Il “caso della famiglia nel bosco”, AIDIF: servono leggi più chiare per tutelare i minori

Il dibattito suscitato dal cosiddetto “caso della famiglia nel bosco” riporta al centro dell’attenzione pubblica il delicato equilibrio tra tutela dei minori, responsabilità genitoriale e intervento dell’autorità giudiziaria. A intervenire è AIDIF – Avvocatura Italiana per i Diritti delle Famiglie, attraverso il suo presidente Giorgio Aldo Maccaroni, che invita a spostare la discussione dal solo operato dei giudici alla necessità di un quadro normativo più adeguato.

Secondo Maccaroni, molti osservatori hanno messo in dubbio la decisione assunta dal Tribunale per i minorenni, ritenendo che non vi fossero i presupposti previsti dalla legge per adottare misure così incisive, come l’allontanamento dei figli dai genitori. La valutazione sulla correttezza della decisione, sottolinea il presidente di AIDIF, spetta tuttavia alle sedi competenti. Il punto centrale, però, è un altro: quando emergono casi controversi non è sufficiente limitarsi a criticare i magistrati, ma occorre interrogarsi anche sulla qualità e sull’adeguatezza delle norme che disciplinano questi interventi.

Da tempo, ricorda Maccaroni, è stata avanzata una proposta legislativa volta a limitare il ricorso alle case famiglia come soluzione automatica nei casi di presunta inidoneità genitoriale. L’idea alla base del progetto è quella di considerare l’allontanamento dei minori dal nucleo familiare come una misura estrema, da adottare solo quando ogni altra soluzione sia impraticabile.

In questa prospettiva, qualora entrambi i genitori venissero ritenuti temporaneamente non idonei ad occuparsi dei figli, la priorità dovrebbe essere data alla ricerca di un parente stretto presso il quale collocare i minori. Una soluzione di questo tipo consentirebbe di mantenere i bambini all’interno della propria rete familiare e relazionale, favorendo al tempo stesso un percorso che possa portare, quando possibile, al ricongiungimento con i genitori.

Il collocamento presso strutture o famiglie estranee al nucleo familiare, secondo l’impostazione sostenuta da AIDIF, dovrebbe dunque rappresentare solo l’ultima opzione, da adottare esclusivamente nei casi più gravi.

Il presidente dell’associazione evidenzia inoltre come, nonostante numerosi appelli rivolti negli anni alla politica, il progetto di riforma non abbia finora trovato spazio nell’agenda legislativa. Solo ora, osserva Maccaroni, la forte attenzione mediatica sul caso sembra aver riattivato il dibattito politico.

Nel suo intervento, il presidente di AIDIF richiama anche quanto emerso dopo il caso Bibbiano, quando si era diffusa la consapevolezza della necessità di rafforzare le garanzie normative per evitare allontanamenti non adeguatamente motivati. Dopo le prime prese di posizione, tuttavia, il percorso di riforma si è progressivamente fermato.

Per l’associazione, il momento attuale potrebbe rappresentare un’occasione per riaprire seriamente la discussione e arrivare all’approvazione di norme più chiare ed efficaci. L’obiettivo, conclude Maccaroni, deve restare uno solo: rafforzare la tutela dei minori e ridurre al minimo i casi in cui i bambini vengano separati dalla propria famiglia e dalla cerchia parentale, garantendo decisioni fondate su criteri trasparenti e su un quadro normativo più solido.


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Intelligenza artificiale nella PA: AgID definisce livelli di autonomia e nuove regole per lo sviluppo e gli acquisti pubblici

L’intelligenza artificiale entra sempre più stabilmente nei processi della Pubblica amministrazione e ora arrivano indicazioni operative per accompagnarne l’adozione. L’Agenzia per l’Italia digitale (AgID) ha infatti avviato la consultazione pubblica su due nuovi documenti: le Linee guida per lo sviluppo di sistemi di intelligenza artificiale nella PA e le Linee guida per il procurement di IA nella PA, entrambe previste dal Piano triennale per l’informatica nella Pubblica amministrazione. La consultazione resterà aperta fino all’11 aprile e, al termine, i documenti saranno sottoposti all’esame della Conferenza unificata e del Garante per la protezione dei dati personali. (https://www.agid.gov.it/it/notizie/linee-guida-su-ia-nella-pa-al-la-consultazione-pubblica-su-sviluppo-e-procurement)

