Scuola sotto attacco: boom di ransomware e phishing nel 2025

Il ritorno in classe non porta con sé soltanto libri e lezioni, ma anche una raffica di minacce informatiche. Secondo i dati di Check Point, da gennaio a luglio 2025 scuole e università hanno registrato in media 4.356 attacchi a settimana, il 41% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. L’Italia è tra i Paesi più colpiti: gli attacchi settimanali sono balzati a quota 8.593, con un incremento dell’82%, seconda solo a Hong Kong.

Le vulnerabilità sono note: credenziali condivise, sistemi datati, budget IT ridotti e un’utenza vasta e frammentata che va da studenti a famiglie. I criminali approfittano di periodi sensibili, come il rientro a scuola, registrando domini “clone” e inviando campagne di phishing che imitano pagine di login istituzionali o procedure amministrative. Basta un clic sbagliato per consegnare password e token agli aggressori.

Il ransomware resta la minaccia più redditizia: oggi rappresenta circa la metà degli incidenti rilevati, con nuovi gruppi come Qilin e Medusa che adottano tecniche di cifratura avanzate. Non mancano poi false pagine di Outlook, portali universitari contraffatti e documenti fasulli che inducono gli utenti a pagamenti tramite QR code.

Il fattore umano continua a essere l’anello debole: oltre il 40% degli incidenti deriva da configurazioni errate dell’autenticazione a più fattori, mentre un terzo degli attacchi sfrutta ancora vecchi script come PowerShell 1.0.

Gli esperti concordano: servono formazione mirata per studenti e personale, aggiornamenti costanti dei sistemi, monitoraggio dei nuovi domini sospetti e strumenti di sicurezza in grado di bloccare minacce prima che arrivino agli utenti. Solo così le aule digitali potranno tornare a essere spazi sicuri di apprendimento.


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Fisco, 156 giorni di lavoro per lo Stato: il “tax freedom day” arriva solo a giugno

Anche a causa di un esercito di almeno 2,5 milioni di evasori, quest’anno i contribuenti italiani hanno impiegato 156 giorni per onorare tutte le richieste avanzate dal fisco. In altre parole, per rispettare le decine e decine di scadenze previste dal calendario fiscale[1], le persone fisiche[2] e quelle giuridiche[3] hanno teoricamente lavorato per lo Stato sino all’inizio dello scorso mese di giugno[4]. Versamenti che sono necessari per retribuire i dipendenti pubblici, per consentirci, quando è necessario, di essere curati da una struttura ospedaliera pubblica, di far frequentare ai nostri figli la scuola o l’università, di disporre di trasporti veloci ed efficienti e di vivere in tranquillità, perché la sicurezza di tutti noi è assicurata dalla presenza delle forze dell’ordine. Solo dal 6 giugno fino al prossimo 31 dicembre (209 giorni) gli italiani lavoreranno per sé stessi e per la propria famiglia. Quello realizzato dall’Ufficio studi della CGIA è un puro esercizio di scuola che ci consente di misurare in un modo del tutto originale il peso fiscale che grava sugli italiani[5].

Per 2,5 milioni di evasori le tasse sono un optional

In Italia, purtroppo, i contribuenti onesti versano molte tasse perché ci sono tante persone che non le pagano o lo fanno solo parzialmente. Secondo le ultime stime dell’Istat riferite al 2022, infatti, sono quasi 2,5 milioni le persone fisiche presenti in Italia che sono occupate irregolarmente.

Sono uomini e donne che lavorano completamente in nero o quasi; quando operano in qualità di subordinati non sono sottoposti ad alcun contratto nazionale di lavoro. Se, invece, lavorano in proprio, ovviamente non possiedono la partita Iva. In valore assoluto il numero più elevato è concentrato in Lombardia con 379.800 unità. Seguono i 319.400 residenti nel Lazio e i 270.200 abitanti della Campania.

Se, invece, calcoliamo il tasso di irregolarità, dato dal rapporto tra il numero di occupati irregolari e il totale degli occupati di ciascuna regione, in Calabria registriamo il tasso più elevato pari al 17,1 per cento. Seguono la Campania con il 14,2, la Sicilia con il 13,6 e la Puglia con il 12,6. La media italiana è del 9,7 per cento.

