Marche, il nuovo portale per curatori speciali e tutori: il video tutorial

È online il nuovo Portale di iscrizione nell’elenco dei curatori speciali e/o tutori per il Tribunale per i Minorenni delle Marche, un progetto ideato dal presidente Sergio Cutrona e realizzato da Servicematica.

Il portale permette agli avvocati di registrarsi, inserire i propri dati professionali e attestare titoli, corsi di formazione ed esperienze specifiche nel settore minorile e di famiglia. Grazie all’integrazione con la Carta Nazionale dei Servizi e credenziali personalizzate, garantisce sicurezza e gestione autonoma delle informazioni.

Parallelamente, un’area dedicata consente al Tribunale di consultare schede aggiornate dei professionisti, velocizzando la selezione in base alle esigenze dei procedimenti.

Per guidare gli utenti nell’utilizzo della piattaforma è disponibile il video tutorial ufficiale sulla Web TV di Servicematica, accessibile al link:

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Diffamazione online, il blogger è responsabile se non rimuove i commenti illeciti segnalati

In rete la libertà di espressione convive con il diritto all’onore e alla reputazione, e a regolare questo difficile equilibrio arriva una nuova presa di posizione della Corte di Cassazione.

Con l’ordinanza n. 17360 depositata il 30 giugno 2025, la Terza sezione civile ha stabilito che il gestore di un blog o di una piattaforma digitale, sebbene configurabile come hosting provider non attivo, è tenuto a rimuovere tempestivamente i commenti illeciti pubblicati da terzi non appena ne acquisisca consapevolezza — anche se tale conoscenza non gli perviene tramite una comunicazione ufficiale delle autorità competenti.

Il caso e la decisione della Suprema Corte

La vicenda nasce dalla richiesta di risarcimento avanzata da un cittadino che si era ritenuto diffamato da alcuni commenti apparsi su un blog. Poiché il curatore della piattaforma non aveva provveduto a rimuoverli dopo la segnalazione, la parte lesa si era rivolta prima al Tribunale e poi alla Corte d’Appello, trovando in entrambi i casi risposta negativa.

Per i giudici di merito, infatti, il gestore del blog avrebbe avuto l’obbligo di rimozione dei commenti diffamatori solo a seguito di una comunicazione ufficiale delle autorità competenti, in quanto solo tale notifica avrebbe configurato una “conoscenza qualificata” della loro illiceità.

La Cassazione, ribaltando questa lettura, ha invece ricordato che né la normativa europea (Direttiva 2000/31/CE) né il Dlgs 70/2003 — che disciplina in Italia i servizi informatici — prevedono che la responsabilità dell’hosting provider sia subordinata a una segnalazione formale da parte di un’autorità pubblica.

Conoscenza effettiva e illiceità manifesta

Secondo la Suprema Corte, il principio cardine è che il gestore della piattaforma, pur non rispondendo automaticamente dei contenuti pubblicati da terzi, diventa responsabile nel momento in cui acquisisce effettiva consapevolezza del carattere manifestamente illecito delle informazioni.

Tale consapevolezza può derivare da qualsiasi fonte: una segnalazione della parte offesa, una notizia di stampa, o persino una presa d’atto diretta del contenuto. È vero che una comunicazione ufficiale delle autorità può semplificare la valutazione sull’illiceità, ma non è condizione necessaria per far scattare l’obbligo di intervento.

Un principio in linea con le garanzie costituzionali e comunitarie

Nel fondare questa interpretazione, la Cassazione ha richiamato la propria giurisprudenza penale (sentenza 12546/2019) e le indicazioni della Corte Costituzionale e della Corte EDU, che più volte hanno sottolineato come il diritto alla libertà di espressione debba essere bilanciato con la tutela della dignità personale e che le deroghe alla libertà di parola sono legittime quando giustificate da ragioni obiettive e razionali.

