Giustizia, Alberto Balboni nominato sottosegretario

Nuovo ingresso ai vertici del Ministero della Giustizia. Alberto Balboni è stato nominato sottosegretario con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Presidente del Consiglio, di concerto con il ministro della Giustizia Carlo Nordio. La decisione è stata formalizzata nel corso del Consiglio dei ministri.

Avvocato, 66 anni, Balboni arriva a via Arenula dopo aver ricoperto il ruolo di presidente della Commissione Affari costituzionali del Senato, incarico che gli ha consentito di maturare una consolidata esperienza sui temi istituzionali e normativi.

Subentra a Andrea Delmastro Delle Vedove, che aveva lasciato l’incarico lo scorso 25 marzo. Il cambio si inserisce in un più ampio riassetto della squadra di Governo.

Il giuramento è avvenuto a Palazzo Chigi nelle mani della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, insieme ad altri quattro sottosegretari nominati nella stessa seduta: Mara Bizzotto al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, Paolo Barelli ai Rapporti con il Parlamento, Giampiero Cannella alla Cultura e Massimo Dell’Utri agli Esteri.


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Molti enti non sono ancora conformi alle direttive AgID: quali rischi?

Le più recenti disposizioni emanate da AgID in materia di accessibilità dei siti web segnano un ulteriore passo verso la piena digitalizzazione della pubblica amministrazione, ma allo stesso tempo mettono in evidenza un dato critico: molti enti, inclusi numerosi Ordini professionali, non risultano ancora pienamente conformi.

Il quadro normativo non lascia margini interpretativi. Gli Ordini sono tenuti a pubblicare entro il 31 marzo di ogni anno gli obiettivi di accessibilità relativi all’anno in corso, insieme allo stato di attuazione del piano per il telelavoro, come previsto dal Decreto legge n. 179/2012. Non si tratta più di buone pratiche, ma di obblighi giuridici precisi, ribaditi nelle linee guida AgID sugli strumenti informatici.

 

L’adeguamento richiesto si articola su quattro direttrici fondamentali: accessibilità e trasparenza dei servizi digitali, sicurezza e protezione dei dati personali, coerenza con il Design System della PA e corretta pubblicazione dei contenuti obbligatori. A ciò si aggiunge l’obbligo, spesso trascurato, di aggiornare annualmente la dichiarazione di accessibilità sul portale dedicato.

Le conseguenze della mancata conformità non sono soltanto formali. Gli enti inadempienti possono essere segnalati sulla piattaforma AgID con l’indicazione pubblica dello stato “non conforme”, esponendosi a richiami istituzionali e potenziali sanzioni. Ma il danno più rilevante è spesso quello reputazionale: in un contesto in cui la qualità dei servizi digitali è sempre più centrale, un sito non accessibile o non aggiornato mina la credibilità dell’Ente e la fiducia degli utenti.

In questo scenario, l’adeguamento normativo diventa anche un’opportunità. Migliorare l’accessibilità significa ampliare l’accesso ai servizi, garantire inclusione e rafforzare la qualità complessiva dell’esperienza digitale. Non è solo compliance, ma un investimento strategico.

Per accompagnare enti e Ordini in questo percorso, Servicematica mette a disposizione un supporto specialistico dedicato alle normative AgID e ACN, offrendo anche verifiche preliminari gratuite dello stato di conformità dei siti istituzionali. Tra gli interventi previsti: adeguamenti tecnici ai requisiti di accessibilità, integrazione dei sistemi di autenticazione tramite SPID, CIE e CNS, implementazione di strumenti di lettura assistita e affiancamento ai Responsabili per la Transizione Digitale.

Il messaggio è chiaro: il tempo dell’adeguamento è adesso. Rimandare espone a rischi concreti; intervenire consente invece di trasformare un obbligo in un vantaggio competitivo e istituzionale.


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Email e tracking pixel: nuove regole del Garante per la protezione dei dati personali tra consenso e trasparenza

Il tracciamento delle email entra ufficialmente nel perimetro più rigoroso della normativa privacy. Le nuove linee guida approvate dal Garante per la protezione dei dati personali fissano un principio chiaro: l’utilizzo dei cosiddetti “tracking pixel” – strumenti invisibili che consentono di sapere se un messaggio è stato aperto – comporta, nella maggior parte dei casi, obblighi di informativa e raccolta del consenso.

