Inflazione al 5,4%, il livello più alto degli ultimi anni: ecco quanto costa in più a ogni famiglia

L’Istat ha diffuso questa mattina la stima preliminare dell’inflazione di ottobre 2026: l’indice nazionale dei prezzi al consumo (Nic) segna un +5,4% su base annua, in forte accelerazione rispetto al +4,2% di settembre, con una variazione congiunturale dello 0,9% rispetto al mese precedente. Si tratta del dato tendenziale più alto registrato dall’Istituto di statistica negli ultimi anni.

Secondo l’Istituto, l’impennata è riconducibile principalmente ai beni energetici, i cui prezzi sono passati da un +22,6% di settembre a un +31,4% tendenziale di ottobre, un’escalation che Istat collega al perdurare della situazione geopolitica internazionale. L’aumento del costo dell’energia si sta progressivamente trasferendo anche sui prezzi di beni alimentari e servizi di trasporto, ampliando la base dei rincari percepiti dalle famiglie.

Le associazioni dei consumatori hanno reagito a stretto giro con stime sull’impatto concreto sui bilanci familiari. Il presidente dell’Unione Nazionale Consumatori, Massimiliano Dona, ha parlato di “prezzi roventi ampiamente previsti”, aggiungendo che si tratta di “un autunno caldo sul fronte dei prezzi che purtroppo è solo alle battute iniziali”. Secondo i calcoli dell’associazione, la famiglia media subirà una spesa aggiuntiva di 1.558 euro su base annua, di cui 790 euro per la sola voce abitazione-elettricità-gas e 328 euro per i trasporti; per una coppia con un figlio la stangata sale a 1.866 euro, per una coppia con due figli a 1.987 euro.

Il Codacons ha parlato apertamente di una “stangata invernale” in arrivo, stimando un aggravio di 1.803 euro per la famiglia tipo e di 2.345 euro per i nuclei con due figli. Assoutenti, per voce del presidente Gabriele Melluso, ha chiesto misure immediate al governo: un taglio dell’Iva sui beni energetici, la riduzione degli oneri di sistema in bolletta e la proroga del Servizio a Tutele Graduali almeno fino al 2027, segnalando che l’eventuale tetto governativo ai prezzi del gas potrebbe diventare operativo solo a partire da quell’anno.

Il dato Istat assume rilievo pratico su più fronti: dalla rivalutazione di canoni e indennità legati agli indici di inflazione, alla valutazione di clausole contrattuali di adeguamento prezzi, fino alle possibili ricadute sul contenzioso in materia di sovraindebitamento e di rinegoziazione di contratti divenuti eccessivamente onerosi ai sensi dell’art. 1467 c.c., tema che il rincaro energetico ha già riportato all’attenzione dei tribunali negli anni scorsi.

“Di soli diritti moriremo”: la frase di Marchionne che l’Italia continua a discutere

Era il 30 marzo 2012 quando Sergio Marchionne, allora amministratore delegato di Fiat-Chrysler, si rivolse agli studenti dell’Università Bocconi di Milano con un discorso che da allora continua a circolare, a essere citato e discusso. Lo apriva così:

“Oggi viviamo nell’epoca dei diritti: il diritto al posto fisso, al salario garantito, al lavoro sotto casa, il diritto di urlare e a sfilare, il diritto a pretendere. Lasciatemi dire che i diritti sono sacrosanti e vanno tutelati. Ma se continuiamo a vivere di soli diritti, di diritti moriremo, perché questa evoluzione della specie crea una generazione molto più debole di quella precedente, senza il coraggio di lottare ma con la speranza che qualcun altro faccia qualcosa, una specie di attendismo che è perverso e involutivo. Ed è per questo che credo dobbiamo tornare a un sano senso del dovere, alla consapevolezza che per avere bisogna anche dare, bisogna riscoprire il senso e la dignità dell’impegno, il valore del contributo che ognuno può dare al processo di costruzione dell’oggi e soprattutto del domani.”

