Carceri al collasso, l’avvocatura chiede l’indulto responsabile: «Non è più tempo di rinvii»

L’Organismo Congressuale Forense (OCF) ha espresso il proprio «pieno e convinto sostegno» all’iniziativa denominata “Indulto Responsabile”, un provvedimento di clemenza che, a differenza di un indulto secco, prevederebbe una fase preparatoria al ritorno in libertà con percorsi di assistenza, formazione e accompagnamento post-penitenziario, costruiti con il coinvolgimento delle istituzioni competenti e delle realtà territoriali. Lo rende noto un comunicato pubblicato il 27 ottobre 2026 sul sito dell’organismo che riunisce i rappresentanti dell’avvocatura italiana.

L’iniziativa, osserva l’OCF, è sostenuta anche da Associazione Nazionale Magistrati, Unione delle Camere Penali Italiane e Conferenza Episcopale Italiana, un fronte che l’organismo forense descrive come segno di pragmatismo istituzionale di fronte a quella che definisce «una delle piaghe più dolorose e drammatiche del nostro sistema giustizia»: il sovraffollamento delle carceri italiane, ormai oltre «i livelli di guardia». Nel comunicato l’OCF collega la situazione a una «costante e sistematica violazione dei diritti umani fondamentali» e del principio dell’articolo 27 della Costituzione, che impone alla pena finalità rieducativa e vieta trattamenti contrari al senso di umanità, richiamando anche l’allarmante numero di suicidi e decessi tra i detenuti e le difficili condizioni di lavoro della Polizia Penitenziaria.

Per questo l’organismo forense ribadisce la necessità di «adottare qualsiasi misura deflattiva» utile a un rientro rapido dall’emergenza, indicando l’indulto responsabile come «proposta matura e non più procrastinabile» tra il ventaglio di interventi urgenti che il decisore politico dovrebbe considerare. L’OCF precisa che la misura, per essere davvero efficace, non può restare isolata: va accompagnata da un aumento delle risorse umane e finanziarie degli Uffici di Esecuzione Penale Esterna (UEPE) e dei servizi sociali territoriali, che gestiranno in concreto i percorsi di accompagnamento dei beneficiari. Il comunicato chiarisce inoltre che «non bastano misure iuris tantum» di carattere temporaneo: servono interventi strutturali capaci di impedire che l’emergenza da sovraffollamento si ripresenti in futuro, un punto su cui l’avvocatura organizzata promette di continuare a vigilare «a tutela dei diritti di tutti i cittadini, liberi e ristretti».

Per gli avvocati, in particolare quelli che esercitano in ambito penale e penitenziario, la presa di posizione dell’OCF segna un aggravarsi del tono del dibattito sulle condizioni carcerarie e un possibile impulso a un intervento legislativo nelle prossime settimane, in un contesto in cui misure alternative alla detenzione, liberazione anticipata e sovraffollamento restano tra i temi più ricorrenti nel contenzioso e nelle istanze presentate ai tribunali di sorveglianza.

Multe PagoPA false spedite da PEC violate: la nuova truffa che inganna anche gli occhi più attenti

CERT-AGID, il Computer Emergency Response Team dell’Agenzia per l’Italia Digitale, ha individuato nell’ultima settimana una nuova ondata di phishing che sfrutta account di posta elettronica certificata (PEC) già violati per recapitare false multe PagoPA a indirizzi di posta ordinaria.

Il meccanismo è studiato per abbassare le difese del destinatario: il messaggio non arriva da un indirizzo anonimo o sospetto, ma da una casella PEC realmente compromessa, con circa 340 altri indirizzi PEC inseriti in copia nello stesso invio, a simulare una comunicazione istituzionale massiva e dall’aria ufficiale. Il testo chiede il pagamento di una presunta sanzione da 198 euro, con la minaccia di un aumento a 268 euro in caso di ritardo: importi scelti non a caso, perché coerenti con le sanzioni stradali realmente previste dal Codice della Strada.

Il link di accesso, etichettato “Accesso al portale istituzionale”, non porta però al vero portale PagoPA, bensì a un dominio russo (.ru) che ne replica fedelmente loghi e grafica. La pagina-clone raccoglie nome, cognome, codice fiscale, data di nascita, email e numero di telefono; uno script interroga ogni 500 millisecondi un server sotto il controllo degli attaccanti e può reindirizzare la vittima verso ulteriori schermate, incluse quelle – non confermate nei casi esaminati finora – per la raccolta di dati di carta di credito e codici di verifica bancaria.

