Ponte sullo Stretto, via libera alla spesa: parte il conto alla rovescia tra penali, incertezze e polemiche

Il progetto più simbolico – e più discusso – del ministro Matteo Salvini arriva a una svolta. Dopo anni di annunci, polemiche e riformulazioni normative, domani il Cipess (Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile) darà il via libera alla spesa pubblica per il Ponte sullo Stretto di Messina: 13,5 miliardi di euro, coperti integralmente dal bilancio statale.

Nonostante l’assenza di un progetto esecutivo definitivo e le numerose criticità aperte, si procederà con la firma del contratto tra la società pubblica Stretto di Messina e il consorzio Eurolink, controllato in larga parte da Webuild. Si tratterà del primo vero passaggio operativo dopo la riattivazione del cantiere normativo nel 2023 con il cosiddetto “decreto Salvini”.

Contratto blindato: penali e vincoli per lo Stato

Con la delibera Cipess, il contratto potrà essere sottoscritto e con esso anche le clausole penali in caso di mancata realizzazione dell’opera. È su questo punto che si concentra il fuoco delle opposizioni. Il deputato di Alleanza Verdi-Sinistra, Angelo Bonelli, denuncia un rischio concreto per le casse pubbliche: “Lo Stato potrebbe essere costretto a pagare fino a 1,5 miliardi di euro se il ponte non verrà costruito”, ha dichiarato, ricordando un precedente contenzioso del 2011 in cui i privati chiedevano un risarcimento pari al 10% del valore dell’opera.

La società Stretto di Messina ridimensiona l’allarme: le penali saranno al massimo del 5% sui lavori non eseguiti, e solo entro quattro quinti del valore residuo del contratto. “Una soglia dimezzata rispetto a quella prevista dal codice degli appalti”, fanno sapere i vertici della società pubblica, che si impegnano a rendere pubblici tutti i contratti.

Tuttavia, una cosa è certa: una volta firmato l’accordo, lo Stato avrà obblighi giuridici concreti verso i soggetti privati, con l’impossibilità di fare marcia indietro senza pesanti conseguenze economiche.

Un progetto senza tutti i permessi (e con tante incognite)

A oggi, il progetto esecutivo non è ancora completo. Il ministero dell’Ambiente ha dato l’ok con prescrizioni e la Commissione europea non si è ancora espressa sulla compatibilità ambientale, soprattutto per quanto riguarda le aree naturali non ripristinabili. Il governo italiano ritiene che Bruxelles non abbia voce in capitolo, ma gli ambientalisti e alcune forze parlamentari stanno lavorando per ottenere una presa di posizione ufficiale dall’esecutivo UE.

Intanto restano congelati i pareri dell’INGV, ISPRA e ANAC, che secondo Bonelli sono stati “esautorati” dalla procedura di valutazione. Proprio l’ANAC (Autorità Anticorruzione) ha recentemente sollevato dubbi sull’equilibrio del meccanismo contrattuale, giudicandolo “sbilanciato a favore dei privati”.

Anche sul fronte tecnico, si continua a ragionare per “stralci”: i cantieri potranno essere aperti a fasi, senza attendere l’approvazione del progetto completo. Una scelta che consente di accelerare i tempi, ma che aumenta i margini di rischio, anche normativo.

Salvini esulta: “Momento storico”, ma le incognite restano

Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini parla di “momento storico”, ricordando come il progetto si fosse arenato già dai tempi del governo Berlusconi, e sottolineando che l’opera è ora considerata da Palazzo Chigi “strategica anche a fini militari nell’ambito NATO”.

Tuttavia, la configurazione attuale è ben diversa da quella del passato: il costo è interamente a carico dello Stato, e non più suddiviso con i privati. Il nuovo importo di 13,5 miliardi è stato determinato con un emendamento proposto dalla Lega, calcolando l’aumento dei prezzi delle materie prime rispetto ai valori del 2010.


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Ceto medio cercasi: il declino di un’illusione collettiva

Il dibattito sul declino del ceto medio è tornato prepotentemente alla ribalta. Ma di quale ceto medio stiamo parlando? La domanda è tutt’altro che retorica, e va ben oltre la cronaca politica o l’interpretazione statistica. È una questione culturale, sociale, economica, e soprattutto semantica: più che di una classe unitaria, si tratta di un mosaico complesso, che riunisce sotto la stessa etichetta realtà profondamente diverse.

Già negli anni Settanta, Paolo Sylos Labini aveva contribuito a rompere lo schema tradizionale di lettura delle classi sociali, mostrando l’emergere di “ceti medi” plurali — una piccola borghesia diffusa, legata al commercio, all’artigianato, all’agricoltura, spesso alimentata da politiche clientelari. Una realtà che non poteva più essere spiegata solo attraverso i paradigmi marxisti della lotta di classe.

