Il cliente mente sui redditi? L’avvocato non deve fare il detective fiscale

Il Consiglio Nazionale Forense ha chiarito un punto operativo di forte interesse per gli studi che gestiscono pratiche di patrocinio a spese dello Stato: l’avvocato non è tenuto a verificare autonomamente la veridicità delle dichiarazioni reddituali rese dal cliente nell’istanza di ammissione al beneficio.

Il principio è stato affermato con la sentenza CNF n. 160 del 22 aprile 2026, in un procedimento disciplinare nato proprio dalla contestazione a un legale per come aveva gestito la dichiarazione dei redditi allegata a un’istanza di gratuito patrocinio. Il Consiglio ha assolto il professionista, chiarendo che le dichiarazioni inserite nella domanda restano autocertificazioni sottoscritte dal cliente: l’avvocato ne autentica la firma, ma non diventa per questo garante della loro correttezza fiscale.

La decisione distingue con nettezza tra acquisizione delle informazioni e verifica sostanziale. Il difensore deve chiedere al cliente quali siano effettivamente i redditi percepiti e riportarli fedelmente nell’istanza; non deve però condurre un accertamento paragonabile a quello dell’Agenzia delle Entrate o della Guardia di Finanza, anche perché non dispone dei relativi poteri d’indagine. Il principio vale anche quando l’assistito presenta solo l’ISEE, senza obbligo di dichiarazione dei redditi: in quel caso il professionista deve comunque raccogliere dal cliente gli elementi necessari a compilare correttamente la domanda.

Il CNF affronta anche un secondo profilo, quello della richiesta di distrazione delle spese ex art. 93 c.p.c. presentata insieme all’istanza di patrocinio: la mera coesistenza delle due richieste non configura automaticamente un illecito disciplinare, servendo elementi ulteriori e l’allegazione di una condotta effettivamente fraudolenta.

Per gli studi legali la ricaduta pratica è chiara: conviene documentare le domande poste al cliente e le informazioni da lui fornite, senza però trasformare l’istruttoria in un controllo fiscale che l’ordinamento non attribuisce alla professione forense.

Finta email ACI sul bollo auto: con 16 euro di “sblocco” ti rubano la carta di credito

È in corso una campagna di phishing che sfrutta il nome dell’Automobile Club d’Italia per colpire automobilisti in tutta Italia, facendo leva sulla paura di sanzioni per il bollo auto non pagato. L’ente ha preso pubblicamente le distanze dall’iniziativa, segnalando l’accaduto alle autorità competenti.

Il raggiro si sviluppa in tre passaggi. Prima arriva un’email che avvisa di un presunto mancato pagamento della tassa automobilistica, con la minaccia di sanzioni imminenti, e che rimanda a domini contraffatti — tra cui “acitalia.info” e “acitalia.click” — costruiti per imitare graficamente il sito ufficiale. Superato il primo click, il sito chiede di inserire codice fiscale e targa del veicolo, poi indirizzo di residenza e recapito telefonico. Nella fase finale, alla vittima viene richiesto un pagamento di 15,87 euro per lo “sblocco” della posizione, con la richiesta di inserire per intero i dati della carta di pagamento, comprensivi di numero, scadenza e codice di sicurezza.

Le segnalazioni sono state inoltrate al Cert-AgID, la struttura nazionale che si occupa di individuare e richiedere l’oscuramento dei siti utilizzati per queste campagne fraudolente. ACI ha ribadito di non richiedere mai numeri di carte di credito, codici di sicurezza o coordinate bancarie tramite email o SMS, e invita a verificare qualsiasi comunicazione esclusivamente attraverso il portale ufficiale aci.it.

Per gli automobilisti, la raccomandazione pratica è diffidare di ogni sollecito di pagamento ricevuto via email non certificata che richieda l’inserimento diretto dei dati della carta, verificare sempre la reale scadenza del bollo attraverso i canali ufficiali della propria Regione o di ACI, e segnalare i messaggi sospetti senza cliccare sui link contenuti.