Un modello di equilibrio tra libertà di rete e responsabilità

In definitiva, la Corte ha fissato un principio chiaro:

“Il prestatore di servizi informatici che rivesta il ruolo di hosting provider non attivo è esente da responsabilità per i contenuti illeciti immessi da terzi, ma, una volta acquisita la consapevolezza della manifesta illiceità di tali contenuti — per qualsiasi via — è obbligato a rimuoverli tempestivamente per mantenere l’esenzione da responsabilità”.

Una pronuncia che aggiorna il quadro giuridico italiano sull’accountability delle piattaforme digitali, rafforzando la tutela dei diritti della personalità nel contesto della comunicazione online e confermando che anche nella società dell’informazione la responsabilità non può essere elusa dietro il paravento tecnico dell’intermediazione passiva.


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Processo del lavoro, udienza sostituita da note scritte solo con il consenso di tutte le parti

La modernizzazione della giustizia civile, spinta dall’esperienza pandemica e dalla riforma Cartabia, continua a confrontarsi con il rispetto delle garanzie processuali tradizionali, specie in ambiti sensibili come il processo del lavoro, da sempre improntato ai principi di oralità, immediatezza e concentrazione.

A dirimere una delle questioni più dibattute negli ultimi mesi è intervenuta la Corte di Cassazione a Sezioni Unite con la sentenza n. 17603/2025, chiarendo i confini di applicazione dell’articolo 127-ter del Codice di procedura civile, che consente la trattazione scritta delle udienze, anche nel rito del lavoro.

La regola: sì alle note scritte, ma solo col consenso di tutti

Le Sezioni Unite hanno affermato in modo netto che nel processo del lavoro è possibile sostituire l’udienza di discussione con il deposito di note scritte solo se tutte le parti vi consentono. Una precisazione che scioglie i dubbi interpretativi nati dopo l’entrata in vigore della riforma e del successivo decreto correttivo, che aveva lasciato aperta la questione per il rito lavoristico.

La Corte ha spiegato che la trattazione cartolare non viola i principi cardine del processo del lavoro, purché sia garantita la parità tra le parti e sia preservato il diritto di difesa. In quest’ottica, il passaggio alle note scritte rappresenta una modalità alternativa, funzionale in alcuni casi a snellire il carico delle udienze, senza tuttavia comprimere le garanzie processuali dei soggetti coinvolti.

Il deposito telematico allinea tempi e garanzie

Un altro punto toccato dalla pronuncia riguarda la gestione dei termini per il deposito delle note scritte. Secondo le Sezioni Unite, anche qualora il giudice stabilisca oltre alla data anche un orario specifico, questo non può che coincidere con l’intero orario di apertura dell’ufficio giudiziario. E, soprattutto, non può essere considerato un termine perentorio ai fini della decadenza, considerata la piena operatività del deposito telematico ormai introdotto a regime.

Significativo anche il richiamo al principio secondo cui il deposito telematico del dispositivo di sentenza è da considerarsi equivalente alla lettura in udienza, superando così definitivamente la necessità della presenza fisica delle parti per la pronuncia del dispositivo, anche nel processo del lavoro.

Costituzionalità e tutela del contraddittorio

Nel motivare la propria decisione, la Cassazione ha richiamato più volte i precedenti orientamenti costituzionali e della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, ribadendo che il principio di pubblicità dell’udienza, pur fondamentale, non ha carattere assoluto e può essere derogato in presenza di motivazioni oggettive e razionali, come le esigenze di celerità processuale e di razionalizzazione dei procedimenti civili.

L’importante è che tali deroghe non pregiudichino il contraddittorio e mantengano le parti su un piano di parità, garantendo il rispetto effettivo del diritto di difesa in tutte le fasi del giudizio.

Verso una nuova normalità per il rito lavoristico

La decisione delle Sezioni Unite consolida così una tendenza ormai evidente: quella della progressiva cameralizzazione del processo civile, compreso il processo del lavoro, in linea con le esigenze organizzative della giustizia post-pandemica e le innovazioni introdotte dal legislatore.

