Rottamazione-quinquies, apertura su Cassa Forense: il Governo valuta l’estensione

Si apre uno spiraglio per gli avvocati con pendenze contributive verso Cassa Forense. Nel corso dell’iter di conversione del Decreto Milleproroghe, il Governo ha accolto un ordine del giorno che lo impegna a valutare l’estensione della cosiddetta “rottamazione-quinquies” anche ai contributi dovuti alle Casse professionali privatizzate.

Attualmente, la definizione agevolata introdotta dalla Legge di bilancio 2026 riguarda esclusivamente i debiti contributivi verso l’INPS, lasciando fuori quelli maturati nei confronti degli enti previdenziali di categoria, tra cui Cassa Forense. Una scelta che ha segnato una differenza rispetto alla precedente “rottamazione-quater”, che invece consentiva – su decisione autonoma delle singole Casse – l’accesso alla procedura anche per i carichi affidati agli agenti della riscossione dagli enti privatizzati.

L’ordine del giorno approvato impegna ora l’Esecutivo, compatibilmente con gli equilibri di finanza pubblica, a valutare un possibile riallineamento della disciplina, introducendo una facoltà di adesione anche per le Casse professionali, nel rispetto della loro autonomia gestionale e finanziaria.

Sul punto si era espresso con forza il Movimento Forense, che nelle scorse settimane aveva predisposto una proposta di modifica normativa per superare l’attuale esclusione dei debiti verso le Casse private. L’obiettivo dichiarato è garantire pari opportunità ai professionisti iscritti, evitando disparità di trattamento rispetto ai contribuenti INPS e favorendo percorsi di regolarizzazione contributiva senza imporre automatismi agli enti previdenziali.

L’accoglimento dell’ordine del giorno rappresenta, secondo l’associazione, un segnale di attenzione verso le esigenze dell’Avvocatura, in un contesto economico che vede molti professionisti alle prese con difficoltà finanziarie e con la necessità di rientrare gradualmente dalle esposizioni contributive.

Resta ora da verificare se e come l’impegno assunto si tradurrà in un intervento normativo concreto. La partita è ancora aperta e passerà dalle valutazioni tecniche e finanziarie del Governo. Per gli iscritti a Cassa Forense, tuttavia, si tratta di un passaggio che riaccende le aspettative su una possibile estensione della definizione agevolata, in equilibrio tra sostegno ai professionisti e tutela della sostenibilità dei sistemi previdenziali di categoria.


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Incontro OCF-Nordio: l’Avvocatura chiede interventi sulla Cartabia e lo sblocco della legge professionale

Roma, 25 febbraio 2026 – Si è tenuto ieri mattina a Via Arenula un incontro tra il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, accompagnato dal Capo di Gabinetto Dott.ssa Giusi Bartolozzi, e i vertici dell’Organismo Congressuale Forense (OCF). La delegazione, composta dal Coordinatore Fedele Moretti, dal Segretario Elisabetta Brusa e dal Tesoriere Antonino Distefano, ha portato sul tavolo del Guardasigilli le istanze della categoria.

Il confronto ha toccato i fronti caldi del sistema giustizia, a partire dalla riforma della professione forense, per la quale l’OCF ha espresso la necessità di procedere con una ripresa celere dei lavori parlamentari. Un’esigenza, peraltro, già sollecitata dallo stesso Ministro Nordio nei recenti vertici di maggioranza, con l’obiettivo di giungere a un risultato tangibile prima dell’appuntamento referendario di fine marzo.

