OpenAI tratta un round da 30 miliardi di dollari: valutazione a 1.400 miliardi

OpenAI è in trattative per raccogliere almeno 30 miliardi di dollari in un nuovo round di finanziamento che valuterebbe la società circa 1.400 miliardi di dollari. L’operazione, descritta come un finanziamento ponte in vista di una futura quotazione in Borsa, arriverebbe a distanza di pochi mesi dal round di marzo 2026, quando l’azienda aveva raccolto 122 miliardi di dollari a una valutazione di 852 miliardi.

Il nuovo round conferma il rinvio dei piani di IPO, inizialmente previsti entro il 2026 e ora attesi per il 2027. Il fondatore e amministratore delegato Sam Altman ha motivato la scelta richiamando le preoccupazioni sulla sicurezza dei modelli più avanzati: “Ritengo inaccettabile correre anche solo un rischio del 10% di uccidere tutti”, ha dichiarato, riferendosi ai possibili rischi sistemici legati allo sviluppo di un’intelligenza artificiale sempre più potente prima di esporre l’azienda alla pressione dei mercati pubblici.

Sul piano industriale, OpenAI riporta una crescita marcata dei ricavi: un aumento del 70% su base annualizzata da luglio, con un fatturato mensile che ad agosto ha raggiunto i 40 miliardi di dollari, trainato in particolare dal riposizionamento strategico sulle capacità di programmazione dei propri modelli. Secondo le fonti citate, gli investitori mostrerebbero forte interesse a entrare nel capitale prima dell’eventuale sbarco in Borsa. Contattata dai giornalisti, OpenAI non ha rilasciato commenti sulle indiscrezioni.

Le principali società di intelligenza artificiale generativa stanno posticipando le quotazioni pubbliche a favore di round privati sempre più ingenti, spostando nel tempo — e non eliminando — gli obblighi di trasparenza verso il mercato e gli investitori istituzionali.

Ottobre da bollino rosso per il fisco: il 16 concentra IVA, F24 e rate del concordato

Il calendario fiscale di ottobre 2026 si concentra in tre date che ogni professionista con partita IVA, avvocati compresi, farebbe bene a segnare fin da subito, perché il grosso degli adempimenti si addensa nella seconda metà del mese.

La prima scadenza è il 15 ottobre, riservata alla fatturazione differita: entro questa data vanno emesse e registrate le fatture relative a cessioni di beni consegnati o spediti nel mese precedente, documentate da DDT o documenti equivalenti, così come quelle per le prestazioni di servizi individuabili tramite idonea documentazione e rese nel mese di settembre. Alla stessa data è fissato anche il versamento dell’ottava rata dell’imposta sostitutiva per i soggetti ISA che hanno aderito al Concordato Preventivo Biennale 2025-2026.

Il 16 ottobre è il giorno più denso dell’intero mese. Entro questa data va inviato il modello F24 con il prospetto dei dati aggiuntivi e vanno versate le ritenute operate dai sostituti d’imposta, comprese quelle sui compensi corrisposti ai professionisti. Sempre il 16 ottobre scadono il versamento dell’IVA mensile dovuta per il mese di settembre (codice tributo 6009) e le rate di eventuali rateizzazioni di imposte, la quinta o la quarta a seconda della data della prima rata versata. Per i contribuenti ISA, minimi e forfettari che hanno beneficiato della proroga concessa quest’anno, è inoltre in scadenza la terza o la quarta rata delle imposte dovute.

Chiude il mese, il 31 ottobre, un doppio adempimento più settoriale: la trasmissione telematica della dichiarazione IVA IOSS per le importazioni di beni a distanza di valore non superiore a 150 euro, e la presentazione dei dati rilevanti ai fini del nuovo Concordato Preventivo Biennale 2026-2027, che riguarda soggetti agricoli, manifatturieri, dei servizi e, appunto, i professionisti.

Per gli studi legali organizzati in forma di studio associato o con collaboratori a partita IVA, il consiglio pratico è verificare per tempo la propria posizione rispetto al concordato preventivo biennale, che nel giro di poche settimane richiede sia il versamento delle rate residue del biennio in corso, sia l’invio dei dati per l’adesione al biennio successivo: due adempimenti distinti, con scadenze ravvicinate, che si prestano facilmente a essere confusi tra loro.

