Meno carte, più dati: la Pa accelera sul principio once only

La Pubblica amministrazione non potrà più chiedere due volte le stesse informazioni. Con l’ultimo decreto collegato al Pnrr, il principio dell’“once only” entra in una fase operativa più stringente: i dati forniti una volta da cittadini e imprese diventano patrimonio condiviso del sistema pubblico, destinato a circolare digitalmente tra gli enti che ne hanno titolo.

Il meccanismo è semplice nella sua logica, ma impegnativo nella realizzazione. Le amministrazioni dovranno acquisire le informazioni necessarie ai procedimenti esclusivamente attraverso canali telematici interni, evitando duplicazioni, modulistica ripetitiva e richieste ridondanti. Il fulcro di questo scambio è la Piattaforma digitale nazionale dati, che diventa l’infrastruttura obbligata per la cooperazione informativa tra uffici.

Il decreto rafforza un principio che non nasce oggi. Già da decenni l’ordinamento impone alle amministrazioni di acquisire d’ufficio ciò che è già in loro possesso. La differenza è che, mentre in passato il riferimento era ai documenti cartacei, oggi il sistema ruota intorno a dati strutturati, interoperabili e riutilizzabili in tempo reale. È un cambio di paradigma che sposta l’attenzione dalla singola pratica al patrimonio informativo pubblico nel suo complesso.

Il nuovo assetto non riguarda solo l’efficienza amministrativa. Al centro c’è anche il delicato equilibrio con la tutela della riservatezza. La norma chiarisce che lo scambio diretto di dati tra enti pubblici, gestori di servizi e società a controllo pubblico risponde a un interesse pubblico qualificato. Questo consente il trattamento anche di informazioni particolarmente sensibili, ma solo entro confini rigorosi e con adeguate misure di sicurezza.

Proprio per evitare derive, il legislatore ha rafforzato il sistema dei controlli. Gli accessi alla piattaforma non sono liberi né discrezionali: ogni consultazione deve essere tracciata, verificabile e riconducibile a finalità istituzionali. Su questo fronte assume un ruolo centrale AgID, chiamata a vigilare sull’alimentazione della piattaforma, sul corretto utilizzo dei servizi digitali e sul rispetto delle regole tecniche da parte delle amministrazioni.

La risposta ai bisogni informativi dovrà essere immediata e automatica. Gli uffici che interrogano le banche dati pubbliche non dovranno più giustificare ogni richiesta, perché la legittimazione è presunta nell’esercizio delle funzioni istituzionali. Questo incide direttamente sui tempi dei procedimenti, riducendo passaggi intermedi e colli di bottiglia burocratici. Resta però ferma la possibilità di controlli successivi sulla legittimità degli accessi, affidati sia all’AgID sia all’Autorità garante per la protezione dei dati personali.

Il decreto interviene anche sul fronte della responsabilità dirigenziale. Non alimentare la piattaforma, ritardare l’abilitazione dei servizi o continuare a chiedere dati già disponibili non è più una semplice inefficienza organizzativa. Le conseguenze si riflettono sulla retribuzione di risultato dei dirigenti e possono arrivare a sanzioni pecuniarie, con verifiche periodiche affidate all’Agenzia per l’Italia digitale.

In questo quadro si inserisce anche l’evoluzione dei portafogli digitali, destinati a diventare uno strumento complementare per la gestione e la condivisione dei documenti personali in formato elettronico. La direzione è chiara: costruire un ecosistema in cui le informazioni circolano all’interno della Pubblica amministrazione, senza gravare su cittadini e imprese e senza sacrificare la sicurezza dei dati.

Il principio dell’unicità dell’invio, dunque, smette di essere una formula astratta e si trasforma in un obbligo concreto. La sfida ora non è più normativa, ma organizzativa e culturale: far funzionare davvero la circolarità dei dati significa ripensare processi, responsabilità e controlli in una Pubblica amministrazione che, finalmente, dovrebbe chiedere meno e sapere di più.


