Il CNF accusa: “Una sentenza della Cassazione contiene tre precedenti sbagliati generati dall’intelligenza artificiale”

Il giusto processo “è ancora lontano dall’essere una realtà del nostro sistema giudiziario”. Lo ha detto il presidente del Consiglio nazionale forense, Francesco Greco, intervenendo al congresso straordinario dell’Unione delle Camere penali italiane in corso a Brescia, mettendo in dubbio che nel processo penale sia oggi garantito un contraddittorio tra le parti in condizioni di parità, davanti a un giudice terzo. Greco ha richiamato in particolare lo squilibrio di strumenti, anche tecnologici, tra pubblico ministero e difesa nella fase delle indagini, chiedendosi quanto resti del modello accusatorio introdotto dalla riforma del 1989 e se il principio della formazione della prova nel dibattimento non sia stato progressivamente svuotato.

Il presidente del CNF ha poi criticato l’art. 581, comma 1-quater, del codice di procedura penale, che regola l’impugnazione da parte dell’imputato assente in primo grado: chi non ha partecipato al giudizio ed è stato assistito da un difensore d’ufficio mai incontrato deve conferire un nuovo mandato per poter appellare la sentenza, con il rischio concreto che una parte dei cittadini resti di fatto con un solo grado di giudizio, in tensione con il principio di eguaglianza dell’art. 3 e con l’effettività del diritto di difesa dell’art. 24 della Costituzione.

Il passaggio più allarmante dell’intervento riguarda però l’intelligenza artificiale nei tribunali. Greco ha richiamato la legge 132/2025, il cui art. 15 disciplina l’uso dell’IA nell’attività giudiziaria, escludendola dalla redazione dei provvedimenti e ammettendola solo per finalità organizzative. Il presidente del CNF ha citato il caso di una sentenza della Cassazione civile del 12 ottobre 2026 in cui comparirebbero tre riferimenti giurisprudenziali errati, relativi a precedenti riguardanti fattispecie, contesti e materie del tutto diversi da quella decisa: un’anomalia compatibile con un uso acritico di strumenti di intelligenza artificiale generativa non adeguatamente verificato. “È indispensabile verificare sempre ciò che viene prodotto dai sistemi di intelligenza artificiale”, ha dichiarato, aggiungendo di essere preoccupato anche dalla tendenza a giustificare simili condotte invece di affrontare con rigore il tema del rispetto della legge.

Chiudendo l’intervento, Greco ha richiamato l’urgenza di intervenire sulle condizioni degli istituti penitenziari italiani, giudicate “troppo spesso incompatibili con il rispetto dei diritti fondamentali della persona”. Per il presidente del CNF non basta puntare sulla costruzione di nuovi istituti, esposti al rischio di sovraffollamento in pochi mesi, ma servono interventi immediati di manutenzione straordinaria, più semplici e rapidi da realizzare: il mandato del difensore penalista, ha ricordato, non si esaurisce con la lettura della sentenza ma si estende anche alla fase esecutiva della pena.

Midterm, urne aperte domani con Trump ai minimi di gradimento e il Senato appeso a quattro seggi

Mancano poche ore al voto di midterm di domani, martedì 3 novembre, che rinnoverà tutti i 435 seggi della Camera, 35 seggi del Senato e 36 governatorati. Il nome di Donald Trump non compare su nessuna scheda, eppure l’esito condizionerà direttamente il margine di manovra della Casa Bianca per i prossimi due anni: se anche un solo ramo del Congresso passasse ai democratici, il presidente si troverebbe davanti a trattative legislative più complesse, iniziative bloccate in aula e un’intensificazione delle indagini parlamentari sulla sua amministrazione. Questo non equivarrebbe comunque a una crisi di governo in senso tecnico, perché nel sistema presidenziale americano l’esecutivo non dipende da un voto di fiducia del Congresso, a differenza delle democrazie parlamentari europee.

I precedenti storici non giocano a favore della Casa Bianca: nelle 23 tornate di midterm comprese tra il 1934 e il 2022, il partito del presidente in carica ha perso seggi alla Camera in 20 occasioni, circa l’87% dei casi — la cosiddetta “legge del midterm”, che penalizza chi governa a prescindere dal suo gradimento.