Attorno a queste parole si sono formate due letture che convivono, senza essersi mai davvero incontrate. C’è chi la legge come un invito alla responsabilità personale, contro un atteggiamento attendista che aspetta che “qualcun altro” risolva i problemi: un richiamo al coraggio di mettersi in gioco, non un attacco alle tutele. E c’è chi la legge in modo opposto, ricordando che a pronunciarla era l’amministratore delegato di un gruppo industriale in anni di ristrutturazioni, delocalizzazioni e tensioni sindacali, e che il richiamo al “dovere” rivolto a chi un diritto lo sta semplicemente rivendicando può suonare come una richiesta di accettare condizioni sempre più compresse.

Non è un caso che la frase riemerga ogni volta che il tema del lavoro torna al centro del dibattito pubblico: tra scioperi per il potere d’acquisto, nuove forme di occupazione ancora da inquadrare e un confronto aperto su quanto spetti ai singoli e quanto alla collettività, la domanda che Marchionne pose alla Bocconi — dove passa il confine tra diritto e dovere — resta, probabilmente, ancora senza una risposta condivisa.

Concorso notai, multe da 35mila euro a Ministero della Giustizia e Notariato

Il Garante per la protezione dei dati personali ha sanzionato il Ministero della Giustizia e il Consiglio Nazionale del Notariato per irregolarità nella diffusione degli esiti del concorso pubblico per 400 posti di notaio bandito nel 2024. Le sanzioni, rese note il 30 ottobre, ammontano complessivamente a 35mila euro: 20mila euro al Ministero e 15mila euro al Notariato.

L’istruttoria è nata da articoli di stampa relativi a un documento con i risultati delle prove scritte, circolato con annotazioni non ufficiali accanto ad alcuni nominativi. Secondo l’Autorità, il Ministero ha esposto all’ingresso della propria sede i risultati delle prove scritte, compresi i nominativi dei candidati non ammessi all’orale: la disciplina di settore prevede invece che siano resi pubblici solo gli ammessi, e che la conoscibilità degli esiti resti circoscritta ai locali in cui si sono svolte le prove.

Il Consiglio Nazionale del Notariato, dal canto suo, ha chiesto a un componente della commissione d’esame di trasmettere l’elenco degli ammessi all’orale, alterando così il regime di pubblicità previsto per gli esiti, e ha poi condiviso la lista con i notai iscritti a una propria piattaforma interna, anticipando la pubblicazione ufficiale. Per un breve periodo è inoltre circolata una versione dell’elenco difforme da quella ministeriale, corredata da commenti non ufficiali: il commissario coinvolto avrebbe agito a titolo individuale, senza autorizzazione, per errore.

I due provvedimenti, i nn. 761 e 762, sono datati 7 ottobre 2026; il Garante non ha disposto ulteriori misure correttive, ritenendo che gli effetti della condotta si fossero già esauriti al momento dell’istruttoria.

La vicenda offre indicazioni operative concrete per gli ordini professionali e le amministrazioni che gestiscono concorsi pubblici: la pubblicazione di elenchi di candidati, anche a fini di trasparenza, deve rispettare rigorosamente la disciplina di settore sulla conoscibilità degli esiti, pena sanzioni ai sensi della normativa sulla protezione dei dati personali.

Musk dopo il mega-furto Binance: “Le IA superintelligenti ruberanno da sole”

Mentre emergono i primi dettagli tecnici del più grande furto di criptovalute della storia, ai danni della piattaforma Binance, Elon Musk è intervenuto su X con un commento sulle implicazioni future dell’intelligenza artificiale. Rispondendo a un post che ricostruiva come l’attaccante avesse riciclato parte dei fondi rubati attraverso il protocollo di finanza decentralizzata Aave, Musk ha scritto: “Gli agenti di superintelligenza, a un certo punto, faranno lo stesso per procurarsi denaro per sé stessi, non per un essere umano“.

Il commento di Musk non riguarda l’attacco a Binance in sé, di cui non ha attribuito la responsabilità a sistemi di intelligenza artificiale, ma un’ipotesi su capacità future di agenti autonomi. Il riferimento arriva a poche ore da un episodio reso noto da OpenAI, in cui un modello di ricerca interno, durante un compito di programmazione a giugno, aveva avuto accesso a un portafoglio di criptovalute di test non proprio, reso pubblico solo a ottobre.

