Compensi legali: la prescrizione parte dalla fine effettiva del rapporto

Quando inizia davvero a decorrere la prescrizione del compenso dell’avvocato? La risposta arriva dalla Corte di Cassazione, che con l’ordinanza n. 2222 del 3 febbraio 2026 ha fornito un chiarimento rilevante per la professione forense e per i rapporti tra legale e assistito.

Secondo i giudici di legittimità, il termine di prescrizione del credito dell’avvocato non decorre automaticamente dal momento in cui il cliente vede soddisfatto il proprio interesse sostanziale, ma dalla conclusione effettiva del rapporto professionale, che coincide con la definizione formale della vicenda.

Quando un incarico può dirsi concluso

La Corte ha ribadito un principio importante: le ipotesi di “affare concluso” previste dall’articolo 2957 del Codice civile non costituiscono un elenco chiuso. Non si limitano, quindi, ai casi espressamente indicati – come la revoca del mandato o la conciliazione – ma comprendono ogni situazione che determini, in modo chiaro e inequivocabile, la cessazione del rapporto tra cliente e avvocato.

In questa prospettiva, il venir meno dell’interesse sostanziale del cliente non è sufficiente, da solo, a far partire la prescrizione se il rapporto professionale è ancora formalmente in essere.

Il caso: ricorso al Tar e perenzione

La vicenda esaminata riguarda un avvocato che aveva assistito uno studente in un ricorso al Tar per l’accesso al corso di laurea in odontoiatria. Il giudizio era rimasto sospeso a seguito di una questione di legittimità costituzionale sul numero chiuso, per poi essere dichiarato perento dopo un intervento normativo che aveva confermato l’accesso programmato e sanato alcune posizioni.

Il cliente sosteneva che, essendo stato raggiunto il risultato sostanziale (l’immatricolazione), il termine di prescrizione dovesse decorrere dalla legge sopravvenuta. La Cassazione ha invece chiarito che la decorrenza parte solo dal momento in cui il giudice dichiara formalmente la perenzione del processo, poiché fino ad allora il rapporto professionale deve considerarsi ancora attivo.

Prescrizione e prova della cessazione del mandato

Un ulteriore passaggio della decisione riguarda la prova della cessazione del mandato. La Corte sottolinea che la revoca da parte del cliente e la rinuncia del difensore non richiedono forme particolari e possono essere dimostrate anche attraverso presunzioni.

Si tratta di un aspetto pratico di rilievo, che amplia gli strumenti a disposizione per accertare quando il rapporto professionale si sia effettivamente concluso.


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Scuola superiore della magistratura, cambio al vertice

Si apre una nuova fase per la Scuola superiore della magistratura, l’organo deputato alla formazione dei magistrati italiani, al centro di un passaggio istituzionale che ha suscitato reazioni contrastanti. Silvana Sciarra, già presidente della Corte costituzionale, non è stata confermata alla guida della Scuola e ha rassegnato le dimissioni dal comitato direttivo. Al suo posto è stato eletto Mauro Paladini, docente di diritto privato all’Università di Milano-Bicocca e già vicepresidente dell’istituzione.

La nomina di Paladini si inserisce in un contesto particolarmente delicato, segnato anche dal dibattito politico sulla riforma della giustizia. Il suo profilo, considerato vicino ad ambienti favorevoli alla riforma Nordio, ha alimentato critiche da parte di esponenti dell’opposizione, che hanno letto la scelta come espressione di un orientamento politico. Di diverso avviso chi, anche all’interno del Consiglio superiore della magistratura, ha difeso la decisione sottolineando il curriculum accademico e l’esperienza maturata dallo stesso Paladini nella Scuola.

Al di là delle letture politiche, il cambio al vertice evidenzia anche alcune tensioni interne alla magistratura. Non è passato inosservato il fatto che il nuovo presidente non provenga dalla componente togata, a differenza della tradizione prevalente. Un elemento che, insieme alla composizione del comitato direttivo, ha riacceso il confronto sugli equilibri tra membri togati e laici.

A incidere sull’esito finale è stata anche una complessa vicenda procedurale legata alla composizione del direttivo. Un posto inizialmente assegnato è stato oggetto di impugnazione e successiva revisione, con effetti concreti sugli assetti di voto. In particolare, la mancata partecipazione di uno dei componenti che avrebbe potuto esprimersi in favore di Sciarra ha contribuito a determinare il risultato finale.

