Italia che invecchia: la forza lavoro supera i 42 anni e mette in crisi competitività e innovazione

Nel 2024 l’età media dei lavoratori dipendenti del settore privato in Italia ha sfiorato i 42 anni, segnando un aumento di quattro anni rispetto al 2008. Oggi un lavoratore su tre ha superato i cinquant’anni e, nonostante una stabilizzazione del dato a partire dal 2020, la tendenza di fondo resta chiara: la forza lavoro italiana sta invecchiando. La fotografia, scattata dall’Ufficio studi della CGIA, restituisce un quadro che non riguarda solo la demografia, ma investe direttamente il sistema produttivo, l’organizzazione delle imprese e la capacità del Paese di innovare.

Sul piano territoriale, le situazioni più critiche si registrano a Potenza, Terni e Biella, dove l’età media supera i 43 anni, mentre le province più “giovani” risultano Vibo Valentia, Aosta e Bolzano. A livello regionale, Basilicata, Molise e Umbria guidano la classifica delle aree con lavoratori più anziani, mentre la Valle d’Aosta si conferma la regione con l’età media più bassa. Il Friuli Venezia Giulia, invece, detiene il primato nazionale per incidenza degli over 50, pari al 35,7 per cento del totale degli occupati.

La trappola demografica delle piccole imprese

L’invecchiamento della forza lavoro si traduce in un problema economico sempre più evidente, soprattutto per le piccole e micro imprese. Il ricambio generazionale nel mercato del lavoro si è inceppato: i lavoratori che escono non vengono sostituiti da giovani in numero sufficiente e questo squilibrio sta diventando un vincolo strutturale alla crescita.

Per molte aziende il primo rischio è operativo. La carenza di manodopera riduce la capacità produttiva e rende difficile presidiare ruoli chiave, in particolare nei settori tecnici e manifatturieri. Non si tratta solo di trovare personale, ma di reperire competenze adeguate in tempi compatibili con le esigenze aziendali, con un aumento dell’incertezza nei processi e una crescente fragilità organizzativa.

Il capitale umano invisibile che si disperde

Il problema più profondo riguarda la perdita del capitale umano “invisibile”. Con l’uscita dei lavoratori più esperti si disperdono conoscenze tacite, competenze di processo e relazioni consolidate con clienti e fornitori. È un patrimonio che non compare nei bilanci, ma che determina la capacità competitiva delle imprese.

Senza un passaggio generazionale strutturato, molte realtà produttive rischiano di perdere in pochi anni il valore costruito in decenni. L’invecchiamento incide anche sull’innovazione: le aziende con un’età media elevata tendono ad adottare più lentamente nuove tecnologie e modelli organizzativi. La digitalizzazione procede in modo disomogeneo, l’automazione viene rinviata e l’integrazione nelle filiere più avanzate si indebolisce, generando un ritardo che tende ad accumularsi nel tempo.

I settori più esposti alla crisi generazionale

I comparti ad alta intensità di lavoro – edilizia, logistica, autotrasporto, facchinaggio e attività produttive con turnazioni notturne – sono tra i più colpiti dall’invecchiamento delle maestranze. In questi settori la difficoltà di attrarre giovani è ormai strutturale: molte professioni non sono più percepite come attrattive dalle nuove generazioni.

Le conseguenze sono molteplici. Quando muratori, carpentieri, autisti o tecnici vanno in pensione senza essere sostituiti, la capacità produttiva delle imprese si riduce. Inoltre, una forza lavoro più anziana è più esposta a infortuni e problemi di salute, con ricadute su assenteismo, costi assicurativi e spese indirette. Il ricorso alla manodopera straniera ha finora mitigato il problema, ma non rappresenta una soluzione strutturale di lungo periodo.

Giovani e lavoro: la fuga dalle piccole imprese

In un mercato del lavoro con pochi giovani disponibili, le piccole imprese risultano le più penalizzate. Quando devono scegliere, i giovani preferiscono quasi sempre le grandi aziende, percepite come più solide e capaci di offrire percorsi di carriera strutturati, formazione interna, welfare aziendale e maggiore stabilità.

Non è solo una questione salariale. Le grandi imprese offrono un valore simbolico e reputazionale che arricchisce il curriculum e facilita la mobilità professionale. Dopo la pandemia, inoltre, le nuove generazioni attribuiscono crescente importanza a flessibilità, smart working, attenzione alla sostenibilità e inclusione. Questo insieme di fattori sta orientando le scelte occupazionali e rischia di accentuare ulteriormente il divario tra grandi e piccole imprese.

