Global tax, l’intesa al G7 mette in bilico le web tax europee

Bruxelles, 1 luglio 2025 – Il recente accordo siglato al G7 sulla minimum global tax riapre tensioni tra Stati Uniti e Unione Europea in tema di tassazione digitale. Se da una parte le istituzioni comunitarie confermano che le norme europee sui mercati e i servizi digitali resteranno intatte, dall’altra il nuovo quadro fiscale potrebbe rendere molto più difficile portare avanti i progetti di tassazione specifica sui colossi tecnologici, a livello sia nazionale che comunitario.

Al centro della questione c’è la minimum tax globale al 15%, concepita per contrastare l’elusione fiscale delle multinazionali che spostano i profitti verso paradisi fiscali. Nata nell’ambito dei lavori OCSE e approvata in linea di principio già quattro anni fa, questa imposta avrebbe dovuto colpire soprattutto i giganti del digitale, che da anni realizzano enormi profitti in Europa e nel mondo pur mantenendo la sede fiscale in paesi a bassa imposizione.

La novità introdotta nell’intesa raggiunta tra i Paesi del G7, tuttavia, prevede una significativa esenzione per le aziende americane, in particolare per quelle tecnologiche, sulla base della tassazione già applicata negli Stati Uniti attraverso il regime GILTI (Global Intangible Low-Taxed Income). Una deroga che, pur non modificando formalmente le normative UE — come il Digital Markets Act e il Digital Services Act, orientati a regolare concorrenza e tutela degli utenti più che il prelievo fiscale — rischia di svuotare di forza politica e negoziale la proposta di una web tax europea.

Da anni Bruxelles discute infatti la possibilità di introdurre una tassa unificata a livello UE sui servizi digitali, sulla scia delle imposte già attive in Italia, Francia, Spagna, Austria e Regno Unito. Misure che, nate per garantire equità fiscale e finanziare servizi pubblici essenziali, si trovano ora a rischio di dismissione o sospensione, poiché il nuovo assetto internazionale riduce lo spazio d’azione degli Stati membri in questo ambito.

La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha ribadito che una fiscalità equa resta una priorità strategica per l’Europa e che è essenziale per sostenere servizi fondamentali e attrarre investimenti. Tuttavia, l’accordo raggiunto dal G7 complica i piani europei, rendendo più difficile non solo il mantenimento delle attuali digital services taxes nazionali, ma anche l’avvio di una web tax comunitaria in grado di riequilibrare la concorrenza fiscale con i giganti del digitale.

A complicare ulteriormente il quadro, il commissario europeo al Commercio, Maros Sefcovic, è atteso a Washington per riprendere i colloqui sui dazi e tentare di mediare su questioni ancora aperte nel dialogo economico transatlantico. Un confronto reso più delicato proprio dall’intesa fiscale del G7, che priva Bruxelles di una delle leve negoziali più incisive.

Resta ora da capire come si muoveranno i singoli governi nazionali, stretti tra la necessità di garantire entrate fiscali e il rispetto dei nuovi equilibri internazionali. Quel che è certo è che la questione fiscale digitale resta una delle partite più complesse e decisive nella ridefinizione delle relazioni economiche tra Europa e Stati Uniti e, più in generale, nella governance della globalizzazione economica nell’era digitale.


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Logistica e appalti, l’intelligenza artificiale ridefinisce i confini della legalità: crescono i rischi di irregolarità nella gestione dei contratti

Negli ultimi anni il settore della logistica è diventato uno degli ambiti più esposti al rischio di irregolarità nella gestione dei contratti di appalto e subappalto, soprattutto a causa della frammentazione della filiera produttiva e del frequente ricorso a esternalizzazioni massive. Una situazione già complessa, alla quale oggi si aggiunge un nuovo elemento di criticità: l’introduzione di sistemi digitali avanzati e di intelligenza artificiale utilizzati direttamente dai committenti per monitorare e gestire le attività affidate in appalto.