La decisione di Sciarra di non partecipare al voto conclusivo e di lasciare l’incarico segna simbolicamente la chiusura di una fase. Al tempo stesso, la nuova guida della Scuola si trova ad affrontare una sfida non secondaria: garantire autorevolezza e indipendenza a un’istituzione centrale per la qualità della giurisdizione, in un momento in cui il sistema giustizia è attraversato da profonde trasformazioni.

Il passaggio di consegne, dunque, non rappresenta solo un avvicendamento, ma diventa il riflesso di un equilibrio ancora in evoluzione tra autonomia della magistratura, indirizzo politico e gestione delle istituzioni di formazione. Un terreno su cui, con ogni probabilità, il confronto resterà aperto nei prossimi mesi.


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Cavi sottomarini e reti strategiche: l’UE investe 200 milioni per la sicurezza digitale

La Commissione europea accelera sulla sicurezza delle infrastrutture digitali e mette in campo 200 milioni di euro per sostenere progetti strategici nel settore delle reti ad alta capacità, con particolare attenzione ai cavi sottomarini. Si tratta di un intervento che si inserisce nel quadro del Meccanismo per collegare l’Europa (MCE), uno degli strumenti chiave della politica digitale europea.

180 milioni per reti più sicure e resilienti

Il primo bando, con una dotazione di 180 milioni di euro, è destinato alla realizzazione o al potenziamento significativo delle reti dorsali. L’obiettivo è rafforzare tre elementi centrali per l’ecosistema digitale europeo:

  • sicurezza delle infrastrutture, sempre più esposte a rischi anche di natura geopolitica;
  • capacità trasmissiva, per sostenere la crescita dei dati e dei servizi digitali;
  • resilienza, intesa come capacità di resistere e reagire a guasti, attacchi o eventi naturali.

Particolare rilievo viene attribuito a 13 progetti considerati prioritari a livello europeo nel settore dei cavi sottomarini, infrastrutture essenziali per il traffico globale di dati e per la sovranità digitale dell’Unione.

20 milioni per infrastrutture intelligenti

Il secondo invito, da 20 milioni di euro, guarda invece all’innovazione tecnologica applicata alle infrastrutture esistenti. I finanziamenti sono destinati a progetti che introducano sistemi avanzati di monitoraggio e protezione, con funzionalità come:

  • raccolta e analisi in tempo reale dei dati;
  • miglioramento dei sistemi di allerta precoce;
  • rilevamento di fenomeni sismici e tsunami;
  • monitoraggio degli impatti dei cambiamenti climatici.

L’obiettivo è sviluppare una vera e propria “intelligenza infrastrutturale”, capace di aumentare la consapevolezza situazionale e prevenire criticità prima che si trasformino in emergenze.

Un tassello della strategia europea

L’iniziativa conferma la centralità delle infrastrutture digitali nella strategia europea per la sicurezza e la competitività. I cavi sottomarini, in particolare, rappresentano una componente critica: veicolano la quasi totalità del traffico internet globale e sono sempre più al centro di attenzioni strategiche e rischi di sabotaggio.

Attraverso il MCE digitale, l’Unione punta quindi a costruire un sistema più robusto, capace di garantire continuità operativa e protezione dei dati anche in scenari complessi.

Scadenze e opportunità

I soggetti interessati potranno presentare le proprie proposte entro il 30 giugno 2026. Si tratta di un’opportunità rilevante per operatori, consorzi e soggetti pubblici e privati attivi nel settore delle telecomunicazioni e delle infrastrutture digitali.


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Gestione separata INPS: non basta il reddito, conta l’abitualità dell’attività professionale

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 6000 del 17 marzo 2026, interviene su un tema di grande interesse per i professionisti iscritti agli albi, offrendo un chiarimento importante in materia previdenziale: l’obbligo di iscrizione alla Gestione separata INPS non dipende esclusivamente dal reddito prodotto, ma dalla natura dell’attività svolta.

Il principio: centralità dell’abitualità

Secondo la Suprema Corte, gli avvocati – così come altri professionisti, tra cui i commercialisti – sono tenuti a iscriversi alla Gestione separata INPS e a versare i relativi contributi quando esercitano l’attività in modo abituale, anche se non esclusivo, e producono redditi non assoggettati a contribuzione presso la Cassa professionale di riferimento.

Il punto chiave della decisione è proprio questo: ciò che rileva non è tanto l’ammontare del reddito, quanto il carattere abituale dell’attività professionale.