Uno degli aspetti più rilevanti delle linee guida riguarda la classificazione dei cosiddetti “agenti di intelligenza artificiale”, cioè sistemi software in grado di pianificare ed eseguire azioni sulla base di istruzioni e modelli di IA, operando con diversi gradi di autonomia e supervisione umana. Il documento individua cinque livelli di evoluzione tecnologica. Il livello più basso corrisponde all’assenza di automazione, con processi interamente gestiti dall’uomo, mentre il livello più avanzato descrive sistemi capaci di apprendere e adattarsi autonomamente senza intervento umano, scenario che oggi rimane confinato soprattutto alla ricerca.

Secondo le valutazioni dell’AgID, la maggior parte delle amministrazioni pubbliche italiane si colloca oggi in una fase intermedia, tra il secondo e il terzo livello di sviluppo. In questa fascia si trovano sistemi che integrano automazione e capacità cognitive con la supervisione umana oppure agenti in grado di pianificare attività e adattarsi all’interno di contesti operativi delimitati. La classificazione proposta dall’agenzia vuole offrire alle amministrazioni una bussola per comprendere il grado di maturità delle proprie soluzioni tecnologiche e per orientarsi tra responsabilità, trasparenza e obblighi normativi, anche in vista dell’applicazione dell’AI Act europeo.

Il documento dedicato allo sviluppo dei sistemi di IA contiene inoltre un glossario tecnico e una descrizione delle principali componenti tecnologiche necessarie per progettare, addestrare e utilizzare sistemi di intelligenza artificiale. Viene anche delineata una classificazione delle amministrazioni pubbliche in base al loro ruolo nei processi di utilizzo e sviluppo dell’IA, distinguendo tra enti che operano come semplici utilizzatori e quelli che possiedono competenze e autonomia più avanzate nella gestione delle tecnologie.

Su un piano diverso intervengono invece le linee guida dedicate al procurement pubblico. In questo ambito l’AgID propone alcuni criteri per migliorare la gestione degli acquisti di soluzioni basate sull’intelligenza artificiale. Tra le indicazioni principali compare il concetto di “costo livellato dell’IA”, che invita le amministrazioni a valutare non solo il prezzo iniziale di acquisizione di un sistema, ma l’intero costo dei servizi lungo il ciclo di vita della tecnologia, includendo sviluppo, manutenzione, aggiornamenti e gestione operativa.

Le linee guida suggeriscono inoltre di favorire forme di cooperazione tra amministrazioni e di utilizzare, quando necessario, strumenti di gara più flessibili come il dialogo competitivo o procedure negoziate. Viene anche proposta l’adozione di capitolati tecnici specifici che prevedano, tra l’altro, la portabilità dei dati, la sostituibilità delle componenti tecnologiche e sistemi di monitoraggio delle prestazioni nel tempo.

Un’attenzione particolare è dedicata al rischio di dipendenza tecnologica dai fornitori. Per evitarlo, le amministrazioni sono invitate a promuovere standard aperti, a separare le diverse componenti dei sistemi e a inserire nei contratti clausole che garantiscano la possibilità di aggiornare o sostituire le soluzioni adottate. L’obiettivo è costruire un ecosistema digitale pubblico più sostenibile e interoperabile, capace di sfruttare le opportunità offerte dall’intelligenza artificiale mantenendo al tempo stesso controllo, sicurezza e responsabilità amministrativa.


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Poste Italiane apre ai praticanti avvocati: tirocinio nella funzione Affari Legali

Una nuova occasione di formazione per i giovani che intendono intraprendere la professione forense arriva da Poste Italiane, che ha avviato un programma di tirocinio professionale rivolto ai praticanti avvocati interessati a maturare esperienza all’interno della propria Funzione Affari Legali.