Se da un lato queste tecnologie consentono di efficientare i processi produttivi e migliorare l’organizzazione del lavoro, dall’altro rischiano di compromettere i presupposti giuridici che garantiscono la legittimità degli appalti. Secondo la normativa vigente — in particolare l’articolo 1655 del codice civile e l’articolo 29 del decreto legislativo 276/2003 — perché un appalto sia considerato genuino, è necessario che l’appaltatore disponga di una propria autonomia organizzativa, assuma il rischio d’impresa e detenga i poteri diretti di gestione, organizzazione e controllo sui lavoratori impiegati.

Il problema emerge quando i sistemi di gestione digitale e le piattaforme di monitoraggio installate o controllate dal committente interferiscono con questi poteri, indirizzando e condizionando direttamente le attività degli appaltatori. In questi casi si crea il rischio concreto che si configuri un appalto privo di autonomia gestionale o, peggio, una somministrazione illecita o fraudolenta di manodopera, con tutte le conseguenze giuridiche e sanzionatorie previste dalla legge.

Il settore ha già da tempo avviato una serie di contromisure per contrastare l’illegalità diffusa negli appalti logistici, come l’adozione di protocolli di legalità, sistemi di reverse charge, linee guida condivise e il cosiddetto progetto “cruscotto”, un sistema documentale certificato per la verifica della regolarità degli operatori logistici. A ciò si è aggiunto, con il rinnovo del contratto collettivo nazionale di settore nel dicembre scorso, l’introduzione di un sistema di qualificazione della filiera, pensato per selezionare imprese affidabili e garantire un equilibrio tra efficienza produttiva e rispetto delle normative in materia di lavoro, previdenza, fisco e sicurezza.

Tuttavia, questi strumenti, per quanto fondamentali, non sono ancora sufficienti a contrastare il rischio crescente legato alla gestione digitale centralizzata. Diverse pronunce recenti della magistratura e degli organi ispettivi hanno infatti messo in evidenza come l’utilizzo da parte del committente di sistemi tecnologici in grado di determinare modalità e tempi di esecuzione delle attività possa incidere direttamente sull’esercizio dei poteri datoriali, rendendo illegittimo l’appalto per mancanza dei requisiti essenziali richiesti dalla legge.

Il rischio maggiore si manifesta proprio nei contratti che, dietro una apparente legittimità formale, celano situazioni di interposizione di manodopera, somministrazione irregolare o utilizzo di società filtro, fenomeni che la giurisprudenza sta sempre più spesso riconducendo a responsabilità penali, a partire dalla rilevazione di fatturazioni per operazioni inesistenti collegate a pseudo-appalti.

Il combinato tra tecnologia, esternalizzazione e rapporti di forza nella filiera logistica rende quindi imprescindibile un intervento di regolamentazione chiaro e aggiornato. È necessario definire limiti e condizioni per l’utilizzo di sistemi digitali e intelligenza artificiale all’interno dei processi produttivi in appalto, distinguendo nettamente tra strumenti che restano sotto il controllo dell’appaltatore e quelli gestiti dal committente.

Solo attraverso una disciplina puntuale e il rafforzamento dei controlli sarà possibile garantire che le innovazioni tecnologiche, invece di rappresentare un nuovo strumento per aggirare norme e tutele, diventino un’opportunità per migliorare l’efficienza produttiva nel pieno rispetto dei diritti dei lavoratori e delle regole di legalità economica.


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Nuove regole per carriera e merito nella pubblica amministrazione: via libera definitivo dal Governo

Roma, 30 giugno 2025 – Cambia il sistema di progressione e valutazione del personale nella pubblica amministrazione. Con il via libera definitivo del Consiglio dei ministri, il disegno di legge sul merito e sulla leadership per i dirigenti pubblici è pronto a fare il suo ingresso in Parlamento.

Il provvedimento introduce nuovi criteri per la misurazione della performance e per lo sviluppo professionale dei dipendenti pubblici, puntando a premiare i risultati raggiunti e non più soltanto l’anzianità di servizio. Sarà possibile ottenere un incremento retributivo progressivo collegato direttamente al merito, estendendo il sistema anche a Regioni, Province e Comuni, incluse le autonomie speciali.

