Regno Unito, il governo stringe sull’immigrazione: fine di un’epoca per i giovani europei

LONDRA — Cambiano le regole nel Regno Unito, e per tanti giovani europei — italiani in testa — potrebbe davvero chiudersi un capitolo. Il governo laburista di Keir Starmer ha annunciato una stretta senza precedenti sull’immigrazione. Ottenere un impiego sarà possibile solo per chi ha una laurea e parla inglese in modo fluente.

Una svolta netta, che segna la fine del periodo in cui a Londra si arrivava con pochi soldi e senza esperienza per fare qualsiasi lavoretto, imparare la lingua e magari lanciare la propria carriera.

Già oggi, dopo la Brexit, per lavorare nel Regno Unito serve un visto sponsorizzato, un salario minimo annuo di circa 35mila euro e una buona conoscenza dell’inglese. Ma ora sarà ancora più difficile.

Le nuove norme, presentate dalla ministra dell’Interno Yvette Cooper, prevedono il taglio di almeno 50mila arrivi di lavoratori non qualificati nel prossimo anno e limiti più rigidi ai ricongiungimenti familiari per lavoratori e studenti. Sarà inoltre necessario risiedere ininterrottamente per dieci anni nel Regno Unito prima di poter richiedere la residenza permanente.

Il governo punta così a ridurre il numero di migranti regolari, che due anni fa aveva sfiorato il milione di ingressi netti in soli dodici mesi. Un dato ritenuto insostenibile, soprattutto ora che il partito di estrema destra di Nigel Farage torna a crescere nei sondaggi.

Le nuove regole colpiranno anche settori tradizionalmente aperti agli stranieri, come sanità, assistenza e ristorazione, dove già oggi mancano oltre 100mila addetti. E chi arriverà, dovrà integrarsi e dimostrare di conoscere la lingua.

Secondo Starmer, è il momento di rimettere al lavoro i quasi 9 milioni di britannici economicamente inattivi, spesso esclusi dal mercato del lavoro anche a causa di un assistenzialismo diffuso.

Il governo annuncia inoltre sanzioni per le aziende che assumeranno stranieri senza prima aver cercato personale locale. Un cambiamento che potrebbe ridisegnare il volto cosmopolita di Londra e di molte città britanniche.

Il premier Starmer lo ha detto senza mezzi termini: «Le regole sull’immigrazione saranno molto più severe. Chi verrà qui dovrà integrarsi e contribuire. Diventare residenti sarà un privilegio, non un diritto».

E anche se a maggio, in un summit con l’UE, si discuterà di facilitare una limitata mobilità giovanile, sarà ben lontana dalla libertà di movimento di un tempo: permessi temporanei, limitati a uno o due anni.

La “Londra dei sogni” per tanti ragazzi europei sembra ormai un ricordo.


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Nei tribunali italiani i tempi della giustizia civile tornano ad allungarsi. Dopo un triennio di progressivo miglioramento, il 2024 segna un’inversione di tendenza che rischia di compromettere il raggiungimento degli obiettivi fissati dal PNRR, che prevedono una riduzione del 40% della durata dei procedimenti entro il 30 giugno 2026.

Secondo gli ultimi dati del Ministero della Giustizia, infatti, il disposition time — l’indicatore che misura il tempo medio necessario per definire un procedimento — è passato da 486 giorni nel 2023 a 488 nel 2024, segnando un incremento dello 0,4%.

Il rallentamento interessa soprattutto i tribunali di primo grado, mentre Corti d’appello e Cassazione hanno continuato a migliorare i propri tempi. Complessivamente, la riduzione del disposition time rispetto al 2019 è ora del 20,1%, ancora lontana dal traguardo previsto dal piano europeo.

A pesare sull’efficienza dei tribunali è il forte aumento dei nuovi fascicoli iscritti: +12,4% nel 2024 rispetto all’anno precedente. Le materie più critiche sono quelle legate alla cittadinanza e alla protezione internazionale, con una vera impennata di ricorsi in diversi distretti giudiziari.

