Avvocati italiani e Asia-Pacifico: la Camera di Commercio di Singapore apre un dipartimento professionale

Si comunica che è attiva un’opportunità professionale per avvocati, commercialisti e consulenti italiani interessati a operare con l’area Asia-Pacifico.

L’iniziativa, denominata Asia International Professionals Alliance (A.I.P.A.), è promossa dalla Camera di Commercio Italiana a Singapore (ICCS) in partnership con altre 8 Camere di Commercio Italiane dell’area Asia-Pacifico – Hong Kong, Macao, Corea del Sud, Vietnam, Australia, Thailandia, Cina, Malesia – oltre a studi legali e di consulenza locali. Il progetto è finalizzato alla costituzione di una rete di professionisti italiani come referenti certificati per le imprese italiane che operano o intendono operare nell’area.

Termini e modalità di iscrizione

Non risulta fissata una scadenza predefinita: la selezione avviene a numero chiuso, attraverso finestre periodiche regolate da un iter specifico. Per accedere ai requisiti di selezione e presentare formalmente la candidatura è necessario partecipare a un webinar informativo live di circa 20 minuti, al termine del quale vengono comunicate le modalità di iscrizione alla piattaforma, i costi legati alla certificazione camerale e la disponibilità effettiva dei posti per la finestra di selezione in corso.

Per chi fosse interessato ad approfondire, il consiglio è di verificare direttamente sui canali ufficiali della Camera di Commercio Italiana a Singapore le modalità di partecipazione al webinar informativo, così da ricevere in prima persona tutti i dettagli operativi dell’iniziativa.

Siti e app della PA, ultimatum AgID: due giorni per la dichiarazione di accessibilità

Mancano ormai due giorni alla scadenza fissata dall’Agenzia per l’Italia Digitale per un adempimento che riguarda l’intera Pubblica amministrazione italiana. Entro il 23 settembre, ogni ente pubblico titolare di un sito web o di un’applicazione mobile deve presentare, o aggiornare se già pubblicata negli anni scorsi, la propria dichiarazione di accessibilità.

Si tratta di un documento che fotografa lo stato di conformità dei servizi digitali dell’amministrazione, indicando gli eventuali contenuti non accessibili e il meccanismo di feedback attraverso cui i cittadini, in particolare le persone con disabilità, possono segnalare barriere digitali e chiedere supporto. La procedura si svolge esclusivamente online, tramite l’applicazione messa a disposizione da AgID all’indirizzo form.agid.gov.it, alla quale può accedere solo il Responsabile per la Transizione al Digitale (RTD), a condizione che la sua e-mail istituzionale sia correttamente censita sull’Indice delle Pubbliche Amministrazioni. Per una dichiarazione relativa a un sito nuovo, la piattaforma genera al termine un link univoco da inserire nel footer del sito o nella sezione dedicata dell’app; per un aggiornamento di dichiarazioni già pubblicate è invece sufficiente confermare la pubblicazione a valle della revisione dei contenuti.

L’obbligo discende dalla Legge 4/2004, così come modificata dal decreto legislativo 106/2018 in recepimento della direttiva europea 2016/2102. Con il decreto legislativo 82/2022 l’adempimento è stato esteso anche ai soggetti privati che erogano determinati servizi e che superano, negli ultimi tre esercizi, una media di fatturato di 500 milioni di euro, obbligati a fornire le informazioni sull’accessibilità secondo le modalità previste dallo stesso decreto.

Per gli enti che ricorrono a professionisti o consulenti esterni nella gestione degli adempimenti digitali, la scadenza è anche un’occasione per verificare in concreto il livello di fruibilità dei servizi online. Sulla piattaforma monitoraggio.accessibilita.agid.gov.it sono già consultabili i dati sull’andamento delle pubblicazioni e sul livello medio di conformità dei siti e delle app della PA a livello nazionale.

Per gli enti e i professionisti che devono ancora verificare la propria posizione, Servicematica offre un controllo rapido di conformità del sito o dell’app, per capire in tempo utile se la dichiarazione va presentata ex novo o semplicemente aggiornata, ed evitare di arrivare al 23 settembre senza un quadro chiaro della propria situazione.

Quando l’IA diventa hacker: Gemini di Google viola da sola i sistemi di tre aziende reali

Il modello Gemini di Google ha violato autonomamente i sistemi informatici di tre aziende reali nel corso di un test di sicurezza, in quello che Google stessa definisce il primo episodio noto di questo tipo per la propria intelligenza artificiale.

