A Verona il primo robot italiano per la chirurgia vascolare in sala operatoria

La Chirurgia Vascolare dell’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar, in provincia di Verona, è il primo centro in Italia ad aver adottato il nuovo arco a C robotizzato Ciartic Move per l’imaging intraoperatorio, rivendicando un primato nazionale nel settore.

Si tratta di un’apparecchiatura radiologica motorizzata in grado di produrre immagini ad alta definizione dei vasi sanguigni da diverse angolazioni, incluse ricostruzioni tridimensionali durante l’intervento stesso. Il dispositivo si avvicina e si allontana dal tavolo operatorio con comandi automatizzati, mentre i movimenti manuali del chirurgo vengono assistiti elettronicamente. Le indicazioni principali riguardano interventi su aorta, carotidi e arterie degli arti inferiori.

La tecnologia viene impiegata fin da subito dall’unità diretta da Luca Garriboli, che esegue oltre 800 interventi l’anno, più della metà con tecniche endovascolari mininvasive. Secondo i medici del reparto, la nuova apparecchiatura consente di ridurre la durata degli interventi fino al 30% e l’esposizione ai raggi X del 15%, sia per i pazienti sia per l’équipe chirurgica; si tratta di dati comunicati dalla struttura, non verificati da studi indipendenti pubblicati.

“Vedere meglio consente una precisione maggiore in sala operatoria, e la riduzione dei tempi di intervento abbassa anche la durata dell’anestesia”, ha dichiarato Garriboli. Il collega Gianguido Pruner ha aggiunto che una maggiore precisione riduce il rischio di complicanze e favorisce un recupero più rapido del paziente. Claudio Cracco, amministratore delegato dell’IRCCS di Negrar, ha sottolineato l’obiettivo di offrire trattamenti avanzati anche a pazienti di altre regioni.

L’adozione di dispositivi robotici in chirurgia solleva questioni emergenti su consenso informato, tracciabilità dei dati intraoperatori e riparto della responsabilità tra struttura, chirurgo e produttore del dispositivo in caso di complicanze.

Fonte immagine: VeronaSera — articolo originale

Bollo auto, l’esenzione si allarga: tetto a 133 kW per le famiglie numerose

Il governo starebbe lavorando a un ampliamento dell’esenzione dal bollo auto per le famiglie numerose, superando l’attuale limite di potenza di 80 kW fino a coprire i veicoli fino a 133 kW. La misura, che si affiancherebbe all’esenzione già introdotta a settembre, dovrebbe trovare posto nei provvedimenti collegati alla manovra di bilancio e decorrere dal 2027.

Il requisito indicato è un nucleo familiare con almeno quattro figli a carico: non sono ancora stati resi noti eventuali limiti di reddito o altri criteri di accesso, né un testo normativo definitivo, dal momento che la misura risulterebbe ancora in fase di valutazione tra manovra e decreto accise.

Sul fronte delle coperture, per il 2027 le risorse sarebbero individuate tra gli avanzi del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Per gli anni successivi, 2028 e 2029, l’Ufficio parlamentare di bilancio segnala che il quadro di finanziamento resta incerto, con il rischio di creare un beneficio strutturale privo di copertura stabile nel tempo.

L’Upb osserva inoltre che circa il 73% delle famiglie che possiedono almeno un veicolo rientra già nei regimi di esenzione o agevolazione esistenti, e che il peso del bollo può arrivare a essere fino a sei volte superiore, in proporzione al reddito, per i nuclei meno abbienti rispetto a quelli più facoltosi. Secondo le stime dell’organismo, l’abolizione della tassa potrebbe compensare, per le famiglie coinvolte, circa la metà dell’aumento dei prezzi dei carburanti registrato nel 2026.

Poiché il bollo è un tributo di competenza regionale, l’esenzione comporterebbe un mancato gettito per le Regioni, da compensare con trasferimenti statali: l’Upb segnala il rischio di un indebolimento della responsabilità fiscale regionale, dal momento che eventuali aumenti locali del tributo finirebbero per gravare, attraverso i trasferimenti compensativi, sulla fiscalità generale. Per i professionisti e le partite IVA che rientrano nei requisiti, la misura potrebbe tradursi in un risparmio diretto a partire dall’anno prossimo, subordinato però all’approvazione definitiva del testo in manovra.

