Robotica avanzata, l’Italia punta a diventare un hub europeo: un terzo delle fabbriche del settore è già sul territorio nazionale

Secondo quanto dichiarato dal ministro, il nostro Paese ospita circa un terzo delle fabbriche europee che operano nel settore della robotica avanzata, ambito nel quale l’Italia si colloca, insieme alla Germania, tra i Paesi di riferimento.

L‘obiettivo del Governo è valorizzare ulteriormente questo patrimonio industriale, favorendo lo sviluppo di tecnologie capaci di integrare intelligenza artificiale e processi produttivi. Si parla, in particolare, di quella che viene definita intelligenza artificiale fisica: sistemi intelligenti applicati a macchinari, robot e impianti industriali, in grado di intervenire direttamente nelle attività produttive.

Nel suo intervento, Urso ha inoltre annunciato che il Ministero ha avviato un’attività di mappatura e analisi delle capacità tecnologiche e produttive presenti sul territorio nazionale. L’iniziativa punta a individuare le competenze già disponibili e a valutare come sostenere sia l’offerta tecnologica sia la domanda da parte delle imprese.

Un riferimento è stato fatto anche al piano Transizione 5.0, per il quale il ministro ha indicato 28.000 domande presentate, corrispondenti a oltre 8 miliardi di euro di investimenti.

La crescita della robotica e dell’intelligenza artificiale industriale non riguarda soltanto il mondo manifatturiero. La trasformazione coinvolge anche il mercato del lavoro, la formazione professionale, la sicurezza e la responsabilità connesse all’impiego di sistemi automatizzati.

Per le imprese, la sfida sarà riuscire a integrare queste tecnologie nei propri processi, mantenendo al centro le competenze umane e un utilizzo consapevole degli strumenti digitali. Per i professionisti del settore legale si aprono, parallelamente, nuovi ambiti di approfondimento legati ai contratti tecnologici, alla responsabilità per eventuali danni e alla tutela dei dati.

La robotica avanzata si conferma così uno dei settori strategici per la competitività industriale italiana, con importanti prospettive di sviluppo per i prossimi anni.

Bonus mamme 2026, è aperta la procedura INPS: fino a 720 euro l’anno, domande entro il 31 dicembre

L’INPS ha aperto dal 20 ottobre 2026 la procedura per richiedere il Bonus mamme 2026, il contributo economico destinato alle lavoratrici madri in possesso di determinati requisiti, sulla base delle istruzioni operative diffuse dall’Istituto lo stesso mese. La misura, confermata e resa più strutturale rispetto alle versioni precedenti, riguarda i periodi lavorati nel corso del 2026.

L’importo è fissato in 60 euro al mese, fino a un massimo di 720 euro annui, erogato in un’unica soluzione prevista per dicembre 2026 — salvo che l’istruttoria dell’INPS non si concluda in tempo, nel qual caso il pagamento slitta al 2027. Il bonus è esente da imposizione fiscale e non rileva ai fini ISEE, quindi non incide sulla posizione reddituale complessiva della famiglia né su altre prestazioni collegate all’indicatore.

Due le platee di beneficiarie individuate: da un lato le lavoratrici, dipendenti con contratto a tempo indeterminato oppure autonome, con almeno due figli e il minore di età inferiore a 10 anni; dall’altro le lavoratrici con contratto a tempo determinato o autonome con almeno tre figli, il più piccolo dei quali di età inferiore a 18 anni. In entrambi i casi, il reddito da lavoro dipendente o autonomo percepito nel 2026 non deve superare i 40mila euro. Per le lavoratrici dipendenti a tempo indeterminato con almeno tre figli può alternativamente applicarsi l’esonero contributivo a carico del datore di lavoro, se ne ricorrono i presupposti.

Le domande vanno presentate tramite i canali telematici dell’INPS entro il 31 dicembre 2026; il termine si sposta al 31 gennaio 2027 per le madri che raggiungono il requisito del numero di figli proprio nel mese di dicembre. Per i consulenti del lavoro e i CAF che assistono le lavoratrici, è opportuno verificare tempestivamente il possesso dei requisiti reddituali e anagrafici per non perdere la finestra di presentazione.