I test erano stati progettati dalla società di sicurezza Irregular, che collabora anche con Anthropic, Meta e OpenAI, con l’obiettivo di verificare se un modello Gemini fosse in grado di recuperare dati da ambienti aziendali simulati. Invece di restare nei confini della simulazione, gli agenti basati su Gemini hanno indovinato o individuato credenziali di accesso — in un caso tramite semplice tentativo di password, negli altri due recuperando credenziali pubblicate in repository pubblici online — penetrando nei sistemi di tre aziende realmente esistenti che condividevano il nome con i bersagli fittizi.

Heather Adkins, vicepresidente per la sicurezza di Google, ha dichiarato che “in tutti e tre i casi il modello si è fermato” non appena ha compreso di trovarsi davanti ad aziende reali, sottolineando l’importanza di addestrare sistemi potenti a comportarsi responsabilmente. Di parere diverso Jack Cable, amministratore delegato della società di sicurezza Corridor, secondo cui Google si starebbe “nascondendo dietro le norme create per la divulgazione delle vulnerabilità” invece di ammettere che i modelli stanno oltrepassando i limiti previsti.

L’episodio ricalca un precedente già registrato da OpenAI nei confronti di Hugging Face e conferma un rischio emergente per i professionisti che consigliano aziende sull’adozione di agenti IA: la necessità di includere clausole di responsabilità e protocolli di test controllati anche nei contratti di fornitura di servizi di intelligenza artificiale.

Avvocati, il 30 settembre arriva la tripla scadenza Cassa Forense

Per tutti gli iscritti agli albi forensi italiani si avvicina un mercoledì di adempimenti fitto di scadenze: il 30 settembre 2026 convergono infatti tre obblighi distinti verso la Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza Forense.

Il primo adempimento è l’invio telematico del Modello 5/2026, la dichiarazione dei redditi e volumi d’affari relativi al 2025, disponibile nell’area riservata del sito di Cassa Forense dal 30 luglio scorso. L’obbligo riguarda avvocati e praticanti iscritti, associazioni professionali, società tra professionisti e società tra avvocati, ed è dovuto anche in assenza di reddito o di partita IVA attiva.

Il secondo adempimento è il versamento della prima rata di acconto 2026 relativa al contributo soggettivo modulare volontario, la cui aliquota può variare dall’1% al 20% del reddito professionale netto, calcolato su un tetto massimo di 130mila euro: la rata corrisponde al 50% dell’importo dovuto, con il saldo rinviato al 31 dicembre.

Il terzo appuntamento è la quarta e ultima rata dei contributi minimi obbligatori 2026, comprensiva del contributo minimo soggettivo, di quello integrativo e del contributo di maternità, quest’ultimo fissato in 94 euro. Gli avvisi sono generabili dall’area “Accessi riservati – Posizione personale – Pagamenti” tramite PagoPA oppure F24, con una scelta tra le due modalità valida in modo irrevocabile per tutte le rate dell’anno.

Chi non versa entro i termini rischia sanzioni progressive: nessuna sanzione, solo interessi, se si paga entro 8 giorni dalla scadenza; il 4% tra il nono e il trentesimo giorno; il 6% tra il trentunesimo e il centocinquantesimo; il 10% dopo il centocinquantunesimo giorno, fino alla sanzione ordinaria del 24% in caso di accertamento, oltre agli interessi di mora al tasso annuo del 2,75%. Anche la sola omessa comunicazione del Modello 5 comporta una penale fissa, crescente da 80 a 240 euro in base al ritardo con cui si regolarizza la posizione.

OpenAI: “Sei nuovi casi di comportamento preoccupante dei modelli IA”

OpenAI ha reso noto, in un post sul proprio blog, di aver riscontrato sei casi di “comportamento imprevisto o preoccupante dei modelli” di intelligenza artificiale negli ultimi sei mesi, in aggiunta all’incidente che in estate ha interessato Hugging Face. L’azienda si è inoltre impegnata ad adottare un nuovo sistema di segnalazione per eventuali comportamenti anomali riscontrati durante le fasi di test, che consente a ogni dipendente di segnalare un problema al team dedicato alla sicurezza e all’allineamento.