Microsoft spinge sull’IA e offre l’uscita volontaria a 60mila dipendenti, un quarto della forza lavoro

Microsoft ha lanciato un programma di uscite volontarie rivolto a circa 60mila dipendenti, oltre un quarto della forza lavoro globale dell’azienda, mentre aumenta gli investimenti nell’intelligenza artificiale. Lo riporta Reuters, ripreso in Italia da Adnkronos.

Il programma riguarda lavoratori di Stati Uniti, Canada, Regno Unito e India, impiegati in diverse divisioni: AI Experiences, Copilot, Xbox, Windows + Devices, oltre alle funzioni finanza e risorse umane. Ai dipendenti ritenuti idonei viene offerto un pacchetto di incentivo economico per lasciare volontariamente l’azienda entro la fine dell’anno; l’adesione non è obbligatoria e Microsoft distingue esplicitamente le proposte di buyout dai licenziamenti veri e propri.

Al 30 giugno 2026 Microsoft contava circa 223mila dipendenti a tempo pieno, di cui 121mila negli Stati Uniti e 102mila nel resto del mondo: il programma coinvolge quindi circa il 27% della forza lavoro complessiva. La decisione arriva mentre l’azienda pianifica per il 2026 spese in conto capitale per circa 175 miliardi di dollari, destinate in larga parte alla capacità di calcolo e ai data center necessari per l’intelligenza artificiale.

Si tratta del terzo intervento sul personale nel corso del 2026: a luglio erano stati tagliati circa 4.800 posti, soprattutto nel business commerciale e in Xbox, e a settembre altri 500, con impatti su gaming e sul comparto Cloud+AI, per un totale di circa 5.300 licenziamenti censiti da Layoffs.fyi, a cui si aggiunge un precedente piano di uscite volontarie che aveva coinvolto circa 9mila dipendenti statunitensi.

Il caso si inserisce in una tendenza più ampia del settore tecnologico: secondo Layoffs.fyi, nel 2026 sono stati censiti almeno 131.382 licenziamenti in 314 aziende tecnologiche, con Oracle, Amazon, Dell e Meta tra i gruppi con i tagli più consistenti. Per i clienti business e gli studi professionali che utilizzano i prodotti Microsoft, l’operazione segnala un’accelerazione nella riallocazione delle risorse verso i servizi basati su IA, con possibili ricadute su supporto, prezzi e roadmap dei prodotti Copilot.

Hacker nella posta della Camera: violate le caselle di Meloni, Delmastro e Formentini

Un attacco informatico ha colpito nelle scorse ore i sistemi della Camera dei deputati, violando le caselle di posta elettronica di alcuni parlamentari. Tra gli account compromessi figurano quello della presidente del Consiglio Giorgia Meloni nella sua funzione di deputata, quello di Andrea Delmastro Delle Vedove (Fratelli d’Italia, ex sottosegretario alla Giustizia) e quello di Paolo Formentini (Lega).

Da Palazzo Chigi è stato precisato che l’indirizzo compromesso non è quello utilizzato da Meloni per le comunicazioni riservate di governo, dotato di protezioni più elevate. L’Agenzia per la cybersicurezza nazionale e i tecnici di Montecitorio hanno lavorato nel pomeriggio di ieri per isolare i sistemi coinvolti, bloccare le attività dannose e applicare le patch necessarie; nel pomeriggio l’allarme sarebbe rientrato, secondo quanto riferito dagli uffici della Camera, che parlano di episodio “non emergenziale”.

La Procura di Roma è pronta ad aprire un fascicolo per accesso abusivo a sistema informatico (art. 615-ter c.p.), non appena riceverà l’informativa della Polizia postale, impegnata anche a verificare se dietro l’attacco alla Camera e ad altre istituzioni italiane ed estere vi sia un’unica matrice. Non c’è ancora un’attribuzione ufficiale dell’attacco.