Compensi degli avvocati, in arrivo parametri ministeriali ogni due anni e solidarietà nei pagamenti

Tra le disposizioni della riforma dell’ordinamento forense approvata in via definitiva dal Parlamento con la legge 28 luglio 2026 n. 137, ve n’è una destinata a incidere direttamente sulla gestione economica degli studi legali: la revisione della disciplina dei compensi professionali, distinta dalle pur rilevanti novità già introdotte sulle incompatibilità e sulle società tra avvocati.

Il principio di fondo resta quello della libertà di pattuizione tra avvocato e cliente, che la riforma non tocca: il compenso continua a poter essere liberamente concordato, anche con clausole di risultato legate al raggiungimento di obiettivi specifici, purché commisurato “alla quantità e alla qualità della prestazione resa”. La novità di cornice riguarda invece i parametri applicabili in assenza di accordo scritto o in sede di liquidazione giudiziale: la legge delega impone al Ministro della Giustizia di emanare, con cadenza biennale anziché a scadenze indefinite come accaduto finora, un decreto che aggiorni le tabelle di riferimento per il calcolo del compenso, superando la prassi degli aggiornamenti sporadici e spesso in ritardo rispetto all’inflazione e ai mutamenti del mercato legale.

La novità più concreta riguarda però la solidarietà nei pagamenti: nei procedimenti che si concludono con un accordo tra le parti, la legge stabilisce che tutti i soggetti coinvolti nella transazione sono obbligati in solido al pagamento del compenso nei confronti degli avvocati che risultino creditori, salvo diversa intesa esplicita. Si tratta di una tutela pensata per evitare che l’avvocato di una parte resti scoperto quando l’accordo transattivo non disciplina espressamente il riparto delle spese legali, situazione tutt’altro che rara nella prassi delle negoziazioni. Il legislatore delegato è inoltre chiamato a valutare una razionalizzazione dei casi in cui è necessario il parere di congruità dell’ordine di appartenenza, con l’obiettivo dichiarato di agevolare il recupero dei crediti professionali, mentre restano fermi gli obblighi di rimborso delle spese anticipate e di quelle forfetarie.

Va ricordato che si tratta, per ora, di una legge delega: le disposizioni concrete e operative dovranno essere definite dai decreti legislativi attuativi, il cui termine di adozione scade entro sei mesi dall’entrata in vigore della legge, fissata al 16 agosto 2026, quindi entro la metà di febbraio 2027. Fino a quel momento resta in vigore la disciplina attuale, e gli studi legali – specie quelli che gestiscono negoziazioni e accordi transattivi complessi – farebbero bene a seguire da vicino i lavori dei decreti delegati, che definiranno nel dettaglio la portata pratica della solidarietà nei pagamenti e dei nuovi criteri di liquidazione.

Rubati i dati di 6,6 milioni di utenti: nel mirino patenti di guida e documenti d’identità

Times Car, marchio di car sharing del gruppo giapponese Park24, ha confermato il furto dei dati personali di circa 6,6 milioni di utenti, attuali ed ex iscritti al servizio, oltre ai partecipanti ai programmi aziendali collegati alla piattaforma. L’azienda ha reso noto di aver individuato e bloccato un accesso non autorizzato ai propri sistemi il 26 settembre; solo il 28 settembre ha confermato che si è trattato di un’effettiva sottrazione di dati, e non di un semplice tentativo di intrusione.

Tra le informazioni compromesse figurano nome e cognome, indirizzo fisico, data di nascita, numero di telefono, indirizzo email, dati della patente di guida e immagini dei documenti utilizzati per la verifica dell’identità, oltre alle password degli account, conservate in forma cifrata, e agli identificativi dei servizi collegati. Per gli account aziendali risultano esposti anche nome e reparto di appartenenza dei dipendenti. Secondo l’azienda, i dati delle carte di pagamento non sono stati coinvolti nella violazione.

Times Car ha dichiarato che le password erano “conservate in una forma non ricostruibile”, senza tuttavia specificare l’algoritmo di cifratura utilizzato, e ha precisato che al momento non risultano evidenze di diffusione dei dati rubati online. È stata avviata un’indagine forense con il supporto di esperti esterni, mentre le notifiche individuali agli utenti coinvolti procederanno per fasi successive; i servizi continuano a operare regolarmente.

