Decreto sicurezza, la Camera penale di Cosenza attacca: “Avvocati ridotti a strumenti dello Stato”

Toni durissimi e una presa di posizione netta. La Camera Penale di Cosenza interviene sul decreto sicurezza denunciando quello che definisce un attacco simultaneo a libertà fondamentali, principi costituzionali e autonomia dell’avvocatura.

Nel comunicato diffuso nelle scorse ore, i penalisti individuano alcune disposizioni particolarmente critiche. Tra queste, la previsione del cosiddetto “fermo di prevenzione”, che consentirebbe alla polizia giudiziaria di limitare la libertà personale fino a dodici ore anche in assenza di un provvedimento dell’autorità giudiziaria. Una misura che, secondo i firmatari, solleva seri dubbi di legittimità costituzionale, soprattutto per l’assenza di obblighi stringenti di motivazione e verbalizzazione immediata.

Altre perplessità riguardano l’introduzione delle operazioni sotto copertura della polizia penitenziaria all’interno degli istituti di detenzione. La scelta viene criticata perché ritenuta sintomatica di un approccio prevalentemente repressivo, in un contesto già segnato da criticità strutturali e carenze sul piano delle condizioni detentive.

Particolarmente severo il giudizio sulla norma che lega il compenso dell’avvocato all’esito delle procedure di rimpatrio volontario. Secondo la Camera penale, si tratta di una previsione che incide sull’indipendenza della difesa e introduce una disparità di trattamento tra cittadini, subordinando di fatto l’effettività del patrocinio gratuito al raggiungimento di un risultato definito dallo Stato.

Nel documento si denuncia il rischio di una trasformazione del ruolo dell’avvocato, da garante dei diritti a figura funzionale agli obiettivi dell’amministrazione. Una prospettiva che, secondo i penalisti, contrasta con i principi costituzionali che regolano la funzione difensiva.

Alla luce di queste criticità, la Camera penale ha proclamato lo stato di agitazione, annunciando possibili iniziative più incisive e auspicando una mobilitazione condivisa con le altre componenti dell’avvocatura, dagli ordini professionali agli organismi di rappresentanza.


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Dati personali, multa da 12,5 milioni al gruppo Poste: nel mirino le app BancoPosta e Postepay

Maxi sanzione del Garante per la protezione dei dati personali nei confronti del gruppo Poste Italiane. L’Autorità ha disposto una multa complessiva di 12,5 milioni di euro per il trattamento illecito dei dati personali degli utenti, suddivisa tra Poste Italiane e Postepay.

Il provvedimento arriva al termine di un’istruttoria avviata nel 2024 a seguito di numerose segnalazioni e reclami relativi al funzionamento delle applicazioni BancoPosta e Postepay. Al centro dell’indagine, le modalità con cui veniva richiesto agli utenti di autorizzare il monitoraggio di informazioni presenti sui dispositivi mobili, comprese le applicazioni installate o in uso.

Secondo quanto rilevato dall’Autorità, il consenso al trattamento dei dati risultava di fatto necessario per accedere ai servizi, configurando un meccanismo non pienamente libero. Inoltre, le operazioni di raccolta e analisi delle informazioni sono state ritenute eccedenti rispetto agli obiettivi dichiarati di sicurezza e prevenzione delle frodi.

Le società avevano giustificato tali pratiche sostenendo la necessità di garantire la protezione delle transazioni e di rispettare la normativa sui servizi di pagamento. Tuttavia, per il Garante, le misure adottate si sono spinte oltre quanto strettamente indispensabile, incidendo in modo significativo sulla sfera privata degli utenti.

La vicenda si inserisce in un contesto già complesso: sullo stesso tema era intervenuta anche l’Autorità Antitrust con una sanzione, successivamente annullata dal giudice amministrativo. Ora il fronte si sposta nuovamente sul piano giudiziario.