Venezia è tra i tribunali più colpiti: i procedimenti in materia di cittadinanza sono cresciuti a tal punto da far salire i tempi medi del 58% in un solo anno. A incidere sono soprattutto le richieste provenienti da cittadini brasiliani discendenti di emigrati veneti tra Ottocento e Novecento.

Situazione critica anche a Trieste, dove il disposition time ha superato i 1.200 giorni (+28,4% rispetto al 2023), e all’Aquila, dove le nuove iscrizioni in materia di cittadinanza e immigrazione rappresentano oltre il 50% del contenzioso civile ordinario.

A complicare ulteriormente il quadro è stata la recente riforma Cartabia, che ha ridisegnato i tempi procedurali. La fase introduttiva dei processi si è allungata e, secondo molti presidenti di tribunale, i benefici della nuova organizzazione si vedranno solo tra qualche anno, quando ormai la scadenza del PNRR sarà alle spalle.

Per centrare gli obiettivi fissati dall’Europa, occorrerebbe una riduzione ulteriore dei tempi del 19,9% in appena due anni. Ma con carichi di lavoro in aumento, organici ridotti e flussi di ricorsi che non accennano a diminuire, il traguardo sembra oggi sempre più difficile da raggiungere.

Fonte: elaborazione del Sole 24 Ore del Lunedì su dati del ministero della Giustizia, direzione generale di Statistica.


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Nordio: “Prima l’avvocato in Costituzione, poi l’aggiornamento dell’ordinamento forense”

È la riforma costituzionale sul riconoscimento della figura dell’avvocato a rappresentare, oggi, la vera priorità nell’agenda del Ministro della Giustizia Carlo Nordio. Lo ha chiarito lui stesso intervenendo in videocollegamento al dibattito “La giustizia oggi. È giusta la legge? È giusto il processo?”, organizzato al Teatro Comunale di Siracusa dal Consiglio nazionale forense, dall’Unione dei fori siciliani e dal Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Siracusa.

Nel corso del confronto con la prima presidente della Corte di Cassazione Margherita Cassano e il presidente del CNF Francesco Greco, Nordio ha affrontato diversi nodi sul funzionamento della giustizia italiana, insistendo sulla necessità di un approccio manageriale che leghi risorse e obiettivi in modo razionale.

Ma al centro del suo intervento è arrivata la questione del ruolo dell’avvocatura: per il Guardasigilli, l’aggiornamento dell’ordinamento forense, pur importante, rimane subordinato alla riforma costituzionale. “Credo ci sia spazio in questa legislatura per introdurre l’avvocato in Costituzione, purché vi sia convergenza politica. Se questo avvenisse, tutto il resto procederebbe de plano”, ha sottolineato.

Un chiaro segnale di priorità: prima il riconoscimento costituzionale della funzione difensiva come pilastro del sistema giurisdizionale, poi l’adeguamento dell’ordinamento professionale. Una linea che il Ministro ha ribadito più volte, spiegando che il vero motore di cambiamento sarà il rafforzamento istituzionale della figura dell’avvocato all’interno della Carta.

Accanto a questo, Nordio ha evidenziato l’esigenza di definire criteri chiari per calibrare risorse e carichi di lavoro nella giustizia, promuovendo una gestione più efficiente e condivisa con tutte le componenti del sistema, avvocatura inclusa.