Tra le principali innovazioni c’è l’apertura di percorsi di carriera riservati ai funzionari, che potranno concorrere per una quota del 30% dei posti disponibili da dirigente di seconda fascia ogni anno. La selezione avverrà attraverso bandi pubblici riservati a chi avrà maturato almeno cinque anni di servizio nella propria area o due anni in quella di elevata qualificazione.

Le candidature saranno esaminate da una commissione composta da sette membri, tra dirigenti interni, esperti esterni e un dirigente generale di altra amministrazione. La procedura di selezione prevede colloqui individuali, valutazioni delle attività svolte e prove pratiche, con un’attenzione specifica alle capacità di leadership e gestione dei gruppi di lavoro.

Il nuovo incarico dirigenziale avrà durata triennale e potrà essere rinnovato una sola volta. Al termine del primo mandato, un’ulteriore commissione valuterà i risultati conseguiti per confermare o meno il ruolo.

Nella stessa seduta, il Consiglio dei ministri ha inoltre approvato un emendamento al decreto fiscale che prevede un contributo straordinario di 500 euro destinato alle famiglie che, dopo 18 mesi di assegno di inclusione, non riceveranno più il sussidio tra luglio e ottobre 2025. Stanziati complessivamente 250 milioni di euro per coprire l’intervento a favore di circa 500 mila nuclei familiari.

Approvata anche la proroga della copertura Inail per studenti e personale scolastico, a tutela della sicurezza negli ambienti educativi.


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Precari della giustizia in piazza: senza stabilizzazioni a rischio il funzionamento dei tribunali

Si è svolta ieri una giornata di mobilitazione davanti ai principali palazzi di giustizia pugliesi. A Bari, Lecce, Foggia e Taranto centinaia di lavoratori del settore giudiziario hanno partecipato ai sit-in promossi a livello nazionale da Cgil, Uil e Usb per chiedere al Governo garanzie sul loro futuro occupazionale.

A preoccupare sono i circa 12mila contratti a tempo determinato attivati in tutta Italia per rafforzare l’organico degli uffici giudiziari grazie ai fondi del PNRR. Tra questi, in Puglia, sono 600 i funzionari – molti dei quali inseriti nell’ufficio del processo – che vedranno scadere il proprio rapporto di lavoro il 30 giugno 2026.

Secondo i sindacati, le intenzioni del Governo punterebbero a stabilizzare solo una parte di queste figure, una scelta che rischierebbe di compromettere il funzionamento della macchina giudiziaria. L’introduzione di questi profili professionali, infatti, ha permesso negli ultimi anni di ridurre sensibilmente i tempi dei procedimenti e di recuperare buona parte dell’arretrato.

La protesta ha coinvolto non solo i lavoratori, ma anche i magistrati, che hanno espresso il loro sostegno all’iniziativa. Diverse presidenze di tribunale e dirigenti amministrativi hanno manifestato la necessità di mantenere operative le strutture dell’ufficio del processo anche oltre la scadenza dei contratti, evidenziando come questa modalità organizzativa sia ormai diventata parte integrante e irrinunciabile dell’attività giudiziaria.

In parallelo alla richiesta di stabilizzazione, le organizzazioni sindacali sollecitano l’avvio di un confronto per aggiornare gli accordi integrativi interni, fermi da oltre un decennio, e per valorizzare adeguatamente il personale, sia a tempo determinato che a tempo indeterminato.

Il timore diffuso è che, in assenza di interventi concreti, il sistema giudiziario possa tornare a rallentare drasticamente, vanificando gli sforzi compiuti grazie al contributo dei funzionari precari e rischiando di compromettere il diritto dei cittadini a un servizio giustizia rapido ed efficiente.


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Diffamazione e reati minori: la parte civile potrà appellare anche dopo il proscioglimento

Un importante chiarimento arriva dalle Sezioni Unite penali della Corte di Cassazione con la sentenza n. 23406 del 23 giugno 2025. Al centro della decisione, un nodo interpretativo sorto dopo la riforma Cartabia, riguardante il diritto della parte civile di proporre appello contro le sentenze di proscioglimento del Giudice di pace per reati di minore gravità.