Negli ultimi 30 anni, meno tasse con Berlusconi

Analizzando l’andamento della pressione fiscale registrato negli ultimi trent’anni, si evidenzia come il 2005 sia stato l’anno in cui il carico tributario è risultato più contenuto. Sotto la guida dell’allora Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, la pressione fiscale in Italia si attestò al 38,9 per cento del Pil, 3,8 punti in meno rispetto alla percentuale prevista nel 2025.

Allora furono necessari 142 giorni per “liberarci” dal giogo fiscale, ben 14 giorni prima della scadenza prevista nel 2025.  Si segnala, inoltre, che anche gli altri quattro anni di quella legislatura furono caratterizzati da livelli di pressione fiscale relativamente bassi; soglie che, purtroppo, in tutto quest’ultimo trentennio abbiamo sempre superato.

Il picco massimo di tassazione, invece, fu raggiunto nel 2013 durante il governo presieduto dal Prof. Mario Monti – sostituito a fine aprile da Enrico Letta – quando il carico fiscale complessivo sul Pil arrivò a toccare il 43,4 per cento: record negativo di sempre.

La pressione fiscale sale, ma è solo un effetto statistico

Nel Documento di Economia e Finanza del 2025, si stima una pressione fiscale per l’anno in corso del 42,7 per cento; un livello in lieve aumento di 0,1 punti percentuali rispetto al dato del 2024. Tuttavia, è necessaria una puntualizzazione: va ricordato che la Legge di Bilancio 2025 ha sostituito la decontribuzione a favore dei lavoratori dipendenti con una analoga misura che combina gli sconti Irpef con il “bonus” a favore delle maestranze a basso reddito.

Mentre la decontribuzione si traduceva in minori entrate fiscali-contributive, il “bonus” (che vale circa 0,2 punti percentuali di Pil) viene contabilizzato come maggiore spesa e quindi sfugge alla stima della pressione fiscale. Pertanto, se tenessimo conto di questo aspetto, nel 2025 la pressione fiscale sarebbe destinata a diminuire, sebbene di poco, attestandosi al 42,5 per cento.

Attenzione alla corretta lettura dei dati

Tornando a osservare il Graf.1, l’incremento della pressione fiscale è tornato a salire impetuosamente a partire dal 2023. Tuttavia, affermare che in questi anni sia aumentato il peso del fisco sul contribuente sarebbe fuorviante. L’incremento della pressione fiscale, infatti, non è ascrivibile ad un aumento delle tasse, quanto a una pluralità di novità legislative di natura economica introdotte a livello politico.

Pensiamo alla decontribuzione a favore dei redditi da lavoro dipendente resa più incisiva nel 2024 e all’accorpamento dei primi due scaglioni di reddito Irpef. Nel 2025, con l’intento di ridurre il cuneo fiscale e a compensazione della decontribuzione, sono state aumentate le detrazioni Irpef ed è previsto un “bonus” (erogazione di una somma esente Irpef) per i redditi da lavoro dipendente sino a 20.000 euro.

Inoltre, il buon andamento delle entrate fiscali nel 2024 è stato determinato da fattori economici che hanno condizionato la crescita delle imposte sostitutive attinenti ai redditi da capitale. Non va nemmeno dimenticata la crescita registrata dalle retribuzioni; grazie ai rinnovi contrattuali, alla corresponsione degli arretrati nel pubblico impiego e all’aumento del numero di occupati l’Irpef e i contributi previdenziali hanno subito un rialzo positivo.

L’aumento del prelievo è stato insignificante

L’impatto sulla pressione fiscale riconducibile all’aumento delle tasse, invece, è stato modestissimo. Ricordiamo, tra i principali inasprimenti fiscali introdotti dal governo in carica, le seguenti misure:

  • incremento della tassazione sui tabacchi, dell’IVA su alcuni prodotti per l’infanzia/igiene femminile e dell’imposta sostitutiva sulla rivalutazione dei terreni e delle partecipazioni per l’anno 2024;
  • rimodulazione delle detrazioni per le spese fiscali con l’introduzione di alcune limitazioni per redditi elevati, l’inasprimento della tassazione sulle cripto-attività, la riduzione delle detrazioni delle spese per le ristrutturazioni edilizie e il risparmio energetico per l’anno 2025.