Sul fronte tecnico, un portafoglio riconducibile all’aggressore ha depositato 60 milioni di dollari in USDT sul protocollo Aave V3 su Ethereum tra le 20:58 e le 21:01 UTC del 29 ottobre, prendendo in prestito circa 19.762 ETH “wrapped”, pari a circa 44,6 milioni di dollari. Aave ha introdotto le prime restrizioni alle 21:42 UTC, congelando complessivamente centinaia di riserve su più reti della piattaforma entro le 23:04 UTC, pur mantenendo attivi rimborsi e liquidazioni. Secondo la società di analisi blockchain LlamaRisk, la posizione è rimasta sovracollateralizzata, senza rischi immediati per i fornitori di liquidità di Aave, e l’attacco non ha sfruttato vulnerabilità dei contratti della piattaforma.

Per gli operatori del settore crypto e per i consulenti legali che li assistono, l’episodio riaccende il dibattito su governance e responsabilità degli agenti IA autonomi dotati di accesso a fondi, tema destinato a entrare nelle prossime discussioni normative su intelligenza artificiale e finanza decentralizzata.

Querele bavaglio, scatta lo scudo legale per giornalisti e attivisti

È stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto legislativo 194/2026, che recepisce la direttiva UE 2024/1069 contro le SLAPP, le azioni legali strategiche tese a bloccare la partecipazione pubblica. Il provvedimento entrerà in vigore l’8 novembre 2026 e si applicherà ai procedimenti avviati da quella data in poi, con particolare riguardo alle controversie che presentano “implicazioni transfrontaliere”.

Il decreto tutela una platea ampia di soggetti esposti a cause giudiziarie intimidatorie: giornalisti, editori e organizzazioni dei media, ma anche whistleblower, attivisti, difensori dei diritti umani, associazioni, sindacati, artisti, ricercatori e accademici.

Tra gli strumenti introdotti: la possibilità, per chi subisce una causa manifestamente infondata, di ottenere la condanna della controparte alle spese e il risarcimento dei danni processuali anche se questa rinuncia all’azione in corso di causa; l’intervento in giudizio di associazioni e sindacati a sostegno della parte citata; una procedura per ottenere rapidamente l’accertamento della manifesta infondatezza dell’azione; la facoltà del giudice di imporre all’attore una cauzione a copertura delle spese e dei risarcimenti eventualmente dovuti. Per le cause promosse da soggetti extra-UE davanti a giudici di Paesi terzi, il decreto prevede comunque un risarcimento per la parte italiana.

Per le controversie puramente nazionali, prive di elementi transfrontalieri, restano applicabili gli strumenti ordinari del codice di procedura civile: il rigetto delle domande manifestamente infondate (art. 183-quater) e il risarcimento per lite temeraria (art. 96 c.p.c.). Il decreto chiarisce che un procedimento davanti a un giudice italiano non è transfrontaliero se attore e convenuto sono entrambi domiciliati in Italia, pur ricordando che la direttiva europea adotta una nozione più ampia. Tra gli indici di abusività della causa, utilizzabili dal giudice anche nei procedimenti nazionali, figurano importi sproporzionati richiesti, la moltiplicazione di cause contro lo stesso soggetto, atti intimidatori o minacce e la malafede della parte attrice.

Il decreto offre per la prima volta in Italia un apparato organico di difesa preventiva contro il contenzioso pretestuoso, da far valere già nella fase di costituzione in giudizio.

PEC, notifiche e contratti: senza conservazione digitale a norma rischiano di perdere valore in giudizio

Quante PEC, notifiche telematiche e contratti firmati digitalmente transitano ogni giorno in uno studio legale? E quanti di questi documenti, se richiesti in un giudizio tra due, cinque o dieci anni, sarebbero ancora in grado di dimostrare la propria autenticità davanti a un giudice? È la domanda a cui risponde la conservazione digitale a norma di legge: un passaggio tecnico che molti professionisti considerano scontato, e che invece fa la differenza tra un documento informatico pienamente utilizzabile come prova e un file che, con il tempo, perde ogni valore probatorio.