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Giustizia al bivio: o accelera o perde il Pnrr

Il tempo stringe e la giustizia italiana è chiamata all’ultimo scatto. Entro il 30 giugno il sistema dovrà dimostrare di saper ridurre in modo significativo la durata dei procedimenti civili, unico obiettivo del Pnrr ancora da centrare per intero. I numeri dicono che il percorso è avviato, ma per restare nei parametri europei serve un’accelerazione decisiva nei prossimi mesi.

Secondo i dati più recenti, la durata media delle cause civili è già diminuita di oltre un quarto rispetto al 2019. Tuttavia, per rispettare l’impegno assunto con Bruxelles, occorre un ulteriore passo in avanti. Su questo fronte il Ministero della Giustizia punta sulle misure straordinarie introdotte nell’ultimo anno: dall’impiego flessibile dei magistrati, anche da remoto, all’ingresso immediato dei tirocinanti nelle Corti d’appello, fino al rafforzamento degli organici attraverso concorsi coordinati su scala nazionale.

L’obiettivo dichiarato è ambizioso: arrivare entro il 2026 a una copertura integrale delle piante organiche della magistratura, un traguardo mai raggiunto prima. Parallelamente, si lavora per chiudere una partita storicamente critica come quella degli indennizzi per la durata irragionevole dei processi. Il progetto dedicato alla liquidazione delle cosiddette “cause-lumaca” mira a smaltire l’arretrato accumulato negli anni passati, riducendo un peso strutturale che grava da tempo sui bilanci pubblici.

Sul versante penale, invece, i risultati sono già andati oltre le attese: i tempi medi di definizione dei procedimenti risultano ridotti ben oltre la soglia concordata in sede europea. Una performance che consente di concentrare ora l’attenzione sul civile, dove l’aumento delle nuove iscrizioni – in particolare in materie sensibili come immigrazione e cittadinanza – rischia di rallentare il percorso.

Un ruolo centrale è giocato dalla trasformazione digitale. La quasi totalità dei fascicoli giudiziari è ormai informatizzata e il primo grado penale è entrato in una fase di piena digitalizzazione, con nuovi portali per la gestione degli atti e delle notizie di reato. Restano però alcune criticità operative: aggiornamenti tecnologici non sempre coordinati hanno provocato difficoltà nei depositi telematici, segnalate anche dall’avvocatura, evidenziando la necessità di una maggiore sincronizzazione tra sistemi e uffici.

Il Piano nazionale non riguarda solo processi e tecnologia. Grande attenzione è riservata anche al personale. Le risorse Pnrr hanno consentito l’assunzione di migliaia di lavoratori a supporto degli uffici giudiziari e il Ministero ha annunciato l’intenzione di avviare percorsi di stabilizzazione, affiancando fondi nazionali agli investimenti europei per garantire continuità e competenze nel medio periodo.

Accanto alle riforme organizzative, proseguono gli interventi strutturali: cantieri aperti per l’edilizia giudiziaria, nuovi padiglioni carcerari e programmi mirati a migliorare le condizioni di vita negli istituti di pena. Un tema, quello del carcere, che resta delicato, come ricordato dal Guardasigilli Carlo Nordio, che ha parlato di una responsabilità collettiva nel prevenire il disagio e ridurre fenomeni drammatici come i suicidi tra i detenuti.

Il quadro che emerge dalla relazione al Parlamento è quello di una macchina in movimento, con risultati concreti già certificati dall’erogazione delle ultime tranche di fondi europei. Ma la vera prova si gioca ora: nei prossimi mesi si deciderà se la giustizia italiana riuscirà a trasformare l’emergenza Pnrr in un cambiamento strutturale o se l’occasione verrà solo parzialmente colta.


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L’accordo mira a semplificare le transazioni digitali transfrontaliere, rendendole più prevedibili per imprese e consumatori. Sul fronte della tutela degli utenti, introduce impegni di alto livello in materia di protezione dei consumatori online, dei dati personali e della vita privata, oltre a misure contro i messaggi commerciali non richiesti, contribuendo a un ambiente digitale più sicuro.