In una nota ufficiale, Poste Italiane ha espresso sorpresa per la decisione, contestandone sia il merito sia i profili procedurali, in particolare per presunti ritardi nell’adozione del provvedimento. Il gruppo ha inoltre ribadito la correttezza del proprio operato e ha annunciato l’intenzione di impugnare la sanzione davanti al Tribunale di Roma.


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Decreto sicurezza, penalisti in allarme: dubbi su droga, social e nuove misure per i minori

Non si placa la mobilitazione dell’avvocatura contro il decreto sicurezza. Al centro delle contestazioni non c’è soltanto la discussa previsione sul rimborso agli avvocati nelle procedure di rimpatrio volontario dei migranti, ma anche altre disposizioni che incidono in modo significativo sul sistema penale e sulle garanzie individuali.

Le critiche più forti arrivano dall’Unione delle Camere Penali Italiane, che esprime perplessità sulla stretta in materia di stupefacenti. In particolare, viene contestata la modifica che esclude la configurabilità del fatto di lieve entità nei casi in cui la condotta sia ritenuta abituale o continuativa. Secondo i penalisti, si tratta di un intervento che rischia di snaturare la funzione originaria della norma, nata per distinguere le ipotesi di minore offensività e consentire una risposta sanzionatoria più equilibrata.

Il timore è che l’introduzione di criteri generici, come l’abitualità, finisca per comprimere la discrezionalità del giudice, impedendo una valutazione concreta del caso. Una rigidità che, secondo la categoria, si porrebbe in contrasto con i principi di proporzionalità e personalizzazione della pena, più volte richiamati anche dalla Corte Costituzionale nelle sue pronunce più recenti.

Sul piano pratico, viene evidenziato anche il rischio di un ulteriore aggravamento del sovraffollamento carcerario, senza un reale impatto sul contrasto alla criminalità organizzata, che resta il vero obiettivo dichiarato delle politiche repressive.

Ma le novità del decreto non si fermano qui. Tra le disposizioni approvate compare anche l’estensione del sequestro preventivo ai contenuti digitali: sarà possibile intervenire sui profili social personali, ordinando ai fornitori di servizi online la rimozione dei contenuti o la disabilitazione dell’accesso. Una misura che apre interrogativi delicati sul bilanciamento tra esigenze investigative e tutela dei diritti fondamentali, a partire dalla libertà di espressione.

Un ulteriore intervento riguarda poi i minori. In caso di accompagnamento negli uffici di polizia, viene previsto l’obbligo di informare tempestivamente chi esercita la responsabilità genitoriale, oltre al pubblico ministero minorile. Una disposizione che rafforza le garanzie procedurali, inserendosi nel quadro delle misure dedicate alla prevenzione e al contrasto della criminalità giovanile.


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Decreto sicurezza, fiducia senza modifiche: verso un correttivo sulla norma dei 615 euro agli avvocati

Il decreto sicurezza prosegue il suo iter parlamentare senza modifiche, almeno per ora. L’esecutivo ha scelto di non intervenire sul testo in discussione alla Camera, puntando direttamente al voto di fiducia per rispettare i tempi stretti della conversione in legge, fissata entro il 25 aprile.

La decisione arriva al termine di una giornata segnata da forti tensioni istituzionali e politiche. Al centro del confronto, la norma che prevede un rimborso di 615 euro per gli avvocati coinvolti nelle procedure di rimpatrio volontario dei migranti, compenso subordinato all’esito positivo della pratica. Una previsione che ha sollevato critiche trasversali: dall’avvocatura, che ne contesta l’impatto sull’autonomia della funzione difensiva, fino alle opposizioni, che ne denunciano i profili di possibile incostituzionalità.

Determinante, in questo quadro, il confronto tra il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, che ha portato all’impegno del governo a intervenire successivamente con un decreto correttivo. L’obiettivo è superare le criticità evidenziate, senza però rallentare l’approvazione del provvedimento principale.