Boom degli over 50 e contrazione della fascia centrale

L’analisi per classi di età conferma la portata del fenomeno. La fascia tra i 25 e i 44 anni, considerata la più strategica per il sistema produttivo, è quella che ha registrato la contrazione più marcata negli ultimi sedici anni. Al contrario, le classi più anziane hanno conosciuto un’espansione significativa: gli over 50 sono cresciuti in modo esponenziale, con aumenti superiori al 150 per cento nella fascia 55-59 anni e addirittura oltre il 370 per cento tra i 60 e i 64 anni. Un trend legato sia all’invecchiamento della popolazione sia alle riforme previdenziali che hanno progressivamente allungato la vita lavorativa.

Una sfida strategica per il sistema produttivo

Il progressivo invecchiamento della forza lavoro non è più una variabile demografica, ma una questione strategica per il sistema produttivo italiano. Senza politiche efficaci di attrazione dei giovani, valorizzazione delle competenze e trasferimento del know-how, il rischio è quello di una perdita strutturale di competitività.

Per le imprese, soprattutto le più piccole, la sfida non riguarda solo il reclutamento, ma la capacità di governare la transizione generazionale, integrare innovazione tecnologica e capitale umano e costruire modelli organizzativi in grado di reggere l’urto di una trasformazione che è ormai irreversibile.


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In una nota, l'Associazione Nazionale Magistrati (Anm) ha espresso il proprio sostegno alla categoria

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Cybersecurity e compliance: il nuovo perimetro dei diritti e delle imprese

Nel quadro del convegno “Sicurezza dei dati nelle PMI – Strumenti di compliance tra GDPR, NIS2 e AI Act”, il dibattito ha messo in luce una trasformazione profonda: la sicurezza informatica non è più solo una questione tecnica, ma un nodo strategico che intreccia diritto, impresa, istituzioni e innovazione.

Tra gli interventi più significativi, quello di Federica Santinon, consigliere del Consiglio Nazionale Forense, ha offerto una lettura ampia e prospettica del ruolo dell’avvocatura nell’ecosistema digitale.

Oltre il contenzioso: l’avvocato come garante, consulente e ponte istituzionale

Santinon ha delineato un modello di avvocatura che supera la tradizionale funzione difensiva per assumere un ruolo triplice: garante dei diritti fondamentali, accompagnatore delle imprese e interlocutore del legislatore.

«L’avvocato non può più intervenire solo quando emerge la patologia – ha sottolineato – ma deve accompagnare l’impresa fin dall’inizio, contribuendo a prevenire le crisi e a governare la complessità normativa».

In un contesto segnato dall’intreccio tra GDPR, direttiva NIS2 e AI Act, la compliance diventa infatti un processo continuo, che richiede competenze interdisciplinari e capacità di coordinamento tra profili giuridici, tecnologici e organizzativi.

La sicurezza dei dati come nuova frontiera dei diritti

Nel suo intervento, Santinon ha richiamato il legame tra protezione dei dati e tutela dei diritti fondamentali, evidenziando come la cybersicurezza non riguardi solo le persone, ma anche le imprese, sempre più esposte a rischi sistemici e reputazionali.

La complessità del quadro normativo rende necessario un approccio capace di semplificare senza banalizzare: strumenti operativi, formazione specialistica e capacità di tradurre il linguaggio tecnico in scelte strategiche.

Da qui il valore di strumenti interpretativi e operativi che fungono da “cassetta degli attrezzi” per professionisti e imprese, capaci di orientarsi in un sistema regolatorio in continua evoluzione.

Formazione e competenze: la sfida dell’avvocatura digitale

Un punto centrale dell’intervento ha riguardato la formazione.
Per Santinon, la trasformazione digitale impone un aggiornamento permanente dell’avvocatura, non solo specialistico ma diffuso: una conoscenza di base delle nuove tecnologie e della normativa digitale non è più opzionale, ma parte integrante del dovere professionale.

La digitalizzazione della giustizia italiana, pur avanzata rispetto ad altri Paesi europei, mostra tuttavia criticità operative: interruzioni dei sistemi, limiti infrastrutturali e difficoltà nel compiere il “passo successivo” verso una piena integrazione tecnologica.

Imprese, costi e politiche pubbliche: verso un nuovo modello di compliance

Un altro tema emerso riguarda il costo della consulenza preventiva. Se l’accompagnamento continuo dell’impresa rappresenta un valore strategico, esso comporta inevitabilmente oneri economici. Da qui la proposta di incentivare fiscalmente il ricorso a professionisti qualificati, riconoscendo il ruolo dell’avvocatura come fattore di stabilità, competitività e prevenzione del rischio. In questa prospettiva, l’avvocato non è più solo il professionista del contenzioso, ma una figura chiave nella governance della trasformazione digitale.