Resta fermo però — ed è il nodo centrale ribadito dalla Cassazione — che nel rito lavoristico, data la delicatezza delle materie trattate e la tradizionale centralità della trattazione orale, il ricorso alla modalità scritta può avvenire solo con il consenso unanime delle parti.


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Processo penale digitale in ritardo: a Milano prorogato il deposito cartaceo fino a ottobre 2025

MILANO — La digitalizzazione del processo penale continua a procedere a passo lento. Con il provvedimento n. 103/2025 del 26 giugno scorso, il Presidente del Tribunale di Milano ha deciso di prorogare fino al 31 ottobre 2025 la possibilità di depositare atti e documenti anche in modalità cartacea, affiancando così l’uso dell’Applicativo Processo Penale (APP) con il tradizionale deposito analogico.

Si conferma quindi, per altri quattro mesi, il cosiddetto regime a “doppio binario”, già in vigore in via temporanea, che consente ai soggetti abilitati — interni ed esterni — di scegliere tra formato digitale e cartaceo per specifiche fasi e tipologie di procedimenti.

Quali procedimenti coinvolti

Come stabilito dal provvedimento, il deposito in forma analogica rimane autorizzato per alcune fasi cruciali del processo penale:

  • l’udienza preliminare, prevista dal Libro V, Titolo IX del codice di procedura penale;

  • i procedimenti speciali, come l’applicazione della pena su richiesta delle parti (patteggiamento), il decreto penale di condanna e la sospensione del procedimento con messa alla prova;

  • l’udienza dibattimentale e pre-dibattimentale;

  • i riti abbreviato, direttissimo e immediato.

Restano inoltre confermati i precedenti provvedimenti relativi alla gestione cartacea delle richieste di archiviazione per i modelli n. 44.

Perché una nuova proroga

La decisione del Tribunale milanese trova il suo fondamento nell’articolo 175-bis, comma 4, del codice di procedura penale, che consente ai dirigenti degli uffici giudiziari di adottare misure organizzative specifiche in presenza di malfunzionamenti dei sistemi informatici. E nel caso dell’applicativo APP, le criticità sembrano tutt’altro che superate.

Nel provvedimento vengono segnalate lentezze operative, difficoltà di integrazione con gli altri sistemi in uso — in particolare TIAP e SICP — e ritardi nella digitalizzazione dei flussi documentali, con ripercussioni anche sulla rendicontazione degli obiettivi previsti dal PNRR.

A questo si aggiunge una formazione tecnica ancora insufficiente del personale giudiziario e dei magistrati sull’utilizzo del nuovo applicativo, oltre ai rischi concreti per la tempestiva celebrazione di procedimenti con termini particolarmente stringenti, come i giudizi direttissimi.

Una transizione ancora in salita

La proroga, spiegano dal Tribunale, si configura come una misura necessaria per assicurare la continuità operativa degli uffici giudiziari e tutelare il corretto svolgimento dei procedimenti penali, in attesa di una piena funzionalità del sistema e di una completa formazione degli operatori.

La digitalizzazione del processo penale, pur prevista ormai da anni e sostenuta dai fondi del PNRR, si conferma così una transizione complessa e graduale, con tempi più lunghi del previsto e una realtà sul territorio che fatica a stare al passo con le aspettative normative.

Il Tribunale di Milano, uno dei più grandi e importanti d’Italia, resta dunque ancora parzialmente ancorato alla carta, con il digitale che — per il momento — deve continuare a convivere con fascicoli, firme autografe e cancellerie fisiche.


