Servizio civile, primo progetto del DAP approvato e finanziato

Per la prima volta il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ottiene l’approvazione e il finanziamento di un proprio progetto di Servizio Civile Universale. L’iniziativa, promossa dal Ministero della Giustizia, sarà realizzata in undici istituti penitenziari distribuiti su tutto il territorio nazionale e prevede l’impiego di 33 giovani operatori volontari a supporto dell’Amministrazione penitenziaria.

A darne notizia è il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove, che sottolinea il valore strategico del progetto: la presenza dei volontari del Servizio Civile consentirà di rafforzare le attività di rieducazione e reinserimento sociale dei detenuti, con l’obiettivo di ridurre la recidiva e favorire concrete opportunità di riscatto.

Secondo Delmastro, l’esperienza rappresenterà anche un’importante occasione formativa per i giovani coinvolti. Operare all’interno degli istituti penitenziari permetterà loro di conoscere da vicino il funzionamento dell’Amministrazione penitenziaria e di vivere un percorso dal forte impatto umano e civile, che potrebbe trasformarsi, per alcuni, anche in una futura scelta professionale.

Il progetto è stato finanziato tramite il decreto del Dipartimento per le Politiche giovanili e il Servizio Civile Universale, pubblicato il 4 febbraio, e sarà inserito nel prossimo bando per la selezione degli operatori volontari, la cui pubblicazione è attesa nelle prossime settimane.

La decisione di accreditare il DAP e di presentare, per la prima volta, un progetto di Servizio Civile in ambito penitenziario si fonda – conclude Delmastro – sul valore educativo e di crescita personale e professionale che un’esperienza di questo tipo può offrire ai giovani, chiamati a confrontarsi con una realtà complessa, dove le difficoltà quotidiane della detenzione si intrecciano con le opportunità di recupero e reinserimento che la pena deve sempre garantire.


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Apple Ads e Apple Maps fuori dal perimetro del Digital Markets Act

La Commissione europea ha stabilito che Apple Ads e Apple Maps non debbano essere designati come servizi rilevanti ai sensi del regolamento sui mercati digitali (DMA). La decisione arriva al termine dell’istruttoria avviata dopo la notifica presentata da Apple il 27 novembre 2025, con cui l’azienda di Cupertino aveva illustrato le ragioni per cui tali servizi non dovrebbero essere considerati “punti di accesso importanti” tra utenti commerciali e utenti finali.

Secondo la valutazione della Commissione, né il servizio pubblicitario Apple Ads né il servizio di intermediazione online Apple Maps raggiungono la soglia richiesta dal DMA per configurare una posizione di gatekeeper. In particolare, l’analisi evidenzia che Apple Maps registra un tasso di utilizzo complessivo relativamente basso nell’Unione europea, mentre Apple Ads ha una portata estremamente limitata nel mercato della pubblicità online UE.

Alla luce di questi elementi, Bruxelles ha concluso che Apple, con riferimento a questi due servizi, non esercita un ruolo tale da condizionare in modo significativo l’accesso degli utenti commerciali agli utenti finali. Una conclusione che, tuttavia, non chiude definitivamente il dossier: la Commissione ha chiarito che continuerà a monitorare l’evoluzione dei mercati interessati, riservandosi di intervenire in caso di cambiamenti sostanziali nelle dinamiche di utilizzo o di crescita dei servizi.

La decisione non incide sulle precedenti designazioni di Apple come gatekeeper per altri servizi di piattaforma di base, già adottate nel settembre 2023 e nell’aprile 2024. Il quadro regolatorio delineato dal Digital Markets Act resta dunque pienamente operativo, confermando un approccio selettivo e basato su dati concreti nel valutare il reale impatto dei grandi operatori tecnologici sul mercato digitale europeo.