Una nuova responsabilità per l’avvocatura

Il dibattito ha evidenziato come la sicurezza dei dati e l’intelligenza artificiale non siano più temi settoriali, ma elementi strutturali del sistema giuridico ed economico. L’avvocatura è chiamata a interpretare questa trasformazione, assumendo un ruolo attivo nella costruzione delle regole, nella tutela dei diritti e nell’accompagnamento delle imprese. In un’epoca in cui la tecnologia anticipa spesso il diritto, la sfida non è solo adeguarsi al cambiamento, ma governarlo. Ed è in questo spazio – tra norme, innovazione e responsabilità – che si ridefinisce oggi la funzione sociale e istituzionale dell’avvocato.


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Software-spia nei tribunali? Scontro tra Report e Nordio

Roma, 21 gennaio 2026 – È scontro tra il Ministero della Giustizia e Report dopo le anticipazioni dell’inchiesta che parla di un software installato sui computer di Procure e Tribunali potenzialmente in grado di consentire accessi remoti e attività di videosorveglianza sui magistrati.

Secondo quanto sostenuto da Report, il programma sarebbe presente su circa 40mila dispositivi dell’amministrazione giudiziaria dal 2019, ufficialmente per la gestione e la manutenzione uniforme dei sistemi informatici. Tuttavia, l’inchiesta afferma di poter dimostrare, attraverso documenti e testimonianze audio e video, che il software consentirebbe l’accesso ai computer anche senza il consenso dell’utente e senza lasciare tracce. Il caso sarebbe stato sollevato nel 2024 da una Procura italiana e successivamente ridimensionato a livello ministeriale.

A queste ricostruzioni replica con fermezza il ministro della Giustizia Carlo Nordio, che definisce le accuse “surreali”. Nordio chiarisce che l’infrastruttura informatica in uso negli uffici giudiziari è la stessa già operativa dal 2019, non consente alcuna forma di sorveglianza dell’attività dei magistrati e non permette la lettura dei contenuti, la registrazione di tasti o schermi, né l’attivazione di microfoni o webcam. Le funzioni di controllo remoto, precisa il ministro, non sono attive né lo sono mai state e, in ogni caso, richiederebbero una richiesta esplicita dell’utente, con operazioni sempre tracciate.

Il ministro esprime infine sconcerto per l’allarme sociale generato dalle anticipazioni diffuse sui social, ribadendo che “la sicurezza dei sistemi tutela, non condiziona, il lavoro dei magistrati”.


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Cibersicurezza UE: filiere digitali sotto vigilanza europea

La sicurezza digitale è diventata una componente strutturale della sovranità europea. Attacchi informatici e ibridi contro servizi essenziali, infrastrutture critiche e istituzioni democratiche si susseguono con crescente frequenza e complessità, spesso riconducibili ad attori statali o a gruppi criminali altamente organizzati. In questo contesto, la Commissione europea ha presentato un nuovo pacchetto legislativo per rafforzare la resilienza e le capacità dell’Unione in materia di cibersicurezza.

Il cuore dell’iniziativa è la revisione del regolamento europeo sulla cibersicurezza del 2019, con l’obiettivo di rendere più sicure le catene di approvvigionamento delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) e di garantire che i prodotti digitali immessi sul mercato europeo siano sicuri “by design”, fin dalla fase di progettazione.

Certificazione unica e supply chain sotto controllo

Uno degli assi portanti della proposta riguarda l’armonizzazione a livello europeo delle procedure di certificazione per prodotti, servizi e componenti ICT. Il nuovo impianto normativo punta a semplificare i processi, evitando frammentazioni tra Stati membri, ma al tempo stesso ad aumentare il livello di affidabilità delle tecnologie utilizzate dalle amministrazioni pubbliche e dagli operatori di servizi essenziali.

In questo quadro viene rafforzato il ruolo di ENISA, chiamata a sostenere gli Stati membri non solo nella definizione degli schemi di certificazione, ma anche nella gestione delle minacce cyber e nella valutazione dei rischi lungo l’intera filiera tecnologica.

Stretta sugli acquisti da Paesi terzi

L’elemento più innovativo – e politicamente sensibile – del pacchetto riguarda gli acquisti di tecnologie provenienti da Paesi terzi. La proposta introduce l’obbligo di una riduzione strutturata dei rischi al momento dell’approvvigionamento, superando l’approccio volontario adottato in passato.

Il nuovo regolamento consentirebbe all’Unione di escludere fornitori o entità ritenuti ad alto rischio, sulla base non solo di criteri tecnologici, ma anche di valutazioni più ampie legate al contesto geopolitico e alla sicurezza complessiva. La Commissione potrà stilare una lista di società considerate non affidabili per la sicurezza informatica europea.

Come ha spiegato la vicepresidente della Commissione Henna Virkkunen, la procedura di certificazione «riguarderà esclusivamente la tecnologia», ma l’analisi dei rischi terrà conto anche dei Paesi di origine dei fornitori, andando oltre la dimensione puramente tecnica.

