Invalido al 100% ma lucido: la Cassazione dice no all’amministratore di sostegno imposto dai familiari

Con l’ordinanza n. 25747/2026, la Cassazione civile ha respinto il ricorso di un figlio che chiedeva la nomina di un amministratore di sostegno per il padre, nonostante quest’ultimo fosse titolare di un’invalidità civile riconosciuta dall’INPS nella misura del 100%.

La Corte ha ribadito un principio destinato a orientare in modo netto la prassi dei tribunali in materia: non può farsi ricorso all’amministrazione di sostegno per il solo fatto dell’esistenza di limitazioni fisiche, per quanto gravi o totalizzanti sotto il profilo previdenziale. La misura di protezione, introdotta dalla legge 6/2004 per assistere le persone prive in tutto o in parte di autonomia nella gestione dei propri interessi, presuppone una compromissione delle facoltà cognitive e volitive, non una condizione di sola disabilità fisica certificata a fini assistenziali o pensionistici.

Nel caso specifico, la Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, valorizzando tre elementi concordanti: l’opposizione espressa e consapevole manifestata dal padre rispetto alla misura richiesta dal figlio, l’esito della valutazione peritale che ne attestava la piena lucidità, e la conservazione della capacità di autodeterminarsi nelle scelte personali e patrimoniali.

La pronuncia si inserisce in un filone giurisprudenziale che tiene nettamente distinti il piano dell’invalidità civile, rilevante ai fini previdenziali e assistenziali, dal piano della capacità di agire, rilevante ai fini della disciplina civilistica della protezione dei soggetti deboli: un’invalidità al 100% attesta una limitazione funzionale, non equivale automaticamente a un’incapacità di autodeterminazione, e i due piani non possono essere sovrapposti nella valutazione del giudice tutelare.

Per gli avvocati che assistono famiglie in procedimenti di amministrazione di sostegno, spesso segnati da conflitti interni tra familiari con visioni contrapposte sulla gestione del congiunto anziano o disabile, l’ordinanza offre un criterio di giudizio chiaro da richiamare nelle memorie difensive: la richiesta di nomina va sempre ancorata a una compromissione accertata delle facoltà cognitive, con particolare attenzione alla volontà espressa dal beneficiando e ai risultati della valutazione peritale, non alla sola percentuale di invalidità civile riconosciuta.

Il paradosso di Vasto: il tribunale più veloce d’Abruzzo rischia comunque di chiudere

Il tribunale di Vasto, uno dei quattro presìdi giudiziari abruzzesi sub-provinciali insieme a Lanciano, Avezzano e Sulmona finiti nel mirino della riforma della geografia giudiziaria, si presenta ai tavoli romani con un argomento difficilmente controvertibile: è, secondo i dati richiamati dall’avvocatura locale, il tribunale più rapido dell’intera regione nella definizione dei procedimenti. Un’efficienza che, paradossalmente, non basta a metterlo al riparo dal rischio di soppressione.

La vicenda si trascina da tempo: già nell’aprile 2025 l’amministrazione comunale aveva scritto al Ministero della Giustizia per scongiurare la chiusura, e nel luglio 2026 l’avvocatura vastese aveva parlato apertamente di un “gravissimo attacco alla sopravvivenza del Tribunale di Vasto”. Il nodo politico è la cosiddetta “norma salva-tribunali”, la proposta legislativa che punta a rendere permanente il mantenimento in funzione dei quattro uffici giudiziari abruzzesi, superando la logica dei tagli lineari basati su soglie dimensionali dei circondari.

Secondo quanto riferito a giugno dal presidente della Commissione Giustizia della Camera, Ciro Maschio, ai sindaci e ai rappresentanti degli ordini forensi ricevuti a Roma, l’iter prevedeva la conclusione delle audizioni entro due-tre settimane, la presentazione degli emendamenti entro un mese e la discussione in Aula tra settembre e ottobre 2026 — con il rischio, in caso di ostruzionismo politico, di uno slittamento fino a due anni.