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Cavi sottomarini, l’Europa alza lo scudo: 347 milioni per la sicurezza delle reti globali

I cavi di dati sottomarini sono una delle colonne portanti della società digitale: attraverso queste infrastrutture passa quasi la totalità del traffico internet globale e, con esso, una parte essenziale dell’economia europea. Proprio per questo, di fronte all’aumento dei rischi legati a incidenti, danneggiamenti e possibili atti di sabotaggio, la Commissione europea ha deciso di rafforzare in modo significativo il livello di protezione e resilienza di queste reti strategiche.

Il nuovo pacchetto presentato a Bruxelles introduce un insieme articolato di strumenti per la sicurezza dei cavi sottomarini, affiancato da un importante impegno finanziario. La Commissione ha infatti aggiornato il programma di lavoro digitale del Meccanismo per collegare l’Europa (MCE), destinando 347 milioni di euro a progetti strategici sui cavi sottomarini. Tra le misure più immediate figura anche un invito a presentare proposte da 20 milioni di euro, pensato per potenziare le capacità europee di riparazione rapida delle infrastrutture danneggiate.

Il pacchetto si fonda sulla valutazione dei rischi condotta nell’ottobre 2025, che ha messo in luce vulnerabilità, dipendenze critiche e scenari di minaccia lungo le principali dorsali sottomarine. In questo quadro, vengono definite sei misure strategiche e quattro misure tecniche e di supporto, con l’obiettivo di prevenire interruzioni dei servizi e garantire la continuità delle comunicazioni digitali.

Un ruolo centrale è affidato all’elenco dei Progetti di Interesse Europeo sui Cavi (CPEI): tredici aree prioritarie che potranno beneficiare di finanziamenti pubblici articolati su tre cicli quinquennali, fino al 2040. L’obiettivo è rafforzare nel lungo periodo la resilienza della rete europea dei cavi, riducendo i punti di fragilità e migliorando la capacità di risposta alle emergenze.

Particolare attenzione è rivolta alle operazioni di riparazione. Il bando da 20 milioni di euro appena aperto punta a finanziare moduli adattabili di ripristino, da installare in porti e cantieri navali, per intervenire rapidamente in caso di guasti. È il primo tassello di un’iniziativa più ampia che interesserà tutti i principali bacini marittimi dell’Unione: Baltico, Mediterraneo e Atlantico.

Gli interventi annunciati rientrano nel piano d’azione dell’Unione europea sulla sicurezza dei cavi sottomarini. Nel complesso, il programma pluriennale MCE Digitale 2024-2027 prevede 533 milioni di euro dedicati a queste infrastrutture, di cui 186 milioni sono già stati assegnati a 25 progetti. Un segnale chiaro: la sicurezza delle reti digitali passa anche – e sempre di più – dai fondali marini.


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Una notte storica al Taliercio: Reyer Women nei Play-In di EuroLeague

L’Umana Reyer Venezia Women entra nella storia. Davanti al proprio pubblico, le orogranata superano Valencia Basket Women 69-55 al termine di una partita condotta per tutti i 40 minuti e conquistano, per la prima volta, l’accesso ai Play-In di EuroLeague Women. Un successo che vale anche il terzo posto nel Gruppo F del Second Round e l’eliminazione delle spagnole dalla competizione.

L’approccio è da grande squadra: 23-7 già all’8’, con intensità e lucidità su entrambi i lati del campo. Valencia prova a rientrare fino al 25-22 (13’30”), ma la Reyer non perde mai il controllo. Dal secondo periodo in poi i ritmi si abbassano e la partita resta saldamente nelle mani delle ragazze di Andrea Mazzon, che piazzano un decisivo 13-2 a cavallo dei due tempi (38-24 al 21’30”), volano fino al +19 (52-33 al 29’) e respingono l’ultimo tentativo ospite (54-46 al 34’) prima di chiudere i conti.

Le chiavi del match parlano chiaro: difesa feroce, capace di tenere Valencia sotto il 32% dal campo, e palle recuperate determinanti (9 a fine gara, a fronte delle 16 perse avversarie). Nonostante il doppio dei tiri liberi per le spagnole, la differenza arriva soprattutto da due punti (50% contro 31%). Sotto le plance, qualche rimbalzo offensivo in più per Valencia, ma equilibrio complessivo (40-41).

