Evasione IVA, l’Agenzia delle Entrate spedisce le prime 1.400 lettere: 60 giorni per pagare o rischia il ruolo

L’Agenzia delle Entrate ha avviato l’invio di un primo blocco di circa 1.400 lettere di compliance indirizzate a contribuenti che, pur avendo emesso fatture elettroniche o trasmesso corrispettivi telematici, non hanno presentato la relativa dichiarazione IVA annuale. Il meccanismo, che punta inizialmente alle posizioni relative al 2022 (modello Iva 2023), nasce da una disposizione della legge di bilancio 2026 che ha modificato l’articolo 54-bis.1 del DPR 633/1972, il decreto IVA, e trova attuazione in un provvedimento firmato ad agosto 2026 dal direttore dell’Agenzia, Vincenzo Carbone.

Il sistema incrocia i dati già in possesso del Fisco: fatture elettroniche, corrispettivi telematici e liquidazioni periodiche IVA (LIPE), un patrimonio di circa 2,5 miliardi di documenti l’anno. Le stime indicano un recupero di circa 646 milioni di euro tra l’anno in corso e il prossimo, con una proiezione di quasi un miliardo l’anno entro il 2030.

Ogni lettera riporta un prospetto delle somme dovute, comprensivo di imposta IVA non versata, interessi e sanzione per omessa dichiarazione già ridotta a un terzo. Il contribuente ha 60 giorni di tempo dal ricevimento per scegliere tra due strade: pagare in un’unica soluzione tramite il modello F24 allegato, oppure presentare documenti e chiarimenti attraverso il servizio “Consegna documenti e istanze” nell’area riservata del sito dell’Agenzia. Non sono ammesse né rateizzazione né compensazione con crediti fiscali.

Chi non paga e non contesta entro il termine vede la somma iscritta direttamente a ruolo, con conseguente attivazione delle ordinarie procedure di riscossione coattiva: fermi amministrativi sui veicoli, iscrizioni ipotecarie e pignoramenti. Per avvocati tributaristi e commercialisti che assistono partite IVA e piccole imprese, la novità impone di monitorare per tempo la posta PEC e ordinaria dei clienti e di valutare rapidamente, entro la finestra dei 60 giorni, l’opportunità di un’istanza di autotutela o di un pagamento spontaneo per evitare l’aggravio della riscossione coattiva.

Garlasco, parte la settimana decisiva: la difesa di Sempio valuta repliche “snelle”

Il team difensivo di Andrea Sempio, indagato per l’omicidio di Chiara Poggi, si è riunito nella notte tra sabato e domenica con i propri consulenti per decidere come rispondere alle ultime relazioni tecniche della Procura di Pavia, arrivate con la discovery degli atti notificata il 28 settembre scorso.

Lo ha anticipato l’avvocato difensore Liborio Cataliotti: a differenza della prima chiusura delle indagini del 7 maggio, quando la difesa depositò cinque elaborati di controdeduzioni, questa volta i legali valutano “repliche snelle”, risposte più brevi e mirate solo sui punti ritenuti decisivi, riservandosi di chiedere una perizia super partes in una fase successiva, anche già in udienza preliminare.

Il duello tecnico tra accusa e difesa riguarda quattro elementi chiave: l’impronta palmare, che la Procura attribuisce a Sempio e la difesa ritiene non attribuibile con certezza; l’impronta di scarpa, considerata dall’accusa compatibile con il piede dell’indagato, compatibilità negata dai legali; i tempi di sopravvivenza della vittima, ricalcolati dalla consulente dell’accusa Cristina Cattaneo e contestati dal consulente della difesa Sabino Pelosi; infine il DNA sotto le unghie della vittima, già oggetto di un incidente probatorio concluso lo scorso dicembre ma interpretato in modo opposto dalle due parti.

Il termine per il deposito delle risposte scade domenica 18 ottobre. Dopo quella data la Procura dovrebbe formalizzare la richiesta di rinvio a giudizio, con successiva fissazione dell’udienza preliminare da parte del gip. Cataliotti auspica però una sospensione del procedimento in attesa di un’eventuale revisione della condanna definitiva di Alberto Stasi, ex fidanzato della vittima, condannato a 16 anni per lo stesso delitto: se necessario, l’avvocato è pronto a sollevare la questione davanti alla Corte Costituzionale. I familiari di Chiara Poggi, assistiti dall’avvocato Gian Luigi Tizzoni, non si costituiranno parte civile contro Sempio, restando però parte offesa.