La vicenda trae origine da un procedimento penale celebrato davanti al Giudice di pace di Torino. L’imputato era accusato di diffamazione per aver affermato che un dirigente di una società fosse sottoposto a procedimento disciplinare. Il giudice aveva assolto l’imputato «perché il fatto non sussiste». Contro tale decisione la parte civile — il soggetto diffamato, anche in qualità di rappresentante della società coinvolta — aveva proposto appello, rivendicando il diritto al risarcimento dei danni civili derivanti dal reato.

Il Tribunale di Torino aveva però sollevato un dubbio interpretativo, considerando che, a seguito della riforma introdotta con il d.lgs. 10 ottobre 2022, n. 150, le sentenze di proscioglimento per reati puniti con la sola pena pecuniaria o con pena alternativa — come appunto la diffamazione — sono diventate inappellabili per l’imputato e il pubblico ministero. La questione era se questa inappellabilità valesse anche per la parte civile.

La Quinta Sezione penale della Cassazione, rilevando un contrasto giurisprudenziale sul punto, ha rimesso la decisione alle Sezioni Unite. Il quesito di fondo era: la parte civile che non ha chiesto la citazione a giudizio può comunque appellare, ai soli effetti civili, la sentenza di assoluzione pronunciata dal Giudice di pace per un reato di questo tipo?

La risposta delle Sezioni Unite è stata netta: sì, la parte civile mantiene tale facoltà. Il principio espresso dalla Suprema Corte è che le modifiche normative introdotte non hanno inciso sulla possibilità per la parte civile di impugnare le sentenze di proscioglimento, ai soli fini della responsabilità civile, ai sensi dell’art. 576 del codice di procedura penale.

La ratio è chiara: l’inappellabilità delle sentenze di proscioglimento per i reati minori, prevista dall’art. 593, comma 3, cod. proc. pen., riguarda solo il pubblico ministero e l’imputato, non la parte civile, il cui diritto a tutelare le proprie ragioni in sede civile rimane integro. Un orientamento, questo, coerente anche con la sentenza della Corte costituzionale n. 173 del 2022, che aveva già dichiarato l’illegittimità di norme che ostacolavano la domanda risarcitoria della parte civile in casi di particolare tenuità del fatto.


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Sentenze pubbliche, dati personali riservati: il TAR Lazio ferma l’oscuramento indiscriminato

Trasparenza della giustizia e tutela dei dati personali: dove sta il giusto equilibrio? La questione torna d’attualità dopo la decisione del TAR Lazio, che con la sentenza n. 7625 del 17 aprile 2025 ha chiarito i limiti e le modalità con cui i dati personali possono essere oscurati nei provvedimenti giudiziari pubblicati online.

In Italia, la regola generale è che le sentenze, una volta depositate, siano pubbliche e accessibili a tutti. Tuttavia, per specifiche e limitate ipotesi, la legge consente di oscurare i dati personali dei soggetti coinvolti. È quanto stabilisce il Codice della Privacy (d.lgs. n. 196/2003) agli articoli 51 e 52, che prevedono la possibilità di chiedere l’oscuramento per motivi legittimi, oppure impongono la riservatezza in caso di delicate vicende personali come rapporti di famiglia o situazioni che riguardano minori.

La Corte di Cassazione aveva già ribadito questo principio con la sentenza n. 7588 del 21 marzo 2025, ma è stato il TAR Lazio a intervenire sul caso concreto: il Ministero della Giustizia, con un provvedimento datato 1° dicembre 2023, aveva disposto l’oscuramento sistematico di tutti i dati personali contenuti nei provvedimenti pubblicati nella banca dati pubblica di merito. Una decisione che il tribunale amministrativo ha definito illegittima, in quanto in contrasto non solo con le norme nazionali, ma anche con l’art. 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU) e l’art. 111 della Costituzione, che garantiscono la pubblicità dei processi e delle sentenze.

Il TAR ha sottolineato come il principio di pubblicità non si esaurisca con la celebrazione dell’udienza, ma debba estendersi anche alla sentenza, che «di regola deve essere disponibile in maniera integrale al pubblico». Solo il giudice procedente, e non un’autorità amministrativa, può disporre limitazioni all’accessibilità dei provvedimenti per ragioni specifiche e motivate.

