Google Gemini nel mirino della Corte Ue: “i chatbot possono violare i diritti degli editori”

L’avvocato generale della Corte di giustizia dell’Unione europea, Maciej Szpunar, ha presentato oggi le proprie conclusioni sul primo caso di intelligenza artificiale generativa arrivato davanti alla Corte di Lussemburgo. Le conclusioni toccano direttamente il modo in cui i chatbot utilizzano i contenuti giornalistici online.

Secondo Szpunar, il recupero e il riutilizzo in tempo reale di pubblicazioni giornalistiche da parte di un chatbot, per generare risposte agli utenti, può, in determinate circostanze, costituire una violazione dei diritti degli editori. Il servizio al centro del procedimento è Google Gemini, del gruppo Alphabet, che utilizza modelli linguistici di grandi dimensioni e tecnologia RAG per recuperare informazioni online, compresi articoli di stampa, nel formulare le proprie risposte.

La causa nasce da un ricorso di Like Company, operatore ungherese che gestisce diversi portali web, contro Google Ireland, davanti al Tribunale regionale di Budapest, che ha sollevato una questione pregiudiziale rinviata alla Corte Ue. La base giuridica è la tutela dei diritti connessi al diritto d’autore che il diritto dell’Unione riconosce agli editori di testate giornalistiche per l’utilizzo online delle loro pubblicazioni.

Le conclusioni dell’avvocato generale non vincolano la Corte, che dovrà ora pronunciarsi con una sentenza separata; nella prassi, tuttavia, i giudici di Lussemburgo seguono l’orientamento dell’avvocato generale nella maggioranza dei casi.

Per gli editori italiani e per gli studi legali che li assistono in materia di proprietà intellettuale, l’esito del procedimento potrebbe fornire il primo chiarimento giurisprudenziale europeo su come si applicano ai chatbot generativi i diritti connessi degli editori, materia finora priva di una cornice consolidata. In discussione anche il calo di traffico diretto verso i siti delle testate, con conseguenze sui ricavi pubblicitari legati alle visite dirette.

Supermercati hackerati, il governo frena: “Massima allerta ma nessun allarme”

A Palazzo Chigi si è tenuta oggi la riunione convocata dopo l’ondata di attacchi hacker ai sistemi di refrigerazione dei supermercati. Hanno partecipato il sottosegretario Alfredo Mantovano, il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, i vertici dei servizi di intelligence e il direttore generale dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale. La nota ufficiale diffusa al termine parla di un impatto “fortemente limitato” sul territorio italiano.

Secondo Palazzo Chigi sarebbero state colpite “poche unità commerciali” rispetto alle migliaia di punti vendita attivi in Italia. Conad ha confermato almeno cinque negozi coinvolti su circa 3.300 complessivi: due in Veneto e tre in Sicilia, a Catania, Messina e Palermo. Il gruppo afferma di essere intervenuto in tempo, senza gravi perdite di merce, ma non è ancora in grado di quantificare i danni. La polizia postale, in parallelo, parla invece di due soli episodi accertati, in Sicilia ed Emilia-Romagna: i numeri forniti dalle diverse fonti non coincidono.

Secondo il governo, a cedere sono stati sistemi di sicurezza datati, con interfacce esposte direttamente su Internet e carenze nei meccanismi di autenticazione, mentre la gran parte della distribuzione utilizzerebbe già protezioni aggiornate. Nel caso Conad, l’intrusione è avvenuta intorno alle quattro del mattino di ieri, colpendo i sistemi di monitoraggio della temperatura dei banchi surgelati.

Il governo ha indicato quattro linee di intervento: il monitoraggio e l’analisi della minaccia, già in corso da mesi; contatti costanti con fornitori e venditori della filiera; l’individuazione e la notifica tempestiva dei soggetti esposti; comunicazioni preventive diffuse su larga scala. La polizia postale ha aperto un’indagine.

OpenAI, Google, Microsoft e Anthropic si accordano su un codice unico anti-addestramento

Anthropic, OpenAI, Google e Microsoft hanno dichiarato il proprio sostegno a un nuovo standard comune basato sul protocollo robots.txt, lo strumento con cui i siti web comunicano istruzioni ai crawler automatici. L’obiettivo è permettere agli editori di dichiarare, con un’unica indicazione, che i contenuti del proprio sito non devono essere utilizzati per addestrare modelli di intelligenza artificiale, superando la necessità attuale di intervenire separatamente sui crawler di ciascuna azienda.