Il Codice dell’Amministrazione Digitale (D.Lgs. 82/2005) stabilisce che la conservazione, se effettuata secondo le regole tecniche fissate dalle Linee guida AgID — obbligatorie dal 1° gennaio 2022 — soddisfa gli obblighi di legge ed equipara il documento digitale a quello cartaceo, con pari efficacia probatoria in giudizio. L’articolo 44 del CAD richiede che il sistema di conservazione garantisca autenticità, integrità, affidabilità, leggibilità e reperibilità del documento nel tempo; il Regolamento eIDAS (UE 910/2014, come modificato dal Regolamento UE 2024/1183) completa il quadro attribuendo alla marcatura temporale qualificata una presunzione di accuratezza di data e ora e di integrità dei dati, riconosciuta in tutta l’Unione Europea.

Tradotto in pratica, un documento correttamente inserito in un processo di conservazione a norma presenta tre caratteristiche che per uno studio legale fanno davvero la differenza:

  1. Conserva il proprio valore legale e probatorio nel tempo, restando idoneo e valutabile come prova in un eventuale giudizio, anche a distanza di anni dalla sua formazione.
  2. Diventa immodificabile, nel senso che il suo contenuto resta integro e non alterabile — tipicamente grazie a formati come il PDF/A, abbinati a hash crittografici e marche temporali qualificate che rendono rilevabile qualsiasi tentativo di manomissione.
  3. Resta sempre consultabile, recuperabile in qualsiasi momento ne serva l’esibizione, che si tratti di un controllo interno allo studio, di una richiesta del cliente o di una produzione in giudizio.

Per un avvocato il tema non è teorico: PEC in entrata e in uscita, notifiche e depositi del processo civile e penale telematico, contratti e atti firmati digitalmente sono ormai il cuore documentale dell’attività professionale quotidiana, e la loro corretta conservazione non è un accessorio informatico ma una condizione perché quei documenti restino, nel tempo, ciò che dovrebbero essere: prove.

Servicematica mette a disposizione degli studi legali un servizio di conservazione digitale a norma, operativo in convenzione con gli Ordini degli Avvocati di Venezia, Ancona, Rovigo e Ferrara. Per approfondire il funzionamento del servizio e le modalità pratiche di utilizzo, Servicematica organizza due appuntamenti formativi gratuiti aperti agli iscritti: il 19 novembre 2026 a Preganziol (Treviso) e il 10 dicembre 2026 a Marghera (Venezia). Due occasioni pensate per chiarire, con taglio pratico, come attivare la conservazione dei propri documenti informatici e come consultarli quando servono — prima che la domanda “questo documento vale ancora come prova?” arrivi a processo già iniziato, nel momento meno indicato per scoprire la risposta.

Il CSM scende in campo per la gip di Milano, gelo con Palazzo Chigi

Il Consiglio superiore della magistratura ha deliberato l’apertura di una “pratica a tutela” in favore di Tiziana Landoni, il giudice per le indagini preliminari di Milano che lo scorso fine settimana non ha convalidato l’arresto di Youssef Siher, ricercatore italiano di origine marocchina, amministratore del canale Telegram “Movimento 17 ottobre”.

La decisione della gip, che ha portato alla scarcerazione di Siher, ha provocato una reazione durissima da parte della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, le cui dichiarazioni sono state giudicate dalla maggioranza dei togati del CSM come un rischio di delegittimazione dell’indipendenza della magistratura. La richiesta di tutela è stata approvata dalla quasi totalità dei componenti togati, con l’eccezione dei sei membri di Magistratura Indipendente, e ha raccolto il sostegno di tre laici, Ernesto Carbone, Michele Papa e Roberto Romboli; si è dissociato il laico Enrico Aimi, secondo cui non sussisterebbero i presupposti giuridici per la procedura.

Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha dichiarato di essere rimasto “sorpreso” dalla decisione della gip, ritenendo la richiesta di custodia cautelare della procura “molto convincente”, ma ha escluso l’invio di ispettori a Milano, definendo al contempo “improprio” che i magistrati si lamentino delle critiche dei politici. Sul caso sono intervenuti anche Ignazio La Russa, Matteo Salvini, Fabio Rampelli ed esponenti di Forza Italia, mentre l’opposizione (M5S e +Europa) ha denunciato un tentativo di pressione dell’esecutivo sulla magistratura.

La vicenda, che si inserisce nello scontro più ampio tra governo e magistratura sulla separazione delle carriere, riguarda da vicino anche l’avvocatura: i difensori di Siher hanno definito “assurde” le accuse a carico del proprio assistito, e la presidenza del Tribunale di Milano ha avviato il monitoraggio dei social a tutela della giudice da eventuali minacce.

