Caso Youssef, l’OCF in difesa del gip: “Incostituzionale condizionare il giudice alle indagini”

L’Organismo Congressuale Forense (OCF) è intervenuto con un comunicato stampa diffuso da Roma, in relazione alla decisione del gip di Milano che ha rimesso in libertà Youssef Siher e ai conseguenti attacchi di esponenti politici di rilievo nei confronti della giudice, ai quali avevano già fatto seguito le prese di posizione dell’Associazione nazionale magistrati e del Tribunale di Milano. L’OCF ribadisce quanto già rilevato in altre occasioni sui principi costituzionali in gioco.

Il sistema processuale italiano, in linea con la Carta Costituzionale, prevede che la limitazione della libertà personale sia disposta dal giudice solo al ricorrere dei presupposti di legge, ossia gravi indizi di colpevolezza per la commissione di un delitto. In caso di fermo dell’indagato da parte del pubblico ministero, il giudice ha il dovere, all’esito del contraddittorio tra accusa e difesa, di decidere sulla ricorrenza del pericolo di fuga e sulla richiesta di custodia in carcere. La decisione di non convalidare il fermo e di scarcerare l’indagato, per l’OCF, può essere sottoposta al successivo controllo del Tribunale della libertà, e in ogni caso le indagini successive possono sempre apportare elementi di novità su cui effettuare nuove valutazioni.

Il cuore del comunicato è un richiamo esplicito alla Costituzione: non è previsto, e anzi è incostituzionale, che il giudice debba assecondare le richieste del pubblico ministero o possa essere condizionato dall’esigenza di non vanificare le indagini della polizia. Al contrario, sottolinea l’OCF, la terzietà del giudice e la sua autonomia nel decidere costituiscono l’essenza di un sistema liberale e dello Stato di diritto; la separazione dei poteri prevista in Costituzione ha proprio la finalità di impedire ogni invasione di campo e di garantire che la libertà personale possa essere limitata solo nei casi previsti dalla legge.

Le valutazioni giuridiche, prosegue il comunicato, competono agli operatori del diritto e devono restare sottratte a qualunque pressione, fondate esclusivamente su prove e sulla struttura dei reati contestati, come accaduto nel caso di Siher Youssef. L’OCF avverte infine che ogni attacco al giudice che travalichi la legittima critica ai provvedimenti giudiziari, senza tener conto dei principi di diritto e delle regole del processo, si traduce in un attacco non solo alla magistratura ma anche al ruolo dell’avvocatura, definita “ineliminabile argine a tutela dei diritti di tutti i cittadini”.

Con questa presa di posizione, il fronte a difesa dell’indipendenza della giudice si allarga: dopo la nota congiunta del Tribunale di Milano e i rilievi dell’ANM, anche l’organismo che rappresenta l’avvocatura istituzionale italiana entra nel dibattito, rivendicando per la categoria un ruolo di presidio dei diritti accanto, e non subordinato, a quello della magistratura.

“L’Ilva è finita”: la Cassazione dice no al ricorso, stop definitivo all’area a caldo di Taranto

La Corte di Cassazione, a Sezioni Unite civili, ha respinto nel primo pomeriggio di oggi i ricorsi straordinari presentati da Ilva, Acciaierie d’Italia spa e Acciaierie d’Italia holding contro il decreto della Corte d’Appello di Milano che ha ordinato lo stop dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico di Taranto, il più grande complesso d’acciaio d’Europa, esteso su circa 15 chilometri quadrati.

Il decreto originario, datato 27 luglio 2026 e confermato dalla Corte d’Appello alle udienze del 9 e del 30 settembre, aveva concesso all’azienda 90 giorni per adeguarsi. La decisione della Cassazione, pronunciata dopo l’udienza del 20 ottobre, si fonda su due motivazioni autonome: la presenza di amianto negli altiforni e le emissioni di polveri sottili PM10 e PM2,5. I giudici hanno dichiarato inammissibili, per difetto di legittimazione, le contestazioni sullo studio di impatto sanitario e sul parere dell’Istituto Superiore di Sanità del 30 luglio 2024 alla base dell’AIA 2025; ma poiché il motivo relativo all’amianto regge da solo, il decreto resta valido anche a prescindere dall’esito delle censure sulle emissioni.

