Macchinario obsoleto e infortunio: il datore risponde anche se il lavoratore si distrae

Un dipendente si era infortunato mentre lavorava un blocco di marmo, rimasto coinvolto nello scivolamento del pezzo durante la lavorazione. Il datore di lavoro attribuiva l’incidente alla distrazione del lavoratore; secondo i giudici di merito, invece, il macchinario utilizzato era obsoleto e gli organi in movimento non erano adeguatamente segregati. L’INAIL, dopo aver indennizzato il lavoratore, aveva agito in regresso contro l’azienda per recuperare le somme versate: il Tribunale aveva accolto la domanda e la Corte d’appello di Brescia aveva confermato la decisione.

Con l’ordinanza n. 27322, depositata il 20 ottobre 2026, la Cassazione ha respinto il ricorso del datore di lavoro, confermando un principio consolidato ma qui ribadito con chiarezza: il datore risponde anche degli infortuni a cui abbia concorso una condotta negligente o imprudente del lavoratore, se l’evento resta comunque riconducibile al rischio che l’imprenditore era tenuto a governare. La distrazione, da sola, non spezza il nesso causale quando a monte c’è una carenza strutturale dell’attrezzatura, come l’assenza di ripari sugli organi mobili pericolosi previsti dal D.Lgs. 81/2008.

Il concorso colposo del lavoratore, disciplinato dall’articolo 1227 del codice civile, può escludere o ridurre la responsabilità datoriale solo quando il dipendente abbia tenuto un comportamento abnorme, imprevedibile ed esorbitante rispetto alle direttive e al procedimento di lavoro, tale da porsi come causa esclusiva dell’evento. Non basta, chiarisce la Corte, che la macchina fosse ancora funzionante: il datore deve verificarne concretamente l’adeguatezza nel tempo, non solo la funzionalità residua.

Un ultimo rilievo riguarda la tattica processuale: per far valere il concorso colposo del lavoratore, il datore deve allegarlo specificamente e provarlo tempestivamente. Nel caso esaminato, la costituzione tardiva in primo grado gli aveva precluso la possibilità di sollevare utilmente l’eccezione, un errore procedurale che si è sommato a quello sostanziale e che resta un monito per chi difende le aziende in giudizi di regresso INAIL.

Gli Stati Uniti rilanciano le esche MALD, l’Italia ha già le contromisure firmate Leonardo

Raytheon, controllata di RTX, sta preparando la ripresa su larga scala della produzione del MALD (Miniature Air-Launched Decoy), un’esca aviolanciata pensata non per intercettare missili o droni, ma per simulare la firma radar di un velivolo militare e attirare su di sé il fuoco delle difese aeree nemiche, riducendo così il rischio per caccia, droni e munizioni costose. La variante MALD-J aggiunge capacità di disturbo elettronico (jamming).

Secondo i dati diffusi dall’azienda, il MALD ha un’autonomia di circa 500 miglia nautiche (926 km) e pesa meno di 136 kg. Raytheon punta a un modello produttivo che definisce “affordable mass”: grandi quantità a basso costo unitario, reso possibile dal fatto che le linee di assemblaggio e collaudo sono ancora attive e il sistema resta in supporto. Tra le misure per accelerare i tempi figurano l’uso della produzione additiva e l’impiego iniziale di propulsori già collaudati; le prime consegne sono attese entro due anni dall’assegnazione di un contratto.

La prima fase produttiva resterebbe a Tucson, in Arizona, ma Raytheon valuta anche l’apertura di una seconda linea in Europa, con il coinvolgimento di fornitori locali: un’ipotesi ancora subordinata alle autorizzazioni necessarie e che non equivale né a un investimento già deciso in Italia né a un ordine assegnato.

Sul fronte italiano, Leonardo sviluppa da tempo tecnologie di guerra elettronica con funzioni diverse ma complementari: BriteCloud, contromisura lanciata da velivolo per confondere i radar di guida dei missili in arrivo, e BriteStorm, sistema per disturbare i radar avversari anche da piattaforme come i droni. Nessuno dei due sostituisce il MALD, che non disturba ma “finge” di essere un aereo per sviare l’attacco; a oggi non risulta un ordine italiano per il sistema americano.