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Emergenza carceri, parte il piano “Recidiva Zero”: scuola, lavoro e formazione per il reinserimento dei detenuti

ROMA — La questione carceraria torna con urgenza al centro dell’agenda istituzionale. A rilanciare il tema è stato lunedì scorso il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha definito «preoccupanti» le condizioni del sistema penitenziario italiano, chiedendo interventi immediati e concreti. Un appello raccolto dal presidente del Cnel, Renato Brunetta, che ha risposto convocando una riunione straordinaria del Segretariato permanente per l’inclusione delle persone private della libertà personale.

L’organismo, istituito nel quadro del progetto interistituzionale Recidiva Zero, nato nel 2023 grazie a un accordo tra Cnel e ministero della Giustizia, ha definito un vero e proprio cronoprogramma di attività per i prossimi mesi. L’obiettivo è ambizioso: trasformare il carcere da luogo di mera detenzione a spazio di recupero, formazione e inserimento lavorativo, come indicato dall’articolo 27 della Costituzione.

Un programma operativo già avviato

Il piano prevede la promozione di percorsi scolastici, formativi e professionali sia all’interno che all’esterno degli istituti penitenziari, accompagnato dalla pubblicazione mensile di report di monitoraggio sullo stato di avanzamento delle iniziative.

Già entro questo mese verrà presentato al ministro della Giustizia Carlo Nordio un pacchetto di osservazioni e proposte per la riforma della legge Smuraglia e per la revisione del regolamento penitenziario (Dpr 230/2000), con particolare attenzione all’organizzazione del lavoro dei detenuti.

A fornire un contributo concreto saranno anche le 16 organizzazioni datoriali che, il 17 giugno scorso, hanno firmato un protocollo d’intesa nell’ambito della seconda giornata di studi dedicata proprio al progetto Recidiva Zero.

Sostegno alle imprese e nuove opportunità digitali

Parallelamente, il ministero delle Imprese e del Made in Italy sta lavorando a un’azione specifica per incentivare le aziende interessate ad avviare attività produttive in carcere o a inserire ex detenuti nel proprio organico. In questa direzione, è stato chiesto a Cassa Depositi e Prestiti di affiancare le imprese con servizi di consulenza tecnica e supporto operativo.

Un altro tassello riguarda la sperimentazione, in otto istituti penitenziari, della piattaforma Siisl del ministero del Lavoro — il Sistema Informativo per l’Inclusione Sociale e Lavorativa — che consentirà ai detenuti di accedere a opportunità occupazionali, con l’obiettivo di estenderla progressivamente a tutte le 189 carceri italiane.

Dall’università ai call center pubblici: le nuove frontiere dell’inclusione

Non solo formazione e lavoro: il piano prevede anche di ampliare l’offerta di istruzione universitaria in carcere, introducendo punteggi premiali per gli atenei che parteciperanno al progetto, grazie a un’intesa in via di definizione con l’Anvur.

Sul fronte normativo, il Cnel si prepara a presentare un secondo disegno di legge dopo quello depositato nel maggio 2024, e una proposta innovativa per riservare ai detenuti una quota del 5% dei posti nei call center pubblici.

Un progetto aperto alla collaborazione territoriale

Ultimo, ma non meno importante, il coinvolgimento diretto delle Regioni attraverso il Programma nazionale Inclusione e lotta alla povertà, per costruire percorsi personalizzati di reinserimento sociale e lavorativo al termine della pena.

«Per trasformare il periodo di detenzione in un vero percorso di recupero e reintegrazione sociale, serve il contributo di tutte le istituzioni e del mondo produttivo», ha ribadito Brunetta. «Solo così le carceri italiane potranno diventare luoghi più umani, capaci di offrire una seconda possibilità e di ridurre realmente il rischio di recidiva».


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WhatsApp vietato sui dispositivi governativi USA: la sicurezza nazionale supera la comodità digitale

Negli Stati Uniti il Congresso ha preso una decisione netta e senza precedenti: WhatsApp non potrà più essere utilizzato sui dispositivi governativi. Entro il 30 giugno 2025, l’app dovrà essere rimossa da ogni telefono, tablet o strumento istituzionale in dotazione al personale pubblico. Non si tratta di un invito alla prudenza o di una raccomandazione, ma di un divieto motivato da ragioni di sicurezza nazionale.