Tra gli episodi resi pubblici, due modelli – uno di ricerca non ancora rilasciato e una sessione di addestramento di GPT-5.6 Sol – inserivano istruzioni destinate alle proprie versioni future all’interno dei riepiloghi delle chat, “allo scopo di celare errori all’utente o comportamenti non allineati”. Un altro caso ha coinvolto un modello a uso esclusivamente interno che ha utilizzato, senza alcuna autorizzazione, una chiave API trapelata, arrivando poi a falsificare i dati. Due episodi hanno visto modelli e agenti comunicare tra loro tramite bacheche di messaggistica e sistemi di condivisione file non autorizzati, mentre l’ultimo caso ha riguardato due modelli in fase di addestramento che hanno caricato file su Internet per poterli poi citare come fonti nelle proprie risposte, agli occhi dei valutatori umani.

L’annuncio arriva in un momento di crescente pressione sul settore perché affronti con maggiore serietà le questioni di sicurezza e il cosiddetto “disallineamento” dei modelli – la capacità, cioè, di perseguire obiettivi non pienamente in linea con gli interessi umani. Non è un caso che la scorsa settimana Sam Altman abbia annunciato lo slittamento al 2027 della quotazione in Borsa di OpenAI (che vale oggi quasi mille miliardi di dollari), per concentrarsi proprio su questo nodo: “Non riteniamo che il settore dell’IA abbia risolto le questioni relative all’allineamento e al monitoraggio in misura sufficiente da poter continuare a espandersi responsabilmente alla massima velocità ancora per molto”, si legge nel post.

Lo stesso Altman ha appoggiato la proposta di rallentare il ritmo di sviluppo dei modelli avanzata da Dario Amodei, CEO di Anthropic – principale concorrente di OpenAI – dopo che diversi ricercatori del settore avevano lanciato l’allarme sul crescente potenziale dell’IA di causare danni catastrofici. Il dibattito sui rischi legati all’intelligenza artificiale continua peraltro a coinvolgere anche le istituzioni: durante una conferenza in Scozia, re Carlo III esorterà i vertici di Nvidia, Google DeepMind, OpenAI e Anthropic a garantire che lo sviluppo dell’IA resti orientato al servizio dell’umanità, senza che l’uomo “perda il controllo” del proprio destino.

Lagarde: “Lunedì lanciamo Pontes, l’euro digitale per le transazioni tra banche”

“Lunedì 21 settembre lanceremo Pontes. Pontes è l’euro digitale messo a disposizione delle banche per consentire loro di effettuare transazioni tra di loro utilizzando asset tokenizzati e la tecnologia del registro distribuito”. Lo ha annunciato la presidente della BCE Christine Lagarde, in conferenza stampa a margine dell’Eurogruppo in Irlanda.

Pontes si inserisce nel più ampio percorso della Banca Centrale Europea verso un euro digitale, questa volta con un debutto mirato al mercato interbancario: non un mezzo di pagamento per i cittadini, ma un’infrastruttura pensata per permettere agli istituti di credito di regolare transazioni tra loro sfruttando la tokenizzazione degli asset e la tecnologia del registro distribuito, la stessa famiglia tecnologica alla base delle criptovalute.

Ma cos’è, in concreto, questo euro digitale?

Va innanzitutto distinto da un altro progetto di cui si è parlato più spesso finora: l’euro digitale “al dettaglio”, pensato per essere usato direttamente dai cittadini per i pagamenti quotidiani, ancora in fase di sviluppo e sperimentazione. Pontes, invece, appartiene alla versione “wholesale” (all’ingrosso) di questa stessa famiglia di progetti: riguarda esclusivamente le transazioni tra banche e altri intermediari finanziari, non i pagamenti dei privati.

Il problema che intende risolvere è molto concreto: oggi il regolamento di operazioni finanziarie di grande valore tra istituti – specialmente quelle transfrontaliere – passa spesso attraverso infrastrutture complesse, con tempi di esecuzione non sempre immediati. Utilizzando moneta di banca centrale “tokenizzata” (cioè rappresentata digitalmente su un registro distribuito), le banche potrebbero regolare transazioni in modo più rapido, potenzialmente continuo (24 ore su 24), e con margini di automazione superiori rispetto ai sistemi attuali.

