimane centrale nelle abitudini dei consumatori. Ciò che manca è una cornice politica ed economica che permetta alle piccole attività locali di competere su parametri equi, riconoscendone il valore economico e sociale. In altre parole abbiamo bisogno di scelte politiche — non una resistenza alla modernità, ma una gestione consapevole della transizione — che trasformi la sfida digitale in un’opportunità per tutti.

[1] Business to consumer (dall’azienda al consumatore).

[2] Politecnico di Milano, Osservatorio ecommerce B2C, 2024.

[3] Commercio ambulante, porta a porta, distributori automatici e televendite.

[4] Ultimo anno in cui i dati sono disponibili.

[5] Biglietti e abbonamenti

[6] Si intendono tecnologie, software e metodologie che aiutano le piccole imprese a digitalizzare processi, dati e relazioni. Includono cloud, ERP, CRM, e-commerce, automazione, analytics e cybersecurity, migliorando efficienza, competitività, decisioni, scalabilità ed esperienza del cliente, favorendo innovazione, integrazione operativa, riduzione dei costi e crescita sostenibile.


LEGGI ANCHE

ddl nordio

Autorizzata la presentazione alle Camere del ddl Nordio

Sergio Mattarella ha autorizzato la presentazione alle Camere del ddl Nordio sulle “Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale, all’ordinamento giudiziario e al…

L’Italia viaggia veloce. Internet a banda larga ovunque

Cosa prevede il piano Italia a 1 Giga? Diffusione della fibra nel Paese Il piano Italia a 1 Giga ha il fine di sviluppare reti a banda ultra…

Lockdown: risarcimento di mille euro per un minore chiuso in casa

La regione Sicilia deve risarcire un minore che è rimasto chiuso in casa nel periodo del lockdown con mille euro. Tale reclusione è stata imposta…

Imprese in rosa, l’Italia guida l’Europa: record di imprenditrici

Il numero di donne imprenditrici presenti in Italia è il più elevato dell’ UE a 27. Nel 2024 la platea delle partite Iva in capo alle donne presenti nel nostro Paese ha toccato la soglia di 1.621.800 unità, pari al 16 per cento del totale donne occupate in Italia. Seguono la Francia con 1.531.700 (10,8 per cento donne occupate), la Germania con  1.222.300  (6,1 per cento) e la Spagna con 1.136.000 (11,3 per cento). E’ un record molto importante che, comunque, non cancella il primato negativo riconducibile al nostro tasso di occupazione femminile che, sebbene negli ultimi anni sia tornato a crescere, rimane ancora il più basso in tutta l’UE.

In Italia la crescita delle imprese guidate da donne è proseguita anche nei primi 9 mesi di quest’anno: nella media dei primi 3 trimestri del 2025  lo stock è stato di 1.678.500 unità (+ 2,7 per cento rispetto allo stesso periodo del 2024). Sebbene in termini assoluti le donne imprenditrici siano meno della metà dei colleghi uomini, la variazione percentuale registrata nel 2025 è più che doppia rispetto al dato riferito all’imprenditoria maschile (+1,1 per cento).

A segnalarlo è l’Ufficio studi della CGIA.

Sette donne su dieci guidano un’impresa di servizi o commerciale

Il 71 per cento delle imprese guidate da donne presenti in Italia riguarda iservizi/commercio. Al 30 settembre di quest’anno, il settore con il maggior numero di aziende capitanate da una imprenditrice è il commercio: questo comparto ne conta 288.411 attività. Seguono l’agricoltura con 186.781, gli altri servizi (quali parrucchiere, estetiste, tatuatrici, massaggiatrici, pulitintolavanderie, ecc.) con 136.173, e l’alloggio/ristorazione con 120.744.

A differenza dei maschi, le donne assumono donne

Il basso tasso di occupazione femminile in Italia è principalmente attribuibile all’elevato carico di lavoro domestico che grava sulle spalle delle donne. Purtroppo, il nostro Paese ha storicamente investito in misura limitata nello sviluppo dei servizi sociali e della prima infanzia, penalizzando le donne in modo duplice. In assenza di adeguati investimenti in questi ambiti non sono stati creati nuovi posti di lavoro che avrebbero potuto essere occupati prevalentemente da donne. Numerosi studi a livello internazionale dimostrano come l’imprenditoria femminile possa rappresentare una chiave per incrementare l’occupazione femminile; infatti le donne che fanno impresa tendono ad assumere altre donne in misura significativamente maggiore rispetto ai loro colleghi maschi.