A rendere questa tornata ancora più delicata per i repubblicani è il crollo del gradimento di Trump, sceso al 33%. Sul risultato finale pesano le scelte di politica economica dell’amministrazione, il coinvolgimento militare in Iran e la capacità dei due schieramenti di mobilitare il proprio elettorato. Pubblicamente il presidente continua a mostrarsi sicuro dell’esito, ma secondo diverse ricostruzioni il suo umore privato peggiorerebbe di giorno in giorno. A fotografare il clima interno al partito è stato l’ex capo stratega della Casa Bianca Steve Bannon, secondo cui serve ormai “un miracolo” per salvare la maggioranza alla Camera, mentre al Senato “i conservatori ce la possono ancora fare” nonostante alcune corse definite “preoccupanti”; Bannon si è spinto oltre, pronosticando che all’indomani del voto scoppierà una vera e propria “guerra civile” interna al Partito repubblicano.

Il controllo del Senato si gioca su margini ristrettissimi: i repubblicani difendono i 53 seggi attualmente in mano, contro i 47 dei democratici, che per ribaltare la maggioranza devono conquistarne almeno quattro senza cederne nessuno. Il sondaggio New York Times/Siena — 5.708 elettori probabili intervistati tra il 23 ottobre e il 1° novembre — indica i democratici avanti in tutte le sette sfide senatoriali considerate più incerte. In Kansas, dove un democratico non viene eletto al Senato dal 1932, Hamilton supera Marshall 49% a 44%, ribaltando il pareggio al 45% rilevato a fine settembre; in Iowa il vantaggio di Turek su Hinson è minimo (48% a 47%); in Texas Talarico precede Paxton 50% a 43%; in Michigan El-Sayed è avanti di 11 punti su Rogers.

Trump ha chiuso personalmente la campagna domenica 1° novembre con un doppio appuntamento, prima in Iowa e poi a Salina, in Kansas — trentesimo comizio in trentadue giorni —, promettendo di “staccare la spina stanotte” in sostegno della rielezione del senatore uscente Roger Marshall. Nell’occasione ha anche annunciato un piano da 4,3 miliardi di dollari di Fannie Mae e Freddie Mac destinato ai mutui nello Stato, che dovrebbe interessare circa 15mila famiglie nel corso del 2027.

Tra poco più di ventiquattr’ore le urne diranno chi ha vinto questa maratona di trenta comizi in trentadue giorni. Ma il verdetto di domani non si limiterà a colorare di rosso o di blu i seggi di Camera e Senato: dai rapporti di forza alla Casa Bianca alle tensioni aperte con l’Iran, fino alla stessa tenuta del Partito repubblicano — che Bannon vede già sull’orlo di una resa dei conti interna — il voto di midterm può ridisegnare equilibri che vanno ben oltre i confini degli Stati Uniti. Chissà come andrà a finire.

Messa alla prova, la Consulta chiude la porta: resta esclusa per traffico di influenze e turbata libertà dei contratti pubblici

La Corte costituzionale, con la sentenza n. 180 depositata il 2 novembre 2026, ha giudicato inammissibili o non fondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate dal Gup del Tribunale di Pescara sull’istituto della messa alla prova (MAP), con ordinanza del 27 novembre 2025.

Il caso riguarda un imputato per traffico di influenze illecite (art. 346-bis c.p.) e turbata libertà del procedimento di scelta del contraente (art. 353-bis c.p.), che aveva richiesto la messa alla prova con il parere favorevole del pubblico ministero. L’art. 168-bis, primo comma, c.p. limita però l’accesso al beneficio ai reati puniti con pena massima di quattro anni e a quelli elencati nell’art. 550, secondo comma, c.p.p.: soglia e catalogo che escludono entrambe le fattispecie contestate, eccedenti il limite edittale. Il giudice remittente denunciava la violazione degli articoli 3, 27, terzo comma, e 76 della Costituzione.

La Consulta, richiamando la propria precedente sentenza n. 90 del 2025, ha limitato lo scrutinio al solo art. 168-bis, comma 1, c.p., dichiarando inammissibili le censure relative agli artt. 346-bis e 353-bis c.p. e all’art. 550, comma 2, c.p.p., utilizzati nell’ordinanza di rimessione solo per individuare i reati esclusi. Nel merito, la Corte ha escluso la violazione dell’art. 76 Cost.: la legge delega n. 134 del 2021 autorizzava l’estensione della MAP a “ulteriori specifici reati” puniti fino a sei anni, lasciando al legislatore delegato la facoltà di selezionare le fattispecie anziché innalzare la soglia in modo generalizzato.