La scelta di rinviare le modifiche nasce anche da esigenze procedurali: un emendamento sul testo avrebbe infatti comportato una nuova lettura parlamentare, con il rischio concreto di non rispettare la scadenza e far decadere l’intero decreto. Da qui la linea della doppia iniziativa normativa: via libera immediato al testo attuale e intervento correttivo in un secondo momento.

Intanto il clima resta teso. Le organizzazioni forensi, a partire dal Consiglio Nazionale Forense, continuano a respingere l’ipotesi di un ruolo che possa apparire funzionale agli obiettivi dell’amministrazione, ribadendo la centralità dell’indipendenza dell’avvocato. Sul piano politico, le opposizioni parlano apertamente di una misura distorsiva del diritto di difesa e annunciano battaglia in Aula.

Il passaggio alla Camera si preannuncia quindi decisivo non solo per la sorte del decreto, ma anche per l’equilibrio tra esigenze di sicurezza, garanzie costituzionali e ruolo delle professioni legali. Sullo sfondo resta l’incognita del successivo intervento correttivo, chiamato a ricomporre un nodo che, al momento, appare tutt’altro che risolto.


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Dl Pnrr, cambia il rapporto con la Pa: servizi ai minori e nuove regole digitali

Con la conversione in legge del decreto Pnrr si ridisegnano in modo significativo i rapporti tra cittadini, imprese e pubblica amministrazione, con una serie di interventi che puntano a semplificazione, digitalizzazione e maggiore certezza giuridica.

Tra le novità più rilevanti spicca l’apertura dei servizi digitali pubblici ai minori che abbiano compiuto 14 anni. I ragazzi potranno accedere autonomamente a strumenti come l’app IO e il portafoglio digitale, salvo i casi in cui la normativa richieda espressamente il coinvolgimento dei genitori. Si tratta di un passo importante verso una cittadinanza digitale più inclusiva, che riconosce ai giovani una maggiore autonomia nell’interazione con la Pa.

Sul fronte della protezione dei dati personali, viene introdotto un percorso semplificato per la segnalazione delle violazioni da parte delle microimprese. L’obiettivo è rendere più accessibile l’adempimento previsto dalla normativa europea, attraverso strumenti guidati e assistiti. Tuttavia, l’efficacia concreta della misura dipenderà dalle modalità operative che saranno definite dall’Autorità garante.

Un altro intervento riguarda il silenzio-assenso, che viene rafforzato sotto il profilo probatorio. In molti procedimenti sarà necessario disporre di un’attestazione formale che certifichi l’avvenuta formazione del consenso implicito da parte dell’amministrazione. Tale attestazione potrà essere rilasciata dalla stessa Pa oppure, in mancanza, sostituita da una dichiarazione del privato o del professionista incaricato, introducendo così maggiore certezza nei rapporti amministrativi.

Il decreto interviene anche sul principio dell’“once only”, ribadendo che cittadini e imprese non devono essere chiamati a fornire informazioni già in possesso della pubblica amministrazione. Si rafforza quindi l’obbligo di interoperabilità tra le banche dati pubbliche, con l’obiettivo di ridurre gli oneri burocratici e migliorare l’efficienza dei procedimenti.

Novità anche sul piano della giustizia amministrativa: il ricorso straordinario non sarà più deciso dal Capo dello Stato, ma passerà al Presidente del Consiglio di Stato, con una revisione delle competenze che punta a rendere più lineare il procedimento.


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Cloud sovrano, l’UE investe 180 milioni per rafforzare l’autonomia digitale

L’Unione europea accelera sul fronte della sovranità digitale con un investimento significativo nel cloud. La Commissione ha infatti assegnato un appalto del valore complessivo di 180 milioni di euro, con una durata di sei anni, destinato a garantire alle istituzioni europee l’accesso a servizi cloud conformi ai più elevati standard di sicurezza e autonomia tecnologica.

