Polizza sanitaria Cassa Forense 2026-2027, tempo fino al 1° dicembre per estendere la copertura a familiari e pensionati

Gli iscritti a Cassa Forense hanno ancora alcune settimane per decidere se estendere la propria copertura sanitaria collettiva: la procedura telematica per le adesioni, resterà attiva fino al 1° dicembre 2026 e riguarda la terza annualità della polizza, valida dal 1° ottobre 2026 al 30 settembre 2027.

La copertura di base — per “grandi interventi chirurgici”, “gravi eventi morbosi” e cure oncologiche, queste ultime con massimale elevato a 30.000 euro annui — resta riconosciuta in automatico e gratuitamente ad avvocati, praticanti e pensionati in regola con le dichiarazioni reddituali, comprensiva di un check-up annuale e di un’indennità sostitutiva giornaliera tra 80 e 105 euro in caso di ricovero.

Chi è già coperto dalla polizza base può invece, solo entro il 1° dicembre, estendere la tutela al proprio nucleo familiare convivente, con un premio individuale a proprio carico che va da 250 euro per gli under 40 a 950 euro per la fascia 71-80 anni. La stessa finestra temporale vale per i pensionati cancellati dagli Albi e per i superstiti di avvocato titolari di pensione di reversibilità o indiretta, che possono aderire volontariamente ed estendere a loro volta la copertura ai familiari, fino al medesimo limite di 80 anni d’età.

Per chi cerca una tutela più ampia resta inoltre disponibile, sempre entro la stessa scadenza, il piano sanitario integrativo riservato a chi ha già aderito al piano base: copre ricoveri, day hospital, interventi ambulatoriali, alta diagnostica e visite specialistiche non comprese nella polizza di base, con premi annui che vanno da 768 a 2.400 euro in base all’età.

Le adesioni e i pagamenti — con carta di credito o bonifico — vanno perfezionati sul sito di Cassa Forense entro il 1° dicembre 2026; per chiarimenti è attivo l’indirizzo adesionicassaforense@unisalute.it.

Difensori d’ufficio, al via l’help desk straordinario del CNF per l’iscrizione nel nuovo Elenco Unico Nazionale

Il Consiglio Nazionale Forense ha attivato, a partire da lunedì 12 ottobre, un servizio straordinario di help desk telefonico e telematico a supporto degli iscritti che devono gestire le proprie posizioni nell’Elenco Unico Nazionale dei Difensori d’Ufficio attraverso la piattaforma GDU. Il servizio, comunicato dagli Ordini territoriali tra cui quello della Spezia, resterà attivo fino al 31 dicembre 2026, con orario 15:00-18:00 nei giorni feriali e orario ridotto 9:00-13:00 nelle giornate del 24 e del 31 dicembre.

L’assistenza è pensata per agevolare le istanze di inserimento, permanenza e aggiornamento nell’elenco unico, requisito indispensabile per chi intende svolgere o continuare a svolgere il ruolo di difensore d’ufficio nei procedimenti penali. Gli avvocati interessati possono contattare il numero 0645475858 oppure scrivere all’indirizzo assistenza.gdu@visura.it per segnalare problemi tecnici o amministrativi riscontrati nell’uso della piattaforma, gestita dalla società Visura per conto del CNF.

La misura si inserisce nel più ampio processo di digitalizzazione della gestione delle difese d’ufficio, che negli ultimi anni ha visto ripetuti interventi normativi e tecnici sulle modalità di iscrizione e di controllo dei requisiti di permanenza nell’elenco, con l’obiettivo dichiarato di ridurre gli errori procedurali che in passato hanno causato ritardi o contestazioni sulle nomine.

Per gli avvocati penalisti iscritti o interessati a iscriversi nell’elenco, il servizio rappresenta un’opportunità concreta per risolvere tempestivamente le criticità tecniche che spesso si traducono in mancati aggiornamenti dei dati e conseguenti sospensioni dall’elenco, con ricadute dirette sulla possibilità di ricevere nomine d’ufficio nei mesi a venire.