Si tratta di un passaggio rilevante per tutto l’ecosistema digitale: provider di servizi online, piattaforme di email marketing, gestori di newsletter e, più in generale, tutti i soggetti che inviano comunicazioni elettroniche dovranno adeguare le proprie pratiche alle nuove prescrizioni. Le regole si applicano anche ai trattamenti già in essere, che dovranno essere aggiornati entro sei mesi.

Al centro dell’intervento dell’Autorità c’è la natura “occulta” di questi strumenti. I tracking pixel, spesso impercettibili per l’utente, consentono di raccogliere informazioni sul comportamento del destinatario senza che quest’ultimo ne sia pienamente consapevole. Proprio per questa caratteristica, il loro utilizzo richiede una maggiore attenzione sotto il profilo della trasparenza.

Le finalità possono essere diverse: dal controllo della corretta consegna dei messaggi alla sicurezza contro spam e phishing, fino alla misurazione delle performance delle campagne informative o promozionali. Il ricorso a queste tecnologie è diffuso in newsletter, comunicazioni commerciali, email automatiche e messaggi di servizio.

Sul piano degli adempimenti, il riferimento resta il Regolamento generale sulla protezione dei dati. L’obbligo di informativa scatta sempre, indipendentemente dalla finalità del trattamento, e può essere assolto con modalità multilivello: un’informazione sintetica al momento della raccolta dei dati, accompagnata da un approfondimento accessibile tramite link o altri strumenti comunicativi.

Diverso il discorso per il consenso, che diventa necessario soprattutto quando il tracciamento è utilizzato per finalità di marketing o profilazione. Sono previste alcune eccezioni – ad esempio per esigenze di sicurezza o per semplici statistiche aggregate – ma nella maggior parte dei casi sarà indispensabile acquisire un assenso esplicito, che dovrà essere anche facilmente revocabile.

Per gli utenti, le possibilità di difesa restano limitate: disabilitare il caricamento automatico delle immagini può ridurre il tracciamento, ma non consente un controllo selettivo sulle diverse tipologie di pixel.


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Intelligenza artificiale nella PA: già 400 progetti attivi, spinta verso il 2026

L’intelligenza artificiale entra sempre più nel cuore della macchina pubblica italiana. Sono circa 400 i progetti di innovazione attualmente in corso nella Pubblica amministrazione, un dato che fotografa una trasformazione già avviata e destinata a crescere nei prossimi anni.

A delineare questo scenario è stato Alessio Butti nel corso di un recente evento istituzionale dedicato al rapporto tra AI, innovazione e sovranità digitale. Un’occasione per fare il punto non solo sui numeri, ma anche sulla strategia che accompagnerà il sistema pubblico verso gli obiettivi fissati al 2026.

Al centro dell’intervento, l’idea di valorizzare le esperienze già maturate a livello locale. Le iniziative sviluppate da Regioni e Province autonome vengono infatti considerate un laboratorio da cui trarre modelli replicabili su scala nazionale, in un’ottica di diffusione rapida ed efficace delle soluzioni più avanzate.

In questa direzione si inserisce il progetto Reg4IA, promosso dal Dipartimento per la trasformazione digitale della Presidenza del Consiglio, che punta a incentivare la sperimentazione di applicazioni basate sull’intelligenza artificiale nei territori. L’iniziativa può contare su una dotazione di 20 milioni di euro provenienti dal Fondo per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione, a sostegno di un ecosistema pubblico sempre più orientato ai dati e all’automazione.

Non meno rilevante il tema della governance. Il modello italiano affida un ruolo centrale a AgID e ACN, chiamate a coordinare lo sviluppo e l’adozione delle tecnologie AI in modo coerente con le esigenze di sicurezza e autonomia digitale del Paese. Una scelta che ha alimentato il dibattito politico, ma che il Governo continua a difendere come necessaria per garantire un presidio solido su un ambito strategico.


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Decreto sicurezza, la Camera penale di Cosenza attacca: “Avvocati ridotti a strumenti dello Stato”

Toni durissimi e una presa di posizione netta. La Camera Penale di Cosenza interviene sul decreto sicurezza denunciando quello che definisce un attacco simultaneo a libertà fondamentali, principi costituzionali e autonomia dell’avvocatura.