Tra colli bianchi e insalata mista

A smentire ogni idea di omogeneità è stata la stessa sociologia. Charles Wright Mills, già nel 1951, aveva messo a fuoco l’ambiguità dei cosiddetti “colletti bianchi”, mentre Arnaldo Bagnasco definiva la classe media come una “insalata mista di occupazioni”: lavoratori autonomi, piccoli imprenditori, impiegati pubblici e privati. Solo quando si vuole descrivere un insieme accomunato da stili di vita, modelli di consumo e una certa visione del mondo, si può forse parlare di ceto, e non più di classe.

Ma anche questo concetto è oggi sotto pressione. Non solo per via delle trasformazioni del mercato del lavoro e della crisi della mobilità sociale, ma anche per l’allargarsi della forbice interna: tra i ceti medio-alti e quelli medio-bassi, tra chi si è adattato alla globalizzazione e chi è rimasto ai margini della “città del lavoro”.

Il welfare in affanno e la parabola delle illusioni

La discussione sulla tenuta del ceto medio porta inevitabilmente a quella sul welfare, pilastro della coesione sociale. Quando Thomas Marshall, nel secondo dopoguerra, teorizzava una progressiva convergenza tra libertà ed eguaglianza grazie allo sviluppo del welfare state, immaginava un percorso che, alla prova dei fatti, si è dimostrato fragile. Le protezioni sociali, a differenza dei diritti civili e politici, dipendono in larga misura dalle risorse economiche, e dunque dal mercato. Risorse che, a un certo punto, non sono più state garantite con la leva fiscale ma solo attraverso l’indebitamento.

Da decenni i sistemi di welfare, non solo in Italia, vivono una crisi strutturale, schiacciati tra l’invecchiamento demografico, le nuove forme di lavoro e la crescente precarietà. In Italia, più che altrove, il tema è stato rinviato. Non affrontato. Rimandato.

L’arte del rinvio: un carattere nazionale?

È qui che riemerge un tratto tipico del costume politico italiano: l’istituzione del rinvio. Lo osservava già Piero Calamandrei, quando sottolineava la tendenza nazionale a evitare scelte nette, a procrastinare, a convivere con l’ambiguità. Un costume a cui replicava, in chiave ironica e pragmatica, Giulio Andreotti con la celebre frase: “È meglio tirare a campare che tirare le cuoia”.

Eppure questa filosofia, che ha garantito stabilità apparente per decenni, oggi mostra i suoi limiti. La mancanza di visione strategica e di responsabilità intergenerazionale ha lasciato dietro di sé una lunga scia di contraddizioni irrisolte.

Né antenati né posteri: solo contemporanei

A chiudere il cerchio è il monito, disincantato ma attualissimo, di Giuseppe Prezzolini: in Italia, diceva, “non ci sono né antenati né posteri: ci sono solo contemporanei”. Un’idea di presente perpetuo che esonera dalla memoria e disinnesca il dovere verso il futuro. In questo orizzonte corto, la crisi del ceto medio è molto più di un fatto economico: è una crisi di identità collettiva, di fiducia, di cittadinanza.

Finché la politica continuerà a trattare i problemi strutturali con strumenti provvisori, non sarà possibile ricostruire il patto sociale che ha retto l’Italia repubblicana. E allora, più che domandarsi se il ceto medio stia declinando, bisognerebbe chiedersi se qualcuno sia ancora disposto a difenderne le fondamenta.


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Semplificazioni in arrivo per imprese e lavoratori: il governo apre più fronti con un disegno di legge omnibus

Una semplificazione trasversale, che tocca il cuore operativo delle imprese italiane. Il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge omnibus con oltre 20 articoli dedicati a rendere più agili gli adempimenti in materia fiscale, ambientale, contrattuale e lavorativa. Un intervento che non ha ancora la forma d’urgenza di un decreto-legge, ma che apre comunque un percorso normativo rilevante, soprattutto in un contesto di crescente pressione competitiva e regolatoria per il sistema produttivo nazionale.

Meno vincoli sulle fatture per la transizione 4.0 e 5.0

Sul versante fiscale, il Ddl propone un alleggerimento per le imprese che beneficiano dei crediti d’imposta legati alla transizione digitale. In particolare, scompare l’obbligo di riportare in fattura il riferimento normativo specifico: al suo posto, un codice identificativo unico che verrà definito con apposito provvedimento dell’Agenzia delle Entrate. L’obiettivo è snellire le procedure senza compromettere i controlli.

In aggiunta, viene introdotto uno scudo sanzionatorio per le dichiarazioni trasmesse nei termini ma scartate dal sistema fiscale: le sanzioni non scatteranno se la dichiarazione verrà regolarizzata entro un termine che sarà stabilito da un successivo decreto del Ministero dell’Economia.

Anche l’Ivasi potrà beneficiare di una finestra più ampia: 16 giorni dalla data di pagamento o emissione della fattura per versare l’imposta sostitutiva del 20% sui benefit concessi in forma di premi o servizi.