L’avvocatura dei quattro circondari abruzzesi insiste sul concetto di “giustizia di prossimità“: la chiusura di un tribunale sub-provinciale non comporta solo la ricollocazione dei procedimenti pendenti, ma anche un aggravio di costi e tempi di spostamento per cittadini e professionisti, con il rischio concreto di allungare ulteriormente, e non di accorciare, i tempi della giustizia — l’esatto opposto dell’obiettivo dichiarato della riforma.

Il passaggio parlamentare atteso in queste settimane determinerà se il presidio giudiziario resterà attivo oppure se gli avvocati dovranno riorganizzare la propria attività professionale in vista di un accorpamento presso il tribunale del capoluogo di provincia.

“Il nuovo volto dell’avvocatura”: a Brescia tre giorni con Nordio su IA, impresa e diritti sociali

È iniziata ieri a Brescia, e proseguirà fino al 26 settembre, l’Assemblea Nazionale dell’Unione Nazionale Camere Civili (UNCC), ospitata dalla locale Camera Civile guidata da Vincenzo Farina. Il titolo scelto, “Il nuovo volto dell’avvocatura. Sinergie tra Impresa, Tecnologia e Diritti Sociali”, anticipa tre giorni che l’UNCC presenta come uno degli appuntamenti giuridici più rilevanti dell’anno.

Tra i relatori: il ministro della Giustizia Carlo Nordio, il viceministro Francesco Paolo Sisto, il presidente CNF Francesco Greco e rappresentanti delle Commissioni Giustizia di Camera e Senato, con il patrocinio di Regione Lombardia, Comune di Brescia, Confindustria e dell’Ordine degli Avvocati di Brescia.

La prima giornata, apertasi giovedì 24 settembre alle 14:30, ha ospitato la tavola rotonda “Algoritmi e diritti: chi governa chi” sulle sfide dell’IA in ambito giurisdizionale — tema che si intreccia con l’entrata in vigore, il 30 settembre, del decreto di adeguamento all’AI Act e con la sperimentazione in Cassazione degli strumenti di IA generativa per lo spoglio dei ricorsi.

Le giornate del 25 e 26 settembre sono dedicate al ruolo dell’avvocato nel mercato d’impresa e alle prospettive dei diritti sociali, con un’impostazione che l’UNCC descrive come tentativo di ridefinire la professione oltre la tradizionale attività contenziosa, verso la consulenza strategica alle imprese e il presidio dei diritti delle fasce sociali più vulnerabili.

L’appuntamento è un’occasione di orientamento su due fronti strutturali: l’impatto della trasformazione tecnologica sugli strumenti di lavoro e sull’organizzazione degli uffici giudiziari, e la ridefinizione del ruolo dell’avvocato come consulente d’impresa in un mercato dei servizi legali sempre più competitivo.

Il “Tamagotchi” di Zuckerberg che sa i tuoi dati di pagamento: Muse Charm arriva mentre l’IA di Meta è già sotto accusa

Mark Zuckerberg ha presentato ieri – 23 settembre – al Meta Connect 2026 di Menlo Park il Muse Charm, un dispositivo a forma di portachiavi, grande quanto una custodia di AirPods, dotato di schermo touch da circa due pollici, connessione 5G integrata e un avatar animato personalizzabile. Attivato con un tocco su un sensore biometrico, permette di conversare in tempo reale con Muse, l’assistente basato su intelligenza artificiale di Meta, senza bisogno di uno smartphone nelle vicinanze. Il lancio commerciale è previsto per dicembre 2026, prezzo e mercati non sono ancora stati resi noti.

Il dispositivo, che la stampa internazionale ha immediatamente paragonato a un Tamagotchi per l’estetica giocosa e la logica “always-on”, non si limita alla conversazione: accede a calendari, metodi di pagamento e app connesse dell’utente attraverso un ambiente cloud dedicato che Meta chiama Muse Secure VM, ed è pensato per gestire acquisti online, prenotazioni, email, telefonate e persino dispositivi smart della casa e dell’auto.

