Con la sentenza n. 22199 del 28 giugno 2026 (pres. D’Ascola, rel. Vincenti), la Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un avvocato contro una decisione disciplinare del Consiglio Nazionale Forense, fissando un principio destinato a incidere sulla difesa di ogni legale coinvolto in un procedimento davanti al CNF. La pronuncia è stata diffusa nella rassegna del codice deontologico forense il 5 novembre.
Il nodo riguardava la decorrenza del termine breve per l’impugnazione in Cassazione previsto dall’art. 36, comma 6, della legge n. 247 del 2012. Secondo la Suprema Corte, tale termine decorre esclusivamente dalla notificazione della sentenza del CNF eseguita all’indirizzo PEC personale dell’incolpato, in base al combinato disposto degli artt. 36, commi 4 e 5, della legge 247/2012 e 16, comma 4, del d.l. 179/2012, convertito con modifiche dalla legge 221/2012.
La Cassazione ha chiarito che questa regola speciale deroga al regime ordinario di cui agli artt. 170 e 285 del codice di procedura civile, poiché l’avvocato è l’unico soggetto individuato dalla disciplina come destinatario della notifica, in quanto per legge obbligato a munirsi di un domicilio digitale proprio. Il principio vale anche quando il legale abbia eletto domicilio presso il proprio difensore: tale elezione, afferma la Corte, non può trasferire al domiciliatario la qualità di destinatario della notificazione, né legittimare l’uso di un recapito digitale riferibile a un soggetto diverso da quello individuato dalla legge.
Per gli iscritti agli albi la ricaduta pratica è immediata: in caso di procedimento disciplinare, il termine per il ricorso per Cassazione contro la decisione del CNF corre dalla PEC personale risultante dai registri pubblici, a prescindere da dove sia stato eletto il domicilio difensivo. Un indirizzo PEC non monitorato, o diverso da quello iscritto, può quindi comportare la decadenza dall’impugnazione.