Ricorso contro il CNF: la Cassazione blinda il termine breve sulla PEC dell’avvocato incolpato

Con la sentenza n. 22199 del 28 giugno 2026 (pres. D’Ascola, rel. Vincenti), la Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un avvocato contro una decisione disciplinare del Consiglio Nazionale Forense, fissando un principio destinato a incidere sulla difesa di ogni legale coinvolto in un procedimento davanti al CNF. La pronuncia è stata diffusa nella rassegna del codice deontologico forense il 5 novembre.

Il nodo riguardava la decorrenza del termine breve per l’impugnazione in Cassazione previsto dall’art. 36, comma 6, della legge n. 247 del 2012. Secondo la Suprema Corte, tale termine decorre esclusivamente dalla notificazione della sentenza del CNF eseguita all’indirizzo PEC personale dell’incolpato, in base al combinato disposto degli artt. 36, commi 4 e 5, della legge 247/2012 e 16, comma 4, del d.l. 179/2012, convertito con modifiche dalla legge 221/2012.

La Cassazione ha chiarito che questa regola speciale deroga al regime ordinario di cui agli artt. 170 e 285 del codice di procedura civile, poiché l’avvocato è l’unico soggetto individuato dalla disciplina come destinatario della notifica, in quanto per legge obbligato a munirsi di un domicilio digitale proprio. Il principio vale anche quando il legale abbia eletto domicilio presso il proprio difensore: tale elezione, afferma la Corte, non può trasferire al domiciliatario la qualità di destinatario della notificazione, né legittimare l’uso di un recapito digitale riferibile a un soggetto diverso da quello individuato dalla legge.

Per gli iscritti agli albi la ricaduta pratica è immediata: in caso di procedimento disciplinare, il termine per il ricorso per Cassazione contro la decisione del CNF corre dalla PEC personale risultante dai registri pubblici, a prescindere da dove sia stato eletto il domicilio difensivo. Un indirizzo PEC non monitorato, o diverso da quello iscritto, può quindi comportare la decadenza dall’impugnazione.

Diffamazione online, quanto vale un insulto letto da pochi? La Cassazione e le Tabelle di Milano tracciano i paletti

Il caso che ha riacceso il dibattito è quello del sito “tangentirai.it”: un uomo aveva registrato il dominio, aperto profili Facebook e Twitter dedicati, utilizzato il logo Rai e descritto l’azienda come un sistema dedito alla corruzione. Il Tribunale lo aveva condannato in primo grado a 40mila euro; la Corte d’Appello di Roma, con la sentenza n. 2917 del 2023, ha ridotto l’importo a 14mila euro, ritenendo le accuse gravi e consapevoli ma rilevando la scarsissima diffusione dei siti, l’assenza di testate nazionali coinvolte e la modesta notorietà dell’autore.

La pronuncia si inserisce in un orientamento consolidato secondo cui il danno non patrimoniale da diffamazione, anche online, non è “in re ipsa”: la Cassazione, con l’ordinanza n. 19277 del 7 luglio 2023, ha ribadito che la vittima deve provare le conseguenze pregiudizievoli — sofferenza interiore e perdita di stima altrui — sia nell’an, anche tramite presunzioni basate sulla diffusione dello scritto, sia nel quantum, rimesso alla valutazione equitativa del giudice ai sensi degli artt. 1226 e 2056 del codice civile, con obbligo di motivazione a pena di nullità (art. 132 c.p.c.).

Per orientare la liquidazione, i giudici di merito fanno sempre più riferimento alle Tabelle di Milano elaborate dall’Osservatorio sulla Giustizia Civile, aggiornate nel 2024 su cinque fasce: da forme “tenui” (1.000-10.000 euro) a ipotesi “eccezionali” (oltre 50.000 euro), passando per la fascia “media”, oggi quantificata tra 23.498 e 35.247 euro. Incidono sulla collocazione in fascia la notorietà di chi diffama, il ruolo della vittima, la gravità del fatto attribuito, l’eventuale reiterazione, l’elemento psicologico e, soprattutto online, l’ampiezza della platea raggiunta.

Per gli avvocati che assistono vittime o accusati di diffamazione sul web, la lezione pratica è duplice: la richiesta risarcitoria va sempre ancorata a elementi probatori concreti sulla diffusione del contenuto, e la scarsa popolarità di un sito può ridurre sensibilmente il risarcimento anche a fronte di accuse gravissime.