La corsa ai robot umanoidi è già fuori controllo: tra operai in rivolta e mani che ancora non funzionano

Ci sono due modi per raccontare la rivoluzione dei robot umanoidi in corso in questi mesi. Il primo è quello dei comunicati stampa e delle demo sui social: macchine bipedi che corrono, ballano, piegano magliette, spostano scatoloni in magazzino. Il secondo è quello che emerge quando si guarda ai numeri veri di produzione, alle condizioni con cui questi sistemi vengono addestrati e ai pochi dati indipendenti disponibili sul loro effettivo utilizzo. I due racconti, in questo momento, si assomigliano molto poco.

Il caso più esplicito è quello di Tesla. Optimus, il progetto umanoide dell’azienda di Elon Musk, è passato da poche decine di unità assemblate a settimana nel secondo trimestre 2026 a diverse centinaia ad agosto, con l’obiettivo dichiarato di superare le mille unità settimanali entro fine anno. Fin qui la crescita è reale. Il problema è la distanza tra questo numero e l’ambizione di lungo periodo dichiarata da Musk: ventimila robot a settimana, fino a una capacità produttiva teorica di dieci milioni di unità l’anno nella Gigafactory in Texas.

A frenare la scalata sono soprattutto le mani. Ogni mano e avambraccio di Optimus è composto da oltre cento tra viti e componenti minuscoli, con tolleranze di precisione più strette di qualunque pezzo automobilistico prodotto finora da Tesla: le linee di montaggio automatizzate non riescono ancora ad allineare parti così piccole, e buona parte dell’assemblaggio resta manuale. A questo si aggiungono sensori tattili non ancora affidabili, per cui l’azienda sta sviluppando come soluzione ponte un “guanto sensoriale” sostituibile. Sul fronte software le cose non vanno meglio: secondo quanto riportato, il robot impiega ancora diversi giorni per apprendere un compito elementare, e il suo comportamento resta imprevedibile in qualunque situazione non coperta dalle oltre 500 mila ore di dati di addestramento raccolte finora (che Tesla punta a raddoppiare entro fine anno). Il risultato pratico è che, ad oggi, nessun Optimus sta svolgendo un lavoro produttivo reale: le unità in circolazione servono a testare, raccogliere dati e addestrare se stesse.

Ed è qui che nasce il nodo più delicato, quello umano. Per raccogliere i dati di movimento necessari ad addestrare il software, Tesla ha fatto indossare a lavoratori in Texas e California tute dotate di sensori di motion capture, capaci di registrare ogni gesto compiuto durante mansioni quotidiane. Diversi dipendenti hanno contestato apertamente il programma, facendo notare l’evidente cortocircuito etico: stavano, di fatto, insegnando a una macchina a fare il proprio lavoro, con la prospettiva concreta di essere un giorno sostituiti da quella stessa macchina. Le pressioni sono state sufficienti a spingere l’azienda a rivedere la strategia, spostando parte dell’addestramento verso team dedicati e verso dati raccolti da video piuttosto che dal corpo dei dipendenti. Non è un dettaglio marginale: è la prima volta che la resistenza dei lavoratori incide concretamente sulla tabella di marcia di un progetto di automazione di questa portata.

La corsa è reale, i numeri molto meno

Tesla non è sola in questa partita: anche Toyota, Hyundai e una lunga serie di aziende specializzate, stanno investendo pesantemente nella robotica umanoide. I primi impieghi commerciali sono effettivamente iniziati, soprattutto in ambito logistico: Agility Robotics ha collocato i propri robot Digit nel magazzino di GXO Logistics in Georgia, dove — secondo l’azienda — avrebbero già spostato oltre centomila contenitori. È un dato reale, ma anche un dato parziale: non si sa quante unità Digit siano effettivamente impiegate, con quali turni, né come si confronti la loro produttività con quella di un magazziniere umano.