Il fenomeno non è isolato: dall’aprile 2025 a oggi CERT-AGID ha censito complessivamente 1.874 campagne di phishing a tema “multa”, e ha raccolto 14.279 indicatori di compromissione legati a queste attività. Per contenere la diffusione dei casi più recenti, l’Agenzia ha coinvolto i gestori di posta certificata e condiviso gli indicatori di compromissione attraverso il proprio Flusso IoC, reso disponibile agli enti accreditati per bloccare tempestivamente domini e indirizzi malevoli.

Le raccomandazioni di CERT-AGID sono semplici ma vanno ribadite con forza proprio agli studi legali, utenti intensivi della PEC per l’intera attività professionale:

  • non cliccare mai sui link contenuti in comunicazioni di questo tipo, verificando piuttosto l’esistenza di un’eventuale sanzione direttamente sui canali ufficiali dell’ente indicato;
  • ricordare che la provenienza da un indirizzo PEC, la presenza di riferimenti normativi o di loghi apparentemente ufficiali non garantiscono in alcun modo l’autenticità del messaggio, specie quando la PEC mittente può essere essa stessa vittima di una violazione;
  • in caso di avvenuto inserimento di dati di pagamento, contattare immediatamente la propria banca per valutare il blocco della carta e verificare movimenti non autorizzati;
  • infine, inoltrare le comunicazioni sospette a CERT-AGID per l’analisi.

Avvocato sospeso che si difende da solo: il ricorso si estingue se nessuno lo riassume in tempo

Il Consiglio Nazionale Forense, con la sentenza n. 265 del 16 giugno 2026 (presidente facente funzioni e relatore Corona), pubblicata il 27 ottobre 2026 sul portale del Codice Deontologico Forense, ha dichiarato estinto un giudizio disciplinare per la tardiva – anzi mancata – riassunzione dopo l’interruzione dovuta alla perdita dello “jus postulandi” del ricorrente, che si era difeso in proprio.

Il caso riguarda un avvocato che, dopo essere stato sanzionato in sede disciplinare territoriale, aveva proposto ritualmente impugnazione in proprio davanti al giudice, avvalendosi della facoltà che l’ordinamento riconosce agli avvocati di autorappresentarsi in giudizio. Nelle more del procedimento, tuttavia, l’incolpato è stato colpito da una sospensione cautelare dall’esercizio della professione, perdendo così proprio quello “jus postulandi” – la capacità tecnica di stare in giudizio come difensore, anche di se stesso – che gli aveva consentito di proporre il ricorso senza l’assistenza di un legale esterno.

Il CNF richiama l’articolo 300, comma 3, del codice di procedura civile: il venir meno dello jus postulandi della parte che si difendeva da sola comporta l’interruzione automatica del processo, esattamente come accadrebbe per la morte o la radiazione di un difensore. L’articolo 305 c.p.c. impone poi di riassumere il giudizio interrotto entro il termine perentorio di tre mesi: in mancanza, il processo si estingue definitivamente.

Nel caso deciso, il ricorrente non ha provveduto alla riassunzione nei termini. Applicando rigorosamente questi principi, il CNF ha dichiarato l’estinzione del giudizio, con una conseguenza pratica di enorme rilievo per l’incolpato: la sanzione disciplinare originariamente impugnata si stabilizza e diventa definitiva, proprio come se non fosse mai stata contestata in sede giurisdizionale.

Non si tratta di un caso isolato: la nota a sentenza richiama numerosi precedenti conformi dello stesso anno e dell’anno precedente (CNF n. 248/2026, n. 354/2025, n. 266/2025, nn. 218, 219, 220, 221 e 227 del 2025), a dimostrazione di un orientamento ormai consolidato e di un errore procedurale che continua a ripresentarsi con una certa frequenza nella prassi disciplinare forense.

La vicenda offre un insegnamento pratico diretto per chi assiste – o è – un avvocato sottoposto a procedimento disciplinare: la scelta di difendersi in proprio, pur legittima, espone a un rischio specifico quando pende, in parallelo, anche un procedimento cautelare che può condurre alla sospensione dall’albo. In tal caso diventa essenziale monitorare con attenzione i termini processuali e, se necessario, nominare tempestivamente un difensore esterno che conservi intatto lo jus postulandi, per evitare che un mero difetto di impulso processuale renda definitiva una sanzione che nel merito avrebbe forse potuto essere ribaltata.

250mila alberi abbattuti per un data center Google in Finlandia: il conto ambientale dell’intelligenza artificiale

Non è la prima volta che accade, e difficilmente sarà l’ultima. Negli ultimi anni i data center – i grandi centri di calcolo che alimentano cloud e intelligenza artificiale – si stanno moltiplicando a un ritmo che le norme ambientali faticano a inseguire, in Italia come nel resto del mondo. Anche a Milano, e più in generale in Lombardia, che ospita già circa il 70% dei data center italiani, la pressione è fortissima: le richieste di connessione alla rete ad alta tensione presentate a Terna sono passate da appena 5 nel 2019 a 450 nel marzo 2026, per una potenza potenziale complessiva stimata in circa 82 GW. Secondo un report del Politecnico di Milano, il consumo elettrico del settore potrebbe salire dall’1,9% del 2024 a una quota compresa tra il 7% e il 13% dei consumi nazionali entro il 2035, con emissioni di CO2 in crescita da circa 1 milione di tonnellate annue fino a 8,3 milioni.