Serata da incorniciare per le protagoniste. Francesca Pan firma il sigillo nel momento decisivo con due triple e 8 punti in sequenza nell’ultimo quarto; Tina Charles domina con una doppia doppia da 14 punti e 11 rimbalzi; Ivana Dojkic è top scorer e la più utilizzata; Lorela Cubaj brilla con il miglior plus/minus (+27) e 10 rimbalzi. Ottime anche le regie di Pasa e Santucci, decisive per equilibrio e ritmo, con l’and-one di Santucci che entra di diritto negli highlights della serata.

Ora l’Europa chiama ancora: ai Play-In andrà in scena il derby contro Famila Schio, al meglio delle due vittorie su tre, con il fattore campo a favore della Reyer per inseguire l’accesso alle Final Six.

Prossimo appuntamento in campionato: domenica 8 febbraio, ore 18, Palazzetto S. Allende, 18ª giornata di A1 femminile contro Geas Sesto San Giovanni.

Servicematica è Top Sponsor della Umana Reyer Venezia Women: insieme per condividere valori di squadra, innovazione e passione.

Pagamenti contactless e paure digitali: quanto è reale il rischio del “furto invisibile”

Negli ultimi mesi sono tornati a circolare racconti inquietanti su presunti furti elettronici messi a segno con Pos portatili nascosti in borse o tasche. Storie che rimbalzano sui social e nei video virali, alimentando l’idea che basti sfiorare una persona per sottrarle denaro grazie ai pagamenti contactless. Ma quanto c’è di vero in questo scenario da “furto 2.0”?

Secondo gli esperti di sicurezza digitale, la risposta è meno allarmante di quanto sembri: il rischio esiste, ma più sul piano teorico che nella vita reale.

La tecnologia non è magia

I pagamenti contactless si basano sulla tecnologia NFC (Near Field Communication), progettata per funzionare solo a distanza ravvicinata. Questo significa che una transazione può avvenire esclusivamente quando la carta o il dispositivo sono a pochi centimetri dal terminale. Non parliamo quindi di operazioni a distanza o di “prelievi fantasma” nel mezzo di una folla.

Nel caso delle carte fisiche, la possibilità di attivare un pagamento senza PIN è limitata a importi ridotti e richiede condizioni molto specifiche: una sola carta nel portafogli, assenza di oggetti metallici che schermino il segnale e una vicinanza estrema al Pos. Basta la presenza di più carte o di una semplice moneta per rendere la transazione instabile o impossibile.

Smartphone: un livello di protezione in più

Ancora più robuste sono le difese quando si utilizza lo smartphone. I sistemi di pagamento mobile, sia su iPhone sia su Android, richiedono nella quasi totalità dei casi un’autenticazione biometrica o lo sblocco del dispositivo. Solo su modelli molto datati erano previste modalità più permissive, ormai superate dagli aggiornamenti di sicurezza.

In pratica, attivare un pagamento all’insaputa del proprietario del telefono è estremamente difficile, se non in contesti sperimentali da laboratorio.

Tracciabilità e controlli

C’è poi un aspetto spesso trascurato: quello normativo. Ogni Pos è associato a un soggetto identificabile e a un conto corrente tracciabile. Le transazioni sospette vengono analizzate da sistemi automatici e, in ambito europeo, sono previste tutele e rimborsi per i consumatori in caso di frode accertata. L’idea di un furto anonimo e impunito non regge alla prova dei fatti.

Il vero pericolo non è in tasca

Paradossalmente, il rischio maggiore per il denaro digitale non arriva da un Pos nascosto, ma da link fraudolenti, messaggi ingannevoli e finte comunicazioni bancarie. Phishing e truffe via email, SMS o app di messaggistica restano la principale minaccia per utenti e imprese.

Le buone pratiche restano semplici ed efficaci: notifiche attive, software aggiornato, attenzione ai messaggi sospetti e consapevolezza degli strumenti che utilizziamo ogni giorno.