In merito all’esito dell’incontro, il Coordinatore dell’OCF Fedele Moretti ha dichiarato:

“Il dialogo odierno con il Ministro Nordio ha permesso di riaffermare la centralità dell’Avvocatura nel disegno di una giustizia moderna ed efficiente. Per l’OCF resta prioritario e indifferibile lo sblocco dell’iter della legge professionale, un passaggio fondamentale per dare certezze alla categoria. Abbiamo inoltre ribadito al Ministro l’urgenza della rimodulazione della riforma Cartabia: servono interventi correttivi mirati per superare le criticità operative che professionisti e cittadini riscontrano quotidianamente. Su questi temi, così come sull’appuntamento referendario per la separazione delle carriere verso il quale confermiamo il nostro impegno, l’Avvocatura continuerà a offrire il proprio contributo critico e costruttivo, vigilando affinché le riforme siano sempre orientate alla piena tutela del diritto di difesa.”

Proprio sul fronte del Referendum per la separazione delle carriere, l’OCF ha ribadito la propria linea: l’Avvocatura conferma l’impegno per il SÌ, quale passaggio verso una maggiore terzietà del giudice e l’equilibrio tra accusa e difesa, pilastri di un giusto processo.

Oltre ai nodi ordinamentali, la delegazione ha affrontato le criticità della magistratura onoraria, con la necessità di potenziare organici e strutture, e regolarizzare il personale amministrativo. Ampio spazio è stato dedicato alla situazione carceraria e alla tenuta della geografia giudiziaria, con l’obiettivo di scongiurare una giustizia “distante” dai bisogni dei cittadini e dai territori.

L’incontro si è concluso in un clima di forte sintonia istituzionale e reciproca volontà di collaborazione.


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Gratuito patrocinio, addio automatismi: nei ricorsi contro l’espulsione scattano le verifiche sul reddito

Il patrocinio a spese dello Stato non sarà più automatico nei ricorsi contro l’espulsione presentati da cittadini extra Unione europea. È una delle novità più rilevanti contenute nel nuovo decreto Sicurezza, entrato in vigore dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.

La modifica incide su un meccanismo che, fino a oggi, consentiva l’accesso al gratuito patrocinio senza una verifica preventiva delle condizioni reddituali nei procedimenti di impugnazione dei decreti di allontanamento. Con la nuova disciplina, l’ammissione al beneficio torna a seguire il regime ordinario: servirà dimostrare di possedere i requisiti economici previsti dalla normativa generale sul patrocinio a carico dello Stato.

La scelta si inserisce nel più ampio capitolo dedicato all’immigrazione e alla protezione internazionale. L’obiettivo dichiarato è quello di uniformare le regole ed evitare automatismi, riportando il gratuito patrocinio nell’alveo delle verifiche patrimoniali già richieste per altri procedimenti.

Non è l’unico intervento che tocca il perimetro delle garanzie e delle procedure. Il decreto introduce anche un obbligo esplicito di cooperazione per i detenuti e gli internati stranieri ai fini dell’accertamento dell’identità. Viene richiesto di fornire e documentare informazioni su generalità, età, cittadinanza e Paesi di provenienza o transito. I dati raccolti confluiscono nella cartella personale prevista dall’ordinamento penitenziario e l’eventuale mancata collaborazione potrà essere valutata nell’ambito dei procedimenti amministrativi e giudiziari.

Parallelamente, il Governo si attribuisce per un triennio margini più ampi di intervento nella gestione e nel potenziamento dei Centri di permanenza per il rimpatrio. Sono previste semplificazioni procedurali per la realizzazione, l’adeguamento e l’ampliamento delle strutture, con la possibilità di derogare a diverse disposizioni amministrative, nel rispetto però dei vincoli penali, antimafia e degli obblighi derivanti dall’ordinamento europeo.

Il tema del gratuito patrocinio, in questo quadro, assume una valenza centrale. Per molti ricorrenti, l’accesso alla difesa tecnica rappresenta l’unico strumento per far valere le proprie ragioni davanti al giudice. La fine dell’automatismo apre ora una fase di assestamento applicativo, in cui sarà decisivo chiarire modalità e tempi delle verifiche reddituali, per evitare che la stretta si traduca in un ostacolo concreto all’esercizio del diritto di difesa.

La partita, intanto, si sposta in Parlamento, chiamato a convertire il decreto nei termini di legge.