Bill Gates: «Nel 2027 arriveranno brutte sorprese, l’IA è l’arma più pericolosa mai creata»

Bill Gates ha lanciato un nuovo allarme sull’intelligenza artificiale in un’intervista alla rete americana ABC News, sostenendo che il 2027 porterà “molte brutte sorprese”, soprattutto sul fronte della sicurezza informatica. Secondo il cofondatore di Microsoft, il pericolo più urgente non è che l’IA sfugga al controllo dei suoi creatori, ma che venga messa al servizio di malintenzionati per sferrare attacchi informatici su scala crescente.

Gates ha definito gli attacchi informatici potenziati dall’intelligenza artificiale la sfida più significativa che si presenterà nel prossimo anno, affermando che i sistemi di sicurezza delle stesse aziende che sviluppano IA non sono ancora sufficientemente robusti per resistere a questo tipo di minacce. Il tema della perdita di controllo sui modelli, ha precisato, “sarà necessario lavorarci su”, ma non rappresenta oggi la priorità più urgente.

Le dichiarazioni si inseriscono in una linea già tracciata da Gates a fine agosto, quando aveva proposto una tassa dedicata sulle tecnologie di IA, l’istituzione di un organismo di controllo internazionale e la riserva di determinati posti di lavoro agli esseri umani. Nell’intervista, Gates ha anche respinto la linea sostenuta dal presidente statunitense Donald Trump, secondo cui l’autoregolamentazione volontaria delle aziende di intelligenza artificiale sarebbe sufficiente a garantire la sicurezza su scala globale: per Gates, le aziende “non possono essere l’unico contrappeso” e, a suo giudizio, “non si sta facendo abbastanza” per prevenire i rischi.

Nel dibattito pubblico citato dall’articolo viene ricordato anche l’impegno di Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, che ha dichiarato di voler rallentare unilateralmente lo sviluppo dei propri modelli per ragioni di sicurezza, in controtendenza rispetto alla corsa competitiva del settore.

L’allarme di Gates rafforza l’urgenza di rivedere le policy interne su IA generativa, formazione del personale e protocolli di risposta agli incidenti informatici in vista di un 2027 definito a rischio.

Intelligenza artificiale nella giustizia, il caso Cagliari riapre il dibattito. L’OCF chiede regole e controlli indipendenti

L’intelligenza artificiale entra sempre più concretamente nelle aule di giustizia italiane, sollevando interrogativi sui limiti del suo utilizzo da parte di magistrati e avvocati. Due sviluppi recenti riportano al centro il tema: l’ordinanza n. 182/2026 della Corte d’appello di Cagliari e il nuovo intervento dell’Organismo Congressuale Forense (OCF), che chiede regole chiare, verifiche indipendenti e un coinvolgimento diretto dell’Avvocatura nella governance degli strumenti di IA destinati alla giurisdizione.

Il caso sardo riguarda una sentenza nella quale è rimasta una frase che sembra provenire da un’interazione con un chatbot: «Perfetto. Ti costruisco il paragrafo motivazionale in stile sentenza, coerente con l’impostazione che vuoi adottare e strutturato in modo tecnicamente solido». Per la Corte, la presenza di questa espressione costituisce un indizio dell’impiego di un sistema di intelligenza artificiale nella fase redazionale del provvedimento, ma non dimostra, da sola, che il giudice abbia delegato all’algoritmo l’interpretazione della legge, la valutazione delle prove o la decisione.

La pronuncia richiama l’articolo 15 della legge n. 132/2025, che riserva al magistrato queste funzioni, senza escludere l’utilizzo dell’IA come supporto alle attività preparatorie e redazionali. Il punto, dunque, non è soltanto stabilire se sia stato utilizzato un chatbot, ma verificare quale ruolo abbia concretamente svolto nella formazione della decisione.

Avvocati e giudici, due pesi e due misure?

La vicenda riapre una questione delicata: la diversa valutazione dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale da parte dei professionisti del diritto. Mentre per gli avvocati l’impiego di questi strumenti è già al centro di contestazioni legate, tra l’altro, alla produzione di citazioni inesistenti e alla mancata verifica dei risultati, nel caso del giudice la presenza di una traccia dell’IA non è stata ritenuta sufficiente a dimostrare una delega della funzione decisoria.