L’autoimpiego come strumento per tornare nel mercato del lavoro e conseguire i propri sogni 

La letteratura specializzata evidenzia almeno due fattori che motivano le donne a intraprendere un percorso imprenditoriale. Il primo è strutturale ed è correlato alla condizione socio-economica: situazioni di disoccupazione, tradizioni familiari o la presenza di incentivi economici inducono a considerare l’imprenditorialità come necessità. Il secondo fattore è motivazionale e concerne ragioni intrinseche che spingono le donne ad abbracciare tale opportunità; questo aspetto sembra rispecchiare maggiormente la sensibilità femminile. Grazie all’autoimprenditorialità, le donne possono gestire con maggiore flessibilità gli impegni lavorativi insieme a quelli familiari. Inoltre, coloro che si trovano in condizioni di inattività a causa della nascita di un figlio incontrano notevoli difficoltà nel reinserirsi nel mercato del lavoro. L’autoimpiego si è affermato come uno degli strumenti più efficaci per riconquistare protagonismo nella propria vita professionale e realizzare i propri obiettivi e aspirazioni nella speranza di ottenere risultati economici gratificanti e una maggiore indipendenza.

Una leva da valorizzare

L’imprenditoria femminile non è solo una questione di equità sociale o di pari opportunità. Come abbiamo riportato più sopra, svolge un ruolo importante nel far crescere l’occupazione femminile e l’autoimpiego. In un contesto segnato da stagnazione demografica, transizioni tecnologiche e ridefinizione dei modelli di lavoro, il contributo delle donne all’attività imprenditoriale rappresenta una leva da valorizzare di più. I dati internazionali mostrano una costante: la quota di imprese guidate da donne è significativamente inferiore a quella maschile, nonostante livelli di istruzione mediamente più elevati e una crescente presenza femminile nel mercato del lavoro. Questo divario non è neutrale dal punto di vista macroeconomico. Secondo stime di organismi internazionali, colmare anche solo parzialmente il gap di genere nell’imprenditorialità potrebbe generare un aumento rilevante del Pil, grazie a una migliore allocazione del capitale umano e a una maggiore diversificazione del tessuto produttivo.

Modelli di governance più inclusivi

L’importanza dell’imprenditoria femminile emerge anche sul piano qualitativo. Numerosi studi indicano che le imprese guidate da donne tendono ad avere modelli di governance più inclusivi, una maggiore attenzione alla sostenibilità di lungo periodo e una propensione più elevata all’innovazione organizzativa. Non si tratta di tratti “naturali”, ma del risultato di percorsi professionali spesso più complessi, che costringono le imprenditrici a sviluppare competenze trasversali e strategie adattive. In un’economia sempre più basata su servizi avanzati, economia della conoscenza e relazioni, questi fattori diventano competitivi.

Alto valore sociale

C’è poi un aspetto settoriale. L’imprenditoria femminile è particolarmente presente in ambiti come sanità, istruzione, welfare, cultura e servizi alla persona, settori che stanno assumendo un peso crescente nelle economie mature. Rafforzare queste imprese significa investire in comparti ad alto valore sociale e con forti esternalità positive, spesso trascurati dalle politiche industriali tradizionali ma centrali per la coesione e la produttività complessiva.

Difficoltà di accedere al credito

Il problema non è la mancanza di iniziativa, ma l’accesso alle risorse. Le imprenditrici incontrano ostacoli sistemici: maggiori difficoltà nel credito, minore accesso al capitale di rischio, reti professionali più deboli, oltre al carico sproporzionato di lavoro di cura. Questi vincoli producono imprese mediamente più piccole e meno capitalizzate, non per limiti di capacità, ma per condizioni di partenza asimmetriche. Il risultato è una perdita di potenziale per l’intero sistema economico.