L’iniziativa si inserisce tra i progetti con cui l’azienda sostiene la formazione e l’ingresso dei giovani nel mondo delle professioni. Il percorso è realizzato in collaborazione con i Consigli dell’Ordine degli Avvocati di Roma e di Napoli e consente ai partecipanti di svolgere il periodo di tirocinio previsto dalla legge professionale forense per l’ammissione all’esame di abilitazione.

I tirocinanti selezionati saranno inseriti negli uffici legali di Poste Italiane e lavoreranno a stretto contatto con gli avvocati della struttura aziendale, iscritti all’Elenco speciale istituito presso il Consiglio dell’Ordine competente per l’ente. L’attività si svolgerà quindi sotto la supervisione di professionisti interni, permettendo ai praticanti di confrontarsi con questioni giuridiche legate alla gestione legale di una grande azienda pubblica.

Il tirocinio potrà essere svolto presso le sedi di Roma e Napoli e avrà una durata massima di dodici mesi, in linea con quanto stabilito dalla normativa sulla pratica forense. Durante il periodo di formazione è previsto un rimborso spese pari a 800 euro lordi mensili.

Per presentare la candidatura è necessario possedere alcuni requisiti specifici. Possono partecipare i cittadini italiani, quelli di altri Paesi dell’Unione europea e anche cittadini di Stati non appartenenti all’UE, purché in possesso delle condizioni previste dalla normativa professionale. È inoltre richiesto il conseguimento della laurea magistrale in giurisprudenza con una votazione minima di 105 su 110, ottenuta da non oltre ventiquattro mesi.

Altro requisito essenziale è l’iscrizione al registro dei praticanti avvocati presso il Consiglio dell’Ordine di Roma o di Napoli da un periodo non superiore a sei mesi.

Le domande devono essere inviate entro il 31 marzo 2026, allegando il curriculum vitae aggiornato e la documentazione richiesta nell’avviso di selezione, tra cui il modulo di candidatura compilato e vidimato dal Consiglio dell’Ordine competente. Le candidature incomplete o trasmesse con modalità diverse da quelle indicate non saranno prese in considerazione.

La selezione dei candidati avverrà attraverso una prima valutazione dei titoli presentati e, successivamente, mediante un colloquio conoscitivo e motivazionale condotto dal team di selezione di Poste Italiane. Il numero effettivo dei tirocini attivati dipenderà dalle esigenze organizzative della società e dal numero di candidature ricevute.


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Un registro nei tribunali per monitorare i minori fuori famiglia

Nuovi strumenti di controllo e trasparenza per la tutela dei minori collocati fuori dal proprio nucleo familiare. Con l’approvazione definitiva al Senato della legge dedicata ai minori fuori famiglia, viene introdotto un sistema strutturato di monitoraggio che coinvolgerà tribunali, amministrazioni centrali e organismi di vigilanza.

La norma prevede l’istituzione, presso ogni tribunale ordinario e presso i tribunali per i minorenni, di un registro dedicato ai minori affidati a famiglie, comunità o strutture di accoglienza. L’obiettivo è rendere più tracciabili i provvedimenti di allontanamento e le successive modalità di collocamento, rafforzando la capacità delle istituzioni di seguire nel tempo il percorso dei minori.

Le modalità operative del registro saranno definite con un decreto del ministro della Giustizia. Nella tenuta del registro, la cancelleria dovrà predisporre una scheda per ciascun minore affidato, contenente i dati essenziali del caso, gli estremi del provvedimento adottato e la tipologia di collocamento disposta. Dovrà inoltre essere indicato se l’inserimento è avvenuto presso una famiglia affidataria oppure in comunità o istituti di assistenza.

Tra le informazioni da annotare rientrano anche eventuali situazioni particolari, come i casi in cui l’allontanamento sia avvenuto con modalità protette o con l’intervento delle forze dell’ordine, nonché l’autorizzazione a incontri con la famiglia d’origine, anche in forma vigilata. Il registro dovrà inoltre riportare eventuali modifiche o revoche dei provvedimenti e segnalare se il minore presenta bisogni speciali, elemento introdotto durante l’esame parlamentare alla Camera.