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La partita delle partite: Reyer Women e Valencia per l’accesso ai Play-In

Non è una partita come le altre, ma un appuntamento con la storia. Martedì 4 febbraio, alle ore 19.30, il Taliercio si prepara a vivere una delle serate più intense della pallacanestro femminile veneziana. Di fronte al proprio pubblico, Umana Reyer Venezia Women si gioca per la prima volta l’accesso ai Play-In di EuroLeague Women contro le spagnole del Valencia Basket Women. Il verdetto è secco: o si vince o si esce.

L’obiettivo è chiaro e condiviso: riempire il palazzetto e trasformare il fattore campo in un’energia decisiva. Superare questo turno significherebbe continuare la corsa europea verso le Final Six, traguardo che rappresenterebbe un salto storico per il club orogranata.

Le avversarie e i precedenti

Valencia arriva in laguna dopo due stop consecutivi in EuroLeague Women, ma resta una delle squadre più solide del panorama continentale. I precedenti parlano leggermente a favore delle spagnole (4-2), compresa la gara di andata del 14 gennaio alla Roig Arena, chiusa sull’81-73. Una sfida combattuta fino all’ultimo periodo, decisa da un parziale finale che non racconta fino in fondo l’equilibrio visto in campo.

Per la Reyer, quella partita ha lasciato indicazioni chiare: intensità, fisicità e attenzione ai dettagli saranno determinanti per invertire il risultato davanti al pubblico di casa.

Le chiavi della partita

Limitare le individualità di Valencia sarà fondamentale. Leonie Fiebich rappresenta uno dei principali terminali offensivi, mentre Kayla Alexander garantisce presenza e continuità sotto canestro. Attenzione anche alla regia di Leticia Romero, tra le migliori assist-woman della competizione, e alla pericolosità perimetrale di Hind Ben Abdelkader.

Dall’altra parte, la Reyer arriva con fiducia e consapevolezza, forte di una crescita evidente nelle ultime uscite. Le parole del coach Andrea Mazzon parlano di “fuoco dentro” e di una squadra chiamata a unire aggressività e lucidità, riducendo al minimo gli errori. Kaila Charles ha ribadito quanto il gruppo creda in questa opportunità: partite così si vivono per scrivere la storia.

Tutti insieme, fino all’ultimo possesso

Sarà una serata di sport, passione e identità condivisa, in cui il Taliercio potrà fare la differenza. La Reyer Women ha davanti a sé una sfida che va oltre il risultato: è la possibilità di portare Venezia tra le migliori d’Europa, insieme alla propria gente.

Servicematica è Top Sponsor della Umana Reyer Venezia Women: insieme per condividere valori di squadra, innovazione e passione.

Processo telematico, allarme sui giudici di pace: accessi incrociati ai fascicoli e rischio paralisi

Il processo telematico, anziché semplificare il lavoro degli uffici del giudice di pace, sta producendo nuovi e inattesi disagi. A denunciarlo è Movimento Forense, che ha trasmesso una nota al Ministero della Giustizia dopo aver rilevato ulteriori criticità nel funzionamento del Portale del Giudice di Pace.

Alle difficoltà già note — dal mancato completamento degli organici alla carenza di strumentazioni adeguate — si aggiunge ora una disfunzione informatica di particolare gravità. In alcuni uffici, infatti, si sarebbero verificati casi di sovrapposizione dei dati: accedendo al portale, i magistrati si sarebbero trovati davanti non ai fascicoli di propria competenza, ma a quelli assegnati ad altri giudici, talvolta appartenenti persino a distretti diversi.

Una situazione che, secondo l’associazione, rischia di compromettere seriamente l’operatività degli uffici. L’accesso improprio ai fascicoli può determinare un blocco dell’attività giudiziaria, incidendo sull’esercizio del diritto di difesa da parte dell’avvocatura e producendo, a cascata, un danno diretto per i cittadini che attendono risposte dalla giustizia di prossimità.