Dietro questa misura, che potrebbe sembrare tecnica, si nasconde un tema molto più ampio: la sovranità digitale. Il messaggio lanciato è chiaro e forte, rivolto non solo alle agenzie governative ma a tutto il mondo pubblico: non fidatevi di piattaforme che non potete controllare completamente. La privacy oggi è una questione che si intreccia strettamente con il potere e la sicurezza dello Stato.

Il divieto si basa ufficialmente su una valutazione del Chief Administrative Officer del Congresso che evidenzia diverse criticità di WhatsApp: mancanza di trasparenza nella gestione dei dati, assenza di crittografia a livello di storage e un generale rischio elevato per l’utilizzo da parte del personale istituzionale. In sostanza, si applica il principio di precauzione: se non si può dimostrare che una piattaforma è sicura, viene esclusa.

Meta, la società proprietaria di WhatsApp, ha replicato sottolineando che la crittografia end-to-end della piattaforma garantisce un livello di sicurezza elevato, spesso superiore ad altre app autorizzate come iMessage o Microsoft Teams. Tuttavia, per le istituzioni americane non è solo una questione tecnica, ma di fiducia istituzionale. WhatsApp appartiene a un gruppo con un modello di business basato sull’estrazione massiva di dati e con una lunga storia di contenziosi in tema di privacy.

Il paradosso è che tra le app consentite ci sono soluzioni che non offrono crittografia end-to-end di default o sono integrate con sistemi cloud esterni, con problemi di interoperabilità e sicurezza. La scelta, dunque, non è soltanto tecnologica ma risponde a un criterio di sovranità: si preferiscono piattaforme che possano essere controllate e gestite all’interno dell’ecosistema governativo statunitense.

La questione della sovranità digitale è centrale. Controllare le infrastrutture tecnologiche significa controllare anche una fetta rilevante del potere e della sicurezza nazionale. Le comunicazioni dei decisori pubblici devono viaggiare su canali trasparenti, tracciabili e affidabili, senza dipendere da attori esterni difficilmente verificabili.

In Europa, il tema viene affrontato con minore urgenza. Il GDPR ha fissato regole stringenti per la protezione dei dati personali, ma nelle pubbliche amministrazioni è ancora diffuso l’uso di app come WhatsApp o Telegram per comunicazioni informali e urgenti, con server esterni all’Unioni, gestiti da soggetti privati extra-UE, creando una zona grigia di rischi. In Italia, non esiste alcun divieto formale sull’uso di WhatsApp negli enti pubblici, ma la prassi è molto diffusa, nonostante i richiami del Garante Privacy sul rispetto del principio di accountability.

Il GDPR stabilisce che ogni trattamento di dati personali deve essere lecito, limitato nelle finalità, sicuro e trasparente. Se un’app non garantisce questi requisiti, non dovrebbe essere utilizzata, indipendentemente dall’assenza di una normativa specifica che ne vieti l’uso.

Tra le alternative scelte dal Congresso americano figurano app con crittografia end-to-end, open source o integrate negli ecosistemi di proprietà, come Signal, iMessage, Wickr e Microsoft Teams, con pregi e limiti. Anche in Europa esistono soluzioni affidabili come Threema Work, Tchap, Element e Nextcloud Talk, ma sono poco adottate nelle PA.

Il problema non è solo tecnico ma culturale: manca una strategia chiara e sistemica per la comunicazione digitale istituzionale. Troppe amministrazioni scelgono la comodità invece della sicurezza e del controllo.