I tribunali saranno inoltre tenuti a trasmettere con cadenza trimestrale al ministero della Giustizia un aggiornamento sui provvedimenti di allontanamento e sulle richieste presentate.

Accanto ai registri giudiziari, la legge istituisce anche un registro nazionale degli affidatari. Sarà disciplinato da un decreto del ministro per la Famiglia e sarà collocato presso il Dipartimento per le politiche della famiglia della Presidenza del Consiglio. Il registro conterrà informazioni sul numero di minori collocati presso famiglie affidatarie, comunità e istituti pubblici o privati, con una suddivisione su base provinciale.

Il sistema prevede anche un censimento delle strutture di accoglienza e delle famiglie disponibili all’affidamento, con l’obiettivo di uniformare i dati a livello nazionale ed evitare duplicazioni o incongruenze dovute a denominazioni diverse delle strutture tra le varie regioni.

La finalità è favorire, ove possibile, l’affidamento familiare rispetto al collocamento in istituto, nel rispetto del principio del “migliore interesse del minore”, cardine della normativa nazionale e internazionale in materia di tutela dell’infanzia.

La legge istituisce inoltre un Osservatorio nazionale presso il Dipartimento per le politiche della famiglia. Questo organismo avrà il compito di analizzare i dati raccolti dai registri, individuare eventuali situazioni di collocamento improprio e svolgere attività di controllo. L’Osservatorio dovrà presentare ogni anno al Parlamento una relazione sull’andamento del sistema entro il 30 giugno e collaborerà con altri organismi già operativi in ambiti collegati, come gli osservatori sull’infanzia, sulla pedofilia e sulla violenza contro le donne.


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Sicurezza alimentare: l’UE lancia TraceMap, la piattaforma di IA contro frodi e contaminazioni

La Commissione europea ha presentato TraceMap, una nuova piattaforma basata sull’intelligenza artificiale progettata per rafforzare i controlli sulla sicurezza alimentare e contrastare con maggiore efficacia le frodi nel settore agroalimentare.

Il sistema nasce con l’obiettivo di accelerare l’individuazione di alimenti contaminati, irregolarità nella filiera e focolai di malattie di origine alimentare, migliorando la capacità delle autorità di intervenire rapidamente a tutela dei consumatori.

La piattaforma utilizza strumenti di analisi avanzata dei dati per incrociare informazioni provenienti dai sistemi agroalimentari europei, facilitando l’individuazione dei collegamenti tra operatori economici, spedizioni e flussi commerciali. In questo modo le autorità potranno ricostruire più velocemente la catena di distribuzione dei prodotti e intervenire tempestivamente con il ritiro dal mercato di alimenti non sicuri o sospetti.

Secondo la Commissione, l’intelligenza artificiale permetterà di rafforzare le valutazioni del rischio e migliorare la capacità di monitoraggio dell’intera filiera agroalimentare, rendendo più efficiente il lavoro degli organismi di controllo nazionali.

Uno strumento per le autorità degli Stati membri

TraceMap è già accessibile alle autorità nazionali di tutti gli Stati membri dell’Unione europea, che potranno utilizzarlo per orientare meglio le attività di controllo e sviluppare indagini più mirate senza richiedere nuove risorse operative.

La piattaforma analizzerà i dati provenienti dai sistemi informativi europei esistenti, individuando modelli commerciali sospetti, anomalie nei flussi di produzione e possibili collegamenti tra operatori coinvolti in attività fraudolente.

Grazie a queste funzionalità, gli investigatori potranno:

  • migliorare l’accuratezza delle attività di screening;

  • identificare più rapidamente operatori sospetti;

  • individuare con maggiore tempestività frodi alimentari e contaminazioni;

  • accelerare le procedure di ritiro dei prodotti non conformi dal mercato.