Movimento Forense sollecita quindi un intervento deciso e tempestivo da parte degli uffici competenti del Ministero, affinché la disfunzione venga risolta senza indugi. Il protrarsi di tali anomalie — avverte la nota — mette a rischio la tenuta complessiva di un settore già fortemente provato da anni di criticità strutturali.

L’appello si estende anche al profilo della tutela dei dati personali. L’associazione chiede al Ministero e, per suo tramite, alla Direzione generale per i sistemi informativi automatizzati (DGSIA), di intervenire con urgenza per scongiurare possibili e gravi violazioni della privacy, che potrebbero derivare dall’accesso non corretto ai fascicoli digitali.

La segnalazione è stata formalmente trasmessa al Ministero della Giustizia, nella richiesta che il processo di digitalizzazione non si traduca in un ulteriore fattore di instabilità per i giudici di pace, ma torni a essere uno strumento di efficienza e garanzia per l’intero sistema.


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Processo penale telematico: proroghe, deroghe e un sistema ancora a doppio binario

Con il decreto ministeriale n. 206 del 30 dicembre 2025, il Ministero della Giustizia interviene nuovamente sul percorso di attuazione del processo penale telematico, introducendo ulteriori deroghe all’utilizzo esclusivo del canale digitale. L’obiettivo dichiarato resta quello di una giustizia più efficiente e accessibile, ma il quadro che emerge è ancora caratterizzato da regimi differenziati e da un sistema che procede, di fatto, su due binari.

Le nuove scadenze

Il decreto consente, fino al 31 marzo 2026, il deposito anche con modalità non telematiche degli atti relativi alle impugnazioni in materia di misure cautelari e sequestri, sia per gli uffici giudiziari sia per gli avvocati.
Per magistrati e cancellerie è inoltre prorogata fino al 30 giugno 2026 la possibilità di utilizzare modalità tradizionali per gli atti legati alle intercettazioni, ritenuti particolarmente sensibili e non ancora adeguatamente tutelati sotto il profilo informatico.

Una scelta comprensibile sotto il profilo della sicurezza, ma che riporta in primo piano una questione strutturale: mentre per gli uffici interni le deroghe risultano ampie e reiterate, per i difensori restano limitate, nonostante l’urgenza e i termini di decadenza che spesso caratterizzano gli atti difensivi.

Un percorso a tappe

Il processo penale telematico nasce nel periodo pandemico come leva di modernizzazione collegata agli obiettivi del PNRR. Già il primo regolamento attuativo aveva però introdotto un sistema non uniforme, prevedendo obblighi stringenti per la difesa e maggiori margini di flessibilità per magistrati e cancellerie.

L’esperienza applicativa ha mostrato presto i limiti tecnologici del sistema, imponendo una serie di correttivi e regimi transitori. Dal 1° gennaio 2025 il deposito telematico è divenuto formalmente obbligatorio per la maggior parte degli atti diretti a Procure e tribunali, ma accompagnato da deroghe selettive che hanno mantenuto il doppio canale operativo.

L’obbligo generalizzato per tutti gli uffici giudiziari resta ora fissato al 1° gennaio 2027.

Il processo penale telematico non entra ancora a regime: il Ministero della Giustizia proroga le deroghe, conferma il doppio binario e rinvia l’obbligo pieno al 1° gennaio 2027.

L’impatto per la difesa

Dal punto di vista degli avvocati, il passaggio al digitale non è stato neutro. Il rischio tecnologico – malfunzionamenti, ritardi di accettazione, incertezze sul momento perfezionativo del deposito – ricade prevalentemente sulla parte privata. Un errore informatico può tradursi in una perdita definitiva di diritti, aggravata da orientamenti giurisprudenziali particolarmente rigorosi.

Non mancano però segnali di riequilibrio: la Corte di Cassazione ha recentemente valorizzato il corretto invio dell’atto da parte della difesa, riconducendo le disfunzioni del sistema informatico alla sfera di responsabilità dell’amministrazione.

Il monitoraggio

Il decreto di dicembre introduce anche un meccanismo di controllo continuo: il direttore generale per i servizi applicativi dovrà trasmettere con cadenza mensile al Comitato tecnico-scientifico una relazione sull’andamento dei depositi, sull’operatività dei sistemi e sulle criticità riscontrate.

