Tariffa oraria avvocati: le ultime dalla Corte europea

All’interno del contratto tra clienti e avvocati, il prezzo viene fissato seguendo il principio della tariffa oraria, senza fornire altre indicazioni. Ma per la Corte di giustizia europea, la clausola relativa non soddisfa l’obbligo di comprensibilità e chiarezza.

Con la sentenza 12 gennaio 2023 (causa C-395/21), la Corte di Giustizia Ue ha risposto alla domanda di pronuncia pregiudiziale, riguardo l’interpretazione degli articoli 3, 4 6 e 7 della direttiva 93/13/CEE, sulle clausole abusive dei contratti stipulati con i consumatori.

La domanda era stata sollevata all’interno di una controversia tra un avvocato lituano ed un suo cliente, per quanto riguarda i contratti per la prestazione dei servizi legali. Gli onorari che spettavano al professionista erano fissati con importo di 100 euro per ogni ora di prestazione o consulenza.

Il legale, non avendo ricevuto tutti gli onorari reclamati aveva intrapreso vie giudiziarie, e la causa in questione era arrivata di fronte alla Corte suprema della Lituania.

Quest’ultima, successivamente, ha deciso di rivolgersi alla Corte europea, con lo scopo di ottenere chiarimenti per quanto riguarda l’interpretazione delle disposizioni del diritto dell’Unione, finalizzate a proteggere i consumatori da clausole contrattuali abusive.

In particolare, si è fatto riferimento all’obbligo di trasparenza rispetto alle clausole dell’oggetto principale dei contratti di prestazione dei servizi legali.

Il contratto deve esporre in modo trasparente il concreto funzionamento del meccanismo al quale fa riferimento la clausola, in modo tale che il consumatore sia in grado di valutare le conseguenze economiche che ne derivano, basandosi su criteri precisi e intelligibili.

Il professionista è tenuto a comunicare alcune informazioni al consumatore, che dovranno contenere indicazioni che permettano al consumatore di valutare, approssimativamente, il costo totale dei servizi in questione, come la stima del numero minimo o prevedibile di ore necessarie per fornire il proprio servizio. Oppure un impegno ad inviare relazioni o fatture che testimoniano il numero di ore di lavoro effettivamente svolte.

La valutazione spetterà al giudice nazionale, che dovrà stabilire se le informazioni fornite dal legale abbiano consentito al consumatore di prendere decisioni con prudenza e piena cognizione delle conseguenze finanziarie, che derivano dalla conclusione di tale contratto.

Soltanto in questo modo verranno soddisfatti gli obblighi di formulazione chiara e comprensibile così come stabilito dall’Ue.

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La Riforma Cartabia è un disastro?

La riforma della giustizia Cartabia ha esteso la procedibilità a querela per alcuni reati al fine di raggiungere gli obiettivi del Pnrr – ovvero, ridurre del 25% i tempi dei processi penali entro il 2026. Per farlo, bisogna ridurre il numero dei procedimenti.

Ma dopo sole due settimane dalla sua entrata in vigore sono arrivate profonde critiche da parte dei giuristi. I punti che sono stati maggiormente criticati corrispondono proprio ai quelli fondamentali della riforma. Per alcuni, questi punti provocano effetti assolutamente controproducenti.

Uno dei punti principali della riforma Cartabia è la trasformazione in tema di disciplina di alcuni reati procedibili d’ufficio che ora potranno essere indagati soltanto mediante querela. Questo è uno dei fattori che è stato maggiormente criticato: non soltanto in materia di querela delle vittime, ma anche per le funzionalità in sé dell’ordinamento.

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Si è espresso in merito anche l’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Eugenio Albamonte, ora magistrato a Roma. Il problema principale, per Albamonte, è che la lista che è stata indicata nella riforma Cartabia contiene anche dei reati di forte impatto.

Violenza privata e sequestro di persona implicano una certa dose di sottomissione psicologica e prevaricazione, rendendo difficile alle vittime esporre denuncia. La norma, con la sua retroattività, porta alcuni processi al naufragio, poiché non ci sono querele. Le vittime potrebbero infatti essere spaventate e difficili da rintracciare.

Ma oltre alla responsabilizzazione eccessiva delle vittime, Albamonte ha sottolineato anche un altro aspetto negativo, in particolar modo legato ai furti, che potrebbero risultare ancora più complessi da denunciare.

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A Palermo ben 3 boss rischiano di non procedere al processo a causa degli effetti della riforma. Secondo Roberto Rossi stanno accadendo situazioni analoghe in tutta Italia.

Il procuratore di Bari sottolinea i problemi dell’elenco di reati, specialmente quelli collegati alla criminalità organizzata o quelli connessi a situazioni in cui le vittime hanno paura.

Ma anche nel caso di reati meno gravi, bisogna prendere in considerazione il fatto che, in alcune zone italiane, il livello di criminalità minaccia seriamente i cittadini. Per Rossi, il rischio è che alcuni reati vengano depenalizzati, perché le vittime si convinceranno a ritirare le querele accontentandosi di un risarcimento danni.