Nel comunicato diffuso nelle scorse ore, i penalisti individuano alcune disposizioni particolarmente critiche. Tra queste, la previsione del cosiddetto “fermo di prevenzione”, che consentirebbe alla polizia giudiziaria di limitare la libertà personale fino a dodici ore anche in assenza di un provvedimento dell’autorità giudiziaria. Una misura che, secondo i firmatari, solleva seri dubbi di legittimità costituzionale, soprattutto per l’assenza di obblighi stringenti di motivazione e verbalizzazione immediata.

Altre perplessità riguardano l’introduzione delle operazioni sotto copertura della polizia penitenziaria all’interno degli istituti di detenzione. La scelta viene criticata perché ritenuta sintomatica di un approccio prevalentemente repressivo, in un contesto già segnato da criticità strutturali e carenze sul piano delle condizioni detentive.

Particolarmente severo il giudizio sulla norma che lega il compenso dell’avvocato all’esito delle procedure di rimpatrio volontario. Secondo la Camera penale, si tratta di una previsione che incide sull’indipendenza della difesa e introduce una disparità di trattamento tra cittadini, subordinando di fatto l’effettività del patrocinio gratuito al raggiungimento di un risultato definito dallo Stato.

Nel documento si denuncia il rischio di una trasformazione del ruolo dell’avvocato, da garante dei diritti a figura funzionale agli obiettivi dell’amministrazione. Una prospettiva che, secondo i penalisti, contrasta con i principi costituzionali che regolano la funzione difensiva.

Alla luce di queste criticità, la Camera penale ha proclamato lo stato di agitazione, annunciando possibili iniziative più incisive e auspicando una mobilitazione condivisa con le altre componenti dell’avvocatura, dagli ordini professionali agli organismi di rappresentanza.


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Dati personali, multa da 12,5 milioni al gruppo Poste: nel mirino le app BancoPosta e Postepay

Maxi sanzione del Garante per la protezione dei dati personali nei confronti del gruppo Poste Italiane. L’Autorità ha disposto una multa complessiva di 12,5 milioni di euro per il trattamento illecito dei dati personali degli utenti, suddivisa tra Poste Italiane e Postepay.

Il provvedimento arriva al termine di un’istruttoria avviata nel 2024 a seguito di numerose segnalazioni e reclami relativi al funzionamento delle applicazioni BancoPosta e Postepay. Al centro dell’indagine, le modalità con cui veniva richiesto agli utenti di autorizzare il monitoraggio di informazioni presenti sui dispositivi mobili, comprese le applicazioni installate o in uso.

Secondo quanto rilevato dall’Autorità, il consenso al trattamento dei dati risultava di fatto necessario per accedere ai servizi, configurando un meccanismo non pienamente libero. Inoltre, le operazioni di raccolta e analisi delle informazioni sono state ritenute eccedenti rispetto agli obiettivi dichiarati di sicurezza e prevenzione delle frodi.

Le società avevano giustificato tali pratiche sostenendo la necessità di garantire la protezione delle transazioni e di rispettare la normativa sui servizi di pagamento. Tuttavia, per il Garante, le misure adottate si sono spinte oltre quanto strettamente indispensabile, incidendo in modo significativo sulla sfera privata degli utenti.

La vicenda si inserisce in un contesto già complesso: sullo stesso tema era intervenuta anche l’Autorità Antitrust con una sanzione, successivamente annullata dal giudice amministrativo. Ora il fronte si sposta nuovamente sul piano giudiziario.

In una nota ufficiale, Poste Italiane ha espresso sorpresa per la decisione, contestandone sia il merito sia i profili procedurali, in particolare per presunti ritardi nell’adozione del provvedimento. Il gruppo ha inoltre ribadito la correttezza del proprio operato e ha annunciato l’intenzione di impugnare la sanzione davanti al Tribunale di Roma.


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Decreto sicurezza, penalisti in allarme: dubbi su droga, social e nuove misure per i minori

Non si placa la mobilitazione dell’avvocatura contro il decreto sicurezza. Al centro delle contestazioni non c’è soltanto la discussa previsione sul rimborso agli avvocati nelle procedure di rimpatrio volontario dei migranti, ma anche altre disposizioni che incidono in modo significativo sul sistema penale e sulle garanzie individuali.