L’episodio si inserisce in un contesto di crescente pressione sulle infrastrutture digitali istituzionali europee: negli ultimi mesi sono stati segnalati un attacco al Parlamento norvegese rivendicato dal gruppo filorusso “Server Killers”, intrusioni nei cellulari di ministri e parlamentari tedeschi e un attacco DDoS al sito della Farnesina rivendicato dal collettivo Noname057(16). Il dossier sull’attacco alla Camera potrebbe a breve essere sottoposto al Copasir, il comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica.

Per gli studi legali e gli enti pubblici che gestiscono dati sensibili, l’episodio conferma l’urgenza di protocolli di sicurezza rafforzati e di piani di risposta agli incidenti coerenti con gli obblighi di notifica previsti dalla normativa NIS 2.

Avvocati e intelligenza artificiale: i compensi potranno cambiare, ma non subito

L’uso dell’intelligenza artificiale negli studi legali potrà incidere sui compensi professionali, ma gli effetti concreti non sono immediati. Lo stabilisce l’articolo 49 del decreto legislativo 7 ottobre 2026, n. 179, pubblicato in Gazzetta Ufficiale l’8 ottobre ed entrato in vigore il 23 ottobre scorso, che adegua l’ordinamento italiano al regolamento europeo sull’intelligenza artificiale (UE 2024/1689).

Il comma 1 dell’articolo 49 prevede che l’utilizzo di sistemi di IA da parte del professionista “può comportare una modulazione” dell’equo compenso disciplinato dalla legge 49/2023, parametrata alla classe di rischio del sistema impiegato secondo la classificazione del regolamento UE. Il comma 2 fissa un termine di dodici mesi, entro il 23 ottobre 2027, per aggiornare i decreti ministeriali sui parametri delle professioni ordinistiche, compresi quelli forensi previsti dall’articolo 13, comma 6, della legge 247/2012 (oggi D.M. 55/2014).

La norma, come spiega la relazione illustrativa, giustifica un possibile adeguamento del compenso per i sistemi a rischio più elevato in ragione delle competenze aggiuntive, dei controlli più onerosi e delle maggiori responsabilità richieste al professionista. Non fissa però percentuali né aumenti automatici: tutto è rinviato ai decreti attuativi.

L’Organismo congressuale forense ha chiesto che nei futuri decreti siano riconosciuti anche i costi di licenze software, sicurezza informatica e formazione, oltre al tempo dedicato alla verifica dei contenuti generati dall’IA. Per i referenti della Commissione IA dell’OCF, Paolo Rossi e Vincenzo Caprioli, “l’intelligenza artificiale non può diventare un alibi per pagare meno il lavoro degli avvocati”.

Resta inoltre pendente, entro circa febbraio 2027, la riforma dell’ordinamento forense prevista dalla legge delega 137/2026, che potrebbe intervenire nuovamente sull’articolo 13 della legge 247/2012.

Carceri al collasso, l’avvocatura chiede l’indulto responsabile: «Non è più tempo di rinvii»

L’Organismo Congressuale Forense (OCF) ha espresso il proprio «pieno e convinto sostegno» all’iniziativa denominata “Indulto Responsabile”, un provvedimento di clemenza che, a differenza di un indulto secco, prevederebbe una fase preparatoria al ritorno in libertà con percorsi di assistenza, formazione e accompagnamento post-penitenziario, costruiti con il coinvolgimento delle istituzioni competenti e delle realtà territoriali. Lo rende noto un comunicato pubblicato il 27 ottobre 2026 sul sito dell’organismo che riunisce i rappresentanti dell’avvocatura italiana.

L’iniziativa, osserva l’OCF, è sostenuta anche da Associazione Nazionale Magistrati, Unione delle Camere Penali Italiane e Conferenza Episcopale Italiana, un fronte che l’organismo forense descrive come segno di pragmatismo istituzionale di fronte a quella che definisce «una delle piaghe più dolorose e drammatiche del nostro sistema giustizia»: il sovraffollamento delle carceri italiane, ormai oltre «i livelli di guardia». Nel comunicato l’OCF collega la situazione a una «costante e sistematica violazione dei diritti umani fondamentali» e del principio dell’articolo 27 della Costituzione, che impone alla pena finalità rieducativa e vieta trattamenti contrari al senso di umanità, richiamando anche l’allarmante numero di suicidi e decessi tra i detenuti e le difficili condizioni di lavoro della Polizia Penitenziaria.