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Al Nord si lavora in media 255 giorni l’anno, al Sud appena 228

Al Nord si lavora in media 255 giorni all’anno, al Sud appena 228. In altre parole, gli occupati del Nord ogni 12 mesi timbrano il cartellino 27 giorni in più rispetto ai colleghi del Sud. E come si spiega questa differenza? Non certo perché al Nord impiegati e operai siano degli instancabili eroi, mentre al Sud ci sia una diffusa presenza di  “scansafatiche” che evitano uffici e fabbriche. Assolutamente no, la chiave di lettura non può essere fondata su questi luoghi comuni. Secondo l’analisi condotta dall’Ufficio studi della CGIA, invece, al Sud si lavora meno per almeno due ragioni strettamente correlate. La prima. E’ dovuta a un’economia sommersa molto diffusa che nelle regioni meridionali ha una dimensione non riscontrabile nel resto del Paese che, statisticamente, non consente di conteggiare le ore lavorate irregolarmente. La seconda.  E’ imputabile a un mercato del lavoro che nel Mezzogiorno è caratterizzato da tanta precarietà, da una diffusa presenza di part time involontario, soprattutto nei servizi, da tanti stagionali occupati nel settore ricettivo e dell’agricoltura che abbassano di molto la media delle ore lavorate.

·        Gli stacanovisti sono a Lecco, Biella e Vicenza

Gli operai e gli impiegati con il maggior numero medio di giornate lavorate durante il 2023 sono stati quelli occupati nella provincia di Lecco (264,9 giorni). Seguono i dipendenti privati di Biella (264,3), Vicenza (263,5), Lodi, (263,3), Padova (263,1), Monza-Brianza (263), Treviso (262,7) e Bergamo (262,6). Le province, infine, dove i lavoratori sono stati “meno” in ufficio o in fabbrica durante il 2023 sono quelli di Foggia (213,5 giorni), Trapani (213,3), Rimini (212,5), Nuoro (205,2) e Vibo Valentia (193,3). La media italiana è stata pari a 246,1 giorni.

·        Dove si lavora di più, le retribuzioni sono più alte

Ovviamente, nelle aree geografiche del Paese dove le ore lavorate sono più elevate, anche la produttività è maggiore e conseguentemente gli stipendi e i salari sono più pesanti. Se, come riporta la CGIA, al Nord la retribuzione media giornaliera nel 2023 era di 104 euro lordi, al Sud si è fermata a 77 euro (pari a un differenziale del 35 per cento). Per quanto concerne la produttività[1], invece, al Nord era superiore del 34 per cento rispetto a quella presente nel Sud (vedi Tab. 2). Va segnalato che le differenze salariali presenti in Italia nel settore privato sono un problema che ci trasciniamo almeno dagli inizi del secolo scorso. Purtroppo, in questi ultimi decenni il gap è sicuramente aumentato, perché le multinazionali, le utilities, le imprese medio-grandi, le società finanziarie/assicurative/bancarie che – tendenzialmente riconoscono ai propri dipendenti stipendi molto più elevati della media – sono ubicate prevalentemente nelle aree metropolitane del Nord. Non solo. Va evidenziato che queste realtà dispongono di una quota di personale con qualifiche apicali sul totale occupati molto alta (manager, dirigenti, quadri, tecnici, etc.), addetti che per contratto vanno corrisposti stipendi importanti.

·        Gli stipendi più alti sono pagati a Milano, Monza e lungo la via Emilia

Dall’analisi provinciale delle retribuzioni medie lorde pagate ai lavoratori dipendenti del settore privato emerge che, nel 2023, Milano è stata la realtà dove gli imprenditori hanno erogato gli stipendi medi più elevati: 34.343 euro. Seguono Monza-Brianza con 28.833 euro, Parma con 27.869 euro, Modena con 27.671 euro, Bologna con 27.603 euro e Reggio Emilia con 26.937 euro. In tutte queste realtà emiliane, la forte concentrazione di settori ad alta produttività e a elevato valore aggiunto – come la produzione di auto di lusso, la meccanica, l’automotive, la meccatronica, il biomedicale e l’agroalimentare – ha “garantito” agli addetti di questi territori buste paga molto pesanti. I lavoratori dipendenti più “poveri”, invece, si trovano a Trapani dove percepiscono una retribuzione media lorda annua pari a 14.854 euro, a Cosenza con 14.817 euro, a Nuoro con 14.676 euro. I più “sfortunati”, infine, lavorano a Vibo Valentia dove in un anno di lavoro hanno portato a casa solo 13.388 euro. La media italiana, infine, ammontava a 23.662 euro.