Dal caso Huawei a un approccio vincolante

L’iniziativa affonda le sue radici nelle raccomandazioni pubblicate dalla Commissione nel 2020, in piena controversia sul ruolo di Huawei nelle reti europee. All’epoca, Bruxelles si era limitata a indicazioni non vincolanti; oggi, invece, il rispetto delle regole diventa obbligatorio, a conferma di un cambio di paradigma nella gestione della sicurezza digitale.

L’obiettivo dichiarato è rispondere in modo strutturale alle crescenti minacce cyber, che spaziano dallo spionaggio industriale agli attacchi contro infrastrutture critiche, fino alle interferenze nei processi democratici.

Sicurezza vs dipendenza tecnologica

La proposta non è priva di criticità. Alcune associazioni del settore digitale, come la CCIA, hanno invitato Bruxelles a evitare derive protezionistiche. Resta inoltre aperto il tema della dipendenza tecnologica europea: nel 2023 l’Unione ha importato dagli Stati Uniti servizi digitali per circa 300 miliardi di dollari, un dato che evidenzia come la sicurezza delle filiere si intrecci con la necessità di rafforzare l’autonomia tecnologica dell’UE.

Una governance cyber più matura

Il nuovo pacchetto sulla cibersicurezza segna dunque un passaggio chiave: la sicurezza informatica non è più solo una questione tecnica, ma un fattore di governance, di politica industriale e di resilienza istituzionale. Per amministrazioni pubbliche e operatori ICT, questo significa muoversi in un quadro normativo più stringente, ma anche più chiaro, in cui certificazione, interoperabilità e affidabilità delle tecnologie diventano requisiti centrali per lo sviluppo digitale europeo.


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Pa in accelerazione: più personale, più digitale, più complessità

La Pubblica amministrazione italiana sta attraversando una fase di profondo cambiamento, caratterizzata da un’accelerazione senza precedenti sia sul piano del reclutamento sia su quello della trasformazione digitale. Tra il 2023 e il 2025 sono entrate negli organici pubblici 614 mila nuove unità, con un’età media di 39 anni, contribuendo a ringiovanire strutture amministrative che per oltre un decennio hanno sofferto il blocco del turn over e una progressiva perdita di competenze.

A fotografare il fenomeno è l’Annual Report di FPA, che evidenzia come la combinazione tra allentamento dei vincoli alle assunzioni e riforma delle procedure concorsuali abbia prodotto un cambio di passo significativo. I tempi medi di selezione si sono ridotti a circa quattro mesi, contro i quasi due anni richiesti in passato, con un impatto diretto sulla capacità delle amministrazioni di rispondere più rapidamente ai fabbisogni organizzativi.

Concorsi più veloci, flussi imponenti

La spinta al reclutamento è ancora in corso. Nei primi giorni del 2026 sono state presentate 410 mila candidature per circa 10 mila posti messi a bando, secondo i dati del portale InPA. Il dato segue un 2025 già particolarmente intenso, con quasi 20 mila procedure concorsuali e 204 mila posti complessivamente offerti.

Questo andamento ha portato il numero complessivo dei dipendenti pubblici a superare i 3,4 milioni, con un tasso di ricambio che si avvicina al 20%. Si tratta tuttavia di un recupero solo parziale rispetto ai tagli del passato: l’Italia resta sotto la media europea per numero di dipendenti pubblici in rapporto alla popolazione, segnale che la fase espansiva dovrà consolidarsi nel tempo.

Organizzazione e competenze: il vero snodo

L’ingresso di nuove risorse pone una questione centrale: l’effettiva capacità delle amministrazioni di integrare competenze, processi e tecnologie. Il turn over elevato può favorire il rinnovamento, ma rischia di generare criticità se non accompagnato da modelli organizzativi adeguati, percorsi formativi strutturati e strumenti digitali realmente interoperabili.

Le difficoltà sono particolarmente evidenti negli enti locali, dove si registra un numero non trascurabile di rinunce da parte dei vincitori di concorso, a conferma che l’attrattività del lavoro pubblico non dipende solo dalla rapidità delle assunzioni, ma anche da carichi di lavoro sostenibili e da ambienti tecnologicamente adeguati.

Digitale: infrastrutture, dati e interoperabilità

La trasformazione digitale resta una priorità strategica. La piattaforma Pa Digitale 2026 coinvolge oltre 23 mila enti, con 81 mila progetti attivi, 2,8 miliardi di euro assegnati e 1,6 miliardi già erogati. Cloud, migrazione dei dati, rinnovo dei siti istituzionali e diffusione di strumenti come Spid, PagoPa, App IO e la Piattaforma nazionale digitale dati stanno ridefinendo il funzionamento quotidiano delle amministrazioni.