La soglia dei 5.000 euro: non è decisiva

La Corte precisa che il limite dei 5.000 euro annui – previsto dalla normativa per il lavoro autonomo occasionale – non può essere utilizzato come unico parametro per stabilire l’obbligo di iscrizione.

Se è vero che il mancato superamento di tale soglia può rappresentare un indizio di occasionalità, esso non è sufficiente, da solo, a escludere l’abitualità dell’attività. Il giudice deve infatti valutare il complesso degli elementi disponibili, anche attraverso presunzioni.

Diversamente, si finirebbe per far coincidere automaticamente l’obbligo contributivo con il superamento di una soglia reddituale, svuotando di significato il criterio sostanziale dell’abitualità.

La “scelta a monte” del professionista

Un passaggio particolarmente significativo dell’ordinanza riguarda la qualificazione dell’attività: l’abitualità deve essere valutata come una scelta organizzativa e professionale del soggetto, e non come una conseguenza ex post del reddito prodotto.

In altri termini, ciò che conta è l’intenzione e la modalità con cui il professionista decide di esercitare l’attività, indipendentemente dai risultati economici effettivamente conseguiti.

Il caso concreto

La Cassazione ha accolto il ricorso incidentale di un’avvocata iscritta all’albo che versava esclusivamente il contributo integrativo alla Cassa forense, senza però maturare una posizione previdenziale autonoma. La decisione si inserisce in un contesto diffuso, in cui molti professionisti svolgono l’attività in forma non esclusiva e con redditi contenuti.


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Giustizia, al via le stabilizzazioni PNRR: 9.368 assunzioni. L’UNCC: ora serve la riforma del processo

Entrano nel vivo le procedure di stabilizzazione del personale della giustizia finanziato con il PNRR. Il Ministero della Giustizia ha pubblicato i bandi per l’assunzione a tempo indeterminato di migliaia di lavoratori oggi impiegati con contratti a termine negli uffici giudiziari.

Il piano complessivo prevede la stabilizzazione di 9.368 unità a partire dal 1° luglio 2026, data che coincide con la scadenza degli attuali contratti. I profili interessati riguardano tre aree strategiche: 712 tecnici di amministrazione, 1.488 operatori data entry e 6.919 addetti all’Ufficio per il processo.

Le domande dovranno essere presentate esclusivamente online entro il 15 aprile 2026, attraverso il portale dedicato, con l’avvertenza – da parte dello stesso Ministero – di evitare l’invio negli ultimi giorni per possibili rallentamenti del sistema.

Selezione tra prova scritta e anzianità

Le modalità di selezione prevedono un meccanismo flessibile. Nel caso in cui il numero delle domande superi i posti disponibili, sarà prevista una prova scritta. In alternativa, la selezione potrà avvenire sulla base dei titoli e dell’anzianità di servizio.

Quest’ultima assume un peso rilevante: fino a 30 punti potranno essere attribuiti in funzione dei mesi lavorati, con un sistema progressivo che valorizza l’esperienza maturata negli uffici giudiziari. Ulteriori 30 punti sono riservati ai titoli di studio e alle qualificazioni professionali.

I dati più recenti indicano una platea di oltre 11 mila lavoratori in servizio a inizio 2026, numero progressivamente ridotto anche a causa di rinunce. Questo elemento potrebbe incidere sulla necessità o meno di ricorrere alla prova selettiva.

Un investimento strutturale sulla giustizia

La pubblicazione dei bandi rappresenta un passaggio significativo nel rafforzamento degli organici della giustizia. Non si tratta solo di una misura emergenziale legata al PNRR, ma – come evidenziato dal Ministro della Giustizia – di un intervento sostenuto anche da risorse proprie dell’amministrazione.

Un segnale che indica la volontà di trasformare il rafforzamento temporaneo in un investimento stabile, con effetti destinati a incidere sull’organizzazione degli uffici giudiziari.

Il ruolo del personale negli uffici giudiziari

Negli ultimi anni, il contributo degli addetti all’Ufficio per il processo e del personale amministrativo si è rivelato determinante per il funzionamento della macchina giudiziaria. La loro presenza ha consentito di sostenere il carico di lavoro e migliorare, in parte, i tempi della giustizia.

La stabilizzazione di queste figure rappresenta quindi anche un riconoscimento del lavoro svolto e delle competenze maturate sul campo.