·        Più soldi con la contrattazione decentrata

Come ha avuto modo di segnalare anche il CNEL[2], il problema dei lavoratori poveri non parrebbe riconducibile ai minimi tabellari troppo bassi, ma al fatto che durante l’anno queste persone lavorano “poco”. Pertanto, più che a istituire un minimo salariale per legge andrebbe contrastato l’abuso di alcuni contratti a tempo ridotto. Altresì, dalla CGIA fanno sapere che per innalzare gli stipendi dei lavoratori dipendenti, in particolar modo di quelli con qualifiche professionali minori, bisognerebbe continuare nel taglio dell’Irpef e diffondere maggiormente la contrattazione decentrata. Avendo una quota di lavoratori coperto dalla contrattazione collettiva nazionale tra le più alte d’Europa (quasi il 99 per cento del totale dei lavoratori dipendenti del settore privato), dovremmo “spingere” per diffondere ulteriormente anche la contrattazione di secondo livello, premiando, in particolar modo, la decontribuzione e il raggiungimento di obbiettivi di produttività, anche ricorrendo ad accordi diretti tra gli imprenditori e i propri dipendenti. Così facendo, daremmo soprattutto una risposta alle maestranze del Nord e in particolar modo delle aree più urbanizzate del Paese che, a seguito del boom dell’inflazione, in questi ultimi anni hanno subito, molto più degli altri, una decisa perdita del potere d’acquisto.

·        Contratti di secondo livello: coinvolti solo 5,5 milioni di dipendenti

Nell’analisi statistica sulla contrattazione decentrata realizzata dall’ISTAT, emerge che il 23,1 per cento delle imprese con almeno 10 dipendenti del settore privato extra agricolo applica un contratto decentrato. Si stima che i lavoratori coinvolti sarebbero il 55 per cento dei dipendenti totali delle imprese con almeno 10 addetti, pari, in termini assoluti, a circa 5,5 milioni di lavoratori[3]. L’ISTAT, comunque, precisa che questi lavoratori non possono essere considerati come la platea esatta dei dipendenti coperti dalla contrattazione decentrata, in quanto, non tutti gli addetti potrebbero essere interessati dall’applicazione di questa misura.

[1] Valore aggiunto per ora lavorata

[2] Osservazioni e proposte, Elementi di riflessione sul salario minimo in Italia, Assemblea 12 ottobre 2023

[3] CNEL, XXVI Rapporto, Mercato del lavoro e contrattazione collettiva, Anno 2025


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Giudice di pace, udienza rinviata al 2031. Gli avvocati romani: “Sconcerto e preoccupazione”

Il rinvio dell’udienza del giudice di pace? Al 7 luglio del 2031! È solo l’ultimo, sconcertante esempio di una giustizia al collasso. Succede a Busto Arsizio, in Lombardia, ma la situazione è drammatica ovunque e da tutta Italia arrivano notizie di impressionanti ritardi nell’amministrazione della giustizia di prossimità.

Abbastanza da spingere il Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma, Paolo Nesta, a scrivere al Ministro della Giustizia Nordio per richiedere interventi urgenti per potenziare gli organici.

Una lettera,  scrive Nesta, che “consegue allo sconcerto creatosi a seguito del provvedimento, recentemente emesso dal Giudice di Pace di Busto Arsizio, con il quale è stata fissata l’udienza di discussione al 7 luglio 2032. Non si tratta di un errore materiale, bensì della drammatica testimonianza di una Giustizia che non è più in grado di garantire risposte ai cittadini in tempi ragionevoli, come garantito dall’art. 111 della Costituzione”.