Il tema si inserisce nella richiesta avanzata a marzo 2026 dal ministro della Difesa Guido Crosetto di accelerare la produzione militare nazionale, con priorità alla difesa aerea, mentre l’Italia continua a partecipare alle attività NATO di sorveglianza dello spazio aereo alleato.

Insindacabilità parlamentare: la Consulta ferma un processo già arrivato a condanna

La Corte costituzionale, con la sentenza n. 169 depositata il 13 ottobre 2026, ha accolto il conflitto di attribuzione sollevato dal Senato contro una condanna penale pronunciata nei confronti di un proprio componente, annullando l’intero percorso processuale successivo al momento in cui era stata sollevata l’eccezione di insindacabilità.

Il caso nasce da un procedimento davanti al Tribunale ordinario di Matera, sezione penale, per diffamazione aggravata ai sensi dell’articolo 595, terzo comma, del codice penale. Fin dalle prime battute, la difesa del parlamentare aveva eccepito che le dichiarazioni contestate rientrassero nella garanzia dell’articolo 68, primo comma, della Costituzione. Il Tribunale ha ritenuto l’eccezione infondata e ha proseguito il giudizio fino alla condanna, con sentenza n. 225 del 1° marzo 2024.

Per la Consulta questo passaggio è l’errore decisivo. L’articolo 3 della legge 140/2003 prevede un meccanismo vincolato: se il giudice ritiene fondata l’eccezione, deve prosciogliere ex art. 129 c.p.p.; se la ritiene infondata, non può decidere da sé, ma deve trasmettere gli atti alla Camera di appartenenza, che ha novanta giorni (prorogabili di non oltre trenta) per pronunciarsi. Solo in caso di inerzia o di valutazione negativa della Camera il processo può riprendere.

Richiamando il proprio precedente del 2007 (sentenza n. 149), i giudici costituzionali hanno ribadito che la valutazione sull’immunità spetta in prima battuta all’assemblea di appartenenza, non al giudice ordinario. Di qui l’annullamento non solo della condanna, ma anche dei provvedimenti di rigetto dell’eccezione e dei rinvii di udienza nel frattempo disposti.

Per i penalisti e per chi assiste soggetti investiti di cariche parlamentari, la pronuncia consolida un paletto procedurale netto: l’eccezione di insindacabilità, se sollevata, blocca il processo fino alla pronuncia della Camera, a pena di nullità di ogni atto successivo.

A Verona il primo robot italiano per la chirurgia vascolare in sala operatoria

La Chirurgia Vascolare dell’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar, in provincia di Verona, è il primo centro in Italia ad aver adottato il nuovo arco a C robotizzato Ciartic Move per l’imaging intraoperatorio, rivendicando un primato nazionale nel settore.

Si tratta di un’apparecchiatura radiologica motorizzata in grado di produrre immagini ad alta definizione dei vasi sanguigni da diverse angolazioni, incluse ricostruzioni tridimensionali durante l’intervento stesso. Il dispositivo si avvicina e si allontana dal tavolo operatorio con comandi automatizzati, mentre i movimenti manuali del chirurgo vengono assistiti elettronicamente. Le indicazioni principali riguardano interventi su aorta, carotidi e arterie degli arti inferiori.

La tecnologia viene impiegata fin da subito dall’unità diretta da Luca Garriboli, che esegue oltre 800 interventi l’anno, più della metà con tecniche endovascolari mininvasive. Secondo i medici del reparto, la nuova apparecchiatura consente di ridurre la durata degli interventi fino al 30% e l’esposizione ai raggi X del 15%, sia per i pazienti sia per l’équipe chirurgica; si tratta di dati comunicati dalla struttura, non verificati da studi indipendenti pubblicati.