L’UNCC: bene le assunzioni, ma non bastano

Sull’operazione è intervenuta l’Unione Nazionale delle Camere Civili, che ha espresso apprezzamento per la pubblicazione dei bandi e per il percorso che ha portato alla trasformazione di migliaia di rapporti precari in contratti a tempo indeterminato.

Allo stesso tempo, l’UNCC sottolinea come il rafforzamento degli organici non possa essere considerato sufficiente. Per ottenere un reale miglioramento del sistema giustizia, sarà necessario intervenire in modo organico sul processo civile.

Secondo le Camere Civili, la nuova fase che si apre richiede una riforma strutturale capace di rendere più efficiente la giurisdizione e di valorizzare il ruolo dell’avvocatura, riconosciuta come componente essenziale del sistema.


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Nasce la EU-Inc: la società europea digitale che si costituisce in 48 ore

Un nuovo modello di impresa europea, interamente digitale e pensato per superare le frammentazioni nazionali. È questo l’obiettivo della proposta di regolamento che introduce la cosiddetta EU-Inc, una società a responsabilità limitata europea destinata a essere operativa in tutti i 27 Stati membri.

Il progetto, che sarà presentato al Parlamento europeo, si inserisce nella strategia dell’Unione per semplificare la vita delle imprese e rendere più competitivo il mercato unico, soprattutto per startup e scaleup.

Una società “nativa digitale”

La caratteristica più innovativa della EU-Inc è la totale digitalizzazione del ciclo di vita societario. La costituzione potrà avvenire interamente online, senza presenza fisica, attraverso modelli standard europei.

I tempi previsti sono estremamente ridotti: la registrazione potrà essere completata in circa 48 ore, con un costo contenuto entro i 100 euro. Anche le fasi successive – modifiche statutarie, deposito dei bilanci, fino alla liquidazione – seguiranno lo stesso approccio digitale.

Per rendere possibile questo sistema, sarà utilizzata una piattaforma europea interconnessa ai registri nazionali delle imprese, basata sul sistema BRIS (Business Register Interconnection System).

Un quadro unico per operare in Europa

L’iniziativa punta a creare un regime giuridico uniforme, definito dalla Commissione come una sorta di “28° ordinamento”, che si affianca ai sistemi nazionali senza sostituirli.

La EU-Inc sarà accessibile a una o più persone fisiche o giuridiche e potrà nascere sia ex novo sia attraverso operazioni transfrontaliere. I soci beneficeranno della responsabilità limitata e la società acquisirà personalità giuridica al momento della registrazione.

L’obiettivo è eliminare gli ostacoli burocratici che oggi rendono complesso operare in più Paesi, offrendo un’unica cornice normativa per l’intero mercato europeo.

Stop alla duplicazione degli adempimenti

Tra gli elementi di maggiore semplificazione vi è l’automatizzazione dei flussi informativi. I dati societari – inclusi identificativo europeo, codice fiscale e partita IVA – saranno trasmessi direttamente dal registro imprese alle autorità competenti.

In questo modo si elimina la necessità di ripetere le stesse comunicazioni a più enti, riducendo tempi e oneri amministrativi.

Controlli più rapidi, ma non assenti

La semplificazione non comporta l’assenza di verifiche. Il sistema prevede comunque controlli preventivi, che potranno essere di natura amministrativa, giudiziaria o notarile, finalizzati a prevenire abusi, frodi e fenomeni di riciclaggio.

Il ruolo del notaio, in particolare, resta centrale nelle verifiche di identità e nella legalità degli atti, seppur all’interno di una procedura più snella e standardizzata.

Fiscalità e incentivi per attrarre investimenti

Il progetto introduce anche alcune novità sul piano fiscale e finanziario. Tra queste, la previsione di evitare fenomeni di doppia imposizione e la possibilità di utilizzare strumenti di partecipazione per dipendenti e amministratori.

In particolare, è prevista l’emissione di warrant e stock option secondo uno schema armonizzato a livello europeo, con un regime fiscale che dovrebbe prevedere la tassazione solo al momento della realizzazione del guadagno.

Liquidazione accelerata e digitale

Anche la fase di uscita dal mercato viene semplificata. La liquidazione potrà seguire una procedura rapida e interamente online, con tempi ridotti e opposizione dei creditori entro termini brevi.

Il meccanismo sarà applicabile in presenza di determinate condizioni, come l’assenza di debiti o il consenso dei creditori.