Il caso, per dimensioni e natura dei dati esposti — inclusi documenti d’identità e patenti — rientra tra le violazioni più rilevanti dell’anno a livello internazionale e richiama l’attenzione anche degli operatori europei sul tema degli obblighi di notifica previsti dal GDPR in caso di data breach con dati identificativi e documenti ufficiali, particolarmente delicati per il rischio di furto d’identità e frodi correlate.

Perquisizione nello studio legale? Le garanzie valgono anche se l’avvocato è indagato

Le Sezioni Unite penali della Corte di Cassazione hanno affrontato una questione che tocca da vicino la tutela della professione forense: cosa succede quando le forze dell’ordine dispongono una perquisizione nello studio di un avvocato che è, al tempo stesso, indagato in prima persona. La decisione, comunicata all’udienza del 24 settembre 2026, stabilisce che le garanzie previste dall’articolo 103 del codice di procedura penale per ispezioni, perquisizioni e sequestri negli studi legali si applicano integralmente anche in questa ipotesi.

La vicenda nasce dal ricorso di un legale indagato per una presunta truffa contrattuale legata all’esecuzione di un contratto di locazione immobiliare, contestata nella sua veste di coamministratore di una società. Il difensore aveva impugnato il decreto di perquisizione e sequestro disposto nei suoi confronti, lamentando la violazione delle garanzie procedurali riservate agli studi legali. Il tribunale del riesame aveva respinto l’istanza, ritenendo che tali garanzie non operassero quando l’avvocato non agisce come difensore di terzi ma è lui stesso oggetto di indagine.

A rimettere la questione alle Sezioni Unite era stata l’ordinanza n. 22178/2026 della Sesta Sezione penale, che aveva rilevato un contrasto interpretativo sul punto. Al momento è nota solo la decisione nel dispositivo provvisorio: il deposito delle motivazioni complete è atteso nelle prossime settimane e chiarirà nel dettaglio i limiti e le modalità applicative del principio.

Per gli avvocati, la pronuncia ha una ricaduta pratica diretta: la tutela della segretezza professionale e degli atti difensivi custoditi nello studio non decade per il solo fatto che il titolare dello studio sia indagato. Le autorità inquirenti restano quindi vincolate alle procedure rafforzate previste dall’art. 103 c.p.p., comprese le modalità di svolgimento delle operazioni alla presenza di un rappresentante dell’ordine forense, anche quando il target dell’indagine coincide con il professionista stesso.

Garlasco, si chiudono oggi le indagini su Sempio: la difesa spera nella revisione per Stasi

Si chiudono oggi le indagini della Procura di Pavia sulla morte di Chiara Poggi, uccisa a Garlasco il 13 agosto 2007. L’atto conclusivo conferma l’impostazione già assunta a maggio, individuando in Andrea Sempio, 38 anni, l’unico indagato per l’omicidio, ma la corredano questa volta con almeno tre nuove relazioni peritali: una sulle misurazioni antropometriche, una sull’analisi delle impronte di scarpe rilevate sulla scena del crimine e una sulle tracce di Dna trovate sotto le unghie della vittima. Non è escluso, secondo quanto emerso, un ulteriore accertamento di natura psichiatrica, subordinato alla collaborazione dello stesso Sempio.

I difensori di Sempio, gli avvocati Liborio Cataliotti e Angela Taccia, hanno dichiarato di poter solo attendere di prendere visione degli atti depositati dalla Procura. Il deposito apre ora i termini per la presentazione di memorie difensive prima dell’eventuale richiesta di rinvio a giudizio, passaggio che porterebbe per la prima volta un imputato davanti a un giudice per la morte della giovane di Garlasco, diciannove anni dopo i fatti.