Ed è proprio guardando all’intero settore che il divario tra narrazione e realtà diventa più netto. Secondo l’International Federation of Robotics, nel 2025 sono stati venduti nel mondo circa settemila robot umanoidi in totale: il primo censimento ufficiale della categoria in tre decenni di rilevazioni IFR. La Cina domina la produzione e le vendite, sostenuta da un ecosistema industriale e da un deciso supporto statale; ma anche lì, quasi tre quarti delle vendite di Unitree — uno dei produttori più attivi — sono finite a sviluppatori software e istituzioni accademiche, non ad aziende che li impiegano per lavorare davvero. Nel settore automobilistico, uno dei più citati come terreno naturale per questi robot, si parla ancora di pilot con numeri a una o due cifre di unità per stabilimento. Gli stessi analisti IFR sintetizzano il problema con una frase che vale come diagnosi per l’intero comparto: la capacità fisica dei robot ha superato di gran lunga la loro affidabilità cognitiva. Sanno muoversi, molto meno spesso sanno lavorare in autonomia in ambienti reali e imprevedibili.

Questo non impedisce alle proiezioni di settore di restare vertiginose: si parla di 90 mila umanoidi venduti entro il 2026 e di 1,2 milioni all’anno entro il 2030. Numeri che, alla luce dei settemila del 2025, richiederebbero un salto di scala che nessun’altra tecnologia hardware ha mai compiuto in tempi altrettanto brevi — automobili e smartphone compresi. Nel frattempo, il mercato più ampio dei robot di servizio professionali (magazzino, pulizia, agricoltura, sanità) cresce in modo assai più solido e meno spettacolare: 200 mila unità vendute nel 2024, +9% sull’anno precedente, con la logistica che da sola ne assorbe oltre 100 mila.

La vera prova, per Tesla come per tutto il settore, non sarà più costruire un robot capace di stupire in una demo di pochi minuti, ma dimostrare che queste macchine possono lavorare per turni interi, per mesi, con costi sostenibili, accanto a persone reali — senza che la complessità tecnologica si trasformi in un nuovo collo di bottiglia operativo, e senza scaricare sui lavoratori, come sta già succedendo, il costo umano di addestrare i propri sostituti.

Il cliente mente sui redditi? L’avvocato non deve fare il detective fiscale

Il Consiglio Nazionale Forense ha chiarito un punto operativo di forte interesse per gli studi che gestiscono pratiche di patrocinio a spese dello Stato: l’avvocato non è tenuto a verificare autonomamente la veridicità delle dichiarazioni reddituali rese dal cliente nell’istanza di ammissione al beneficio.

Il principio è stato affermato con la sentenza CNF n. 160 del 22 aprile 2026, in un procedimento disciplinare nato proprio dalla contestazione a un legale per come aveva gestito la dichiarazione dei redditi allegata a un’istanza di gratuito patrocinio. Il Consiglio ha assolto il professionista, chiarendo che le dichiarazioni inserite nella domanda restano autocertificazioni sottoscritte dal cliente: l’avvocato ne autentica la firma, ma non diventa per questo garante della loro correttezza fiscale.

La decisione distingue con nettezza tra acquisizione delle informazioni e verifica sostanziale. Il difensore deve chiedere al cliente quali siano effettivamente i redditi percepiti e riportarli fedelmente nell’istanza; non deve però condurre un accertamento paragonabile a quello dell’Agenzia delle Entrate o della Guardia di Finanza, anche perché non dispone dei relativi poteri d’indagine. Il principio vale anche quando l’assistito presenta solo l’ISEE, senza obbligo di dichiarazione dei redditi: in quel caso il professionista deve comunque raccogliere dal cliente gli elementi necessari a compilare correttamente la domanda.

Il CNF affronta anche un secondo profilo, quello della richiesta di distrazione delle spese ex art. 93 c.p.c. presentata insieme all’istanza di patrocinio: la mera coesistenza delle due richieste non configura automaticamente un illecito disciplinare, servendo elementi ulteriori e l’allegazione di una condotta effettivamente fraudolenta.

Per gli studi legali la ricaduta pratica è chiara: conviene documentare le domande poste al cliente e le informazioni da lui fornite, senza però trasformare l’istruttoria in un controllo fiscale che l’ordinamento non attribuisce alla professione forense.

Finta email ACI sul bollo auto: con 16 euro di “sblocco” ti rubano la carta di credito

È in corso una campagna di phishing che sfrutta il nome dell’Automobile Club d’Italia per colpire automobilisti in tutta Italia, facendo leva sulla paura di sanzioni per il bollo auto non pagato. L’ente ha preso pubblicamente le distanze dall’iniziativa, segnalando l’accaduto alle autorità competenti.