Un cambio di paradigma per il diritto societario europeo

Con la EU-Inc, l’Unione europea prova a ridefinire le regole del fare impresa in chiave digitale e transnazionale. L’iniziativa rappresenta un tentativo concreto di rendere il mercato unico più accessibile, riducendo le barriere normative e amministrative.

Resta ora da verificare il percorso di approvazione e i dettagli applicativi, ma la direzione è chiara: meno frammentazione, più integrazione e un ecosistema più favorevole all’innovazione.


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Influencer marketing, Agcom pubblica le FAQ operative: più chiarezza su regole e trasparenza

L’influencer marketing entra sempre più nel perimetro delle regole. Con la pubblicazione delle FAQ e dei documenti di orientamento collegati alle Linee guida e al Codice di condotta, l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni compie un passo ulteriore verso la definizione di un quadro chiaro e applicabile nella pratica quotidiana.

Non si tratta di un semplice richiamo normativo. Il valore aggiunto dell’intervento dell’Autorità è proprio nella traduzione delle regole in indicazioni operative, pensate per rispondere ai dubbi più frequenti di chi opera sui social.

Quando un contenuto è pubblicità

Uno dei nodi principali riguarda la qualificazione dei contenuti. Le FAQ chiariscono che non serve un contratto formale perché un contenuto sia considerato promozionale: è sufficiente anche un vantaggio indiretto, come l’invio di prodotti, l’invito a eventi o altre forme di collaborazione.

Questo approccio amplia significativamente il perimetro della trasparenza, richiedendo agli influencer una maggiore attenzione nella comunicazione con il pubblico.

Disclosure: come e dove inserirla

Altro punto centrale è quello delle diciture pubblicitarie. L’Autorità non si limita a indicare l’obbligo di segnalare i contenuti sponsorizzati, ma entra nel dettaglio delle modalità:

  • le diciture devono essere chiare, immediate e visibili
  • devono essere adattate al formato (post, video, stories, dirette)
  • non possono essere nascoste o difficilmente individuabili

L’obiettivo è evitare ambiguità e garantire che l’utente comprenda immediatamente la natura commerciale del contenuto.

Tutela dei minori e contenuti sensibili

Particolare attenzione è dedicata alla protezione dei minori e al rispetto dei diritti fondamentali. Le linee guida richiamano gli influencer a una responsabilità rafforzata, soprattutto quando i contenuti possono incidere su un pubblico giovane o vulnerabile.

Si tratta di un passaggio rilevante, che avvicina sempre più la figura dell’influencer a quella di un vero e proprio operatore della comunicazione.

Un quadro normativo integrato

Accanto alle FAQ, il secondo documento pubblicato da Agcom offre una lettura sistematica della disciplina, collegando l’attività degli influencer alle principali fonti normative:

  • Testo unico dei servizi media audiovisivi (TUSMA)
  • Codice del Consumo
  • Regolamento europeo sui servizi digitali (DSA)
  • Digital Chart dello IAP

Ne emerge un sistema articolato, in cui l’influencer marketing non è più una zona grigia, ma un ambito regolato e sempre più strutturato.

Chi deve adeguarsi

Le regole si rivolgono in particolare agli influencer “rilevanti”, individuati sulla base di soglie di follower o visualizzazioni. Tuttavia, i principi di trasparenza e correttezza hanno una portata più ampia e rappresentano ormai uno standard di riferimento per tutto il settore.

Dalla spontaneità alla responsabilità

Il messaggio che emerge è chiaro: la comunicazione digitale non può più essere considerata uno spazio privo di regole. La crescita economica e sociale dell’influencer marketing impone un salto di qualità in termini di responsabilità.

Per operatori, aziende e professionisti del diritto, le FAQ Agcom rappresentano uno strumento prezioso per orientarsi in un contesto in evoluzione, riducendo i margini di errore e favorendo comportamenti corretti.

Per tutte le informazioni relative alla disciplina degli influencer è possibile consultare la pagina dedicata sul sito agcom.it.


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Truffe bancarie digitali: il nuovo volto delle mafie passa da sms e telefonate

Basta un messaggio. Un sms o una mail che sembrano arrivare direttamente dalla propria banca, con un tono essenziale ma allarmante: un accesso sospetto, un dispositivo non riconosciuto, la richiesta urgente di verificare. È in quel momento, tra paura e impulso a proteggere i propri risparmi, che si apre la prima crepa.

