Si allarga nell’avvocatura il fronte critico nei confronti della disciplina che consente di destinare alla riscossione somme dovute dalla Pubblica Amministrazione ai professionisti in presenza di determinate pendenze fiscali.
Al centro delle contestazioni c’è l’art. 48-bis del DPR 602/1973 e, in particolare, il meccanismo applicabile ai compensi professionali: le critiche riguardano soprattutto gli automatismi della procedura, l’assenza di un effettivo contraddittorio prima del trasferimento delle somme e il rischio che l’intero compenso venga assorbito, compromettendo la liquidità necessaria all’attività del lavoratore autonomo.
Sul tema sono intervenute, con iniziative distinte ma convergenti, ADU Italia – Associazione Italiana dei Difensori d’Ufficio e Azione Forense.
ADU Italia: «Fermare subito la tagliola fiscale»
ADU Italia chiede al Governo la sospensione immediata dell’applicazione della disciplina e l’apertura di un tavolo tecnico con le categorie professionali interessate.
L’associazione afferma di aver ricevuto, nei primi mesi di applicazione, numerose segnalazioni di situazioni problematiche. Tra queste figurerebbero casi riguardanti posizioni risultate inferiori alla soglia dei 5.000 euro, cartelle impugnate o sospese, rateizzazioni regolarmente in corso e debiti rispetto ai quali potrebbero sorgere questioni di prescrizione.
«Quello che avevamo denunciato come un meccanismo sproporzionato e privo di adeguate garanzie si sta rivelando anche un autentico boomerang per i conti pubblici e per l’efficienza dell’intero sistema Giustizia», afferma il presidente di ADU Italia, Riccardo Rossi.
Il problema principale, secondo l’associazione, risiede nell’automatismo della procedura. Una volta avviato il meccanismo, il professionista non disporrebbe di uno strumento preventivo sufficientemente efficace per far valere, prima del trasferimento del denaro, circostanze come un pagamento già effettuato, una sospensione, una rateizzazione o un errore nella ricostruzione della posizione debitoria.
ADU evidenzia inoltre il rischio di un effetto paradossale: una procedura pensata per rendere più efficiente la riscossione potrebbe generare nuovo contenzioso qualora i professionisti fossero successivamente costretti ad agire per recuperare somme che ritengono trasferite indebitamente.
Azione Forense propone dieci giorni per contestare
Sullo stesso problema è intervenuta Azione Forense, scegliendo la strada di una proposta di modifica legislativa.
Il 4 agosto 2026 il segretario generale dell’associazione, Luigi Maria Vitali, ha presentato alle principali istituzioni dello Stato un’istanza accompagnata da una proposta di intervento sull’art. 48-bis, comma 1-ter, del DPR 602/1973.
Anche in questo caso il nodo individuato è l’assenza di una fase preventiva nella quale il professionista possa interloquire con l’amministrazione prima che le somme vengano trasferite.
La proposta prevede che il professionista riceva una comunicazione telematica e disponga di dieci giorni per documentare eventuali pagamenti già effettuati, sgravi, sospensioni amministrative o giudiziali, rateizzazioni non decadute, definizioni agevolate oppure errori manifesti nella posizione risultante.
Soltanto dopo la scadenza del termine, in assenza di elementi ostativi, si potrebbe procedere al trasferimento delle somme.
Il nodo dell’intero compenso
Un altro punto sul quale convergono le due associazioni riguarda la possibilità che il meccanismo finisca per assorbire integralmente il compenso spettante al professionista.
ADU Italia sottolinea la differenza rispetto alle garanzie previste dall’ordinamento per altre tipologie di reddito e avverte che privare un lavoratore autonomo dell’intera somma potrebbe impedirgli di sostenere le spese necessarie alla prosecuzione dell’attività e, paradossalmente, di adempiere ai propri obblighi fiscali e previdenziali correnti.
Azione Forense propone, proprio per questa ragione, di introdurre nella disciplina un criterio di proporzionalità, evitando che la riscossione possa assorbire completamente quanto dovuto dalla PA.
Le possibili conseguenze sul patrocinio a spese dello Stato
La questione assume una rilevanza particolare per l’avvocatura perché molti dei compensi corrisposti dalla Pubblica Amministrazione riguardano attività svolte nell’ambito della difesa d’ufficio e del patrocinio a spese dello Stato.
ADU Italia teme che il rischio di non ricevere materialmente compensi già liquidati possa rendere progressivamente meno attrattiva la permanenza negli elenchi dei professionisti disponibili per questi incarichi.
Una conseguenza che, secondo l’associazione, finirebbe per incidere non soltanto sugli avvocati, ma soprattutto sui cittadini economicamente più fragili e sull’effettività del diritto di difesa.
Anche l’iniziativa di Azione Forense nasce dalla situazione dell’avvocatura e, in particolare, dei professionisti impegnati nel patrocinio a spese dello Stato, pur riguardando potenzialmente tutti i liberi professionisti creditori della Pubblica Amministrazione.
Stesso problema, due richieste al Governo
Le iniziative seguono dunque strade differenti ma partono da una diagnosi sostanzialmente comune.
ADU Italia chiede di sospendere il meccanismo e convocare urgentemente un tavolo tecnico; Azione Forense mette sul tavolo una proposta legislativa che introduca un contraddittorio preventivo e un principio di proporzionalità.
Nessuna delle due associazioni mette in discussione il diritto dello Stato a recuperare i propri crediti. Il tema sollevato riguarda piuttosto le modalità attraverso le quali la riscossione viene effettuata e le garanzie riconosciute al professionista prima che il compenso venga trasferito.