Quanto all’art. 3 Cost., la Corte ha ritenuto non irragionevole il criterio misto adottato (soglia di pena più rinvio mobile al catalogo dell’art. 550, comma 2, c.p.p.), rilevando la non omogeneità tra i reati esclusi e quelli di comparazione indicati dal giudice a quo (ricettazione, oltraggio, violenza o minaccia a pubblico ufficiale, resistenza). Sull’art. 27, terzo comma, Cost., la Consulta ha chiarito che la finalità rieducativa non impone l’estensione della MAP a ogni reato astrattamente compatibile con percorsi riparativi, potendo tale finalità essere perseguita anche attraverso altri istituti, quali le misure alternative e la sospensione condizionale della pena.

Per la difesa, la pronuncia conferma che l’accesso alla messa alla prova per i reati contro la pubblica amministrazione legati agli appalti resta, allo stato, precluso in via generale, salvo un intervento del legislatore che modifichi il catalogo dei reati ammessi.

Malattia e responsabilità disciplinare: il CNF traccia il confine tra scriminante e attenuante

Il Consiglio Nazionale Forense, con la sentenza n. 270, si pronuncia su un tema ricorrente nei procedimenti disciplinari forensi: il rilievo delle condizioni di salute psicofisica dell’avvocato incolpato rispetto alla sua responsabilità deontologica.

Il Consiglio ribadisce un principio consolidato: l’illecito disciplinare forense si fonda sulla mera volontarietà dell’azione o dell’omissione contestata, senza richiedere la prova di un dolo specifico o di una particolare intenzionalità lesiva. Ne consegue che uno stato di malattia, anche psichica, dell’incolpato non può di per sé escludere la sussistenza dell’illecito, operando come scriminante in senso tecnico.

Il Consiglio precisa tuttavia che le medesime condizioni di salute, pur non scriminando la condotta, possono essere valorizzate in sede di commisurazione della sanzione, incidendo sulla sua gravità e quindi sulla sua entità finale. Si tratta di una distinzione netta tra il piano dell’an (l’esistenza dell’illecito) e quello del quantum (la misura della sanzione), che lascia ai Consigli distrettuali di disciplina e, in sede di impugnazione, al CNF stesso, un margine di valutazione discrezionale ma vincolato a questo schema.

La pronuncia offre un parametro operativo rilevante per i difensori che assistono colleghi in procedimenti disciplinari: la documentazione sanitaria relativa a patologie psicofisiche dell’incolpato va dunque prodotta e argomentata non per escludere la responsabilità, ma per orientare la decisione sulla sanzione verso la misura più mite applicabile al caso concreto, dall’avvertimento fino alla sospensione, secondo la gravità dei fatti contestati.

Decreto sicurezza, l’AIGA all’attacco: “Norme scritte per chiedere meno prove all’accusa”

Il decreto-legge 22 ottobre 2026, n. 190, ottavo provvedimento in materia di sicurezza pubblica, è stato adottato dal Governo in risposta ai disordini di ottobre. Per l’Associazione Italiana Giovani Avvocati (AIGA), il provvedimento introduce fattispecie penali costruite su un numero di elementi costitutivi inferiore rispetto ai reati già esistenti, rendendole più agevoli da contestare per l’accusa: non è richiesta la prova dell’offesa estesa all’ordine pubblico propria della devastazione, né quella della violenza diretta contro il pubblico ufficiale tipica della resistenza, né il vincolo stabile che caratterizza l’associazione per delinquere.

Secondo AIGA, la principale criticità riguarda il rispetto del principio di determinatezza (art. 25, comma 2, Costituzione) e di quello di personalità della responsabilità penale (art. 27, comma 1, Costituzione). I nuovi articoli 420-bis e 635.1 del codice penale ruotano attorno alla nozione di un gruppo di almeno cinque persone “organizzato anche occasionalmente”: una formula indeterminata che, secondo l’associazione, rischia di sostituire alla prova del contributo causale e del dolo del singolo concorrente la semplice prova della sua presenza nel gruppo, con pene fino a dodici anni di reclusione per organizzatori e istigatori.