“Progetto Radegonda”: Milano si candida a sede mondiale della governance ONU sull’intelligenza artificiale

AmCham Italy, Assolombarda e Confcommercio Milano Lodi Monza Brianza hanno sottoscritto, durante l’assemblea generale di Assolombarda al Teatro Dal Verme, il manifesto pubblico “Milano capitale globale della governance dell’Intelligenza artificiale”. L’iniziativa, nata dal lavoro di AmCham Italy e aperta alle adesioni di tutto il territorio, punta a portare nel capoluogo lombardo un nuovo pilastro delle Nazioni Unite dedicato alla regolazione internazionale dell’IA: un progetto internamente ribattezzato “Progetto Radegonda”, in omaggio alla centrale di Santa Radegonda che nel 1883, con tecnologia Edison voluta dall’ingegnere Giuseppe Colombo, illuminò per la prima volta il Teatro alla Scala durante la prima de “La Gioconda”.

Firmatari del manifesto sono Simone Crolla, consigliere delegato di AmCham Italy, Alvise Biffi, presidente di Assolombarda, e Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio Milano Lodi Monza Brianza. All’evento erano presenti anche rettori di atenei, presidenti di istituzioni scientifiche e culturali e vertici d’impresa del territorio lombardo. Con la firma nasce un comitato promotore civico e trasversale, in cui ciascun firmatario mantiene lo stesso peso decisionale, e la presentazione ufficiale della candidatura alle istituzioni è fissata per lunedì 9 novembre, dalle 15 alle 17, a Milano.

Il contesto normativo di riferimento è la risoluzione ONU dell’agosto 2025, che ha istituito un Panel scientifico indipendente e il Global Dialogue on AI Governance: il primo incontro si è tenuto a Ginevra il 6 e 7 luglio 2026, mentre la seconda sessione è in calendario a New York il 3 e 4 maggio 2027. Secondo i promotori, la finestra utile per presentare la candidatura agli Stati membri si apre con l’insediamento del nuovo segretario generale ONU – che succederà ad António Guterres, il cui mandato scade il 31 dicembre 2026 – e si chiude con l’appuntamento di New York, in un orizzonte di circa 24 mesi. Milano non è l’unica candidata: la Corea del Sud lavora a un campus unico per le funzioni IA di sei agenzie ONU, mentre la Cina ha lanciato a Shanghai la World AI Cooperation Organization, fuori dal perimetro delle Nazioni Unite.

Simone Crolla ha spiegato che l’intelligenza artificiale “arriva ancora dagli Stati Uniti e bussa alla stessa porta”, e che il pilastro proposto non avrebbe potere di scrivere regole né di sanzionare, ma aiuterebbe gli Stati a valutare capacità e rischi dei sistemi più avanzati con criteri condivisi. I promotori hanno infine lanciato un appello perché le forze politiche, al di là delle appartenenze, sostengano la candidatura.

L’eventuale insediamento a Milano di un organismo ONU dedicato alla governance IA rappresenterebbe un polo di riferimento normativo di primo piano, con ricadute su advocacy, formazione e consulenza alle imprese del settore tecnologico.

Bancarotta fraudolenta, la Cassazione annulla una condanna per prescrizione e rinvia a giudizio sugli altri capi

La Quinta sezione penale della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 35490 depositata oggi, si è pronunciata su un procedimento per bancarotta fraudolenta collegato ai fallimenti delle società calabresi Tecnobetonaggio srl e Moviter srl. Il verdetto chiude parzialmente una vicenda giudiziaria iniziata con la sentenza di primo grado del Tribunale di Castrovillari del 17 dicembre 2021 e proseguita in appello a Catanzaro il 7 ottobre 2025.

Per uno degli imputati, già condannato a 3 anni e 8 mesi, la Cassazione ha annullato la condanna senza rinvio: i reati contestati sono stati dichiarati estinti per intervenuta prescrizione, maturata il 18 febbraio 2026. Per gli altri due imputati, condannati in appello a 3 anni e 6 mesi, la Suprema Corte ha invece disposto l’annullamento con rinvio a una diversa sezione della Corte d’appello di Catanzaro, limitatamente ai capi di imputazione relativi a bancarotta fraudolenta patrimoniale, bancarotta documentale e occultamento delle scritture contabili finalizzato a evadere le imposte.