Tra i riferimenti normativi richiamati dalla Corte, la direttiva UE 2024/2881, che fissa limiti più stringenti per il particolato PM10 e PM2,5 in linea con le linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità, e che gli Stati membri devono recepire entro l’11 dicembre 2026. A difendere il decreto, due controricorsi presentati da cittadini di Taranto.

Lo stop produttivo è di fatto già in corso: gli impianti sono nella fase di preraffreddamento e, secondo le prime ricostruzioni, il passaggio successivo sarà la rimozione della “salamandra”, lo strato di ghisa residua che si deposita sul fondo dell’altoforno, da liquefare portando la temperatura a livelli che ne consentano lo svuotamento. La produzione di acciaio a Taranto, che nel 2007 sfiorava i 10 milioni di tonnellate l’anno, nel 2025 si è fermata a circa 2 milioni; gli altri siti del gruppo, a Cornigliano, Novi Ligure e Racconigi, trattano solo lavorazioni a freddo e restano fuori dal perimetro della decisione.

La sentenza consolida un principio destinato a fare giurisprudenza: il diritto alla salute, se sorretto da evidenze scientifiche solide anche su un solo profilo di rischio (qui l’amianto), può da solo giustificare la sospensione di un’attività produttiva, a prescindere dalla tenuta degli altri motivi di doglianza ambientale.

Stop call center: la soluzione di Apple con il filtro spam

Apple ha rilasciato il 26-27 ottobre 2026 l’aggiornamento iOS 27.2, che porta anche in italiano una funzione pensata proprio per arginare il fenomeno delle chiamate indesiderate: call center, telemarketing aggressivo e tentativi di truffa telefonica. La funzione si chiama ufficialmente “Chiedi il motivo della chiamata” e si trova dentro il filtro per i numeri sconosciuti dell’app Telefono.

Il meccanismo è semplice ma efficace, e lo abbiamo verificato con una prova diretta.

  1. Quando chiama un numero non salvato in Rubrica, l’iPhone non squilla subito: sul lock screen compare una notifica “Filtro chiamate – Numero sconosciuto”, con la scritta “iPhone sta chiedendo il nome e il motivo della chiamata”.
  2. Basta cliccare “Tocca per visualizzare” per vedere cosa succede in tempo reale: è l’iPhone stesso, con una voce automatica, a rispondere al posto dell’utente e a chiedere all’interlocutore chi è e perché sta chiamando.
  3. Quello che succede dopo si vede a schermo come una vera conversazione testuale: il telefono scrive “Ciao, se registri il tuo nome e il motivo della chiamata, verificherò se questa persona è disponibile”, e la risposta di chi chiama viene trascritta in diretta, a bolle, come in una chat. Nel nostro test, al numero sconosciuto che si è qualificato come “Mario” interessato a nuove tariffe telefoniche, è bastato leggere la trascrizione per capire subito che si trattava di una chiamata commerciale non richiesta.
  4. A quel punto si può accettare, rifiutare, oppure scrivere una risposta che l’iPhone legge a voce alta al chiamante (il contatto resta “in linea”, ora etichettato “Mario (forse)”, con l’opzione di lasciare un messaggio in segreteria dopo il segnale acustico). Tutta l’elaborazione, incluso il riconoscimento vocale, avviene sul dispositivo.

Come attivarla?

Per attivarla: Impostazioni > App > Telefono > Filtra i numeri sconosciuti, con tre opzioni – Mai, Chiedi il motivo della chiamata, Silenzia. La novità è il filtro intermedio, che lascia passare le chiamate legittime (corrieri, studi professionali, appuntamenti di lavoro) e blocca sul nascere il resto. Due limiti pratici: non funziona in roaming, e dopo una chiamata ai numeri di emergenza l’identificazione del chiamante si disattiva per 24 ore.