Tra i big dell’UE solo la Francia è più tassata di noi

Nel 2024[6] la Danimarca ha registrato la pressione fiscale più elevata dell’UE, con un valore pari al 45,4 per cento del Pil. Seguono la Francia con il 45,2, il Belgio con il 45,1, l’Austria con il 44,8 e il Lussemburgo con il 43. L’Italia si è posizionata al sesto posto con un tasso del 42,6 per cento del Pil. Rispetto ai nostri principali partner economici, abbiamo una pressione fiscale superiore a quella tedesca di 1,8 punti e a quella spagnola addirittura di 5,4. Solo la Francia sta peggio di noi: la pressione fiscale a Parigi è superiore alla nostra di 2,6 punti. La media UE, infine, è inferiore a quella italiana di 2,2 punti.

[1] Per pagare gli acconti e i saldi Irpef, Ires, Irap, Iva, addizionali Irpef, contributi previdenziali, tasse locali, etc.

[2] Lavoratori dipendenti, pensionati, lavoratori autonomi e altri percettori di redditi.

[3] Società di capitali, cooperative, consorzi, etc.

[4] Per la precisone fino al giorno 5.

[5] Come si è giunti a stabilire che nel 2025 sono necessari 156 giorni per “liberarci” dal fisco italiano?  La stima del Pil nazionale prevista per il 2025 è di 2.256 miliardi di euro; tale importo è stato suddiviso per 365 giorni, ottenendo così un dato medio giornaliero di 6,2 miliardi di euro. Dopodiché, sono state estrapolate le previsioni relative alle entrate tributarie e contributive[5] che i percettori di reddito verseranno quest’anno che, si stima, dovrebbero ammontare a 962,2 miliardi di euro[5]. Infine, quest’ultimo dato è stato frazionato al Pil giornaliero. Pertanto, queste operazioni hanno consentito all’Ufficio studi della CGIA di determinare il cosiddetto tax freedom day dopo 156 giorni dall’inizio dell’anno, vale a dire il 6 giugno ultimo scorso.

[6] Ultimo anno in cui i dati ci consentono di fare una comparazione a livello europeo.


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Processo tributario, senza attestazione di conformità la notifica non vale

Un documento depositato nel fascicolo processuale non basta a dimostrare l’avvenuta notifica se privo dell’attestazione di conformità. Lo ha stabilito la Corte di giustizia tributaria di Padova con la sentenza n. 237/1/2025, accogliendo il ricorso di un contribuente contro un’intimazione di pagamento fondata su atti presupposti non certificati.

La questione nasce dall’applicazione dell’articolo 25-bis del Dlgs 546/92, come modificato dal Dlgs 220/2023, che impone al difensore di attestare la conformità della copia informatica agli originali cartacei. Una previsione che, in mancanza di attestazione, rende inutilizzabili i documenti depositati.

Il legislatore è intervenuto con il Dlgs 81/2025, chiarendo che è sufficiente l’attestazione di conformità al documento analogico detenuto dal difensore, e non necessariamente all’originale. Resta però il nodo applicativo per i ricorsi depositati prima dell’entrata in vigore della riforma.

La giurisprudenza non è univoca: la Corte di giustizia tributaria di Salerno (sentenza n. 2685/5/2025) si è allineata all’orientamento di Padova, mentre quella di Bergamo (sentenza 304/2025) ha ritenuto che l’inutilizzabilità dei documenti non scatti se la conformità non viene espressamente disconosciuta dalla controparte.


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AI Act, nuove sfide per le imprese: studi legali in prima linea su rischio e formazione

Dal 2 agosto il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale – l’AI Act – è entrato in una nuova fase operativa, portando con sé i primi obblighi e le prime sanzioni per chi non rispetta le regole. Un cambio di passo che sta moltiplicando il lavoro per gli studi legali, chiamati ad affiancare le imprese nella mappatura dei rischi, nei programmi di formazione e nella revisione dei modelli organizzativi.