Per questo l’organismo forense ribadisce la necessità di «adottare qualsiasi misura deflattiva» utile a un rientro rapido dall’emergenza, indicando l’indulto responsabile come «proposta matura e non più procrastinabile» tra il ventaglio di interventi urgenti che il decisore politico dovrebbe considerare. L’OCF precisa che la misura, per essere davvero efficace, non può restare isolata: va accompagnata da un aumento delle risorse umane e finanziarie degli Uffici di Esecuzione Penale Esterna (UEPE) e dei servizi sociali territoriali, che gestiranno in concreto i percorsi di accompagnamento dei beneficiari. Il comunicato chiarisce inoltre che «non bastano misure iuris tantum» di carattere temporaneo: servono interventi strutturali capaci di impedire che l’emergenza da sovraffollamento si ripresenti in futuro, un punto su cui l’avvocatura organizzata promette di continuare a vigilare «a tutela dei diritti di tutti i cittadini, liberi e ristretti».

Per gli avvocati, in particolare quelli che esercitano in ambito penale e penitenziario, la presa di posizione dell’OCF segna un aggravarsi del tono del dibattito sulle condizioni carcerarie e un possibile impulso a un intervento legislativo nelle prossime settimane, in un contesto in cui misure alternative alla detenzione, liberazione anticipata e sovraffollamento restano tra i temi più ricorrenti nel contenzioso e nelle istanze presentate ai tribunali di sorveglianza.

Multe PagoPA false spedite da PEC violate: la nuova truffa che inganna anche gli occhi più attenti

CERT-AGID, il Computer Emergency Response Team dell’Agenzia per l’Italia Digitale, ha individuato nell’ultima settimana una nuova ondata di phishing che sfrutta account di posta elettronica certificata (PEC) già violati per recapitare false multe PagoPA a indirizzi di posta ordinaria.

Il meccanismo è studiato per abbassare le difese del destinatario: il messaggio non arriva da un indirizzo anonimo o sospetto, ma da una casella PEC realmente compromessa, con circa 340 altri indirizzi PEC inseriti in copia nello stesso invio, a simulare una comunicazione istituzionale massiva e dall’aria ufficiale. Il testo chiede il pagamento di una presunta sanzione da 198 euro, con la minaccia di un aumento a 268 euro in caso di ritardo: importi scelti non a caso, perché coerenti con le sanzioni stradali realmente previste dal Codice della Strada.

Il link di accesso, etichettato “Accesso al portale istituzionale”, non porta però al vero portale PagoPA, bensì a un dominio russo (.ru) che ne replica fedelmente loghi e grafica. La pagina-clone raccoglie nome, cognome, codice fiscale, data di nascita, email e numero di telefono; uno script interroga ogni 500 millisecondi un server sotto il controllo degli attaccanti e può reindirizzare la vittima verso ulteriori schermate, incluse quelle – non confermate nei casi esaminati finora – per la raccolta di dati di carta di credito e codici di verifica bancaria.

Il fenomeno non è isolato: dall’aprile 2025 a oggi CERT-AGID ha censito complessivamente 1.874 campagne di phishing a tema “multa”, e ha raccolto 14.279 indicatori di compromissione legati a queste attività. Per contenere la diffusione dei casi più recenti, l’Agenzia ha coinvolto i gestori di posta certificata e condiviso gli indicatori di compromissione attraverso il proprio Flusso IoC, reso disponibile agli enti accreditati per bloccare tempestivamente domini e indirizzi malevoli.

Le raccomandazioni di CERT-AGID sono semplici ma vanno ribadite con forza proprio agli studi legali, utenti intensivi della PEC per l’intera attività professionale:

  • non cliccare mai sui link contenuti in comunicazioni di questo tipo, verificando piuttosto l’esistenza di un’eventuale sanzione direttamente sui canali ufficiali dell’ente indicato;
  • ricordare che la provenienza da un indirizzo PEC, la presenza di riferimenti normativi o di loghi apparentemente ufficiali non garantiscono in alcun modo l’autenticità del messaggio, specie quando la PEC mittente può essere essa stessa vittima di una violazione;
  • in caso di avvenuto inserimento di dati di pagamento, contattare immediatamente la propria banca per valutare il blocco della carta e verificare movimenti non autorizzati;
  • infine, inoltrare le comunicazioni sospette a CERT-AGID per l’analisi.