Rossi e Albamonte si trovano d’accordo su questo punto, ovvero sulla depenalizzazione di alcuni tipi di reati per ridurre il carico dei tribunali, alleggerendo la responsabilità delle vittime.

Un altro aspetto critico della riforma della giustizia Cartabia è quello che prende in considerazione le misure alternative di un grandissimo numero di detenuti, con il pericolo che tutto questo si traduca in scarcerazioni di massa.

A tal proposito il governo concede 20 giorni di tempo per ritardare tali fatti, consentendo alla polizia giudiziaria di adeguarsi, ma forse è troppo poco tempo. Per Rossi potrebbe verificarsi esattamente l’opposto dell’obiettivo prefissato dalla riforma Cartabia, ovvero l’allungarsi dei processi.

I presunti difetti della riforma sono stati sottolineati anche da Nicola Gratelli, procuratore di Catanzaro, che ha definito la riforma un vero e proprio disastro. I problemi che sono stati portati alla luce da Gratelli sono sempre gli stessi:

  • la paura delle vittime, che potrebbe indurle al ritiro della querela o a non presentarla affatto;
  • la mancanza di adeguate punizioni, vista l’ambita velocizzazione dei processi, che verrà ottenuta con la diminuzione di questi, e non soltanto su un cambiamento procedurale efficace;
  • situazioni troppo difficili da punire, soprattutto se le vittime non risiedono in Italia.

La riforma Cartabia sarà modificata?

Per Gratelli, comunque, ci sarà presto una modifica della riforma. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, infatti, sta lavorando alla riforma, convinto che servano «interventi urgenti per affrontare le criticità emerse» e per «garantire all’Italia le risorse indispensabili per la ripartenza».

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Di tutt’altra opinione l’esponente del Terzo Polo Enrico Costa, che attacca via Arenula e difende la riforma Cartabia.

«Contro la sua legge si sta saldando il fronte forcaiolo della maggioranza. Nel decreto Rave c’era già la proroga di due mesi della riforma penale di Cartabia, ma stranamente, senza l’allarme mediatico, hanno previsto solo venti giorni in più per presentare la querela, ma non sono entrati nel merito dei reati, mafia compresa».

Per il professore di diritto penale Gian Luigi Gatta, ex consigliere di Marta Cartabia, si starebbero cercando «casi limite per affondare la Cartabia. Ma la riforma libera i tribunali dell’enorme quantità di reati banali».

«In questi 30 anni almeno 3 riforme hanno esteso il numero dei reati procedibili a querela, nel 1999 e nel 2022». Gatta sostiene che la legge Cartabia si sia «limitata ad estendere la procedibilità a querela ad alcuni reati».

In questi giorni, l’attenzione si è rivolta verso lesioni personali lievi e sequestro di persona semplice, punito con un minimo di 6 mesi di reclusione. «Mi sembra che sia così anche nel caso di Palermo».

Un caso «del tutto particolare, visto che le vittime del sequestro e delle lesioni sono dei rapinatori “non autorizzati” da Cosa Nostra, che non hanno presentato la querela nei confronti dei loro “colleghi” malviventi ma che, comunque, restano sottoposti a custodia cautelare perché, appunto, accusati anche di reati gravissimi, procedibili d’ufficio. Non vedo alcuna notizia sensazionale, insomma».

Gruppi Facebook per mitigare gli effetti della riforma

Nel frattempo, un avvocato napoletano ha deciso di «mitigare gli effetti» della riforma Cartabia «nel settore dei divorzi e delle separazioni».

Genitori separati è il nome del gruppo Facebook creato da Carmen Posillipo, avvocato matrimonialista, per «dare quell’opportunità di sfogo e quella speranza di riappacificazione che la riforma ha, di fatto, ridotto ai minimi termini».

Online, secondo Posillipo, chi ha perso il partner o il coniuge potrà «trovare consigli e risposte per dare una chance al secondo tempo di una storia». Sui social, ormai, «si leggono continuamente post in cui si evidenza che con la riforma Cartabia l’avvocato muore. È vero perché è sempre meno prevista la sua presenza, e questo mi ha spinto a trovare spazi alternativi di confronto».

Lo scopo del gruppo Facebook è mettere insieme persone sole, che si sentono perse dopo la separazione. «Secondo quanto mi suggerisce la mia esperienza potrebbe scongiurare episodi di violenza che possono verificarsi quando la disperazione prende il sopravvento e non si trovano soluzioni nella società».

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Gli effetti della guerra dei Chip tra USA e Cina

Con l’escalation della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina saranno diversi gli impatti sulle imprese di tutto il mondo, intrappolate nel conflitto tra le due più grandi economie mondiali.

L’amministrazione Biden ha deciso di emettere grandi restrizioni sull’esportazione dei chip. Le nuove regole commerciali arrivano in un momento in cui gli USA temono il sempre maggior potere geopolitico della Cina.