Per chi riceve ogni giorno telefonate commerciali o tentativi di truffa a nome di finte compagnie telefoniche, banche o corrieri, è uno strumento concreto e gratuito, integrato nel sistema, senza app di terze parti né abbonamenti.

Manovra 2027, forfettario a 100mila euro: cosa cambia per gli avvocati e i liberi professionisti

Il Consiglio dei ministri ha approvato nel pomeriggio di mercoledì 28 ottobre il disegno di legge di Bilancio 2027, da circa 26 miliardi di euro secondo la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Il testo deve ora affrontare il passaggio parlamentare e, per alcune misure, il via libera della Commissione europea, prima di diventare legge entro fine anno.

La novità di maggiore interesse per gli avvocati e i professionisti con partita IVA riguarda il regime forfettario: il limite di ricavi o compensi per accedere alla flat tax sale da 85.000 a 100.000 euro. Resta però un doppio binario. Fino a 85.000 euro il regime forfettario continua a funzionare come oggi, con imposta sostitutiva al 15% (5% per le nuove attività, alle condizioni di legge) e nessun obbligo IVA. Tra 85.000 e 100.000 euro si potrà mantenere il regime sostitutivo sulle imposte dirette, ma sarà necessario applicare l’IVA in fattura, versarla periodicamente e presentare le liquidazioni periodiche (LIPE) e la dichiarazione annuale. Superata la soglia dei 100.000 euro, l’uscita dal regime forfettario sarà immediata. La soglia IVA a 85.000 euro deriva dalla direttiva europea in materia: il Governo ha un anno di tempo per negoziare con Bruxelles l’estensione anche dell’esenzione IVA, che al momento resta una misura annunciata e non ancora operativa.

Per un avvocato che fattura soprattutto verso altri professionisti o aziende (rapporti B2B), l’impatto dell’IVA aggiuntiva tra 85.000 e 100.000 euro sarà in larga parte neutro, perché il cliente può detrarla; per chi fattura principalmente verso privati, invece, l’addebito dell’IVA comporterà o un aumento del 22% del costo per il cliente finale, oppure un assorbimento del maggior onere a scapito del margine.

Tra le altre misure della manovra: l’Irpef vede l’innalzamento a 55.000 euro della soglia del secondo scaglione, tassato al 33% (anziché fermarsi a 50.000 euro), con un risparmio stimato fino a 500 euro l’anno; l’esenzione del bollo auto per i veicoli fino a 80 kW diventa strutturale; per i lavoratori dipendenti under 30 è previsto un premio fino a 2.500 euro tassato all’1%, erogabile in unica soluzione o in dodici mensilità, oltre all’innalzamento a 2.000 euro della soglia di esenzione dei fringe benefit per la stessa fascia d’età – misure, va precisato, legate al reddito da lavoro dipendente e non estese, allo stato dei testi, ai professionisti autonomi. La cedolare secca sugli affitti a canone concordato scende dal 10% al 5%, con un possibile ritorno della cedolare anche per le locazioni commerciali. Sul fronte natalità, l’INPS aprirà un fondo “nuovi nati” che verserà 100 euro l’anno per ogni neonato fino ai 18 anni; mentre per le pensioni è previsto un fondo per uscite anticipate flessibili e per la sanità un incremento di 3,4 miliardi del fondo sanitario nazionale, più 1,6 miliardi per un voucher sulle spese non coperte.

Restano da sciogliere, nel passaggio parlamentare, i nodi sulle coperture, sul contributo richiesto al settore bancario e sui tempi di efficacia delle singole misure: il testo, avvertono i primi commenti tecnici, è ancora soggetto a modifiche prima dell’approvazione definitiva.

Spese di giustizia, il Governo apre ad AIGA: cambiano i termini per opporsi ai decreti di pagamento

L’Associazione Italiana Giovani Avvocati esprime soddisfazione per l’accoglimento, da parte del Governo, dell’ordine del giorno presentato dal deputato Jacopo Morrone (Lega), depositato il 22 ottobre durante l’esame del disegno di legge che estende il patrocinio a spese dello Stato alle vittime di infortuni sul lavoro.