È ancora in fase di valutazione al Mef, invece, la misura che prevede la riduzione a un terzo delle sanzioni per l’imposta di registro, successioni e donazioni, condizionata alla rinuncia al contenzioso e all’adesione piena all’avviso di accertamento o liquidazione.

Sicurezza sul lavoro, meno burocrazia e più autonomia

Un altro capitolo del provvedimento riguarda la tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Tra le novità più rilevanti, la possibilità di impiegare dispositivi di protezione e strumenti di controllo senza necessità di un accordo sindacale preventivo o di autorizzazioni amministrative.

Anche la formazione riceve un aggiornamento normativo: gli infermieri potranno svolgere attività di docenza nei corsi dedicati alla sicurezza, ampliando così le competenze professionali e il bacino di formatori accreditati.

Spinta alla privacy semplificata e ai contratti di sviluppo

Nel settore della privacy, il Ddl propone un alleggerimento degli obblighi informativi per le microimprese, con l’intento di ridurre il peso amministrativo per le realtà imprenditoriali di minori dimensioni, pur mantenendo il rispetto del Regolamento europeo (GDPR).

Sui contratti di sviluppo, si punta a razionalizzare gli adempimenti procedurali, rendendo più lineari le richieste di contributo e i controlli preventivi, anche per facilitare il coordinamento tra ministeri, Regioni e agenzie di sviluppo.

Ambiente e trasporti: bonifiche e logistica tra gli ambiti toccati

Il disegno di legge include anche misure su ambiente e trasporti, con particolare attenzione al tema delle bonifiche ambientali, per le quali si annunciano procedure semplificate di autorizzazione e monitoraggio, oltre a un potenziale aggiornamento dei criteri di classificazione dei siti contaminati.

In ambito logistico, pur non entrando nel dettaglio, il testo anticipa interventi di semplificazione nei trasporti pubblici e privati, mirati a snellire la burocrazia su licenze, autorizzazioni e tracciabilità.

Confindustria promuove: “Ora serve continuità”

Il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, ha accolto favorevolmente il pacchetto di semplificazioni: “È un passo nella giusta direzione. Le imprese chiedono da tempo regole più semplici e certe. Siamo pronti a collaborare con il governo per trasformare questo Ddl in un’occasione di crescita concreta”.


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Una giustizia più veloce, ma senza strappi: arrivano le misure tampone per centrare il Pnrr

Una spinta d’urgenza per tentare di restare agganciati agli obiettivi del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto-legge che introduce misure straordinarie per il settore civile della giustizia: tra rinvii, applicazioni d’emergenza e nuove risorse in arrivo, il governo punta a colmare le criticità che ancora impediscono una significativa riduzione dei tempi dei procedimenti.

Al centro del provvedimento c’è l’impegno sottoscritto con l’Unione europea: tagliare del 40% la durata media dei procedimenti civili. Un obiettivo ambizioso, da raggiungere anche per salvaguardare i quasi tre miliardi di euro destinati all’ammodernamento del sistema giudiziario italiano. Se sul fronte del contenimento dell’arretrato i progressi sono visibili, più complicata resta la partita sulla durata effettiva dei processi.

Una squadra d’urto per i tribunali in affanno

Per dare una scossa al sistema, il ministero della Giustizia mette in campo una squadra di 500 magistrati applicati da remoto, ciascuno incaricato di gestire 50 procedimenti civili scelti tra quelli pendenti nei tribunali più congestionati, secondo l’indicazione del Consiglio superiore della magistratura (CSM). L’adesione sarà su base volontaria, ma sostenuta da incentivi economici e vantaggi di carriera, come punteggi aggiuntivi.

Anche la Cassazione partecipa allo sforzo, con 50 consiglieri del Massimario destinabili temporaneamente alla sezione civile di legittimità, anche in deroga a criteri di anzianità e professionalità.

Nelle Corti d’appello che non hanno centrato i target Pnrr entro giugno, potranno essere applicati fino a 20 magistrati aggiuntivi, già alla prima valutazione di professionalità. Parallelamente, i capi degli uffici giudiziari interessati potranno predisporre piani straordinari di smaltimento, con la supervisione del CSM, anche derogando ai limiti ordinari sui carichi di lavoro.

Tempi più lunghi per giudici di pace e tribunale della famiglia

Sul versante delle riforme strutturali, il decreto introduce due importanti rinvii. Il primo riguarda le nuove competenze dei giudici di pace, che slittano al 31 ottobre 2026: tra queste, la gestione esclusiva delle liti condominiali, la competenza sulle cause di valore fino a 30mila euro e i risarcimenti da incidente stradale fino a 50mila euro.

Il secondo rinvio riguarda invece l’avvio del nuovo tribunale della famiglia, che vedrà la luce non prima di metà novembre 2026. Una riforma destinata ad accentrare le cause relative a minori e rapporti familiari, ma che richiede ancora tempo per essere messa a regime.