In ogni settore le imprese dovranno analizzare la propria supply chain per capire in che modo e quanto la guerra commerciale interesserà i loro affari.

Spiega Alex Capri, un ricercatore che si occupa di commercio globale: «Una catena del valore globale completamente razionalizzata significa che il capitale, le competenze e la produzione migrano verso il loro punto più efficiente. Quei giorni sono finiti per tutti i beni strategici, non solo per i semiconduttori».

Lo scorso ottobre gli USA hanno istituito nuovissimi controlli sulle esportazioni, che bloccano la vendita di semiconduttori avanzati e strumenti per produrli ad alcuni produttori cinesi. Questi prodotti potranno essere commercializzati soltanto se l’azienda cinese possiede una licenza speciale.

A metà dicembre l’amministrazione Biden ha ampliato queste restrizioni impedendo a 36 produttori di chip cinesi di accedere alle tecnologie statunitensi. Questi controlli sulle esportazioni contengono restrizioni sui semiconduttori utilizzati all’interno delle intelligenze artificiali.

Lo scopo è quello di negare alla Cina di accedere ad una tecnologia avanzata che potrebbe potenzialmente utilizzare per migliorare la potenza militare e per violare diritti umani.

Ci sono casi in cui le restrizioni possono essere revocate, ma non senza il controllo e l’approvazione da parte degli Stati Uniti, che certificano che un’azienda non utilizzerà i semiconduttori per scopi malevoli.

I primi effetti della guerra commerciale

Si vedono già i primi impatti delle regole sull’esportazione. Per esempio, Apple doveva collaborare con YMTC per una funzione dell’ultimo iPhone. La procedura per certificare l’azienda come fornitore era già stata avviata, ma l’amministrazione Biden ha deciso di lanciare l’offensiva contro i produttori cinesi.

Anche Nvidia e AMD sono state colpite da queste restrizioni. Ma non sono interessati soltanto i produttori di chip americani da questa guerra commerciale, dato che le nuove regole impongono il divieto a tutte le imprese statunitensi di commerciare con società che esportano tecnologie soggette a restrizioni.

Alibaba, Baidu, Huawei, SenseTime e Megvii faticheranno a procurarsi chip avanzati per portare a termine i loro lavori. Spiega Josep Bori, direttore di GlobalData: «Non saranno più in grado di acquistarli da Nvidia o AMD e i fornitori cinesi di chip AI come HiSilicon, Cambricon, Horizon Robotics o Biren Technology non saranno in grado di produrre i propri chip AI».

Fornitori «come Taiwan Semiconductor Manufacturing Company stanno obbedendo al divieto degli Stati Uniti e i produttori cinesi non sono ancora in grado di produrre qualcosa di più piccolo di 14 nanometri».

Ci sono alcune aziende non cinesi che hanno deciso di cominciare a spostare la loro capacità produttiva al di fuori della Cina. TSMC, per esempio, ha installato i suoi impianti di produzione in Europa e negli Stati Uniti.

Charlie Dai, direttore della ricerca della società Forrester afferma: «Oltre ai produttori di chip e semiconduttori in Cina ogni azienda della catena di fornitura di chipset avanzati, come i produttori di veicoli elettronici e di apparecchiature HPC (high performance computing) sarà colpita».

«Ci saranno danni collaterali», continua, «all’ecosistema tecnologico globale in ogni area, come la progettazione di chip, la produzione di strumenti e la fornitura di materie prime».

Le interdipendenze tra USA e Cina sono difficili da sciogliere nell’immediato, quindi le imprese potrebbero non avvertire immediatamente il contraccolpo. È improbabile che le restrizioni abbiano un effetto diretto sulla capacità dei produttori globali di chip di produrre semiconduttori, dal momento che non hanno investito in Cina per produrre chip lì».

Ma le nuove regole impatteranno sulla catena per i produttori di chip. La Cina, «essendo la seconda economia più grande del mondo, è un mercato enorme per molte aziende globali di semiconduttori e ci sarà un impatto sui loro piani di crescita e di entrate».

«Potrebbero ridimensionare i loro piani per la produzione di chip, che richiedono ingenti investimenti, a causa di problemi di flusso di cassa a breve termine. A lungo termine, accelererà la produzione locale di chip in India, Vietnam, Malesia, Singapore e altri Paesi».

Per lungo tempo Taiwan è stata in testa nella classifica dei produttori di chip semiconduttori. Ora, però, India, Francia, Giappone, Regno Unito e Australia stanno offrendo degli incentivi al fine di attrarre investimenti nei semiconduttori.

Le restrizioni commerciali potrebbero causare ulteriori cambiamenti a lungo termine per la produzione e per il commercio globali. Queste sanzioni «incoraggeranno maggiori investimenti manifatturieri nella produzione di telefoni, automobili, elettronica, elettrodomestici, macchinari, apparecchiature di telecomunicazione al di fuori della Cina, a partire da India e Vietnam».

