Rottamazione-quinquies, l’UNCC: “Subito un correttivo per includere i debiti degli avvocati”

C’è una lacuna normativa che rischia di tradursi in una disparità concreta tra professionisti. È su questo punto che interviene l’Unione Nazionale delle Camere Civili, chiedendo al Parlamento un intervento in sede di conversione del decreto-legge n. 38/2026 per estendere la rottamazione-quinquies anche ai debiti contributivi degli avvocati nei confronti di Cassa Forense.

La misura introdotta con la Legge di Bilancio 2026 consente ai contribuenti di estinguere i debiti iscritti a ruolo senza sanzioni, interessi di mora e aggio, con termine per le domande fissato al 30 aprile 2026. Tuttavia, a differenza della precedente rottamazione-quater, la norma non prevede alcuna disposizione che consenta agli enti previdenziali privatizzati — tra cui Cassa Forense — di aderire alla definizione agevolata.

Una scelta che, secondo l’UNCC, genera un’evidente disparità di trattamento: mentre i titolari di partita IVA con debiti verso l’INPS possono accedere alla sanatoria, gli avvocati iscritti a Cassa Forense restano esclusi. E non si tratta, viene sottolineato, di soggetti che eludono i propri obblighi, ma di professionisti che hanno regolarmente dichiarato i propri redditi e che si trovano in condizioni di difficoltà economica reale.

Il quadro si complica ulteriormente se si considera la posizione di molti avvocati impegnati nel patrocinio a spese dello Stato: compensi liquidati ma non ancora corrisposti, tempi di pagamento lunghi e, nel frattempo, obblighi fiscali e contributivi da rispettare. Una situazione che, di fatto, costringe il professionista ad anticipare risorse proprie per sostenere il sistema giustizia, senza poter accedere agli strumenti di regolarizzazione previsti per altri contribuenti.

“Si tratta di una lacuna per nulla giustificata”, osserva il presidente dell’UNCC, Alberto Del Noce, richiamando il precedente della rottamazione-quater, quando Cassa Forense aveva potuto deliberare l’adesione, consentendo a migliaia di iscritti di regolarizzare la propria posizione.

Da qui la proposta: introdurre un emendamento che reintroduca una norma analoga a quella già prevista nel 2022, abilitando gli enti previdenziali privatizzati ad aderire alla rottamazione-quinquies per i carichi contributivi dei propri iscritti, e prevedere al contempo una proroga dei termini per la presentazione delle domande.

Per l’UNCC si tratta di una misura di buon senso, necessaria per ristabilire equità e coerenza nell’ordinamento. Il veicolo normativo, sottolinea l’associazione, esiste già: spetta ora al Parlamento intervenire per colmare una lacuna che rischia di penalizzare ingiustamente una parte del mondo professionale.


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Abuso d’ufficio, Nordio chiude: nessun ritorno dopo l’abrogazione

Nessun passo indietro sull’abuso d’ufficio. Intervenendo alla Camera durante il question time, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha escluso in modo netto qualsiasi ipotesi di ripristino del reato, cancellato con la riforma voluta dallo stesso dicastero.

A rafforzare la posizione del Governo non è bastata neppure la recente direttiva europea in materia di contrasto alla corruzione, approvata dal Consiglio dell’Unione europea. Secondo il ministro, il testo comunitario non impone l’introduzione di una fattispecie penale assimilabile all’abuso d’ufficio, limitandosi a indicare in termini generali l’“esercizio illecito di funzioni pubbliche”, senza tipizzare condotte specifiche.

Nordio ha rivendicato la solidità del sistema italiano, sottolineando come l’ordinamento disponga già di un ampio ventaglio di strumenti repressivi: dalle diverse forme di corruzione alla concussione, fino alla turbativa d’asta. Un impianto normativo che, a suo dire, garantisce una copertura adeguata e riconosciuta anche a livello europeo.

Alla base dell’abrogazione, ha ricordato il Guardasigilli, vi sono criticità strutturali del reato, in particolare la difficoltà di definirne con precisione i contorni e l’esiguo numero di condanne rispetto ai procedimenti avviati. Elementi che, secondo il ministro, ne compromettevano la coerenza con i principi di legalità e tipicità.