Particolarmente rilevante è l’attuazione del principio del “once only”, che consente alle amministrazioni di non richiedere ai cittadini informazioni già in possesso della Pa, aprendo la strada a una reale semplificazione dei procedimenti e a una gestione più efficiente dei dati.

Cybersecurity e nuovi rischi sistemici

La crescente digitalizzazione comporta però un aumento dell’esposizione ai rischi informatici. Secondo i dati richiamati dal report FPA, gli attacchi cyber verso la Pa sono cresciuti del 140% su base annua. Nel solo primo semestre si contano 280 incidenti, pari al 26,3% di quelli registrati a livello europeo. Numeri che evidenziano come la sicurezza informatica sia ormai una componente strutturale della governance digitale, non un tema accessorio.

Intelligenza artificiale e governance

Anche l’intelligenza artificiale entra con forza nei processi pubblici. AgID censisce oltre 120 iniziative nella sola amministrazione centrale, concentrate soprattutto su supporto all’organizzazione interna e gestione dei dati. L’adozione dell’IA solleva nuove questioni di governance, responsabilità e competenze, che si riflettono anche nel confronto sul rinnovo contrattuale in corso presso ARAN.


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Giustizia civile a due velocità: in Veneto 346 giorni di attesa, a Venezia si sfiorano gli 800

I tempi della giustizia civile restano uno dei principali fattori di freno alla crescita economica e alla competitività del sistema produttivo. A certificarlo sono gli ultimi indicatori contenuti nell’allegato al Documento programmatico di finanza pubblica 2025 del Ministero dell’Economia e delle Finanze, analizzati dall’Ufficio Studi di Confartigianato Imprese Veneto.

Secondo i dati, dopo una fase di miglioramento, i tempi dei procedimenti civili definiti nei tribunali ordinari sono tornati ad allungarsi, rendendo sempre più difficile il raggiungimento degli obiettivi fissati dal PNRR, che prevedono entro giugno 2026 una riduzione del 40% dei tempi di trattazione rispetto ai livelli del 2019.

Nel 2024 la durata media nazionale di un procedimento civile in Italia è pari a 364 giorni, ma il dato medio nasconde forti squilibri territoriali. Le performance migliori si concentrano nel Nord, con Valle d’Aosta (239 giorni), Piemonte (248) ed Emilia-Romagna (268) ai primi posti. All’estremo opposto, le regioni del Mezzogiorno e delle Isole registrano le durate più elevate, con Sardegna (535 giorni), Basilicata (483) e Campania (459).

In questo quadro, il Veneto si colloca leggermente al di sotto della media nazionale, con 346 giorni per un procedimento civile. Tuttavia, anche qui il territorio procede a due velocità. A fronte di 127.671 procedimenti pendenti e 134.944 definiti a fine 2025, il dato medio regionale nasconde differenze marcate: Verona registra la performance migliore con circa 200 giorni, mentre Venezia rappresenta il caso più critico, con una durata media che arriva a 773 giorni.

Ancora più preoccupante è il capitolo relativo ai procedimenti civili in materia di lavoro privato – lavoro dipendente, parasubordinato e licenziamenti. A livello nazionale il disposition time si attesta a 401 giorni, mentre in Veneto sale a 434. Anche in questo ambito le differenze territoriali sono rilevanti: a Belluno si raggiungono gli 820 giorni, mentre Venezia, in controtendenza rispetto al dato generale, scende a 297.

«Per le imprese artigiane – sottolinea Roberto Boschetto, presidente di Confartigianato Imprese Veneto – la giustizia civile non è un tema astratto, ma una variabile economica concreta. Tempi così lunghi significano incertezza nei rapporti contrattuali, immobilizzazione di risorse, difficoltà nella gestione del lavoro e freno agli investimenti. Un procedimento che dura anni equivale, di fatto, a una sanzione indiretta per chi rispetta le regole».

Il PNRR, aggiunge Boschetto, «ha acceso un faro su questo problema, ma ora servono interventi strutturali e continui, soprattutto sul piano dell’organizzazione e della digitalizzazione degli uffici giudiziari».

Confartigianato Imprese Veneto ribadisce così la necessità di ridurre i divari territoriali e di trasformare la giustizia civile in un vero fattore di competitività, a partire dalle micro e piccole imprese che costituiscono l’ossatura dell’economia regionale.