Un passaggio cruciale, che potrebbe trasformare la fase transitoria in un’occasione di reale assestamento del processo penale telematico, evitando che l’innovazione digitale si traduca in un ulteriore fattore di diseguaglianza tra gli attori del processo.


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Meno carte, più dati: la Pa accelera sul principio once only

La Pubblica amministrazione non potrà più chiedere due volte le stesse informazioni. Con l’ultimo decreto collegato al Pnrr, il principio dell’“once only” entra in una fase operativa più stringente: i dati forniti una volta da cittadini e imprese diventano patrimonio condiviso del sistema pubblico, destinato a circolare digitalmente tra gli enti che ne hanno titolo.

Il meccanismo è semplice nella sua logica, ma impegnativo nella realizzazione. Le amministrazioni dovranno acquisire le informazioni necessarie ai procedimenti esclusivamente attraverso canali telematici interni, evitando duplicazioni, modulistica ripetitiva e richieste ridondanti. Il fulcro di questo scambio è la Piattaforma digitale nazionale dati, che diventa l’infrastruttura obbligata per la cooperazione informativa tra uffici.

Il decreto rafforza un principio che non nasce oggi. Già da decenni l’ordinamento impone alle amministrazioni di acquisire d’ufficio ciò che è già in loro possesso. La differenza è che, mentre in passato il riferimento era ai documenti cartacei, oggi il sistema ruota intorno a dati strutturati, interoperabili e riutilizzabili in tempo reale. È un cambio di paradigma che sposta l’attenzione dalla singola pratica al patrimonio informativo pubblico nel suo complesso.

Il nuovo assetto non riguarda solo l’efficienza amministrativa. Al centro c’è anche il delicato equilibrio con la tutela della riservatezza. La norma chiarisce che lo scambio diretto di dati tra enti pubblici, gestori di servizi e società a controllo pubblico risponde a un interesse pubblico qualificato. Questo consente il trattamento anche di informazioni particolarmente sensibili, ma solo entro confini rigorosi e con adeguate misure di sicurezza.

Proprio per evitare derive, il legislatore ha rafforzato il sistema dei controlli. Gli accessi alla piattaforma non sono liberi né discrezionali: ogni consultazione deve essere tracciata, verificabile e riconducibile a finalità istituzionali. Su questo fronte assume un ruolo centrale AgID, chiamata a vigilare sull’alimentazione della piattaforma, sul corretto utilizzo dei servizi digitali e sul rispetto delle regole tecniche da parte delle amministrazioni.

La risposta ai bisogni informativi dovrà essere immediata e automatica. Gli uffici che interrogano le banche dati pubbliche non dovranno più giustificare ogni richiesta, perché la legittimazione è presunta nell’esercizio delle funzioni istituzionali. Questo incide direttamente sui tempi dei procedimenti, riducendo passaggi intermedi e colli di bottiglia burocratici. Resta però ferma la possibilità di controlli successivi sulla legittimità degli accessi, affidati sia all’AgID sia all’Autorità garante per la protezione dei dati personali.

Il decreto interviene anche sul fronte della responsabilità dirigenziale. Non alimentare la piattaforma, ritardare l’abilitazione dei servizi o continuare a chiedere dati già disponibili non è più una semplice inefficienza organizzativa. Le conseguenze si riflettono sulla retribuzione di risultato dei dirigenti e possono arrivare a sanzioni pecuniarie, con verifiche periodiche affidate all’Agenzia per l’Italia digitale.

In questo quadro si inserisce anche l’evoluzione dei portafogli digitali, destinati a diventare uno strumento complementare per la gestione e la condivisione dei documenti personali in formato elettronico. La direzione è chiara: costruire un ecosistema in cui le informazioni circolano all’interno della Pubblica amministrazione, senza gravare su cittadini e imprese e senza sacrificare la sicurezza dei dati.