Tale spostamento nella produzione «era già in atto, a causa del mercato locale in India e della strategia di diversificazione per mitigare le interruzioni della catena di approvvigionamento. Ma le restrizioni sui chip saranno incentivo per aumentare la produzione di esportazione anche dall’India e da altri Paesi».

La maggior parte delle aziende potrebbe non dover trattare in maniera diretta con le società cinesi interessate da questi divieti. Tuttavia, bisognerà comunque valutare in maniera attenta tutta la catena di fornitura tecnologica.

«Nelle aziende che lavorano su progetti di intelligenza artificiale, sia per automatizzare le linee di produzione o per fornire assistenza automatica ai propri clienti, i CIO devono considerare attentamente i propri fornitori».

Se qualcuno «è cinese, l’azienda potrebbe subire interruzioni. Per esempio, se utilizzate il cloud Alibaba per i carichi di lavoro di formazione AI. O se acquistate chip AI da Horizon Robotics».

Ci si deve chiedere se i fornitori cinesi potranno fornire gli stessi livelli di supporto e tecnologia in futuro, e se ci sono problemi nell’accedere a chip o tecnologie avanzate da partner occidentali.

È necessario «rivalutare i propri criteri di selezione dei fornitori dal punto di vista della resilienza della supply chain, vale a dire quanto sia esposta al problema dei chip semiconduttori in Cina. Devono identificare potenziali vulnerabilità nei progetti tecnologici, incluso il calcolo ad alte prestazioni aziendali. E valutare le capacità di tali fornitori in termini di aggiornamenti futuri, roadmap tecnologia e capacità di supporto».

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Negli Stati Uniti è stato condotto un esperimento per capirlo, e la risposta è stata decisamente inquietante. In soli novanta minuti, i tecnici hanno craccato più di 13.000 password, corrispondenti al 16% di tutte quelle presenti sui dispositivi dipartimentali.

Il Department of Interior di Washington non è uguale al Ministero degli Interni italiano. Il primo si occupa della gestione del patrimonio culturale e delle risorse naturali. Ci troviamo circa a metà tra il Ministero dell’ambiente dei Beni Culturali in Italia.

L’Ispettorato, che ha il compito di vigilare attentamente sulle pratiche di sicurezza, è arrivato alla conclusione che «i requisiti di complessità delle password non sono abbastanza stringenti da prevenire potenziali accessi indesiderati ai sistemi e ai dati».

La maggior parte degli account dei dipendenti sono protetti soltanto da password, dunque sono sprovvisti di autenticazione a due fattori o da altre impostazioni di sicurezza.

Per impossessarsi delle password, gli ispettori hanno speso meno di 15.000 dollari, assemblando una catena di pc capaci di eseguire complessi calcoli matematici. Il sistema è stato in grado di ricostruire le password dei dipendenti: la più utilizzata in assoluto è Password1234.

Dunque, un gruppo di cybercriminali con ottime risorse economiche potrebbe impossessarsi senza problemi delle credenziali dei dipendenti – anche di quelli di alto rango. Il 5% degli account che sono stati analizzati erano protetti da qualche variazione della parola password.

Senza autenticazione a due fattori si rischia di essere maggiormente vulnerabili agli attacchi informatici. Le policy interne, in realtà, impongono di dotarsi di questa misura di sicurezza, anche se i funzionari sembrerebbero averla completamente ignorata.

Per l’Ispettorato: «Nell’attuale scenario sono necessari metodi di autenticazione forti e pratiche solide di gestione di account e password per proteggere i sistemi informatici da accessi non autorizzati. L’eccessiva dipendenza dalle password per limitare l’accesso al sistema al solo personale autorizzato può avere conseguenze catastrofiche».

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Doppio Cognome: è possibile che un figlio abbia tre o più cognomi

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Doppio Cognome: è possibile che un figlio abbia tre o più cognomi

Se manca l’accordo tra i genitori, il figlio resterà senza cognome fino alla decisione del giudice. È possibile anche che il figlio abbia tre o addirittura più cognomi, nel caso in cui i genitori ne avessero più di uno e non fossero intenzionati a rinunciare a nessuno di questi.

Queste sono alcune delle indicazioni provenienti dal Consiglio Nazionale del notariato attraverso lo studio 200-20222/P diffuso il 10 gennaio, con oggetto: «Il nome (prenome e cognome). Il punto dopo la Corte costituzionale».

Con la sentenza 131 è stata dichiarata l’illegittimità del primo comma dell’art. 262 «nella parte in cui prevede, con riguardo all’ipotesi del riconoscimento effettuato contemporaneamente da entrambi i genitori, che il figlio assume il cognome del padre, anziché prevedere che il figlio assuma i cognomi dei genitori, nell’ordine dei medesimi concordato, fatto salvo l’accordo, al momento del riconoscimento, per attribuire il cognome di uno di loro soltanto».