“Il Giudice di Pace – prosegue Nesta  – rappresenta l’accesso primario alla giurisdizione per il cittadino e svolge un ruolo funzionale nella deflazione del contenzioso ordinario. Tuttavia la cronica assenza di mezzi e di risorse rende la previsione normativa una finzione giuridica, in contrasto con i principi del giusto processo e dell’efficienza dell’amministrazione della giustizia”.

A Roma, come in altri uffici giudiziari italiani, si registrano quotidianamente ritardi cronici nella fissazione delle udienze,  improvvise sospensioni delle stesse per mancanza di giudici,  ruoli congelati,  rinvii delle udienze superiori a 18 mesi e gravi disfunzioni del sistema informatico.

I dati del monitoraggio nazionale confermano una scopertura degli organici dei Giudici di Pace del 63%, con punte che nelle grandi città raggiungono l’80%. A Roma, nonostante il recente insediamento di 16 nuovi Giudici Onorari di Pace, la situazione resta critica, con un arretrato che non consente una gestione ordinata dei ruoli.

“I progressi registrati in merito alla scopertura del personale amministrativo, passata dal 40% al 32%, rappresentano un segnale positivo ma decisamente insufficiente a fronteggiare l’emergenza – conclude Nesta  – Pertanto, a nome dell’Avvocatura romana,  chiedo, con l’urgenza del caso, l’adozione di misure straordinarie per il reclutamento di Giudici di Pace, un piano di assunzioni straordinarie del personale amministrativo, il potenziamento dell’infrastruttura informatica”. Il rischio è di creare “un vulnus inaccettabile al diritto di difesa e far venire meno la fiducia del cittadino nelle Istituzioni e nello Stato di Diritto”.


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Patrocinio a spese dello Stato: nessun contributo unificato finché l’istanza è in attesa

Arriva un importante chiarimento dal Ministero della Giustizia sul patrocinio a spese dello Stato e sulle modalità di iscrizione a ruolo delle cause civili in attesa della decisione sull’ammissione al beneficio. A fare luce sulla questione è la circolare n. 81673 del 24 aprile 2025, diramata dal Dipartimento per gli affari di giustizia in risposta ai dubbi sollevati dagli uffici giudiziari a seguito delle novità introdotte dalla legge di bilancio 2025.

Il nodo nasce dalle nuove disposizioni che impediscono l’iscrizione a ruolo delle cause in mancanza del pagamento del contributo unificato, pari almeno a 43 euro. Un meccanismo che rischiava di bloccare le cause avviate da chi ha richiesto l’ammissione al gratuito patrocinio, senza però aver ancora ottenuto il relativo provvedimento.

La prassi confermata dal Ministero

Negli anni, si era consolidata una prassi che permetteva comunque di iscrivere la causa, purché fosse depositata l’istanza di ammissione debitamente protocollata dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati, con riserva di integrare il fascicolo non appena fosse disponibile il provvedimento. Una prassi che le nuove regole sembravano mettere in discussione.

Il Ministero ha però confermato la legittimità di questa procedura, sottolineando come il diritto di difesa, garantito dalla Costituzione, non possa essere sacrificato per ritardi non imputabili alla parte interessata. Gli uffici giudiziari, dunque, sono tenuti a procedere con l’iscrizione a ruolo, a patto che l’istanza sia regolarmente depositata e protocollata.

Il precedente della Cassazione

A rafforzare questa posizione interviene anche una recente sentenza della Corte di Cassazione, la n. 6888 del 14 marzo 2025, che ha ribadito il principio della retroazione degli effetti del patrocinio gratuito alla data di presentazione dell’istanza al Consiglio dell’Ordine, anche quando l’ammissione venga concessa successivamente dal giudice. In tal caso, le spese e i compensi maturati nel frattempo saranno comunque a carico dello Stato.

Le indicazioni operative

Secondo quanto stabilito dalla circolare, gli uffici giudiziari dovranno pertanto accettare il deposito degli atti e iscrivere la causa a ruolo con la sola istanza protocollata. Nel caso in cui l’ammissione venga successivamente negata e la decisione del magistrato non confermi il beneficio, le spese annotate saranno recuperate nei confronti della parte.