Il confronto, tuttavia, richiede cautela: la pronuncia non stabilisce che l’utilizzo dell’IA da parte del magistrato sia sempre legittimo, così come l’impiego da parte dell’avvocato non costituisce automaticamente una violazione. Restano centrali la verifica dei contenuti, la responsabilità professionale e il rispetto delle norme applicabili. La questione è capire quali criteri oggettivi debbano essere utilizzati per valutare le condotte di entrambi gli operatori, evitando sia divieti indiscriminati sia presunzioni di correttezza prive di verifiche concrete.

L’OCF: algoritmi verificabili e tutela della difesa

Su questo terreno si inserisce il comunicato stampa dell’OCF dell’8 ottobre 2026, intitolato «Giustizia, OCF: Avvocatura e magistratura accendono i fari sull’AI, ora regole e controlli indipendenti». L’organismo sottolinea come la diffusione dell’intelligenza artificiale nella giustizia richieda garanzie condivise, con particolare attenzione alla trasparenza degli algoritmi, alla sovranità dei dati giudiziari e alla parità di accesso agli strumenti tecnologici.

Il comunicato richiama inoltre un documento sottoscritto da oltre cinquanta dirigenti di uffici giudiziari italiani, tra cui presidenti di tribunale, presidenti di Corte d’appello e procuratori, che sollecita una valutazione pubblica e condivisa dei decreti attuativi della legge n. 132/2025. Il documento pone l’accento sulla necessità di proteggere i dati processuali e garantire che l’introduzione dell’IA non comprometta l’autonomia del giurista.

Per l’OCF, il controllo sui sistemi non può essere affidato esclusivamente a chi li sviluppa, fornisce o utilizza. Servono organismi terzi e indipendenti capaci di verificarne il funzionamento, insieme a garanzie sulla gestione dei dati contenuti negli atti processuali, nelle intercettazioni e nei fascicoli che riguardano parti, testimoni e soggetti vulnerabili.

Un altro punto centrale è la parità delle armi: l’innovazione non deve creare una giustizia nella quale magistratura, accusa e difesa dispongano di strumenti differenti senza poter conoscere e contestare il funzionamento delle tecnologie impiegate. Da qui la richiesta di un coinvolgimento stabile dell’Avvocatura nella definizione, nella sperimentazione e nel monitoraggio dei sistemi destinati agli uffici giudiziari.

La sfida è trovare regole comuni

Il caso di Cagliari e l’intervento dell’OCF affrontano due aspetti complementari dello stesso problema. Da una parte, occorre distinguere l’utilizzo dell’intelligenza artificiale come supporto redazionale dalla delega di funzioni che la legge riserva al magistrato. Dall’altra, è necessario assicurare che gli strumenti adottati siano verificabili, sicuri e compatibili con il diritto di difesa.

La sfida per il sistema giudiziario italiano sarà trasformare questi principi in regole operative, controlli effettivi e criteri di responsabilità applicabili a tutti gli operatori. L’intelligenza artificiale può contribuire a rendere più efficiente il lavoro giuridico, ma la sua introduzione non può prescindere dalla trasparenza e dalla possibilità di verificare come viene utilizzata. La decisione deve restare umana; la tecnologia, invece, deve poter essere sottoposta a controlli adeguati.

Stabilicum: la Camera approva la nuova legge elettorale, al voto nel 2027 con premio di maggioranza e preferenze

La Camera ha approvato in via definitiva la nuova legge elettorale che regolerà le prossime elezioni politiche, previste nel 2027. Il governo l’ha battezzata Stabilicum, nome che richiama l’obiettivo dichiarato del testo: evitare le fasi di incertezza post-elettorale che hanno caratterizzato diverse legislature italiane e permettere la rapida formazione di un governo sorretto da una maggioranza solida. Le opposizioni, con intento critico, la chiamano invece Melonellum.