Eppure, secondo i dati dell’Osservatorio del Politecnico di Milano, la consapevolezza è ancora scarsa: solo il 28% delle aziende ha avviato attività di formazione e verifica, mentre oltre la metà non percepisce la compliance come prioritaria. Ci sono obblighi di classificazione e mappatura del rischio che non possono essere trascurati e le sanzioni non sono marginali.

A preoccupare è soprattutto la mancanza di un approccio strutturato: alcune imprese stanno nominando un Artificial Intelligence Officer nei propri organigrammi, altre restano alla finestra per timore dell’incertezza normativa e geopolitica, con i negoziati in corso tra Usa e Ue anche sul digitale.

Il tema non si esaurisce con l’AI Act: privacy, proprietà intellettuale, sicurezza e governance incrociano altri regolamenti europei come il GDPR, il Digital Markets Act e la direttiva DORA per i servizi finanziari. La consulenza legale diventa così sempre più multidisciplinare. «Abbiamo condotto oltre 50 assessment su casi d’uso di AI – spiega l’avvocato Vincenzo Colarocco (studio Previti) – valutando i rischi in termini di data protection, sicurezza ed etica».

Alcuni settori si stanno muovendo con maggiore tempestività: life science e sanità, dove la sicurezza dei dispositivi è cruciale; finanza, che richiede governance e tracciabilità; ma anche energia, infrastrutture e trasporti, dove i profili di interoperabilità e compliance sono determinanti. Si stanno creando sinergie inedite tra settori diversi per rafforzare la competitività sul mercato.


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Più di 24 milioni di euro: è la cifra – parziale – che le Casse previdenziali dei professionisti hanno destinato al sostegno delle spese scolastiche e universitarie dei figli degli iscritti. Una somma significativa, che fotografa l’impegno crescente degli enti di categoria sul fronte del welfare, pur con modalità e intensità differenti.

Il meccanismo è quasi ovunque lo stesso: contributi a rimborso delle spese già sostenute, con finestre di accesso che si aprono nei mesi successivi e guardano all’anno scolastico o accademico 2024-2025, mentre per le spese di queste settimane occorrerà attendere il 2026.

Non tutte le Casse seguono la stessa strada: alcune – come Inarcassa per ingegneri e architetti, l’Enpacl dei consulenti del lavoro o la Cassa dei geometri – hanno preferito concentrare le risorse su altri capitoli di welfare. Per accedere ai benefici resta comunque imprescindibile la regolarità contributiva e, nella maggior parte dei casi, la posizione in graduatoria è determinata dall’Isee familiare.

Un esempio arriva da Cassa Forense, che per il 2025 ha previsto 4,45 milioni di euro a sostegno delle famiglie. Tra le novità, un bando per coprire fino al 25% delle spese di alloggio negli studentati universitari (fino a 2.500 euro), oltre a borse di studio fino a 2.000 euro per gli studenti più meritevoli con Isee inferiore a 30mila euro. Non manca l’attenzione per i più piccoli: a ottobre si aprirà la finestra per i contributi destinati ai centri estivi, fino a 1.000 euro per nucleo familiare.

Il quadro, ancora parziale, mostra come il sostegno allo studio stia diventando una voce sempre più importante delle politiche di welfare delle Casse, con la prospettiva di ulteriori stanziamenti già all’orizzonte.


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Aeroporti in tilt: il cyber-attacco che svela i punti deboli della travel tech

Non si attenua l’ondata di disagi causata dal cyber-attacco che ha paralizzato il sistema di check-in e imbarco bagagli in diversi aeroporti europei. A Bruxelles, ieri, sono stati cancellati 75 voli tra partenze e arrivi, un numero quasi doppio rispetto ai 38 del giorno precedente. La situazione resta critica: anche per oggi le compagnie aeree sono state invitate ad annullare la metà dei 276 voli programmati.

Gli esperti informatici sono ancora al lavoro per capire chi si celi dietro l’attacco che ha colpito Collins Aerospace, società che gestisce la piattaforma Muse, utilizzata da più scali per condividere banchi e gate. L’ipotesi più concreta è quella di un accesso non autorizzato tramite le credenziali di un dipendente, tra gli oltre 80 mila della società.