Per le imprese, l’intesa garantisce maggiore certezza giuridica e promuove il commercio senza supporti cartacei: riconosce la validità di firme, contratti e fatture elettronici e vieta l’imposizione di dazi doganali sulle trasmissioni elettroniche. Al tempo stesso, sostiene un commercio digitale equo vietando obblighi ingiustificati di localizzazione dei dati e il trasferimento forzato del codice sorgente dei software, contrastando pratiche protezionistiche.

Nel complesso, l’accordo posiziona UE e Singapore come leader globali nella definizione delle politiche digitali, promuovendo economie digitali aperte ed eque. Un’impostazione che riflette l’approccio europeo alle regole sui dati, centrato sulle persone e sui loro diritti, preservando al contempo lo spazio politico necessario per affrontare le nuove sfide dell’economia digitale.


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Sei mesi e mezzo per un capannone: la burocrazia che frena lo sviluppo

L’Italia continua a scontare un paradosso strutturale: regole formalmente uguali su tutto il territorio nazionale producono effetti profondamente diversi a seconda della città in cui vengono applicate. Il risultato è una Pubblica Amministrazione dai tempi disomogenei, che incide negativamente sugli investimenti, scoraggia l’iniziativa privata e accentua i divari territoriali.

L’edilizia rappresenta una cartina di tornasole particolarmente efficace di questa inefficienza. Per ottenere una concessione edilizia finalizzata alla costruzione di un capannone commerciale servono in media oltre sei mesi e mezzo, pari a 198 giorni. Un dato già elevato se confrontato con gli standard europei, ma che peggiora sensibilmente nelle grandi aree urbane. A Milano e Napoli si raggiungono i 220 giorni (7,2 mesi), a Torino 210 giorni (6,9 mesi) e a Palermo 205 giorni (6,7 mesi). Proprio nei territori dove la domanda di spazi produttivi è più alta, la lentezza amministrativa finisce così per diventare un vero collo di bottiglia allo sviluppo economico.

Ancora più critico è il quadro della giustizia civile, in particolare sul fronte delle procedure di insolvenza. A livello nazionale servono in media 36 mesi – 1.095 giorni – per arrivare alla liquidazione di un’impresa insolvente. Ma anche in questo caso le medie nascondono forti squilibri. A Milano i tempi arrivano fino a 75 mesi, oltre sei anni, seguita da Bari con 72 mesi, Roma con 68 e Ancona con 60. Durate incompatibili con le esigenze di un’economia moderna, che richiede rapidità nella riallocazione delle risorse e certezza delle regole.

Non va meglio sul terreno delle controversie commerciali. In Italia una disputa tra imprese si chiude in media in 600 giorni, ma a Roma si arriva a 1.400 giorni, quasi quattro anni. Bari e Reggio Calabria superano i 1.180 giorni, mentre Ancona, Firenze e Napoli si attestano attorno ai 1.000 giorni. Ritardi che aumentano i costi operativi, accrescono il rischio d’impresa e spingono molte aziende a rinunciare a far valere i propri diritti, come rilevato dall’CGIA.

Alla base di questi dati vi è una qualità della burocrazia giudicata molto bassa. Il problema non è la presenza di regole, inevitabile in economie complesse, ma il loro cattivo funzionamento. Procedure lente, adempimenti duplicati, sovrapposizioni normative e incertezza interpretativa generano costi opachi e difficilmente programmabili, che si traducono in un vincolo strutturale alla crescita. Le imprese sono così costrette a destinare risorse ad attività difensive, sottraendole a innovazione e sviluppo.

Un ulteriore effetto riguarda la cattiva allocazione del tempo e del capitale umano: la gestione della complessità amministrativa assorbe energie manageriali che potrebbero essere investite nell’espansione dei mercati e nella crescita dimensionale. L’impatto è inoltre asimmetrico: le grandi imprese riescono a diluire i costi grazie alle economie di scala, mentre le piccole e medie ne sopportano un peso sproporzionato.