Avvocato sospeso che si difende da solo: il ricorso si estingue se nessuno lo riassume in tempo

Il Consiglio Nazionale Forense, con la sentenza n. 265 del 16 giugno 2026 (presidente facente funzioni e relatore Corona), pubblicata il 27 ottobre 2026 sul portale del Codice Deontologico Forense, ha dichiarato estinto un giudizio disciplinare per la tardiva – anzi mancata – riassunzione dopo l’interruzione dovuta alla perdita dello “jus postulandi” del ricorrente, che si era difeso in proprio.

Il caso riguarda un avvocato che, dopo essere stato sanzionato in sede disciplinare territoriale, aveva proposto ritualmente impugnazione in proprio davanti al giudice, avvalendosi della facoltà che l’ordinamento riconosce agli avvocati di autorappresentarsi in giudizio. Nelle more del procedimento, tuttavia, l’incolpato è stato colpito da una sospensione cautelare dall’esercizio della professione, perdendo così proprio quello “jus postulandi” – la capacità tecnica di stare in giudizio come difensore, anche di se stesso – che gli aveva consentito di proporre il ricorso senza l’assistenza di un legale esterno.

Il CNF richiama l’articolo 300, comma 3, del codice di procedura civile: il venir meno dello jus postulandi della parte che si difendeva da sola comporta l’interruzione automatica del processo, esattamente come accadrebbe per la morte o la radiazione di un difensore. L’articolo 305 c.p.c. impone poi di riassumere il giudizio interrotto entro il termine perentorio di tre mesi: in mancanza, il processo si estingue definitivamente.

Nel caso deciso, il ricorrente non ha provveduto alla riassunzione nei termini. Applicando rigorosamente questi principi, il CNF ha dichiarato l’estinzione del giudizio, con una conseguenza pratica di enorme rilievo per l’incolpato: la sanzione disciplinare originariamente impugnata si stabilizza e diventa definitiva, proprio come se non fosse mai stata contestata in sede giurisdizionale.

Non si tratta di un caso isolato: la nota a sentenza richiama numerosi precedenti conformi dello stesso anno e dell’anno precedente (CNF n. 248/2026, n. 354/2025, n. 266/2025, nn. 218, 219, 220, 221 e 227 del 2025), a dimostrazione di un orientamento ormai consolidato e di un errore procedurale che continua a ripresentarsi con una certa frequenza nella prassi disciplinare forense.

La vicenda offre un insegnamento pratico diretto per chi assiste – o è – un avvocato sottoposto a procedimento disciplinare: la scelta di difendersi in proprio, pur legittima, espone a un rischio specifico quando pende, in parallelo, anche un procedimento cautelare che può condurre alla sospensione dall’albo. In tal caso diventa essenziale monitorare con attenzione i termini processuali e, se necessario, nominare tempestivamente un difensore esterno che conservi intatto lo jus postulandi, per evitare che un mero difetto di impulso processuale renda definitiva una sanzione che nel merito avrebbe forse potuto essere ribaltata.

250mila alberi abbattuti per un data center Google in Finlandia: il conto ambientale dell’intelligenza artificiale

Non è la prima volta che accade, e difficilmente sarà l’ultima. Negli ultimi anni i data center – i grandi centri di calcolo che alimentano cloud e intelligenza artificiale – si stanno moltiplicando a un ritmo che le norme ambientali faticano a inseguire, in Italia come nel resto del mondo. Anche a Milano, e più in generale in Lombardia, che ospita già circa il 70% dei data center italiani, la pressione è fortissima: le richieste di connessione alla rete ad alta tensione presentate a Terna sono passate da appena 5 nel 2019 a 450 nel marzo 2026, per una potenza potenziale complessiva stimata in circa 82 GW. Secondo un report del Politecnico di Milano, il consumo elettrico del settore potrebbe salire dall’1,9% del 2024 a una quota compresa tra il 7% e il 13% dei consumi nazionali entro il 2035, con emissioni di CO2 in crescita da circa 1 milione di tonnellate annue fino a 8,3 milioni.