Ancora più critica, per AIGA, è la presunzione di capacità di intendere e di volere per i minori tra i quattordici e i diciotto anni, che sposta sulla difesa l’onere di provare l’immaturità del minore, indebolendo il processo minorile e ponendosi in tensione con gli articoli 3, 27 e 31 della Costituzione. Preoccupano inoltre l’estensione della flagranza differita e le sanzioni ai genitori disposte dal Prefetto sulla base dei soli atti di indagine, senza contraddittorio pieno.

“Il decreto non si limita ad aggiungere nuovi reati – dichiara Luigi Bartolomeo Terzo, presidente nazionale AIGA – ma costruisce fattispecie che chiedono all’accusa di provare meno: basta dimostrare l’esistenza del gruppo e la presenza dell’imputato al suo interno, anziché la condotta, il contributo e il dolo di ciascuno. È una scorciatoia probatoria incompatibile con il principio di personalità della responsabilità penale.” AIGA seguirà l’iter di conversione in Parlamento, mettendo a disposizione delle istituzioni le proprie osservazioni tecniche.

Niente sconti a chi viola le prescrizioni: la Cassazione blocca la scorciatoia delle pene sostitutive

La Corte di cassazione, sezione penale, con la sentenza n. 36314, affronta uno dei nodi applicativi lasciati aperti dalla riforma Cartabia in tema di pene sostitutive delle pene detentive brevi, introdotte dal d.lgs. 10 ottobre 2022, n. 150.

Il caso riguarda un condannato con sentenza passata in giudicato prima dell’entrata in vigore della riforma, al quale era stata successivamente revocata la sospensione condizionale della pena per inadempimento delle prescrizioni imposte. La difesa sosteneva che tale revoca, intervenuta dopo il 30 dicembre 2022, aprisse la possibilità di richiedere, in sede esecutiva, l’applicazione delle nuove pene sostitutive (semilibertà, detenzione domiciliare, lavoro di pubblica utilità, pena pecuniaria) previste dal nuovo art. 20-bis del codice penale.

La Prima sezione penale respinge questa tesi, consolidando un orientamento già emerso in precedenti pronunce. Secondo i giudici di legittimità, ammettere l’applicabilità delle pene sostitutive in questi casi equivarrebbe a “rimettere in termini” il condannato proprio in conseguenza di una sua condotta antigiuridica, ossia la violazione delle prescrizioni che ha causato la revoca del beneficio. Si determinerebbe un paradosso: chi rispetta le prescrizioni resta escluso dal nuovo regime perché la sua condanna è anteriore e definitiva, mentre chi le viola otterrebbe, indirettamente, un nuovo vaglio sulla sanzione da scontare.

Per gli avvocati penalisti la pronuncia consolida un principio restrittivo applicabile a tutte le condanne definitive precedenti al 30 dicembre 2022 e fuori dal regime transitorio previsto dal decreto Cartabia: la revoca della sospensione condizionale, per qualunque causa sopravvenuta, non costituisce un varco procedurale per accedere retroattivamente alle pene sostitutive riformate.

Il diritto resiste alle macchine: il nuovo benchmark smonta il mito dell’IA invincibile

Un nuovo benchmark pubblicato il 2 novembre dalla società di ricerca statunitense SemiAnalysis ridimensiona drasticamente le capacità reali dell’intelligenza artificiale nei settori professionali ad alto valore, diritto compreso. Il test, chiamato GDPx e firmato dagli analisti Max Kan, Andrew Megalaa e Dylan Patel, misura le prestazioni dei modelli più avanzati in undici ambiti economici: progettazione di chip, cybersicurezza, biologia, finanza, diritto, trading quantitativo, auto-miglioramento ricorsivo, progettazione hardware, scienza dei materiali, allineamento e ingegneria del software.

Il risultato principale è che il modello migliore in assoluto ottiene appena il 12% di punteggio complessivo, soglia che gli autori definiscono “realmente di frontiera”. A guidare la classifica generale è Claude Opus 5.5, primo in trading quantitativo, progettazione hardware e chip design; segue Gemini 4 Carbon, migliore in biologia, con GPT-6 Astra al vertice negli ambiti dell’auto-miglioramento e della scienza dei materiali.