La vicenda nasce da una circolare del Ministero della Giustizia che, secondo l’interpretazione contestata da AIGA, fa decorrere il termine perentorio di trenta giorni per opporsi al decreto di pagamento delle spese di giustizia dalla notificazione formale del provvedimento, con un termine lungo di sei mesi applicabile in assenza di notifica. AIGA ha segnalato le ricadute operative di questa lettura: i difensori si troverebbero caricati di nuovi oneri di notificazione, con un allungamento dei tempi di liquidazione dei compensi per le difese d’ufficio e per il patrocinio a spese dello Stato.

Il Governo ha accolto l’ordine del giorno con una riformulazione, impegnandosi a valutare un intervento normativo che stabilisca espressamente che il termine di trenta giorni decorra dalla semplice comunicazione del provvedimento da parte della cancelleria o dalla sua lettura in udienza, escludendo l’applicazione del termine lungo semestrale. L’obiettivo dichiarato è evitare nuovi oneri di notificazione a carico dei difensori e favorire pagamenti tempestivi e uniformi su tutto il territorio nazionale.

“Si tratta di un risultato importante per i professionisti, in particolare per i giovani avvocati”, ha dichiarato il presidente nazionale AIGA Luigi Bartolomeo Terzo, ringraziando l’on. Morrone per aver dato voce alle istanze dell’Associazione. Terzo ha precisato che si tratta per ora di un impegno a valutare ulteriori iniziative normative, da affiancare all’estensione del patrocinio a spese dello Stato.

Per gli avvocati, in particolare quelli che operano su difese d’ufficio e gratuito patrocinio, la questione resta aperta fino a un intervento normativo vero e proprio: nel frattempo permane l’incertezza sul termine applicabile, con il rischio concreto di decadenza dall’opposizione per chi si affida al termine lungo semestrale anziché notificare tempestivamente.

Ci impongono privacy e sicurezza, ma i nostri dati finiscono comunque nelle mani di chiunque

C’è una contraddizione che nessun comunicato ufficiale mette mai nero su bianco, ma che i numeri raccontano da soli: più si moltiplicano norme, authority, sanzioni e convegni sulla protezione dei dati, più i dati degli italiani finiscono nelle mani sbagliate. Il Garante Privacy interviene, il legislatore europeo vara direttive su direttive, le aziende certificano la propria compliance GDPR e NIS2 – eppure le violazioni, invece di diminuire, accelerano.

L’Agenzia per la cybersicurezza nazionale ha presentato ieri, nell’ambito del dodicesimo summit sulla cybersicurezza promosso da Assolombarda, i dati relativi agli attacchi informatici registrati nel primo semestre 2026 nelle province di Milano, Monza e Brianza, Lodi e Pavia. Il quadro è di un’escalation netta: 612 eventi cyber censiti, contro i 282 dello stesso periodo del 2025, con un incremento del 117%. Le vittime coinvolte sono salite a 703, in crescita del 62,7% rispetto alle 432 dell’anno precedente.

Il dato più allarmante riguarda gli incidenti con impatto confermato, passati da 55 a 300: un balzo del 445,5%. L’ACN attribuisce in larga parte l’aumento alla maggiore visibilità garantita dalla direttiva NIS2, che ha ampliato il perimetro dei soggetti obbligati alla notifica degli incidenti. Ma è proprio qui che il paradosso si fa evidente: più se ne scopre, più se ne denuncia, eppure il fenomeno sottostante non rallenta. Gli impatti più diffusi restano la compromissione di account e la perdita di disponibilità dei dati, che hanno riguardato 207 eventi; oltre 40 di questi hanno coinvolto attacchi ransomware, la forma più diretta con cui i dati di cittadini e imprese finiscono ostaggio di organizzazioni criminali.