Proprio per arginare questa corsa, il 25 ottobre 2026 la Regione Lombardia ha approvato, su proposta del presidente Attilio Fontana, nuove regole che impongono sistemi di raffreddamento a basso consumo d’acqua, l’acquisto di energia da fonti rinnovabili per la quota non autoprodotta, un certificato di fattibilità sulla connessione elettrica prima ancora di avviare l’iter autorizzativo, e vincoli più stringenti sul consumo di suolo agricolo. Legambiente, per voce di Damiano Di Simine, ha comunque parlato di un “mercato delle vacche” in cui i Comuni in difficoltà finanziaria cedono aree verdi agli operatori immobiliari in cambio di oneri di urbanizzazione giudicati ancora troppo bassi. Il 10 ottobre circa mille persone hanno manifestato a Milano chiedendo una moratoria nazionale sui nuovi impianti.

Il problema non è solo italiano. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, nel 2024 i data center hanno assorbito a livello globale circa l’1,5% dell’elettricità mondiale (415 terawattora), con una crescita del 12% l’anno dal 2017, e la domanda potrebbe superare i 945 terawattora entro il 2030. In Irlanda i data center consumano già oltre un quinto dell’intera elettricità nazionale. Non mancano però esempi di gestione virtuosa: a Tallaght, vicino Dublino, il recupero del calore di scarto di un data center Amazon era stato imposto come condizione per il permesso di costruzione, e oggi alimenta una rete di teleriscaldamento che copre il 100% della domanda in condizioni normali, servendo edifici pubblici e 133 alloggi a prezzo calmierato, con un risparmio stimato di quasi 1.500 tonnellate di CO2 l’anno: la prova che un’infrastruttura imposta con le condizioni giuste può diventare una risorsa per il territorio, e non solo un costo da sopportare.

È in questo contesto globale che si inserisce il caso più clamoroso delle ultime settimane. Google, attraverso la propria rappresentanza finlandese, ha fatto abbattere circa 250mila alberi su una superficie di 330 ettari di foresta a Muhos, nel nord della Finlandia, e in un sito vicino a Otanmäki, per costruire un nuovo data center dedicato all’intelligenza artificiale, descritto come il più grande investimento mai realizzato nel Paese (circa 13 miliardi di euro). Il disboscamento è avvenuto nonostante la normativa finlandese imponga una Valutazione d’Impatto Ambientale quando si elimina in modo permanente più di 200 ettari di bosco: un obbligo segnalato già a maggio dall’agenzia statale che vigila sui permessi ambientali, ma di fatto ignorato. I lavori, iniziati a marzo e conclusi ad agosto, sono stati sospesi solo a inizio ottobre dall’autorità finlandese per le licenze e la vigilanza, quando della foresta non restava più nulla: il legname abbattuto non potrà nemmeno essere venduto alle segherie, perché il taglio è avvenuto in modo illegittimo.

Il responsabile di Google per la Finlandia, Antti Järvinen, si è scusato sostenendo che l’azienda avesse agito secondo la “migliore interpretazione” della normativa allora vigente. Il premier finlandese Petteri Orpo ha comunque difeso l’operazione, definendo l’attrazione di questi investimenti una “priorità assoluta” per il Paese, che ha in programma altri 145 data center in varie fasi di pianificazione. Non sono mancate le polemiche internazionali: lo stesso Donald Trump ha criticato la scelta di localizzare l’impianto in Finlandia anziché negli Stati Uniti. Sul piano interno, oltre 93mila cittadini finlandesi hanno firmato una petizione che chiede regole più severe sui data center e un risarcimento per le comunità locali colpite, mentre il tema resterà probabilmente centrale nelle elezioni di aprile.

Resta allora da chiedersi, a fronte di questa avanzata tecnologica che sembra inarrestabile, chi finirà davvero per risentirne di più? I vantaggi dell’intelligenza artificiale e del cloud computing – servizi più rapidi, nuove opportunità economiche, investimenti miliardari che pochi territori possono permettersi di rifiutare – sono reali e innegabili. Ma lo sono altrettanto i costi scaricati sull’ambiente che ci circonda: foreste rase al suolo in poche settimane, consumo di suolo agricolo, pressione crescente su reti elettriche e risorse idriche, comunità locali che si ritrovano a inseguire, spesso in affanno, regole capaci di tenere il passo di investimenti decisi altrove. Il progresso tecnologico, di per sé, resta una buona notizia: lo diventa fino in fondo, però, solo se chi lo porta avanti accetta di rispettare per primo le regole ambientali che lo stesso progresso, paradossalmente, rischia sempre di spingerci a dimenticare.