“Vedere meglio consente una precisione maggiore in sala operatoria, e la riduzione dei tempi di intervento abbassa anche la durata dell’anestesia”, ha dichiarato Garriboli. Il collega Gianguido Pruner ha aggiunto che una maggiore precisione riduce il rischio di complicanze e favorisce un recupero più rapido del paziente. Claudio Cracco, amministratore delegato dell’IRCCS di Negrar, ha sottolineato l’obiettivo di offrire trattamenti avanzati anche a pazienti di altre regioni.

L’adozione di dispositivi robotici in chirurgia solleva questioni emergenti su consenso informato, tracciabilità dei dati intraoperatori e riparto della responsabilità tra struttura, chirurgo e produttore del dispositivo in caso di complicanze.

Fonte immagine: VeronaSera — articolo originale

Bollo auto, l’esenzione si allarga: tetto a 133 kW per le famiglie numerose

Il governo starebbe lavorando a un ampliamento dell’esenzione dal bollo auto per le famiglie numerose, superando l’attuale limite di potenza di 80 kW fino a coprire i veicoli fino a 133 kW. La misura, che si affiancherebbe all’esenzione già introdotta a settembre, dovrebbe trovare posto nei provvedimenti collegati alla manovra di bilancio e decorrere dal 2027.

Il requisito indicato è un nucleo familiare con almeno quattro figli a carico: non sono ancora stati resi noti eventuali limiti di reddito o altri criteri di accesso, né un testo normativo definitivo, dal momento che la misura risulterebbe ancora in fase di valutazione tra manovra e decreto accise.

Sul fronte delle coperture, per il 2027 le risorse sarebbero individuate tra gli avanzi del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Per gli anni successivi, 2028 e 2029, l’Ufficio parlamentare di bilancio segnala che il quadro di finanziamento resta incerto, con il rischio di creare un beneficio strutturale privo di copertura stabile nel tempo.

L’Upb osserva inoltre che circa il 73% delle famiglie che possiedono almeno un veicolo rientra già nei regimi di esenzione o agevolazione esistenti, e che il peso del bollo può arrivare a essere fino a sei volte superiore, in proporzione al reddito, per i nuclei meno abbienti rispetto a quelli più facoltosi. Secondo le stime dell’organismo, l’abolizione della tassa potrebbe compensare, per le famiglie coinvolte, circa la metà dell’aumento dei prezzi dei carburanti registrato nel 2026.

Poiché il bollo è un tributo di competenza regionale, l’esenzione comporterebbe un mancato gettito per le Regioni, da compensare con trasferimenti statali: l’Upb segnala il rischio di un indebolimento della responsabilità fiscale regionale, dal momento che eventuali aumenti locali del tributo finirebbero per gravare, attraverso i trasferimenti compensativi, sulla fiscalità generale. Per i professionisti e le partite IVA che rientrano nei requisiti, la misura potrebbe tradursi in un risparmio diretto a partire dall’anno prossimo, subordinato però all’approvazione definitiva del testo in manovra.

Microsoft spinge sull’IA e offre l’uscita volontaria a 60mila dipendenti, un quarto della forza lavoro

Microsoft ha lanciato un programma di uscite volontarie rivolto a circa 60mila dipendenti, oltre un quarto della forza lavoro globale dell’azienda, mentre aumenta gli investimenti nell’intelligenza artificiale. Lo riporta Reuters, ripreso in Italia da Adnkronos.

Il programma riguarda lavoratori di Stati Uniti, Canada, Regno Unito e India, impiegati in diverse divisioni: AI Experiences, Copilot, Xbox, Windows + Devices, oltre alle funzioni finanza e risorse umane. Ai dipendenti ritenuti idonei viene offerto un pacchetto di incentivo economico per lasciare volontariamente l’azienda entro la fine dell’anno; l’adesione non è obbligatoria e Microsoft distingue esplicitamente le proposte di buyout dai licenziamenti veri e propri.