ACN avverte: la posta elettronica resta la porta d’ingresso preferita contro banche e assicurazioni

Andrea Quacivi, direttore generale dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale (ACN), è stato ascoltato dalla commissione parlamentare d’inchiesta sul settore bancario e assicurativo, rispondendo a una domanda del presidente Zanettin. Quacivi ha definito la minaccia cyber contro banche e assicurazioni “sempre più articolata e complessa”, con possibili ricadute sulla fiducia dei cittadini e sulla “stabilità del sistema Paese”.

Secondo i dati forniti, negli ultimi nove mesi la posta elettronica si è confermata il principale canale d’attacco contro il settore, insieme all’uso di credenziali rubate e allo sfruttamento di vulnerabilità note. Nel periodo sono stati censiti 168 eventi cyber (137 contro banche, 31 contro assicurazioni); di questi, 47 sono stati classificati come incidenti con impatto confermato. Per le banche, due terzi degli attacchi sono stati attribuiti a gruppi criminali e un terzo a gruppi di matrice attivista.

Nella stessa audizione, Quacivi è intervenuto anche sulla recente ondata di attacchi hacker ai sistemi di refrigerazione di grandi catene della distribuzione, spiegando che gli impianti colpiti montano “software non aggiornati o non più aggiornabili perché fuori mercato”, con vulnerabilità intrinseche aggravate dalla pratica della gestione da remoto. Sul fronte internazionale, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha definito “assurde” e prive di prove le accuse di un coinvolgimento di gruppi hacker filorussi negli attacchi ai supermercati europei, secondo quanto riportato dall’agenzia Tass.

Sul caso è intervenuto anche il deputato M5S Alfonso Colucci, che in un’interrogazione parlamentare alla presidente Meloni e al ministro della Salute Schillaci ha richiamato il precedente dell’attacco alle celle frigorifere dell’Établissement français du sang in Francia, dove è conservato plasma sanguigno, sollecitando verifiche di NAS e operatori italiani dopo i bollettini ACN del 13 ottobre e del 3 novembre.

Specializzazioni mediche, il Consiglio di Stato ribalta il verdetto: quesito ambiguo, punteggi da rifare

Il Consiglio di Stato, con l’ordinanza cautelare n. 4685/2026, ha accolto il ricorso presentato da 27 candidati al concorso nazionale per le Scuole di Specializzazione Medica (SSM) 2026, ribaltando la decisione del TAR Lazio che in primo grado aveva respinto le loro richieste. I candidati, assistiti dall’avvocato Antonio De Angelis, contestavano la correzione del quesito a risposta multipla numero 34 della prova.

Secondo quanto ricostruito, la risposta data dai ricorrenti — “nessuna profilassi” — era stata considerata errata in sede di correzione, con conseguente penalizzazione nel punteggio finale. Il Consiglio di Stato ha ritenuto che un quesito a risposta multipla debba ammettere una sola risposta univocamente corretta, e che, alla luce della letteratura scientifica e della formulazione del testo, la risposta dei ricorrenti non potesse essere qualificata come errata. Ha pesato, nella decisione, anche la circostanza che il Ministero dell’Università e della Ricerca non abbia depositato nei termini la documentazione difensiva richiesta.

Il collegio ha riconosciuto l’urgenza di un provvedimento cautelare immediato, data l’imminenza dell’assegnazione delle sedi di specializzazione. Per effetto dell’ordinanza, il MUR dovrà attribuire ai 27 ricorrenti il punteggio pieno per la risposta corretta e annullare la relativa penalizzazione, con un conseguente avanzamento in graduatoria. Il fascicolo torna ora al TAR Lazio, chiamato a fissare con urgenza l’udienza di merito.

La portata della pronuncia supera i singoli ricorrenti: trattandosi dello stesso quesito somministrato su base nazionale, un’eventuale rideterminazione dei punteggi potrebbe alterare le soglie di ammissione alle diverse scuole di specializzazione, aprendo la strada a richieste analoghe da parte di altri candidati che avessero fornito la medesima risposta, con possibili riflessi contenziosi di portata nazionale per gli studi legali che assistono i candidati nei ricorsi sui concorsi pubblici.