Da qui il ruolo delle politiche pubbliche, che dovrebbero spostarsi da un approccio simbolico a uno strutturale. Incentivi mirati, strumenti finanziari dedicati, servizi di accompagnamento e, soprattutto, politiche per la conciliazione tra lavoro e vita privata non sono misure “per le donne”, ma interventi pro-crescita.

Le imprese in rosa sono soprattutto al Sud: Molise, Basilicata e Abruzzo

Se analizziamo la distribuzione geografia delle imprese guidate da donne, scorgiamo che la ripartizione con il numero più alto è il Mezzogiorno che, al 30 settembre di quest’anno, ne contava 415.242. Seguono il Nordovest con 280.121, il Centro con 245.165 e il Nordest con 209.602. Se, invece, calcoliamo l’incidenza delle imprese femminili sul totale imprese è sempre il Sud a segnare la quota più elevata: precisamente il 24,3 per cento. A livello regionale, il più alto numero di attività guidate da donne lo troviamo in Lombardia con 162.190 aziende. Seguono la Campania con 119.137 e il Lazio con 112.200. Se, infine, misuriamo l’incidenza delle imprese femminili sul totale aziende, il dato più elevato è riconducibile al Molise con il 27,7 per cento. Seguono la Basilicata con il 27,3, l’Abruzzo con il 25,9 e l’Umbria con il 25,3.

[1] Non sono inclusi i settori manifattura, trasporti, costruzioni, energia e agricoltura

[2] Tra gli altri, Gobbi L. (2009), Diverse forme di sostegno per la crescita dell’imprenditoria femminile. Analisi di storie di donne imprenditrici, Università la Sapienza, Roma.


LEGGI ANCHE

Lavoro autonomo: cambia il calcolo del reddito imponibile

Con il principio di onnicomprensività, attratti nel reddito indennità, integrazioni e sopravvenienze. Restano esclusi omaggi e interessi bancari.

Procedure d’appalto digitalizzate

Aggiornare piattaforme e processi d’acquisto con la digitalizzazione delle procedure d’appalto: ecco l’E-procurement Nel 2002 l’Italia fu uno dei primi Paesi europei a introdurre delle regole del Codice Appalti, con il D.P.R.…

Addio alla plastica monouso

In vigore da oggi decreto legislativo contro l’abuso della plastica monouso A partire da oggi, venerdì 14 gennaio 2022, non sarà più possibile utilizzare la plastica monouso, non compostabile…

Avvocati tributaristi: “Allucinazioni della AI negli atti di accertamento. Le Agenzie vigilino con attenzione gli output”

Uncat ha avuto notizia di atti di accertamento “allucinati”, presumibilmente per l’utilizzo improprio di sistemi di Intelligenza artificiale. In particolare, è stato segnalato che le motivazioni di alcuni atti di accertamento abbiano richiamato – a sostegno dell’attività della Agenzia delle Entrate – non solo sentenze tributarie inesistenti ma anche circolari della stessa Agenzia, altrettanto inesistenti.
Da qui la grave preoccupazione di Uncat, che teme l’avverarsi dei più gravi timori di un utilizzo non governato e non accurato di sistemi di AI proprio nel momento in cui la riforma fiscale legittima proprio l’integrazione di AI nelle diverse attività di valutazione del rischio fiscale, di redazione di risposte ad interpelli e per l’adozione di atti automatizzati (per i quali – ricordiamo – il nuovo Statuto del Contribuente esclude il contraddittorio).

Uncat dunque si chiede e chiede alle autorità di riferimento, Mef e Agenzia delle Entrate, se questi esiti sono dovuti a utilizzo di sistemi progettati all’interno dell’amministrazione fiscale; o se sono “utilizzi personali” da parte di funzionari dell’AdE. Evenienze entrambe gravi, che sollecitano specifiche attività di governance e vigilanza atte ad evitare l’avverarsi di altre ipotesi.

Uncat auspica fortemente che l’applicazione del codice di condotta sull’utilizzo dell’AI, annunciato dal Direttore dell’AdE Vincenzo Carbone, possa contenere usi impropri dell’AI ed imponga un rigoroso e costante controllo delle motivazioni degli atti da parte dei funzionari e dirigenti dell’AdE.