Al 30 giugno 2026 Microsoft contava circa 223mila dipendenti a tempo pieno, di cui 121mila negli Stati Uniti e 102mila nel resto del mondo: il programma coinvolge quindi circa il 27% della forza lavoro complessiva. La decisione arriva mentre l’azienda pianifica per il 2026 spese in conto capitale per circa 175 miliardi di dollari, destinate in larga parte alla capacità di calcolo e ai data center necessari per l’intelligenza artificiale.

Si tratta del terzo intervento sul personale nel corso del 2026: a luglio erano stati tagliati circa 4.800 posti, soprattutto nel business commerciale e in Xbox, e a settembre altri 500, con impatti su gaming e sul comparto Cloud+AI, per un totale di circa 5.300 licenziamenti censiti da Layoffs.fyi, a cui si aggiunge un precedente piano di uscite volontarie che aveva coinvolto circa 9mila dipendenti statunitensi.

Il caso si inserisce in una tendenza più ampia del settore tecnologico: secondo Layoffs.fyi, nel 2026 sono stati censiti almeno 131.382 licenziamenti in 314 aziende tecnologiche, con Oracle, Amazon, Dell e Meta tra i gruppi con i tagli più consistenti. Per i clienti business e gli studi professionali che utilizzano i prodotti Microsoft, l’operazione segnala un’accelerazione nella riallocazione delle risorse verso i servizi basati su IA, con possibili ricadute su supporto, prezzi e roadmap dei prodotti Copilot.

Hacker nella posta della Camera: violate le caselle di Meloni, Delmastro e Formentini

Un attacco informatico ha colpito nelle scorse ore i sistemi della Camera dei deputati, violando le caselle di posta elettronica di alcuni parlamentari. Tra gli account compromessi figurano quello della presidente del Consiglio Giorgia Meloni nella sua funzione di deputata, quello di Andrea Delmastro Delle Vedove (Fratelli d’Italia, ex sottosegretario alla Giustizia) e quello di Paolo Formentini (Lega).

Da Palazzo Chigi è stato precisato che l’indirizzo compromesso non è quello utilizzato da Meloni per le comunicazioni riservate di governo, dotato di protezioni più elevate. L’Agenzia per la cybersicurezza nazionale e i tecnici di Montecitorio hanno lavorato nel pomeriggio di ieri per isolare i sistemi coinvolti, bloccare le attività dannose e applicare le patch necessarie; nel pomeriggio l’allarme sarebbe rientrato, secondo quanto riferito dagli uffici della Camera, che parlano di episodio “non emergenziale”.

La Procura di Roma è pronta ad aprire un fascicolo per accesso abusivo a sistema informatico (art. 615-ter c.p.), non appena riceverà l’informativa della Polizia postale, impegnata anche a verificare se dietro l’attacco alla Camera e ad altre istituzioni italiane ed estere vi sia un’unica matrice. Non c’è ancora un’attribuzione ufficiale dell’attacco.

L’episodio si inserisce in un contesto di crescente pressione sulle infrastrutture digitali istituzionali europee: negli ultimi mesi sono stati segnalati un attacco al Parlamento norvegese rivendicato dal gruppo filorusso “Server Killers”, intrusioni nei cellulari di ministri e parlamentari tedeschi e un attacco DDoS al sito della Farnesina rivendicato dal collettivo Noname057(16). Il dossier sull’attacco alla Camera potrebbe a breve essere sottoposto al Copasir, il comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica.

Per gli studi legali e gli enti pubblici che gestiscono dati sensibili, l’episodio conferma l’urgenza di protocolli di sicurezza rafforzati e di piani di risposta agli incidenti coerenti con gli obblighi di notifica previsti dalla normativa NIS 2.

Avvocati e intelligenza artificiale: i compensi potranno cambiare, ma non subito

L’uso dell’intelligenza artificiale negli studi legali potrà incidere sui compensi professionali, ma gli effetti concreti non sono immediati. Lo stabilisce l’articolo 49 del decreto legislativo 7 ottobre 2026, n. 179, pubblicato in Gazzetta Ufficiale l’8 ottobre ed entrato in vigore il 23 ottobre scorso, che adegua l’ordinamento italiano al regolamento europeo sull’intelligenza artificiale (UE 2024/1689).