Novità per tirocinanti e magistratura di sorveglianza

Il decreto tocca anche altri ambiti: per i vincitori del concorso da magistrato del 2023, il periodo di tirocinio viene esteso a 20 mesi, con otto mesi obbligatori presso le Corti d’appello e tre mesi di partecipazione attiva alle camere di consiglio.

Aumenta inoltre l’organico della magistratura di sorveglianza, con 58 nuove unità, mentre sulla legge Pinto – che tutela i cittadini nei casi di durata eccessiva dei processi – viene introdotta una novità rilevante: sarà possibile chiedere il risarcimento anche durante il processo, se i tempi stabiliti risultano superati.


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I giovani vogliono crescere, non restare: meno pubblico, più carriera

ROMA — Il lavoro non è più “il posto”, ma un percorso. E la carriera, per i giovani italiani, si cerca sempre più nel settore privato e autonomo, piuttosto che nell’impiego pubblico o nell’industria. È quanto emerge dall’ultima edizione del Monitor sul Lavoro (MoL) di Federmeccanica, realizzato da Community Research & Analysis sotto la guida del professor Daniele Marini (Università di Padova), con il supporto di Irene Lovato Menin. Un’indagine che fotografa aspirazioni, percezioni e disallineamenti generazionali nel rapporto tra giovani e mondo produttivo.

La nuova idea di lavoro: crescita e flessibilità prima della stabilità

Oggi il 60,5% dei giovani guarda al settore privato come ambiente più favorevole per crescere professionalmente, contro appena il 21,8% che preferisce il pubblico. Uno scenario rovesciato rispetto al 1987, quando quasi la metà degli under 35 ambiva a un impiego statale. Ma non solo: oltre la metà del campione (52,2%) punta sul lavoro autonomo, mentre il lavoro dipendente raccoglie appena il 32%.

E sebbene il 64,7% continui a preferire un lavoro stabile, il 57,9% vede il lavoro come un percorso di carriera in evoluzione, fatto di cambiamenti, nuove esperienze e mobilità, più che come un luogo fisso e duraturo. «Il lavoro — spiega il professor Marini — è traslocato dal posto alla traiettoria professionale, con l’obiettivo di accrescere il proprio bagaglio di competenze e gratificazioni».

Industria, un settore da cui i giovani si sentono lontani

Il dato forse più allarmante riguarda la scarsa attrattività del settore industriale: quasi il 66% dei giovani lo ritiene poco interessante, spesso associato a fatica fisica, basso riconoscimento economico e scarsa sostenibilità ambientale. Una percezione che, secondo Federmeccanica, non corrisponde alla realtà vissuta da chi in fabbrica ci lavora davvero.

La distanza tra immaginario e quotidiano è netta:

  • Il 78,7% dei giovani crede che il lavoro operaio sia puramente esecutivo, mentre tra gli operai la percentuale scende al 58,5%;

  • Il 70,6% lo ritiene principalmente fisico, contro il 46,2% degli addetti;

  • Il 72,8% lo associa al “lavoro sporco”, mentre solo il 50% degli operai lo conferma;

  • Il 59,2% immagina strumentazioni meccaniche, sottovalutando l’impatto della tecnologia (realtà solo per il 36,8% degli operai).

Un “strabismo fra percezione e realtà”, come lo definisce Marini, che continua ad allontanare le nuove generazioni dalle imprese manifatturiere, nonostante l’industria venga riconosciuta come motore di crescita nazionale dal 50,6% dei giovani (e dal 67% degli over 65).

Il mismatch educativo e il disallineamento culturale

Altro nodo centrale è il mismatch tra formazione e mercato del lavoro. Il 22,5% dei giovani denuncia difficoltà nel trovare un impiego coerente con il proprio titolo di studio; il 20,9% ritiene che le imprese non soddisfino le aspettative professionali; il 18,8% ammette di non sentirsi sufficientemente formato per i lavori richiesti.

Questi dati, secondo Stefano Franchi, direttore generale di Federmeccanica, impongono una riflessione più ampia: «Non basta una campagna di comunicazione. Serve una vera operazione culturale, che parta dalle famiglie, attraversi le scuole e coinvolga la società civile. L’industria deve essere percepita per ciò che è: un’opportunità di sviluppo personale e professionale».

La proposta: colmare il divario tra realtà e percezione

Federmeccanica si dice pronta a proseguire nel percorso di rinnovamento culturale. L’obiettivo è accorciare la distanza tra il mondo produttivo e le nuove generazioni, abbattendo stereotipi e offrendo occasioni concrete di avvicinamento. Le imprese, intanto, aprono le porte a studenti e neolaureati, ma l’efficacia delle politiche dipenderà dalla capacità di coinvolgere tutti gli attori del sistema: istituzioni, formazione, famiglie, media.

L’industria è chiamata quindi a raccontarsi in modo nuovo: non solo fatica e fabbrica, ma innovazione, tecnologia, sostenibilità, competenze. Perché — come conclude Franchi — «solo un cambiamento profondo di narrazione può far tornare l’industria al centro dei sogni professionali di una generazione che vuole costruire il proprio futuro».