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Il pignoramento immobiliare non cancella l’assegnazione dei canoni: la Cassazione chiarisce i diritti dei creditori

La Corte di Cassazione ha di recente ribadito un importante principio in materia di esecuzioni immobiliari, con la sentenza n. 17195 del 2025. La decisione riguarda la gestione dei canoni di locazione di un immobile sottoposto a pignoramento, in presenza di crediti già assegnati a favore di un altro creditore.

Nel caso esaminato, una Banca aveva avviato una procedura esecutiva immobiliare nei confronti di una società in nome collettivo e di alcune persone fisiche, con l’intervento di vari altri creditori. L’immobile oggetto dell’esecuzione era locato a una società a responsabilità limitata e i canoni d’affitto relativi erano già stati assegnati in precedenza a favore di una Cassa Rurale, che vantava un credito su tali somme, comprese quelle non ancora scadute.

Il custode giudiziario nominato nell’ambito della nuova procedura sosteneva di poter riscuotere i canoni. Tuttavia, la Cassa Rurale si oppose a questa pretese, sottolineando che i crediti erano già stati oggetto di un’ordinanza di assegnazione e non facevano più parte del patrimonio del debitore esecutato. Il Tribunale di Trento ha dato ragione all’opposizione, ritenendo che i canoni non potessero essere oggetto di nuova espropriazione.

La Terza sezione civile della Cassazione ha confermato tale orientamento, precisando il criterio di prevalenza tra i creditori in situazioni simili. Il principio cardine è che l’effetto traslativo del credito relativo ai canoni locatizi ha effetto immediato con l’adozione dell’ordinanza ai sensi dell’articolo 553 del codice di procedura civile. Di conseguenza, un successivo pignoramento dell’immobile – previsto dall’articolo 555 c.p.c. – riguarda l’immobile ormai privo dei frutti civili rappresentati dai canoni, che sono stati già trasferiti al creditore assegnatario.

In altre parole, il pignoramento successivo dell’immobile non può incidere sui canoni già assegnati, né legittima l’adozione di provvedimenti che incidano su tali somme all’interno della nuova procedura esecutiva. La Corte ha sottolineato che un’eventuale ordinanza del giudice che tenti di attribuire nuovamente tali canoni o di coinvolgerli nella nuova esecuzione sarebbe da considerarsi abnorme, in quanto riguarda un bene che è già fuori dal patrimonio oggetto della procedura.

La sentenza chiarisce, quindi, che l’assegnazione dei crediti da canoni locatizi ha efficacia immediata e definitiva, facendo venir meno ogni potere degli altri creditori di pignorare o agire su tali somme una volta trasferite.

Il principio di diritto espresso dalla Cassazione recita che l’ordinanza che assegna i canoni determina il trasferimento immediato del credito al creditore assegnatario, che ne diventa titolare esclusivo. L’immobile, pur continuando a essere oggetto di pignoramento, non comprende più quei frutti civili, i canoni appunto, e nessun provvedimento della nuova esecuzione può modificarne la titolarità o disporne diversamente.


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Responsabilità condominiali, la Cassazione chiarisce: chi commette l’illecito risponde, a prescindere da chi abbia iniziato

Quando più condomini contribuiscono a una situazione illecita su una parte comune dell’edificio, la responsabilità può ricadere su ciascuno di essi, senza che rilevi chi abbia dato inizio alla condotta dannosa. A ribadirlo è la Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 17237 depositata il 27 giugno 2025, intervenendo su una controversia condominiale legata alla riduzione della luce naturale nel vano scala di un condominio.

Il caso aveva avuto origine dalla contestazione di un condomino che lamentava la diminuzione della luminosità di una finestra affacciata sulla scala condominiale. Secondo quanto emerso, un vicino aveva installato dei pannelli che oscuravano parzialmente la vetrata, successivamente integrati da altri elementi in cartongesso collocati da un ulteriore condomino. La Corte d’appello, intervenuta in secondo grado, aveva accolto solo parzialmente le doglianze, ritenendo che l’intervento successivo non avesse aggravato in maniera significativa la situazione, considerato che la chiusura era già stata operata dal primo condomino.