Nel caso in cui i genitori decidano di trasmettere al figlio il cognome di entrambi, devono decidere anche l’ordine di attribuzione dei cognomi. Senza accordo tra i genitori, l’ufficiale dello stato civile non potrà formare l’atto di nascita.

La soluzione al contrasto dei genitori spetta soltanto al giudice, anche se sono gli stessi genitori a doversi attivare nell’ottenere l’intervento del giudice.

In attesa della decisione del giudice, il figlio non potrà comunque essere iscritto all’anagrafe, e i due genitori non potranno ottenere alcuna certificazione che lo riguardi. Il ricorso al giudice «potrà anche tradursi in un ritardo nella formazione dell’atto di nascita del figlio […] poiché non si vede come l’ufficiale dello stato civile possa darvi corso fino a quando il giudice non si sia pronunciato al riguardo».

Con la circolare n. 63 del 01/06/2022 del Ministero dell’interno viene evidenziato come l’accordo tra i due genitori è necessario anche per attribuire al figlio soltanto un cognome. In assenza di tale decisione, avverrà automaticamente l’attribuzione del doppio cognome, nell’ordine deciso dai genitori – o, come abbiamo visto, dal giudice.

Ricorda il Notariato che è necessario evitare che l’attribuzione del cognome di entrambi i genitori determini un meccanismo moltiplicatore. Infatti, troppi cognomi andrebbero a ledere la funzione identitaria.

È opportuno che il genitore con doppio cognome scelga quello che rappresenti il legame genitoriale, a meno che i genitori non optino per attribuire soltanto un doppio cognome. Afferma il Notariato: «In ogni caso, attualmente, riguardo all’eventualità che uno o entrambi i genitori abbiano già un doppio cognome, in assenza di normativa, nell’attribuzione del cognome del figlio devono essere rispettati tutti i cognomi dei genitori».

Il legislatore dovrà valutare anche l’interesse di un figlio che non vuole vedersi attribuito un cognome diverso rispetto a quello di altri fratelli. Il cognome assegnato al primogenito, in questo caso, potrebbe vincolare anche la prole successiva riconosciuta dai genitori.

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Regno Unito: Intelligenza Artificiale al posto dell’Avvocato

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Nel Regno Unito il primo caso in cui un’Intelligenza Artificiale ha sostituito gli avvocati. Potrebbe succedere anche in Italia, ma per controversie minori. In generale, le intelligenze artificiali cominciano ad entrare negli studi professionali e nelle aule giudiziarie, senza sostituirsi agli avvocati, ma aiutandoli.

Il procedimento non si è ancora tenuto. Riguarderà un caso dove l’imputato verrà assistito da DoNotPay, un’intelligenza artificiale, che si occuperà di una multa per eccesso di velocità.

La notizia è stata diffusa in modo ingannevole: le controversie che riguardano le contravvenzioni stradali, in realtà, prevedono l’ausilio delle intelligenze artificiali già da anni. Inoltre, in Italia, il termine imputato si riferisce soltanto ai processi penali.

Consulenza legale a basso costo

L’app DoNotPay è attiva da anni ed è in grado di fornire “consulenza legale” per le sanzioni stradali. Fornisce, a basso costo, strumenti per contestare multe – al posto di affidarsi ad un professionista, che in questo caso potrebbe risultare antieconomico.

DoNotPay si sostituisce all’avvocato, facendo risparmiare denaro alle persone. «E’ una cosa che riguarda il linguaggio, ed è quello che gli avvocati fanno pagare centinaia o migliaia di dollari l’ora», riferisce un portavoce a New Scientist.

«Ci saranno ancora molti bravi avvocati che potranno discutere davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo, ma molti avvocati stanno solo chiedendo troppi soldi per copiare e incollare documenti e penso che saranno sicuramente sostituiti, e dovrebbero essere sostituiti, da una macchina».

In estrema sintesi, possiamo dire che questo è il credo del creatore dell’app, Joshua Browder, ovvero un professore dell’Università di Standford, che ha deciso di inventare uno strumento per evitare di pagare tutte le multe che gli erano arrivate.

Non saranno i numeri a dire se il suo progetto potrà essere economicamente sostenibile su larga scala. Lo stabiliranno i giudici: Browder ha infatti dichiarato che pagherà le spese legali in caso di soccombenza.

Trovare una scappatoia

L’app di intelligenza artificiale, per prima cosa chiede al cliente qual è il suo problema legale. Poi, dopo aver trovato una scappatoia, la trasforma in una lettera, che il cliente potrà inviare ad un’istituzione oppure caricare online.

Se bisogna andare a processo, DoNotPay si comporterà come un reale avvocato. In aula, i clienti dovranno indossare un auricolare Bluetooth, in modo tale che l’intelligenza artificiale suggerisca che cosa dire.

«La legge è quasi come codice e linguaggio combinati, quindi è il caso d’uso perfetto per l’IA», ha dichiarato Browder ad Usa Today.