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Effetto dazi sulle libere professioni: il Nord-Est il più esposto, i giovani meno vulnerabili

ROMA — Le tensioni commerciali tra Stati Uniti e Unione Europea, finora associate alle industrie manifatturiere e all’export tradizionale, iniziano a generare preoccupazione anche nel mondo delle libere professioni. A lanciare l’allarme è l’ultimo rapporto dell’Osservatorio delle libere professioni, realizzato in collaborazione con Confprofessioni, Gestione Professionisti e BeProf, che analizza per la prima volta l’impatto indiretto delle tariffe doganali sui professionisti italiani.

Il cuore dell’analisi è un nuovo strumento: l’Indice di vulnerabilità delle libere professioni ai dazi USA, che misura l’esposizione economica delle attività professionali ai potenziali shock commerciali derivanti dalle dispute doganali transatlantiche. I risultati, secondo gli autori Tommaso Nannicini, Ludovica Zichichi e Camilla Lombardi, sono inequivocabili: alcune categorie professionali sono strettamente interconnesse con le filiere industriali esportatrici e per questo rischiano di pagare un prezzo molto alto in caso di escalation.

Professionisti sotto pressione: i più a rischio

Tra le categorie più vulnerabili figurano le professioni economico-finanziarie (indice 201,5), i consulenti del lavoro (197,5), gli ingegneri (193,8) e i tecnici specializzati (162,1). Figure che, a vario titolo, forniscono servizi di consulenza strategica, supporto tecnologico, gestione del personale e servizi finanziari alle imprese orientate all’export. In un’economia dove le PMI rappresentano il 99,9% del tessuto produttivo nazionale, l’interdipendenza tra imprese e professionisti si rivela cruciale.

Siamo pronti a fare la nostra parte, ma abbiamo bisogno di strumenti adeguati”, avverte Marco Natali, presidente nazionale di Confprofessioni. “Abbiamo colleghi con competenze internazionali, anche negli Stati Uniti, ma servono misure di sostegno, certezze normative e una visione strategica di lungo periodo”.

Nord industriale, Sud più riparato: ma con eccezioni

Lo studio evidenzia forti differenze territoriali. Le regioni a maggiore vocazione industriale, come il Nord-Est (indice 138,4) e il Nord-Ovest (114,6), sono anche quelle più esposte. Il Centro e il Mezzogiorno mostrano valori più contenuti (58,3 e 73,0 rispettivamente), ma alcuni distretti produttivi del Centro-Sud registrano comunque picchi significativi, a testimonianza della crescente integrazione delle professionalità nei processi produttivi.

Età e genere influenzano la vulnerabilità

Interessante anche l’analisi socio-demografica. I professionisti più anziani, nella fascia 55-64 anni, risultano i più vulnerabili (indice 119,4), verosimilmente per la maggiore specializzazione nei settori industriali. I più giovani, invece, presentano un’esposizione minore (56,0), legata a una clientela più frammentata e a settori meno colpiti dai flussi internazionali.

Quanto al genere, gli uomini, prevalenti nelle professioni tecnico-scientifiche e ingegneristiche, mostrano una vulnerabilità significativamente superiore rispetto alle donne, più presenti nei settori legali, culturali e sanitari. La differenza si mantiene anche all’interno delle stesse categorie: ad esempio, tra i commercialisti, l’indice è 106,4 per gli uomini e 69,8 per le donne; tra avvocati e notai, 108,9 contro 44,8. Un divario che riflette modelli strutturali consolidati nella divisione del lavoro professionale.

Verso una risposta coordinata

Lo scenario delineato dallo studio sarà presentato nei prossimi giorni a Governo e Parlamento, con l’obiettivo di orientare politiche industriali e professionali all’altezza delle nuove sfide globali. Tra le proposte: la creazione di una cabina di regia nazionale ed europea, con la partecipazione di istituzioni, associazioni datoriali e sindacati, per pianificare interventi mirati a sostegno dell’intero ecosistema produttivo.

Serve una strategia condivisa, sistemica e lungimirante”, ribadisce Natali. “Le libere professioni possono e devono essere motore di innovazione e competitività per il Paese, ma devono essere messe nelle condizioni di operare. In un contesto segnato da dazi, instabilità geopolitica e transizione energetica, trasformare la crisi in opportunità è possibile solo con visione e strumenti concreti”.


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Conflitti senza fine: cresce il disincanto degli italiani sulla pace in Ucraina e Gaza

ROMA — L’onda lunga della guerra, che attraversa l’Europa orientale e il Medio Oriente, non si limita ai fronti militari. Colpisce anche la percezione collettiva, alimentando scetticismo, impotenza e disillusione. Lo rivela l’ultimo sondaggio realizzato da Only Numbers: più della metà degli italiani (53,3%) ritiene improbabile una fine a breve delle ostilità in Ucraina, mentre un ampio 61,4% non intravede sbocchi diplomatici neppure nel conflitto tra Israele e Hamas. Un quadro che mostra come, nel volgere di pochi mesi, l’ottimismo residuo abbia lasciato il posto a una rassegnata sfiducia.