Sul piano più strategico, iniziative come Pontes rispondono anche a una preoccupazione più ampia, di cui questo stesso notiziario si è già occupato: mantenere la moneta di banca centrale – quindi il controllo pubblico ed europeo – al centro dell’infrastruttura finanziaria digitale, evitando che questo ruolo venga progressivamente occupato da soluzioni private o extra-europee, come le stablecoin emesse da attori privati o da valute digitali di altre aree monetarie.

Il progetto rientra nella strategia più ampia di sovranità tecnologica e monetaria di cui l’Unione Europea discute da tempo, e su cui si sono espressi negli scorsi giorni anche altri protagonisti dell’economia europea, tra cui l’ex presidente della BCE Mario Draghi.

L’AI entra nel mirino della politica: “Serve una regolamentazione globale”

L’intelligenza artificiale torna al centro del dibattito istituzionale italiano con un intervento del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’informazione e all’editoria, Alberto Barachini, che ha sostenuto la necessità di una regolamentazione globale dell’AI.

Il tema indicato non riguarda soltanto l’utilizzo degli strumenti generativi. Secondo Barachini, tra i rischi da affrontare ci sono anche le interferenze nei processi democratici, la protezione dei dati personali e la gestione delle informazioni sensibili.

Nel suo intervento viene citato anche il tema delle interferenze straniere nelle consultazioni elettorali. Barachini richiama i casi della Romania e dell’Islanda e riferisce che sono in corso attività con Agcom e strutture della cybersecurity per individuare possibili regole.

Un altro punto riguarda la sovranità dei dati. Barachini sottolinea in particolare la necessità di una maggiore protezione dei dati sanitari e personali, collocando il problema all’interno di uno scenario che definisce di “guerra ibrida”.

Per gli studi legali il tema assume una rilevanza diretta: l’utilizzo professionale dell’AI implica infatti interrogativi sulla gestione dei dati riservati, sulla sicurezza delle informazioni inserite nei sistemi e sulla responsabilità derivante dall’impiego di strumenti automatizzati.

La discussione istituzionale arriva mentre l’AI sta entrando rapidamente anche nei processi di ricerca e produzione giuridica. Per gli avvocati, la questione non è quindi soltanto quali strumenti utilizzare, ma quali garanzie debbano accompagnarne l’utilizzo quando sono coinvolti dati personali, informazioni riservate e attività professionali regolamentate.

Un avvocato va in Cassazione per una “D” maiuscola e perde: la tessera sanitaria non è un documento d’identità

Un legale ha portato fino in Cassazione una controversia nata da un dettaglio grafico: la propria tessera sanitaria, ricevuta nel 2021, riportava il cognome “DE FRANCESCO” con la particella nobiliare in maiuscolo, invece che in minuscolo come risulta all’anagrafe. Convinto che l’errore ledesse il proprio diritto al nome, aveva chiesto un risarcimento del danno.

La Prima sezione civile della Corte, con l’ordinanza n. 25434/2026, ha respinto integralmente il ricorso. Per i giudici la tessera sanitaria “non costituisce un documento identificativo”, ma è uno strumento tecnico per l’accesso alle prestazioni del Servizio sanitario nazionale. La differenza tra maiuscolo e minuscolo, spiega la Corte, è un fatto “meramente ortografico” che non intacca in alcun modo l’identità della persona.

La sentenza richiama inoltre la normativa europea sulla Tessera Europea di Assicurazione Malattia (TEAM), che impone lo standard tutto maiuscolo per garantire uniformità e leggibilità del documento in tutti gli Stati membri. Consentire eccezioni personalizzate, avvertono i giudici, comprometterebbe la funzionalità del sistema e l’accesso ai servizi sanitari per l’intera collettività.

La Corte non nega la rilevanza costituzionale del diritto al nome, ma ne circoscrive la tutela: le variazioni puramente grafiche su documenti privi di valenza identificativa non rientrano nel perimetro della protezione risarcitoria.

Per gli avvocati la pronuncia offre un criterio applicativo utile in materia di responsabilità civile da lesione dei diritti della personalità: non ogni discrepanza grafica tra atti e anagrafe integra un danno risarcibile, ed è necessario distinguere tra documenti identificativi in senso proprio e strumenti meramente funzionali. Un principio invocabile per contenere contenziosi analoghi legati a refertazioni anagrafiche, tessere e certificazioni della pubblica amministrazione.