I servizi saranno forniti da quattro operatori europei selezionati attraverso una gara che ha privilegiato requisiti stringenti in termini di affidabilità, trasparenza e conformità normativa: Post Telecom con i suoi partner CleverCloud e OVHcloud, StackITScaleway e infine Proximus, che collabora con S3NS (una joint venture di Thales e Google Cloud), Clarence e Mistral. L’iniziativa rappresenta un passaggio strategico per rafforzare il controllo diretto sulle infrastrutture digitali, riducendo la dipendenza da soluzioni extraeuropee.

Alla base della selezione vi è un quadro di riferimento definito dalla Commissione che individua una serie di criteri chiave per valutare il livello di “sovranità” dei servizi cloud. Tra questi rientrano aspetti giuridici, operativi e ambientali, ma anche la sicurezza dei dati, la trasparenza delle filiere tecnologiche e la compatibilità con il diritto dell’Unione.

L’obiettivo è duplice: da un lato garantire che i dati e i sistemi critici restino sotto controllo europeo, dall’altro promuovere un ecosistema digitale competitivo e resiliente. In questo senso, l’adozione su larga scala di soluzioni cloud sviluppate in Europa viene considerata una leva fondamentale per consolidare l’autonomia strategica dell’Unione.

La Commissione si propone così come soggetto trainante di questa trasformazione, offrendo un modello concreto di applicazione dei principi di sovranità digitale. Il nuovo appalto non è solo un investimento infrastrutturale, ma anche un segnale politico e industriale: costruire un cloud europeo significa rafforzare la capacità dell’Europa di governare le proprie tecnologie e proteggere i propri dati in un contesto globale sempre più competitivo.


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Pagamenti ai professionisti, controlli fiscali senza soglie dal 15 giugno

Dal 15 giugno 2026 cambia in modo significativo il sistema dei controlli fiscali sui pagamenti effettuati dalla pubblica amministrazione ai professionisti. La novità introduce un meccanismo di verifica preventiva obbligatoria per qualsiasi importo, eliminando di fatto le soglie minime che in passato limitavano l’attivazione dei controlli.

La misura, prevista dalla legge di fine 2025, amplia l’ambito applicativo delle verifiche già note in materia di riscossione, includendo espressamente anche i compensi per prestazioni professionali. Rientrano nel nuovo perimetro anche le somme liquidate nell’ambito del patrocinio a spese dello Stato, con un impatto diretto su una platea ampia di operatori.

Il cambiamento più rilevante riguarda la procedura operativa. In presenza di debiti fiscali non saldati, non si applica più il meccanismo di sospensione del pagamento in attesa di eventuali azioni esecutive. L’amministrazione è invece tenuta a trattenere immediatamente le somme dovute, versandole all’agente della riscossione fino a copertura del debito. Solo l’eventuale residuo viene corrisposto al professionista.

Per gli uffici amministrativi e contabili della Pa si apre una fase più complessa sotto il profilo gestionale. Le verifiche dovranno essere effettuate sistematicamente su ogni mandato di pagamento, senza distinzione di importo, con un conseguente aumento degli adempimenti anche per operazioni di valore contenuto.

Il nuovo regime si applicherà a tutti i pagamenti disposti dopo la data di entrata in vigore, a prescindere dal momento in cui è stata emessa la fattura o svolta la prestazione. Questo significa che anche compensi relativi ad attività pregresse saranno soggetti alle nuove regole se liquidati successivamente.

Il quadro complessivo evidenzia inoltre una differenziazione crescente tra le diverse categorie di creditori della Pa. Per i lavoratori dipendenti restano in vigore soglie e condizioni specifiche, mentre per le imprese continuano ad applicarsi i limiti previsti dalla disciplina ordinaria. I professionisti, invece, si trovano ora esposti a controlli integrali e a un possibile recupero immediato delle somme dovute al fisco.