Il sistema si fonda su un impianto proporzionale: i seggi parlamentari vengono distribuiti tra partiti e liste in proporzione ai voti ottenuti. L’elemento che differenzia lo Stabilicum da un proporzionale puro, però, è un premio di maggioranza di entità rilevante. Alla coalizione che supera il 42% dei voti sia alla Camera sia al Senato viene assegnato un premio fisso di 70 deputati e 35 senatori, con un tetto massimo di 220 deputati su 400 e 113 senatori su 200. In termini percentuali, una coalizione che raggiunge la soglia del 42% può quindi ottenere una maggioranza parlamentare compresa tra il 52% e il 55% alla Camera e tra il 52% e il 56,5% al Senato — percentuali che potrebbero risultare anche leggermente più alte, dato che il calcolo non tiene conto dei seggi assegnati nella circoscrizione Estero. È inoltre prevista una soglia di sbarramento: restano esclusi dal parlamento i partiti che non raggiungono il 3% dei voti e le coalizioni che non arrivano al 10%.

Il meccanismo del premio, calibrato su una soglia raggiungibile ma non scontata, è pensato per incentivare la formazione di coalizioni ampie prima del voto, piuttosto che alleanze di governo negoziate dopo le elezioni. Se invece nessuna coalizione dovesse superare il 42% dei voti in entrambi i rami del parlamento, il sistema resterebbe un proporzionale puro, senza premio: una configurazione che ricorda da vicino il sistema adottato nella cosiddetta Prima Repubblica, tra il 1948 e il 1992, quando i partiti si presentavano divisi alle elezioni e le maggioranze di governo nascevano da accordi politici successivi al voto. Proprio per questo, osservatori e commentatori hanno segnalato il rischio opposto a quello dichiarato dal governo: in assenza di una coalizione sopra soglia, la legge potrebbe produrre instabilità anziché la stabilità promessa dal suo stesso nome.

Un nodo giuridico rilevante riguarda le modalità di assegnazione del premio, calcolato sulla base di un unico listone nazionale che le coalizioni compongono prima delle elezioni. Questo meccanismo ha sollevato dubbi di legittimità costituzionale, in particolare per l’elezione del Senato: l’articolo 57 della Costituzione stabilisce infatti che il Senato debba essere eletto su base regionale, mentre il premio nazionale previsto dallo Stabilicum prescinde dall’esito del voto nelle singole regioni, tenendo conto soltanto del risultato complessivo a livello nazionale. Non è escluso che il tema venga sottoposto al vaglio della Corte costituzionale, come già accaduto per precedenti leggi elettorali italiane (il “Porcellum” e l’”Italicum” furono entrambi in parte dichiarati incostituzionali dalla Consulta).

La seconda novità di rilievo introdotta dal testo riguarda il voto di preferenza, assente nelle due leggi elettorali precedenti (il “Rosatellum”, in vigore dal 2017). Per ciascun collegio elettorale, ogni partito presenterà una lista di sei candidati, e gli elettori potranno esprimere fino a tre preferenze, nel rispetto di un vincolo di alternanza di genere: tra i nominativi scelti dovrà comparire almeno una donna e almeno un uomo. Non tutti i seggi, tuttavia, saranno assegnati sulla base delle preferenze: sopra i sei nomi in lista, la scheda elettorale riporterà un “capolista bloccato”, figura che non compete per le preferenze ma viene eletta automaticamente per prima, qualora il partito raggiunga un numero di voti sufficiente.

Per gli elettori e per i partiti, il risultato pratico è un sistema ibrido: una parte della rappresentanza resta nelle mani delle segreterie di partito attraverso il capolista bloccato, mentre un’altra parte torna, dopo anni di liste interamente bloccate, nella disponibilità diretta dell’elettore.

Trump consegna a Musk la National Medal of Science: “Il Thomas Edison dei giorni nostri”

Il presidente Donald Trump ha consegnato a Elon Musk la National Medal of Science durante una cerimonia tenutasi giovedì 8 ottobre 2026 presso lo U.S. Institute of Peace di Washington. Insieme a Musk hanno ricevuto lo stesso riconoscimento il co-fondatore di Google Sergey Brin, l’amministratore delegato di Nvidia Jensen Huang e l’amministratrice delegata di AMD Lisa Su.

Secondo una nota della Casa Bianca, Musk è stato premiato per “risultati ingegneristici di straordinaria ambizione”, che avrebbero fatto avanzare l’esplorazione spaziale, i sistemi intelligenti e le comunicazioni, aprendo un nuovo capitolo per la manifattura americana. Nel suo discorso, Trump ha definito Musk un “titano industriale” e il “Thomas Edison dei giorni nostri”, elogiandone la capacità di trasformare la fantascienza in realtà.