Nelle motivazioni, la Cassazione ha chiarito che il mancato pagamento sistematico di tributi e contributi tra il 2007 e il 2009 può integrare le cosiddette “operazioni dolose” rilevanti ai fini del reato fallimentare, ma ha censurato la Corte d’appello per non aver adeguatamente motivato il contributo causale di uno degli imputati alle condotte successive alla sua cessazione dalla carica sociale, elemento che ha determinato la prescrizione. Sul fronte Moviter, i giudici hanno invece ritenuto corretta la ricostruzione delle cessioni di rami d’azienda, specificando che lo stato di illiquidità della società non esclude automaticamente il dolo, ma hanno rilevato lacune motivazionali sul momento delle presunte distrazioni di beni e sul ruolo concreto degli imputati, anche alla luce della consegna delle scritture contabili a un nuovo amministratore avvenuta l’11 maggio 2011.

Respinti invece i motivi di ricorso relativi alla bancarotta impropria da operazioni dolose contestata in relazione al fallimento Moviter, la cui motivazione d’appello è stata giudicata sufficiente dalla Suprema Corte.

La decisione offre un criterio applicativo rilevante sulla prova del nesso causale tra condotta dell’amministratore e dissesto societario, in particolare per gli amministratori cessati dalla carica prima del fallimento: un tema ricorrente nel contenzioso penale-fallimentare e nella valutazione delle responsabilità concorsuali davanti ai tribunali di merito.

Telemarketing selvaggio, Agcom sanziona due società per 822.500 euro: bloccate 191 milioni di chiamate illecite

L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha chiuso due procedimenti sanzionatori avviati nell’ambito della vigilanza sul corretto utilizzo delle numerazioni per teleselling e telemarketing, iniziata nel novembre 2025 sulla base di numerose segnalazioni dei cittadini. Con le delibere n. 229/26/CONS e 230/26/CONS, Agcom ha adottato due ordinanze ingiunzione nei confronti di Retelit Digital Services S.p.A., sanzionata per 700.000 euro, e di Tekmind S.r.l., sanzionata per 122.500 euro: un totale di 822.500 euro.

Le contestazioni riguardano la mancata attuazione delle misure a cui sono obbligati i soggetti assegnatari delle numerazioni: la verifica della correttezza dei numeri utilizzati dai call center, compresa l’individuazione di numerazioni generate tramite spoofing, e la gestione diligente delle numerazioni assegnate. Secondo Agcom, i filtri imposti agli operatori sulle chiamate internazionali con numero italiano, previsti dalla delibera n. 106/25/CONS, hanno impedito la consegna di decine di milioni di chiamate illecite originate dall’estero con numerazione italiana contraffatta, permettendo di risalire agli operatori e ai call center responsabili in Italia.

I dati diffusi dall’Autorità sono corposi: nei primi otto mesi del 2026 il filtro anti-spoofing ha bloccato circa 191 milioni di chiamate, pari al 7,2% del traffico internazionale verso l’Italia, in media 790mila al giorno. Rispetto al periodo 1-18 novembre 2025, prima dell’estensione del blocco alle numerazioni mobili, le chiamate dall’estero con numero mobile italiano contraffatto sono crollate del 95%, da 26,8 a 1,2 milioni al giorno, mentre il traffico internazionale complessivo si è ridotto di circa due terzi. Nel dettaglio, sono stati bloccati 38 milioni di contatti con numero fisso italiano, 148 milioni con numero mobile italiano e 4,6 milioni con numerazioni non conformi agli standard internazionali.

Agcom segnala anche un effetto collaterale in esaurimento: dopo un primo spostamento del traffico fraudolento verso numerazioni estere per eludere i filtri, il fenomeno si è rapidamente ridimensionato fino a tornare ai livelli precedenti, segno dell’inefficacia di questa strategia elusiva per il teleselling rivolto all’Italia.

Per gli studi legali che assistono operatori di telemarketing, società di call center o consumatori danneggiati, il provvedimento conferma l’orientamento sanzionatorio rigoroso dell’Autorità sugli obblighi di controllo delle numerazioni, un fronte di compliance telecomunicazioni/privacy sempre più rilevante anche in chiave di contenzioso civile per violazione del Codice della privacy e del Codice del consumo.