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Archivi di Stato, la svolta digitale traina accessi e ricavi

Gli Archivi di Stato italiani stanno vivendo una fase di profondo rinnovamento grazie alla spinta della digitalizzazione, che negli ultimi anni ha modificato radicalmente le modalità di accesso e fruizione del patrimonio documentale. I numeri raccontano una crescita significativa: gli accessi online ai portali archivistici nazionali sono aumentati in modo esponenziale, passando da poche centinaia di migliaia nel 2020 a diversi milioni nel 2025.

Parallelamente, anche il versante economico registra segnali positivi. I servizi aggiuntivi legati alla consultazione e alla riproduzione dei documenti hanno generato entrate mai così elevate, con un incremento rilevante negli ultimi due anni. In particolare, i diritti connessi all’utilizzo delle immagini rappresentano una componente sempre più rilevante, confermando il valore strategico della digitalizzazione anche in termini di sostenibilità economica.

Dopo una fase di forte espansione, i dati più recenti indicano un rallentamento della crescita percentuale, segno di un possibile consolidamento del sistema. Una dinamica che riflette quanto già osservato in altre realtà europee impegnate nello sviluppo di modelli digitali per la cultura, ma che in Italia assume caratteristiche particolarmente evidenti per rapidità e intensità.

A sostenere questo processo è l’ampliamento della platea digitale. Le piattaforme archivistiche stanno intercettando un pubblico sempre più vasto e diversificato, grazie anche a nuove strategie di comunicazione e alla maggiore accessibilità dei contenuti. In questo contesto, i servizi dedicati alla ricerca genealogica si confermano tra i più utilizzati, attirando milioni di utenti e un volume impressionante di consultazioni.

Anche gli strumenti informativi che censiscono e descrivono i fondi archivistici registrano incrementi significativi, contribuendo a rendere più trasparente e fruibile l’intero sistema. Le piattaforme specialistiche, inoltre, stanno ampliando ulteriormente l’offerta, permettendo di esplorare ambiti documentali prima difficilmente accessibili.

Il cambiamento in atto non è solo tecnologico, ma culturale. Gli archivi stanno progressivamente abbandonando l’immagine di luoghi riservati a pochi studiosi per diventare spazi aperti, dinamici e capaci di dialogare con il grande pubblico. Un’evoluzione che rafforza il loro ruolo non solo come custodi della memoria, ma anche come attori attivi nella produzione di valore culturale ed economico.

A questa trasformazione si affianca il recente intervento normativo che introduce strumenti digitali per una gestione più trasparente e partecipata dei beni culturali. Tra le novità, l’istituzione di un’anagrafe digitale del patrimonio e di un registro dedicato ai soggetti privati interessati alla gestione indiretta. L’obiettivo è migliorare il monitoraggio dei beni, favorire la collaborazione pubblico-privato e ridurre i divari territoriali che ancora caratterizzano il sistema culturale italiano.


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Decreto sicurezza, scontro sui rimpatri: l’avvocatura insorge contro i compensi “a risultato”

È corsa contro il tempo per la conversione del decreto Sicurezza, atteso alla Camera per il via libera definitivo entro il 25 aprile. Ma sul provvedimento si apre un confronto sempre più serrato, che coinvolge direttamente l’avvocatura e i suoi organi rappresentativi.

Al centro del dibattito c’è la norma che introduce un compenso per i legali impegnati nell’assistenza ai migranti per i rimpatri volontari, subordinato all’effettiva partenza dello straniero. Secondo i promotori, tra cui il senatore Marco Lisei, si tratterebbe di una possibilità e non di un obbligo, con l’obiettivo di riconoscere un’attività oggi non remunerata.

Tuttavia, le principali istituzioni forensi hanno espresso forti riserve.

Il Consiglio Nazionale Forense ha chiarito innanzitutto di non essere stato coinvolto nella stesura della norma, prendendo le distanze da un’impostazione che lo chiamerebbe a svolgere funzioni non previste dall’ordinamento. Il presidente Francesco Greco ha evidenziato come il CNF non possa in alcun modo erogare compensi agli avvocati, attività che spetta ad altri soggetti, come gli uffici presso le Corti d’appello nel caso del patrocinio a spese dello Stato. Resta inoltre sullo sfondo una questione di principio: il diritto di difesa, sancito dall’articolo 24 della Costituzione, non può essere condizionato da meccanismi economici legati all’esito della prestazione.