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Esame di avvocato 2026, regole ancora in bilico: stop alle deroghe Covid e ritorno al passato?

L’esame di abilitazione alla professione forense torna al centro dell’attenzione. Con l’ultimo decreto Milleproroghe non è stata prevista alcuna estensione del sistema adottato negli anni dell’emergenza sanitaria, lasciando aperto il nodo su come si svolgerà la sessione 2026.

Negli ultimi cicli, infatti, l’accesso alla toga aveva seguito percorsi straordinari rispetto alla disciplina ordinaria. Prima due prove orali in sostituzione degli scritti, poi un modello ibrido con uno scritto e un orale articolato in più fasi. Soluzioni pensate in un contesto eccezionale, ora venuto meno.

L’assenza di una proroga riporta sul tavolo l’assetto previsto dalla legge professionale del 2012, che contempla tre prove scritte e un colloquio finale. Ma non è l’unica ipotesi: in Parlamento è ferma da tempo una delega di riforma dell’ordinamento forense che disegna una struttura diversa, con due scritti e un orale. In assenza di un intervento chiarificatore, il rischio è quello di una nuova transizione “a sorpresa” per i praticanti.

Il tema non è secondario. Negli ultimi anni il numero dei candidati è crollato rispetto ai livelli precedenti alla pandemia: dai picchi superiori alle ventimila unità si è scesi sotto quota diecimila, con una lieve ripresa solo nelle sessioni più recenti. Un segnale che racconta le difficoltà strutturali della professione, tra redditività in calo, concorrenza crescente e prospettive incerte.

Le associazioni forensi chiedono stabilità normativa e tempi certi. La continua modifica delle modalità d’esame, sostengono, genera disorientamento tra i praticanti e rende più fragile un percorso già complesso. Dal Ministero della Giustizia arriva invece l’invito a superare definitivamente i modelli emergenziali e a costruire una proposta condivisa dall’avvocatura, eventualmente traducibile in un intervento normativo rapido.

Intanto resta fermo alla Camera il disegno di legge delega sulla riforma dell’ordinamento professionale. Il provvedimento, sostenuto dal Consiglio nazionale forense, non ha ancora imboccato un iter concreto. Pesano le tensioni politiche su altri fronti della giustizia e le consuete dispute sulle competenze professionali, tema che coinvolge anche altre categorie.

Per chi si prepara alla sessione 2026, dunque, il quadro è ancora fluido. Tra ritorno alle regole originarie e possibile anticipo della riforma, la parola chiave resta una: certezza. Una condizione indispensabile non solo per gli aspiranti avvocati, ma per l’intero sistema della giustizia, che ha bisogno di accessi chiari, stabili e coerenti con le nuove sfide della professione.


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Non è magia, è algoritmo: come l’AI sta trasformando cinema e informazione

Nel giro di pochi anni l’intelligenza artificiale generativa ha cambiato radicalmente il modo in cui vengono prodotti immagini e video. Oggi basta una descrizione testuale – un semplice prompt – per ottenere clip animate, scenari realistici e perfino cortometraggi completi. Strumenti che fino a poco tempo fa erano prerogativa esclusiva di studi professionali sono diventati accessibili a un pubblico sempre più ampio.

Già nel 2016 i ricercatori del MIT Computer Science and Artificial Intelligence Laboratory avevano dimostrato la possibilità di generare brevi sequenze video sintetiche a partire da immagini statiche. Risoluzione limitata e durata ridotta, certo, ma il principio era chiaro: creare movimento dal nulla, senza una base grafica tradizionale.

Oggi l’evoluzione è impressionante. Modelli sempre più sofisticati consentono di realizzare contenuti complessi e di qualità cinematografica. Un esempio emblematico è “Critterz”, cortometraggio animato sviluppato con il supporto dell’AI, destinato a evolversi in un lungometraggio.