Le critiche più forti arrivano dall’Unione delle Camere Penali Italiane, che esprime perplessità sulla stretta in materia di stupefacenti. In particolare, viene contestata la modifica che esclude la configurabilità del fatto di lieve entità nei casi in cui la condotta sia ritenuta abituale o continuativa. Secondo i penalisti, si tratta di un intervento che rischia di snaturare la funzione originaria della norma, nata per distinguere le ipotesi di minore offensività e consentire una risposta sanzionatoria più equilibrata.

Il timore è che l’introduzione di criteri generici, come l’abitualità, finisca per comprimere la discrezionalità del giudice, impedendo una valutazione concreta del caso. Una rigidità che, secondo la categoria, si porrebbe in contrasto con i principi di proporzionalità e personalizzazione della pena, più volte richiamati anche dalla Corte Costituzionale nelle sue pronunce più recenti.

Sul piano pratico, viene evidenziato anche il rischio di un ulteriore aggravamento del sovraffollamento carcerario, senza un reale impatto sul contrasto alla criminalità organizzata, che resta il vero obiettivo dichiarato delle politiche repressive.

Ma le novità del decreto non si fermano qui. Tra le disposizioni approvate compare anche l’estensione del sequestro preventivo ai contenuti digitali: sarà possibile intervenire sui profili social personali, ordinando ai fornitori di servizi online la rimozione dei contenuti o la disabilitazione dell’accesso. Una misura che apre interrogativi delicati sul bilanciamento tra esigenze investigative e tutela dei diritti fondamentali, a partire dalla libertà di espressione.

Un ulteriore intervento riguarda poi i minori. In caso di accompagnamento negli uffici di polizia, viene previsto l’obbligo di informare tempestivamente chi esercita la responsabilità genitoriale, oltre al pubblico ministero minorile. Una disposizione che rafforza le garanzie procedurali, inserendosi nel quadro delle misure dedicate alla prevenzione e al contrasto della criminalità giovanile.


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Decreto sicurezza, fiducia senza modifiche: verso un correttivo sulla norma dei 615 euro agli avvocati

Il decreto sicurezza prosegue il suo iter parlamentare senza modifiche, almeno per ora. L’esecutivo ha scelto di non intervenire sul testo in discussione alla Camera, puntando direttamente al voto di fiducia per rispettare i tempi stretti della conversione in legge, fissata entro il 25 aprile.

La decisione arriva al termine di una giornata segnata da forti tensioni istituzionali e politiche. Al centro del confronto, la norma che prevede un rimborso di 615 euro per gli avvocati coinvolti nelle procedure di rimpatrio volontario dei migranti, compenso subordinato all’esito positivo della pratica. Una previsione che ha sollevato critiche trasversali: dall’avvocatura, che ne contesta l’impatto sull’autonomia della funzione difensiva, fino alle opposizioni, che ne denunciano i profili di possibile incostituzionalità.

Determinante, in questo quadro, il confronto tra il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, che ha portato all’impegno del governo a intervenire successivamente con un decreto correttivo. L’obiettivo è superare le criticità evidenziate, senza però rallentare l’approvazione del provvedimento principale.

La scelta di rinviare le modifiche nasce anche da esigenze procedurali: un emendamento sul testo avrebbe infatti comportato una nuova lettura parlamentare, con il rischio concreto di non rispettare la scadenza e far decadere l’intero decreto. Da qui la linea della doppia iniziativa normativa: via libera immediato al testo attuale e intervento correttivo in un secondo momento.

Intanto il clima resta teso. Le organizzazioni forensi, a partire dal Consiglio Nazionale Forense, continuano a respingere l’ipotesi di un ruolo che possa apparire funzionale agli obiettivi dell’amministrazione, ribadendo la centralità dell’indipendenza dell’avvocato. Sul piano politico, le opposizioni parlano apertamente di una misura distorsiva del diritto di difesa e annunciano battaglia in Aula.

Il passaggio alla Camera si preannuncia quindi decisivo non solo per la sorte del decreto, ma anche per l’equilibrio tra esigenze di sicurezza, garanzie costituzionali e ruolo delle professioni legali. Sullo sfondo resta l’incognita del successivo intervento correttivo, chiamato a ricomporre un nodo che, al momento, appare tutt’altro che risolto.