Il convegno, ospitato nell’Auditorium Giorgio Squinzi, è stato aperto dal presidente di Assolombarda Alvise Biffi e dal direttore generale dell’ACN Andrea Quacivi, che hanno annunciato una collaborazione rafforzata tra l’agenzia e l’associazione per accompagnare le imprese, in particolare le piccole e medie, nell’adeguamento alla NIS2 e al Cyber Resilience Act europeo. Assolombarda ha già affiancato oltre 450 aziende del territorio in percorsi di adeguamento. Tra i relatori, Milena Rizzi dell’ACN ha illustrato il quadro normativo su CRA e NIS2, mentre Paolo Spagnoletti di Cyber 4.0 ha presentato strumenti di trasferimento tecnologico; tavole rotonde e workshop operativi hanno affrontato la sicurezza di prodotto lungo la filiera.

Resta la domanda di fondo, che riguarda da vicino anche chi fa consulenza legale su privacy e cybersicurezza: a cosa serve un apparato normativo sempre più fitto – GDPR, NIS2, CRA, provvedimenti del Garante – se il numero di vittime continua comunque a crescere a tre cifre percentuali? Il dato impone attenzione crescente agli obblighi di notifica degli incidenti, alla due diligence sulla cybersicurezza della filiera e alla gestione contrattuale del rischio con fornitori IT, temi destinati a intensificare il contenzioso e la consulenza regolatoria nei prossimi mesi – ma anche a interrogarsi se la vera partita si giochi sulla carta o sui sistemi informatici reali delle aziende.

Dall’11enne di Milano all’EU Kids Act: il Garante alza lo scudo sui minori in rete

Il Garante per la protezione dei dati personali ha diffuso lo stesso giorno due comunicati che convergono su un unico fronte: la tutela dei minori nello spazio digitale e mediatico. Il primo riguarda un caso concreto, il secondo le prospettive normative europee.

Con un provvedimento d’urgenza del Presidente, il Garante ha disposto la limitazione provvisoria del trattamento di immagini e dati personali di un bambino di 11 anni coinvolto nei disordini avvenuti a Milano durante le recenti manifestazioni. Il provvedimento colpisce due emittenti televisive e quattro testate online, che avevano diffuso l’immagine del minore insieme a età, quartiere di residenza e scuola frequentata, rendendolo identificabile. L’Autorità ha ribadito che “il diritto del minore alla riservatezza prevale sempre sul diritto di cronaca”, qualunque sia stato il suo ruolo nei fatti, e ha imposto ai soggetti coinvolti di comunicare entro tre giorni le misure adottate, riservandosi ulteriori valutazioni a istruttoria conclusa.

Nello stesso comunicato di giornata, il presidente del Garante Pasquale Stanzione è intervenuto in audizione davanti alla XIV Commissione della Camera sulla proposta di regolamento europeo nota come EU Kids Act. Stanzione ha espresso parere favorevole alla verifica dell’età dei minori che usano i social, a condizione che la raccolta di informazioni resti limitata allo stretto necessario, e ha chiesto che anche gli strumenti di controllo parentale rispettino l’autonomia e la capacità di autodeterminazione dei ragazzi. Il Garante sostiene l’iniziativa UE come argine alla frammentazione delle regole nazionali, e chiede un contrasto mirato alle funzionalità progettate per creare dipendenza, alla profilazione e ai chatbot che simulano relazioni personali.

Tra le proposte al legislatore italiano: un accesso autonomo ai servizi online graduato per fasce di età e di rischio, con una fase iniziale di supervisione dei genitori, e attenzione specifica ai rischi di dipendenza emotiva e isolamento legati ai chatbot capaci di simulare empatia. Il messaggio di fondo, nelle parole di Stanzione: “I divieti non bastano: serve una paideia digitale”, fatta di educazione a scuola, in famiglia e nelle relazioni.