Caso Youssef, l’OCF in difesa del gip: “Incostituzionale condizionare il giudice alle indagini”

L’Organismo Congressuale Forense (OCF) è intervenuto con un comunicato stampa diffuso da Roma, in relazione alla decisione del gip di Milano che ha rimesso in libertà Youssef Siher e ai conseguenti attacchi di esponenti politici di rilievo nei confronti della giudice, ai quali avevano già fatto seguito le prese di posizione dell’Associazione nazionale magistrati e del Tribunale di Milano. L’OCF ribadisce quanto già rilevato in altre occasioni sui principi costituzionali in gioco.

Il sistema processuale italiano, in linea con la Carta Costituzionale, prevede che la limitazione della libertà personale sia disposta dal giudice solo al ricorrere dei presupposti di legge, ossia gravi indizi di colpevolezza per la commissione di un delitto. In caso di fermo dell’indagato da parte del pubblico ministero, il giudice ha il dovere, all’esito del contraddittorio tra accusa e difesa, di decidere sulla ricorrenza del pericolo di fuga e sulla richiesta di custodia in carcere. La decisione di non convalidare il fermo e di scarcerare l’indagato, per l’OCF, può essere sottoposta al successivo controllo del Tribunale della libertà, e in ogni caso le indagini successive possono sempre apportare elementi di novità su cui effettuare nuove valutazioni.

Il cuore del comunicato è un richiamo esplicito alla Costituzione: non è previsto, e anzi è incostituzionale, che il giudice debba assecondare le richieste del pubblico ministero o possa essere condizionato dall’esigenza di non vanificare le indagini della polizia. Al contrario, sottolinea l’OCF, la terzietà del giudice e la sua autonomia nel decidere costituiscono l’essenza di un sistema liberale e dello Stato di diritto; la separazione dei poteri prevista in Costituzione ha proprio la finalità di impedire ogni invasione di campo e di garantire che la libertà personale possa essere limitata solo nei casi previsti dalla legge.

Le valutazioni giuridiche, prosegue il comunicato, competono agli operatori del diritto e devono restare sottratte a qualunque pressione, fondate esclusivamente su prove e sulla struttura dei reati contestati, come accaduto nel caso di Siher Youssef. L’OCF avverte infine che ogni attacco al giudice che travalichi la legittima critica ai provvedimenti giudiziari, senza tener conto dei principi di diritto e delle regole del processo, si traduce in un attacco non solo alla magistratura ma anche al ruolo dell’avvocatura, definita “ineliminabile argine a tutela dei diritti di tutti i cittadini”.

Con questa presa di posizione, il fronte a difesa dell’indipendenza della giudice si allarga: dopo la nota congiunta del Tribunale di Milano e i rilievi dell’ANM, anche l’organismo che rappresenta l’avvocatura istituzionale italiana entra nel dibattito, rivendicando per la categoria un ruolo di presidio dei diritti accanto, e non subordinato, a quello della magistratura.

“L’Ilva è finita”: la Cassazione dice no al ricorso, stop definitivo all’area a caldo di Taranto

La Corte di Cassazione, a Sezioni Unite civili, ha respinto nel primo pomeriggio di oggi i ricorsi straordinari presentati da Ilva, Acciaierie d’Italia spa e Acciaierie d’Italia holding contro il decreto della Corte d’Appello di Milano che ha ordinato lo stop dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico di Taranto, il più grande complesso d’acciaio d’Europa, esteso su circa 15 chilometri quadrati.

Il decreto originario, datato 27 luglio 2026 e confermato dalla Corte d’Appello alle udienze del 9 e del 30 settembre, aveva concesso all’azienda 90 giorni per adeguarsi. La decisione della Cassazione, pronunciata dopo l’udienza del 20 ottobre, si fonda su due motivazioni autonome: la presenza di amianto negli altiforni e le emissioni di polveri sottili PM10 e PM2,5. I giudici hanno dichiarato inammissibili, per difetto di legittimazione, le contestazioni sullo studio di impatto sanitario e sul parere dell’Istituto Superiore di Sanità del 30 luglio 2024 alla base dell’AIA 2025; ma poiché il motivo relativo all’amianto regge da solo, il decreto resta valido anche a prescindere dall’esito delle censure sulle emissioni.