Il riconoscimento arriva dopo mesi di rapporti altalenanti tra i due: Musk aveva sostenuto Trump nella fase finale della campagna 2024 e, dopo il ritorno alla Casa Bianca nel gennaio 2025, ne era diventato il responsabile di fatto del Department of Government Efficiency (DOGE), impegnato nel taglio della spesa pubblica. I rapporti si erano poi deteriorati dopo le critiche di Musk al pacchetto di spesa “One Big Beautiful Bill”, sfociate in uno scontro pubblico. La cerimonia segna quindi anche un riavvicinamento: Musk è atteso co-dirigere “Project Meridian”, uno studio del Dipartimento della Difesa sul futuro della guerra, volto a individuare le armi e le tecnologie di cui le forze armate statunitensi avranno bisogno.

Il riconoscimento assume un significato particolare anche alla luce del ruolo sempre più centrale delle tecnologie sviluppate dalle aziende di Musk nella strategia industriale e militare degli Stati Uniti. Dall’esplorazione spaziale con SpaceX ai sistemi di intelligenza artificiale, fino alle comunicazioni satellitari, le sue imprese operano in settori considerati cruciali per la competitività americana nei confronti della Cina. Un eventuale ritorno a una collaborazione più stretta con il Pentagono potrebbe rafforzare ulteriormente questo legame, riaprendo al tempo stesso il dibattito sui rapporti tra governo, grandi aziende tecnologiche e interessi della difesa nazionale.

La premiazione rappresenta quindi non soltanto un riconoscimento dei risultati industriali di Musk, ma anche un segnale del peso che l’amministrazione Trump attribuisce agli imprenditori tecnologici nella propria visione del futuro economico e strategico del Paese.

Anthropic vieta gli abusi verbali contro Claude: arriva il blocco per chi insulta il chatbot

Anthropic ha aggiornato la propria politica d’uso di Claude introducendo, per la prima volta in modo esplicito, il divieto per gli utenti di insultare o maltrattare sistematicamente il chatbot. In caso di comportamento abusivo persistente, Claude può interrompere la conversazione, che resta la principale misura prevista. L’azienda non ha chiarito se in futuro introdurrà anche il blocco dell’account. La regola si applica soltanto ai casi estremi e non riguarda chi esprime insoddisfazione, scrive contenuti creativi dai toni cupi o testa e studia il modello.

La novità segue l’annuncio dell’agosto 2025, quando Anthropic aveva comunicato la possibilità per alcune versioni di Claude di terminare conversazioni caratterizzate da comportamenti persistentemente dannosi o abusivi, nell’ambito della ricerca sul cosiddetto «benessere del modello». L’azienda precisa di non avere certezze sul fatto che i sistemi di intelligenza artificiale possano avere esperienze soggettive: la misura viene quindi presentata come un approccio prudenziale, non come il riconoscimento di una coscienza del chatbot.

L’aggiornamento introduce anche altre modifiche rilevanti. Sul fronte della disinformazione, un unico divieto copre ora le campagne commerciali o politiche ingannevoli, incluso l’occultamento del reale autore di un messaggio e l’amplificazione artificiale della diffusione attraverso account falsi. In materia elettorale sono vietati l’inganno degli elettori, la diffusione di informazioni false su candidati e procedure di voto, l’impersonificazione di funzionari elettorali e le attività volte a scoraggiare l’affluenza.

Sulle armi, il divieto si estende a software e componenti che contribuiscono al funzionamento degli armamenti, oltre che all’equipaggiamento di droni e veicoli autonomi per finalità di combattimento. La modifica arriva dopo tentativi segnalati di utilizzare Claude per sviluppare strumenti di controllo delle armi e punta a limitare non soltanto la costruzione materiale degli armamenti, ma anche le tecnologie che ne rendono possibile l’impiego.

Per quanto riguarda la sorveglianza, è vietato il tracciamento di persone senza consenso, sia in tempo reale sia attraverso l’analisi di dati già esistenti. Claude non può essere utilizzato per decidere chi indagare, arrestare o incriminare, né per sviluppare strumenti di sorveglianza. Restano invece possibili alcuni impieghi legittimi, come il rilevamento delle frodi e la moderazione dei contenuti, nel rispetto delle condizioni previste dalla policy.