Sulla stessa linea l’Organismo Congressuale Forense, che ha proclamato lo stato di agitazione dell’intera avvocatura. L’OCF denuncia come la norma rischi di compromettere l’effettività del diritto di difesa, introducendo un potenziale conflitto di interessi: il difensore verrebbe incentivato verso un risultato – il rimpatrio – coerente con l’interesse dell’amministrazione, mettendo in discussione l’autonomia e la libertà della funzione difensiva.

Ancora più netta la posizione dell’Unione Nazionale delle Camere Civili, che parla di una scelta “grave” e incompatibile con il ruolo dell’avvocato. Il meccanismo previsto – un compenso di 615 euro subordinato alla partenza del migrante – viene interpretato come una forma di “premio di risultato” che altera il rapporto fiduciario tra difensore e assistito. Per i civilisti, l’avvocato non può essere neppure indirettamente orientato verso un esito, ma deve restare garante esclusivo dei diritti della persona, senza sovrapposizioni tra interesse del cliente, interesse dello Stato e interesse economico.

Le critiche non si fermano qui. Diverse associazioni e componenti del mondo politico hanno espresso perplessità sulla norma, mentre all’interno della stessa maggioranza emergono richieste di correzione. Noi Moderati ha già definito l’intervento una “forzatura normativa”, chiedendone la revisione in un successivo provvedimento.

Il nodo, in definitiva, è sistemico. Da un lato si introduce un incentivo economico legato a un esito che coincide con una finalità pubblica; dall’altro si ridimensionano strumenti fondamentali come il patrocinio a spese dello Stato. Un equilibrio che, secondo l’avvocatura, rischia di incrinare i principi costituzionali e di compromettere la credibilità della funzione difensiva.


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IA e concorrenza, stretta dell’UE su Meta: nel mirino l’accesso a WhatsApp

Nuovo fronte aperto tra istituzioni europee e Big Tech sul terreno dell’intelligenza artificiale e della concorrenza digitale. La Commissione europea ha notificato a Meta una comunicazione degli addebiti supplementare, segnalando criticità legate alla gestione dell’accesso a WhatsApp per gli assistenti IA sviluppati da soggetti terzi.

Secondo l’analisi preliminare di Bruxelles, le modifiche introdotte da Meta nell’ottobre 2025 avrebbero limitato in modo significativo la possibilità per concorrenti esterni di operare sulla piattaforma, incidendo su un mercato – quello degli assistenti basati sull’intelligenza artificiale – in piena espansione. Anche i successivi correttivi annunciati dalla società non sarebbero sufficienti a dissipare i dubbi dell’autorità europea.

Per questo motivo, la Commissione valuta l’adozione di misure provvisorie, con l’obiettivo di ripristinare le condizioni di accesso precedenti e prevenire possibili danni gravi e irreparabili alla concorrenza. Tali misure avrebbero carattere temporaneo, ma resterebbero in vigore fino alla conclusione dell’indagine e all’eventuale decisione definitiva.

Il caso assume una dimensione ancora più ampia con l’estensione dell’istruttoria all’intero Spazio Economico Europeo, inclusa l’Italia, grazie alla collaborazione con l’Autorità garante della concorrenza e del mercato. Un segnale chiaro della volontà europea di presidiare in modo uniforme un settore considerato strategico.

Nelle dichiarazioni ufficiali, la vicepresidente esecutiva Teresa Ribera ha sottolineato come l’esclusione di concorrenti da mercati emergenti rappresenti una delle principali preoccupazioni dell’Unione. Anche l’introduzione di modelli alternativi, come politiche di prezzo che producono effetti simili a un’esclusione diretta, può configurare – secondo la Commissione – un possibile abuso di posizione dominante.


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