Evasione IVA, l’Agenzia delle Entrate spedisce le prime 1.400 lettere: 60 giorni per pagare o rischia il ruolo

L’Agenzia delle Entrate ha avviato l’invio di un primo blocco di circa 1.400 lettere di compliance indirizzate a contribuenti che, pur avendo emesso fatture elettroniche o trasmesso corrispettivi telematici, non hanno presentato la relativa dichiarazione IVA annuale. Il meccanismo, che punta inizialmente alle posizioni relative al 2022 (modello Iva 2023), nasce da una disposizione della legge di bilancio 2026 che ha modificato l’articolo 54-bis.1 del DPR 633/1972, il decreto IVA, e trova attuazione in un provvedimento firmato ad agosto 2026 dal direttore dell’Agenzia, Vincenzo Carbone.

Il sistema incrocia i dati già in possesso del Fisco: fatture elettroniche, corrispettivi telematici e liquidazioni periodiche IVA (LIPE), un patrimonio di circa 2,5 miliardi di documenti l’anno. Le stime indicano un recupero di circa 646 milioni di euro tra l’anno in corso e il prossimo, con una proiezione di quasi un miliardo l’anno entro il 2030.

Ogni lettera riporta un prospetto delle somme dovute, comprensivo di imposta IVA non versata, interessi e sanzione per omessa dichiarazione già ridotta a un terzo. Il contribuente ha 60 giorni di tempo dal ricevimento per scegliere tra due strade: pagare in un’unica soluzione tramite il modello F24 allegato, oppure presentare documenti e chiarimenti attraverso il servizio “Consegna documenti e istanze” nell’area riservata del sito dell’Agenzia. Non sono ammesse né rateizzazione né compensazione con crediti fiscali.

Chi non paga e non contesta entro il termine vede la somma iscritta direttamente a ruolo, con conseguente attivazione delle ordinarie procedure di riscossione coattiva: fermi amministrativi sui veicoli, iscrizioni ipotecarie e pignoramenti. Per avvocati tributaristi e commercialisti che assistono partite IVA e piccole imprese, la novità impone di monitorare per tempo la posta PEC e ordinaria dei clienti e di valutare rapidamente, entro la finestra dei 60 giorni, l’opportunità di un’istanza di autotutela o di un pagamento spontaneo per evitare l’aggravio della riscossione coattiva.

Garlasco, parte la settimana decisiva: la difesa di Sempio valuta repliche “snelle”

Il team difensivo di Andrea Sempio, indagato per l’omicidio di Chiara Poggi, si è riunito nella notte tra sabato e domenica con i propri consulenti per decidere come rispondere alle ultime relazioni tecniche della Procura di Pavia, arrivate con la discovery degli atti notificata il 28 settembre scorso.

Lo ha anticipato l’avvocato difensore Liborio Cataliotti: a differenza della prima chiusura delle indagini del 7 maggio, quando la difesa depositò cinque elaborati di controdeduzioni, questa volta i legali valutano “repliche snelle”, risposte più brevi e mirate solo sui punti ritenuti decisivi, riservandosi di chiedere una perizia super partes in una fase successiva, anche già in udienza preliminare.

Il duello tecnico tra accusa e difesa riguarda quattro elementi chiave: l’impronta palmare, che la Procura attribuisce a Sempio e la difesa ritiene non attribuibile con certezza; l’impronta di scarpa, considerata dall’accusa compatibile con il piede dell’indagato, compatibilità negata dai legali; i tempi di sopravvivenza della vittima, ricalcolati dalla consulente dell’accusa Cristina Cattaneo e contestati dal consulente della difesa Sabino Pelosi; infine il DNA sotto le unghie della vittima, già oggetto di un incidente probatorio concluso lo scorso dicembre ma interpretato in modo opposto dalle due parti.