Nel corso dell’intervento è stato inoltre ribadito che il concetto di “tenuità del fatto”, spesso evocato nel dibattito pubblico, è già parte integrante del sistema penale e trova applicazione in diverse fattispecie, anche come criterio per escludere la punibilità.

Sul fronte delle riforme, il ministro ha rilanciato il disegno di legge – già approvato al Senato – che introduce nuove regole per il sequestro di dispositivi elettronici, con l’obiettivo di rafforzare le garanzie legate alla segretezza delle comunicazioni, richiamando espressamente la tutela prevista dall’articolo 15 della Costituzione.

Infine, resta aperto il confronto con la magistratura associata. Nelle prossime ore è atteso un incontro con l’Associazione nazionale magistrati, il primo dopo il referendum, nel quale potrebbe emergere anche il tema di ulteriori interventi di depenalizzazione, destinati a incidere sull’equilibrio complessivo del sistema penale.


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Decreto Sicurezza, via libera con fiducia: riflettori sull’articolo 30-bis

Il Decreto Sicurezza incassa il via libera della Camera con il voto di fiducia, consolidando l’impianto voluto dall’esecutivo e aprendo al contempo un nuovo fronte di confronto politico e istituzionale. Il testo, sostenuto dal Governo e dal Ministero dell’Interno guidato da Matteo Piantedosi, è stato approvato con 203 voti favorevoli, passando nella sua versione integrale.

Il provvedimento si compone di 33 articoli e introduce una serie articolata di interventi: dal rafforzamento degli strumenti di contrasto alla criminalità all’inasprimento delle sanzioni in occasione di manifestazioni pubbliche, fino al potenziamento degli organici delle forze dell’ordine.

Al centro del dibattito resta però l’articolo 30-bis, norma che prevede il riconoscimento di compensi agli avvocati che assistono cittadini stranieri nei percorsi di rimpatrio volontario. Una disposizione che ha sollevato critiche trasversali, sia sul piano giuridico sia su quello etico, alimentando il confronto all’interno dell’avvocatura e tra le istituzioni.

Proprio su questo punto il Governo starebbe valutando un intervento correttivo. Il tema è stato oggetto anche di interlocuzioni ai più alti livelli istituzionali, con l’attenzione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, da cui si attendono eventuali valutazioni sulla tenuta complessiva della norma.


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Giustizia, Alberto Balboni nominato sottosegretario

Nuovo ingresso ai vertici del Ministero della Giustizia. Alberto Balboni è stato nominato sottosegretario con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Presidente del Consiglio, di concerto con il ministro della Giustizia Carlo Nordio. La decisione è stata formalizzata nel corso del Consiglio dei ministri.

Avvocato, 66 anni, Balboni arriva a via Arenula dopo aver ricoperto il ruolo di presidente della Commissione Affari costituzionali del Senato, incarico che gli ha consentito di maturare una consolidata esperienza sui temi istituzionali e normativi.

Subentra a Andrea Delmastro Delle Vedove, che aveva lasciato l’incarico lo scorso 25 marzo. Il cambio si inserisce in un più ampio riassetto della squadra di Governo.

Il giuramento è avvenuto a Palazzo Chigi nelle mani della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, insieme ad altri quattro sottosegretari nominati nella stessa seduta: Mara Bizzotto al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, Paolo Barelli ai Rapporti con il Parlamento, Giampiero Cannella alla Cultura e Massimo Dell’Utri agli Esteri.


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Molti enti non sono ancora conformi alle direttive AgID: quali rischi?

Le più recenti disposizioni emanate da AgID in materia di accessibilità dei siti web segnano un ulteriore passo verso la piena digitalizzazione della pubblica amministrazione, ma allo stesso tempo mettono in evidenza un dato critico: molti enti, inclusi numerosi Ordini professionali, non risultano ancora pienamente conformi.

Il quadro normativo non lascia margini interpretativi. Gli Ordini sono tenuti a pubblicare entro il 31 marzo di ogni anno gli obiettivi di accessibilità relativi all’anno in corso, insieme allo stato di attuazione del piano per il telelavoro, come previsto dal Decreto legge n. 179/2012. Non si tratta più di buone pratiche, ma di obblighi giuridici precisi, ribaditi nelle linee guida AgID sugli strumenti informatici.