Dalla GAN ai modelli di diffusione

Se i primi sistemi si basavano su architetture GAN (Generative Adversarial Networks), oggi i cosiddetti diffusion model rappresentano lo standard più avanzato. Il loro funzionamento richiama il processo fisico della diffusione: partono da un “rumore” casuale che viene progressivamente raffinato fino a generare un’immagine o un video coerente.

L’elemento casuale gioca un ruolo fondamentale: anche con lo stesso prompt, i risultati possono variare sensibilmente. Piccole differenze nelle condizioni iniziali o nei passaggi di “denoising” producono output diversi, rendendo il sistema meno deterministico e più creativo – almeno in apparenza.

Tutto nasce dal prompt. Più la descrizione è precisa, più l’output si avvicina all’idea dell’utente. Ma l’AI non possiede intuizione o esperienza: interpreta il testo secondo logiche di previsione statistica e correlazione tra dati.

Videogiochi, cinema e formazione: l’AI dietro le quinte

L’intrattenimento è uno dei settori più permeati da queste tecnologie. Nei videogiochi sportivi, ad esempio, il machine learning consente di rendere movimenti e comportamenti dei personaggi più realistici, migliorando animazioni e strategie. Nel cinema, l’AI viene impiegata per ringiovanire attori, ricreare ambientazioni digitali o adattare automaticamente il doppiaggio sincronizzando i movimenti labiali.

Anche la formazione e la divulgazione beneficiano di queste innovazioni: ricostruzioni storiche tridimensionali permettono di “camminare” in città antiche o osservare monumenti nel loro aspetto originario, rendendo l’esperienza didattica immersiva e coinvolgente.

Parallelamente cresce l’uso domestico e creativo: restauro digitale di fotografie, animazione di volti storici, reinterpretazione di opere d’arte in chiave contemporanea.

Il fenomeno deepfake

Il lato più controverso è rappresentato dai deepfake: contenuti manipolati in modo da far apparire reale qualcosa che non lo è. Video, immagini o audio vengono alterati per imitare volto e voce di una persona reale.

Tra i casi più noti figura il falso Volodymyr Zelensky in un video che lo mostrava mentre annunciava la resa dell’Ucraina: un esempio lampante di come la tecnologia possa essere usata per disinformazione e propaganda.

La diffusione di strumenti accessibili al grande pubblico ha moltiplicato il fenomeno, spesso con finalità di intrattenimento, ma talvolta con intenti malevoli, estorsivi o manipolatori. Secondo alcune rilevazioni, una parte significativa della popolazione non è ancora in grado di riconoscere un deepfake, aumentando il rischio di inganno.

Brain rot e saturazione digitale

I video generati automaticamente si inseriscono in un ecosistema già dominato dallo scrolling continuo. L’espressione “brain rot”, divenuta parola dell’anno per l’Oxford English Dictionary nel 2024, descrive il deterioramento cognitivo legato al consumo eccessivo di contenuti digitali di scarsa qualità.

Canali social interamente popolati da video generati dall’AI – spesso surreali o privi di senso – stanno ridefinendo il panorama dell’intrattenimento rapido, sollevando interrogativi sulla qualità e sull’impatto culturale.

Trasparenza, filigrane digitali e AI Act

Di fronte a questi scenari, la regolamentazione diventa centrale. L’Unione Europea, con l’AI Act, ha introdotto un quadro normativo basato sul rischio, imponendo obblighi di trasparenza per i contenuti generati da sistemi ad alto impatto.

Si lavora anche sul fronte tecnologico. L’iniziativa Coalition for Content Provenance and Authenticity mira a definire standard per tracciare l’origine e la storia dei contenuti digitali. Soluzioni come SynthID prevedono l’inserimento di filigrane invisibili che attestino l’origine artificiale di un’immagine o di un video.

L’obiettivo è duplice: tutelare i cittadini e preservare l’integrità dell’informazione.

Privacy e diritto d’autore

L’AI generativa solleva inoltre questioni complesse sul piano della privacy e del copyright. L’uso di immagini, voci e dati biometrici per addestrare modelli ha generato controversie legali in diversi Paesi.