La proposta è stata elaborata dall’ingegnere di Anthropic Kevin Kelley nell’ambito dei lavori dell’Internet Engineering Task Force (IETF), l’organismo tecnico che definisce gli standard di internet.

Sul fronte dell’adozione, Anthropic ha già annunciato il proprio supporto allo standard; OpenAI prevede di adottarlo nei prossimi mesi; Google e Microsoft indicano invece il 2027 come orizzonte di implementazione.

Anche Meta ha espresso apprezzamento per l’iniziativa, tramite il vicepresidente della comunicazione Andy Stone. L’adesione, tuttavia, stride con le nuove condizioni commerciali che l’azienda ha introdotto per i contenuti editoriali, criticate perché consentirebbero un utilizzo molto ampio dei materiali pubblicati dagli editori: la loro entrata in vigore è stata nel frattempo rinviata a fine novembre.

Lo standard presenta comunque dei limiti giuridici significativi: esprimere una preferenza tramite robots.txt non equivale a una tutela legalmente vincolante, non risolve la questione dei contenuti già acquisiti per l’addestramento dei modelli esistenti, e in Europa dovrà confrontarsi con il quadro normativo sul diritto d’autore e con le eccezioni per il text and data mining previste dalla direttiva Copyright UE.

Per gli editori italiani e per gli studi legali che assistono testate giornalistiche, piattaforme online e content creator, lo standard rappresenta uno strumento tecnico aggiuntivo ma non sostituisce le tutele contrattuali già in uso. Resta inoltre aperta, e tutta da definire sul piano giudiziario, la questione del risarcimento per i contenuti raccolti prima dell’adozione del nuovo segnale.

Spyware contro i telefoni dei vertici tedeschi: Apple lancia l’allerta, ombra russa sull’ennesimo attacco

Dal 29 ottobre Apple ha inviato notifiche di attacco a numerosi membri del Bundestag e del governo federale tedesco, avvertendoli di essere stati probabilmente presi di mira da operatori di spyware mercenario. Secondo l’emittente pubblica ZDF, le notifiche hanno riguardato anche altre figure pubbliche.

Lo spyware mercenario è un software di sorveglianza sofisticato, sviluppato da operatori specializzati per operazioni mirate: in alcuni casi sfrutta vulnerabilità “zero-click”, che non richiedono alla vittima di aprire un messaggio, scaricare un file o toccare un link per essere compromessa. Apple basa le notifiche su indicatori che ritiene affidabili, ma precisa che gli avvisi non dimostrano necessariamente che un’intrusione sia andata a buon fine, e non indica pubblicamente gli autori.

Il BSI, l’agenzia federale tedesca per la cybersicurezza, ha contattato i soggetti coinvolti raccomandando di considerare i dispositivi potenzialmente compromessi, di passare a un nuovo smartphone e a un nuovo numero, trasferendo solo i dati essenziali ed evitando un ripristino completo da backup. Il ministro digitale Karsten Wildberger ha confermato l’allerta nel programma Bericht aus Berlin della ARD.

L’episodio richiama precedenti noti: nel 2015 un’intrusione nei sistemi del Bundestag fu attribuita dalle autorità tedesche al gruppo APT28, legato ai servizi di intelligence militare russi (GRU); nel maggio 2024 una campagna contro la SPD, anch’essa attribuita ad APT28, sfruttò una vulnerabilità di Microsoft Outlook.

In Italia il precedente più rilevante resta il caso Paragon del 2025, legato alla sorveglianza di giornalisti. Nel giugno 2025 il Copasir aveva riferito di non aver trovato prove di un utilizzo dello spyware da parte dei servizi italiani contro giornalisti nazionali, pur non escludendo ulteriori accertamenti; la Commissione europea ha successivamente richiamato il caso nel proprio rapporto sullo Stato di diritto.

Per gli avvocati e gli studi che assistono clienti istituzionali o imprese strategiche, l’episodio evidenzia il rischio di esposizione di comunicazioni riservate — trattative, piani industriali, operazioni di investimento — e la dipendenza europea da un fornitore extra-UE per la rilevazione di queste minacce.