La cattiva burocrazia, tuttavia, non danneggia solo il sistema produttivo. Penalizza anche gli stessi enti pubblici, intrappolati in un intreccio di complessità normativa, frammentazione delle competenze e incentivi distorti. L’accumulo di norme incoerenti favorisce comportamenti difensivi, moltiplica i controlli e allunga le catene decisionali, senza migliorare la qualità delle scelte. Una digitalizzazione non accompagnata da una reale reingegnerizzazione dei processi finisce così per cristallizzare le inefficienze anziché risolverle.

Nel Mezzogiorno questi fenomeni risultano più accentuati, non per carenze civiche o amministrative, ma per un equilibrio istituzionale storicamente determinato. L’estensione di modelli burocratici pensati per contesti produttivi più dinamici, unita a un settore privato più debole, ha favorito nel tempo pratiche discrezionali e una minore pressione per regole semplici e prevedibili. Il risultato è che norme formalmente uniformi producono esiti profondamente diversi.

Secondo le elaborazioni basate sui dati della Banca Mondiale (B-READY 2025), contrastare la malaburocrazia richiede interventi sistemici: semplificazione normativa, chiarezza delle competenze, incentivi coerenti e una digitalizzazione realmente orientata ai processi e ai risultati. Senza un cambio di passo strutturale, la lentezza amministrativa continuerà a rappresentare uno dei principali freni invisibili allo sviluppo del Paese.


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Giustizia, Torino e la voce esclusa dell’avvocatura: il pluralismo come fondamento democratico

I fatti accaduti a Torino durante l’inaugurazione dell’Anno giudiziario – con l’esclusione dell’intervento della Camera Penale e la conseguente protesta dei penalisti – non possono essere archiviati come una semplice polemica di categoria. In quell’uscita dall’aula, accompagnata dal richiamo che “la giustizia non è solo dei magistrati”, si è manifestata una frattura più profonda, che tocca il cuore del nostro sistema democratico e rischia di allontanare i cittadini dalle istituzioni.

La giurisdizione, infatti, non è un monologo. È un equilibrio delicato tra funzioni diverse, tutte costituzionalmente necessarie. Magistratura e Avvocatura partecipano, con ruoli distinti ma complementari, a un’unica funzione di giustizia, condividendo la responsabilità di garantire i diritti fondamentali. Escludere una di queste voci significa indebolire il pluralismo che rende la giustizia credibile e riconoscibile agli occhi della collettività.

È in questa prospettiva che va letta anche la lettera di solidarietà inviata nel marzo 2025 al Primo Presidente della Corte di Cassazione da Alberto Del Noce, citata dalla Corte d’Appello di Messina nella relazione inaugurale dell’Anno giudiziario 2026. In quella lettera venivano ribaditi, e oggi vengono integralmente confermati, i principi dell’autonomia e dell’indipendenza della giurisdizione, della separazione tra potere politico e potere giudiziario e dell’equilibrio tra i poteri dello Stato.

Proprio gli eventi di Torino dimostrano, però, che tali principi non possono restare affermazioni astratte. Essi richiedono pratiche istituzionali coerenti, capaci di riconoscere e valorizzare tutte le componenti della giurisdizione. Difendere l’indipendenza della magistratura non significa comprimere o silenziare la voce dell’avvocatura, ma rafforzare quel pluralismo che è condizione essenziale della legittimazione democratica della giustizia.

La citazione della lettera da parte della Corte d’Appello di Messina diventa così un’occasione per chiarire che la tutela dell’autonomia e dell’indipendenza della giurisdizione non è in contraddizione con il percorso di riforma in atto, ma ne rappresenta il fondamento culturale e costituzionale. I principi richiamati – separazione dei poteri, equilibrio istituzionale, tutela effettiva dei diritti – sono gli stessi che devono orientare una riforma capace di rafforzare la fiducia dei cittadini senza intaccare le garanzie.

In questo quadro si colloca anche il dibattito sulla separazione delle carriere, che, se affrontato con rigore giuridico e non con approcci ideologici, può contribuire a una maggiore chiarezza dei ruoli nel pieno rispetto dell’autonomia della magistratura e dell’avvocatura.