Anche il diritto europeo si muove in questa direzione: l’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea impone infatti che chiunque abbia diritto a un processo equo e pubblico, con pronunce rese pubbliche, salvo casi eccezionali giustificati dalla tutela di interessi superiori.

Un’altra precisazione importante arriva dal TAR Lazio sulla disciplina dei procedimenti arbitrali: anche in caso di deposito di un lodo arbitrale ai sensi dell’art. 825 c.p.c., la parte può chiedere agli arbitri l’oscuramento prima della pronuncia, con l’obbligo di annotare tale richiesta sul lodo stesso.

In conclusione, la recente pronuncia rafforza una linea giurisprudenziale che da anni riconosce valore costituzionale e sovranazionale alla pubblicità delle sentenze, prevedendo tuttavia cautele mirate, mai indiscriminate. La diffusione dei provvedimenti integrali resta la regola, mentre l’oscuramento costituisce l’eccezione, ammissibile solo in presenza di motivi legittimi debitamente documentati e valutati dall’autorità giudiziaria.


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Liberi dalla routine, schiavi dell’algoritmo: il vero rischio dell’AI

ROMA — Ogni convegno sull’intelligenza artificiale finisce con lo stesso mantra: più tempo per la creatività, meno per le incombenze noiose. I sostenitori della rivoluzione digitale annunciano un futuro in cui gli algoritmi si occuperanno delle mansioni ripetitive, mentre gli esseri umani potranno finalmente dedicarsi ad attività strategiche, progettuali, creative. Ma è davvero così semplice?

A ben guardare, il quadro è più complesso di quanto gli slogan lascino intendere. Perché se in teoria l’AI libera tempo prezioso, nella pratica impone una radicale riorganizzazione dei processi lavorativi e dei ruoli professionali. Non si tratta soltanto di redistribuire i compiti: è necessario ripensare il modello stesso di azienda e di lavoro costruito negli ultimi vent’anni.

Chi oggi è già nel mondo professionale dovrà adattarsi a una logica in cui uomini e macchine collaborano in team multidisciplinari, in un continuo gioco di ingegneria dei processi. L’approccio “AI First”, che pone l’intelligenza artificiale al centro dell’attività produttiva, richiede infatti di ridefinire compiti, divisioni e obiettivi. E questo cambiamento non avrà gli stessi tempi né lo stesso impatto per tutti.

Il rischio di un eterno “stage digitale”

Per i più pessimisti, il nuovo paradigma porterà a una lunga fase di controllo umano della qualità dei risultati generati dall’intelligenza artificiale. Esperti e manager senior dovranno supervisionare le macchine, istruendole e correggendole, prima di potersi affidare ai loro automatismi. È la cosiddetta fase human in the loop: l’uomo interviene all’inizio e alla fine del processo, alimentando e verificando il lavoro dell’algoritmo.

Solo successivamente — e nessuno è in grado di prevedere quando — si entrerà nella fase di vera co-evoluzione tra AI e lavoratori, come immaginano i teorici più ottimisti. Una fase che con tutta probabilità riguarderà soprattutto le nuove generazioni, già abituate a utilizzare strumenti come ChatGPT per i compiti di scuola e per studiare.

L’allarme per i giovani cervelli

Proprio su questo punto si concentra una recente ricerca del Media Lab del MIT, che solleva dubbi importanti sull’impatto dell’uso precoce dei modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) sulle capacità cognitive dei più giovani. Lo studio, ancora in attesa di peer review e condotto su un campione limitato, suggerisce che l’abuso di queste tecnologie potrebbe compromettere lo sviluppo dell’autonomia di pensiero e delle abilità di ragionamento.

Secondo l’autrice della ricerca, Nataliya Kosmyna, i cervelli in formazione sarebbero i più vulnerabili agli effetti di una delega eccessiva all’intelligenza artificiale. Il rischio è quello di abituarsi troppo presto alla comodità di risposte facili e immediate, a scapito dell’elaborazione critica e della costruzione autonoma del sapere.