Il dato più rilevante per gli operatori del diritto riguarda proprio il dominio legale, insieme a quello finanziario: qui la quasi totalità dei modelli testati ha ottenuto un punteggio pari a zero nella valutazione binaria, costringendo i ricercatori a introdurre un punteggio parziale per rendere i risultati leggibili. Le prove legali sono state scritte da esperti di dominio reclutati tra quattordici partner specializzati in ambienti di simulazione, con un processo di controllo qualità che ha scartato quasi la metà dei task equivalenti del precedente standard Terminal Bench 4.0 perché inattendibili.

Per gli avvocati italiani il messaggio pratico è duplice: da un lato conferma che gli strumenti di intelligenza artificiale generativa restano, allo stato attuale, inadeguati a sostituire in autonomia il lavoro di redazione o analisi giuridica complessa; dall’altro segnala che i produttori dei grandi modelli (OpenAI, Google, Anthropic) stanno investendo proprio sul settore legale come terreno di sfida per le prossime versioni, rendendo prevedibile un salto di qualità nel breve periodo che gli studi professionali dovranno monitorare con attenzione.

Inflazione al 5,4%, il livello più alto degli ultimi anni: ecco quanto costa in più a ogni famiglia

L’Istat ha diffuso questa mattina la stima preliminare dell’inflazione di ottobre 2026: l’indice nazionale dei prezzi al consumo (Nic) segna un +5,4% su base annua, in forte accelerazione rispetto al +4,2% di settembre, con una variazione congiunturale dello 0,9% rispetto al mese precedente. Si tratta del dato tendenziale più alto registrato dall’Istituto di statistica negli ultimi anni.

Secondo l’Istituto, l’impennata è riconducibile principalmente ai beni energetici, i cui prezzi sono passati da un +22,6% di settembre a un +31,4% tendenziale di ottobre, un’escalation che Istat collega al perdurare della situazione geopolitica internazionale. L’aumento del costo dell’energia si sta progressivamente trasferendo anche sui prezzi di beni alimentari e servizi di trasporto, ampliando la base dei rincari percepiti dalle famiglie.

Le associazioni dei consumatori hanno reagito a stretto giro con stime sull’impatto concreto sui bilanci familiari. Il presidente dell’Unione Nazionale Consumatori, Massimiliano Dona, ha parlato di “prezzi roventi ampiamente previsti”, aggiungendo che si tratta di “un autunno caldo sul fronte dei prezzi che purtroppo è solo alle battute iniziali”. Secondo i calcoli dell’associazione, la famiglia media subirà una spesa aggiuntiva di 1.558 euro su base annua, di cui 790 euro per la sola voce abitazione-elettricità-gas e 328 euro per i trasporti; per una coppia con un figlio la stangata sale a 1.866 euro, per una coppia con due figli a 1.987 euro.

Il Codacons ha parlato apertamente di una “stangata invernale” in arrivo, stimando un aggravio di 1.803 euro per la famiglia tipo e di 2.345 euro per i nuclei con due figli. Assoutenti, per voce del presidente Gabriele Melluso, ha chiesto misure immediate al governo: un taglio dell’Iva sui beni energetici, la riduzione degli oneri di sistema in bolletta e la proroga del Servizio a Tutele Graduali almeno fino al 2027, segnalando che l’eventuale tetto governativo ai prezzi del gas potrebbe diventare operativo solo a partire da quell’anno.

Il dato Istat assume rilievo pratico su più fronti: dalla rivalutazione di canoni e indennità legati agli indici di inflazione, alla valutazione di clausole contrattuali di adeguamento prezzi, fino alle possibili ricadute sul contenzioso in materia di sovraindebitamento e di rinegoziazione di contratti divenuti eccessivamente onerosi ai sensi dell’art. 1467 c.c., tema che il rincaro energetico ha già riportato all’attenzione dei tribunali negli anni scorsi.