Negli Stati Uniti, ad esempio, il The New York Times ha avviato un’azione legale contro OpenAI e Microsoft per l’utilizzo dei propri contenuti nell’addestramento dei sistemi di AI. In Europa, la normativa sul text and data mining prevede meccanismi di opt-out per i titolari dei diritti.

In Italia, la recente disciplina stabilisce che la tutela autorale spetta solo alle opere con un apporto creativo umano significativo, segnando un confine chiaro tra produzione algoritmica e creazione artistica.

Innovazione e responsabilità

L’intelligenza artificiale generativa rappresenta una straordinaria opportunità di democratizzazione della creatività. Ma la velocità con cui si evolve impone un equilibrio tra innovazione e responsabilità. Senza alfabetizzazione digitale, strumenti di verifica e norme chiare, il rischio è che la tecnologia diventi veicolo di manipolazione anziché di progresso. Per le istituzioni, le imprese e i professionisti del digitale – inclusi coloro che operano nel settore dei servizi tecnologici – la sfida è governare questa trasformazione con competenza e lungimiranza.


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Body cam vietate, ma i dati dove vanno? Privacy, tecnologia e il grande paradosso digitale

Il recente stop del Garante per la protezione dei dati personali al progetto del Comune di Pescara sulle body cam per la Polizia locale riporta al centro una questione che va oltre il singolo caso amministrativo: chi controlla davvero i dati raccolti dai dispositivi di ripresa e dove vengono conservati?

L’Autorità ha espresso parere negativo sulla valutazione d’impatto presentata dall’ente, rilevando criticità significative sotto il profilo della sicurezza e del possibile trasferimento dei dati verso Paesi extra Ue. In particolare, il sistema di gestione delle registrazioni sarebbe fornito da una società statunitense e non sarebbero state chiarite adeguatamente le garanzie contro l’accesso ai dati “in chiaro” da parte del fornitore.

Il punto centrale non è l’uso delle body cam in sé, ma il rischio che le informazioni raccolte – potenzialmente sensibili e legate ad attività di polizia giudiziaria – possano essere trasferite fuori dall’Unione europea senza le tutele previste dalla normativa.

Il tema dei trasferimenti e le regole europee

Nel contesto “law enforcement” si applicano regole ancora più stringenti rispetto al GDPR ordinario. Il trasferimento verso Paesi terzi richiede garanzie specifiche, accordi vincolanti e un livello di protezione adeguato. Nel caso esaminato delle body cam per la Polizia locale di Pescara, secondo quanto emerso, non sarebbero state fornite rassicurazioni sufficienti né sulla sicurezza tecnica del sistema né sull’eventuale ruolo del fornitore estero nel trattamento dei dati. Anche la presenza di una SIM all’interno dei dispositivi avrebbe sollevato interrogativi non chiariti.

Una riflessione più ampia

La vicenda solleva però un interrogativo più generale. Se per una pubblica amministrazione l’utilizzo di dispositivi con infrastrutture extra Ue viene sottoposto a controlli rigorosi, quali riflessioni si impongono rispetto ad altre tecnologie diffuse sul territorio?

Molti Comuni utilizzano sistemi di videosorveglianza in piazze e parchi; allo stesso tempo, piattaforme globali effettuano riprese su strada per servizi di mappatura digitale. Nel settore privato e domestico, inoltre, sono milioni le telecamere installate per finalità di sicurezza, spesso prodotte e gestite tramite cloud extraeuropei.

Il tema non è certo quello di formulare giudizi, ma evidenziare una possibile asimmetria nella percezione del rischio. Se la preoccupazione riguarda il trasferimento dei dati e il controllo effettivo sugli archivi digitali, la questione non può essere limitata al solo ambito della pubblica amministrazione.