L’annuncio arriva in un momento delicato per l’affidabilità di Muse sotto il profilo della protezione dei dati. Solo il giorno precedente, secondo quanto ricostruito da fonti interne a Meta, l’azienda ha sospeso un programma pilota in cui operatori umani, i cosiddetti “concierge”, gestivano in prima persona le telefonate che Muse effettuava per conto degli utenti — ad esempio per negoziare bollette — perché gli interlocutori riagganciavano appena scoprivano di parlare con un’intelligenza artificiale. Gli operatori avevano accesso a dati sensibili come credenziali di account e polizze assicurative. Un vicepresidente dell’azienda ha ammesso che il test è partito senza un’informativa adeguata agli utenti.

A questo si aggiunge che Amazon ha bloccato l’accesso di Muse ai propri sistemi per il rischio di utilizzo non autorizzato delle credenziali dei clienti, e che la stessa Meta avverte gli utenti che l’agente “può e continuerà a commettere errori”, raccomandando supervisione umana sulle azioni irreversibili come pagamenti e invio di email.

Il caso Muse Charm condensa in un solo prodotto diversi nodi normativi aperti: gli obblighi di informativa e trasparenza degli articoli 13 e 14 del GDPR quando un sistema presentato come “intelligenza artificiale” viene in realtà gestito, anche solo temporaneamente, da personale umano; la qualificazione di un agente con potere di spesa autonomo alla luce degli obblighi di trasparenza dell’AI Act per i sistemi che interagiscono con le persone fisiche; e la responsabilità contrattuale per gli acquisti o le comunicazioni compiute in autonomia dall’agente, specialmente quando il dispositivo, per il suo design ludico, rischia di intercettare anche un pubblico di minori.

Bollo auto, il paradosso del 2027: meno tasse per il 70% delle auto, riscossione più veloce per chi resta a pagare

Due provvedimenti approvati a distanza di poche settimane disegnano un quadro apparentemente contraddittorio per il bollo auto: da un lato un taglio presentato come storico, dall’altro un inasprimento procedurale della riscossione per chi il tributo continuerà a doverlo versare. Una lettura congiunta dei due testi normativi restituisce la portata reale della riforma per gli automobilisti italiani.

Il decreto-legge 162/2026, approvato lo scorso 17 settembre, esenta dal pagamento del bollo i veicoli con potenza fino a 80 kW (108,7 cavalli), una soglia che copre circa il 70% del parco circolante italiano. Le moto restano esenti senza limiti di potenza. Il risparmio medio stimato è di circa 165 euro a veicolo, per un beneficio complessivo su circa 14 milioni di mezzi e un costo per lo Stato di 2,3 miliardi di euro, coperto con risorse derivanti da economie del PNRR trasferite alle Regioni.

Va però chiarito un punto che la comunicazione istituzionale ha lasciato in ombra: l’esenzione, allo stato attuale, vale solo per il 2027 e non è strutturale, nonostante l’annuncio della presidente del Consiglio Giorgia Meloni di volerla rendere permanente con la prossima Legge di Bilancio, passaggio che a oggi resta politicamente annunciato ma normativamente non ancora scritto. Inoltre chi possiede più veicoli può applicare l’esenzione a uno solo, quello con la potenza più bassa: la seconda auto di famiglia, se sopra gli 80 kW, continua a pagare regolarmente.

Per il restante 30% del parco auto — e per tutti i secondi veicoli esclusi dal beneficio — la riscossione cambia volto dal 1° gennaio 2027. Il decreto legislativo 147/2026, introduce per i tributi regionali e locali, bollo auto compreso, l’accertamento esecutivo: un unico atto che riunisce richiesta di pagamento, intimazione e titolo esecutivo, eliminando il passaggio autonomo della cartella. Decorsi i termini per l’impugnazione senza reazione del contribuente, l’atto diventa automaticamente titolo per la riscossione forzata, con fermo amministrativo del veicolo. Restano esclusi dalla nuova procedura i debiti di importo inferiore a 30 euro.