L’ombra dell’IA nelle sentenze arriva in Cassazione: si valuta il rinvio alle Sezioni Unite

Con l’ordinanza interlocutoria n. 27957/2026, datata 28 ottobre e resa nota il 3 novembre, la Prima Sezione civile della Corte di Cassazione si è confrontata per la prima volta con una richiesta di rinvio alle Sezioni Unite sui rischi derivanti dall’uso dell’intelligenza artificiale nella preparazione delle sentenze.

La vicenda trae origine da una controversia contro la Città Metropolitana di Catania, decisa con la sentenza d’appello n. 179/2021 e impugnata in Cassazione (RG 21383/2021). Gli stessi ricorrenti avevano nel frattempo proposto un’azione di revocazione, respinta con la sentenza n. 318/2025, a sua volta impugnata in un separato procedimento (RG 16633/2025).

In una memoria depositata nel primo procedimento, i ricorrenti hanno chiesto sia la riunione dei due ricorsi sia il rinvio alle Sezioni Unite della questione relativa ai rischi dell’uso dell’intelligenza artificiale per analisi, bozze e redazione delle decisioni giudiziarie.

La Corte, applicando in via analogica l’articolo 335 del codice di procedura civile e richiamando i propri precedenti (Cass. n. 10534/2015, n. 25376/2006, Sezioni Unite n. 10933/1997), ha per ora disposto soltanto la riunione dei due procedimenti, rinviando la causa a nuovo ruolo. La decisione sulla richiesta di rinvio alle Sezioni Unite resta sospesa fino alla trattazione congiunta dei ricorsi.

Un punto è chiarito espressamente nell’ordinanza: il provvedimento non contiene alcun accertamento sull’effettivo utilizzo dell’intelligenza artificiale da parte dei giudici nei gradi di merito, né introduce alcun limite al suo impiego. La questione di fondo resta dunque aperta.

Per gli avvocati, la pronuncia non introduce per ora alcuna regola nuova sull’uso dell’IA nei procedimenti giudiziari, ma segnala che il tema della verificabilità e dei limiti di questo utilizzo è arrivato al vertice della giurisdizione ordinaria. La prossima udienza, successiva alla riunione dei ricorsi, potrebbe rappresentare la prima occasione in cui le Sezioni Unite sono chiamate ad approfondire la questione.

Hacker contro i supermercati europei: frigoriferi a 50 gradi, cibo da buttare, anche l’Italia nel mirino

Un’ondata di attacchi informatici ha colpito i sistemi di controllo della refrigerazione di supermercati in almeno sette-otto Paesi europei, tra cui Italia, Svezia, Belgio, Estonia, Irlanda, Lussemburgo, Finlandia e Lettonia. Gli hacker hanno alterato i parametri di temperatura di frigoriferi e congelatori, causando nei casi più gravi un innalzamento fino a 50 gradi e la perdita di interi stock alimentari.

In Italia sono stati colpiti impianti frigoriferi di punti vendita a marchio Coop gestiti da un franchising del gruppo Radenza: almeno tre supermercati a Catania e uno a Palermo, con intrusioni avvenute intorno alle quattro del mattino. Coop ha precisato che i punti vendita a gestione diretta non hanno riscontrato problemi. In Emilia-Romagna l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN) ha individuato, non ancora notificato dall’azienda, un attacco a un’impresa che produce surgelati; in Toscana una società di ristorazione collettiva ha invece notificato formalmente un attacco all’ACN.

Alla base degli attacchi vi sarebbe una vulnerabilità dei sistemi di controllo Danfoss, segnalata già ad agosto dai ricercatori di Team82, per cui un aggiornamento correttivo era disponibile ma non risulta installato da tutti gli impianti colpiti.

Il governo ha convocato per le 11:30 del 3 novembre un vertice a Palazzo Chigi, coordinato dal sottosegretario Alfredo Mantovano, con il direttore generale dell’ACN Andrea Quacivi e i vertici dell’intelligence. Il Copasir ha chiesto chiarimenti all’esecutivo e ascolterà in audizione il direttore dell’AISI Bruno Valensise e lo stesso Quacivi. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha parlato di attacchi informatici “costanti” e di “guerra cognitiva”. La Commissione europea considera gli episodi un tentativo deliberato di colpire la catena di approvvigionamento alimentare nel quadro della guerra ibrida.