Avvocato e autoriciclaggio: il CNF conferma la sanzione disciplinare per chi crea società cartiere

Il Consiglio Nazionale Forense, con la sentenza n. 262 del 16 giugno 2026 (presidente facente funzioni Corona, relatore Germanà Tascona), pubblicata il 26 ottobre 2026 sul portale ufficiale del Codice Deontologico Forense, ha confermato la sanzione disciplinare a carico di un avvocato che aveva ideato, costituito e gestito un articolato sistema di società cartiere, formalmente intestate a prestanome, finalizzato alla commissione di una pluralità di operazioni illecite in materia fiscale. Il legale aveva riportato, per questi fatti, condanna penale in primo grado per il reato di autoriciclaggio.

Il Consiglio Nazionale Forense è l’organo di vertice della giurisdizione disciplinare forense: decide in seconda istanza sui ricorsi avverso le sanzioni irrogate dai consigli distrettuali di disciplina, e le sue decisioni sono a loro volta impugnabili dinanzi alle Sezioni Unite della Corte di Cassazione. Le sanzioni disciplinari previste dall’ordinamento forense vanno, in ordine crescente di gravità, dall’avvertimento alla censura, dalla sospensione fino alla radiazione dall’albo nei casi più gravi.

Secondo il CNF, la condotta dell’incolpato integra una grave violazione dei doveri di probità, dignità, decoro e indipendenza sanciti dall’articolo 9 del Codice Deontologico Forense. Il Collegio ribadisce, richiamando le Sezioni Unite della Cassazione (sentenza n. 4994/2018), che l’avvocato risponde disciplinarmente anche per condotte che non riguardano in senso stretto l’esercizio della professione, quando queste ledano comunque i doveri fondamentali della categoria e, riflettendosi negativamente sull’attività professionale, ne compromettano l’immagine quale entità astratta, con conseguente perdita di credibilità dell’intera avvocatura agli occhi dei cittadini e delle istituzioni.

Nella stessa pronuncia il CNF ribadisce un principio di carattere generale e di frequente applicazione: l’illecito disciplinare forense è “a forma libera”, o atipico. A differenza di quanto accade nel diritto penale, dove vige il principio di stretta tipicità, nell’ordinamento disciplinare forense non esiste un catalogo tassativo delle condotte vietate: l’articolo 9 del Codice Deontologico Forense funge da norma di chiusura, che consente di contestare l’illecito anche quando il comportamento specifico non sia stato preventivamente tipizzato in una norma puntuale, senza che la mancata descrizione dettagliata di uno o più comportamenti generi alcuna immunità per l’incolpato. Il CNF precisa inoltre che non sussiste, in questa materia, un rigido principio di corrispondenza tra addebito contestato e decisione, dal momento che ciò che conta non è la qualificazione giuridica formale dell’incolpazione, bensì l’effettiva garanzia del contraddittorio sul nucleo fattuale della contestazione.

Sul piano probatorio, il Collegio fissa due principi operativi destinati a orientare l’attività dei consigli disciplinari territoriali. Il primo: l’istruttoria non può fondarsi esclusivamente sulle dichiarazioni dell’esponente, cioè di chi presenta l’esposto, o di altri soggetti portatori di un interesse personale nella vicenda, ma deve essere irrobustita da riscontri documentali acquisiti agli atti, che costituiscono il criterio logico-giuridico di riferimento per la completezza dell’istruttoria. Il secondo: una condanna penale non ancora passata in giudicato, se inserita in un quadro probatorio arricchito da altre circostanze gravi, precise e concordanti, è comunque idonea ad affievolire, fino a superare, la presunzione di non colpevolezza dell’incolpato nel giudizio disciplinare, che segue regole autonome e indipendenti rispetto a quelle del processo penale.

Impagnatiello premeditò l’omicidio di Giulia Tramontano: la Cassazione aveva ragione

La Corte d’assise d’appello di Milano, pronunciandosi in sede di “appello bis”, ha riconosciuto la premeditazione nell’omicidio di Giulia Tramontano, la 29enne incinta uccisa a Senago il 27 maggio 2023 dal compagno Alessandro Impagnatiello, oggi 33enne. Il caso, tra i più seguiti dall’opinione pubblica italiana degli ultimi anni, è da tempo diventato un riferimento nel dibattito nazionale sul femminicidio, anche per le modalità di premeditazione inizialmente contestate e poi oggetto di un lungo braccio di ferro processuale tra i diversi gradi di giudizio.