Il raggiro si sviluppa in tre passaggi. Prima arriva un’email che avvisa di un presunto mancato pagamento della tassa automobilistica, con la minaccia di sanzioni imminenti, e che rimanda a domini contraffatti — tra cui “acitalia.info” e “acitalia.click” — costruiti per imitare graficamente il sito ufficiale. Superato il primo click, il sito chiede di inserire codice fiscale e targa del veicolo, poi indirizzo di residenza e recapito telefonico. Nella fase finale, alla vittima viene richiesto un pagamento di 15,87 euro per lo “sblocco” della posizione, con la richiesta di inserire per intero i dati della carta di pagamento, comprensivi di numero, scadenza e codice di sicurezza.

Le segnalazioni sono state inoltrate al Cert-AgID, la struttura nazionale che si occupa di individuare e richiedere l’oscuramento dei siti utilizzati per queste campagne fraudolente. ACI ha ribadito di non richiedere mai numeri di carte di credito, codici di sicurezza o coordinate bancarie tramite email o SMS, e invita a verificare qualsiasi comunicazione esclusivamente attraverso il portale ufficiale aci.it.

Per gli automobilisti, la raccomandazione pratica è diffidare di ogni sollecito di pagamento ricevuto via email non certificata che richieda l’inserimento diretto dei dati della carta, verificare sempre la reale scadenza del bollo attraverso i canali ufficiali della propria Regione o di ACI, e segnalare i messaggi sospetti senza cliccare sui link contenuti.

Compensi degli avvocati, in arrivo parametri ministeriali ogni due anni e solidarietà nei pagamenti

Tra le disposizioni della riforma dell’ordinamento forense approvata in via definitiva dal Parlamento con la legge 28 luglio 2026 n. 137, ve n’è una destinata a incidere direttamente sulla gestione economica degli studi legali: la revisione della disciplina dei compensi professionali, distinta dalle pur rilevanti novità già introdotte sulle incompatibilità e sulle società tra avvocati.

Il principio di fondo resta quello della libertà di pattuizione tra avvocato e cliente, che la riforma non tocca: il compenso continua a poter essere liberamente concordato, anche con clausole di risultato legate al raggiungimento di obiettivi specifici, purché commisurato “alla quantità e alla qualità della prestazione resa”. La novità di cornice riguarda invece i parametri applicabili in assenza di accordo scritto o in sede di liquidazione giudiziale: la legge delega impone al Ministro della Giustizia di emanare, con cadenza biennale anziché a scadenze indefinite come accaduto finora, un decreto che aggiorni le tabelle di riferimento per il calcolo del compenso, superando la prassi degli aggiornamenti sporadici e spesso in ritardo rispetto all’inflazione e ai mutamenti del mercato legale.

La novità più concreta riguarda però la solidarietà nei pagamenti: nei procedimenti che si concludono con un accordo tra le parti, la legge stabilisce che tutti i soggetti coinvolti nella transazione sono obbligati in solido al pagamento del compenso nei confronti degli avvocati che risultino creditori, salvo diversa intesa esplicita. Si tratta di una tutela pensata per evitare che l’avvocato di una parte resti scoperto quando l’accordo transattivo non disciplina espressamente il riparto delle spese legali, situazione tutt’altro che rara nella prassi delle negoziazioni. Il legislatore delegato è inoltre chiamato a valutare una razionalizzazione dei casi in cui è necessario il parere di congruità dell’ordine di appartenenza, con l’obiettivo dichiarato di agevolare il recupero dei crediti professionali, mentre restano fermi gli obblighi di rimborso delle spese anticipate e di quelle forfetarie.

Va ricordato che si tratta, per ora, di una legge delega: le disposizioni concrete e operative dovranno essere definite dai decreti legislativi attuativi, il cui termine di adozione scade entro sei mesi dall’entrata in vigore della legge, fissata al 16 agosto 2026, quindi entro la metà di febbraio 2027. Fino a quel momento resta in vigore la disciplina attuale, e gli studi legali – specie quelli che gestiscono negoziazioni e accordi transattivi complessi – farebbero bene a seguire da vicino i lavori dei decreti delegati, che definiranno nel dettaglio la portata pratica della solidarietà nei pagamenti e dei nuovi criteri di liquidazione.