A marzo 2025, complice anche l’insediamento del presidente Trump negli Stati Uniti, una parte significativa dell’opinione pubblica italiana (41,9%) nutriva ancora speranze di una svolta negoziale rapida. Oggi, quella fiammella si è affievolita. La guerra in Ucraina appare come un conflitto congelato, segnato da trincee stabili, tregue intermittenti e da una diplomazia incapace di imporsi. La percezione generale? Un vicolo cieco geopolitico, con l’Europa spettatrice incerta e le grandi potenze troppo occupate a misurare le rispettive sfere di influenza.

Gaza: la crisi umanitaria che divide meno della politica

Diversa nei contenuti ma simile negli effetti è la visione della crisi in Medio Oriente. Quasi otto italiani su dieci riconoscono nella situazione di Gaza una vera e propria emergenza umanitaria, fatta di bombardamenti sui civili, scarsità di beni primari, fame e immagini drammatiche di bambini feriti. Un’emergenza che ha colpito nel profondo la coscienza collettiva, attraversando trasversalmente ideologie e appartenenze politiche.

Eppure, questa sensibilità non sembra tradursi in fiducia nell’azione internazionale: prevale l’impressione che la comunità globale stia fallendo nel suo compito più urgente, quello di tutelare la vita delle persone e mettere fine alle sofferenze civili. Il blocco diplomatico, l’inefficacia delle risoluzioni e l’assenza di meccanismi vincolanti contribuiscono a generare una crescente frattura tra cittadini e istituzioni sovranazionali.

Disillusione europea: il grande assente nei teatri di crisi

Il malcontento non si rivolge solo alle grandi potenze o agli attori in campo: oltre la metà degli intervistati (50,7%) ritiene che l’Unione europea non stia esercitando alcun ruolo incisivo nei conflitti in corso. Anzi, l’UE appare a molti come una forza politica frammentata, lenta nelle reazioni e incapace di esprimere una voce unica. La conseguenza? Spazio lasciato libero ad altri attori, come Russia, Stati Uniti, Turchia e Iran, mentre l’Europa si relega in un ruolo marginale.

Non si tratta solo di un deficit diplomatico, ma di una crisi di credibilità che mina la percezione stessa del progetto europeo. In un’epoca segnata da guerre ibridi, attacchi alla società civile e narrazioni globali sempre più polarizzate, l’assenza di una leadership chiara e autorevole fa aumentare la distanza tra istituzioni e cittadini.

Il prezzo emotivo della guerra lunga

Ciò che emerge dal sondaggio è anche un affaticamento psicologico, una stanchezza collettiva di fronte a un flusso ininterrotto di immagini di guerra, che ha trasformato lo sdegno in abitudine, e l’indignazione in rassegnazione. I cittadini italiani non sono diventati insensibili, ma faticano a credere che le grandi alleanze internazionali siano davvero in grado di spegnere i conflitti e non solo di amministrarli.

È un sentimento che unisce la stanchezza per l’eterno conflitto ucraino alla frustrazione per l’insostenibile escalation nella Striscia di Gaza. In entrambi i casi, ciò che manca — secondo la maggioranza degli italiani — è una vera leadership globale, capace non solo di proporre soluzioni, ma anche di farle rispettare.

Oltre la sfiducia: un compito per la politica

L’indagine di Only Numbers rivela in fondo un paradosso della nostra epoca: se da un lato cala la fiducia nella politica estera, dall’altro resta viva una forte sensibilità verso le vittime. Gli italiani non hanno smarrito l’empatia, ma chiedono risposte nuove, strumenti più efficaci e soprattutto tempi d’azione compatibili con l’urgenza delle crisi.


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ROMA — La longevità, nel panorama politico italiano, è una conquista rara. Ancora più rara se accompagnata da un rapporto di equilibrio con il Quirinale. Ma è su questi due assi — durata e stabilità istituzionale — che Giorgia Meloni sta costruendo il profilo del suo esecutivo. E ora, con l’avvicinarsi del 12 agosto 2025, è pronta a prendersi un posto d’onore nella storia repubblicana: 1.025 giorni di governo, superando Matteo Renzi e conquistando il quarto posto nella classifica dei governi più longevi dal dopoguerra a oggi.

Una corsa iniziata nell’ottobre 2022, tra diffidenze internazionali e ostacoli interni, che ora si appresta a tagliare un traguardo politico e simbolico. L’ex premier Renzi, fermatosi a 1.024 giorni, verrà superato tra meno di una settimana. E il 20 ottobre, data spartiacque, toccherà a Bettino Craxi cedere il gradino più basso del podio (1.093 giorni con il suo primo governo).