La giustizia non si rafforza attraverso contrapposizioni sterili, ma con il rispetto reciproco, la chiarezza delle funzioni e il coraggio delle riforme. Solo così le istituzioni possono tornare a parlare con una voce credibile ai cittadini, che da esse attendono non divisioni, ma garanzie.


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Giustizia in affanno: OCF lancia l’allarme sui Giudici di Pace, udienze rinviate fino al 2032

Roma, 30 gennaio 2026 – La situazione degli Uffici del Giudice di Pace in Italia ha raggiunto livelli critici. A denunciarlo è l’Organismo Congressuale Forense (OCF), che torna a segnalare gravi disservizi dovuti alla persistente carenza di risorse tecniche, amministrative e giudicanti, nonostante le ripetute richieste avanzate dall’avvocatura negli ultimi due anni.

Secondo l’OCF, i ritardi nella fissazione delle udienze hanno ormai superato ogni soglia di tollerabilità: in molti uffici i rinvii arrivano fino al 2032, con conseguenze dirette sul diritto alla tutela giurisdizionale di cittadini e imprese. Una situazione che rischia di compromettere la credibilità stessa del sistema giudiziario di prossimità.

A peggiorare il quadro ha contribuito anche la riforma Cartabia, che con l’introduzione del nuovo istituto del ricorso ha determinato un significativo aumento del carico di lavoro per gli uffici del Giudice di Pace, senza un adeguato rafforzamento delle strutture e degli organici.

Di fronte a questo scenario, l’Organismo Congressuale Forense sollecita un intervento immediato del Ministero della Giustizia, chiedendo il potenziamento degli organici, la regolarizzazione del personale amministrativo e l’avvio tempestivo di nuove procedure di selezione per i giudici di pace.

L’OCF ribadisce inoltre la necessità di rivedere l’impianto normativo introdotto dal D.Lgs. 116/2017, in particolare la disposizione che prevede l’ampliamento delle competenze dei giudici di pace, giudicata oggi insostenibile e in contrasto con il principio del giudice professionale selezionato tramite concorso.

L’allarme lanciato dall’avvocatura evidenzia una criticità strutturale che richiede risposte rapide e sistemiche: senza interventi concreti, il rischio è quello di un progressivo blocco della giustizia di prossimità, con effetti rilevanti sul funzionamento dell’intero sistema giudiziario.


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Magistratura onoraria, l’emergenza organici e il “paradosso” delle graduatorie: 300 giudici pronti, ma inutilizzati

Il dibattito sulla carenza di organico nella magistratura onoraria – in particolare negli uffici del giudice di pace – si concentra spesso sulla necessità di nuovi concorsi e di interventi strutturali. Tuttavia, un aspetto cruciale continua a restare ai margini del confronto pubblico: l’esistenza di un bacino di risorse umane già formate, selezionate e dichiarate idonee alle funzioni onorarie, ma di fatto inutilizzate.

Si tratta dei cosiddetti “riservisti”, candidati ammessi al tirocinio nell’ambito del bando per giudici onorari di pace del 2023. Il bando prevedeva 658 posti, ma anche l’ammissione al tirocinio di ulteriori 328 unità in qualità di riserve, distribuite proporzionalmente nei vari distretti e formate parallelamente ai titolari.

Lo scorrimento integrale delle graduatorie degli idonei non titolari consentirebbe, secondo le stime, l’immissione in servizio di circa 300 nuovi giudici onorari nel giro di 40 giorni, con un impatto immediato sul funzionamento degli uffici giudiziari e sull’Ufficio per il processo. Si tratterebbe, inoltre, di una scelta coerente con l’esigenza di non disperdere un capitale umano già selezionato e formato, sul quale sono state investite risorse pubbliche.

Eppure, allo stato attuale, le graduatorie delle riserve possono essere utilizzate solo in caso di rinuncia o revoca dei titolari nominati. Un vincolo normativo che limita drasticamente la possibilità di rafforzare gli organici in tempi rapidi, anche in contesti caratterizzati da scoperture particolarmente critiche.