L’iter è stato infatti lungo e accidentato. Il 25 novembre 2024 la Corte d’assise di Milano aveva condannato Impagnatiello all’ergastolo riconoscendo la premeditazione. Nel giugno 2025 la Corte d’assise d’appello aveva confermato l’ergastolo ma escluso l’aggravante, ritenendo insufficienti gli elementi raccolti per affermare una pianificazione protratta nel tempo. Nell’aprile 2026 la Cassazione ha accolto il ricorso della Procura generale, annullando con rinvio la sola statuizione sulla premeditazione e lasciando fermo il resto della condanna. Il 26 ottobre 2026 il giudizio di rinvio l’ha infine riconosciuta, riformando sul punto la decisione di secondo grado.

L’ergastolo, già inflitto e non più in discussione in questo grado di giudizio, resta confermato. Si aggiunge ora la pena accessoria di tre mesi di isolamento diurno, conseguenza diretta del riconoscimento dell’aggravante. Gli elementi probatori valorizzati dall’accusa e fatti propri dalla Corte includono la somministrazione di topicida alla vittima, iniziata secondo l’impianto accusatorio già a partire da dicembre 2022, e le ricerche online condotte dall’imputato sugli effetti del veleno, comprese quelle relative agli effetti in caso di gravidanza: elementi che, nella lettura della Corte, testimoniano una ideazione protratta e non una reazione estemporanea.

La Cassazione, nell’ordinanza con cui ha disposto il rinvio, aveva fissato con precisione il perimetro del nuovo giudizio: per configurare la premeditazione occorre un apprezzabile lasso di tempo tra l’ideazione e l’esecuzione del delitto, a cui si affianca la persistenza ininterrotta del proposito criminoso fino al momento dell’azione. La Corte d’assise d’appello, in sede di rinvio, ha applicato questi criteri rileggendo in senso opposto le medesime prove già esaminate – e valutate diversamente – dal collegio che nel 2025 aveva escluso l’aggravante: un esempio di come, a parità di compendio probatorio, la qualificazione giuridica della premeditazione resti un terreno di significativa discrezionalità valutativa per i giudici di merito.

Dopo la lettura del dispositivo, la sorella della vittima, Chiara Tramontano, ha commentato pubblicamente la decisione sottolineando come l’imputato non abbia mai mostrato segni di pentimento nel corso dell’intero procedimento.

Le motivazioni della sentenza non sono ancora state depositate. Una volta disponibili, la difesa potrà valutare un nuovo ricorso in Cassazione, circoscritto – come il precedente – al solo profilo della premeditazione, posto che il resto della condanna è ormai coperto da giudicato. Il caso resta un precedente di sicuro interesse per i penalisti alle prese con la distinzione tra dolo d’impeto e premeditazione e con i limiti applicativi del giudizio di rinvio “a tema vincolato”, nel quale il nuovo collegio è chiamato a decidere solo sul punto annullato, senza poter rimettere in discussione il resto della decisione impugnata.

Addio carta: “La Previdenza Forense” diventa digitale per tutti gli avvocati italiani

Cassa Forense, l’ente di previdenza e assistenza obbligatoria per gli avvocati italiani iscritti agli albi, annuncia la conversione integrale al digitale della propria rivista storica, “La Previdenza Forense”. Dal prossimo numero il periodico sarà trasmesso agli iscritti solo tramite una nuova newsletter dedicata.

Cassa Forense opera come ente di diritto privato con funzioni pubblicistiche, gestendo in regime di obbligatorietà i contributi previdenziali e assistenziali dell’intera categoria, dai praticanti abilitati ai pensionati. La rivista ne è da decenni l’organo di informazione verso gli iscritti.

Il nuovo formato prevede l’accesso diretto ai singoli articoli con un clic sui titoli in newsletter, eliminando il download dell’intero fascicolo per leggere un solo contributo, e punta a una lettura più immediata su smartphone e tablet.

Chi preferisce la consultazione tradizionale potrà scaricare e stampare l’intero numero in PDF dal sito laprevidenzaforense.it, che ospiterà anche l’archivio completo dei numeri già pubblicati, liberamente consultabile.

La Cassa inquadra l’operazione nel proprio percorso di transizione digitale, con obiettivi dichiarati di accessibilità, immediatezza e sostenibilità ambientale legata all’abbandono della stampa cartacea, oltre alla modernizzazione dei canali di comunicazione con gli avvocati contribuenti.

Halloween, quella foto di vostro figlio mascherato: siete sicuri di sapere dove finirà?