L’ACN raccomanda di isolare i sistemi di controllo remoto e di tele-assistenza dalle reti aziendali, rafforzare l’autenticazione a più fattori sugli accessi VPN e sostituire i dispositivi non più supportati dai produttori. Per gli studi legali che assistono imprese della grande distribuzione o della filiera alimentare, l’episodio richiama gli obblighi di notifica e i profili di responsabilità previsti dalla normativa NIS2 sulle infrastrutture critiche.

Pensioni degli avvocati, arriva la stangata della manovra 2027

Il disegno di legge di Bilancio 2027, nel testo bollinato del 30 ottobre 2026, dedica l’articolo 56 alla Cassa Nazionale di Previdenza Forense.  La norma interviene dopo alcune sentenze della Corte di Cassazione che hanno accertato un errore della Cassa nel calcolo del tasso medio annuo di variazione dell’indice Istat, usato dal 1980 per rivalutare pensioni, tetti reddituali e scaglioni contributivi.

La Cassazione ha inoltre stabilito che non possono essere considerati, ai fini del calcolo pensionistico, i redditi per i quali non è più possibile recuperare i contributi per intervenuta prescrizione decennale.

Per il passato, il tetto reddituale sarà rivalutato con l’indice Istat per il periodo 1980-2020, mentre gli scaglioni che determinano le aliquote di rendimento saranno rivalutati fino al 2025. Gli iscritti potrebbero dover versare contributi aggiuntivi, ma solo entro i limiti della prescrizione e senza sanzioni né interessi. Il pagamento dovrà avvenire entro sei mesi dalla comunicazione della Cassa, che dovrà essere inviata entro il 31 maggio 2027, a pena di decadenza.

Per le pensioni con decorrenza dal 2027, l’aliquota di rendimento sarà dell’1,75% sul reddito medio pensionabile per le prime due quote di reddito. Oltre i 59.700 euro di media reddituale, l’aliquota scende progressivamente: 1,50% fino a 89.800 euro, 1,30% fino a 104.400 euro, 1,15% fino al tetto di 131.800 euro. Gli scaglioni saranno rivalutati ogni anno secondo il Regolamento unico della previdenza forense.

La Cassa dovrà inoltre rideterminare, entro dieci anni dal provvedimento di concessione, anche le pensioni già in pagamento, applicando i nuovi criteri e corrispondendo i ratei arretrati nei limiti della prescrizione.

La misura riguarda sia gli avvocati in attività sia quelli già in pensione. Il testo, ancora in forma di bozza, potrà essere modificato durante l’iter parlamentare che si apre nei prossimi giorni: gli iscritti alla Cassa Forense dovranno comunque verificare la propria posizione contributiva in vista delle comunicazioni attese entro maggio 2027.

Il CNF accusa: “Una sentenza della Cassazione contiene tre precedenti sbagliati generati dall’intelligenza artificiale”

Il giusto processo “è ancora lontano dall’essere una realtà del nostro sistema giudiziario”. Lo ha detto il presidente del Consiglio nazionale forense, Francesco Greco, intervenendo al congresso straordinario dell’Unione delle Camere penali italiane in corso a Brescia, mettendo in dubbio che nel processo penale sia oggi garantito un contraddittorio tra le parti in condizioni di parità, davanti a un giudice terzo. Greco ha richiamato in particolare lo squilibrio di strumenti, anche tecnologici, tra pubblico ministero e difesa nella fase delle indagini, chiedendosi quanto resti del modello accusatorio introdotto dalla riforma del 1989 e se il principio della formazione della prova nel dibattimento non sia stato progressivamente svuotato.

Il presidente del CNF ha poi criticato l’art. 581, comma 1-quater, del codice di procedura penale, che regola l’impugnazione da parte dell’imputato assente in primo grado: chi non ha partecipato al giudizio ed è stato assistito da un difensore d’ufficio mai incontrato deve conferire un nuovo mandato per poter appellare la sentenza, con il rischio concreto che una parte dei cittadini resti di fatto con un solo grado di giudizio, in tensione con il principio di eguaglianza dell’art. 3 e con l’effettività del diritto di difesa dell’art. 24 della Costituzione.