Uncat richiama le mozioni congressuali per un utilizzo responsabile dell’Intelligenza artificiale e fa presente quanto richiesto dalla legge nazionale 132/2025, che nell’articolo 14 specifica – oltre agli obblighi di trasparenza e controllo- il suo utilizzo finalizzato non solo alla efficienza ma anche al miglioramento della qualità dei servizi.


LEGGI ANCHE

Giustizia in ritardo: a Palermo le sentenze d’appello aspettano da oltre un anno

La Corte d’appello di Palermo è in forte ritardo sul deposito delle motivazioni di diverse sentenze cruciali, con conseguenze significative per il sistema giudiziario e…

L’intelligenza artificiale sostituisce le persone che scrivono i messaggi dei biscotti della fortuna

Ogni anno vengono prodotti circa 3 miliardi di biscotti della fortuna, i tipici biscotti serviti a fine pasto nei ristoranti cinesi. I biscotti della fortuna…

Trump, archiviati quasi tutti i suoi guai giudiziari

L’immunità presidenziale e i tempi legali lasciano aperte poche questioni in sospeso

Bilancio 2026, ADU Italia contro la norma sui compensi: «Così si affossa la difesa dei più deboli»

ADU Italia – Associazione Italiana Difensori d’Ufficio – ha inviato al Governo e ai gruppi parlamentari del Senato un articolato documento con cui chiede la soppressione dell’art. 129, comma 10, del DDL 1689 (Bilancio di previsione dello Stato 2026–2028) e il ritiro dell’emendamento governativo n. 129.1000.

Secondo l’Associazione, la norma – presentata come strumento di razionalizzazione della spesa pubblica e di incremento del gettito fiscale – produrrebbe in realtà un unico effetto concreto: ritardare ulteriormente i pagamenti della Pubblica Amministrazione nei confronti dei liberi professionisti, aggravando una situazione già segnata da ritardi cronici, burocrazia farraginosa e liquidazioni che arrivano anche a distanza di anni dalla conclusione dell’incarico.

Il provvedimento, evidenzia ADU Italia, introduce un principio discriminatorio nei confronti dei professionisti che lavorano per la P.A., imponendo il pagamento dei compensi alla preventiva dimostrazione della regolarità fiscale e contributiva senza alcuna soglia minima di debito, senza riferimenti a cartelle esattoriali notificate e senza chiarire quali documenti debbano essere prodotti. Una vera e propria “probatio diabolica” che scarica sul professionista oneri che oggi gravano sull’amministrazione.

Particolarmente gravi, secondo l’Associazione, sarebbero gli effetti qualora la norma venisse estesa ai difensori d’ufficio e agli avvocati iscritti negli elenchi del patrocinio a spese dello Stato. In questi casi, l’ulteriore incertezza sui tempi e sulle modalità di pagamento rischierebbe di disincentivare l’assunzione degli incarichi, allontanando sempre più i professionisti dalla tutela legale dei soggetti più fragili.

«Il risultato immediato – denuncia ADU Italia – sarà solo quello di ritardare la spesa per la Pubblica Amministrazione, mentre l’effetto mediato sarà devastante: meno avvocati disponibili a difendere chi non può permettersi un legale». Un processo che, secondo l’Associazione, porterebbe alla progressiva cancellazione di numerosi professionisti dalle liste dei difensori d’ufficio e del patrocinio a spese dello Stato, con il rischio di un vero e proprio collasso del sistema giustizia.

Per queste ragioni ADU Italia chiede con forza il ritiro dell’emendamento governativo e la soppressione della norma contestata, ritenuta incompatibile con i principi costituzionali di uguaglianza e di effettività del diritto di difesa sanciti dagli articoli 3 e 24 della Costituzione.


LEGGI ANCHE

Il viceministro Sisto agli avvocati: “L’IA è un fantasma nero, la professione va difesa con i denti”

Il monito durante la cerimonia "Cinquant'anni di toga" a Bari: meno iscritti all'esame e il rischio di un livellamento delle competenze causato dall'intelligenza artificiale.