In Italia è possibile sostituire un avvocato con un robot?

Certo, ma con dei limiti precisi. Tutti devono comparire di fronte al giudice con una difesa tecnica in qualsiasi settore del diritto. È sempre necessario, in parole povere, avere un avvocato.

Le uniche eccezioni riguardano le controversie con valore inferiore ai 1.100 euro davanti al Giudice di Pace. Infatti, l’art. 82 del Codice civile stabilisce che «davanti al giudice di pace le parti possono stare in giudizio personalmente nelle cause il cui valore non eccede euro 1.100». In caso contrario, le parti «non possono stare in giudizio se non con il ministero o con l’assistenza di un difensore».

Dunque, per recuperare un credito di 500 euro o per impugnare una multa di 100 ci si può avvalere del prestampato che troviamo negli uffici dei giudici di pace…oppure direttamente di un’intelligenza artificiale.

Ci sono alcune attività che svolgono i professionisti negli studi professionali che potrebbero essere svolte dalle intelligenze artificiali. Potrebbe essere già successo, in particolar modo nella data analysis e più in generale nelle operazioni di M&A, nelle quali si rende necessario processare una grande mole di dati.

Dal 2016, in America, queste intelligenze artificiali hanno portato al licenziamento di avvocati di grandi studi legali che si occupavano di queste mansioni.

Le IA nei tribunali

Le intelligenze artificiali hanno già fatto il loro ingresso nelle aule dei tribunali. Dalla parte del giudice, però.

Un caso ha riguardato un algoritmo per valutare quanto era pericoloso un soggetto, basandosi su alcuni parametri predefiniti, suscitando, ovviamente, alcuni interrogativi giuridici ed etici.

In Cina, per esempio, esiste un algoritmo che va a sostituire i pubblici ministeri nel caso dell’imputazione di otto reati “semplici”, che vanno dal furto al danneggiamento. In tal caso ci si limita alla formulazione delle imputazioni.

Le applicazioni dell’intelligenza artificiale in ambito forense sono molteplici, e potrebbero determinare un profondo cambiamento nel mondo del diritto. Tuttavia, qualsiasi AI dovrebbe essere istruita in precedenza da un giurista, per poi venire corretta nel suo metodo operativo.

In ogni caso, non ci stancheremo mai di ripetere che l’intelligenza artificiale riesce ad essere un aiuto per il giurista, ma non potrà mai completamente sostituirlo.

I criminali si reinventano con l’intelligenza artificiale

Alcuni criminali comuni, stanchi della vita di strada, vorrebbero cominciare a reinventarsi dandosi al cybercrime – anche se non hanno idea di come scrivere un codice.

Senza spendere soldi per acquistare ransomware creati da altri, questi criminali possono affidarsi ad un’intelligenza artificiale per scrivere un codice da zero.

Questo è un degli usi di ChatGpt, un famoso bot di OpenAi per l’aiuto nella scrittura di un codice. Secondo gli esperti, ChatGpt potrebbe anche aiutare a creare una mail di phishing.

L’aiuto che proviene da questa intelligenza artificiale, di certo, non fa nascere esperti cybercriminali, ma dà una bella spinta verso questa direzione (sbagliata). Paolo Dal Checco, uno dei più famosi informatici forensi in Italia, dichiara al Sole24Ore: «L’AI e in particolare ChatGpt facilitano le cose ai cybercriminali. Il bot di OpenAi una cosa fa di sicuro molto bene ed è proprio scrivere il codice».

Alice and the Spark

Insomma, alcuni utilizzano il bot per riuscire a scrivere poesie per la propria mamma, oppure per fare i compiti di scuola; altri, invece, vi ricorrono per scopi malevoli.

Questo non è il caso di Ammaar Reshi, un designer statunitense, che ha pubblicato una storia per bambini con illustrazioni utilizzando ChatGpt e Midjourney.

Alice and the Spark è una storia pensata principalmente per una cerchia ristretta di persone e per figli di amici che ha scatenato un grandissimo dibattito online. Ci si chiede, infatti, quanto i lavori creativi possano venire danneggiati dalle app di intelligenza artificiale.

La volpe e il futuro

Recentemente, anche il collettivo artistico italiano Roy Ming ha pubblicato la primissima fiaba per bambini in italiano, La volpe e il futuro, completamente scritta e illustrata con un’intelligenza artificiale.

Nel libro viene raccontata la storia di due animali, un orso e una volpe, che si ritrovano in un bosco a progettare un robot capace di raccogliere più velocemente il miele. In questo modo i protagonisti hanno più tempo per giocare insieme e per esplorare il bosco.

La morale della favola è l’utilizzo positivo della tecnologia come alleata degli esseri umani, per organizzare il lavoro e la vita quotidiana.

Opportunità o furto?

Le critiche, in questo caso, hanno riguardato il processo di addestramento dei vari algoritmi che si trovano dietro le applicazioni.