Rubati i dati di 6,6 milioni di utenti: nel mirino patenti di guida e documenti d’identità

Times Car, marchio di car sharing del gruppo giapponese Park24, ha confermato il furto dei dati personali di circa 6,6 milioni di utenti, attuali ed ex iscritti al servizio, oltre ai partecipanti ai programmi aziendali collegati alla piattaforma. L’azienda ha reso noto di aver individuato e bloccato un accesso non autorizzato ai propri sistemi il 26 settembre; solo il 28 settembre ha confermato che si è trattato di un’effettiva sottrazione di dati, e non di un semplice tentativo di intrusione.

Tra le informazioni compromesse figurano nome e cognome, indirizzo fisico, data di nascita, numero di telefono, indirizzo email, dati della patente di guida e immagini dei documenti utilizzati per la verifica dell’identità, oltre alle password degli account, conservate in forma cifrata, e agli identificativi dei servizi collegati. Per gli account aziendali risultano esposti anche nome e reparto di appartenenza dei dipendenti. Secondo l’azienda, i dati delle carte di pagamento non sono stati coinvolti nella violazione.

Times Car ha dichiarato che le password erano “conservate in una forma non ricostruibile”, senza tuttavia specificare l’algoritmo di cifratura utilizzato, e ha precisato che al momento non risultano evidenze di diffusione dei dati rubati online. È stata avviata un’indagine forense con il supporto di esperti esterni, mentre le notifiche individuali agli utenti coinvolti procederanno per fasi successive; i servizi continuano a operare regolarmente.

Il caso, per dimensioni e natura dei dati esposti — inclusi documenti d’identità e patenti — rientra tra le violazioni più rilevanti dell’anno a livello internazionale e richiama l’attenzione anche degli operatori europei sul tema degli obblighi di notifica previsti dal GDPR in caso di data breach con dati identificativi e documenti ufficiali, particolarmente delicati per il rischio di furto d’identità e frodi correlate.

Perquisizione nello studio legale? Le garanzie valgono anche se l’avvocato è indagato

Le Sezioni Unite penali della Corte di Cassazione hanno affrontato una questione che tocca da vicino la tutela della professione forense: cosa succede quando le forze dell’ordine dispongono una perquisizione nello studio di un avvocato che è, al tempo stesso, indagato in prima persona. La decisione, comunicata all’udienza del 24 settembre 2026, stabilisce che le garanzie previste dall’articolo 103 del codice di procedura penale per ispezioni, perquisizioni e sequestri negli studi legali si applicano integralmente anche in questa ipotesi.

La vicenda nasce dal ricorso di un legale indagato per una presunta truffa contrattuale legata all’esecuzione di un contratto di locazione immobiliare, contestata nella sua veste di coamministratore di una società. Il difensore aveva impugnato il decreto di perquisizione e sequestro disposto nei suoi confronti, lamentando la violazione delle garanzie procedurali riservate agli studi legali. Il tribunale del riesame aveva respinto l’istanza, ritenendo che tali garanzie non operassero quando l’avvocato non agisce come difensore di terzi ma è lui stesso oggetto di indagine.

A rimettere la questione alle Sezioni Unite era stata l’ordinanza n. 22178/2026 della Sesta Sezione penale, che aveva rilevato un contrasto interpretativo sul punto. Al momento è nota solo la decisione nel dispositivo provvisorio: il deposito delle motivazioni complete è atteso nelle prossime settimane e chiarirà nel dettaglio i limiti e le modalità applicative del principio.

Per gli avvocati, la pronuncia ha una ricaduta pratica diretta: la tutela della segretezza professionale e degli atti difensivi custoditi nello studio non decade per il solo fatto che il titolare dello studio sia indagato. Le autorità inquirenti restano quindi vincolate alle procedure rafforzate previste dall’art. 103 c.p.p., comprese le modalità di svolgimento delle operazioni alla presenza di un rappresentante dell’ordine forense, anche quando il target dell’indagine coincide con il professionista stesso.