Proprio per arginare questa corsa, il 25 ottobre 2026 la Regione Lombardia ha approvato, su proposta del presidente Attilio Fontana, nuove regole che impongono sistemi di raffreddamento a basso consumo d’acqua, l’acquisto di energia da fonti rinnovabili per la quota non autoprodotta, un certificato di fattibilità sulla connessione elettrica prima ancora di avviare l’iter autorizzativo, e vincoli più stringenti sul consumo di suolo agricolo. Legambiente, per voce di Damiano Di Simine, ha comunque parlato di un “mercato delle vacche” in cui i Comuni in difficoltà finanziaria cedono aree verdi agli operatori immobiliari in cambio di oneri di urbanizzazione giudicati ancora troppo bassi. Il 10 ottobre circa mille persone hanno manifestato a Milano chiedendo una moratoria nazionale sui nuovi impianti.

Il problema non è solo italiano. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, nel 2024 i data center hanno assorbito a livello globale circa l’1,5% dell’elettricità mondiale (415 terawattora), con una crescita del 12% l’anno dal 2017, e la domanda potrebbe superare i 945 terawattora entro il 2030. In Irlanda i data center consumano già oltre un quinto dell’intera elettricità nazionale. Non mancano però esempi di gestione virtuosa: a Tallaght, vicino Dublino, il recupero del calore di scarto di un data center Amazon era stato imposto come condizione per il permesso di costruzione, e oggi alimenta una rete di teleriscaldamento che copre il 100% della domanda in condizioni normali, servendo edifici pubblici e 133 alloggi a prezzo calmierato, con un risparmio stimato di quasi 1.500 tonnellate di CO2 l’anno: la prova che un’infrastruttura imposta con le condizioni giuste può diventare una risorsa per il territorio, e non solo un costo da sopportare.

È in questo contesto globale che si inserisce il caso più clamoroso delle ultime settimane. Google, attraverso la propria rappresentanza finlandese, ha fatto abbattere circa 250mila alberi su una superficie di 330 ettari di foresta a Muhos, nel nord della Finlandia, e in un sito vicino a Otanmäki, per costruire un nuovo data center dedicato all’intelligenza artificiale, descritto come il più grande investimento mai realizzato nel Paese (circa 13 miliardi di euro). Il disboscamento è avvenuto nonostante la normativa finlandese imponga una Valutazione d’Impatto Ambientale quando si elimina in modo permanente più di 200 ettari di bosco: un obbligo segnalato già a maggio dall’agenzia statale che vigila sui permessi ambientali, ma di fatto ignorato. I lavori, iniziati a marzo e conclusi ad agosto, sono stati sospesi solo a inizio ottobre dall’autorità finlandese per le licenze e la vigilanza, quando della foresta non restava più nulla: il legname abbattuto non potrà nemmeno essere venduto alle segherie, perché il taglio è avvenuto in modo illegittimo.

Il responsabile di Google per la Finlandia, Antti Järvinen, si è scusato sostenendo che l’azienda avesse agito secondo la “migliore interpretazione” della normativa allora vigente. Il premier finlandese Petteri Orpo ha comunque difeso l’operazione, definendo l’attrazione di questi investimenti una “priorità assoluta” per il Paese, che ha in programma altri 145 data center in varie fasi di pianificazione. Non sono mancate le polemiche internazionali: lo stesso Donald Trump ha criticato la scelta di localizzare l’impianto in Finlandia anziché negli Stati Uniti. Sul piano interno, oltre 93mila cittadini finlandesi hanno firmato una petizione che chiede regole più severe sui data center e un risarcimento per le comunità locali colpite, mentre il tema resterà probabilmente centrale nelle elezioni di aprile.

Resta allora da chiedersi, a fronte di questa avanzata tecnologica che sembra inarrestabile, chi finirà davvero per risentirne di più? I vantaggi dell’intelligenza artificiale e del cloud computing – servizi più rapidi, nuove opportunità economiche, investimenti miliardari che pochi territori possono permettersi di rifiutare – sono reali e innegabili. Ma lo sono altrettanto i costi scaricati sull’ambiente che ci circonda: foreste rase al suolo in poche settimane, consumo di suolo agricolo, pressione crescente su reti elettriche e risorse idriche, comunità locali che si ritrovano a inseguire, spesso in affanno, regole capaci di tenere il passo di investimenti decisi altrove. Il progresso tecnologico, di per sé, resta una buona notizia: lo diventa fino in fondo, però, solo se chi lo porta avanti accetta di rispettare per primo le regole ambientali che lo stesso progresso, paradossalmente, rischia sempre di spingerci a dimenticare.