Midjourney, per esempio, viene allenato attraverso giganti dataset di immagini che vengono prelevate da internet. In questo modo gli artisti che hanno caricato online le loro opere potrebbero averle messe a disposizione dell’algoritmo, senza aver fornito consenso.

Per l’illustratrice Michelle Jin Chan «gli artisti dovrebbero essere adeguatamente compensati quando le loro opere vengono utilizzate per l’addestramento di algoritmi». Alcuni definiscono questo uso delle immagini da parte delle Ai come un vero e proprio furto.

Roy Ming ha una posizione diversa. «Tutti gli artisti hanno sempre usato le opere di altri per ispirarsi. Crediamo che utilizzare Midjourney sia simile ad andare in giro per un museo per prendere spunti. Si tratta solo di uno strumento in più per compiere un’attività che veniva svolta anche in precedenza».

Fare i compiti con l’intelligenza artificiale

L’intelligenza artificiale potrebbe interferire nel mondo della scuola, grazie alla capacità di generare testi credibili, che potrebbero sembrare scritti direttamente dagli studenti.

A New York, per esempio, la preoccupazione in questo senso è talmente grande da spingere il dipartimento dell’Istruzione a restringere l’accesso a ChatGpt agli studenti e ai professori. Le preoccupazioni riguardano «l’impatto sull’apprendimento e l’accuratezza e la sicurezza delle informazioni».

OpenAI rassicura gli insegnanti: «Non vogliamo che ChatGpt venga utilizzato per scopi fuorvianti nelle scuole o altrove, quindi stiamo già sviluppando mitigazioni per aiutare chiunque ad identificare il testo generato da quel sistema. Non vediamo l’ora di lavorare con gli educatori su soluzioni utili e altri modi per aiutare insegnanti e studenti a beneficiare dell’intelligenza artificiale».

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Ieri sera il Consiglio dei ministri ha approvato un nuovo decreto legge contenente alcune misure finalizzate al contrasto sulle speculazioni dei prezzi del carburante.

Non ci sono tuttavia misure che prevedono la riduzione delle accise sui carburanti, ovvero il principale fattore che, dal primo gennaio 2023, ha causato l’aumento dei prezzi.

Fino alla fine del 2022 era in vigore lo sconto sulle accise, ovvero sulle imposte fisse che influiscono sul prezzo finale. Lo sconto era stato introdotto dal governo Draghi al fine di tenere sotto controllo i rincari causati dalla guerra in Ucraina. L’attuale governo Meloni, tuttavia, ha deciso di rimuoverlo definitivamente.

Le misure approvate dal governo stabiliscono che tutti i distributori dovranno esporre, vicino al proprio prezzo di vendita, quello della media nazionale. I clienti in questo modo potranno stabilire se si trovano di fronte ad una speculazione del singolo distributore di benzina.

Se quest’obbligo viene violato, il governo ha stabilito un aumento delle sanzioni. Per il momento, tuttavia, non è stato specificato di quanto. In caso di recidiva si potrebbe addirittura arrivare «alla sospensione dell’attività per un periodo da sette a novanta giorni».

Per questo motivo verranno «rafforzati i collegamenti tra il Garante prezzi e l’Antitrust, per sorvegliare e reprimere sul nascere condotte speculative». Aumenterà anche la collaborazione tra Guardia di Finanza e Garante.

Non ci sono dettagli su come verranno realizzate tali intenzioni, ma sappiamo che verrà istituita una «Commissione di allerta rapida per la sorveglianza dei prezzi».

Prorogata fino al prossimo marzo la misura sui buoni benzina che le aziende forniscono ai dipendenti come “fringe benefit”, ovvero una parte di retribuzione che il datore corrisponde sotto forma di beni e servizi e non in denaro.

Queste decisioni hanno provocato uno scontro con i gestori dei distributori di benzina, che affermano di non aver responsabilità sull’aumento dei prezzi del carburante. Infatti, anche se consideriamo i fenomeni di speculazione, l’aumento è dovuto principalmente alla decisione di non rinnovare gli sconti sulle accise da parte del governo.

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Dove sono finite le multe del Lockdown?

Da quando sono state introdotte le primissime restrizioni per limitare la diffusione dei contagi da Covid-19, le forze dell’ordine italiane hanno fatto milioni di controlli. A questi, sono seguiti provvedimenti, denunce e multe per violazione delle regole.

Il divieto di assembramento, le restrizioni, l’obbligo di indossare la mascherina fino all’obbligo vaccinale: sono regole cambiate molte volte, basandosi sulla situazione epidemiologica. Tuttavia, l’accumularsi di circolari e decreti ha creato caos e confusione. Non soltanto per le persone, ma anche con chi doveva far rispettare tali regole.

Le sanzioni sono rimaste più o meno le stesse, ovvero: denunce penali in caso di violazione della quarantena, multe per non aver rispettato le regole per limitare i contagi e multe per chi non si è sottoposto alla vaccinazione obbligatoria.