Più controlli anche sulle importazioni

Uno degli obiettivi principali del nuovo strumento è anche quello di rafforzare il controllo sulle merci agroalimentari importate, in linea con le misure previste dalla strategia europea per l’agricoltura e l’alimentazione.

TraceMap consentirà infatti agli Stati membri di individuare più facilmente lacune nei sistemi di controllo, vulnerabilità nella filiera e possibili schemi di frode, contribuendo a rendere più efficace la cooperazione tra le autorità nazionali e gli organismi europei di vigilanza.


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Pubblicità online più cara in Europa: Meta scarica sulle inserzioni il costo delle web tax

Dal prossimo 1° luglio 2026 fare pubblicità sulle piattaforme digitali del gruppo Meta, in particolare su Facebook e Instagram, diventerà più costoso in diversi Paesi europei. L’azienda ha infatti annunciato l’introduzione di supplementi locali sulle inserzioni pubblicitarie, con l’obiettivo di compensare l’impatto delle imposte sui servizi digitali – le cosiddette Digital Services Tax (Dst) – e di altri oneri regolatori applicati nei singoli Stati.

Il sovrapprezzo sarà calcolato in base al Paese in cui gli annunci vengono effettivamente visualizzati, cioè sulle impression generate verso utenti localizzati in una specifica giurisdizione. In questo modo il costo finale delle campagne varierà a seconda delle normative fiscali nazionali.

Per quanto riguarda l’Italia, insieme a Francia e Spagna, l’incremento previsto è pari a circa il 3% del valore della campagna pubblicitaria. In altri Paesi l’aumento potrà essere più elevato: fino al 5% in Austria e Turchia, mentre nel Regno Unito l’impatto sarà intorno al 2%.

La modifica emerge da un aggiornamento della documentazione commerciale della piattaforma pubblicitaria utilizzata dalle imprese per gestire le campagne sui principali servizi del gruppo Meta. L’aumento riguarderà quindi gli acquisti di inserzioni effettuati attraverso i sistemi di gestione degli annunci impiegati da aziende, professionisti e agenzie di marketing digitale.

Le Digital Services Tax sono state introdotte da diversi Stati europei a partire dal 2019 con l’obiettivo di tassare il fatturato generato nel mercato nazionale dalle grandi piattaforme digitali. L’imposta riguarda in particolare attività come la pubblicità online mirata, i servizi di intermediazione digitale e lo sfruttamento commerciale dei dati degli utenti.

In Italia, ad esempio, la cosiddetta web tax, pari al 3% dei ricavi derivanti da specifici servizi digitali, ha generato nel 2024 un gettito di circa 455 milioni di euro. La misura era stata concepita come soluzione temporanea in attesa di un accordo internazionale più ampio sulla tassazione dell’economia digitale.

L’obiettivo dei governi era infatti quello di sostituire le imposte nazionali con il primo pilastro della riforma fiscale globale negoziata in sede Ocse, destinata a ridefinire i criteri di tassazione delle multinazionali digitali e ad attribuire una parte dei profitti ai Paesi in cui si trovano gli utenti o i mercati di riferimento.

Tuttavia il negoziato internazionale è attualmente in una fase di stallo. Le trattative sul cosiddetto Pillar One risultano infatti bloccate anche a causa delle posizioni assunte dall’amministrazione statunitense guidata da Donald Trump, rallentando la possibilità di arrivare a una soluzione condivisa a livello globale.


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Esame di avvocato verso il nuovo modello: due prove scritte e una orale

Il futuro dell’esame di abilitazione alla professione forense potrebbe essere segnato da un cambiamento significativo già a partire dalle prossime sessioni. L’orientamento emerso dal confronto avvenuto al Ministero della Giustizia tra rappresentanti dell’avvocatura – in particolare del Consiglio Nazionale Forense e dell’Associazione Italiana Giovani Avvocati – e lo staff del ministro Carlo Nordio va nella direzione di anticipare alcune delle novità previste dalla riforma dell’accesso alla professione attualmente all’esame del Parlamento.

L’ipotesi su cui si sta lavorando prevede una struttura dell’esame articolata in due prove scritte e una prova orale, schema che supererebbe sia il sistema tradizionale delle tre prove scritte sia il modello emergenziale introdotto durante la pandemia.