Il vero obiettivo: settembre 2026

Ma l’orizzonte di Giorgia Meloni guarda ben oltre. Se il governo resistesse fino al 4 settembre 2026, la premier toccherebbe quota 1.413 giorni consecutivi a Palazzo Chigi, infrangendo il record assoluto detenuto da Silvio Berlusconi con il suo secondo esecutivo (2001-2005). Berlusconi occupa attualmente sia il primo che il secondo posto della classifica (1.412 e 1.287 giorni). Il podio, insomma, è dominato dalla sua figura, e Meloni punta a inserirsi non solo nei numeri, ma nella memoria politica del Paese.

Tra Palazzo Chigi e Quirinale: l’ombra dei decreti

Se la durata è un dato oggettivo, il rapporto con il Colle è invece più sfumato. E nelle ultime settimane, i rapporti tra il governo e il Quirinale si sono raffreddati, specie sul terreno dei decreti omnibus. Uno su tutti: il decreto Sport, in discussione oggi in Senato. Il presidente della Repubblica ha sollevato perplessità su alcune norme, in particolare quelle che riguardano la gestione dei grandi eventi. Ma l’esecutivo ha scelto di non modificare il testo, aprendo la strada a un passaggio formale ma significativo: la possibile firma con rilievi allegati da parte del Capo dello Stato, indirizzati alla premier e ai presidenti delle Camere.

Un gesto che rientra nella prassi costituzionale, ma che segnala un’incrinatura nei toni, già percepita in occasione di precedenti tensioni su norme ritenute troppo generiche o estranee all’urgenza.

Una stabilità politica che non significa immobilismo

Nonostante ciò, il governo Meloni si mostra compatto e determinato, con una maggioranza parlamentare solida e pochi scricchiolii visibili. Nessuna scissione interna di rilievo, nessun rimpasto destabilizzante, e un’agenda che ha attraversato senza scosse tre leggi di bilancio e diverse riforme strutturali, dalla giustizia alla pubblica amministrazione.

Questa continuità, in un Paese abituato ai governi-lampo, rappresenta un’anomalia positiva per chi osserva l’Italia dall’estero. Ma all’interno, non mancano critiche e pressioni, soprattutto su temi come l’inflazione, il costo della vita, il rapporto con l’Unione europea e il rispetto degli impegni del PNRR.

Il fattore Meloni

Al centro di questa tenuta c’è lei, la premier, che ha saputo mantenere un profilo di comando solido, evitando scivoloni e rafforzando la propria leadership all’interno di Fratelli d’Italia e della coalizione di centrodestra. Il sorpasso su Renzi non è solo numerico: rappresenta anche un punto fermo nella narrazione di un governo che, a dispetto degli allarmi iniziali, ha trovato una sua formula di sopravvivenza.


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Fondi Ue nel mirino: 11,3 miliardi sotto controllo. Così le finte imprese rosa e i progetti riciclati truffano il PNRR

Nel grande cantiere della ripresa post-pandemica, alimentato dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), c’è chi lavora, chi innova — e chi truffa. A gettare luce sulle ombre che si annidano tra bandi e contributi è la Guardia di Finanza, che negli ultimi 18 mesi ha effettuato circa 15mila controlli su finanziamenti pubblici e progetti agevolati per un valore complessivo di 11,3 miliardi di euro. Il bilancio? Frodi sofisticate, spesso travestite da buone pratiche: aziende femminili solo sulla carta, start-up innovative che non innovano affatto, e un fitto sistema di società di comodo, conti esteri e prestanome.

Imprese “rosa” solo sulla carta

Una delle truffe più ricorrenti riguarda l’accesso al Fondo impresa femminile, pensato per favorire la parità di genere e l’imprenditorialità delle donne. In apparenza un cambio epocale, nella sostanza una farsa: aziende a gestione maschile che, poco prima della scadenza dei bandi, nominano donne della famiglia come rappresentanti legali — spesso ignare, talvolta compiacenti. Mogli, figlie, sorelle improvvisamente catapultate alla guida di società che continuano ad essere dirette, nella realtà, dai vecchi amministratori.

Le verifiche del Nucleo Speciale Spesa Pubblica e Repressione Frodi Comunitarie mostrano uno schema costante: nomi femminili inseriti al momento giusto, variazioni lampo nei registri camerali, e nessun reale cambiamento nella conduzione aziendale. Una parità apparente che viola i requisiti sostanziali dei finanziamenti e svilisce le vere imprenditrici.

Progetti riciclati, innovazione solo nel titolo

Accanto al fenomeno delle “imprese rosa”, emerge un secondo filone di irregolarità: progetti vecchi spacciati per nuove idee. Le società coinvolte ripropongono attività già avviate anni prima, modificate quanto basta per sembrare start-up innovative. Vecchie pratiche, nuove etichette. Un maquillage ben studiato per scalare le graduatorie dei finanziamenti destinati all’innovazione.

Non mancano poi i casi di fatture gonfiate, emesse da aziende prive di dipendenti o di sede operativa reale, e flussi di denaro che prendono direzione estera, per essere prelevati in contanti o fatti transitare attraverso società di comodo, aggirando ogni controllo. Un labirinto di simulazioni contabili e giuridiche, costruito per saccheggiare fondi pubblici travestiti da opportunità di rilancio.