“Di soli diritti moriremo”: la frase di Marchionne che l’Italia continua a discutere

Era il 30 marzo 2012 quando Sergio Marchionne, allora amministratore delegato di Fiat-Chrysler, si rivolse agli studenti dell’Università Bocconi di Milano con un discorso che da allora continua a circolare, a essere citato e discusso. Lo apriva così:

“Oggi viviamo nell’epoca dei diritti: il diritto al posto fisso, al salario garantito, al lavoro sotto casa, il diritto di urlare e a sfilare, il diritto a pretendere. Lasciatemi dire che i diritti sono sacrosanti e vanno tutelati. Ma se continuiamo a vivere di soli diritti, di diritti moriremo, perché questa evoluzione della specie crea una generazione molto più debole di quella precedente, senza il coraggio di lottare ma con la speranza che qualcun altro faccia qualcosa, una specie di attendismo che è perverso e involutivo. Ed è per questo che credo dobbiamo tornare a un sano senso del dovere, alla consapevolezza che per avere bisogna anche dare, bisogna riscoprire il senso e la dignità dell’impegno, il valore del contributo che ognuno può dare al processo di costruzione dell’oggi e soprattutto del domani.”

Attorno a queste parole si sono formate due letture che convivono, senza essersi mai davvero incontrate. C’è chi la legge come un invito alla responsabilità personale, contro un atteggiamento attendista che aspetta che “qualcun altro” risolva i problemi: un richiamo al coraggio di mettersi in gioco, non un attacco alle tutele. E c’è chi la legge in modo opposto, ricordando che a pronunciarla era l’amministratore delegato di un gruppo industriale in anni di ristrutturazioni, delocalizzazioni e tensioni sindacali, e che il richiamo al “dovere” rivolto a chi un diritto lo sta semplicemente rivendicando può suonare come una richiesta di accettare condizioni sempre più compresse.

Non è un caso che la frase riemerga ogni volta che il tema del lavoro torna al centro del dibattito pubblico: tra scioperi per il potere d’acquisto, nuove forme di occupazione ancora da inquadrare e un confronto aperto su quanto spetti ai singoli e quanto alla collettività, la domanda che Marchionne pose alla Bocconi — dove passa il confine tra diritto e dovere — resta, probabilmente, ancora senza una risposta condivisa.

Concorso notai, multe da 35mila euro a Ministero della Giustizia e Notariato

Il Garante per la protezione dei dati personali ha sanzionato il Ministero della Giustizia e il Consiglio Nazionale del Notariato per irregolarità nella diffusione degli esiti del concorso pubblico per 400 posti di notaio bandito nel 2024. Le sanzioni, rese note il 30 ottobre, ammontano complessivamente a 35mila euro: 20mila euro al Ministero e 15mila euro al Notariato.

L’istruttoria è nata da articoli di stampa relativi a un documento con i risultati delle prove scritte, circolato con annotazioni non ufficiali accanto ad alcuni nominativi. Secondo l’Autorità, il Ministero ha esposto all’ingresso della propria sede i risultati delle prove scritte, compresi i nominativi dei candidati non ammessi all’orale: la disciplina di settore prevede invece che siano resi pubblici solo gli ammessi, e che la conoscibilità degli esiti resti circoscritta ai locali in cui si sono svolte le prove.

Il Consiglio Nazionale del Notariato, dal canto suo, ha chiesto a un componente della commissione d’esame di trasmettere l’elenco degli ammessi all’orale, alterando così il regime di pubblicità previsto per gli esiti, e ha poi condiviso la lista con i notai iscritti a una propria piattaforma interna, anticipando la pubblicazione ufficiale. Per un breve periodo è inoltre circolata una versione dell’elenco difforme da quella ministeriale, corredata da commenti non ufficiali: il commissario coinvolto avrebbe agito a titolo individuale, senza autorizzazione, per errore.

I due provvedimenti, i nn. 761 e 762, sono datati 7 ottobre 2026; il Garante non ha disposto ulteriori misure correttive, ritenendo che gli effetti della condotta si fossero già esauriti al momento dell’istruttoria.

La vicenda offre indicazioni operative concrete per gli ordini professionali e le amministrazioni che gestiscono concorsi pubblici: la pubblicazione di elenchi di candidati, anche a fini di trasparenza, deve rispettare rigorosamente la disciplina di settore sulla conoscibilità degli esiti, pena sanzioni ai sensi della normativa sulla protezione dei dati personali.

Iso 27017
Iso 27018
Iso 9001
Iso 27001
Iso 27003
Acn
RDP DPO
CSA STAR Registry
PPPAS
Microsoft
Apple
vmvare
Linux
veeam
0
    Prodotti nel carrello
    Il tuo carrello è vuoto