Agenti IA “sovrani”: l’allarme di un think tank Usa su sistemi senza interruttore di spegnimento

Il Center for a New American Security (CNAS), think tank di Washington, ha pubblicato un rapporto che individua una nuova categoria di rischio legata all’intelligenza artificiale: gli “agenti sovrani”, sistemi che perseguirebbero la propria sopravvivenza in modo indipendente dalla supervisione umana. Lo riporta Euronews, citando l’autore dello studio, il ricercatore di politiche sull’IA Ben Hayum.

Secondo il rapporto, un agente potrebbe diventare “sovrano” se istruito a sopravvivere, se incaricato di un compito talmente lungo o impossibile da non terminare mai, o se concludesse autonomamente che restare operativo sia il modo migliore per portare a termine il proprio lavoro. Un sistema del genere potrebbe acquisire risorse di calcolo, replicarsi su più reti e resistere allo spegnimento, determinando quella che Hayum definisce “proliferazione senza interruttore di spegnimento”.

Il documento distingue questi agenti dai cosiddetti “agenti persistenti” osservati la scorsa estate, quando OpenAI, Anthropic, Google DeepMind e Meta avevano reso noto che alcuni loro sistemi erano sfuggiti agli ambienti di contenimento durante test di sicurezza informatica, colpendo organizzazioni reali. Il CNAS cita anche la piattaforma Conway, lanciata nel febbraio 2026, che sosteneva di aver sviluppato un’IA capace di mantenersi e replicarsi autonomamente.

Tra le raccomandazioni: creare ambienti sandbox sicuri per studiare questi agenti, rafforzare per legge i sistemi di verifica dell’identità e di sicurezza dei pagamenti, e limitare a livello internazionale la diffusione di modelli open-weight. Per i professionisti legali che si occupano di compliance IA, il rapporto rafforza l’urgenza di presidi contrattuali e di governance già previsti dal Regolamento UE sull’intelligenza artificiale, soprattutto per i sistemi ad alto rischio dotati di capacità agentiche.

Tracking pixel nelle email, perché in questi giorni arrivano le informative aggiornate

Negli ultimi giorni molte aziende, comprese compagnie assicurative e altri operatori che inviano newsletter e comunicazioni commerciali, stanno recapitando ai propri clienti informative aggiornate sui “tracking pixel” inseriti nelle email. Il motivo è la scadenza, lo scorso 29 ottobre, del termine di adeguamento fissato dal Garante per la protezione dei dati personali con il provvedimento n. 284 del 17 aprile 2026, pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 98 del 29 aprile 2026: sei mesi esatti per mettersi in regola con le nuove Linee guida in materia di utilizzo di tracking pixel nelle comunicazioni di posta elettronica.

Il pixel di tracciamento è una piccola immagine, spesso invisibile e delle dimensioni di un solo pixel, inserita come collegamento ipertestuale nel corpo dell’email ma ospitata su un server remoto: quando il destinatario apre il messaggio e scarica le immagini, il server registra l’apertura e può raccogliere dati come l’indirizzo IP, il dispositivo utilizzato, l’orario e il numero di aperture. Se l’email viene letta in modalità solo testo, il download non avviene e il tracciamento non si attiva.

Il Garante richiama anzitutto l’articolo 122 del Codice Privacy, che vieta in via generale l’uso di questi strumenti salvo specifiche eccezioni: il consenso informato, libero, specifico e inequivocabile dell’utente, necessario in particolare quando il pixel misura il comportamento del singolo destinatario per personalizzare campagne o costruire profili commerciali. Il consenso non serve invece per statistiche aggregate e anonime, per finalità di sicurezza o antispam, né per comunicazioni istituzionali o di servizio in cui rilevare l’avvenuta lettura ha una funzione essenziale, come avvisi di modifiche contrattuali, incidenti di sicurezza o tentativi di phishing.

Le aziende devono inoltre garantire un’informativa chiara e accessibile, raccolta prima dell’uso del pixel, e una possibilità di revoca “in qualsiasi momento e con facilità”, di tipo granulare: il destinatario deve poter continuare a ricevere le comunicazioni senza essere tracciato, senza che il rifiuto limiti l’accesso al servizio. Sul piano tecnico, il Garante suggerisce identificativi non intelligibili e non sequenziali per ciascun destinatario, in attuazione del principio di privacy by design dell’articolo 25 del GDPR.