Tra i riferimenti normativi richiamati dalla Corte, la direttiva UE 2024/2881, che fissa limiti più stringenti per il particolato PM10 e PM2,5 in linea con le linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità, e che gli Stati membri devono recepire entro l’11 dicembre 2026. A difendere il decreto, due controricorsi presentati da cittadini di Taranto.

Lo stop produttivo è di fatto già in corso: gli impianti sono nella fase di preraffreddamento e, secondo le prime ricostruzioni, il passaggio successivo sarà la rimozione della “salamandra”, lo strato di ghisa residua che si deposita sul fondo dell’altoforno, da liquefare portando la temperatura a livelli che ne consentano lo svuotamento. La produzione di acciaio a Taranto, che nel 2007 sfiorava i 10 milioni di tonnellate l’anno, nel 2025 si è fermata a circa 2 milioni; gli altri siti del gruppo, a Cornigliano, Novi Ligure e Racconigi, trattano solo lavorazioni a freddo e restano fuori dal perimetro della decisione.

La sentenza consolida un principio destinato a fare giurisprudenza: il diritto alla salute, se sorretto da evidenze scientifiche solide anche su un solo profilo di rischio (qui l’amianto), può da solo giustificare la sospensione di un’attività produttiva, a prescindere dalla tenuta degli altri motivi di doglianza ambientale.

Stop call center: la soluzione di Apple con il filtro spam

Apple ha rilasciato il 26-27 ottobre 2026 l’aggiornamento iOS 27.2, che porta anche in italiano una funzione pensata proprio per arginare il fenomeno delle chiamate indesiderate: call center, telemarketing aggressivo e tentativi di truffa telefonica. La funzione si chiama ufficialmente “Chiedi il motivo della chiamata” e si trova dentro il filtro per i numeri sconosciuti dell’app Telefono.

Il meccanismo è semplice ma efficace, e lo abbiamo verificato con una prova diretta.

  1. Quando chiama un numero non salvato in Rubrica, l’iPhone non squilla subito: sul lock screen compare una notifica “Filtro chiamate – Numero sconosciuto”, con la scritta “iPhone sta chiedendo il nome e il motivo della chiamata”.
  2. Basta cliccare “Tocca per visualizzare” per vedere cosa succede in tempo reale: è l’iPhone stesso, con una voce automatica, a rispondere al posto dell’utente e a chiedere all’interlocutore chi è e perché sta chiamando.
  3. Quello che succede dopo si vede a schermo come una vera conversazione testuale: il telefono scrive “Ciao, se registri il tuo nome e il motivo della chiamata, verificherò se questa persona è disponibile”, e la risposta di chi chiama viene trascritta in diretta, a bolle, come in una chat. Nel nostro test, al numero sconosciuto che si è qualificato come “Mario” interessato a nuove tariffe telefoniche, è bastato leggere la trascrizione per capire subito che si trattava di una chiamata commerciale non richiesta.
  4. A quel punto si può accettare, rifiutare, oppure scrivere una risposta che l’iPhone legge a voce alta al chiamante (il contatto resta “in linea”, ora etichettato “Mario (forse)”, con l’opzione di lasciare un messaggio in segreteria dopo il segnale acustico). Tutta l’elaborazione, incluso il riconoscimento vocale, avviene sul dispositivo.

Come attivarla?

Per attivarla: Impostazioni > App > Telefono > Filtra i numeri sconosciuti, con tre opzioni – Mai, Chiedi il motivo della chiamata, Silenzia. La novità è il filtro intermedio, che lascia passare le chiamate legittime (corrieri, studi professionali, appuntamenti di lavoro) e blocca sul nascere il resto. Due limiti pratici: non funziona in roaming, e dopo una chiamata ai numeri di emergenza l’identificazione del chiamante si disattiva per 24 ore.

Per chi riceve ogni giorno telefonate commerciali o tentativi di truffa a nome di finte compagnie telefoniche, banche o corrieri, è uno strumento concreto e gratuito, integrato nel sistema, senza app di terze parti né abbonamenti.

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