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Dl Pnrr, cambia il rapporto con la Pa: servizi ai minori e nuove regole digitali

Con la conversione in legge del decreto Pnrr si ridisegnano in modo significativo i rapporti tra cittadini, imprese e pubblica amministrazione, con una serie di interventi che puntano a semplificazione, digitalizzazione e maggiore certezza giuridica.

Tra le novità più rilevanti spicca l’apertura dei servizi digitali pubblici ai minori che abbiano compiuto 14 anni. I ragazzi potranno accedere autonomamente a strumenti come l’app IO e il portafoglio digitale, salvo i casi in cui la normativa richieda espressamente il coinvolgimento dei genitori. Si tratta di un passo importante verso una cittadinanza digitale più inclusiva, che riconosce ai giovani una maggiore autonomia nell’interazione con la Pa.

Sul fronte della protezione dei dati personali, viene introdotto un percorso semplificato per la segnalazione delle violazioni da parte delle microimprese. L’obiettivo è rendere più accessibile l’adempimento previsto dalla normativa europea, attraverso strumenti guidati e assistiti. Tuttavia, l’efficacia concreta della misura dipenderà dalle modalità operative che saranno definite dall’Autorità garante.

Un altro intervento riguarda il silenzio-assenso, che viene rafforzato sotto il profilo probatorio. In molti procedimenti sarà necessario disporre di un’attestazione formale che certifichi l’avvenuta formazione del consenso implicito da parte dell’amministrazione. Tale attestazione potrà essere rilasciata dalla stessa Pa oppure, in mancanza, sostituita da una dichiarazione del privato o del professionista incaricato, introducendo così maggiore certezza nei rapporti amministrativi.

Il decreto interviene anche sul principio dell’“once only”, ribadendo che cittadini e imprese non devono essere chiamati a fornire informazioni già in possesso della pubblica amministrazione. Si rafforza quindi l’obbligo di interoperabilità tra le banche dati pubbliche, con l’obiettivo di ridurre gli oneri burocratici e migliorare l’efficienza dei procedimenti.

Novità anche sul piano della giustizia amministrativa: il ricorso straordinario non sarà più deciso dal Capo dello Stato, ma passerà al Presidente del Consiglio di Stato, con una revisione delle competenze che punta a rendere più lineare il procedimento.


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Cloud sovrano, l’UE investe 180 milioni per rafforzare l’autonomia digitale

L’Unione europea accelera sul fronte della sovranità digitale con un investimento significativo nel cloud. La Commissione ha infatti assegnato un appalto del valore complessivo di 180 milioni di euro, con una durata di sei anni, destinato a garantire alle istituzioni europee l’accesso a servizi cloud conformi ai più elevati standard di sicurezza e autonomia tecnologica.

I servizi saranno forniti da quattro operatori europei selezionati attraverso una gara che ha privilegiato requisiti stringenti in termini di affidabilità, trasparenza e conformità normativa: Post Telecom con i suoi partner CleverCloud e OVHcloud, StackITScaleway e infine Proximus, che collabora con S3NS (una joint venture di Thales e Google Cloud), Clarence e Mistral. L’iniziativa rappresenta un passaggio strategico per rafforzare il controllo diretto sulle infrastrutture digitali, riducendo la dipendenza da soluzioni extraeuropee.

Alla base della selezione vi è un quadro di riferimento definito dalla Commissione che individua una serie di criteri chiave per valutare il livello di “sovranità” dei servizi cloud. Tra questi rientrano aspetti giuridici, operativi e ambientali, ma anche la sicurezza dei dati, la trasparenza delle filiere tecnologiche e la compatibilità con il diritto dell’Unione.

L’obiettivo è duplice: da un lato garantire che i dati e i sistemi critici restino sotto controllo europeo, dall’altro promuovere un ecosistema digitale competitivo e resiliente. In questo senso, l’adozione su larga scala di soluzioni cloud sviluppate in Europa viene considerata una leva fondamentale per consolidare l’autonomia strategica dell’Unione.

La Commissione si propone così come soggetto trainante di questa trasformazione, offrendo un modello concreto di applicazione dei principi di sovranità digitale. Il nuovo appalto non è solo un investimento infrastrutturale, ma anche un segnale politico e industriale: costruire un cloud europeo significa rafforzare la capacità dell’Europa di governare le proprie tecnologie e proteggere i propri dati in un contesto globale sempre più competitivo.


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