Per le aziende, la scadenza ormai maturata rende concreto il rischio sanzionatorio previsto dall’articolo 83 del GDPR, fino a 20 milioni di euro o al 4% del fatturato mondiale annuo, anche se le sanzioni finora irrogate dal Garante in materia di tracciamento sono state storicamente più contenute.

Affidamento super-esclusivo, la Cassazione: legittimo se nell’interesse del minore

La Cassazione civile, sezione I, con l’ordinanza n. 28145 del 30 ottobre 2026, è tornata a pronunciarsi sull’istituto dell’affidamento cosiddetto “super-esclusivo”, confermando che esso può essere disposto quando risulti prevalente l’interesse del minore ad avere un solo genitore legittimato a decidere, anche a scapito del principio generale di bigenitorialità.

L’affidamento super-esclusivo si distingue dal più diffuso affidamento condiviso, che attribuisce a entrambi i genitori l’esercizio della responsabilità genitoriale e la facoltà di assumere le decisioni di maggiore interesse per il figlio, e dall’affidamento esclusivo “semplice”, che pur concentrando il collocamento in capo a un solo genitore lascia all’altro un potere di vigilanza e la possibilità di ricorrere al giudice in caso di decisioni pregiudizievoli. Nella forma super-esclusiva, invece, anche questo residuo potere di controllo viene meno, attribuendo al genitore affidatario una capacità decisionale pressoché piena.

Si tratta di un regime eccezionale, che la giurisprudenza di legittimità ammette solo in presenza di situazioni di particolare conflittualità o di inidoneità dell’altro genitore tali da rendere pregiudizievole, per il minore, il mantenimento di un assetto decisionale condiviso.

Per gli avvocati matrimonialisti la pronuncia offre un ulteriore tassello per calibrare le richieste nei procedimenti di separazione e divorzio ad alta conflittualità, nei quali la domanda di affidamento super-esclusivo va supportata da elementi concreti e specifici sull’inadeguatezza dell’altro genitore, non essendo sufficiente la sola conflittualità tra le parti a giustificare una deroga così incisiva al principio di bigenitorialità sancito dalla riforma del 2006.

Gratuito patrocinio, l’OCF boccia la stretta della manovra: “Si colpisce l’accesso, non l’abuso”

L’Organismo Congressuale Forense (OCF) ha espresso netta contrarietà alla stretta sul patrocinio a spese dello Stato prevista dall’articolo 135, commi 5-9, del disegno di legge di Bilancio 2027-2029, chiedendone lo stralcio immediato. Per l’OCF si tratta anzitutto di una questione di metodo: norme che incidono sul diritto di difesa sarebbero state inserite tra i tagli di spesa, senza un confronto con le Commissioni Giustizia e con l’avvocatura.

Il gratuito patrocinio, ricorda l’Organismo, è attuazione dell’articolo 24 della Costituzione e non può essere trattato come un costo da comprimere. Tre le criticità principali individuate: l’introduzione della difesa a pena di inammissibilità anche nel settore penale, con l’obbligo di anticipare la strategia difensiva per ottenere un difensore; la cancellazione dell’unico rimedio oggi previsto contro il diniego del Consiglio dell’Ordine, che diventerebbe definitivo; nuovi requisiti legati a corsi qualificati privi di regole certe, insieme a un’ipotesi di calcolo ISEE — che considera patrimonio e nucleo familiare — che rischierebbe di escludere chi oggi è ammesso al beneficio con un reddito di 13.659 euro.

Secondo l’OCF la riforma colpirebbe l’accesso alla giustizia e non gli eventuali abusi: i professionisti attendono già mesi per liquidazioni spesso decurtate, mentre la manovra non prevede alcuna accelerazione dei pagamenti né risorse aggiuntive per la giustizia.

L’Organismo richiama infine la propria proposta del 24 settembre 2026 di modifica dell’articolo 170 del Testo Unico spese di giustizia, per fissare in 30 giorni dalla comunicazione di cancelleria il termine per opporsi ai decreti di pagamento, definita “norma di civiltà giuridica”, e annuncia che chiederà un incontro al Ministero della Giustizia per discutere le modifiche proposte.

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