Streghe, fantasmi e zucche intagliate sono pronti a invadere smartphone e social network, ma il Garante per la protezione dei dati personali ricorda che dietro un semplice scatto di famiglia si nasconde più di un rischio. Nel vademecum diffuso in vista del 31 ottobre, l’Autorità si rivolge soprattutto a genitori e nonni: la foto del bambino in costume, una volta online, può restare nello spazio digitale “molto a lungo o per sempre”, essere scaricata da chiunque e persino finire catturata da sistemi di intelligenza artificiale, senza che il diretto interessato — che oggi ha pochi anni — abbia potuto scegliere nulla sul proprio futuro digitale.

Le foto dei bambini: un rischio spesso sottovalutato

Il consiglio del Garante è netto: meglio non pubblicare le immagini dei più piccoli o, se proprio si vuole condividerle, limitare la visibilità ai soli amici, rendere irriconoscibile il volto con un programma di grafica (anche gratuito) o coprirlo con un’emoticon. Attenzione anche a foto e video che ritraggono bambini altrui oltre ai propri: prima di diffonderli serve il consenso di chi ne esercita la potestà genitoriale, regola che vale anche per gli invii nei gruppi di messaggistica di cui non si conoscono tutti i membri. Una volta spedita in chat, infatti, un’immagine può essere salvata, inoltrata, stampata o ripubblicata altrove: la modalità “visualizza una sola volta”, dove disponibile, riduce ma non azzera questo rischio.

Non tutti i dolcetti sono veri: le truffe a tema

Il secondo fronte riguarda le truffe digitali che sfruttano la ricorrenza: email, sms e messaggi che promettono sconti straordinari o omaggi in cambio di un clic, di un sondaggio o dei propri dati bancari sono quasi sempre un veicolo per installare malware o sottrarre credenziali. Il Garante consiglia di diffidare delle offerte troppo generose, verificare se il mittente è davvero chi dice di essere e cercare conferma attraverso i canali ufficiali del venditore. Stessa cautela per i siti di shopping civetta, spesso riconoscibili da una grafica poco curata e da testi con errori grammaticali, e per le finte notifiche di spedizione che avvisano di un pacco mai ordinato: in caso di dubbio, meglio controllare direttamente sulla piattaforma dove si è effettuato l’eventuale acquisto, senza cliccare su link o scaricare presunti software necessari per la consegna.

La prima difesa resta l’attenzione

Aggiornamenti di sicurezza, antimalware attivo e autenticazione a due fattori sugli account personali restano, secondo l’Autorità, gli strumenti più efficaci contro i “vampiri digitali”. Ma il richiamo finale del vademecum va oltre la tecnologia: la protezione più solida della privacy propria e dei propri cari resta un uso consapevole e responsabile dei servizi online.

Per chi si occupa di diritto delle nuove tecnologie e tutela dei minori, il vademecum offre uno spunto operativo concreto da richiamare nella consulenza alle famiglie: il diritto del minore ad autodeterminare la propria immagine futura non è un principio astratto, ma una conseguenza diretta di scelte quotidiane — come postare o meno la foto di Halloween — che restano quasi sempre nelle mani dei genitori.

Nuovo Codice della Strada: tutte le novità, dalle multe al chilometro al corridoio per le moto

Il Consiglio dei ministri ha approvato in esame preliminare lo schema di decreto legislativo che riscrive il Codice della Strada, trasmesso alla Camera il giorno successivo come Atto del Governo n. 448. Il testo deve ancora ricevere i pareri della Conferenza unificata, del Consiglio di Stato e delle commissioni parlamentari, quindi importi e meccanismi possono ancora cambiare prima dell’approvazione definitiva.

Stando allo schema attuale, il nuovo codice entrerà in vigore il 1° aprile 2027, ma le sue regole sanzionatorie troveranno applicazione solo dal 1° gennaio 2028 — termine che slitterebbe al 1° aprile 2028 in caso di ritardo nel regolamento di attuazione. Le patenti già rilasciate resteranno valide secondo le norme in vigore al momento del rilascio.

Multe per eccesso di velocità

La novità più rilevante riguarda il calcolo delle multe per eccesso di velocità, che abbandona le attuali fasce fisse per un conteggio proporzionale a ogni km/h oltre il limite, con tolleranza del 5% (minimo 5 km/h) da indicare nel verbale a pena di nullità. In autostrada a 130 km/h la sanzione va da 10 a 40 euro per ogni km/h di eccesso; nei centri urbani, da 5 a 20 euro per km/h fino a 20 km/h oltre il limite, poi da 10 a 40 euro. Esempio concreto: chi viaggia a 156 km/h su un’autostrada a 130 (eccesso utile di 18 km/h) rischia una multa da 180 a 720 euro, riducibile a 126 euro pagando entro 5 giorni con lo sconto del 30%.