Sicurezza e consapevolezza

Il furto e l’utilizzo improprio di immagini e flussi video rappresentano un fenomeno crescente. Tuttavia, la percezione pubblica del rischio appare spesso attenuata da un’abitudine diffusa alla presenza costante di dispositivi connessi.

Per le pubbliche amministrazioni il tema è ancora più delicato: occorre garantire sicurezza, proporzionalità e piena conformità normativa. Per i cittadini e le imprese, la sfida è comprendere che la protezione dei dati non è un ostacolo tecnologico, ma una componente strutturale della sicurezza digitale.


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Chiamate indesiderate? Ecco la guida pratica per difendersi dal telemarketing aggressivo

Il contrasto al telemarketing aggressivo si gioca oggi su più fronti. Accanto agli strumenti già noti ai cittadini, si aggiungono nuovi canali di segnalazione e misure tecniche pensate per bloccare a monte le chiamate irregolari. L’obiettivo è duplice: prevenire i contatti indesiderati e rendere più efficaci controlli e sanzioni nei confronti degli operatori scorretti.

Prevenzione: registro e filtri tecnologici

Il primo livello di difesa resta l’iscrizione al Registro pubblico delle opposizioni, che consente agli intestatari di linee fisse e mobili di opporsi all’utilizzo dei propri numeri per finalità promozionali. L’iscrizione comporta anche la revoca dei consensi precedentemente rilasciati per attività di marketing, salvo quelli eventualmente concessi dopo la registrazione.

Accanto a questo strumento, si è rafforzato il sistema dei filtri tecnici contro il cosiddetto “spoofing”, ossia la falsificazione del numero chiamante. Le autorità hanno imposto agli operatori telefonici l’adozione di blocchi automatici per intercettare chiamate provenienti dall’estero che simulano numerazioni italiane inesistenti o non richiamabili. I dati diffusi nei mesi scorsi parlano di milioni di chiamate bloccate ogni giorno, a conferma della portata del fenomeno.

Dopo la chiamata: segnalazioni e controlli

Quando la prevenzione non basta, il cittadino può attivare strumenti di tutela successivi. È possibile presentare segnalazioni attraverso il portale telematico dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali, indicando con precisione numero chiamante, data, orario e contenuto della proposta commerciale.

Più di recente è stata attivata anche una piattaforma dedicata per le segnalazioni relative alle violazioni del codice di condotta del settore. L’organismo competente può intervenire sollecitando l’operatore a rimediare e, nei casi più gravi, applicando sanzioni previste dal codice stesso.

Va chiarito che tali strumenti hanno funzione di vigilanza e controllo: non attribuiscono direttamente rimborsi o risarcimenti. Chi intende ottenere un indennizzo deve rivolgersi ad altri canali, come la conciliazione o il giudice ordinario.

Un fenomeno ancora difficile da arginare

Nonostante il rafforzamento delle tutele, le chiamate indesiderate continuano a rappresentare un problema diffuso. Le segnalazioni annuali alle autorità si contano nell’ordine delle decine di migliaia e l’adozione di nuove tecniche elusive da parte degli operatori irregolari rende necessario un costante aggiornamento degli strumenti di contrasto.

Per i cittadini, la parola chiave resta “consapevolezza”: iscriversi al Registro, verificare i consensi rilasciati, non fornire dati personali in modo superficiale e utilizzare i canali ufficiali di segnalazione quando si subiscono violazioni.


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Migliorano appello e Cassazione, ma tribunali e giudici di pace tornano in affanno

La fotografia della giustizia civile restituisce l’immagine di un sistema che procede a velocità differenziate. È quanto emerge dalla Relazione sull’amministrazione della giustizia per il 2025 depositata in Parlamento, che analizza non solo i procedimenti oggetto degli obiettivi Pnrr, ma anche quelli esclusi dal monitoraggio europeo.

Il dato complessivo segnala una lieve risalita delle pendenze civili, che al 30 settembre 2025 si attestano intorno ai 2,9 milioni. Un incremento contenuto rispetto al 2024, ma significativo se si guarda al triennio in cui le misure del Pnrr sono entrate pienamente a regime.