Il termine per il deposito delle risposte scade domenica 18 ottobre. Dopo quella data la Procura dovrebbe formalizzare la richiesta di rinvio a giudizio, con successiva fissazione dell’udienza preliminare da parte del gip. Cataliotti auspica però una sospensione del procedimento in attesa di un’eventuale revisione della condanna definitiva di Alberto Stasi, ex fidanzato della vittima, condannato a 16 anni per lo stesso delitto: se necessario, l’avvocato è pronto a sollevare la questione davanti alla Corte Costituzionale. I familiari di Chiara Poggi, assistiti dall’avvocato Gian Luigi Tizzoni, non si costituiranno parte civile contro Sempio, restando però parte offesa.

Bill Gates: «Nel 2027 arriveranno brutte sorprese, l’IA è l’arma più pericolosa mai creata»

Bill Gates ha lanciato un nuovo allarme sull’intelligenza artificiale in un’intervista alla rete americana ABC News, sostenendo che il 2027 porterà “molte brutte sorprese”, soprattutto sul fronte della sicurezza informatica. Secondo il cofondatore di Microsoft, il pericolo più urgente non è che l’IA sfugga al controllo dei suoi creatori, ma che venga messa al servizio di malintenzionati per sferrare attacchi informatici su scala crescente.

Gates ha definito gli attacchi informatici potenziati dall’intelligenza artificiale la sfida più significativa che si presenterà nel prossimo anno, affermando che i sistemi di sicurezza delle stesse aziende che sviluppano IA non sono ancora sufficientemente robusti per resistere a questo tipo di minacce. Il tema della perdita di controllo sui modelli, ha precisato, “sarà necessario lavorarci su”, ma non rappresenta oggi la priorità più urgente.

Le dichiarazioni si inseriscono in una linea già tracciata da Gates a fine agosto, quando aveva proposto una tassa dedicata sulle tecnologie di IA, l’istituzione di un organismo di controllo internazionale e la riserva di determinati posti di lavoro agli esseri umani. Nell’intervista, Gates ha anche respinto la linea sostenuta dal presidente statunitense Donald Trump, secondo cui l’autoregolamentazione volontaria delle aziende di intelligenza artificiale sarebbe sufficiente a garantire la sicurezza su scala globale: per Gates, le aziende “non possono essere l’unico contrappeso” e, a suo giudizio, “non si sta facendo abbastanza” per prevenire i rischi.

Nel dibattito pubblico citato dall’articolo viene ricordato anche l’impegno di Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, che ha dichiarato di voler rallentare unilateralmente lo sviluppo dei propri modelli per ragioni di sicurezza, in controtendenza rispetto alla corsa competitiva del settore.

L’allarme di Gates rafforza l’urgenza di rivedere le policy interne su IA generativa, formazione del personale e protocolli di risposta agli incidenti informatici in vista di un 2027 definito a rischio.

Intelligenza artificiale nella giustizia, il caso Cagliari riapre il dibattito. L’OCF chiede regole e controlli indipendenti

L’intelligenza artificiale entra sempre più concretamente nelle aule di giustizia italiane, sollevando interrogativi sui limiti del suo utilizzo da parte di magistrati e avvocati. Due sviluppi recenti riportano al centro il tema: l’ordinanza n. 182/2026 della Corte d’appello di Cagliari e il nuovo intervento dell’Organismo Congressuale Forense (OCF), che chiede regole chiare, verifiche indipendenti e un coinvolgimento diretto dell’Avvocatura nella governance degli strumenti di IA destinati alla giurisdizione.

Il caso sardo riguarda una sentenza nella quale è rimasta una frase che sembra provenire da un’interazione con un chatbot: «Perfetto. Ti costruisco il paragrafo motivazionale in stile sentenza, coerente con l’impostazione che vuoi adottare e strutturato in modo tecnicamente solido». Per la Corte, la presenza di questa espressione costituisce un indizio dell’impiego di un sistema di intelligenza artificiale nella fase redazionale del provvedimento, ma non dimostra, da sola, che il giudice abbia delegato all’algoritmo l’interpretazione della legge, la valutazione delle prove o la decisione.