Il confronto si è reso necessario dopo il vuoto normativo creatosi a seguito del decreto Milleproroghe, che non ha rinnovato la disciplina temporanea adottata negli anni dell’emergenza sanitaria – basata su una prova scritta e tre prove orali – lasciando aperta l’incertezza sulle modalità delle future sessioni.

Per questo motivo l’avvocatura ha chiesto al Ministero di fornire in tempi rapidi indicazioni chiare ai candidati che si stanno preparando per le prossime prove. Secondo il presidente del Consiglio Nazionale Forense, Francesco Greco, è essenziale garantire stabilità e prevedibilità a chi affronta il percorso di accesso alla professione, evitando che l’incertezza normativa si traduca in difficoltà organizzative e formative.

Nel dettaglio, la proposta allo studio prevede che le prove scritte consistano nella redazione di un parere motivato e di un atto giudiziario, svolti in presenza tramite strumenti di videoscrittura e con il supporto dei codici annotati con la giurisprudenza. Le materie verrebbero scelte dal candidato tra diritto civile, diritto penale e diritto amministrativo.

La prova orale, invece, dovrebbe articolarsi in un colloquio centrato sulla soluzione di un caso pratico, affiancato da quesiti di diritto processuale, diritto sostanziale e ulteriori materie giuridiche tra quelle previste dall’ordinamento forense, oltre alle tradizionali domande su ordinamento professionale, deontologia e previdenza forense.

Dal Ministero della Giustizia sarebbe emersa una disponibilità di massima ad accogliere la proposta avanzata dall’avvocatura. Una volta formalizzata, la richiesta sarà sottoposta al ministro e ai sottosegretari per valutare lo strumento normativo più idoneo – verosimilmente un decreto-legge – capace di introdurre la nuova disciplina già prima dell’entrata in vigore della riforma complessiva.

La necessità di definire rapidamente il quadro normativo si inserisce in un contesto in cui il numero dei candidati all’esame forense è diminuito negli ultimi anni. Dopo i oltre 22 mila aspiranti avvocati registrati nel 2020, le domande sono scese sotto le 10 mila nel 2023, con una leggera risalita negli anni successivi. Un trend che si accompagna anche alla progressiva riduzione degli iscritti alla Cassa Forense.


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Errori nei pagamenti PagoPA per copie e certificati: chiarimenti del Ministero della Giustizia sui rimborsi

Il Ministero della Giustizia ha fornito indicazioni operative sui rimborsi relativi ai diritti di copia e di certificato pagati erroneamente o in misura eccedente tramite la piattaforma PagoPA. I chiarimenti sono contenuti in una circolare del 24 febbraio 2026, che interviene per disciplinare una materia non espressamente regolata dal Testo unico sulle spese di giustizia.

Secondo quanto precisato da via Arenula, le somme versate per tali diritti confluiscono in specifiche voci del bilancio dello Stato legate al settore giustizia. Proprio per questa ragione, la competenza a disporre il rimborso non appartiene all’Agenzia delle Entrate — che si occupa invece delle restituzioni relative al contributo unificato e al contributo fisso di pubblicazione — ma al Ministero della Giustizia, attraverso la Direzione generale del Bilancio e della Contabilità.

Come richiedere il rimborso

La richiesta non deve essere indirizzata direttamente al Ministero, ma presentata all’ufficio giudiziario presso cui era stato richiesto il rilascio delle copie o del certificato. L’istanza deve essere redatta in forma scritta, firmata e contenere il numero di ruolo generale del procedimento.

Alla domanda è necessario allegare la documentazione che dimostri il pagamento effettuato e l’identità del richiedente: la ricevuta del versamento (o copia con il codice identificativo dell’operazione), il documento d’identità e il codice fiscale, oltre all’indicazione dell’IBAN su cui accreditare la somma da restituire.