Un futuro più creativo, ma più fragile?

Il paradosso, dunque, è dietro l’angolo: avremo più tempo libero dai compiti ripetitivi, ma non è detto che saremo davvero più preparati a utilizzarlo in modo intelligente e costruttivo. Il lavoro del futuro sarà, forse, più creativo, ma le competenze necessarie per gestirlo non si improvvisano. Serviranno nuove capacità, non solo digitali ma anche cognitive, e un’attenzione particolare alle ricadute sociali, psicologiche e formative di questa rivoluzione.

Perché il rischio vero non è solo quello di perdere posti di lavoro, ma di perdere capacità, senso critico e autonomia di pensiero. E in una società iperconnessa e automatizzata, è una prospettiva da non sottovalutare.


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Giustizia a rischio paralisi: ad Alessandria metà degli amministrativi senza contratto tra un anno

ALESSANDRIA — La giustizia rischia di restare senza personale. È l’allarme lanciato dalle rappresentanze sindacali del Tribunale di Alessandria, dove entro un anno metà del personale amministrativo potrebbe trovarsi senza contratto. Dei circa 80 dipendenti oggi operativi nel palazzo di giustizia alessandrino, 40 hanno un contratto in scadenza il 30 giugno 2026, facendo parte dei 12.000 precari della giustizia assunti negli ultimi anni grazie ai fondi del PNRR per rafforzare gli uffici giudiziari italiani.

Secondo quanto previsto dal Ministero della Giustizia, solo il 50% di questi lavoratori potrebbe essere stabilizzato. Una prospettiva che, se confermata, dal 1° luglio 2026 lascerebbe disoccupati circa 6.000 dipendenti su scala nazionale e priverebbe Alessandria di metà del personale amministrativo, figure essenziali per il funzionamento quotidiano di cancellerie, uffici per il processo e archivi digitali.

Il cuore amministrativo della giustizia locale

Tra i contratti in scadenza figurano addetti all’Ufficio per il Processo, operatori data entry e tecnici amministrativi selezionati tramite concorso pubblico, oggi indispensabili per tenere in piedi un apparato giudiziario da anni in sofferenza per mancate assunzioni e carenze strutturali. La loro attività ha garantito in questi anni l’operatività di un Tribunale già appesantito dall’accorpamento di sedi giudiziarie provinciali e dall’estensione della competenza territoriale fino ad alcuni comuni della provincia di Asti.

Le rappresentanze sindacali unitarie del Tribunale, attraverso una nota congiunta firmata da USB P.I. Giustizia, UNSA, Confintesa e FP CGIL, hanno definito il piano ministeriale di stabilizzazione “fumoso” e carente di trasparenza, lamentando l’assenza di criteri chiari per la selezione dei lavoratori da confermare.

Sindacati sul piede di guerra

Per i sindacati, l’ipotesi di dimezzare l’organico è inaccettabile. I lavoratori precari — tutti vincitori di concorso e già ampiamente formati — sono considerati indispensabili per la tenuta del sistema. Un loro allontanamento produrrebbe un effetto devastante in un settore pubblico cruciale come quello della giustizia, soprattutto alla luce dei prossimi pensionamenti tra il personale di ruolo, destinati a svuotare ulteriormente gli uffici.

«È assurdo pensare di ridurre ulteriormente l’organico» hanno denunciato le RSU, ricordando come la cronica carenza di personale sia una delle cause principali dei rallentamenti nei procedimenti e della difficoltà a garantire servizi efficienti ai cittadini.

Assemblea pubblica il 1° luglio

Per richiamare l’attenzione sulla questione, è stata convocata per il 1° luglio 2025 un’assemblea pubblica presso l’Aula Assise del Palazzo di Giustizia, dalle 9.30 alle 11.30. Un appuntamento simbolico e concreto, a un anno esatto dalla possibile scadenza dei contratti, che vedrà la partecipazione di magistrati e istituzioni giudiziarie locali. Sono previsti gli interventi del Presidente del Tribunale Paolo Rampini, della Presidente della Sezione Civile Antonella Dragotto e della Presidente della Sezione Penale Maria Teresa Guaschino.