Regole più precise per un’IA sempre più potente

Secondo Anthropic, le modifiche servono soprattutto a chiarire i limiti già previsti e ad adattarli alle capacità crescenti dei modelli. Il nuovo testo affronta infatti rischi che vanno dalla manipolazione dell’opinione pubblica all’impiego militare e al controllo delle persone.

Resta da capire come verranno applicate concretamente le nuove disposizioni e quali criteri consentiranno di distinguere una critica legittima da un comportamento abusivo. Il punto centrale, tuttavia, è più ampio: con l’evoluzione dell’intelligenza artificiale, le aziende non sono chiamate soltanto a migliorare le prestazioni dei propri sistemi, ma anche a definire con maggiore precisione i limiti del loro utilizzo e le responsabilità degli utenti.

Violenza di genere, la Cassazione: “Il livido visibile è danno morale, non serve perizia”

Il caso riguarda una donna picchiata dall’ex marito e portata al pronto soccorso con un occhio nero. Tribunale e Corte d’appello le avevano riconosciuto solo il danno biologico, liquidato in misura contenuta trattandosi di una lesione lieve, e avevano negato il danno morale per difetto di prova specifica sulla sofferenza patita.

La Cassazione ha accolto il ricorso, ritenendo che i giudici di merito si fossero fermati alla sola entità clinica della lesione senza valutare due circostanze decisive: l’ex marito viveva nelle vicinanze dell’abitazione della donna, che quindi conviveva con la paura quotidiana di incontrarlo, e i segni dell’aggressione sul volto erano visibili e non potevano essere occultati nella vita di relazione.

Per la Corte, il danno biologico è la lesione fisica accertata con criteri medico-legali, mentre il danno morale è la sofferenza interiore — paura, umiliazione, angoscia — che l’accompagna e che non può essere “assorbita” in una lesione biologica lieve. Il danno morale, scrivono i giudici, può essere provato anche per presunzioni: dai fatti accertati (l’aggressione, i segni visibili, la vicinanza dell’aggressore) il giudice può desumere la sofferenza senza bisogno di una perizia psicologica autonoma. La vergogna di mostrarsi in pubblico con segni “socialmente riconoscibili” di una violenza subita costituisce di per sé un pregiudizio alla serenità della vittima.

Per gli avvocati che assistono vittime di violenza domestica la pronuncia offre un argomento probatorio importante: nei procedimenti risarcitori non sarà più sufficiente limitarsi alla produzione del referto medico-legale, ma converrà valorizzare in modo esplicito, già in citazione, gli elementi presuntivi — contesto relazionale, visibilità delle lesioni, reiterazione della paura — su cui la Cassazione fonda oggi l’autonoma risarcibilità del danno morale.

Bruxelles dà il via libera ai conti italiani, ma il petrolio spaventa i mercati: giornata nera per Piazza Affari

La Commissione europea ha dato oggi una valutazione positiva alla richiesta italiana di attivazione della clausola di salvaguardia nazionale, presentata da Roma l’11 settembre. Nel briefing quotidiano a Bruxelles, un portavoce della Commissione ha dichiarato che l’attivazione della clausola non mette a rischio la sostenibilità di medio termine dei conti pubblici italiani: “La nostra valutazione è positiva.” Il fascicolo passa ora al Consiglio dell’Unione europea, che avrà un mese di tempo per dare il via libera definitivo; solo dopo quel passaggio la clausola potrà considerarsi ufficialmente attivata per l’Italia.

La clausola di salvaguardia nazionale è il meccanismo attraverso cui il governo punta a ottenere margini di flessibilità sul proprio bilancio per spese legate a energia e difesa, al centro delle richieste avanzate nei giorni scorsi nell’ambito del Documento programmatico di finanza pubblica: una flessibilità stimata in circa 14 miliardi di euro per il 2027 e altrettanti per il 2028. Il via libera della Commissione è un passaggio tecnico necessario prima che l’Italia possa effettivamente scostarsi dai normali vincoli di bilancio europei per finanziare quelle voci di spesa, in un contesto in cui il Paese resta comunque soggetto alla procedura per deficit eccessivo.

