La Corte di Cassazione, Prima sezione penale, ha disposto un terzo giudizio d’appello — il cosiddetto “appello ter” — per cinque poliziotti coinvolti nella vicenda del sequestro di Alma Shalabayeva e di sua figlia Alua, risalente alla notte tra il 28 e il 29 maggio 2013. In quell’occasione gli agenti prelevarono le due dall’abitazione di Casalpalocco, a Roma, nell’ambito delle ricerche del marito di Alma, il dissidente kazako Muktar Ablyazov: la donna venne arrestata con l’accusa di possesso di un passaporto falso e, due giorni dopo, un decreto di espulsione portò al rimpatrio forzato di madre e figlia verso il Kazakistan. Le due in seguito fecero ritorno in Italia, dove ottennero asilo politico.
Il percorso giudiziario della vicenda è stato lungo e accidentato: condannati in primo grado a Perugia a pene tra i quattro e i cinque anni, i cinque imputati furono assolti in appello nel giugno 2022 con la formula “perché il fatto non sussiste”; la Cassazione annullò però quell’assoluzione nell’ottobre 2023, disponendo un nuovo processo a Firenze, dove la Corte d’appello, nel novembre 2025, ha condannato tutti e cinque a quattro anni, nonostante la stessa Procura generale avesse chiesto l’assoluzione. Con la pronuncia di ieri la Cassazione interviene per la terza volta, distinguendo le posizioni dei singoli imputati: per Renato Cortese, ex capo della Squadra mobile di Roma, e per i funzionari Francesco Stampacchia e Luca Armeni, il nuovo processo dovrà vertere soltanto sul sequestro della figlia minorenne, non essendo stata ritenuta provata la sussistenza del dolo né il concorso nel reato relativo alla madre; per Maurizio Improta, allora a capo dell’Ufficio immigrazione, e per il funzionario Vincenzo Tramma, il nuovo giudizio sarà invece limitato alla valutazione delle attenuanti generiche.
Il dato di maggior rilievo riguarda però il sequestro di persona ai danni della stessa Alma Shalabayeva: la Cassazione ha dichiarato il reato prescritto, chiudendo di fatto quel capo d’imputazione senza che si arrivi mai a un giudizio definitivo nel merito. Una circostanza che, secondo l’avvocato Cesare Placanica, difensore di Cortese, pone fine alla vicenda processuale relativa alla posizione della madre, mentre l’avvocato Bruno Andò, legale di Improta, si è detto soddisfatto dell’annullamento sul capo relativo alla figlia ma ha espresso riserve sulla statuizione in tema di prescrizione.
Il nuovo giudizio si svolgerà davanti alla Corte d’appello di Firenze, vincolata ai soli punti rinviati dalla Cassazione e al principio di diritto enunciato nella sentenza, le cui motivazioni scritte sono attese dai difensori per definire con precisione il perimetro del nuovo processo. La vicenda, oltre al suo rilievo mediatico e diplomatico — coinvolse all’epoca anche le dimissioni dell’allora capo della polizia — resta un caso di scuola sulla complessità dei rinvii in sede di legittimità e sui tempi, ormai tredicennali, che la giustizia penale italiana può richiedere per giungere a una parola definitiva, quando mai vi giunga.