Un esempio emblematico è quello del tribunale di Busto Arsizio, dove, a fronte di due unità idonee presenti in graduatoria, è stata nominata una sola unità titolare. La riserva, pur già formata e idonea, non può essere immessa in servizio se non in caso di rinuncia o revoca del titolare. Una situazione che appare difficilmente conciliabile con l’urgenza di interventi per evitare il collasso del sistema, testimoniata anche dai rinvii di procedimenti fino al 2032.

Il paradosso diventa ancora più evidente se si considera che un nuovo bando non consentirebbe l’ingresso in servizio di nuovi giudici onorari prima di almeno due anni e mezzo. In un contesto in cui la giustizia necessita di un’immediata iniezione di risorse, la valorizzazione delle graduatorie delle riserve potrebbe rappresentare una risposta rapida, seppur parziale, alla crisi degli organici.

La questione solleva interrogativi non solo organizzativi, ma anche strategici: è sostenibile, di fronte a una scopertura così grave, rinunciare all’utilizzo di personale già pronto e idoneo? E soprattutto, può il sistema giustizia permettersi di attendere i tempi lunghi di nuovi concorsi, quando una soluzione immediata è già disponibile?

È su questo nodo che la delegazione dei riservisti del bando 2023 invita ad aprire un confronto pubblico e istituzionale, affinché il tema dello scorrimento delle graduatorie entri finalmente nell’agenda delle politiche per la giustizia.


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Giustizia, accordo storico su stabilizzazioni e progressioni: 9.368 assunzioni e 1.500 avanzamenti

Roma, 29 gennaio 2026 – Un accordo definito “storico” segna una svolta nella gestione del personale del Ministero della Giustizia. Nella tarda serata di ieri si è concluso un confronto decisivo tra le organizzazioni sindacali Confsal/Unsa, CISL FP, Confintesa FP, FLP e UILPA Giustizia e i vertici del dicastero, alla presenza del Ministro Carlo Nordio, del Capo di Gabinetto Giusi Bartolozzi, del Capo Dipartimento dell’Organizzazione Giudiziaria Lina Di Domenico e del Direttore generale del DOG Maria Isabella Gandini.

L’intesa raggiunta consente la stabilizzazione di 9.368 unità di personale PNRR, un risultato che supera di 3.368 unità le 6.000 inizialmente previste, grazie all’utilizzo integrale delle facoltà assunzionali disponibili e alla sinergia tra Ministero e sindacati firmatari.

Nel dettaglio, le assunzioni a tempo indeterminato riguarderanno:

  • 7.803 unità nell’Area Funzionari;

  • 1.565 unità nell’Area Assistenti;

  • 382 Operatori Sud.

Parallelamente, il piano prevede un ampio programma di valorizzazione professionale, con 1.500 progressioni verticali in deroga, cui si aggiungono ulteriori 152 unità ai sensi dell’articolo 21 quater.

Secondo quanto riferito dal Ministero della Giustizia, il risultato è stato possibile grazie al lavoro di contrattazione svolto con le organizzazioni sindacali firmatarie, che hanno contribuito alla definizione delle soluzioni tecniche e alla piena utilizzazione delle risorse disponibili.

Il confronto si è inserito in un clima di tensione sindacale. USB e CGIL hanno promosso scioperi e mobilitazioni per denunciare il rischio di esclusione di una parte dei lavoratori precari. I sindacati firmatari e il Ministero, tuttavia, hanno sottolineato come la tutela del personale non stabilizzato sia già oggetto di interlocuzione e formalmente inserita nell’agenda dei lavori, attraverso richieste di proroga dei contratti e ulteriori percorsi di stabilizzazione.

Il tema dei circa 1.843 lavoratori ancora in attesa di stabilizzazione resta dunque aperto, ma, secondo le parti firmatarie dell’accordo, il percorso per garantire una soluzione complessiva è già stato avviato attraverso la contrattazione istituzionale.

L’accordo rappresenta uno dei più rilevanti interventi degli ultimi anni nella politica del personale della giustizia, con effetti potenzialmente significativi sulla continuità dei servizi e sulla valorizzazione delle professionalità interne.