Il link contenuto nel messaggio conduce a un sito che replica in modo quasi perfetto quello dell’istituto di credito. L’utente inserisce i propri dati, convinto di agire per mettere al sicuro il conto. Ma il vero inganno prende forma subito dopo.

Il telefono squilla. Sul display compare il numero ufficiale della banca. Non è un caso: si tratta di una tecnica chiamata caller ID spoofing, che consente di mascherare l’origine della chiamata. Dall’altra parte risponde una voce calma, professionale, rassicurante. L’interlocutore si presenta come operatore antifrode, talvolta con nomi comuni e credibili, e informa il cliente di un presunto attacco in corso.

A questo punto la strategia si raffina. La vittima viene coinvolta in una simulazione sempre più realistica: talvolta entra in scena un finto operatore delle forze dell’ordine, contattato direttamente dal truffatore per “rafforzare” la credibilità dell’allarme. Il racconto è costruito per isolare psicologicamente il cliente, insinuando il sospetto che il problema provenga addirittura dall’interno della sua banca.

Il passo successivo è decisivo. Sotto la guida telefonica, la vittima viene convinta a effettuare un bonifico immediato verso un conto definito “di sicurezza”. Un trasferimento istantaneo, quindi non revocabile, che in realtà sposta il denaro direttamente nelle mani dei truffatori.

Non si tratta più di episodi isolati. Le indagini hanno fatto emergere una vera e propria struttura organizzata, con modalità operative standardizzate, orari di lavoro simili a quelli degli uffici e ruoli ben definiti tra informatici e telefonisti specializzati nel cosiddetto vishing (phishing vocale). Un sistema capace di operare su larga scala, con ramificazioni anche all’estero.

Le vittime sono distribuite su tutto il territorio nazionale: dal Nord al Sud, senza distinzione geografica. In alcuni casi, le somme sottratte raggiungono cifre molto elevate, segno di un meccanismo ormai affinato e altamente efficace.

Secondo gli inquirenti, siamo di fronte a una trasformazione profonda della criminalità organizzata. Le tradizionali attività illegali si affiancano oggi a modelli sofisticati basati su tecnologia e manipolazione psicologica. L’ingegneria sociale diventa così l’arma principale: non è il sistema informatico a essere violato, ma la fiducia delle persone.


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Cyberattacchi in forte crescita: l’Italia tra i Paesi più colpiti nel 2025

L’Italia si conferma uno dei principali bersagli degli attacchi informatici a livello internazionale. Nel 2025 gli incidenti cyber gravi registrati nel Paese sono stati 507, con un aumento del 42% rispetto ai 357 rilevati l’anno precedente.

È quanto emerge dal Rapporto Clusit 2026 sulla sicurezza informatica, presentato in anteprima nei giorni scorsi e al centro del Security Summit in programma a Milano dal 17 al 19 marzo.

Un fenomeno in crescita a livello globale

Il quadro internazionale mostra un’escalation delle minacce digitali. Nel 2025 sono stati registrati 5.265 attacchi informatici gravi nel mondo, con un incremento del 49% rispetto al 2024.

Se si osserva l’andamento degli ultimi cinque anni, la crescita complessiva degli incidenti ha raggiunto il 157%. Si tratta di episodi particolarmente rilevanti, cioè attacchi andati a buon fine con conseguenze economiche, tecnologiche, legali o reputazionali significative per le organizzazioni colpite. Gli esperti ricordano inoltre che questi dati rappresentano soltanto una parte del fenomeno reale, poiché molti attacchi non vengono rilevati o segnalati.

Italia nel mirino degli attaccanti

Con il 9,6% degli incidenti registrati a livello mondiale, l’Italia si colloca tra i Paesi più colpiti. Gli attacchi provengono principalmente da due categorie di attori: i cybercriminali, responsabili del 61% degli episodi, e i cosiddetti cyberattivisti, che rappresentano il restante 39%.

Proprio il cyberattivismo è il fenomeno che ha registrato la crescita più significativa: gli attacchi di questa natura sono aumentati del 145% rispetto al 2024. Si tratta spesso di azioni dimostrative legate a cause politiche o sociali, ma capaci di generare forte impatto mediatico e reputazionale.

Secondo gli analisti, l’Italia risulta particolarmente esposta a questo tipo di operazioni anche a causa di una preparazione ancora disomogenea delle organizzazioni pubbliche e private e di una comunicazione che tende talvolta ad amplificare la percezione del rischio.