La vicenda giudiziaria si intreccia con un secondo procedimento parallelo, relativo ad Alberto Stasi, ex fidanzato della vittima, condannato in via definitiva per il delitto e oggi in semilibertà: i suoi legali, gli avvocati Giada Bocellari e Antonio De Rensis, lavorano da tempo a un’istanza di revisione della sentenza di condanna, che le nuove risultanze investigative su Sempio potrebbero rafforzare sotto il profilo della “prova nuova” richiesta dall’articolo 630 del codice di procedura penale.

Il caso Garlasco resta un banco di prova emblematico sui limiti della prova scientifica a distanza di quasi vent’anni dai fatti, sulla revisione del giudicato quando emergono nuovi elementi tecnici (impronte, dati dattiloscopici, profili genetici) rispetto a quelli disponibili al momento del processo originario, e sul rapporto tra due procedimenti – quello a carico di un condannato definitivo e quello a carico di un nuovo indagato – che riguardano formalmente lo stesso fatto storico.

Starship in orbita per la prima volta: successo per il razzo di Musk

SpaceX ha portato per la prima volta Starship in piena orbita terrestre. Il decollo è avvenuto oggi da Starbase, in Texas, alle 8:49 ora locale (12:49 GMT, 14:49 in Italia), all’interno della finestra di lancio prevista. La separazione tra il booster Super Heavy e la nave Ship 41 è avvenuta regolarmente a due minuti e trentaquattro secondi dal decollo.

Circa tredici minuti dopo il lancio, mentre la nave si trovava già nello spazio, si è verificato uno spegnimento imprevisto di uno dei motori Raptor 3. Per alcuni minuti SpaceX non ha reso nota la decisione operativa conseguente, lasciando aperta la possibilità di un’interruzione anticipata della missione; l’azienda ha poi confermato che il veicolo poteva comunque procedere verso l’orbita “nonostante il motore mancante”. Ship 41 ha quindi completato con successo la manovra di inserimento orbitale a un’altitudine di circa 275 chilometri, diventando il primo esemplare della storia del programma a raggiungere l’orbita terrestre dopo tredici tentativi suborbitali e quattordici lanci complessivi.

Nella fase successiva sono stati dispiegati tutti i 26 satelliti Starlink di terza generazione previsti dalla missione; tre di essi montavano telecamere destinate a ispezionare eventuali danni alle piastrelle termiche della nave durante il volo. Il programma prevede ora il completamento di sei orbite complete della Terra, con ammaraggio di booster e nave rispettivamente nel Golfo del Messico e nell’Oceano Pacifico, al largo del Cile, al termine di circa dieci ore di missione complessiva.

Il traguardo arriva dopo oltre quindici miliardi di dollari di investimento dichiarato da SpaceX nel programma e a distanza di anni dalle previsioni, rivelatesi eccessivamente ottimistiche, con cui lo stesso Elon Musk aveva indicato il 2022 come anno del primo volo orbitale. Il successo odierno, pur con l’anomalia del motore, rimuove uno degli ostacoli tecnici che finora avevano rallentato la tabella di marcia del programma, aprendo la strada alle prossime tappe dichiarate da SpaceX: il lancio ravvicinato di ulteriori costellazioni Starlink e il ruolo di Starship come veicolo di allunaggio per le missioni Artemis della Nasa, per le quali resta comunque da dimostrare, in voli futuri, il trasferimento di propellente tra veicoli in orbita.

Il think tank segreto di Draghi debutta a Baden-Baden: tre giorni a porte chiuse su IA, energia e difesa

Mario Draghi porta avanti, lontano dai riflettori, un nuovo progetto destinato a incidere sul dibattito sulle politiche economiche e tecnologiche europee. Da poco si è svolto a Baden-Baden, in Germania, il primo ritrovo del Rhine Group, un think tank fondato dall’ex presidente della Banca Centrale Europea insieme a Patrick Collison, fondatore della piattaforma di pagamenti Stripe. La sede legale dell’organizzazione è in Svizzera, a Ginevra, e i lavori si svolgono sotto le rigide regole di riservatezza note come Chatham House Rule, che vietano di attribuire pubblicamente dichiarazioni ai singoli partecipanti.