L’ufficio giudiziario, dopo aver verificato la richiesta, rilascia un nulla osta al rimborso e attiva la procedura interna per individuare il capitolo di bilancio nel quale sono confluite le somme. Una volta accertata la corretta imputazione contabile, la documentazione viene trasmessa alla Direzione generale del Bilancio e della Contabilità del Ministero della Giustizia, che provvede materialmente all’erogazione del rimborso.

La verifica del capitolo di entrata

L’iter può cambiare a seconda della destinazione contabile del pagamento. Se le somme risultano registrate in capitoli diversi del bilancio statale, la competenza al rimborso può essere attribuita ad altre amministrazioni, come il Ministero dell’Economia o le Ragionerie territoriali dello Stato. Per questo motivo la certificazione del capitolo di entrata costituisce un passaggio preliminare indispensabile prima di avviare la procedura.

Imposta di bollo e casi particolari

L’istanza di rimborso è soggetta a imposta di bollo quando l’importo supera la soglia di 77,47 euro. Tuttavia, nel settore civile tale adempimento non è richiesto, poiché il bollo risulta già compreso nel contributo unificato versato per l’iscrizione a ruolo.

Errori frequenti nell’uso di PagoPA

La circolare nasce anche dalla constatazione che, dopo l’introduzione dell’obbligo di pagamento tramite PagoPA per i diritti di copia e certificazione — previsto dalle modifiche normative introdotte dalla riforma Cartabia — si sono verificati numerosi errori da parte degli utenti.

Per questo motivo il Ministero invita gli uffici giudiziari a verificare con attenzione la corretta destinazione delle somme versate prima di procedere con le richieste di rimborso, così da individuare con precisione l’amministrazione competente.

Un’ultima avvertenza riguarda le modalità di presentazione delle domande: le istanze inviate direttamente al Ministero della Giustizia senza indicare l’ufficio giudiziario competente rischiano di essere archiviate senza seguito. Solo le richieste correttamente indirizzate e complete delle informazioni necessarie potranno essere inoltrate alla struttura ministeriale incaricata di effettuare il rimborso.


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Ordinamento forense, ProfessionItaliane critica il ritiro degli emendamenti sulla consulenza

Il dibattito sulla riforma dell’ordinamento forense torna al centro dell’attenzione dopo le decisioni assunte nei giorni scorsi dalla Commissione Giustizia della Camera nell’ambito dell’esame del disegno di legge AC 2629.

A esprimere una posizione critica è ProfessionItaliane, l’organismo che riunisce 23 Ordini e Consigli nazionali delle professioni ordinistiche, che ha manifestato «rammarico e profonda amarezza» per il ritiro degli emendamenti presentati dalle forze di maggioranza nel corso dell’iter parlamentare.

Secondo l’organizzazione, le modifiche proposte avevano l’obiettivo di chiarire e tutelare l’ambito di attività dei professionisti iscritti agli Ordini che operano nel campo della consulenza tecnica e dell’assistenza stragiudiziale. In assenza di tali interventi correttivi, l’attuale formulazione del testo potrebbe generare, a loro avviso, una sovrapposizione di competenze che rischia di incidere sull’equilibrio tra le diverse professioni regolamentate.

ProfessionItaliane sottolinea in particolare il valore dell’approccio multidisciplinare che caratterizza molte attività di consulenza professionale svolte da categorie diverse da quella forense. Una concentrazione eccessiva delle competenze consulenziali legali in capo alla sola avvocatura – sostiene l’associazione – potrebbe produrre effetti sul mercato dei servizi professionali, riducendo la concorrenza e limitando le opportunità operative per altri professionisti ordinistici.

Nel documento diffuso dall’organizzazione si evidenzia inoltre il rischio che una regolazione troppo restrittiva possa sollevare questioni anche sul piano europeo, con la possibilità di contestazioni relative alla libera concorrenza e all’accesso al mercato dei servizi professionali.

ProfessionItaliane ha quindi annunciato che continuerà a seguire con attenzione l’evoluzione dell’iter legislativo del provvedimento, auspicando un confronto parlamentare che consenta di rivedere alcuni passaggi del testo. L’obiettivo dichiarato è evitare che la riforma dell’ordinamento forense possa tradursi, secondo l’associazione, in una limitazione degli spazi operativi delle altre professioni ordinistiche che operano nel sistema della consulenza.