Il principio dell’unicità dell’invio, dunque, smette di essere una formula astratta e si trasforma in un obbligo concreto. La sfida ora non è più normativa, ma organizzativa e culturale: far funzionare davvero la circolarità dei dati significa ripensare processi, responsabilità e controlli in una Pubblica amministrazione che, finalmente, dovrebbe chiedere meno e sapere di più.


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Giustizia al bivio: o accelera o perde il Pnrr

Il tempo stringe e la giustizia italiana è chiamata all’ultimo scatto. Entro il 30 giugno il sistema dovrà dimostrare di saper ridurre in modo significativo la durata dei procedimenti civili, unico obiettivo del Pnrr ancora da centrare per intero. I numeri dicono che il percorso è avviato, ma per restare nei parametri europei serve un’accelerazione decisiva nei prossimi mesi.

Secondo i dati più recenti, la durata media delle cause civili è già diminuita di oltre un quarto rispetto al 2019. Tuttavia, per rispettare l’impegno assunto con Bruxelles, occorre un ulteriore passo in avanti. Su questo fronte il Ministero della Giustizia punta sulle misure straordinarie introdotte nell’ultimo anno: dall’impiego flessibile dei magistrati, anche da remoto, all’ingresso immediato dei tirocinanti nelle Corti d’appello, fino al rafforzamento degli organici attraverso concorsi coordinati su scala nazionale.

L’obiettivo dichiarato è ambizioso: arrivare entro il 2026 a una copertura integrale delle piante organiche della magistratura, un traguardo mai raggiunto prima. Parallelamente, si lavora per chiudere una partita storicamente critica come quella degli indennizzi per la durata irragionevole dei processi. Il progetto dedicato alla liquidazione delle cosiddette “cause-lumaca” mira a smaltire l’arretrato accumulato negli anni passati, riducendo un peso strutturale che grava da tempo sui bilanci pubblici.

Sul versante penale, invece, i risultati sono già andati oltre le attese: i tempi medi di definizione dei procedimenti risultano ridotti ben oltre la soglia concordata in sede europea. Una performance che consente di concentrare ora l’attenzione sul civile, dove l’aumento delle nuove iscrizioni – in particolare in materie sensibili come immigrazione e cittadinanza – rischia di rallentare il percorso.

Un ruolo centrale è giocato dalla trasformazione digitale. La quasi totalità dei fascicoli giudiziari è ormai informatizzata e il primo grado penale è entrato in una fase di piena digitalizzazione, con nuovi portali per la gestione degli atti e delle notizie di reato. Restano però alcune criticità operative: aggiornamenti tecnologici non sempre coordinati hanno provocato difficoltà nei depositi telematici, segnalate anche dall’avvocatura, evidenziando la necessità di una maggiore sincronizzazione tra sistemi e uffici.

Il Piano nazionale non riguarda solo processi e tecnologia. Grande attenzione è riservata anche al personale. Le risorse Pnrr hanno consentito l’assunzione di migliaia di lavoratori a supporto degli uffici giudiziari e il Ministero ha annunciato l’intenzione di avviare percorsi di stabilizzazione, affiancando fondi nazionali agli investimenti europei per garantire continuità e competenze nel medio periodo.

Accanto alle riforme organizzative, proseguono gli interventi strutturali: cantieri aperti per l’edilizia giudiziaria, nuovi padiglioni carcerari e programmi mirati a migliorare le condizioni di vita negli istituti di pena. Un tema, quello del carcere, che resta delicato, come ricordato dal Guardasigilli Carlo Nordio, che ha parlato di una responsabilità collettiva nel prevenire il disagio e ridurre fenomeni drammatici come i suicidi tra i detenuti.

Il quadro che emerge dalla relazione al Parlamento è quello di una macchina in movimento, con risultati concreti già certificati dall’erogazione delle ultime tranche di fondi europei. Ma la vera prova si gioca ora: nei prossimi mesi si deciderà se la giustizia italiana riuscirà a trasformare l’emergenza Pnrr in un cambiamento strutturale o se l’occasione verrà solo parzialmente colta.


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