Uno scenario che trova conferma anche nelle proiezioni nazionali. Secondo il rapporto di Confartigianato basato sui dati BES, nel periodo 2025-2028 i tempi della giustizia civile sono attesi su un sentiero di crescita: dai 345 giorni stimati per il 2025 fino ai 370 nel 2028. Una dinamica che, come precisano le stesse fonti ministeriali, non tiene ancora conto degli effetti delle misure più recenti di riduzione dell’arretrato, ma riflette criticità strutturali legate alla litigiosità civile, alle risorse disponibili, agli incentivi per il personale e all’organizzazione complessiva degli uffici giudiziari.


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Processo telematico, avanti adagio: slitta l’addio a Pec e cartaceo

La transizione al processo penale telematico subisce un nuovo rallentamento. Con il decreto del 30 dicembre 2025, n. 206, il Ministero della Giustizia ha deciso di prorogare il regime del “doppio binario” per il deposito di alcuni atti particolarmente delicati, rinviando l’obbligatorietà esclusiva del canale digitale. Una scelta che tiene conto delle garanzie difensive e delle criticità operative ancora presenti nel sistema informatico.

Cosa cambia fino al 31 marzo 2026

Fino a quella data, difensori, magistrati e personale di cancelleria potranno continuare a depositare in alternativa – tramite Portale Deposito Atti (PDP), Pec o cartaceo – gli atti di impugnazione delle misure cautelari, personali e reali, compreso il sequestro probatorio. La proroga riguarda tutti i soggetti abilitati al PDP nei tribunali ordinari, interni ed esterni.

La decisione, spiegano da via Arenula, risponde all’esigenza di consentire un adattamento progressivo organizzativo e applicativo in ambiti che incidono direttamente sulla libertà personale e sui diritti essenziali della persona. In altre parole, il portale necessita di ulteriori affinamenti prima di essere utilizzato senza alternative su procedimenti ad alta sensibilità.

Intercettazioni: regime speciale fino al 30 giugno 2026

Diverso il calendario per un altro fronte critico: intercettazioni telefoniche, informatiche, telematiche e ambientali. Qui la deroga al deposito esclusivamente telematico vale solo per i soggetti interni (magistrati e cancellieri) fino al 30 giugno 2026, consentendo ancora modalità analogiche. Anche in questo caso il Ministero richiama la particolare delicatezza del settore e la necessità di verificare il corretto funzionamento dei sistemi.

Le richieste (parzialmente) accolte e il nodo dell’omogeneità

Non è stata accolta la proposta del Consiglio Superiore della Magistratura di rinviare in blocco l’intera materia cautelare per ragioni di omogeneità. Restano quindi escluse dalla proroga, ad esempio, le istanze di revoca o sostituzione delle misure cautelari ex art. 299 c.p.p. Secondo il Dipartimento per l’Innovazione tecnologica della giustizia, non sussistono elementi tecnici per una diversa scansione temporale dell’entrata a regime del processo penale telematico.

Il Csm, tuttavia, segnala il rischio di un “circuito ibrido” nella fase di impugnazione davanti al tribunale, con possibile traslazione di atti analogici verso uffici già passati alla gestione esclusivamente telematica, come GIP e Procura, con ricadute organizzative non trascurabili.

Portale in arrivo la versione 2.0

Sul fronte degli avvocati, l’Unione delle Camere Penali Italiane annuncia come imminente il rilascio della versione 2.0 del portale per il deposito degli atti penali, che dovrebbe finalmente consentire l’accesso ai fascicoli informatici. Un passaggio atteso da tempo, considerato cruciale per superare le difficoltà operative segnalate dagli operatori.

Monitoraggio mensile e costi sotto osservazione

Il decreto introduce anche un meccanismo di monitoraggio continuo della transizione. È la condizione posta dal Consiglio di Stato nel parere del 24 dicembre 2025 (n. 1485). Entro 45 giorni dall’entrata in vigore del dm, il direttore generale per i servizi applicativi dovrà presentare una relazione sintetica al Comitato tecnico-scientifico: flussi di deposito, stato di affinamento dei sistemi, criticità emerse e soluzioni adottate. L’adempimento sarà mensile, per garantire una valutazione costante di effetti e costi.

La rotta verso il 2027

L’obiettivo dichiarato resta la transizione completa entro il 2027. Dal 1° gennaio 2027, il deposito di atti, documenti, richieste e memorie da parte dei soggetti abilitati, interni ed esterni, dovrà avvenire esclusivamente in via telematica, ai sensi dell’art. 111-bis c.p.p. La regola varrà anche per Corti d’appello, Procure generali, Tribunali per i minorenni, Tribunali di sorveglianza, Corte di cassazione e per i procedimenti in materia di misure di prevenzione, esecuzione e rapporti giurisdizionali con autorità straniere (libri X e XI c.p.p.).