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Roma, 29 gennaio 2026 – L’Organismo Congressuale Forense (OCF) accoglie con favore le modifiche al reato di violenza sessuale introdotte nel nuovo testo dell’articolo 609 bis del codice penale, approvato ieri in Commissione Giustizia del Senato, pur ribadendo la necessità di una riforma complessiva della materia.

Secondo l’OCF, le criticità che caratterizzano la disciplina dei reati sessuali richiedono un intervento organico capace di adeguare l’ordinamento italiano ai modelli degli altri Paesi europei e ai principi sanciti dalla Convenzione di Istanbul.

Il nuovo testo, tuttavia, rappresenta un passo avanti significativo rispetto alla versione precedente, giudicata problematica sotto il profilo della chiarezza e della determinatezza della fattispecie. In particolare, la riformulazione recepisce alcune delle indicazioni formulate dall’OCF nel corso delle audizioni parlamentari, tra cui la scelta di incentrare la nozione di violenza sessuale sul dissenso della vittima.

Una impostazione che, secondo l’avvocatura, garantisce maggiore certezza giuridica e rafforza la tutela della persona offesa, indipendentemente dall’uso di minaccia o violenza. Positivo anche il principio della differenziazione delle pene in base alla gravità della condotta, considerato un passo verso l’allineamento con le legislazioni degli altri Stati europei.

In una nota ufficiale, l’Organismo Congressuale Forense sottolinea quindi come la modifica approvata segni un progresso importante, ma non sufficiente: per affrontare in modo efficace il fenomeno della violenza sessuale è necessario un intervento riformatore più ampio e sistematico.


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DMA, la Commissione UE apre due procedimenti su Google

La Commissione europea ha avviato due procedimenti formali nei confronti di Google per chiarire e rafforzare il rispetto degli obblighi previsti dal Regolamento sui mercati digitali (Digital Markets Act – DMA). L’iniziativa si inserisce nel quadro delle nuove regole europee volte a garantire concorrenza, trasparenza e interoperabilità nel mercato digitale, in particolare nei confronti dei cosiddetti “gatekeeper”, ossia le grandi piattaforme con un ruolo dominante.

I procedimenti, definiti di “specificazione”, mirano a strutturare un dialogo normativo tra Bruxelles e Google su due ambiti chiave della conformità al DMA.

Il primo riguarda l’obbligo, previsto dall’articolo 6, paragrafo 7, del regolamento, di assicurare agli sviluppatori terzi un’interoperabilità libera ed efficace con le componenti hardware e software controllate dal sistema operativo Android. In sostanza, la Commissione intende verificare che Google consenta un accesso equo alle funzionalità del proprio ecosistema, evitando barriere tecniche o commerciali che possano limitare la concorrenza.

Il secondo procedimento concerne invece l’obbligo, sancito dall’articolo 6, paragrafo 11, di garantire ai fornitori terzi di motori di ricerca online l’accesso ai dati anonimizzati relativi a posizionamento, ricerche, clic e visualizzazioni detenuti da Google Search. Tale accesso dovrà avvenire a condizioni eque, ragionevoli e non discriminatorie, secondo il principio FRAND (Fair, Reasonable and Non-Discriminatory), considerato uno dei pilastri del nuovo quadro regolatorio europeo.

La Commissione europea prevede di concludere i procedimenti entro sei mesi dall’avvio. Le procedure non implicano, in questa fase, un giudizio definitivo sul rispetto del DMA da parte di Google, ma non pregiudicano la possibilità per Bruxelles di adottare, in futuro, decisioni formali di accertamento di eventuali violazioni. In caso di inosservanza, la Commissione potrà imporre sanzioni pecuniarie e penalità di mora, come previsto dal regolamento.

L’avvio dei procedimenti rappresenta un ulteriore passo nell’attuazione concreta del Digital Markets Act e conferma la volontà dell’Unione europea di rafforzare il controllo sui grandi operatori digitali, promuovendo un ecosistema più aperto, competitivo e innovativo. In questo contesto, il confronto con Google diventa un banco di prova significativo per l’efficacia del nuovo modello europeo di governance dei mercati digitali.


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