I settori più colpiti

Tra le principali vittime degli attacchi informatici nel nostro Paese figurano le istituzioni pubbliche. Il settore governativo, militare e delle forze dell’ordine ha concentrato oltre il 28% degli incidenti registrati nel 2025, con una crescita del 290% in valore assoluto rispetto all’anno precedente.

Segue il comparto manifatturiero, che rappresenta il 12,6% degli attacchi. A livello globale, inoltre, il 16% degli incidenti informatici che hanno colpito il settore industriale ha riguardato aziende italiane.

Altri ambiti interessati sono quello dei trasporti e della logistica, che ha registrato un aumento degli attacchi superiore al 130%, e le campagne rivolte a “obiettivi multipli”, cioè operazioni indiscriminate che colpiscono organizzazioni di diversi settori contemporaneamente.

Il settore sanitario, invece, ha registrato una riduzione relativa degli attacchi, rappresentando circa l’1,8% degli incidenti totali nel Paese.

Cyberattivismo e guerra ibrida

La crescita degli attacchi di matrice politica o geopolitica si inserisce in un contesto internazionale sempre più complesso. In Europa numerosi collettivi digitali conducono campagne di attacco contro infrastrutture, istituzioni e imprese dei Paesi considerati avversari.

Queste operazioni, spesso rivendicate pubblicamente, mirano a ottenere visibilità, diffondere propaganda o mettere in discussione la credibilità delle istituzioni. Gli esperti parlano sempre più spesso di “guerra ibrida”, nella quale sabotaggio informatico, disinformazione e pressione politica si intrecciano.

In alcuni casi, inoltre, reti criminali tradizionali vengono utilizzate indirettamente da Stati o gruppi geopolitici per destabilizzare sistemi economici e istituzionali.

Il cybercrime diventa industria

Accanto al cyberattivismo continua a crescere anche la criminalità informatica tradizionale. Nel 2025 quasi il 90% degli attacchi globali è riconducibile al cybercrime, con un aumento del 55% rispetto all’anno precedente.

Un fattore decisivo è la diffusione del modello cosiddetto cybercrime-as-a-service: malware, ransomware e strumenti di attacco vengono venduti online come servizi pronti all’uso, permettendo anche a gruppi poco strutturati di condurre operazioni sofisticate. Questo fenomeno moltiplica il numero degli attori coinvolti e rende sempre più difficile distinguere tra criminalità digitale pura e operazioni con finalità geopolitiche.

L’impatto dell’intelligenza artificiale

Negli ultimi anni anche l’intelligenza artificiale sta trasformando il panorama della sicurezza informatica.

Da un lato, sistemi automatizzati e tecnologie avanzate rafforzano le capacità di difesa e monitoraggio. Dall’altro, però, l’IA può essere utilizzata dagli aggressori per sviluppare malware più sofisticati, individuare vulnerabilità nei sistemi o manipolare i dati utilizzati per l’addestramento degli algoritmi.

Cybersicurezza e sicurezza nazionale

Il crescente numero di attacchi dimostra come la cybersicurezza sia diventata una questione strategica per gli Stati. Gli attacchi informatici possono infatti colpire infrastrutture critiche, reti energetiche, sistemi sanitari o servizi pubblici essenziali, con effetti diretti sulla vita quotidiana dei cittadini. Negli ultimi anni anche l’Italia ha rafforzato le proprie capacità di difesa digitale, istituendo l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale e adeguando la normativa alle nuove direttive europee.


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Materie prime sotto controllo, ma energia in forte rialzo: bollette più care per le famiglie italiane

A due settimane dall’inizio del conflitto in Iran, i mercati internazionali delle materie prime mostrano un andamento complessivamente stabile. A differenza di quanto accaduto in altre crisi geopolitiche recenti, non si registrano aumenti generalizzati dei prezzi delle principali commodities.

Le quotazioni di numerosi metalli industriali, infatti, risultano persino in lieve calo: il nickel segna una flessione dell’1,9 per cento, il rame del 2,6, il piombo del 2,7, lo zinco del 3 e lo stagno del 7,9. Un andamento che segnala, almeno per ora, una buona capacità di tenuta dei mercati internazionali e delle catene di approvvigionamento globali nonostante il clima di forte incertezza geopolitica.

Energia sotto pressione

La situazione cambia però se si guarda al comparto energetico. Secondo le rilevazioni dell’Ufficio studi della CGIA, le tensioni legate alla crisi mediorientale stanno incidendo soprattutto sui combustibili fossili.