Autovelox: termine di notifica dimezzato

Per le violazioni rilevate da autovelox e altri dispositivi di controllo a distanza, il termine per la notifica del verbale scende da 90 a 45 giorni, decorrenti da quando l’amministrazione può identificare il proprietario tramite PRA o Archivio nazionale dei veicoli; oltre questo termine, l’obbligo di pagamento si estingue. Resta fermo il termine di 90 giorni per le altre violazioni e di 360 giorni per i residenti all’estero.

Il “divieto di guida” sostituisce la sospensione

Cambia anche l’impianto sanzionatorio accessorio: il “divieto di guida” sostituisce la sospensione della patente disposta dal prefetto. Per chi supera i limiti tra 20 e 40 km/h in autostrada sono previsti 15 giorni di divieto e 4 punti; si sale a 30 giorni (6 punti) tra 40 e 60 km/h e a 90 giorni (8 punti) oltre i 60 km/h, con soglie più severe sulle autostrade a 150 km/h. Per i titolari di patente italiana il divieto a tempo determinato comporta comunque la sospensione automatica, senza bisogno di un provvedimento prefettizio separato.

Il corridoio per moto e ciclomotori nelle code

Una delle novità più discusse riguarda la circolazione di moto e scooter nel traffico congestionato. L’articolo 51, comma 14, dello schema impone che, sulle strade urbane a carreggiate separate con più corsie per senso di marcia, in caso di arresto della circolazione o di marcia a bassissima velocità per ingorghi, i conducenti nella corsia più a sinistra si tengano il più possibile vicino al margine sinistro e quelli nella corsia più a destra al margine destro, lasciando così un corridoio centrale. Lo spazio è destinato al transito di motocicli e ciclomotori a due ruote e, quando possibile, dei mezzi di polizia, soccorso e antincendio, anche non impegnati in servizi urgenti. Chi non libera il corridoio rischia una multa da 80 a 320 euro e la decurtazione di 2 punti dalla patente.

Una regola parallela (comma 12) riguarda autostrade ed strade extraurbane: resta vietato l’uso della corsia di emergenza, salvo per fermarsi o rientrare in carreggiata, ma in caso di traffico bloccato è consentito percorrerla per raggiungere l’uscita, non prima però del cartello di preavviso e comunque non oltre i 500 metri dallo svincolo. Durante code e rallentamenti, moto e ciclomotori potranno percorrere la corsia di emergenza a bassa velocità, a condizione di potersi spostare in qualsiasi momento per lasciar passare i mezzi di soccorso.

Smartphone, alcol e droghe alla guida

Lo schema interviene anche sull’uso dei dispositivi multimediali di bordo: viene vietato alterare i sistemi di intrattenimento audiovisivo del veicolo per riprodurre contenuti video durante la marcia, divieto che si estenderebbe anche ai sistemi non utilizzati nel momento del controllo di polizia — un intervento pensato per aggiornare le regole esistenti sulla distrazione alla guida al passo con la tecnologia di bordo.

Sul fronte alcol, per tassi tra 0,8 e 1,5 g/l sono previsti ammenda da 800 a 3.200 euro, arresto fino a sei mesi e sospensione della patente da sei mesi a un anno; oltre 1,5 g/l, ammenda da 1.500 a 6.000 euro, arresto da sei mesi a un anno, confisca del veicolo e sospensione della patente da uno a due anni. Viene inoltre disciplinato l’uso dell’alcolock, il dispositivo che impedisce l’accensione del motore in caso di tasso alcolemico positivo: obbligatorio per due anni per chi è condannato con un tasso tra 0,8 e 1,5 g/l, per tre anni oltre tale soglia, con appositi codici apposti sulla patente che limitano la guida ai soli veicoli dotati del dispositivo, da mantenere funzionante e sigillato a cura del conducente.

Per le droghe, il testo non introduce nuove sanzioni ma punta a chiarire le procedure di accertamento già modificate dalla legge 177/2024 (che ha riscritto l’art. 187 del Codice), specificando l’uso di test preliminari e accertamenti tossicologici — anche sul fluido orale — e precisando che un esito positivo al test preliminare non equivale automaticamente alla conclusione del procedimento a carico del conducente.