Lo stesso giorno, dall’altra parte dell’Atlantico, la governatrice dello Stato di New York Kathy Hochul ha firmato una legge che vieta ai minori di interagire con chatbot di intelligenza artificiale configurati come “compagni” (AI companions): il provvedimento più ampio finora adottato da uno Stato Usa, con una definizione talmente estesa da ricomprendere la maggior parte dei chatbot generativi oggi sul mercato, non solo le app dedicate alla compagnia virtuale.

La norma impone agli operatori di verificare l’età degli utenti e, se minorenni, vieta al sistema di generare contenuti che lo facciano apparire umano, vivente o capace di provare sentimenti, o che descrivano l’interazione come una relazione personale o un punto di riferimento affettivo. Altri Stati, tra cui la California, avevano già legiferato sul tema, ma nessuna norma precedente aveva un perimetro così esteso. La legge ha incontrato l’opposizione di Tech:NYC, l’associazione di categoria tecnologica newyorkese, secondo cui il linguaggio è vago e solleva “seri interrogativi” di compatibilità con il Primo Emendamento, con il rischio di limitare anche tutoraggio scolastico e assistenti per i compiti.

Milano, Bruxelles e New York fotografano così, nello stesso giorno, la stessa preoccupazione con strumenti opposti: un provvedimento d’urgenza su un caso singolo, una proposta di regolazione europea graduata per fasce di rischio, un divieto secco imposto per legge. Al centro, in tutti e tre i casi, c’è lo stesso oggetto: i chatbot capaci di simulare empatia o relazioni personali con un minore.

Assoluzioni, i giornali dovranno “ripubblicarle”: il Senato blinda la legge Costa

Il Senato ha approvato in via definitiva, nel pomeriggio di mercoledì, il disegno di legge del deputato di Forza Italia Enrico Costa che introduce l’obbligo per i media di dare notizia delle assoluzioni e dei proscioglimenti con lo stesso rilievo riservato in origine alla notizia del procedimento penale. Il provvedimento, composto da due soli articoli, inserisce un nuovo articolo 144-ter nel Codice in materia di protezione dei dati personali (d.lgs. 196/2003).

La norma prevede che, su richiesta della persona interessata, il direttore o il responsabile di quotidiani, radio, tv o testate online che avevano riportato la notizia di un procedimento penale debba pubblicare gratuitamente l’esito favorevole: assoluzione, proscioglimento, sentenza di non luogo a procedere o archiviazione. La pubblicazione deve avere un rilievo proporzionato allo spazio dato alla notizia originaria. La richiesta va inoltrata preferibilmente via PEC o raccomandata, allegando copia del provvedimento favorevole.

Se l’editore non provvede, l’interessato può rivolgersi al Garante per la protezione dei dati personali, che dovrà decidere entro cinque giorni e potrà ordinare la pubblicazione. La legge non prevede sanzioni pecuniarie per le testate inadempienti: l’unico strumento coercitivo resta l’ordine del Garante, reso possibile dalla collocazione della norma nel Codice privacy.

Il voto ha visto il dibattito concludersi in meno di un’ora: la maggioranza ha votato a favore, mentre M5S, PD, Avs e Italia Viva si sono astenuti; il senatore dem Filippo Sensi ha votato contro a titolo personale, giudicando la procedura davanti al Garante troppo sommaria. La legge entrerà in vigore dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, non ancora avvenuta.

Per gli avvocati penalisti si apre un nuovo strumento di tutela reputazionale degli assistiti, da coordinare con il diritto all’oblio introdotto dalla riforma Cartabia del 2022: i due istituti, sottolineano i primi commenti, non sono espressamente coordinati tra loro, e toccherà alla prassi del Garante definirne i confini applicativi.

Macchinario obsoleto e infortunio: il datore risponde anche se il lavoratore si distrae

Un dipendente si era infortunato mentre lavorava un blocco di marmo, rimasto coinvolto nello scivolamento del pezzo durante la lavorazione. Il datore di lavoro attribuiva l’incidente alla distrazione del lavoratore; secondo i giudici di merito, invece, il macchinario utilizzato era obsoleto e gli organi in movimento non erano adeguatamente segregati. L’INAIL, dopo aver indennizzato il lavoratore, aveva agito in regresso contro l’azienda per recuperare le somme versate: il Tribunale aveva accolto la domanda e la Corte d’appello di Brescia aveva confermato la decisione.