L’incontro sarà l’occasione per fare il punto sulla situazione e ribadire la richiesta di un intervento politico deciso, capace di salvaguardare i posti di lavoro e garantire continuità ed efficienza al servizio giustizia sul territorio.


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Scontro istituzionale: Cassazione rivendica il diritto al pluralismo giuridico

ROMA, 30 giugno 2025 — Prosegue il confronto serrato tra il vertice della magistratura e il governo sul delicato equilibrio tra poteri dello Stato. Al centro del dibattito, la recente relazione del Massimario della Corte di Cassazione sul decreto Sicurezza, che ha suscitato reazioni critiche da parte dell’esecutivo e della maggioranza parlamentare. A chiarire la posizione della Suprema Corte è intervenuta la prima presidente Margherita Cassano, che in una intervista al Corriere della Sera di oggi ha voluto sottolineare come si tratti di una prassi consolidata e istituzionale, nata con l’obiettivo di supportare l’intero sistema giudiziario nell’interpretazione delle nuove normative.

La Corte di Cassazione, infatti, attraverso il proprio ufficio studi, svolge da oltre vent’anni un’attività di analisi tecnico-giuridica su ogni nuova legge rilevante, specie quando queste hanno impatto su norme costituzionali o su obblighi internazionali assunti dall’Italia. Un lavoro che, come evidenziato da Cassano, non ha mai inteso — né potrebbe — condizionare la libera attività interpretativa dei giudici, sia di merito che di legittimità, e tantomeno interferire nel dibattito politico.

Piuttosto, i rilievi prodotti dal Massimario rappresentano un contributo tecnico e scientifico volto a elevare il livello qualitativo delle decisioni e a garantire maggiore uniformità nella giurisprudenza, favorendo così la certezza del diritto e la tutela dei cittadini. Una funzione che, fino ad oggi, non aveva mai generato simili tensioni con il potere politico.

A preoccupare il vertice della Cassazione non è solo il clima polemico, ma il rischio che il confronto istituzionale degeneri in delegittimazioni reciproche. Cassano ha rimarcato l’importanza di mantenere un dialogo rispettoso tra i poteri dello Stato, nel rispetto delle reciproche attribuzioni e nella consapevolezza che il pluralismo delle opinioni è un valore irrinunciabile in una democrazia matura.

Non sono mancati i riferimenti ai precedenti: dal 2003 a oggi, il Massimario ha prodotto numerose relazioni, su materie anche molto sensibili — dalla riforma Cartabia del processo penale e civile agli interventi legislativi sul cosiddetto Codice Rosso — senza che si registrassero simili reazioni. Tutte queste attività sono rese pubbliche attraverso il sito istituzionale della Corte, da anni accessibile a magistrati, avvocati, studiosi e cittadini.

In questo contesto, la presidente Cassano ha ribadito che le critiche sul merito delle valutazioni sono fisiologiche e legittime in un ordinamento democratico. Tuttavia, è essenziale che il dissenso non si trasformi in una messa in discussione del ruolo costituzionale della magistratura, che resta custode del diritto e garante dell’equilibrio tra i poteri.

Il confronto tra magistratura e politica si inserisce peraltro in un momento delicato, segnato dall’avanzamento della riforma costituzionale sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Anche su questo tema, la Corte ha espresso osservazioni di natura tecnica attraverso un recente parere del Consiglio Superiore della Magistratura, approvato a larga maggioranza. L’intento, secondo Cassano, è quello di offrire elementi di riflessione su questioni delicate che incidono sull’assetto della giustizia, senza mai invadere il terreno delle decisioni di principio che competono esclusivamente al legislatore.

Il rischio di un deterioramento del rapporto tra istituzioni e di un’ulteriore perdita di fiducia dei cittadini nel sistema resta concreto. Per questo motivo, la prima presidente della Cassazione ha auspicato un recupero di toni pacati e di un confronto riflessivo, fondato sul reciproco rispetto, nella consapevolezza che pluralismo e dialogo costituiscono le basi della tenuta democratica e della coesione istituzionale.