Giustizia, Nordio: “Fondamentale la collaborazione tra Csm e ministro”

«La collaborazione tra Csm e Ministro è la chiave per restituire al Paese una giustizia sempre più vicina ai bisogni della collettività». Esordisce così il…

Omesso deposito di documenti: quando l’avvocato non è responsabile

La Cassazione, con l’ordinanza n. 475, chiarisce i limiti della responsabilità professionale in una causa di lavoro.

Minori, Aidif: priorità ai familiari, stop al collocamento in casa famiglia nei conflitti genitoriali

L’Aidif – Avvocatura italiana per i Diritti delle Famiglie – formula una proposta di legge per impedire che i figli minori siano affidati a terze persone estranee alla cerchia familiare, ovvero che vengano collocati nelle case famiglia, in caso di conflitto tra i genitori separati. L’obiettivo è quello di affidare i minori ai parenti entro il quarto, che non abbiano preso parte al conflitto familiare, soluzione migliore e priva di conseguenze dannose per i minori stessi.

«A giudicare dalle statistiche di ciò che accade nei vari tribunali d’Italia– spiega il presidente dell’Aidif – l’avvocato Giorgio Aldo Maccaroni – i casi di conflitto tra genitori che si separano sono elevatissimi. Tranne i casi, purtroppo molto rari, di genitori che riescono a raggiungere un accordo relativamente all’affidamento dei figli minori, la maggior parte delle separazioni e dei divorzi ha caratteristiche di una vera e propria contesa fra i genitori, con la conseguenza che a pagarne le spese sono proprio i figli minori, spettatori inermi e incolpevoli di un conflitto che si vorrebbe evitare il più possibile. Purtroppo, nei casi di conflitto fra i genitori la legge consente al giudice la possibilità di poter disporre l’affidamento dei figli minori sia a terze persone estranee alla cerchia familiare sia di poter disporre il collocamento degli stessi nelle case famiglia».

Una possibilità che, seppur attualmente prevista dalla legge, secondo l’Aidif è ingiustificata e nociva per lo sviluppo psicologico dei bambini che vengono privati dei propri genitori e degli altri parenti appartenenti alla cerchia familiare. Proprio per questa ragione la proposta di legge formulata punta a modificare l’articolo 337-ter del codice civile (quello che appunto permette in caso di separazione dei genitori la possibilità per il giudice di poter disporre anche il collocamento dei figli minori presso una casa famiglia).

«Il ricorso al collocamento nella casa famiglia – conclude Giorgio Aldo Maccaroni – deve essere disposto solo in casi molto gravi e sempre che entrambi i genitori, a seguito di un accertamento molto accurato, non siano ritenuti idonei e non vi sia un parente entro il quarto grado di uno dei due genitori che sia considerato idoneo ad avere in affidamento il figlio minore. Ovviamente tale parente è necessario che non abbia preso parte al conflitto familiare».​

Tutelare i minori è un dovere di tutti coloro che, a qualsiasi titolo, operano nel settore del diritto di famiglia e minorile. L’Aidif lo fa dal 2008, anno della sua fondazione, con corsi di formazione, convegni, attivismo e dibattito sui temi.

A questo link la proposta di legge nel dettaglio. https://www.aidif.it/proposta-di-legge-modifica-articolo-337-ter-codice-civile/


LEGGI ANCHE

Giustizia digitale: ancora possibile il deposito cartaceo degli atti?

L’interpretazione del d.m. n. 206/2024 sta creando tensioni nei tribunali: giudici rifiutano il deposito cartaceo in udienza, mentre avvocati e associazioni forensi protestano per la…

Avvocati e social media: il “processo parallelo” tra diritto di difesa e doveri deontologici

L’Osservatorio Deontologia dell’Unione Camere Penali interviene sul caso Garlasco: “Comunicare sì, ma con misura, rispetto e senza autopromozione”

Ceto medio in affanno: il sogno di un futuro migliore si cerca altrove

Un’indagine Censis-Cida fotografa le difficoltà e le aspirazioni del ceto medio: troppe tasse, welfare insufficiente e poche prospettive spingono sempre più giovani e famiglie a…