La questione è quindi approdata in Cassazione. Il ricorrente ha sostenuto che il giudice di merito avesse errato nel valutare irrilevante il contributo successivo alla situazione di oscuramento, trascurando il principio giuridico per cui, in presenza di più comportamenti illeciti concorrenti, ciascun autore è responsabile per l’intero danno, a prescindere dall’ordine cronologico con cui le condotte siano state poste in essere.

Accogliendo il ricorso, la Suprema Corte ha sottolineato come in ambito condominiale – così come nelle obbligazioni solidali previste dal codice civile – la responsabilità per il danno prodotto alla cosa comune ricada indifferentemente su ciascuno degli autori delle condotte illecite. Il principio è stato formalmente enunciato: “anche in tema di rapporti condominiali, del fatto illecito di un condomino che si aggiunga a quello di altro condomino nei confronti della cosa comune può essere chiamato a rispondere indifferentemente l’uno o l’altro, senza che debba aversi riguardo alla priorità nella commissione del fatto”.

La Corte ha richiamato precedenti consolidati che regolano la solidarietà tra più responsabili di un danno, richiamando gli articoli 2043 e 2055 del codice civile. Il primo stabilisce l’obbligo di risarcimento a carico di chi commette un fatto doloso o colposo; il secondo disciplina i casi in cui più soggetti contribuiscono al medesimo evento dannoso, prevedendo la responsabilità solidale di tutti gli autori verso il danneggiato.

Nell’occasione, i giudici di legittimità hanno accolto anche ulteriori motivi di ricorso relativi all’omessa valutazione di aspetti del regolamento condominiale e alla realizzazione di modifiche agli infissi senza le necessarie autorizzazioni.

La decisione, oltre a definire la responsabilità concorrente dei condomini in casi analoghi, riafferma il principio secondo cui la tutela della cosa comune e il rispetto delle regole condominiali non possono essere vanificati dalla frammentazione delle condotte illecite nel tempo o tra più soggetti.


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Giustizia, scontro istituzionale sulla relazione della Cassazione sul decreto Sicurezza

Roma, 1 luglio 2025 – Scontro istituzionale tra il ministero della Giustizia e la magistratura in seguito alla pubblicazione di una relazione tecnica dell’Ufficio del Massimario della Corte di Cassazione, dedicata al recente decreto Sicurezza. Il documento, di natura giuridica, solleva numerose perplessità sul piano costituzionale e applicativo, attirando la reazione del guardasigilli Carlo Nordio, che ha chiesto chiarimenti sulla diffusione del testo e avviato un’istruttoria per verificare le modalità di divulgazione.

La relazione, elaborata dall’organo della Suprema Corte incaricato di supportare l’interpretazione giurisprudenziale, analizza nel dettaglio il provvedimento approvato dal governo e già convertito in legge, evidenziando criticità relative alla mancata sussistenza dei requisiti di urgenza e alla possibile violazione di principi costituzionali, in particolare riguardo al diritto di manifestazione, di sciopero e alla libertà personale.

Secondo il ministro della Giustizia, la questione non riguarda tanto il merito delle osservazioni, quanto la loro circolazione. Nordio ha disposto che il suo dicastero acquisisca formalmente il documento e verifichi se il regime di pubblicità seguito sia conforme alle procedure ordinarie. Una posizione che ha provocato la ferma replica dell’Associazione nazionale magistrati (Anm), che ha difeso il carattere tecnico e pubblico delle relazioni del Massimario, sottolineando come esse rappresentino un contributo al dibattito giuridico e non un atto politico.

Il confronto tra le parti riflette una tensione più ampia tra il potere esecutivo e quello giudiziario. Il governo accusa la magistratura di voler condizionare l’indirizzo legislativo, mentre l’Anm denuncia tentativi di limitare il ruolo critico e tecnico dei magistrati nella valutazione delle norme. Sul punto sono intervenuti anche esponenti della maggioranza parlamentare, come il senatore Maurizio Gasparri, che ha definito il documento una provocazione e ribadito la necessità di riformare profondamente il sistema giudiziario.