Il passaggio più allarmante dell’intervento riguarda però l’intelligenza artificiale nei tribunali. Greco ha richiamato la legge 132/2025, il cui art. 15 disciplina l’uso dell’IA nell’attività giudiziaria, escludendola dalla redazione dei provvedimenti e ammettendola solo per finalità organizzative. Il presidente del CNF ha citato il caso di una sentenza della Cassazione civile del 12 ottobre 2026 in cui comparirebbero tre riferimenti giurisprudenziali errati, relativi a precedenti riguardanti fattispecie, contesti e materie del tutto diversi da quella decisa: un’anomalia compatibile con un uso acritico di strumenti di intelligenza artificiale generativa non adeguatamente verificato. “È indispensabile verificare sempre ciò che viene prodotto dai sistemi di intelligenza artificiale”, ha dichiarato, aggiungendo di essere preoccupato anche dalla tendenza a giustificare simili condotte invece di affrontare con rigore il tema del rispetto della legge.

Chiudendo l’intervento, Greco ha richiamato l’urgenza di intervenire sulle condizioni degli istituti penitenziari italiani, giudicate “troppo spesso incompatibili con il rispetto dei diritti fondamentali della persona”. Per il presidente del CNF non basta puntare sulla costruzione di nuovi istituti, esposti al rischio di sovraffollamento in pochi mesi, ma servono interventi immediati di manutenzione straordinaria, più semplici e rapidi da realizzare: il mandato del difensore penalista, ha ricordato, non si esaurisce con la lettura della sentenza ma si estende anche alla fase esecutiva della pena.

Midterm, urne aperte domani con Trump ai minimi di gradimento e il Senato appeso a quattro seggi

Mancano poche ore al voto di midterm di domani, martedì 3 novembre, che rinnoverà tutti i 435 seggi della Camera, 35 seggi del Senato e 36 governatorati. Il nome di Donald Trump non compare su nessuna scheda, eppure l’esito condizionerà direttamente il margine di manovra della Casa Bianca per i prossimi due anni: se anche un solo ramo del Congresso passasse ai democratici, il presidente si troverebbe davanti a trattative legislative più complesse, iniziative bloccate in aula e un’intensificazione delle indagini parlamentari sulla sua amministrazione. Questo non equivarrebbe comunque a una crisi di governo in senso tecnico, perché nel sistema presidenziale americano l’esecutivo non dipende da un voto di fiducia del Congresso, a differenza delle democrazie parlamentari europee.

I precedenti storici non giocano a favore della Casa Bianca: nelle 23 tornate di midterm comprese tra il 1934 e il 2022, il partito del presidente in carica ha perso seggi alla Camera in 20 occasioni, circa l’87% dei casi — la cosiddetta “legge del midterm”, che penalizza chi governa a prescindere dal suo gradimento.

A rendere questa tornata ancora più delicata per i repubblicani è il crollo del gradimento di Trump, sceso al 33%. Sul risultato finale pesano le scelte di politica economica dell’amministrazione, il coinvolgimento militare in Iran e la capacità dei due schieramenti di mobilitare il proprio elettorato. Pubblicamente il presidente continua a mostrarsi sicuro dell’esito, ma secondo diverse ricostruzioni il suo umore privato peggiorerebbe di giorno in giorno. A fotografare il clima interno al partito è stato l’ex capo stratega della Casa Bianca Steve Bannon, secondo cui serve ormai “un miracolo” per salvare la maggioranza alla Camera, mentre al Senato “i conservatori ce la possono ancora fare” nonostante alcune corse definite “preoccupanti”; Bannon si è spinto oltre, pronosticando che all’indomani del voto scoppierà una vera e propria “guerra civile” interna al Partito repubblicano.

Il controllo del Senato si gioca su margini ristrettissimi: i repubblicani difendono i 53 seggi attualmente in mano, contro i 47 dei democratici, che per ribaltare la maggioranza devono conquistarne almeno quattro senza cederne nessuno. Il sondaggio New York Times/Siena — 5.708 elettori probabili intervistati tra il 23 ottobre e il 1° novembre — indica i democratici avanti in tutte le sette sfide senatoriali considerate più incerte. In Kansas, dove un democratico non viene eletto al Senato dal 1932, Hamilton supera Marshall 49% a 44%, ribaltando il pareggio al 45% rilevato a fine settembre; in Iowa il vantaggio di Turek su Hinson è minimo (48% a 47%); in Texas Talarico precede Paxton 50% a 43%; in Michigan El-Sayed è avanti di 11 punti su Rogers.