Le prassi locali e l’invito alla prudenza

In attesa della piena operatività, alcune realtà territoriali adottano misure cautelative. Il Tribunale di Milano ha prorogato lo stop all’obbligatorietà dell’applicativo fino al 31 marzo 2026, invitando però gli avvocati a privilegiare comunque il PDP per evitare disallineamenti e future contestazioni sulla regolarità dei depositi effettuati nel regime transitorio.


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Famiglie alleggerite: oltre 33 miliardi in meno di imposte

Le ultime quattro Leggi di Bilancio varate dal governo Meloni hanno introdotto una serie di misure mirate a ridurre il peso fiscale sui nuclei familiari. Dall’innalzamento della soglia della flat tax per gli autonomi al taglio del cuneo fiscale, ottenuto attraverso l’accorpamento dei primi due scaglioni Irpef e la riduzione dell’aliquota al 23 per cento, fino all’abbassamento al 33 per cento dell’aliquota del secondo scaglione.

Nel loro complesso, questi interventi valgono 45,7 miliardi di euro di minori imposte. Tuttavia, depurando il dato dalle misure temporanee e dalle risorse già stanziate in precedenza, il beneficio effettivo per le famiglie si attesta a 33,3 miliardi. A questo si aggiunge una costellazione di strumenti “minori” – bonus, sgravi, deduzioni ed esenzioni – che hanno contribuito a rendere più leggero il prelievo sui redditi familiari.

Perché allora la pressione fiscale cresce

Se le famiglie pagano meno, perché la pressione fiscale è tornata a salire? La risposta sta soprattutto nella dinamica del lavoro e nelle scelte che hanno interessato il mondo delle imprese. Tra la fine del 2022 e il novembre 2025 gli occupati in Italia sono aumentati di circa 850 mila unità. Più lavoratori e più contratti rinnovati – dal commercio al credito, dall’energia agli studi professionali – significano più salari e, di conseguenza, più entrate tributarie e contributive.

Sul fronte delle imprese, il gettito è cresciuto anche per effetto di precise decisioni normative: la sospensione della deducibilità di alcune voci di costo, come le svalutazioni dei crediti e le quote di avviamento, e l’abrogazione dell’ACE (Aiuto alla Crescita Economica), che garantiva uno sconto fiscale di circa 4 miliardi l’anno. Interventi che hanno colpito esclusivamente le società di capitali – circa 1,5 milioni di Srl e Spa, pari al 35 per cento del totale delle imprese italiane.

A partire dal 2025, inoltre, banche e assicurazioni contribuiranno in modo ancora più consistente: tra revisione della disciplina sugli extraprofitti e inasprimento dell’Irap, il maggior prelievo stimato è pari a 5,6 miliardi di euro.

Il ruolo “contabile” del taglio al cuneo fiscale

Un ulteriore elemento che spiega l’aumento delle entrate riguarda la modalità con cui è stato attuato il taglio del cuneo fiscale. Non solo riduzioni Irpef, ma anche l’erogazione di un bonus per i lavoratori dipendenti con redditi fino a 20 mila euro. Su quasi 18 miliardi di interventi complessivi, circa 4,5 miliardi vengono oggi contabilizzati come maggiore spesa pubblica e non come minori entrate. Il risultato è duplice: buste paga più pesanti per i redditi bassi, ma un impatto diverso sui conti dello Stato, che registra una parte del beneficio come uscita anziché come riduzione d’imposta.

Fiscal drag quasi neutralizzato

Secondo l’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, la combinazione tra rinnovi contrattuali e interventi fiscali ha avuto un effetto rilevante sul reddito dei lavoratori dipendenti. Tra il 2019 e il 2023 il reddito lordo e imponibile è cresciuto del 16,8 per cento, a fronte di un’inflazione del 17,2 per cento. In pratica, il taglio del cuneo fiscale – avviato con il governo Draghi e reso strutturale dall’esecutivo Meloni – ha quasi compensato le perdite dovute al fiscal drag, quel meccanismo per cui l’inflazione spinge i redditi nominali in scaglioni fiscali più alti senza un reale aumento del potere d’acquisto.

Un fisco più selettivo

Il quadro che emerge è quello di un sistema fiscale che, almeno in questa fase, ha scelto di alleggerire il carico sulle famiglie e sui redditi da lavoro, spostando parte del peso su grandi imprese, banche e assicurazioni e beneficiando al tempo stesso della crescita dell’occupazione. Una strategia che spiega perché, pur con meno tasse per molti contribuenti, la pressione fiscale complessiva continui a salire.


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Microfoni sempre accesi? Ecco come difendere la privacy sullo smartphone

I microfoni degli smartphone possono restare attivi anche quando non utilizziamo direttamente il dispositivo. Un aspetto poco noto, ma centrale nell’aggiornamento del vademecum “social privacy” pubblicato dal Garante per la protezione dei dati personali, che ha avviato anche un’indagine sulle applicazioni più scaricate per verificare se acquisiscano dati audio senza un uso consapevole da parte dell’utente.