 

L’adeguamento richiesto si articola su quattro direttrici fondamentali: accessibilità e trasparenza dei servizi digitali, sicurezza e protezione dei dati personali, coerenza con il Design System della PA e corretta pubblicazione dei contenuti obbligatori. A ciò si aggiunge l’obbligo, spesso trascurato, di aggiornare annualmente la dichiarazione di accessibilità sul portale dedicato.

Le conseguenze della mancata conformità non sono soltanto formali. Gli enti inadempienti possono essere segnalati sulla piattaforma AgID con l’indicazione pubblica dello stato “non conforme”, esponendosi a richiami istituzionali e potenziali sanzioni. Ma il danno più rilevante è spesso quello reputazionale: in un contesto in cui la qualità dei servizi digitali è sempre più centrale, un sito non accessibile o non aggiornato mina la credibilità dell’Ente e la fiducia degli utenti.

In questo scenario, l’adeguamento normativo diventa anche un’opportunità. Migliorare l’accessibilità significa ampliare l’accesso ai servizi, garantire inclusione e rafforzare la qualità complessiva dell’esperienza digitale. Non è solo compliance, ma un investimento strategico.

Per accompagnare enti e Ordini in questo percorso, Servicematica mette a disposizione un supporto specialistico dedicato alle normative AgID e ACN, offrendo anche verifiche preliminari gratuite dello stato di conformità dei siti istituzionali. Tra gli interventi previsti: adeguamenti tecnici ai requisiti di accessibilità, integrazione dei sistemi di autenticazione tramite SPID, CIE e CNS, implementazione di strumenti di lettura assistita e affiancamento ai Responsabili per la Transizione Digitale.

Il messaggio è chiaro: il tempo dell’adeguamento è adesso. Rimandare espone a rischi concreti; intervenire consente invece di trasformare un obbligo in un vantaggio competitivo e istituzionale.


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Email e tracking pixel: nuove regole del Garante per la protezione dei dati personali tra consenso e trasparenza

Il tracciamento delle email entra ufficialmente nel perimetro più rigoroso della normativa privacy. Le nuove linee guida approvate dal Garante per la protezione dei dati personali fissano un principio chiaro: l’utilizzo dei cosiddetti “tracking pixel” – strumenti invisibili che consentono di sapere se un messaggio è stato aperto – comporta, nella maggior parte dei casi, obblighi di informativa e raccolta del consenso.

Si tratta di un passaggio rilevante per tutto l’ecosistema digitale: provider di servizi online, piattaforme di email marketing, gestori di newsletter e, più in generale, tutti i soggetti che inviano comunicazioni elettroniche dovranno adeguare le proprie pratiche alle nuove prescrizioni. Le regole si applicano anche ai trattamenti già in essere, che dovranno essere aggiornati entro sei mesi.

Al centro dell’intervento dell’Autorità c’è la natura “occulta” di questi strumenti. I tracking pixel, spesso impercettibili per l’utente, consentono di raccogliere informazioni sul comportamento del destinatario senza che quest’ultimo ne sia pienamente consapevole. Proprio per questa caratteristica, il loro utilizzo richiede una maggiore attenzione sotto il profilo della trasparenza.

Le finalità possono essere diverse: dal controllo della corretta consegna dei messaggi alla sicurezza contro spam e phishing, fino alla misurazione delle performance delle campagne informative o promozionali. Il ricorso a queste tecnologie è diffuso in newsletter, comunicazioni commerciali, email automatiche e messaggi di servizio.

Sul piano degli adempimenti, il riferimento resta il Regolamento generale sulla protezione dei dati. L’obbligo di informativa scatta sempre, indipendentemente dalla finalità del trattamento, e può essere assolto con modalità multilivello: un’informazione sintetica al momento della raccolta dei dati, accompagnata da un approfondimento accessibile tramite link o altri strumenti comunicativi.

Diverso il discorso per il consenso, che diventa necessario soprattutto quando il tracciamento è utilizzato per finalità di marketing o profilazione. Sono previste alcune eccezioni – ad esempio per esigenze di sicurezza o per semplici statistiche aggregate – ma nella maggior parte dei casi sarà indispensabile acquisire un assenso esplicito, che dovrà essere anche facilmente revocabile.