Il confronto sul disegno di legge si inserisce in un contesto più ampio di revisione delle professioni regolamentate, nel quale il tema della delimitazione delle competenze professionali continua a rappresentare uno dei nodi più sensibili per il legislatore e per gli operatori del settore.


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Riforma Cartabia e ricorsi della parte civile: la Cassazione rimette la questione alla Consulta

La Corte di cassazione ha rimesso alla Corte costituzionale una delle novità introdotte dalla riforma Cartabia del processo penale: la disciplina che prevede il passaggio alle sezioni civili della Suprema Corte dei ricorsi riguardanti esclusivamente interessi civili.

Con l’ordinanza n. 4944 del 2026, i giudici di legittimità hanno infatti sollevato questione di costituzionalità dell’articolo 573, comma 1-bis, del codice di procedura penale, ritenendo che la norma possa entrare in tensione con diversi principi costituzionali, tra cui quelli del giudice naturale, della ragionevolezza e della durata ragionevole del processo. Il dubbio riguarda anche la compatibilità con l’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Il caso da cui nasce la questione

La vicenda processuale prende avvio da un procedimento per lesioni personali aggravate conclusosi con l’assoluzione dell’imputato in primo grado. La parte civile ha impugnato la decisione limitatamente agli aspetti risarcitori, ma la Corte d’appello ha dichiarato l’impugnazione tardiva.

Contro tale decisione è stato proposto ricorso in Cassazione. La sezione penale della Suprema Corte, ritenendo il ricorso non manifestamente inammissibile, ha applicato la nuova disciplina introdotta dalla riforma Cartabia, trasferendo il fascicolo alla sezione civile della Corte.

Una volta ricevuto il procedimento, tuttavia, i giudici civili hanno evidenziato una criticità: la questione da decidere riguardava in realtà norme processuali penali, come il termine per proporre impugnazione. Allo stesso tempo, il ritorno del ricorso alla sezione penale avrebbe comportato un inutile rimbalzo tra collegi, con possibili effetti negativi sulla durata del processo.

Il nodo della nuova disciplina

La disposizione contestata stabilisce che, quando l’impugnazione riguarda esclusivamente le conseguenze civili di una sentenza penale, il procedimento debba proseguire davanti al giudice civile competente, anche nel giudizio di Cassazione. In sostanza, dopo una prima verifica di ammissibilità da parte della sezione penale, il ricorso viene trasferito alla sezione civile della Suprema Corte.

Secondo la Cassazione, questo meccanismo modifica profondamente l’assetto precedente. In passato, infatti, la Corte penale decideva il ricorso applicando le regole del processo penale e, in caso di annullamento della decisione sui profili risarcitori, rinviava la causa al giudice civile d’appello per la decisione nel merito.

La nuova disciplina, invece, introduce una sorta di procedimento in due passaggi all’interno della stessa Corte di legittimità: prima la valutazione della sezione penale, poi la decisione della sezione civile.

I dubbi di costituzionalità

Secondo la Suprema Corte, questo modello potrebbe generare criticità sotto diversi profili. Tra le questioni segnalate vi sono la possibile alterazione del principio del giudice naturale, il rischio di disparità di trattamento tra situazioni analoghe e l’impatto sulla durata complessiva del processo.

La Cassazione osserva inoltre che il nuovo sistema sembra superare, di fatto, il precedente meccanismo previsto dall’articolo 622 del codice di procedura penale, ritenuto più lineare e funzionale.

Sarà ora la Corte costituzionale a stabilire se la disciplina introdotta dalla riforma Cartabia sia compatibile con i principi fondamentali dell’ordinamento processuale e con le garanzie previste dalla Costituzione. La decisione potrebbe incidere in modo significativo sull’equilibrio tra giurisdizione penale e civile nei procedimenti che riguardano il risarcimento dei danni derivanti da reato.


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