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Via libera definitivo al Decreto PA: stabilizzazioni e nuove assunzioni nella Giustizia

Nella seduta del 7 maggio 2025, l’Aula del Senato ha approvato in via definitiva il disegno di legge di conversione del Decreto legge n. 25/2025, il cosiddetto Decreto PA, contenente una serie di misure urgenti per il funzionamento e il rafforzamento della pubblica amministrazione. Sul testo, già passato alla Camera lo scorso 23 aprile, il Governo aveva posto la questione di fiducia. La conversione in legge arriva dunque prima della scadenza fissata per il 13 maggio.

Stabilizzazioni e potenziamento negli uffici giudiziari

Tra le modifiche più rilevanti introdotte durante l’esame parlamentare spicca un pacchetto di interventi dedicati al settore giustizia, con l’obiettivo di rafforzare gli uffici giudiziari e rendere più stabile il personale impiegato nei progetti legati al PNRR.

In particolare, viene ridotto da 24 a 12 mesi il requisito minimo di servizio continuativo per accedere alla stabilizzazione dei contratti a tempo determinato negli Uffici per il processo. Il periodo richiesto dovrà essere maturato entro il 30 giugno 2026.

3.000 nuove assunzioni e fondi per i concorsi

Il provvedimento autorizza inoltre un incremento straordinario della dotazione organica del Ministero della Giustizia, prevedendo l’assunzione di 2.600 funzionari e 400 assistenti. A copertura di queste nuove posizioni è stato stanziato un fondo di 800.000 euro per il 2025, destinato all’organizzazione delle relative procedure concorsuali.

Facoltà assunzionali prorogate fino al 2026

Un’ulteriore misura significativa riguarda la proroga delle facoltà assunzionali del Ministero della Giustizia fino al 31 dicembre 2026, in deroga alle attuali norme. Questo permetterà di proseguire le assunzioni straordinarie già previste nell’ambito delle riforme della giustizia e degli interventi amministrativi finanziati con il PNRR.

Concorsi penitenziari, idonei senza limite

Novità anche per il personale dell’amministrazione penitenziaria: fino alla fine del 2026, nei concorsi di settore non sarà applicato il limite del 20% per il numero massimo di idonei oltre i vincitori. Saranno quindi considerati idonei tutti i candidati che supereranno le prove concorsuali, indipendentemente dalla posizione raggiunta in graduatoria.


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Mediazione obbligatoria, stop all’eccezione in appello: la Cassazione chiarisce i limiti

Importante chiarimento della Corte di Cassazione in materia di mediazione obbligatoria. Con l’ordinanza n. 5474 del 2025, la Suprema Corte ha ribadito che, nelle controversie soggette a mediazione preventiva — come quelle ereditarie — l’eccezione di improcedibilità per mancato esperimento della procedura conciliativa può essere proposta soltanto nel giudizio di primo grado e, precisamente, entro la prima udienza. Se ciò non avviene, la parte decade dal diritto di sollevarla e in appello non potrà più essere fatta valere.

Il principio si fonda sul disposto dell’articolo 5, comma 2 del D.lgs. 28/2010, così come modificato dalla recente Riforma Cartabia, secondo cui l’improcedibilità deve essere eccepita dal convenuto o rilevata d’ufficio dal giudice entro la prima udienza di comparizione.

Nel caso concreto esaminato dalla Corte, relativo a una successione ereditaria, nessuna delle parti aveva sollevato l’eccezione in tempo utile e il giudice di primo grado non aveva rilevato il vizio. Di conseguenza, in appello non è stato possibile bloccare il processo per avviare una mediazione, neppure in presenza di una materia che la legge riconosce come obbligatoria per questo percorso.