La vicenda assume anche risvolti geopolitici: si ipotizza un legame tra l’attacco e i contratti militari di Collins Aerospace e della sua casa madre RTX con le forze armate occidentali, NATO compresa. Intanto, a destare preoccupazione è la lentezza con cui l’azienda ha gestito la comunicazione: nessuna indicazione chiara su cosa sia accaduto né sui tempi per il ripristino.

Oltre Bruxelles, disagi — seppur più contenuti — si sono registrati anche a Berlino, Londra Heathrow e Dublino. Ma nella capitale belga il blocco si fa sentire con più forza: senza una versione sicura del sistema, il check-in resta manuale e il ritorno alla normalità appare ancora lontano.


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Oltre Bitcoin ed Ethereum, l’esplosione dei token fantasma

È una corsa senza precedenti, che somiglia sempre più a un Far West finanziario. Nel mondo delle criptovalute vengono lanciati circa 50mila nuovi token digitali ogni giorno, in un ecosistema di 850 exchange globali spesso privi di regole stringenti. Il numero complessivo di asset ha superato quota 21 milioni, mentre la capitalizzazione complessiva ha raggiunto i 4mila miliardi di dollari, quattro volte il valore delle società quotate a Piazza Affari.

Dietro queste cifre da capogiro si nasconde però un mercato frammentato e poco trasparente. Escludendo i “giganti” come Bitcoin (2.300 miliardi), Ethereum (500 miliardi) e le principali stablecoin ancorate al dollaro (Usdt e Usdc per oltre 240 miliardi complessivi), rimane un patrimonio di circa 1.000 miliardi distribuito tra memecoin speculative, progetti blockchain con basi tecnologiche più solide e, non di rado, schemi fraudolenti.

Token non sono azioni

La confusione più grande riguarda la natura dei token. Molti investitori li percepiscono come quote di una start up o di una piattaforma, ma in realtà non attribuiscono diritti di proprietà, voto o dividendo, salvo rare eccezioni di security token regolamentati. A differenza delle azioni, il valore di un token non è legato direttamente ai risultati economici dell’azienda o della blockchain che lo emette.

Il problema della diluizione

Spesso i token sono pre-minati e concentrati nelle mani di fondatori e venture capital. Quando questi decidono di monetizzare, immettono grandi volumi sul mercato con effetti depressivi sui prezzi. Nel mondo azionario esistono vincoli di lock-up e obblighi di disclosure; nel settore cripto, invece, la gestione dell’offerta è totalmente discrezionale, e la continua emissione di nuovi token per pagare spese operative o incentivare utenti funziona come una “stampante monetaria interna”, che svaluta costantemente i token già in circolazione.

Il rischio del listing

Un altro punto critico è la dinamica della quotazione sugli exchange. Nelle Ipo tradizionali l’ingresso in Borsa impone regole di trasparenza; nei mercati cripto il listing diventa spesso una exit strategy per i fondi di venture capital, che liquidano i token acquistati a prezzi stracciati nelle prime fasi. Così, gli investitori retail finiscono a comprare a valori gonfiati, subendo nei mesi successivi il crollo dovuto alle vendite degli insider.

Il verdetto

Il settore delle criptovalute è cresciuto in dimensioni e rilevanza, ma rimane lontano da standard minimi di protezione per chi investe. Il rischio per il retail è evidente: ciò che sembra un investimento nel futuro tecnologico è, in realtà, spesso l’acquisto indiretto di un debito verso i finanziatori della prima ora.

La domanda che resta aperta è se i regolatori riusciranno a trasformare questo Far West in un mercato più maturo, prima che i piccoli risparmiatori paghino il prezzo più alto.


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Hollywood contro l’IA cinese: Disney, Universal e Warner citano in giudizio MiniMax

Los Angeles, 17 settembre 2025 – Hollywood alza il livello dello scontro contro le aziende dell’intelligenza artificiale accusate di sfruttare opere protette senza autorizzazione. Nel mirino è finita MiniMax, giovane start up di Shanghai valutata 3 miliardi di dollari e sostenuta da colossi come Alibaba, che punta alla quotazione in Borsa ma ora deve difendersi da una causa legale presentata in California da Disney, Universal e Warner Bros Discovery.