Non tutto il quadro è peggiorativo per il contribuente: la stessa riforma estende ai tributi locali il ravvedimento operoso “lungo”, già previsto per i tributi erariali, che consente di regolarizzare la propria posizione con sanzioni ridotte anche dopo l’avvio di un controllo, purché non sia stato ancora notificato un accertamento formale. E le sanzioni applicabili dopo l’accertamento restano quelle fissate dal Dlgs 87/2024, che nel 2024 le ha già ridotte dal 30 al 25%, con una scala progressiva del ravvedimento che va dallo 0,08% al giorno nei primi 14 giorni di ritardo fino al 3,57% oltre l’anno.

Dunque, chi rientra nell’esenzione 2027, può limitarsi a verificare i requisiti sul proprio veicolo. Chi ne resta escluso, invece, si trova davanti a un sistema di riscossione più rapido e con minori passaggi di garanzia procedurale rispetto al passato, il che rende ancora più conveniente il ricorso tempestivo al ravvedimento operoso prima che scattino i termini per l’accertamento esecutivo.

Ufficio per il processo, oggi in Consiglio dei Ministri la proroga per 1.257 addetti

Il ministro della Giustizia Carlo Nordio promuove oggi, 24 settembre, al Consiglio dei Ministri un decreto-legge che proroga fino a dicembre 2026 i 1.257 addetti all’Ufficio per il processo (UPP), il personale reclutato con i fondi del PNRR per affiancare i magistrati nello smaltimento dell’arretrato giudiziario e nella gestione dei procedimenti.

Gli addetti UPP, distribuiti nei principali uffici giudiziari del Paese, hanno contratti in scadenza e la proroga arriva su sollecitazione diretta dei vertici degli uffici giudiziari, preoccupati per l’impatto operativo di una loro uscita non programmata proprio mentre restano aperti i target di riduzione dell’arretrato civile e penale fissati dal PNRR.

Sul piano finanziario, il provvedimento utilizza le risorse residuali ancora disponibili nell’ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, integrate da fondi ulteriori che lo stesso Ministro ha deciso di destinare allo scopo per coprire l’intero periodo fino a fine anno.

La proroga è esplicitamente presentata dal Ministero come misura-ponte: l’obiettivo dichiarato dal Guardasigilli resta la stabilizzazione strutturale di questo personale, da realizzare con la prossima Legge di Bilancio, evitando che allo scadere del PNRR gli uffici giudiziari perdano il supporto amministrativo che negli ultimi anni ha contribuito a ridurre i tempi di definizione dei procedimenti.

Trattandosi di un decreto-legge, il provvedimento entrerà in vigore con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale ma dovrà essere convertito in legge dal Parlamento entro 60 giorni, pena la decadenza; negli ambienti parlamentari di maggioranza la proroga è già stata anticipata come acquisita, ma il percorso di conversione resta da seguire nelle prossime settimane.

La continuità del personale UPP negli uffici giudiziari riduce il rischio di rallentamenti nella trattazione dei procedimenti pendenti fino a fine anno, ma l’incertezza sul “dopo dicembre” resta aperta fino a quando la stabilizzazione non troverà copertura effettiva nella Legge di Bilancio, un passaggio che gli operatori del settore giustizia dovranno monitorare nelle prossime settimane.

Drone misterioso paralizza Berlino-Brandeburgo nella notte dei raid su Kiev

Un velivolo non identificato è stato avvistato ieri sera, 23 settembre, intorno alle 20:00 ora locale sulla pista nord dell’aeroporto di Berlino-Brandeburgo (BER), costringendo le autorità aeroportuali a sospendere le operazioni di volo. Lo scalo è tornato pienamente operativo solo circa 45-50 minuti dopo, con una ripresa graduale che ha comunque generato ritardi a catena sui voli in partenza e in arrivo.

L’episodio si colloca nella stessa notte in cui la Russia ha condotto nuovi raid missilistici su Kiev e Odessa, causando otto morti, proprio nelle ore in cui il presidente ucraino Volodymyr Zelensky interveniva all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York. La coincidenza temporale tra i bombardamenti in Ucraina e la comparsa del drone sui cieli tedeschi ha alimentato interrogativi sulla natura dell’episodio, senza che al momento sia stata fornita una rivendicazione o un’identificazione ufficiale del velivolo.