La pronuncia richiama l’articolo 15 della legge n. 132/2025, che riserva al magistrato queste funzioni, senza escludere l’utilizzo dell’IA come supporto alle attività preparatorie e redazionali. Il punto, dunque, non è soltanto stabilire se sia stato utilizzato un chatbot, ma verificare quale ruolo abbia concretamente svolto nella formazione della decisione.

Avvocati e giudici, due pesi e due misure?

La vicenda riapre una questione delicata: la diversa valutazione dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale da parte dei professionisti del diritto. Mentre per gli avvocati l’impiego di questi strumenti è già al centro di contestazioni legate, tra l’altro, alla produzione di citazioni inesistenti e alla mancata verifica dei risultati, nel caso del giudice la presenza di una traccia dell’IA non è stata ritenuta sufficiente a dimostrare una delega della funzione decisoria.

Il confronto, tuttavia, richiede cautela: la pronuncia non stabilisce che l’utilizzo dell’IA da parte del magistrato sia sempre legittimo, così come l’impiego da parte dell’avvocato non costituisce automaticamente una violazione. Restano centrali la verifica dei contenuti, la responsabilità professionale e il rispetto delle norme applicabili. La questione è capire quali criteri oggettivi debbano essere utilizzati per valutare le condotte di entrambi gli operatori, evitando sia divieti indiscriminati sia presunzioni di correttezza prive di verifiche concrete.

L’OCF: algoritmi verificabili e tutela della difesa

Su questo terreno si inserisce il comunicato stampa dell’OCF dell’8 ottobre 2026, intitolato «Giustizia, OCF: Avvocatura e magistratura accendono i fari sull’AI, ora regole e controlli indipendenti». L’organismo sottolinea come la diffusione dell’intelligenza artificiale nella giustizia richieda garanzie condivise, con particolare attenzione alla trasparenza degli algoritmi, alla sovranità dei dati giudiziari e alla parità di accesso agli strumenti tecnologici.

Il comunicato richiama inoltre un documento sottoscritto da oltre cinquanta dirigenti di uffici giudiziari italiani, tra cui presidenti di tribunale, presidenti di Corte d’appello e procuratori, che sollecita una valutazione pubblica e condivisa dei decreti attuativi della legge n. 132/2025. Il documento pone l’accento sulla necessità di proteggere i dati processuali e garantire che l’introduzione dell’IA non comprometta l’autonomia del giurista.

Per l’OCF, il controllo sui sistemi non può essere affidato esclusivamente a chi li sviluppa, fornisce o utilizza. Servono organismi terzi e indipendenti capaci di verificarne il funzionamento, insieme a garanzie sulla gestione dei dati contenuti negli atti processuali, nelle intercettazioni e nei fascicoli che riguardano parti, testimoni e soggetti vulnerabili.

Un altro punto centrale è la parità delle armi: l’innovazione non deve creare una giustizia nella quale magistratura, accusa e difesa dispongano di strumenti differenti senza poter conoscere e contestare il funzionamento delle tecnologie impiegate. Da qui la richiesta di un coinvolgimento stabile dell’Avvocatura nella definizione, nella sperimentazione e nel monitoraggio dei sistemi destinati agli uffici giudiziari.

La sfida è trovare regole comuni

Il caso di Cagliari e l’intervento dell’OCF affrontano due aspetti complementari dello stesso problema. Da una parte, occorre distinguere l’utilizzo dell’intelligenza artificiale come supporto redazionale dalla delega di funzioni che la legge riserva al magistrato. Dall’altra, è necessario assicurare che gli strumenti adottati siano verificabili, sicuri e compatibili con il diritto di difesa.

La sfida per il sistema giudiziario italiano sarà trasformare questi principi in regole operative, controlli effettivi e criteri di responsabilità applicabili a tutti gli operatori. L’intelligenza artificiale può contribuire a rendere più efficiente il lavoro giuridico, ma la sua introduzione non può prescindere dalla trasparenza e dalla possibilità di verificare come viene utilizzata. La decisione deve restare umana; la tecnologia, invece, deve poter essere sottoposta a controlli adeguati.