La Corte ha però ricordato che il giudice d’appello mantiene la facoltà, e non l’obbligo, di disporre una mediazione anche oltre il primo grado, ma solo nei casi in cui lo ritenga utile alla definizione della controversia. Si tratta della cosiddetta “mediazione delegata propria”, prevista dal nuovo art. 5-quater del decreto legislativo sulla mediazione, norma introdotta dalla Riforma Cartabia per valorizzare la mediazione come strumento efficace e consensuale di risoluzione dei conflitti.

Diverso invece il caso della “mediazione delegata impropria”, che riguarda i procedimenti in cui la legge impone il tentativo di conciliazione prima dell’avvio del giudizio e che può essere ordinata solo entro la prima udienza di primo grado.

La pronuncia della Cassazione conferma una tendenza ormai diffusa nei tribunali italiani, dove si moltiplicano i protocolli d’intesa tra magistrati, ordini professionali e università per promuovere la cultura della mediazione. Sempre più spesso, infatti, i giudici inviano le parti in mediazione durante il processo, vedendo in questo strumento non una semplice via alternativa alla causa, ma un metodo moderno di gestione consensuale dei conflitti, che restituisce alle persone il potere di decidere il proprio destino fuori dalle aule giudiziarie.


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Decreto Sicurezza, penalisti in piazza: “Parlamento umiliato, è deriva autoritaria”

Una piazza compatta e indignata quella che ieri, a Roma, ha ospitato la protesta contro il decreto Sicurezza voluto dal governo Meloni. A promuovere la manifestazione l’Unione delle Camere Penali, con il sostegno di esponenti delle opposizioni e del mondo giuridico, esclusi i parlamentari del Movimento 5 Stelle. Tra slogan duri e interventi accorati, è stata denunciata quella che molti hanno definito «una forzatura istituzionale senza precedenti».

Ad aprire la serie di interventi il presidente dei penalisti italiani, Francesco Petrelli, che ha descritto il provvedimento come «un pericolo per i diritti fondamentali e le libertà individuali, che rischiano di essere drasticamente compressi». Tesi condivisa anche dalla vicepresidente del Senato, Anna Rossomando (Pd), che ha ricordato come «da oltre un anno il Parlamento stesse lavorando a una legge sulla sicurezza, coinvolgendo magistrati, università e sindacati. Il governo ha scelto di azzerare tutto con un decreto legge, un atto che calpesta le regole della democrazia parlamentare».

Duro anche il giudizio di Maria Elena Boschi, presidente dei deputati di Italia Viva: «In pochi minuti, il Consiglio dei ministri ha cancellato un anno di confronto e sacrificato il dibattito parlamentare. È uno sfregio alla democrazia e alla funzione del Parlamento».

Anche Alleanza Verdi e Sinistra ha fatto sentire la sua voce attraverso Ilaria Cucchi e Peppe De Cristofaro: «Questo decreto non renderà l’Italia più sicura, ma più repressiva e ingiusta. Usare la decretazione d’urgenza per ostacolare il dissenso è una deriva autoritaria».

Dalla piazza è arrivato poi il durissimo intervento di Riccardo Magi (+Europa), che ha parlato di «un mostro giuridico di 40 articoli, una mina vagante per l’ordinamento democratico». Magi ha annunciato di aver avviato personalmente un conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale, chiedendo anche ai presidenti di Camera e Senato di fare altrettanto per difendere le prerogative del Parlamento.

Presente anche Gaetano Scalise di Noi Moderati, che ha illustrato proposte di modifica, tra cui una per tutelare le detenute madri, prevedendo gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico al posto del carcere.

Sul palco si è alternato anche il magistrato Ciccio Zaccaro, segretario di AreaDg, la corrente progressista dell’Anm, che ha ribadito: «La sicurezza deve essere al servizio dei diritti e delle garanzie, altrimenti diventa autoritarismo».

Non è mancata Rita Bernardini di Nessuno Tocchi Caino, giunta al quindicesimo giorno di sciopero della fame per protestare contro il decreto e a favore di un provvedimento di indulto.


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