Non si tratta di un caso isolato: secondo i dati riportati, l’aeroporto berlinese ha registrato circa 28 avvistamenti di droni non autorizzati nei soli primi sei mesi del 2026, con sospensioni operative dello scalo in altri 7 casi. Il fenomeno si inserisce in un quadro più ampio di incursioni di velivoli non identificati sugli spazi aerei di diversi Paesi europei nel corso dell’anno, compresi ripetuti episodi nei cieli degli Stati baltici.

Le autorità tedesche non hanno reso note, al momento della pubblicazione, informazioni su indagini aperte per individuare la provenienza del velivolo né sull’esistenza di collegamenti con altri episodi analoghi registrati in Europa nelle ultime settimane.

Sul piano giuridico, la moltiplicazione di questi episodi sta accelerando il dibattito, anche in sede europea, sull’aggiornamento della normativa in materia di sicurezza degli spazi aerei aeroportuali e sulla responsabilità per i ritardi generati ai passeggeri secondo il regolamento UE 261/2004, oltre che sulle coperture assicurative aeronautiche in caso di sospensioni prolungate del traffico per motivi di sicurezza.

Sentenze pilotate in cambio di mazzette: chieste condanne per quattro avvocati e tre giudici di pace

Si avvia verso le battute finali davanti al Tribunale penale di Roma il processo che vede coinvolti nove imputati — tre giudici di pace, quattro avvocati e due medici — accusati di aver costruito un sistema di sentenze pilotate in cambio di tangenti e regali di lusso. Il pubblico ministero Alessia Natale ha depositato la requisitoria, chiedendo condanne fino a sei anni e otto mesi di reclusione per i responsabili dello schema.

Secondo l’impianto accusatorio, il meccanismo si basava su falsi incidenti stradali, in alcuni casi organizzati “in tandem” tra veicoli complici, con il reclutamento di comparse pagate 150 euro ciascuna per inscenare sinistri mai avvenuti realmente. Le pratiche di risarcimento così generate venivano poi indirizzate verso magistrati onorari compiacenti, che avrebbero garantito esiti favorevoli in cambio di utilità economiche e regali.

L’accusa parla esplicitamente di una “macchina giudiziaria piegata agli interessi della criminalità economica“, con il coinvolgimento di professionisti che avrebbero fornito rispettivamente l’assistenza tecnico-legale e le certificazioni sanitarie necessarie a sostenere le richieste di risarcimento fasulle davanti ai giudici di pace compiacenti.

Il caso riporta al centro dell’attenzione un tema ricorrente per la categoria forense: il rischio reputazionale e disciplinare che colpisce l’intera avvocatura quando un numero limitato di professionisti infedeli viene coinvolto in sistemi di frode assicurativa organizzata. Le assicurazioni RC auto restano tra i settori più esposti a questo tipo di truffe seriali, che generano anche un aumento dei premi a carico degli assicurati onesti.

Per gli studi legali che si occupano di risarcimento danni da sinistri stradali, il procedimento costituisce un precedente rilevante sotto il profilo probatorio: la Procura ha ricostruito lo schema criminale incrociando le posizioni di più imputati e più sinistri, un metodo che le compagnie assicurative e le Procure di altre città potrebbero replicare per individuare pattern simili di frode organizzata.

Da oggi i penalisti tornano ad astenersi: il caso delle intercettazioni ai colloqui in carcere non si è chiuso

Da oggi, 23 settembre, e fino al 29, gli avvocati penalisti italiani si astengono da udienze e da ogni attività giudiziaria in ambito penale, in tutta Italia. È la seconda mobilitazione nazionale dell’anno sullo stesso caso: quello delle intercettazioni dei colloqui tra detenuti e i loro difensori nel carcere di Perugia “Capanne”.