Per gli utenti, le possibilità di difesa restano limitate: disabilitare il caricamento automatico delle immagini può ridurre il tracciamento, ma non consente un controllo selettivo sulle diverse tipologie di pixel.


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Intelligenza artificiale nella PA: già 400 progetti attivi, spinta verso il 2026

L’intelligenza artificiale entra sempre più nel cuore della macchina pubblica italiana. Sono circa 400 i progetti di innovazione attualmente in corso nella Pubblica amministrazione, un dato che fotografa una trasformazione già avviata e destinata a crescere nei prossimi anni.

A delineare questo scenario è stato Alessio Butti nel corso di un recente evento istituzionale dedicato al rapporto tra AI, innovazione e sovranità digitale. Un’occasione per fare il punto non solo sui numeri, ma anche sulla strategia che accompagnerà il sistema pubblico verso gli obiettivi fissati al 2026.

Al centro dell’intervento, l’idea di valorizzare le esperienze già maturate a livello locale. Le iniziative sviluppate da Regioni e Province autonome vengono infatti considerate un laboratorio da cui trarre modelli replicabili su scala nazionale, in un’ottica di diffusione rapida ed efficace delle soluzioni più avanzate.

In questa direzione si inserisce il progetto Reg4IA, promosso dal Dipartimento per la trasformazione digitale della Presidenza del Consiglio, che punta a incentivare la sperimentazione di applicazioni basate sull’intelligenza artificiale nei territori. L’iniziativa può contare su una dotazione di 20 milioni di euro provenienti dal Fondo per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione, a sostegno di un ecosistema pubblico sempre più orientato ai dati e all’automazione.

Non meno rilevante il tema della governance. Il modello italiano affida un ruolo centrale a AgID e ACN, chiamate a coordinare lo sviluppo e l’adozione delle tecnologie AI in modo coerente con le esigenze di sicurezza e autonomia digitale del Paese. Una scelta che ha alimentato il dibattito politico, ma che il Governo continua a difendere come necessaria per garantire un presidio solido su un ambito strategico.


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Decreto sicurezza, la Camera penale di Cosenza attacca: “Avvocati ridotti a strumenti dello Stato”

Toni durissimi e una presa di posizione netta. La Camera Penale di Cosenza interviene sul decreto sicurezza denunciando quello che definisce un attacco simultaneo a libertà fondamentali, principi costituzionali e autonomia dell’avvocatura.

Nel comunicato diffuso nelle scorse ore, i penalisti individuano alcune disposizioni particolarmente critiche. Tra queste, la previsione del cosiddetto “fermo di prevenzione”, che consentirebbe alla polizia giudiziaria di limitare la libertà personale fino a dodici ore anche in assenza di un provvedimento dell’autorità giudiziaria. Una misura che, secondo i firmatari, solleva seri dubbi di legittimità costituzionale, soprattutto per l’assenza di obblighi stringenti di motivazione e verbalizzazione immediata.

Altre perplessità riguardano l’introduzione delle operazioni sotto copertura della polizia penitenziaria all’interno degli istituti di detenzione. La scelta viene criticata perché ritenuta sintomatica di un approccio prevalentemente repressivo, in un contesto già segnato da criticità strutturali e carenze sul piano delle condizioni detentive.

Particolarmente severo il giudizio sulla norma che lega il compenso dell’avvocato all’esito delle procedure di rimpatrio volontario. Secondo la Camera penale, si tratta di una previsione che incide sull’indipendenza della difesa e introduce una disparità di trattamento tra cittadini, subordinando di fatto l’effettività del patrocinio gratuito al raggiungimento di un risultato definito dallo Stato.

Nel documento si denuncia il rischio di una trasformazione del ruolo dell’avvocato, da garante dei diritti a figura funzionale agli obiettivi dell’amministrazione. Una prospettiva che, secondo i penalisti, contrasta con i principi costituzionali che regolano la funzione difensiva.

Alla luce di queste criticità, la Camera penale ha proclamato lo stato di agitazione, annunciando possibili iniziative più incisive e auspicando una mobilitazione condivisa con le altre componenti dell’avvocatura, dagli ordini professionali agli organismi di rappresentanza.