Avvocato e autoriciclaggio: il CNF conferma la sanzione disciplinare per chi crea società cartiere

Il Consiglio Nazionale Forense, con la sentenza n. 262 del 16 giugno 2026 (presidente facente funzioni Corona, relatore Germanà Tascona), pubblicata il 26 ottobre 2026 sul portale ufficiale del Codice Deontologico Forense, ha confermato la sanzione disciplinare a carico di un avvocato che aveva ideato, costituito e gestito un articolato sistema di società cartiere, formalmente intestate a prestanome, finalizzato alla commissione di una pluralità di operazioni illecite in materia fiscale. Il legale aveva riportato, per questi fatti, condanna penale in primo grado per il reato di autoriciclaggio.

Il Consiglio Nazionale Forense è l’organo di vertice della giurisdizione disciplinare forense: decide in seconda istanza sui ricorsi avverso le sanzioni irrogate dai consigli distrettuali di disciplina, e le sue decisioni sono a loro volta impugnabili dinanzi alle Sezioni Unite della Corte di Cassazione. Le sanzioni disciplinari previste dall’ordinamento forense vanno, in ordine crescente di gravità, dall’avvertimento alla censura, dalla sospensione fino alla radiazione dall’albo nei casi più gravi.

Secondo il CNF, la condotta dell’incolpato integra una grave violazione dei doveri di probità, dignità, decoro e indipendenza sanciti dall’articolo 9 del Codice Deontologico Forense. Il Collegio ribadisce, richiamando le Sezioni Unite della Cassazione (sentenza n. 4994/2018), che l’avvocato risponde disciplinarmente anche per condotte che non riguardano in senso stretto l’esercizio della professione, quando queste ledano comunque i doveri fondamentali della categoria e, riflettendosi negativamente sull’attività professionale, ne compromettano l’immagine quale entità astratta, con conseguente perdita di credibilità dell’intera avvocatura agli occhi dei cittadini e delle istituzioni.

Nella stessa pronuncia il CNF ribadisce un principio di carattere generale e di frequente applicazione: l’illecito disciplinare forense è “a forma libera”, o atipico. A differenza di quanto accade nel diritto penale, dove vige il principio di stretta tipicità, nell’ordinamento disciplinare forense non esiste un catalogo tassativo delle condotte vietate: l’articolo 9 del Codice Deontologico Forense funge da norma di chiusura, che consente di contestare l’illecito anche quando il comportamento specifico non sia stato preventivamente tipizzato in una norma puntuale, senza che la mancata descrizione dettagliata di uno o più comportamenti generi alcuna immunità per l’incolpato. Il CNF precisa inoltre che non sussiste, in questa materia, un rigido principio di corrispondenza tra addebito contestato e decisione, dal momento che ciò che conta non è la qualificazione giuridica formale dell’incolpazione, bensì l’effettiva garanzia del contraddittorio sul nucleo fattuale della contestazione.

Sul piano probatorio, il Collegio fissa due principi operativi destinati a orientare l’attività dei consigli disciplinari territoriali. Il primo: l’istruttoria non può fondarsi esclusivamente sulle dichiarazioni dell’esponente, cioè di chi presenta l’esposto, o di altri soggetti portatori di un interesse personale nella vicenda, ma deve essere irrobustita da riscontri documentali acquisiti agli atti, che costituiscono il criterio logico-giuridico di riferimento per la completezza dell’istruttoria. Il secondo: una condanna penale non ancora passata in giudicato, se inserita in un quadro probatorio arricchito da altre circostanze gravi, precise e concordanti, è comunque idonea ad affievolire, fino a superare, la presunzione di non colpevolezza dell’incolpato nel giudizio disciplinare, che segue regole autonome e indipendenti rispetto a quelle del processo penale.

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