Secondo la denuncia, MiniMax avrebbe costruito la sua app di punta, Hailuo AI, sfruttando personaggi iconici come Darth Vader, i Minions, Wonder Woman e Shrek, utilizzati per generare immagini e video ad alta definizione marchiati con il logo dell’azienda. Non solo: la start up avrebbe promosso i propri servizi negli Stati Uniti lasciando intendere un’approvazione inesistente da parte dei titolari dei diritti.

«MiniMax ignora completamente la legge statunitense sul copyright e tratta i personaggi dei querelanti come se fossero propri», si legge nell’atto di citazione. Una linea durissima, che segue i precedenti già avviati contro Midjourney, accusata dello stesso approccio nell’addestramento dei propri algoritmi.

Il modello MiniMax: “Hollywood in tasca”

Fondata appena quattro anni fa, MiniMax ha già conquistato milioni di utenti in oltre 200 Paesi, proponendo un modello semplice: un abbonamento mensile che promette “Hollywood in tasca”. Una formula che a Los Angeles è suonata come una provocazione, soprattutto perché Hailuo AI è considerata tra le applicazioni più avanzate per la generazione di video realistici, capace di competere con rivali del calibro di Midjourney o Kling.

La controffensiva Disney

Mentre combatte in tribunale, Disney non resta alla finestra. La multinazionale ha annunciato il lancio di una nuova piattaforma, in collaborazione con Webtoon Entertainment, che metterà a disposizione oltre 35mila fumetti Marvel e Star Wars. Contestualmente, Disney acquisirà il 2% della società coreano-americana, con l’obiettivo di consolidare la propria presenza tra i giovani lettori digitali e rafforzare un ecosistema sempre più integrato tra streaming, sport e fumetti.

La posta in gioco

Il caso MiniMax evidenzia la crescente tensione tra creatività tradizionale e tecnologie emergenti. Da un lato, gli studios temono una deriva di “pirateria digitale” che minacci la tutela del copyright; dall’altro, start up come MiniMax cavalcano la rivoluzione generativa per conquistare pubblico e capitali.

La battaglia legale californiana sarà uno dei primi veri banchi di prova per capire come i tribunali affronteranno l’impatto dell’intelligenza artificiale sui diritti d’autore e, di riflesso, sul futuro dell’industria culturale globale.


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Mobilità sostenibile, gli italiani restano legati all’auto: solo il 10% comprerebbe un’elettrica

Roma, 17 settembre 2025 – L’Italia sogna una mobilità più verde, ma resta fortemente legata alle quattro ruote tradizionali. È quanto emerge dall’indagine sulla mobilità sostenibile condotta dall’Istituto Piepoli, presentata all’ECO Festival della mobilità sostenibile e delle città intelligenti, organizzato in concomitanza con la Settimana europea della mobilità.

Secondo il sondaggio, il 77% degli italiani considera l’auto il mezzo di riferimento, mentre soltanto il 10% si dice pronto ad acquistare un veicolo elettrico, nonostante il 38% ritenga che tra dieci anni sarà il mezzo più diffuso. L’indice di mobilità sostenibile elaborato dal report si ferma a 66 su 100, con valori più alti tra i giovani e nelle grandi città.

Auto sì, trasporto pubblico poco

Il 65% del campione dichiara di essere dipendente dall’auto, mentre solo il 19% utilizza con regolarità il trasporto pubblico. Sei italiani su dieci percepiscono l’esistenza di alternative sostenibili nella propria area, ma le differenze territoriali restano significative.

Il nodo elettrico

Fra gli scettici verso l’auto elettrica, il 55% indica il prezzo elevato come principale ostacolo, il 43% teme la scarsa autonomia, il 19% considera eccessivo il fabbisogno energetico e il 17% teme rischi di incidenti legati alle batterie. Sulle infrastrutture, solo il 21% giudica sufficienti e accessibili le colonnine di ricarica.

Le voci del governo

Nel suo intervento, il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha ipotizzato una revisione degli obiettivi UE: “Entro il 2035 non avremo solo l’elettrico, ma anche altre tecnologie come idrogeno e biometano. Va superato il no ideologico ai biocarburanti”.
Il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha sottolineato il problema dell’età media del parco auto italiano, ormai salita a 13 anni: “Decarbonizzare è una sfida enorme, ma va affrontata in modo realistico, senza penalizzare la sostenibilità sociale ed economica del Paese”.