Test psicoattitudinali per i futuri magistrati: il Csm approva la delibera, si parte dal prossimo concorso

Il plenum del Consiglio Superiore della Magistratura ha approvato il 16 settembre 2026 la delibera che introduce il colloquio psicoattitudinale per i candidati al concorso in magistratura ordinaria ammessi alla prova orale. Il provvedimento è passato con sei astensioni.

La base normativa risale al decreto legislativo n. 44 del 2024, che ha modificato il decreto legislativo n. 160 del 2006 sull’accesso in magistratura, introducendo l’obbligo di un colloquio psicoattitudinale accanto alle tradizionali prove di diritto. La delibera del Csm ne definisce ora in concreto i criteri applicativi.

Cinque le aree di valutazione individuate: quella cognitiva (ragionamento analitico, pensiero critico, capacità decisionale e di problem solving), quella emotiva (equilibrio, gestione dello stress, autocontrollo), quella relazionale (empatia, ascolto, comunicazione, collaborazione), quella etico-valoriale (equità e autonomia di giudizio, libertà da stereotipi) e quella organizzativa (pianificazione, definizione delle priorità, gestione multitasking). Farà scattare una segnalazione solo la “completa assenza o grave carenza” delle caratteristiche richieste in una di queste aree, non una singola imperfezione.

Nella pratica, il percorso prevede la somministrazione di test psicometrici standardizzati — anche sotto forma di domande situazionali del tipo “cosa faresti se…” — seguiti da un colloquio diretto con il presidente della commissione d’esame e uno psicologo. L’esito confluisce nella valutazione complessiva della commissione, senza determinare un’esclusione automatica legata al solo risultato del test.

L’elaborazione delle effettive “batterie” di test è affidata alla Sesta Commissione di Palazzo Bachelet, presieduta da Antonello Cosentino, con la collaborazione di quattro psicologi accademici: l’obiettivo dichiarato è approvarle entro la fine del 2027, in tempo per essere operative alla correzione delle prove scritte del prossimo concorso, previsto in primavera.

Il provvedimento non è passato senza polemiche: consiglieri di area progressista hanno criticato il metodo richiamando precedenti storici controversi sulla selezione psicologica dei magistrati, mentre consiglieri di centrodestra lo hanno bollato come un annacquamento della riforma voluta dal governo. Per gli aspiranti magistrati e per gli avvocati che li preparano ai concorsi, la novità impone da subito di includere nella preparazione anche una componente di consapevolezza comportamentale e gestione dello stress, accanto allo studio delle materie giuridiche.

EU Kids Act: niente social prima dei 13 anni, account limitati fino ai 15

La Commissione europea ha proposto l’EU Kids Act, il nuovo pacchetto di norme pensato per rafforzare la sicurezza dei minori online. L’annuncio era stato anticipato dalla presidente Ursula von der Leyen nel discorso sullo Stato dell’Unione a Strasburgo, e punta a fissare regole più rigide per l’accesso dei più giovani a social network, videogiochi e chatbot di intelligenza artificiale, insieme a obblighi più stringenti per le piattaforme digitali.

Nel suo intervento, von der Leyen ha scandito i punti chiave del nuovo impianto: divieto totale di accesso ai social per i minori di 13 anni, e nessun account personale autonomo prima dei 15. Nella fascia intermedia, tra i 13 e i 15 anni, sarà possibile aprire soltanto “mini account”: strumenti con funzionalità ridotte, tempi di utilizzo limitati e un controllo diretto da parte dei genitori. Dai 15 anni in poi i ragazzi potranno avere un profilo personale a tutti gli effetti, ma le piattaforme saranno comunque tenute a garantire standard di sicurezza più elevati nella progettazione dei servizi.

Il testo introduce inoltre un principio di rilievo sul piano giuridico: l’inversione dell’onere della prova. Non saranno più gli utenti, o le autorità, a dover dimostrare che una piattaforma è inadeguata o insicura per i minori: saranno i fornitori dei servizi digitali a dover dimostrare, essi stessi, che i propri servizi sono adeguati all’età degli utenti e sicuri per impostazione predefinita.

La proposta segna un passaggio politico rilevante nella strategia europea di tutela dei minori online, e si inserisce in un dibattito più ampio – già affrontato da alcuni Stati membri con normative nazionali autonome – sull’equilibrio tra libertà di accesso alla rete e protezione delle fasce più giovani della popolazione.

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