Garlasco, si chiudono oggi le indagini su Sempio: la difesa spera nella revisione per Stasi

Si chiudono oggi le indagini della Procura di Pavia sulla morte di Chiara Poggi, uccisa a Garlasco il 13 agosto 2007. L’atto conclusivo conferma l’impostazione già assunta a maggio, individuando in Andrea Sempio, 38 anni, l’unico indagato per l’omicidio, ma la corredano questa volta con almeno tre nuove relazioni peritali: una sulle misurazioni antropometriche, una sull’analisi delle impronte di scarpe rilevate sulla scena del crimine e una sulle tracce di Dna trovate sotto le unghie della vittima. Non è escluso, secondo quanto emerso, un ulteriore accertamento di natura psichiatrica, subordinato alla collaborazione dello stesso Sempio.

I difensori di Sempio, gli avvocati Liborio Cataliotti e Angela Taccia, hanno dichiarato di poter solo attendere di prendere visione degli atti depositati dalla Procura. Il deposito apre ora i termini per la presentazione di memorie difensive prima dell’eventuale richiesta di rinvio a giudizio, passaggio che porterebbe per la prima volta un imputato davanti a un giudice per la morte della giovane di Garlasco, diciannove anni dopo i fatti.

La vicenda giudiziaria si intreccia con un secondo procedimento parallelo, relativo ad Alberto Stasi, ex fidanzato della vittima, condannato in via definitiva per il delitto e oggi in semilibertà: i suoi legali, gli avvocati Giada Bocellari e Antonio De Rensis, lavorano da tempo a un’istanza di revisione della sentenza di condanna, che le nuove risultanze investigative su Sempio potrebbero rafforzare sotto il profilo della “prova nuova” richiesta dall’articolo 630 del codice di procedura penale.

Il caso Garlasco resta un banco di prova emblematico sui limiti della prova scientifica a distanza di quasi vent’anni dai fatti, sulla revisione del giudicato quando emergono nuovi elementi tecnici (impronte, dati dattiloscopici, profili genetici) rispetto a quelli disponibili al momento del processo originario, e sul rapporto tra due procedimenti – quello a carico di un condannato definitivo e quello a carico di un nuovo indagato – che riguardano formalmente lo stesso fatto storico.

Starship in orbita per la prima volta: successo per il razzo di Musk

SpaceX ha portato per la prima volta Starship in piena orbita terrestre. Il decollo è avvenuto oggi da Starbase, in Texas, alle 8:49 ora locale (12:49 GMT, 14:49 in Italia), all’interno della finestra di lancio prevista. La separazione tra il booster Super Heavy e la nave Ship 41 è avvenuta regolarmente a due minuti e trentaquattro secondi dal decollo.

Circa tredici minuti dopo il lancio, mentre la nave si trovava già nello spazio, si è verificato uno spegnimento imprevisto di uno dei motori Raptor 3. Per alcuni minuti SpaceX non ha reso nota la decisione operativa conseguente, lasciando aperta la possibilità di un’interruzione anticipata della missione; l’azienda ha poi confermato che il veicolo poteva comunque procedere verso l’orbita “nonostante il motore mancante”. Ship 41 ha quindi completato con successo la manovra di inserimento orbitale a un’altitudine di circa 275 chilometri, diventando il primo esemplare della storia del programma a raggiungere l’orbita terrestre dopo tredici tentativi suborbitali e quattordici lanci complessivi.

Nella fase successiva sono stati dispiegati tutti i 26 satelliti Starlink di terza generazione previsti dalla missione; tre di essi montavano telecamere destinate a ispezionare eventuali danni alle piastrelle termiche della nave durante il volo. Il programma prevede ora il completamento di sei orbite complete della Terra, con ammaraggio di booster e nave rispettivamente nel Golfo del Messico e nell’Oceano Pacifico, al largo del Cile, al termine di circa dieci ore di missione complessiva.

Il traguardo arriva dopo oltre quindici miliardi di dollari di investimento dichiarato da SpaceX nel programma e a distanza di anni dalle previsioni, rivelatesi eccessivamente ottimistiche, con cui lo stesso Elon Musk aveva indicato il 2022 come anno del primo volo orbitale. Il successo odierno, pur con l’anomalia del motore, rimuove uno degli ostacoli tecnici che finora avevano rallentato la tabella di marcia del programma, aprendo la strada alle prossime tappe dichiarate da SpaceX: il lancio ravvicinato di ulteriori costellazioni Starlink e il ruolo di Starship come veicolo di allunaggio per le missioni Artemis della Nasa, per le quali resta comunque da dimostrare, in voli futuri, il trasferimento di propellente tra veicoli in orbita.

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