Con l’ordinanza n. 27322, depositata il 20 ottobre 2026, la Cassazione ha respinto il ricorso del datore di lavoro, confermando un principio consolidato ma qui ribadito con chiarezza: il datore risponde anche degli infortuni a cui abbia concorso una condotta negligente o imprudente del lavoratore, se l’evento resta comunque riconducibile al rischio che l’imprenditore era tenuto a governare. La distrazione, da sola, non spezza il nesso causale quando a monte c’è una carenza strutturale dell’attrezzatura, come l’assenza di ripari sugli organi mobili pericolosi previsti dal D.Lgs. 81/2008.

Il concorso colposo del lavoratore, disciplinato dall’articolo 1227 del codice civile, può escludere o ridurre la responsabilità datoriale solo quando il dipendente abbia tenuto un comportamento abnorme, imprevedibile ed esorbitante rispetto alle direttive e al procedimento di lavoro, tale da porsi come causa esclusiva dell’evento. Non basta, chiarisce la Corte, che la macchina fosse ancora funzionante: il datore deve verificarne concretamente l’adeguatezza nel tempo, non solo la funzionalità residua.

Un ultimo rilievo riguarda la tattica processuale: per far valere il concorso colposo del lavoratore, il datore deve allegarlo specificamente e provarlo tempestivamente. Nel caso esaminato, la costituzione tardiva in primo grado gli aveva precluso la possibilità di sollevare utilmente l’eccezione, un errore procedurale che si è sommato a quello sostanziale e che resta un monito per chi difende le aziende in giudizi di regresso INAIL.

Gli Stati Uniti rilanciano le esche MALD, l’Italia ha già le contromisure firmate Leonardo

Raytheon, controllata di RTX, sta preparando la ripresa su larga scala della produzione del MALD (Miniature Air-Launched Decoy), un’esca aviolanciata pensata non per intercettare missili o droni, ma per simulare la firma radar di un velivolo militare e attirare su di sé il fuoco delle difese aeree nemiche, riducendo così il rischio per caccia, droni e munizioni costose. La variante MALD-J aggiunge capacità di disturbo elettronico (jamming).

Secondo i dati diffusi dall’azienda, il MALD ha un’autonomia di circa 500 miglia nautiche (926 km) e pesa meno di 136 kg. Raytheon punta a un modello produttivo che definisce “affordable mass”: grandi quantità a basso costo unitario, reso possibile dal fatto che le linee di assemblaggio e collaudo sono ancora attive e il sistema resta in supporto. Tra le misure per accelerare i tempi figurano l’uso della produzione additiva e l’impiego iniziale di propulsori già collaudati; le prime consegne sono attese entro due anni dall’assegnazione di un contratto.

La prima fase produttiva resterebbe a Tucson, in Arizona, ma Raytheon valuta anche l’apertura di una seconda linea in Europa, con il coinvolgimento di fornitori locali: un’ipotesi ancora subordinata alle autorizzazioni necessarie e che non equivale né a un investimento già deciso in Italia né a un ordine assegnato.

Sul fronte italiano, Leonardo sviluppa da tempo tecnologie di guerra elettronica con funzioni diverse ma complementari: BriteCloud, contromisura lanciata da velivolo per confondere i radar di guida dei missili in arrivo, e BriteStorm, sistema per disturbare i radar avversari anche da piattaforme come i droni. Nessuno dei due sostituisce il MALD, che non disturba ma “finge” di essere un aereo per sviare l’attacco; a oggi non risulta un ordine italiano per il sistema americano.

Il tema si inserisce nella richiesta avanzata a marzo 2026 dal ministro della Difesa Guido Crosetto di accelerare la produzione militare nazionale, con priorità alla difesa aerea, mentre l’Italia continua a partecipare alle attività NATO di sorveglianza dello spazio aereo alleato.

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