La riscossione delle multe non pagate

Capitolo a parte merita l’articolo 147 dello schema, dedicato alla riscossione delle multe non pagate. La norma abolisce la maggiorazione semestrale del 10% oggi prevista dall’art. 27 della legge n. 689/1981 (il cui tetto, fissato dalla legge n. 177/2024, è attualmente il 60%): chi non paga non vedrà più crescere il debito ogni sei mesi per effetto del solo ritardo nella riscossione da parte del Comune. Lo stesso articolo, al comma 2, introduce però una soglia sotto la quale i Comuni non potranno avviare la riscossione coattiva: 10 euro, “comprensivi di interessi e sanzioni”. Il problema, segnalato dall’esperto di riscossione locale Pasquale Mirto e ripreso da più testate, è che con l’abolizione della maggiorazione non dovrebbero più generarsi interessi da conteggiare: il riferimento agli “interessi” nel testo sarebbe quindi un refuso, verosimilmente da correggere nel passaggio parlamentare, e resta comunque da chiarire se la soglia dei 10 euro vada calcolata sulla sola sanzione o anche su voci come le spese di notifica. La riscossione, una volta scaduti i termini per il ricorso, avverrà tramite accertamento esecutivo (L. 160/2019) anziché con l’ingiunzione ex R.D. 639/1910, con oneri di riscossione fissati per legge al 3% (fino a 300 euro) se si paga entro 60 giorni dall’esecutività, al 6% (fino a 600 euro) oltre tale termine. Per i Comuni l’impatto sul gettito, specie sulle riscossioni avviate a distanza di anni, non è trascurabile.

Le proteste: ciclisti e associazioni chiedono modifiche

La riforma non raccoglie consensi unanimi. RIME (Rete Italiana Mobilità Equa), che riunisce oltre 40 associazioni tra cui FIAB, ha lanciato la campagna “Codice Fuori Strada”, sostenendo che senza correttivi il nuovo testo rischi di produrre più insicurezza, traffico e inquinamento invece di ridurli. La Rete ha organizzato per martedì 3 novembre, alle 11:30, una conferenza stampa nella Sala Conferenze Stampa della Camera dei Deputati, con interventi di Francesca Chiodi per RIME, del presidente FIAB Luigi Menna, dei consulenti per la mobilità ciclistica Andrea Colombo e Stefano Guarnieri, di Claudio Magliulo di CleanCities Italia e, in attesa di conferma, dell’assessore milanese Marco Granelli; i saluti istituzionali sono affidati al vicepresidente della Commissione Trasporti Andrea Casu. L’obiettivo dichiarato è ottenere, nella fase dei pareri parlamentari, un confronto trasversale tra schieramenti e amministratori locali per introdurre correttivi a tutela della sicurezza stradale e della mobilità sostenibile, anche in vista di analoghe iniziative di mobilitazione locale già segnalate in diverse città.

AIGA incontra la presidente di Cassa Forense: sul tavolo sgravi contributivi per i praticanti e un nuovo patto generazionale

Una delegazione dell’Associazione Italiana Giovani Avvocati (AIGA) ha incontrato venerdì 23 ottobre 2026 la presidente di Cassa Forense, avv. Maria Annunziata, prima donna alla guida dell’ente previdenziale forense in settant’anni di storia. Al centro del confronto, una serie di proposte per rafforzare il sistema di welfare, assistenza e previdenza della categoria, con un focus specifico sui professionisti alle prime armi.

Il nodo principale riguarda la sostenibilità economica dell’accesso alla professione: AIGA ha chiesto una revisione del regime contributivo applicabile ai praticanti iscritti alla Cassa, per ridurre gli ostacoli economici nelle fasi iniziali del percorso forense. La richiesta si inserisce in una linea che l’associazione porta avanti da tempo nei confronti dell’ente, e che in passato ha già prodotto interventi come bandi dedicati e agevolazioni mirate per i più giovani.

Nel corso dell’incontro sono state illustrate anche proposte in materia di genitorialità, welfare e accesso alle prestazioni assistenziali, con l’obiettivo dichiarato di avvicinare il sistema previdenziale alle esigenze concrete degli iscritti. È stata inoltre confermata, anche per il 2026, la raccolta dei dati per il Rapporto sulla giovane avvocatura, l’indagine periodica con cui AIGA fotografa criticità, esigenze e buone pratiche dell’accesso e dell’esercizio della professione da parte dei più giovani, in vista dell’elaborazione di proposte e strumenti di sostegno mirati.

AIGA ha definito “costruttivo” il confronto, pur ricordando che le valutazioni finali restano di competenza degli organi di governance di Cassa Forense. “L’avvocatura giovane chiede misure che consentano di affrontare con maggiore serenità le sfide della professione e di costruire il proprio futuro professionale e previdenziale”, ha dichiarato il presidente nazionale AIGA, Luigi Bartolomeo Terzo, parlando di “un importante momento di confronto istituzionale” e di “volontà comune di individuare soluzioni concrete e sostenibili nell’interesse dell’intera categoria”.

Per gli studi legali più giovani e per i praticanti, l’esito concreto di questo dialogo — che AIGA promette di proseguire con cadenza costante — inciderà direttamente sui costi di accesso alla professione nei prossimi anni, in un momento in cui il calo delle nuove iscrizioni agli albi resta uno dei temi più dibattuti nella governance dell’avvocatura italiana.

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