La giornata sui mercati, però, è stata segnata da ben altra turbolenza. Il petrolio è balzato di oltre il 5% nel corso della mattinata, con il Brent che ha toccato i 105,3 dollari al barile (+5,04%) e il WTI americano salito a 92,7 dollari (+5,05%). A pesare sulle quotazioni è il timore di un nuovo attacco militare statunitense contro l’Iran, nell’ipotesi che possa avvenire prima delle elezioni di midterm americane. Piazza Affari ha risentito del clima di tensione, chiudendo la seduta in calo dell’1,41%, in una giornata dominata dai timori per l’inflazione e per i tassi d’interesse, mentre Bankitalia segnala che le imprese italiane si attendono già un aumento dei prezzi legato ai rincari delle materie prime.

Per il governo, la combinazione di questi due fattori — il via libera comunitario sulla flessibilità di bilancio da un lato, lo shock energetico dall’altro — complica ulteriormente l’impostazione della manovra 2027, già descritta dallo stesso esecutivo come “prudente” vista la ristrettezza dei margini di spesa disponibili.

Uno studio legale costa sempre di più: quanto paga davvero Cassa Forense per farlo crescere?

Mentre gli studi legali affrontano costi crescenti per adeguare le proprie dotazioni tecnologiche — dai software di gestione agli strumenti di cybersicurezza, fino ai primi abbonamenti a servizi di intelligenza artificiale — Cassa Forense mette a disposizione, con il bando n. 8/2026, un fondo di 1,8 milioni di euro per il rimborso parziale di queste spese. Il contributo copre il 60% della spesa sostenuta, al netto dell’IVA, fino a un massimo di 2.000 euro per ciascun professionista iscritto, o per ciascun iscritto facente parte di uno studio associato o di una società tra avvocati; non sono ammesse domande per importi di contributo inferiori a 300 euro.

Il calcolo pratico è semplice: un avvocato che nell’ultimo anno e mezzo ha speso, ad esempio, 3.300 euro più IVA per rinnovare computer, firewall e un abbonamento annuale a un servizio di intelligenza artificiale per lo studio, può ottenere un rimborso di 2.000 euro, pari al tetto massimo previsto dal bando — oltre il 60% della spesa netta effettivamente sostenuta. Per chi ha speso cifre più contenute, ad esempio 1.000 euro, il rimborso sarà di 600 euro, comunque superiore alla soglia minima dei 300 euro sotto cui la domanda non viene accolta.

Rientrano tra le spese rimborsabili: personal computer desktop e notebook, monitor, tablet, cuffie e webcam, stampanti e scanner, software antivirus e gestionali di studio, firewall, abbonamenti a piattaforme di videoconferenza, dispositivi di storage e server, servizi di cybersicurezza e abbonamenti a servizi di intelligenza artificiale. Per ogni categoria di spesa è rimborsabile un solo acquisto, e sono ammesse le spese sostenute dal 1° gennaio 2025 fino al 28 aprile 2026, giorno precedente la pubblicazione del bando.

Il bando n. 8/2026 non è isolato, ma fa parte di un pacchetto di quattro misure aperte dallo stesso 16 luglio 2026, con la medesima scadenza del 30 ottobre salvo un’eccezione. Il bando n. 6/2026 rimborsa al 50%, fino a 1.500 euro, l’allestimento di sale per videoconferenze negli studi; il bando n. 7/2026 sostiene al 60%, fino a 1.000 euro, le spese di preparazione all’esame di abilitazione per i praticanti under 35 iscritti da non oltre sei anni, inclusi corsi, Scuole Forensi e manuali; il bando n. 17/2026, con scadenza anticipata al 30 settembre, destina fino a 3.000 euro alle famiglie numerose degli iscritti con almeno tre figli under 26, tramite graduatoria Isee. Un professionista che rientra in più categorie — penso al collaboratore di studio under 35 con famiglia numerosa che ha appena rinnovato la propria postazione di lavoro — può in teoria cumulare più bandi, ciascuno con la propria domanda e documentazione.

Le domande si presentano esclusivamente online sul sito cassaforense.it, fino alle 24:00 del 30 ottobre 2026; i fondi vengono assegnati secondo l’ordine cronologico di presentazione, fino a esaurimento dello stanziamento disponibile. Con la chiusura ormai a fine mese, gli studi che hanno sostenuto spese di ammodernamento tecnologico negli ultimi due anni e non hanno ancora presentato domanda hanno poche settimane residue per raccogliere fatture e documentazione di spesa e completare la procedura, senza aspettare l’ultimo giorno utile.

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