Il comma 1 dell’articolo 49 prevede che l’utilizzo di sistemi di IA da parte del professionista “può comportare una modulazione” dell’equo compenso disciplinato dalla legge 49/2023, parametrata alla classe di rischio del sistema impiegato secondo la classificazione del regolamento UE. Il comma 2 fissa un termine di dodici mesi, entro il 23 ottobre 2027, per aggiornare i decreti ministeriali sui parametri delle professioni ordinistiche, compresi quelli forensi previsti dall’articolo 13, comma 6, della legge 247/2012 (oggi D.M. 55/2014).

La norma, come spiega la relazione illustrativa, giustifica un possibile adeguamento del compenso per i sistemi a rischio più elevato in ragione delle competenze aggiuntive, dei controlli più onerosi e delle maggiori responsabilità richieste al professionista. Non fissa però percentuali né aumenti automatici: tutto è rinviato ai decreti attuativi.

L’Organismo congressuale forense ha chiesto che nei futuri decreti siano riconosciuti anche i costi di licenze software, sicurezza informatica e formazione, oltre al tempo dedicato alla verifica dei contenuti generati dall’IA. Per i referenti della Commissione IA dell’OCF, Paolo Rossi e Vincenzo Caprioli, “l’intelligenza artificiale non può diventare un alibi per pagare meno il lavoro degli avvocati”.

Resta inoltre pendente, entro circa febbraio 2027, la riforma dell’ordinamento forense prevista dalla legge delega 137/2026, che potrebbe intervenire nuovamente sull’articolo 13 della legge 247/2012.

Carceri al collasso, l’avvocatura chiede l’indulto responsabile: «Non è più tempo di rinvii»

L’Organismo Congressuale Forense (OCF) ha espresso il proprio «pieno e convinto sostegno» all’iniziativa denominata “Indulto Responsabile”, un provvedimento di clemenza che, a differenza di un indulto secco, prevederebbe una fase preparatoria al ritorno in libertà con percorsi di assistenza, formazione e accompagnamento post-penitenziario, costruiti con il coinvolgimento delle istituzioni competenti e delle realtà territoriali. Lo rende noto un comunicato pubblicato il 27 ottobre 2026 sul sito dell’organismo che riunisce i rappresentanti dell’avvocatura italiana.

L’iniziativa, osserva l’OCF, è sostenuta anche da Associazione Nazionale Magistrati, Unione delle Camere Penali Italiane e Conferenza Episcopale Italiana, un fronte che l’organismo forense descrive come segno di pragmatismo istituzionale di fronte a quella che definisce «una delle piaghe più dolorose e drammatiche del nostro sistema giustizia»: il sovraffollamento delle carceri italiane, ormai oltre «i livelli di guardia». Nel comunicato l’OCF collega la situazione a una «costante e sistematica violazione dei diritti umani fondamentali» e del principio dell’articolo 27 della Costituzione, che impone alla pena finalità rieducativa e vieta trattamenti contrari al senso di umanità, richiamando anche l’allarmante numero di suicidi e decessi tra i detenuti e le difficili condizioni di lavoro della Polizia Penitenziaria.

Per questo l’organismo forense ribadisce la necessità di «adottare qualsiasi misura deflattiva» utile a un rientro rapido dall’emergenza, indicando l’indulto responsabile come «proposta matura e non più procrastinabile» tra il ventaglio di interventi urgenti che il decisore politico dovrebbe considerare. L’OCF precisa che la misura, per essere davvero efficace, non può restare isolata: va accompagnata da un aumento delle risorse umane e finanziarie degli Uffici di Esecuzione Penale Esterna (UEPE) e dei servizi sociali territoriali, che gestiranno in concreto i percorsi di accompagnamento dei beneficiari. Il comunicato chiarisce inoltre che «non bastano misure iuris tantum» di carattere temporaneo: servono interventi strutturali capaci di impedire che l’emergenza da sovraffollamento si ripresenti in futuro, un punto su cui l’avvocatura organizzata promette di continuare a vigilare «a tutela dei diritti di tutti i cittadini, liberi e ristretti».