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Professionisti stressati e digitali a metà: il vero lusso è il tempo libero

Studi professionali italiani sempre più schiacciati da burocrazia e scadenze, con il rischio di trascurare innovazione e qualità della vita. È questo il quadro che emerge dall’edizione 2025 del Rapporto dell’Osservatorio Professionisti e Innovazione Digitale della School of Management del Politecnico di Milano, che sarà presentato il prossimo 1° luglio a Milano.

L’indagine, condotta su un campione di oltre 1.600 studi professionali tra avvocati, commercialisti, consulenti del lavoro e studi multidisciplinari, restituisce l’immagine di una categoria affaticata, impegnata quotidianamente a rincorrere adempimenti normativi e richieste burocratiche, senza che a questo corrisponda un reale incremento della redditività.

Equilibrio vita-lavoro: la priorità trasversale

Il dato più evidente riguarda il desiderio diffuso di un miglior equilibrio tra lavoro e vita privata, che si attesta ai primi posti tra le priorità per oltre il 70% degli intervistati. Una percentuale che sale all’81% tra i commercialisti e si mantiene stabile anche tra gli studi più piccoli, dove otto su dieci indicano questo tema come centrale.

Negli ultimi anni — come osserva Claudio Rorato, direttore scientifico dell’Osservatorio, sul Sole24Ore — i professionisti hanno puntato tutto sulla produttività, accelerando i tempi di lavoro senza modificare davvero i processi e i modelli organizzativi. Questo ha finito per esaurire molte energie e per limitare la capacità di cogliere le opportunità che la tecnologia offre anche in termini di efficienza e tempo liberato.

Tecnologia sì, ma ancora ai margini

Se da un lato la fatica gestionale lascia poco spazio a nuove progettualità, dall’altro gli investimenti in tecnologie digitali continuano a crescere: nel 2024 la spesa complessiva del settore ha toccato i 1,95 miliardi di euro, con una crescita del +3,5% sull’anno precedente. A guidare la classifica sono gli studi multidisciplinari, che hanno speso mediamente 28.200 euro a testa in soluzioni digitali.

Tra gli strumenti più diffusi figurano ancora i sistemi di videoconferenza — retaggio della pandemia — e le VPN, presenti in oltre il 70% degli studi. Più timida, invece, l’adozione di strumenti di business intelligence e intelligenza artificiale: quest’ultima è in uso solo nel 21% dei grandi studi (con oltre 29 collaboratori) e nel 10% di quelli medio-piccoli.

Un prudente approccio che, secondo Rorato, è in parte giustificato: sulle spalle dei professionisti gravano responsabilità civili e penali importanti. Tuttavia, anche tra i piccoli si iniziano a fare sperimentazioni e test, segno di un lento ma progressivo interesse verso le potenzialità di questi strumenti.

Servizi innovativi ancora poco sviluppati

Nonostante le risorse investite in tecnologia, resta ancora limitata l’offerta di servizi a valore aggiunto, come l’assistenza su bandi, incentivi o progetti di transizione digitale e sostenibile. Secondo il rapporto, questa tipologia di attività non interessa al 65% dei piccoli studi, al 59% dei medi e persino al 49% dei grandi.

Una certa vivacità si intravede solo tra i commercialisti e negli studi multidisciplinari, dove circa uno su quattro dichiara di avere progetti in fase di sviluppo per offrire questo tipo di consulenza.

Le preoccupazioni per il futuro

Tra le preoccupazioni più sentite dai professionisti spiccano, senza sorpresa, l’inasprimento degli obblighi normativi senza corrispondenti aumenti di redditività (segnalata dal 64% dei commercialisti e dal 55% dei consulenti del lavoro), seguita dalla concorrenza dei grandi operatori di mercato e dall’uso di tecnologie avanzate da parte di altri player.

Preoccupazioni che, unite alla difficoltà di ampliare il portafoglio clienti — oggi ancora fortemente legato al passaparola — portano Rorato a sollecitare un dibattito istituzionale:  le limitazioni deontologiche e normative in materia di marketing e promozione vanno ripensate, perché rischiano di frenare la competitività del settore.


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