Merci, rifiuti e incentivi

Il sondaggio evidenzia anche l’importanza della transizione nel trasporto merci, ritenuta prioritaria dall’84% degli intervistati, con il trasporto intermodale ferroviario indicato come soluzione ottimale da 7 italiani su 10.
Sul fronte rifiuti, l’80% giudica efficace la raccolta differenziata nel proprio territorio, ma il 56% chiede più impegno su prevenzione e riuso.

Quanto agli strumenti per accelerare la transizione, i cittadini invocano soprattutto nuovi incentivi economici (36%) e un rafforzamento del trasporto pubblico locale (33%). Ma solo un italiano su tre ritiene adeguate le misure attualmente in vigore.


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AI, il costo nascosto dell’innovazione: i chip del futuro consumeranno fino a 15mila watt a modulo

L’intelligenza artificiale corre veloce, ma dietro ai progressi straordinari delle sue applicazioni si nasconde una sfida colossale: l’energia. Secondo un nuovo studio del TeraByte Interconnection and Package Laboratory (TeraLab) del Kaist in Corea del Sud, i chip di nuova generazione potrebbero arrivare a consumare fino a 15.360 watt per singolo modulo entro il 2035, spingendo al limite le infrastrutture di alimentazione e raffreddamento.

La ragione è l’evoluzione della memoria ad alta larghezza di banda (Hbm), che passerà da Hbm4 nel 2026 a Hbm8 nel 2038. Ogni passo garantirà più potenza di calcolo, ma a costo di un fabbisogno energetico esponenziale. Già nel 2026 le GPU arriveranno a 800 watt, per poi toccare 1.200 watt entro il 2035. Accoppiate con 32 stack Hbm da 180 watt ciascuno, il consumo di un singolo modulo raggiungerà i 15 kW.

Il nodo dei data center

Per i grandi modelli linguistici e i sistemi fondativi di IA, questi numeri rappresentano un punto critico. Il Dipartimento dell’Energia USA stima che il raffreddamento costituisce già il 40% dei consumi dei data center, e i chip di prossima generazione spingeranno ancora più in alto la soglia. Le conseguenze vanno ben oltre il design dei processori: dalla distribuzione di potenza a livello di rack, fino alla pianificazione delle reti elettriche e degli impianti di raffreddamento.

Alcune città, come Dublino, hanno già imposto moratorie sui nuovi data center, mentre Francoforte e Singapore stanno affrontando gravi limiti di capacità. Un singolo modulo da 15 kW acceso in continuo può costare fino a 20mila dollari l’anno solo di energia elettrica, senza contare i sistemi di raffreddamento.

L’energia come nuovo parametro di competitività

Se in passato la metrica chiave era la velocità di calcolo, oggi la sfida è l’accesso alla potenza elettrica. Le regioni con abbondanza di energia – come i Paesi nordici, il Midwest americano o gli Stati del Golfo – diventano poli attrattivi per l’IA. Al contrario, aree con reti sature rischiano di trasformarsi in “deserti dell’intelligenza artificiale”.

Il caso italiano

In Italia, la situazione non è meno delicata. Al 30 giugno 2025 la capacità di generazione nazionale era di circa 120 GW, ma già oggi emergono tensioni: le richieste di connessione da parte degli impianti rinnovabili saturano virtualmente la rete, mentre le aree metropolitane – in particolare Milano e la Lombardia – soffrono colli di bottiglia nelle cabine primarie. Qui la domanda crescente dei data center rischia di superare le capacità di prelievo.

Una questione nazionale

Garantire al Paese competitività nell’era dell’IA significa elaborare un nuovo patto nazionale sull’energia e le infrastrutture digitali. Un piano che anticipi le necessità future e non rincorra emergenze, evitando il rischio di ritardi strutturali che potrebbero tradursi in disuguaglianze e deindustrializzazione.

Il messaggio per le aziende è chiaro: nell’era dell’intelligenza artificiale, il vero limite non sarà il numero di operazioni al secondo, ma i kilowatt disponibili.


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