Stabilicum: la Camera approva la nuova legge elettorale, al voto nel 2027 con premio di maggioranza e preferenze

La Camera ha approvato in via definitiva la nuova legge elettorale che regolerà le prossime elezioni politiche, previste nel 2027. Il governo l’ha battezzata Stabilicum, nome che richiama l’obiettivo dichiarato del testo: evitare le fasi di incertezza post-elettorale che hanno caratterizzato diverse legislature italiane e permettere la rapida formazione di un governo sorretto da una maggioranza solida. Le opposizioni, con intento critico, la chiamano invece Melonellum.

Il sistema si fonda su un impianto proporzionale: i seggi parlamentari vengono distribuiti tra partiti e liste in proporzione ai voti ottenuti. L’elemento che differenzia lo Stabilicum da un proporzionale puro, però, è un premio di maggioranza di entità rilevante. Alla coalizione che supera il 42% dei voti sia alla Camera sia al Senato viene assegnato un premio fisso di 70 deputati e 35 senatori, con un tetto massimo di 220 deputati su 400 e 113 senatori su 200. In termini percentuali, una coalizione che raggiunge la soglia del 42% può quindi ottenere una maggioranza parlamentare compresa tra il 52% e il 55% alla Camera e tra il 52% e il 56,5% al Senato — percentuali che potrebbero risultare anche leggermente più alte, dato che il calcolo non tiene conto dei seggi assegnati nella circoscrizione Estero. È inoltre prevista una soglia di sbarramento: restano esclusi dal parlamento i partiti che non raggiungono il 3% dei voti e le coalizioni che non arrivano al 10%.

Il meccanismo del premio, calibrato su una soglia raggiungibile ma non scontata, è pensato per incentivare la formazione di coalizioni ampie prima del voto, piuttosto che alleanze di governo negoziate dopo le elezioni. Se invece nessuna coalizione dovesse superare il 42% dei voti in entrambi i rami del parlamento, il sistema resterebbe un proporzionale puro, senza premio: una configurazione che ricorda da vicino il sistema adottato nella cosiddetta Prima Repubblica, tra il 1948 e il 1992, quando i partiti si presentavano divisi alle elezioni e le maggioranze di governo nascevano da accordi politici successivi al voto. Proprio per questo, osservatori e commentatori hanno segnalato il rischio opposto a quello dichiarato dal governo: in assenza di una coalizione sopra soglia, la legge potrebbe produrre instabilità anziché la stabilità promessa dal suo stesso nome.

Un nodo giuridico rilevante riguarda le modalità di assegnazione del premio, calcolato sulla base di un unico listone nazionale che le coalizioni compongono prima delle elezioni. Questo meccanismo ha sollevato dubbi di legittimità costituzionale, in particolare per l’elezione del Senato: l’articolo 57 della Costituzione stabilisce infatti che il Senato debba essere eletto su base regionale, mentre il premio nazionale previsto dallo Stabilicum prescinde dall’esito del voto nelle singole regioni, tenendo conto soltanto del risultato complessivo a livello nazionale. Non è escluso che il tema venga sottoposto al vaglio della Corte costituzionale, come già accaduto per precedenti leggi elettorali italiane (il “Porcellum” e l’”Italicum” furono entrambi in parte dichiarati incostituzionali dalla Consulta).

La seconda novità di rilievo introdotta dal testo riguarda il voto di preferenza, assente nelle due leggi elettorali precedenti (il “Rosatellum”, in vigore dal 2017). Per ciascun collegio elettorale, ogni partito presenterà una lista di sei candidati, e gli elettori potranno esprimere fino a tre preferenze, nel rispetto di un vincolo di alternanza di genere: tra i nominativi scelti dovrà comparire almeno una donna e almeno un uomo. Non tutti i seggi, tuttavia, saranno assegnati sulla base delle preferenze: sopra i sei nomi in lista, la scheda elettorale riporterà un “capolista bloccato”, figura che non compete per le preferenze ma viene eletta automaticamente per prima, qualora il partito raggiunga un numero di voti sufficiente.

Per gli elettori e per i partiti, il risultato pratico è un sistema ibrido: una parte della rappresentanza resta nelle mani delle segreterie di partito attraverso il capolista bloccato, mentre un’altra parte torna, dopo anni di liste interamente bloccate, nella disponibilità diretta dell’elettore.

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