Secondo l’Autorità, il rischio non deriva solo da comportamenti illeciti, ma soprattutto da una gestione superficiale delle autorizzazioni. Molte app, già in fase di installazione, chiedono l’accesso al microfono, alla fotocamera, alla geolocalizzazione o ai dati personali. Spesso questi permessi vengono concessi automaticamente, senza valutare se siano davvero necessari per il funzionamento dell’app.

Per questo il Garante indica una serie di accorgimenti pratici che ogni utente può adottare immediatamente.

Limitare il numero di applicazioni installate.
Installare solo le app realmente utili riduce in modo significativo la quantità di dati raccolti e trattati. Ogni applicazione rappresenta infatti un potenziale punto di accesso a informazioni personali.

Verificare sempre i permessi richiesti.
Prima di accettare un’autorizzazione, è opportuno chiedersi se l’accesso al microfono, alla fotocamera o alla posizione sia indispensabile per l’uso dell’app. In caso di dubbio, è preferibile negare il consenso o valutare soluzioni alternative.

Leggere l’informativa sulla privacy prima di concedere il consenso.
L’informativa chiarisce quali dati vengono raccolti, per quali finalità, per quanto tempo e da chi possono essere utilizzati. Una lettura attenta consente di capire se l’uso dei dati è coerente con le aspettative dell’utente.

Rivedere periodicamente le autorizzazioni già concesse.
Anche dopo l’installazione, è sempre possibile modificare o revocare i permessi. Un controllo periodico delle impostazioni permette di mantenere attive solo le autorizzazioni realmente necessarie, come il microfono per le app di messaggistica vocale.

Il vademecum fornisce indicazioni operative anche su come disattivare l’uso del microfono.

Sugli smartphone con sistema operativo iOS è sufficiente entrare in Impostazioni, selezionare Privacy, poi Microfono e disattivare l’accesso per le app che non ne hanno un reale bisogno.
Sui dispositivi Android, invece, occorre andare in Impostazioni, accedere a Privacy, scegliere Gestisci autorizzazioni, selezionare Microfono e disabilitare il consenso per le applicazioni non essenziali.

L’Autorità ricorda infine che la tutela della privacy non è affidata solo ai controlli o alle sanzioni, ma passa soprattutto dall’attenzione quotidiana degli utenti. In un contesto digitale in cui lo smartphone è costantemente connesso, conoscere e gestire consapevolmente le impostazioni del proprio dispositivo è oggi uno strumento fondamentale di autodifesa dei dati personali.

Per ulteriori informazioni o per segnalazioni è possibile contattare l’Ufficio relazioni con il pubblico del Garante all’indirizzo urp@gpdp.it


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Referendum, la data tiene. Ora la partita è politica

Il percorso che porterà gli elettori alle urne per pronunciarsi sulla riforma della giustizia prosegue senza deviazioni. La data fissata per la consultazione resta confermata, almeno per ora, e non subisce sospensioni nell’immediato. Una scelta che consolida la linea dell’esecutivo e imprime continuità all’iter referendario, ma che non chiude la partita sul piano giudiziario.

Un gruppo di giuristi ha infatti promosso un’azione legale con l’obiettivo di rimettere in discussione il calendario del voto, sostenendo la necessità di tempi più distesi per consentire un confronto pubblico più ampio e consapevole. La richiesta non mira a bloccare la consultazione in sé, quanto piuttosto a ricalibrarne la scansione temporale, spostando in avanti l’appuntamento con le urne.

Sul fronte governativo, la posizione resta netta. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha liquidato l’iniziativa come priva di reali prospettive, richiamando la solidità del percorso già intrapreso e la presenza dei presupposti costituzionali che rendono il referendum pienamente legittimo e definito nei suoi contenuti. In questa lettura, ulteriori iniziative parallele finirebbero per sovrapporsi a un procedimento già chiaro e validato nelle sedi competenti.

Di diverso avviso i promotori del ricorso, che rivendicano soprattutto il valore politico dell’azione. Più che una mera questione procedurale, la controversia viene presentata come uno strumento per stimolare un dibattito pubblico più intenso su una riforma destinata a incidere in profondità sull’assetto della giurisdizione. I profili tecnici, assicurano, verranno affrontati nelle aule giudiziarie; il messaggio rivolto all’opinione pubblica è invece quello di una partita ancora aperta sul terreno del confronto democratico.

In attesa della decisione collegiale dei giudici, il calendario resta dunque invariato. Ma il clima che accompagna l’avvicinarsi del referendum lascia intendere che, al di là delle date, il vero terreno di scontro sarà quello delle idee e delle argomentazioni che animeranno il Paese nelle prossime settimane.


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