L’allarme della Procura europea e il rischio sistemico

I settori sotto osservazione sono trasversali: infrastrutture, sanità, digitalizzazione, formazione, pubblica amministrazione. Un’attenzione particolare è riservata dalla Procura europea (EPPO) ai progetti che ricevono fondi PNRR e risorse europee strutturali, per il potenziale impatto transfrontaliero delle frodi e per l’effetto distorsivo su concorrenza e legalità.

Il timore è che questi comportamenti minino la credibilità del sistema dei controlli e danneggino l’accesso ai futuri finanziamenti. Ogni euro sottratto al circuito virtuoso dello sviluppo significa un’opportunità mancata per il Paese reale, quello che crea valore, lavoro e inclusione.

I controlli continuano. Serve anche un cambio culturale

Il lavoro della Guardia di Finanza, in sinergia con la magistratura contabile e le autorità europee, prosegue senza sosta. Ma il contrasto alle frodi richiede anche una nuova consapevolezza da parte delle amministrazioni pubbliche e della società civile: non basta verificare i documenti, bisogna valutare i contenuti reali di ogni progetto, e premiare chi opera con trasparenza e competenza.


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Scudo penale e incentivi per i medici: il governo prova a fermare l’emorragia dagli ospedali pubblici

ROMA – Difendere i medici, semplificare il lavoro in corsia, e fermare l’emorragia di professionisti dal Servizio sanitario nazionale. Sono questi gli obiettivi centrali del disegno di legge delega firmato dal ministro della Salute, Orazio Schillaci, che approda oggi in Consiglio dei ministri. Un provvedimento atteso da anni, che punta a trasformare in norma stabile uno scudo penale già applicato in forma temporanea: la non punibilità del personale sanitario per lesioni o morte del paziente, salvo i casi di colpa grave.

Una misura che ha lo scopo di contenere il dilagare della medicina difensiva, ovvero quella prassi per cui i medici, nel timore di denunce e richieste di risarcimento, prescrivono una quantità eccessiva di analisi, esami e accertamenti spesso inutili. Una strategia di autotutela che, nel tempo, ha contribuito ad allungare le liste d’attesa e a far lievitare i costi a carico del sistema sanitario pubblico.

Ventimila denunce l’anno, poche le condanne

Secondo i dati più volte diffusi dalle associazioni di categoria, ogni anno in Italia vengono sporte circa 20.000 denunce penali nei confronti dei medici, ma solo una percentuale minima sfocia in condanne effettive. Una sproporzione che affatica il lavoro delle procure e, allo stesso tempo, genera un clima di sfiducia e paura tra i professionisti della salute. Da qui l’esigenza, condivisa anche da molte società scientifiche, di rendere strutturale uno scudo penale che limiti la responsabilità penale ai soli casi di grave negligenza.

Più tutele anche sul fronte civile

Il disegno di legge interviene anche sul versante delle cause civili e delle richieste di risarcimento danni, prevedendo una clausola di esclusione della responsabilità sia per le strutture sanitarie che per i singoli operatori, a condizione che la prestazione sanitaria sia stata erogata seguendo linee guida accreditate o buone pratiche clinico-assistenziali, purché adeguate al caso specifico.

Nel dettaglio, il comma 3-bis dell’articolo 8 prevede che «la responsabilità civile della struttura sanitaria, pubblica o privata, e dell’esercente la professione sanitaria è esclusa se la prestazione è stata eseguita in conformità alle raccomandazioni previste dalle linee guida pubblicate o alle buone pratiche clinico-assistenziali». Un riferimento normativo chiaro che mira a restituire certezza giuridica a chi opera in trincea.

Incentivi, organici e dignità del lavoro sanitario

Ma il Ddl non si ferma alla dimensione giuridica. Nel pacchetto di misure annunciate, il governo intende impegnarsi anche sul fronte degli organici e del miglioramento delle condizioni di lavoro per i camici bianchi del settore pubblico. Una strategia necessaria per arginare la fuga di personale verso il privato o verso l’estero, fenomeno che negli ultimi anni ha assunto proporzioni allarmanti.

L’obiettivo dichiarato del ministro Schillaci è quello di ridare dignità alla professione medica, anche attraverso una semplificazione burocratica, una maggiore protezione legale e una valorizzazione economica e professionale dei ruoli chiave della sanità pubblica.

Verso un nuovo equilibrio tra tutela e responsabilità

Il disegno di legge rappresenta, nelle intenzioni dell’esecutivo, un primo passo verso un nuovo equilibrio tra la tutela dei pazienti e la salvaguardia di chi li cura. «Non possiamo più permettere che il timore di una denuncia paralizzi la capacità di diagnosi e decisione clinica dei nostri medici», ha dichiarato Schillaci nei giorni scorsi.


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