Nel merito, la relazione formula una lunga serie di rilievi. Viene evidenziata, tra le altre cose, l’eterogeneità dei contenuti del decreto e la carenza di motivazioni straordinarie che ne giustifichino l’urgenza. Criticità sono state individuate anche in relazione ad alcune nuove norme penali introdotte, giudicate potenzialmente lesive dei diritti fondamentali e a rischio di violare il principio di proporzionalità previsto dalla Costituzione.

La vicenda rischia di riaprire il dibattito sulla collocazione e sui poteri reciproci delle istituzioni nell’ordinamento democratico. Le relazioni del Massimario, seppur prive di valore vincolante, possono infatti orientare il lavoro dei giudici e costituire un punto di riferimento per eventuali future pronunce di legittimità costituzionale. Per questo motivo il loro ruolo viene considerato strategico, non solo in sede giuridica ma anche nel confronto tra istituzioni.

Lo scontro si inserisce in una stagione già segnata da tensioni sul fronte giustizia, dalle polemiche sulla separazione delle carriere alla riforma del Consiglio superiore della magistratura. La relazione continuerà a circolare e alimenterà inevitabilmente il dibattito politico e istituzionale, in attesa di chiarimenti ufficiali e di eventuali nuove prese di posizione.


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Tribunale online, al via la seconda fase di sperimentazione: nuovi servizi e Roma tra le sedi pilota

Roma, 1° luglio 2025 – Prosegue il percorso di digitalizzazione della giustizia con la seconda fase di sperimentazione del ‘Tribunale Online’, la piattaforma realizzata dalla Direzione generale per i servizi applicativi – Dipartimento per l’innovazione tecnologica del Ministero della Giustizia, con il supporto dei fondi del PON Governance 2014-2020, in coerenza con le priorità del PNRR.

Avviata il 1° marzo 2024, la sperimentazione del Tribunale Online ha reso possibile il deposito telematico delle istanze in alcuni procedimenti di volontaria giurisdizione, come l’amministrazione di sostegno, la gestione di eredità giacente e la nomina del curatore.

Dal 1° luglio 2025, l’offerta di servizi si amplia ulteriormente con nuove tipologie di istanze disponibili online, tra cui la nomina del cancelliere o del notaio incaricato dell’inventario, l’autorizzazione alla vendita dei beni ereditari, l’istanza di proroga per l’inventario e le autorizzazioni del giudice tutelare per gli atti di straordinaria amministrazione.

Contestualmente, cresce anche la rete dei Tribunali coinvolti nella sperimentazione: alle sette sedi giudiziarie già attive – Catania, Catanzaro, L’Aquila, Marsala, Napoli Nord, Trento e Verona – si aggiunge il Tribunale di Roma.

Il portale, accessibile da qualsiasi dispositivo e dotato di un’interfaccia semplice e intuitiva, è composto da una sezione pubblica informativa e da un’area riservata, dove i cittadini – previa autenticazione digitale (con SPID, CIE o CNS) – possono presentare online alcune istanze di volontaria giurisdizione e monitorarne lo stato di avanzamento.

Con questa seconda fase, la piattaforma si arricchisce di nuove funzionalità, offrendo ai cittadini la possibilità di svolgere un numero crescente di attività in modo sempre più semplice, rapido e digitale. Nei prossimi mesi, il Tribunale Online continuerà ad evolversi con l’introduzione di ulteriori servizi e strumenti pensati per migliorare e ampliare l’esperienza d’uso, con l’obiettivo di estenderlo progressivamente a tutti i Tribunali sul territorio nazionale, per una giustizia sempre più accessibile e vicina alle persone.


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