Export in crescita, anche negli USA

Pur essendo prematuro trarre delle conclusioni definitive, l’implementazione dei dazi voluta dall’Amministrazione Trump sembra non aver inciso sulle nostre vendite all’estero né verso gli Stati Uniti né verso gli altri mercati internazionali. Anzi, se consideriamo anche le tensioni geopolitiche e le difficoltà del commercio mondiale, nel terzo trimestre di quest’anno siamo balzati al quarto posto tra i Paesi che compongono il G20 per esportazioni di merci, per un valore di quasi 190 miliardi di dollari[1]. Secondo l’OCSE, dopo aver superato il Giappone (184 miliardi), ora ci precedono solo la Cina (944,6), gli USA (547,8) e la Germania (453,8)[2]. A segnalarlo è l’Ufficio studi della CGIA.

  • Torna ad aumentare l’export

Dopo la contrazione del 2024 sul 2023 (-3,3 miliardi di euro, pari a -0,5 per cento), nei primi nove mesi del 2025, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, le esportazioni italiane nel mondo sono tornate a crescere e hanno registrato un incremento di 16,6 miliardi di euro (+3,6 per cento) (vedi Graf. 1).

  • Bene le vendite anche negli USA

Anche le nostre vendite verso il mercato statunitense hanno segnato un risultato positivo: dopo la contrazione 2024 su 2023 (-2,2 miliardi di euro pari al -3,3 per cento) sempre nei primi 9 mesi di quest’anno l’export negli States è tornato ad aumentare di 4,3 miliardi di euro (+9 per cento), passando da 48,1 a 52,4 miliardi di euro (vedi Tab. 1). È verosimile che questo risultato derivi dal fatto che i consumatori americani — siano essi famiglie o imprese — abbiano “anticipato” gli acquisti di merci italiane prima dell’entrata in vigore dell’aumento delle tariffe doganali avvenuta l’estate scorsa. Tale ipotesi trova un’ulteriore conferma nella variazione registrata nello scorso mese di agosto, che ha evidenziato un calo del 21,6 per cento rispetto allo stesso periodo del 2024. Tuttavia, questa interpretazione è stata “sconfessata” nel mese successivo: a settembre, infatti, la variazione su base annua del nostro export è salita del 34,7 per cento (vedi Graf. 2), contraddicendo così l’idea che l’incremento delle tariffe doganali avrebbe provocato un crollo verticale delle esportazioni italiane negli USA.

  • I dazi statunitensi non hanno frenato le nostre merci

In attesa di disporre di un arco temporale medio-lungo che consenta un’analisi meno congiunturale degli effetti commerciali derivanti dai dazi imposti dall’Amministrazione Trump, si può ipotizzare che l’incremento delle esportazioni italiane nel mercato statunitense, in particolare a settembre, sia attribuibile anche alla combinazione di due fattori. In primo luogo, i consumatori statunitensi potrebbero aver continuato ad acquistare i prodotti italiani nonostante l’aumento dei prezzi; considerando che il 92 per cento delle merci italiane vendute negli USA appartiene a una fascia qualitativa medio-alta[3], potrebbe essere pressoché impossibile sostituire ilmade in Italycon qualsiasi altro prodotto di pari livello. In secondo luogo, le imprese italiane potrebbero aver difeso o addirittura incrementato le loro quote di mercato negli States, compensando l’incremento del prezzo finale dei propri manufatti causato dall’aumento delle tariffe doganali, attraverso una riduzione dei margini di profitto.

  • Dollaro svalutato del 12 per cento rispetto all’euro

Come abbiamo riportato più sopra, le politiche protezionistiche messe in atto dal Presidente Trump potrebbero condizionare nel medio-lungo periodo il commercio estero anche del nostro Paese sia per gli effetti diretti (mancate esportazioni), sia per quelli indiretti (riduzione margine di profitto delle imprese che continueranno a vendere nel mercato USA, trasferimento delle imprese o di una parte delle produzioni verso gli USA, il trade diversion[4], etc.). Oltre a queste due fattispecie non va sottovalutata anche quella congiunturale (legata alla svalutazione del dollaro nei confronti dell’euro). Ricordiamo, infatti, che dall’inizio di quest’anno il dollaro si è deprezzato nei confronti dell’euro di 12 punti percentuali. Nonostante ciò, se nei primi 9 mesi le nostre vendite nel mercato statunitense sono aumentate del 9 per cento, questo vuol dire che il risultato ottenuto è stato significativamente importante. Dazi, crisi internazionali e svalutazione del dollaro non hanno fermato il nostro export. Tuttavia, vogliamo ribadirlo ancora una volta, è sicuramente prematuro formulare valutazioni definitive su questo fenomeno; anche se i primi dati statistici a disposizione fotografano una situazione estremamente positiva.

