ROMA — La giustizia italiana resta un cantiere perenne, al centro di continue tensioni politiche e istituzionali. Il tema più caldo è ancora quello della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, un principio ispirato al modello anglosassone e rilanciato con forza dall’attuale esecutivo. Il Guardasigilli spinge su questa riforma, che prevede anche la nascita di un’Alta Corte disciplinare e un nuovo Consiglio superiore della magistratura, ma il dibattito si accende.
Le toghe, infatti, denunciano il rischio di un disegno punitivo, mascherato da riforma ordinamentale. Secondo i dati, la sezione disciplinare del CSM ha sanzionato il 42% dei magistrati coinvolti nei procedimenti, e c’è chi si chiede perché serva un nuovo organo se quello attuale funziona. Le critiche al sistema disciplinare e alla gestione correntizia sono state feroci, anche da parte degli stessi magistrati: emblematico il caso Palamara, che ha definito il Consiglio un “verminaio” e un “mercato delle vacche”.
Il governo, dal canto suo, difende il progetto, sostenendo che la riforma ridurrà il potere delle correnti e restituirà indipendenza alla magistratura. Saranno però gli elettori a decidere, con un referendum previsto dopo l’approvazione della riforma costituzionale.
Sul tavolo c’è anche il nodo del codice di procedura penale, che il ministro intende riscrivere per renderlo più aderente al modello accusatorio. Una revisione attesa da anni, già invocata dagli studiosi e divenuta impellente dopo casi controversi come quello di Garlasco, che ha riacceso il dibattito sulla necessità di una revisione delle norme sull’appello e sulle intercettazioni.
A proposito di queste ultime, il recente limite di 45 giorni — con eccezioni per mafia e terrorismo — ha suscitato polemiche, accusato di ostacolare le indagini. Il ministro replica che la riservatezza delle comunicazioni resta un valore costituzionale primario e che le intercettazioni devono essere uno strumento mirato, non un mezzo di controllo generalizzato.
Nel frattempo, alcune norme come la depenalizzazione dell’abuso d’ufficio hanno già prodotto effetti positivi nella pubblica amministrazione. E la battaglia sulle carriere separate resta il vero banco di prova di questa stagione di riforme.
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