Alla guida operativa del gruppo è stato posto Luis Garicano, economista spagnolo ed ex eurodeputato. Tra i partecipanti al primo incontro figurano i premi Nobel per l’economia Philippe Aghion e Bengt Holmström, l’ex ministro delle Finanze francese Bruno Le Maire, imprenditori tecnologici come Xavier Niel (fondatore di Iliad), Tobi Lütke (amministratore delegato di Shopify) e Sebastian Siemiatkowski (fondatore di Klarna), oltre a esponenti italiani di primo piano come Vittorio Colao, Roberto Cingolani e l’imprenditore Andrea Pignataro (Ion). Presenti anche i direttori di due tra le più autorevoli testate economiche internazionali, Roula Khalaf del Financial Times e Zanny Minton Beddoes dell’Economist.

I temi discussi a Baden-Baden hanno spaziato dalla ricerca scientifica di base alla capacità di calcolo per l’intelligenza artificiale, dalla cybersicurezza alla difesa, dall’energia al sostegno alle startup. Garicano ha indicato quattro aree di lavoro concrete su cui il gruppo intende muoversi: colmare il deficit europeo di capacità di calcolo rispetto a Stati Uniti e Cina, sostenere le istituzioni scientifiche attraverso cattedre universitarie finanziate dal gruppo (le cosiddette “Rhine Chairs”), rimuovere le barriere alla circolazione dei capitali per gli imprenditori europei e avviare un programma di finanziamento dedicato. L’articolo che ha dato conto dell’iniziativa non fornisce indicazioni esplicite sui soggetti che finanziano concretamente il think tank.

L’iniziativa si inserisce nel percorso più ampio di Draghi come voce critica sulle politiche economiche dell’Unione, dopo il rapporto sulla competitività europea presentato nel 2024 e i ripetuti appelli, negli interventi pubblici degli ultimi mesi, a un’azione più incisiva dell’Ue su crescita, sovranità tecnologica e autonomia strategica. Per gli osservatori delle politiche industriali e tecnologiche europee, e più in generale per chi segue il dibattito sulla regolazione dell’intelligenza artificiale nell’Unione, la nascita di un consesso riservato con questo profilo di partecipanti segnala un canale di elaborazione delle policy che si muove parallelamente, e in parte al di fuori, delle sedi istituzionali ufficiali di Bruxelles.

Dopo i crolli di Bolzano e Milano, i giovani avvocati chiedono un piano nazionale per i palazzi di giustizia

Si è chiuso sabato 26 settembre a Rimini il XIX Congresso Straordinario dell’Associazione Italiana Giovani Avvocati, dedicato al rapporto tra professione forense, Costituzione e intelligenza artificiale. Tra le mozioni approvate nell’ultima giornata, una in particolare riguarda da vicino l’operatività quotidiana degli studi legali: quella sull’edilizia giudiziaria, presentata dal dipartimento Ordinamento ed Edilizia Giudiziaria di AIGA e coordinata dall’avvocato Giuseppe Mandarino.

Il documento parte da due episodi che hanno colpito l’opinione pubblica forense negli ultimi mesi: il crollo parziale di una porzione del Tribunale di Bolzano, avvenuto il 16 luglio scorso durante lavori di ristrutturazione, e un cedimento strutturale registrato in un palazzo di giustizia milanese il 10 settembre. Episodi che, secondo la mozione, non sono incidenti isolati ma il sintomo di una gestione del patrimonio immobiliare giudiziario affidata a interventi emergenziali anziché a una programmazione pluriennale, in un contesto di spazi insufficienti, carenze di sicurezza e barriere architettoniche diffuse in tribunali e procure di tutta Italia.

La mozione, approvata all’unanimità, individua otto linee di intervento: un piano nazionale quinquennale per l’edilizia giudiziaria; un fascicolo digitale per ciascun edificio con i dati strutturali e di sicurezza aggiornati; criteri oggettivi e uniformi per stabilire le priorità di intervento tra le sedi; programmi di manutenzione preventiva pluriennale anziché correttiva; finanziamenti stabili nel tempo, sul modello delle metodologie già sperimentate con il Pnrr; un rafforzamento del raccordo tra Ministero della Giustizia, enti locali e avvocatura; piani di continuità operativa per le sedi a rischio; un sistema di monitoraggio e rendicontazione pubblica periodica dello stato del patrimonio.