Trump ha chiuso personalmente la campagna domenica 1° novembre con un doppio appuntamento, prima in Iowa e poi a Salina, in Kansas — trentesimo comizio in trentadue giorni —, promettendo di “staccare la spina stanotte” in sostegno della rielezione del senatore uscente Roger Marshall. Nell’occasione ha anche annunciato un piano da 4,3 miliardi di dollari di Fannie Mae e Freddie Mac destinato ai mutui nello Stato, che dovrebbe interessare circa 15mila famiglie nel corso del 2027.

Tra poco più di ventiquattr’ore le urne diranno chi ha vinto questa maratona di trenta comizi in trentadue giorni. Ma il verdetto di domani non si limiterà a colorare di rosso o di blu i seggi di Camera e Senato: dai rapporti di forza alla Casa Bianca alle tensioni aperte con l’Iran, fino alla stessa tenuta del Partito repubblicano — che Bannon vede già sull’orlo di una resa dei conti interna — il voto di midterm può ridisegnare equilibri che vanno ben oltre i confini degli Stati Uniti. Chissà come andrà a finire.

Messa alla prova, la Consulta chiude la porta: resta esclusa per traffico di influenze e turbata libertà dei contratti pubblici

La Corte costituzionale, con la sentenza n. 180 depositata il 2 novembre 2026, ha giudicato inammissibili o non fondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate dal Gup del Tribunale di Pescara sull’istituto della messa alla prova (MAP), con ordinanza del 27 novembre 2025.

Il caso riguarda un imputato per traffico di influenze illecite (art. 346-bis c.p.) e turbata libertà del procedimento di scelta del contraente (art. 353-bis c.p.), che aveva richiesto la messa alla prova con il parere favorevole del pubblico ministero. L’art. 168-bis, primo comma, c.p. limita però l’accesso al beneficio ai reati puniti con pena massima di quattro anni e a quelli elencati nell’art. 550, secondo comma, c.p.p.: soglia e catalogo che escludono entrambe le fattispecie contestate, eccedenti il limite edittale. Il giudice remittente denunciava la violazione degli articoli 3, 27, terzo comma, e 76 della Costituzione.

La Consulta, richiamando la propria precedente sentenza n. 90 del 2025, ha limitato lo scrutinio al solo art. 168-bis, comma 1, c.p., dichiarando inammissibili le censure relative agli artt. 346-bis e 353-bis c.p. e all’art. 550, comma 2, c.p.p., utilizzati nell’ordinanza di rimessione solo per individuare i reati esclusi. Nel merito, la Corte ha escluso la violazione dell’art. 76 Cost.: la legge delega n. 134 del 2021 autorizzava l’estensione della MAP a “ulteriori specifici reati” puniti fino a sei anni, lasciando al legislatore delegato la facoltà di selezionare le fattispecie anziché innalzare la soglia in modo generalizzato.

Quanto all’art. 3 Cost., la Corte ha ritenuto non irragionevole il criterio misto adottato (soglia di pena più rinvio mobile al catalogo dell’art. 550, comma 2, c.p.p.), rilevando la non omogeneità tra i reati esclusi e quelli di comparazione indicati dal giudice a quo (ricettazione, oltraggio, violenza o minaccia a pubblico ufficiale, resistenza). Sull’art. 27, terzo comma, Cost., la Consulta ha chiarito che la finalità rieducativa non impone l’estensione della MAP a ogni reato astrattamente compatibile con percorsi riparativi, potendo tale finalità essere perseguita anche attraverso altri istituti, quali le misure alternative e la sospensione condizionale della pena.

Per la difesa, la pronuncia conferma che l’accesso alla messa alla prova per i reati contro la pubblica amministrazione legati agli appalti resta, allo stato, precluso in via generale, salvo un intervento del legislatore che modifichi il catalogo dei reati ammessi.

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