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Dati personali, multa da 12,5 milioni al gruppo Poste: nel mirino le app BancoPosta e Postepay

Maxi sanzione del Garante per la protezione dei dati personali nei confronti del gruppo Poste Italiane. L’Autorità ha disposto una multa complessiva di 12,5 milioni di euro per il trattamento illecito dei dati personali degli utenti, suddivisa tra Poste Italiane e Postepay.

Il provvedimento arriva al termine di un’istruttoria avviata nel 2024 a seguito di numerose segnalazioni e reclami relativi al funzionamento delle applicazioni BancoPosta e Postepay. Al centro dell’indagine, le modalità con cui veniva richiesto agli utenti di autorizzare il monitoraggio di informazioni presenti sui dispositivi mobili, comprese le applicazioni installate o in uso.

Secondo quanto rilevato dall’Autorità, il consenso al trattamento dei dati risultava di fatto necessario per accedere ai servizi, configurando un meccanismo non pienamente libero. Inoltre, le operazioni di raccolta e analisi delle informazioni sono state ritenute eccedenti rispetto agli obiettivi dichiarati di sicurezza e prevenzione delle frodi.

Le società avevano giustificato tali pratiche sostenendo la necessità di garantire la protezione delle transazioni e di rispettare la normativa sui servizi di pagamento. Tuttavia, per il Garante, le misure adottate si sono spinte oltre quanto strettamente indispensabile, incidendo in modo significativo sulla sfera privata degli utenti.

La vicenda si inserisce in un contesto già complesso: sullo stesso tema era intervenuta anche l’Autorità Antitrust con una sanzione, successivamente annullata dal giudice amministrativo. Ora il fronte si sposta nuovamente sul piano giudiziario.

In una nota ufficiale, Poste Italiane ha espresso sorpresa per la decisione, contestandone sia il merito sia i profili procedurali, in particolare per presunti ritardi nell’adozione del provvedimento. Il gruppo ha inoltre ribadito la correttezza del proprio operato e ha annunciato l’intenzione di impugnare la sanzione davanti al Tribunale di Roma.


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Decreto sicurezza, penalisti in allarme: dubbi su droga, social e nuove misure per i minori

Non si placa la mobilitazione dell’avvocatura contro il decreto sicurezza. Al centro delle contestazioni non c’è soltanto la discussa previsione sul rimborso agli avvocati nelle procedure di rimpatrio volontario dei migranti, ma anche altre disposizioni che incidono in modo significativo sul sistema penale e sulle garanzie individuali.

Le critiche più forti arrivano dall’Unione delle Camere Penali Italiane, che esprime perplessità sulla stretta in materia di stupefacenti. In particolare, viene contestata la modifica che esclude la configurabilità del fatto di lieve entità nei casi in cui la condotta sia ritenuta abituale o continuativa. Secondo i penalisti, si tratta di un intervento che rischia di snaturare la funzione originaria della norma, nata per distinguere le ipotesi di minore offensività e consentire una risposta sanzionatoria più equilibrata.

Il timore è che l’introduzione di criteri generici, come l’abitualità, finisca per comprimere la discrezionalità del giudice, impedendo una valutazione concreta del caso. Una rigidità che, secondo la categoria, si porrebbe in contrasto con i principi di proporzionalità e personalizzazione della pena, più volte richiamati anche dalla Corte Costituzionale nelle sue pronunce più recenti.

Sul piano pratico, viene evidenziato anche il rischio di un ulteriore aggravamento del sovraffollamento carcerario, senza un reale impatto sul contrasto alla criminalità organizzata, che resta il vero obiettivo dichiarato delle politiche repressive.

Ma le novità del decreto non si fermano qui. Tra le disposizioni approvate compare anche l’estensione del sequestro preventivo ai contenuti digitali: sarà possibile intervenire sui profili social personali, ordinando ai fornitori di servizi online la rimozione dei contenuti o la disabilitazione dell’accesso. Una misura che apre interrogativi delicati sul bilanciamento tra esigenze investigative e tutela dei diritti fondamentali, a partire dalla libertà di espressione.

Un ulteriore intervento riguarda poi i minori. In caso di accompagnamento negli uffici di polizia, viene previsto l’obbligo di informare tempestivamente chi esercita la responsabilità genitoriale, oltre al pubblico ministero minorile. Una disposizione che rafforza le garanzie procedurali, inserendosi nel quadro delle misure dedicate alla prevenzione e al contrasto della criminalità giovanile.


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