  • Bene le esportazioni di navi, medicinali e preziosi. Male gioielli e auto

Prendendo in esame i primi 50 gruppi di prodotti esportati che rappresentano il 90 per cento del totale, nei primi 9 mesi del 2025 gli incrementi di vendita nei mercati di tutto il mondo hanno interessato, in particolare, la nostra produzione di navi e imbarcazioni (+51,6 per cento), i medicinali e i preparati farmaceutici (+37,6), i metalli preziosi[5] (+32,4) e gli aeromobili (+25,5). Male, invece, la gioielleria (-14,7 per cento), i prodotti derivanti dalla raffinazione del petrolio (-13,6) e le auto (-10) (vedi Tab. 2).

  • Boom di vendite nel mondo per Palermo, Vibo Valentia e Sud Sardegna

Sempre nei primi tre trimestri di quest’anno, a livello provinciale spiccano gli incrementi di vendita nei mercati internazionali delle merci prodotte a Palermo (+160,6 per cento), a Vibo Valentia (+151,2), nel Sud Sardegna (129,5) e a Trieste (+118,7). In affanno, invece, Caltanissetta (-24,2 per cento), Isernia (-27,3) e Crotone (28,1) (vedi Tab. 3).

  • Crescita record di export in USA per Trieste. Seguono Enna e Vibo Valentia. Firenze è quella che esporta di più

Nei primi 9 mesi di quest’anno, l’incremento record dell’export verso gli Stati Uniti ha visto primeggiare Trieste. Nel capoluogo giuliano la crescita è esplosa del 1.080 per cento, passando da quasi 107 milioni di euro di esportazioni riconducibili ai primi 9 mesi del 2024, a quasi 1,3 miliardi nello stesso periodo di quest’anno. La produzione di navi e imbarcazioni è il settore che ha trainato questa impennata. Seguono la provincia di Enna che ha visto aumentare le vendite del 582,4 per cento, grazie all’agroalimentare (miele, legumi, confetture di frutta, formaggi, funghi, etc.) e Vibo valentia con il +434,5 per cento. Anche per la provincia calabrese a spingere all’insù le vendite nel mercato a stelle e strisce è stato l’agroalimentare (salumi, formaggi, vino e olio). La provincia italiana più “proiettata” nel mercato statunitense è Firenze. Tra gennaio e settembre di quest’anno il capoluogo regionale toscano   ha esportato negli USA prodotti per 5,7 miliardi di euro (+30 per cento). La voce merceologica più importante riguarda i medicinali e i preparati farmaceutici (vedi Tab. 4).

[1] Importo a prezzi correnti e destagionalizzati.

[2] Statistics News Release, G20 INTERNATIONAL TRADE, Paris, 21 November 2025.

[3] Bollettino Economico, Numero 2/2025 Aprile.

[4] In un mondo in cui una grande economia impone dazi quasi a tutti, gli altri esportatori di tutti i paesi colpiti cercheranno nuovi sbocchi per compensare le perdite subite sul mercato USA. Questo fenomeno è noto come deviazione del commercio (per l’appunto trade diversion).

[5] Oro, argento, platino, etc.


LEGGI ANCHE

Via libera definitivo alla riforma della magistratura onoraria

Il Senato approva il Ddl collegato alla manovra: nuovi diritti, tutele e stabilità per migliaia di giudici onorari.