Giudici di pace e tribunali sotto pressione

A trainare l’aumento sono soprattutto gli uffici del giudice di pace, dove i procedimenti pendenti sfiorano il milione, con una crescita marcata rispetto al 2022. L’incremento delle competenze attribuite a questi uffici e la cronica carenza di personale incidono in modo evidente sui numeri.

Segnali di affanno si registrano anche nei tribunali ordinari, dove le pendenze tornano a crescere rispetto al 2024. Tra le materie più dinamiche figurano le controversie in tema di protezione internazionale e di pubblico impiego, ambiti nei quali l’aumento delle nuove iscrizioni ha inciso sull’equilibrio tra entrate e definizioni.

Diverso il quadro nelle corti d’appello e in Cassazione, dove il numero dei procedimenti pendenti continua a diminuire in modo sensibile rispetto al 2022.

Tempi di definizione: obiettivo ancora distante

Uno dei traguardi fissati dal Pnrr prevede la riduzione del 40% dei tempi di definizione dei processi civili rispetto al 2019. Al primo semestre 2025 il calo complessivo si attesta al 27,8%, segnalando un percorso non ancora in linea con l’obiettivo finale.

Anche sul fronte dei tempi emerge un sistema disomogeneo: in appello e in Cassazione la durata stimata dei procedimenti continua a ridursi; nei tribunali ordinari, invece, si registra un aumento rispetto al 2022, mentre nei tribunali per i minorenni e negli uffici del giudice di pace i tempi risultano in crescita.

Il nodo dell’ufficio per il processo

Un capitolo centrale riguarda l’impatto dell’ufficio per il processo, struttura rafforzata grazie ai fondi del Pnrr con l’obiettivo di supportare l’attività dei magistrati e accelerare lo smaltimento dell’arretrato. La relazione ministeriale attribuisce a questo strumento un ruolo rilevante nella riduzione delle pendenze nei gradi superiori. Tuttavia, l’andamento dei dati nei tribunali e negli uffici del giudice di pace suggerisce che l’effetto non sia stato uniforme sul territorio né sufficiente a compensare l’aumento delle nuove iscrizioni in alcune materie.

La sfida, dunque, non è solo quantitativa ma organizzativa: stabilizzare le risorse, redistribuire il personale in modo razionale e assicurare continuità agli interventi avviati, evitando che la spinta emergenziale del Pnrr si esaurisca con la scadenza dei target.


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Un neoassunto su quattro è straniero: nel 2025 1,36 milioni di ingressi

Nel 2025 le assunzioni di lavoratori stranieri in Italia sfiorano quota 1 milione e 360mila, pari al 23,4% del totale: in pratica, un nuovo assunto su quattro non è italiano. Il dato segna un’accelerazione evidente rispetto al periodo pre-Covid: confrontando i numeri con il 2019, gli ingressi risultano più che raddoppiati. Ancora più significativo il confronto con il 2017: in otto anni la crescita è stata del 139%.

A fotografare la tendenza è il report settimanale elaborato dall’Ufficio studi della CGIA su dati del Sistema informativo Excelsior (Unioncamere–Ministero del Lavoro).

I settori con la maggiore incidenza

La presenza dei lavoratori stranieri varia sensibilmente a seconda dei comparti produttivi. In agricoltura quasi una nuova assunzione su due riguarda cittadini non italiani (42,9%). Percentuali elevate anche nel tessile-abbigliamento-calzature (41,8%) e nelle costruzioni (33,6%). Pulizie e trasporti si attestano al 26,7%.

Guardando ai numeri assoluti, è la ristorazione a guidare la classifica con 231.380 ingressi previsti tra cuochi, aiuto cuochi, camerieri, lavapiatti e addetti alle pulizie. Seguono i servizi di pulizia (137.330) e l’agricoltura (105.540).