Per gli avvocati, in particolare quelli che esercitano in ambito penale e penitenziario, la presa di posizione dell’OCF segna un aggravarsi del tono del dibattito sulle condizioni carcerarie e un possibile impulso a un intervento legislativo nelle prossime settimane, in un contesto in cui misure alternative alla detenzione, liberazione anticipata e sovraffollamento restano tra i temi più ricorrenti nel contenzioso e nelle istanze presentate ai tribunali di sorveglianza.

Multe PagoPA false spedite da PEC violate: la nuova truffa che inganna anche gli occhi più attenti

CERT-AGID, il Computer Emergency Response Team dell’Agenzia per l’Italia Digitale, ha individuato nell’ultima settimana una nuova ondata di phishing che sfrutta account di posta elettronica certificata (PEC) già violati per recapitare false multe PagoPA a indirizzi di posta ordinaria.

Il meccanismo è studiato per abbassare le difese del destinatario: il messaggio non arriva da un indirizzo anonimo o sospetto, ma da una casella PEC realmente compromessa, con circa 340 altri indirizzi PEC inseriti in copia nello stesso invio, a simulare una comunicazione istituzionale massiva e dall’aria ufficiale. Il testo chiede il pagamento di una presunta sanzione da 198 euro, con la minaccia di un aumento a 268 euro in caso di ritardo: importi scelti non a caso, perché coerenti con le sanzioni stradali realmente previste dal Codice della Strada.

Il link di accesso, etichettato “Accesso al portale istituzionale”, non porta però al vero portale PagoPA, bensì a un dominio russo (.ru) che ne replica fedelmente loghi e grafica. La pagina-clone raccoglie nome, cognome, codice fiscale, data di nascita, email e numero di telefono; uno script interroga ogni 500 millisecondi un server sotto il controllo degli attaccanti e può reindirizzare la vittima verso ulteriori schermate, incluse quelle – non confermate nei casi esaminati finora – per la raccolta di dati di carta di credito e codici di verifica bancaria.

Il fenomeno non è isolato: dall’aprile 2025 a oggi CERT-AGID ha censito complessivamente 1.874 campagne di phishing a tema “multa”, e ha raccolto 14.279 indicatori di compromissione legati a queste attività. Per contenere la diffusione dei casi più recenti, l’Agenzia ha coinvolto i gestori di posta certificata e condiviso gli indicatori di compromissione attraverso il proprio Flusso IoC, reso disponibile agli enti accreditati per bloccare tempestivamente domini e indirizzi malevoli.

Le raccomandazioni di CERT-AGID sono semplici ma vanno ribadite con forza proprio agli studi legali, utenti intensivi della PEC per l’intera attività professionale:

  • non cliccare mai sui link contenuti in comunicazioni di questo tipo, verificando piuttosto l’esistenza di un’eventuale sanzione direttamente sui canali ufficiali dell’ente indicato;
  • ricordare che la provenienza da un indirizzo PEC, la presenza di riferimenti normativi o di loghi apparentemente ufficiali non garantiscono in alcun modo l’autenticità del messaggio, specie quando la PEC mittente può essere essa stessa vittima di una violazione;
  • in caso di avvenuto inserimento di dati di pagamento, contattare immediatamente la propria banca per valutare il blocco della carta e verificare movimenti non autorizzati;
  • infine, inoltrare le comunicazioni sospette a CERT-AGID per l’analisi.
Iso 27017
Iso 27018
Iso 9001
Iso 27001
Iso 27003
Acn
RDP DPO
CSA STAR Registry
PPPAS
Microsoft
Apple
vmvare
Linux
veeam
0
    Prodotti nel carrello
    Il tuo carrello è vuoto