Divieto di accaparramento, sentenza della Cassazione

Se l’avvocato pubblica online un fac-simile della procura è accaparramento di clienti? Ecco la Sentenza della Cassazione sull’accaparramento di clientela da parte di un avvocato. In particolare, quest’ultimo pubblica online il fac-simile…

Indipendenza e apparenza: i giudici sotto la lente dell’imparzialità

L'Unione Nazionale Camere Penali ribadisce che l'imparzialità del magistrato non può essere limitata alla sentenza, ma deve riflettersi in ogni suo comportamento pubblico e privato.…

La Cassazione dà ragione agli avvocati di Roma: dubbi di costituzionalità sull’anticipo per l’iscrizione a ruolo

Il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma esprime grande soddisfazione per quanto affermato dalla Corte Suprema di Cassazione con l’ordinanza interlocutoria n. 32227 dell’11 dicembre 2025, che solleva forti dubbi di illegittimità costituzionale della disposizione introdotta dall’art. 1, comma 812, della legge 30 dicembre 2024 n. 207 (legge di bilancio 2025). La norma impone il versamento preventivo del contributo unificato per l’iscrizione a ruolo degli atti giudiziari.

Già nel dicembre 2024, sulla base dell’autorevole parere dei professori Giorgio Costantino e Antonino Galletti, erano state evidenziate le gravi criticità costituzionali della disposizione, ritenuta intrinsecamente irragionevole e in contrasto con i principi sanciti dalla Costituzione. In particolare, era stato sottolineato come l’obbligo di un pagamento anticipato rappresentasse un ostacolo ingiustificato all’esercizio del diritto di azione.

A seguito di tali rilievi, nell’aprile 2025 il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma aveva deliberato di rivolgersi direttamente al Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, chiedendo un intervento volto a emendare una misura giudicata gravosa e lesiva dei diritti fondamentali.

Con l’ordinanza dell’11 dicembre, la Suprema Corte ha ora riconosciuto le criticità segnalate, evidenziando come l’obbligo di versare anche un contributo economico minimo per iscrivere a ruolo una causa non presenti alcun collegamento con finalità di razionalizzazione o di miglioramento del servizio giustizia. La Corte rileva inoltre che la disposizione si applica anche ai soggetti ammessi al patrocinio a spese dello Stato, ponendo un concreto ostacolo all’accesso alla giurisdizione per i cittadini privi di mezzi.

Ulteriori profili di irragionevolezza emergono nella disparità di trattamento tra ricorrente principale e ricorrente incidentale, nonché nella finalità meramente finanziaria della norma, orientata esclusivamente al reperimento di risorse, senza un adeguato criterio di proporzionalità o ragionevolezza.

I rilievi della Cassazione confermano pienamente le posizioni espresse dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma e rafforzano la validità dell’iniziativa a suo tempo avviata. La giustizia, ribadisce l’Ordine capitolino, non può trasformarsi in un lusso né in una concessione amministrativa: l’accesso ai tribunali è un diritto fondamentale e tale deve restare.

Il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma continuerà quindi a far sentire la propria voce, con rigore e determinazione, contro ogni misura che ostacoli l’accesso alla giurisdizione. Difendere il diritto di agire in giudizio significa, in ultima analisi, difendere la Costituzione, la dignità delle persone e l’idea stessa di democrazia.


LEGGI ANCHE

Remissione di querela: l’assenza all’udienza non basta sempre

La Cassazione chiarisce i limiti della remissione tacita: non si applica se le dichiarazioni della persona offesa sono già state acquisite in fase di indagine

Avvocati, AIGA: legge professionale disciplini utilizzo IA negli studi

Lo ha affermato Carlo Foglieni, presidente AIGA, chiudendo a Napoli i lavori del Congresso nazionale 2024 dell’associazione di categoria.

Corruzione, arrestato il Direttore generale di Sogei: contratti milionari sotto inchiesta

Sorpreso in flagranza di reato, con 15.000 euro, dai militari delle Fiamme gialle. Diciotto gli indagati, tra i quali il referente italiano di Elon Musk

Iso 27017
Iso 27018
Iso 9001
Iso 27001
Iso 27003
Acn
RDP DPO
CSA STAR Registry
PPPAS
Microsoft
Apple
vmvare
Linux
veeam
0
    Prodotti nel carrello
    Il tuo carrello è vuoto