Una componente strutturale dell’economia

I lavoratori stranieri non rappresentano più una presenza marginale o temporanea, ma una componente stabile del mercato del lavoro. Secondo un’elaborazione della Fondazione Leone Moressa su dati INPS, i dipendenti extracomunitari in Italia sono poco meno di 2,2 milioni. L’incidenza più elevata sul totale dei lavoratori dipendenti si registra in Emilia-Romagna (17,4%), Toscana e Lombardia (entrambe al 16,6%).

Il contributo degli stranieri è ritenuto decisivo sotto diversi profili. Sul piano demografico, l’Italia è alle prese con un progressivo invecchiamento della popolazione e un calo delle nascite. La presenza di lavoratori più giovani contribuisce ad ampliare la base attiva e a rendere più sostenibile il sistema previdenziale.

Sul piano produttivo, molti cittadini stranieri operano in settori caratterizzati da carenza di manodopera italiana: agricoltura, edilizia, logistica, assistenza domestica e cura degli anziani. In molte aree del Paese, queste attività rischierebbero forti difficoltà senza il loro apporto.

Anche i conti pubblici beneficiano di questa presenza: i lavoratori stranieri versano imposte e contributi come gli italiani, ma, essendo mediamente più giovani, usufruiscono meno di pensioni e prestazioni. Il saldo, secondo le analisi, risulta positivo per il sistema.

Cresce inoltre l’imprenditoria immigrata, che genera occupazione e contribuisce alla rivitalizzazione di quartieri e territori in difficoltà.

Non “mestieri etnici”, ma reti e adattamento

Le analisi smentiscono l’idea di “specializzazioni etniche”. Le statistiche ufficiali classificano per cittadinanza o area geografica, non per etnia. Le concentrazioni settoriali osservate sono il risultato di fattori concreti: reti migratorie, domanda locale di lavoro, barriere linguistiche iniziali, difficoltà nel riconoscimento dei titoli di studio, politiche di regolarizzazione mirate a specifici comparti.

I lavoratori dell’Europa dell’Est sono particolarmente presenti nell’assistenza familiare e nel lavoro domestico; quelli del Nord Africa in edilizia, agricoltura e logistica; dall’Asia meridionale proviene una quota significativa di addetti all’agricoltura, alla ristorazione e al piccolo commercio; i cittadini cinesi risultano concentrati nel commercio e nella manifattura tessile; i filippini nei servizi domestici e alla persona.

Si tratta, dunque, di processi di adattamento e opportunità, non di presunte vocazioni culturali.

Le differenze territoriali

La crescita degli ingressi tra il 2017 e il 2025 è stata particolarmente marcata in Basilicata (+306%), Trentino-Alto Adige (+237%) e Umbria (+190%).

Nel solo 2025, l’incidenza più alta delle assunzioni di stranieri sul totale si registra in Trentino-Alto Adige (31,5%), seguita da Emilia-Romagna (30,6%) e Lombardia (29,2%), a fronte di una media nazionale del 23,4%.

A livello provinciale, Prato si colloca al primo posto con il 55,5% delle nuove assunzioni riferite a lavoratori stranieri. Seguono Gorizia e Piacenza (39,7%), Matera (36,4%) e Bolzano (35,1%). In termini assoluti, Milano guida la classifica con 141.790 ingressi previsti, seguita da Roma (96.660) e Verona (42.000).


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Le operazioni di voto si terranno nell’arco di cinque giornate consecutive, da lunedì 5 a venerdì 9 ottobre 2026. La chiusura definitiva delle urne è fissata alle ore 13.00 dell’ultimo giorno, con orario uniforme su tutto il territorio nazionale.

Il Consiglio di Amministrazione è stato incaricato di determinare il “numero base” previsto dal Regolamento Elettorale e di procedere alla ripartizione dei seggi tra i diversi Collegi, oltre agli ulteriori adempimenti organizzativi richiesti.

Le elezioni si svolgeranno secondo le modalità stabilite dal Regolamento Elettorale vigente.


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