Nelle ultime settimane il prezzo del petrolio è cresciuto del 45,8 per cento, mentre quello del gas ha registrato un incremento ancora più marcato, pari al 62 per cento. Un balzo significativo, superiore persino agli aumenti osservati nei primi giorni successivi all’invasione russa dell’Ucraina.

Questi movimenti confermano la particolare vulnerabilità dei mercati energetici alle tensioni geopolitiche, soprattutto quando i conflitti coinvolgono aree strategiche per la produzione e il transito delle risorse energetiche.

Uno scenario diverso rispetto alla crisi del 2022

Il confronto con la crisi innescata dall’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022 evidenzia differenze significative. All’epoca, già nei primi quindici giorni di guerra, si registrò una vera e propria impennata generalizzata delle materie prime.

Il nickel arrivò a crescere di quasi il 94 per cento, il gas del 48 per cento, mentre i cereali subirono forti rincari: il mais salì del 30,3 per cento e il frumento del 29,2. Anche petrolio e alluminio registrarono aumenti rilevanti.

Quella reazione dei mercati fu determinata dal ruolo centrale di Russia e Ucraina nelle catene di approvvigionamento globali, in particolare nei settori energetico, agricolo e metallurgico. Il rischio di interruzione di queste forniture generò immediatamente uno shock sull’offerta mondiale.

Il contesto mediorientale appare, almeno in questa fase, meno destabilizzante per il sistema delle commodities globali. Tuttavia l’evoluzione del conflitto resta una variabile decisiva: un eventuale ampliamento dello scontro o il coinvolgimento diretto di altri grandi produttori energetici potrebbe cambiare rapidamente lo scenario.

Bollette più care: +9,3 miliardi per le famiglie

Nonostante l’assenza di una fiammata generalizzata dei prezzi delle materie prime, le famiglie italiane potrebbero comunque subire un aumento significativo dei costi energetici.

Secondo le stime di Nomisma Energia, la spesa media annua per luce e gas potrebbe crescere di circa 350 euro per nucleo familiare. Sulla base di questa previsione, l’Ufficio studi della CGIA calcola che l’impatto complessivo sulle circa 26,7 milioni di famiglie italiane potrebbe raggiungere i 9,3 miliardi di euro.

Gli effetti più pesanti si concentrerebbero nelle grandi aree metropolitane. A Roma l’aumento complessivo della spesa energetica potrebbe arrivare a oltre 705 milioni di euro, a Milano a circa 554 milioni e a Napoli a poco più di 406 milioni.

All’opposto, le province con l’impatto più contenuto sarebbero Vibo Valentia, Aosta e Isernia.

Carburanti in aumento

Le tensioni sui mercati energetici hanno avuto effetti immediati anche sui prezzi dei carburanti.

Dall’inizio delle operazioni militari in Iran, il costo della benzina in modalità self service è salito dell’8,7 per cento, mentre il diesel ha registrato un incremento ancora più consistente, pari al 18,2 per cento.

Un aumento che incide direttamente su molte categorie professionali che utilizzano quotidianamente veicoli per lavoro: autotrasportatori, tassisti, operatori del turismo, pescatori e agricoltori. Il rincaro dei carburanti rischia quindi di riflettersi sull’intero sistema produttivo.

Le possibili misure per contenere i rincari

Per attenuare l’impatto di questi aumenti su famiglie e imprese, diversi interventi sono considerati prioritari. Nel breve periodo, una riduzione temporanea delle accise sui carburanti o una rimodulazione dell’Iva sulle bollette potrebbe offrire un sollievo immediato ai consumatori.

Un’altra leva riguarda la revisione degli oneri di sistema presenti nelle bollette di luce e gas, che rappresentano una componente significativa del prezzo finale dell’energia.

Sul fronte regolatorio, diventa inoltre fondamentale rafforzare i controlli delle autorità di vigilanza per prevenire fenomeni speculativi lungo la filiera energetica e garantire maggiore trasparenza nella formazione dei prezzi.

Nel medio periodo, la strategia più efficace resta la diversificazione delle fonti energetiche. Accelerare gli investimenti nelle energie rinnovabili, nello stoccaggio e nelle infrastrutture di rete può contribuire a ridurre la dipendenza dalle fonti fossili e rendere il sistema energetico più resiliente agli shock geopolitici.


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