La vicenda era esplosa in primavera, quando si era scoperto che conversazioni riservate tra alcuni detenuti e i rispettivi avvocati erano state captate all’interno dell’istituto penitenziario umbro — violando quella che l’ordinamento considera una garanzia assoluta, non comprimibile nemmeno in carcere: il diritto di parlare liberamente con il proprio difensore senza che nessuno ascolti. Una prima astensione nazionale era già stata proclamata dall’8 al 12 giugno 2026, accompagnata da una manifestazione a Perugia l’11 giugno.

Da allora, secondo l’Unione Camere Penali Italiane (UCPI), non sarebbe arrivata alcuna risposta istituzionale adeguata: un comunicato dell’organismo, datato 7 luglio, parla apertamente di “silenzio delle istituzioni“. Il 1° agosto la Giunta UCPI ha quindi deliberato questa seconda astensione, definita dalle camere penali territoriali “astensione bis”, motivandola non solo con il caso Perugia ma con un più ampio “progressivo arretramento delle garanzie individuali” e con l’emergenza carceri, che resta irrisolta.

I riferimenti normativi richiamati dall’UCPI sono precisi: gli articoli 15 e 24 della Costituzione (libertà e segretezza della corrispondenza e della comunicazione; diritto di difesa), gli articoli 6 e 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, e l’articolo 103 del codice di procedura penale, che vieta intercettazioni relative a conversazioni o comunicazioni dei difensori. Per l’UCPI, il segreto difensivo “non è un privilegio della categoria” ma “una garanzia posta a tutela di ogni cittadino“.

L’adesione è arrivata da camere penali di tutta Italia — da Trento a Rimini, da Cuneo a Caserta — a conferma della dimensione nazionale della protesta. Per gli studi legali, l’astensione comporta il rinvio delle udienze penali fissate nella settimana, con le consuete eccezioni per i procedimenti indifferibili (misure cautelari, direttissime, termini di scadenza della custodia).

Canone Rai, si torna a parlare di taglio: il Senato vota oggi, ma la riduzione è condizionata a trovare i fondi altrove

Torna d’attualità l’ipotesi di un taglio al canone Rai, il contributo per il servizio pubblico radiotelevisivo che nel 2026 ammonta a 90 euro annui, addebitati in dieci rate da 9 euro nelle bollette elettriche da gennaio a ottobre.

Un emendamento alla riforma della governance Rai, presentato dai senatori di Forza Italia Claudio Fazzone e Roberto Rosso, e in votazione oggi, 23 settembre, nell’ottava commissione permanente del Senato, prevede la possibilità di una riduzione del canone. La norma, però, è costruita con una condizione stringente: qualunque “variazione al ribasso del canone” dovrà essere accompagnata da “forme di finanziamento pubblico equivalenti” a copertura del mancato gettito per la Rai — che il diritto europeo, con il Media Freedom Act, impone comunque di dotare di risorse adeguate a garantirne l’indipendenza editoriale.

Il precedente politico non è casuale: gli stessi due relatori, a luglio, avevano soppresso una norma che consentiva al governo di tagliare il canone del 5% per via amministrativa, con Rosso che allora motivava la scelta parlando di necessità di “stabilizzare il finanziamento pubblico” per dare certezza di risorse alla Rai. Il dietrofront arriva nello stesso periodo in cui l’esecutivo valuta la sospensione del bollo auto per le vetture di media cilindrata e per i motocicli — un’altra misura di alleggerimento fiscale che si inserisce nel più ampio negoziato sulla manovra di bilancio 2027.

Le opposizioni, secondo le prime reazioni, leggono l’iniziativa come “una precisa mossa politica“ in vista del prossimo appuntamento elettorale, parlando apertamente di “trucco”: un taglio annunciato ma subordinato a una copertura finanziaria ancora da trovare, che potrebbe quindi non concretizzarsi mai nei fatti.

Per i contribuenti, in ogni caso, per il 2026 nulla cambia: il canone resta fissato a 90 euro. Un’eventuale riduzione richiederebbe comunque il via libera definitivo del Parlamento, i decreti attuativi conseguenti, e — soprattutto — l’individuazione concreta delle risorse sostitutive, passaggio che allo stato resta il vero nodo irrisolto della proposta.

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