Il documento richiama anche la posizione già assunta dall’Associazione Nazionale Magistrati dopo il crollo di Bolzano, quando l’Anm aveva denunciato “sedi con gravi criticità” a fronte di un’assenza di risposte da parte del governo. La mozione è stata trasmessa alla Giunta e al presidente nazionale di AIGA con mandato di rappresentarla presso le sedi istituzionali e politiche competenti: per gli avvocati che ogni giorno frequentano tribunali e procure, spesso in condizioni logistiche precarie, la vicenda pone una questione di sicurezza sul lavoro che si somma, ma è concettualmente distinta, dal più ampio dibattito sull’efficienza della macchina giudiziaria.

Il capo di Palantir chiede di nazionalizzare l’IA: “Altrimenti i miei clienti faranno causa a tutti”

Alex Karp, amministratore delegato di Palantir, ha rilanciato in un’intervista a CNBC una proposta destinata a far discutere: le principali aziende di intelligenza artificiale “devono essere nazionalizzate, perché se non lo fossero, ognuno dei miei clienti farà causa”. Secondo Karp, i modelli più potenti comportano rischi legali crescenti, legati a violazioni della proprietà intellettuale e a questioni di sicurezza nazionale, tali da rendere insostenibile per le aziende private sopportarne da sole le conseguenze economiche. La sua proposta concreta è che i grandi laboratori cedano volontariamente allo Stato una quota fino al 50% del capitale, in cambio di una copertura pubblica del rischio legale e finanziario.

Le cifre richiamate a sostegno della tesi sono ingenti: Goldman Sachs stima per il 2027 emissioni di debito legate all’intelligenza artificiale per 420 miliardi di dollari, in crescita del 60% sul 2026, mentre Moody’s Ratings segnala quasi tremila miliardi di dollari di impegni fuori bilancio riconducibili ai grandi operatori cloud (i cosiddetti hyperscaler). Il precedente più immediato citato dagli osservatori è l’ingresso del governo statunitense nel capitale di Intel, con l’acquisto del 9,9% per 8,9 miliardi di dollari: un segnale, secondo alcuni analisti, di un percorso già avviato verso un maggiore controllo pubblico dell’ecosistema tecnologico strategico.

La proposta di Karp arriva mentre si consolida un filone critico opposto, che legge gli allarmi sui rischi esistenziali dell’intelligenza artificiale come una forma di marketing rivolta a investitori e regolatori più che come una preoccupazione genuina. Un’analisi pubblicata da Tom’s Hardware ha passato in rassegna dichiarazioni di esponenti di Anthropic e OpenAI su scenari di perdita di controllo dell’umanità entro pochi anni, evidenziando come si tratti in larga parte di previsioni non falsificabili secondo il criterio epistemologico di Popper: uno studio richiamato nell’articolo, condotto dal filosofo Luciano Floridi, calcola che il 79% delle previsioni sull’intelligenza artificiale generale non superi tale soglia. L’analisi nota inoltre come gli stessi dirigenti che firmano appelli sui rischi di estinzione continuino parallelamente lo sviluppo dei propri modelli a ritmo serrato.

Proprio in questa chiave la proposta di Karp si presta a una lettura duplice: se davvero il rischio fosse percepito come catastrofico dall’interno del settore, la richiesta di un salvagente pubblico che trasferisca l’esposizione economica dagli azionisti privati alla collettività rappresenta essa stessa un caso di scuola della dinamica denunciata dai critici, in cui l’allarme sul pericolo dell’intelligenza artificiale finisce per tradursi, nei fatti, in una richiesta di garanzie e capitali. Il dibattito anticipa questioni di responsabilità e di governance societaria destinate a porsi anche in Europa, dove il perimetro del rischio “sistemico” legato all’intelligenza artificiale è già oggetto di discussione nell’ambito del Regolamento UE sull’IA.

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