Ora che la fase più critica sembra essere stata superata, istituzioni come tribunali ed enti locali cominciano a fare i conti con tali sanzioni. È difficile comprendere i dettagli di ogni provvedimento o quante sono le persone che hanno effettivamente pagato le multe e quante no.

Per avere dati più precisi forse serviranno anni. Tuttavia, già da ora è possibile farsi un’idea sull’orientamento prevalente in tema di giustizia penale e amministrativa per quanto riguarda multe e denunce. Ci sono casi, infatti, in cui sono state confermate, mentre in altri rimosse.

I dati del Ministero

Per cominciare ad analizzare le sanzioni possiamo partire dai dati diffusi dal Ministero dell’Interno, che già nell’aprile del 2020 cominciò a pubblicare quotidianamente i rapporti sui controlli.

Dal marzo 2020 a marzo 2022 ci sono state 808mila multe per violazione delle regole, denunciate 7.746 persone per violazione della quarantena e 40mila multe ai negozianti. Il numero maggiore di multe è stato fatto tra marzo e aprile del 2020.

In generale, l’andamento delle denunce per aver violato la quarantena è rimasto stabile nel corso del tempo.

Tutte le persone positive che sono state trovate a violare la quarantena sono state denunciate, così come previsto dall’art. 260 del regio decreto 1265 del 1934. La violazione della quarantena è un reato contravvenzionale, ma prevede ugualmente l’arresto da 3 a 18 mesi, unitamente ad un’ammenda che va da 500 a 5.000 euro.

Denunce e processi

Negli ultimi mesi sono cominciati i primi processi nei confronti delle persone che sono state denunciate. Di tutti quelli di cui abbiano notizia, la conclusione è stata l’assoluzione.

Per esempio, la scorsa settimana è stato assolto un uomo di 38 anni, denunciato a gennaio 2022 dopo un controllo della polizia ferroviaria in un treno diretto a Bari. L’uomo non aveva con sé il certificato di guarigione dal Covid-19, quando soltanto tre giorni prima era risultato positivo ad un tampone.

L’uomo non aveva sintomi durante il controllo. La procura aveva richiesto una condanna di almeno due mesi. Tuttavia, la giudice Fioretta lo ha assolto in quanto «il fatto non sussiste».

Le inchieste, in linea generale, hanno stabilito che si può parlare di effettiva “violazione della quarantena” soltanto se è stato emanato uno specifico provvedimento dall’autorità sanitaria. Il provvedimento deve essere personale, non generico; deve essere dunque notificato alla persona risultata positiva attraverso un’ordinanza del sindaco.

Archiviazione delle accuse

Il governo, però, non ha mai fissato delle regole per questo tipo di comunicazioni. Le aziende sanitarie, di conseguenza, hanno comunicato ai sindaci i nomi delle persone risultate positive saltuariamente.

Senza presupposto necessario del reato la condotta degli imputati non ha rilevanza penale. La giustizia italiana sembra essersi consolidata su questa linea, viste le assoluzioni delle persone a Bolzano, Milano, Varese e in altre province italiane.

Nei casi più gravi si parla di denunce per epidemia colposa, con una pena che va da 1 a 5 anni per le persone accusate di diffusione del contagio. Ma anche in questi casi i magistrati propendono per l’archiviazione delle accuse.

Risulta estremamente difficile dimostrare la relazione tra le azioni delle persone accusate e i contagi. Durante una pandemia – lo abbiamo imparato bene – è impossibile tracciare in maniera precisa il percorso dei contagi.

Multe confermate

Le multe per il mancato rispetto delle regole finalizzate al contenimento del contagio sono state quasi tutte confermate.

Le multe, che vanno da un minimo di 400 euro ad un massimo di 3.000, erano state inizialmente messe in discussione in quanto illegittime. Diverse sentenze hanno confermato che le restrizioni e i decreti erano validi, e per questo motivo le multe potranno essere riscosse.

Parliamo di sanzioni amministrative che vengono gestite nello stesso modo in cui si gestiscono le multe per eccesso di velocità o sorpasso vietato. Si pagano entro cinque giorni (con sconto del 30%), oppure si può fare ricorso al giudice di pace entro i primi 30 giorni dalla notifica.

L’obbligo vaccinale per le persone con più di 50 anni

Altro discorso per le multe date alle persone con più di 50 anni che non si sono sottoposte alla vaccinazione obbligatoria, così come stabilito dal governo Draghi.

Queste persone avrebbero dovuto vaccinarsi entro il 1° febbraio 2022; in caso contrario, avrebbero dovuto pagare una multa di 100 euro. La persona multata, dopo aver ricevuto l’avviso di pagamento, aveva 10 giorni di tempo per comunicare eventuali esenzioni o errori da parte del ministero.

In totale sono state inviate 1,8 milioni di multe. Ma all’inizio dello scorso dicembre è stato approvato un emendamento che sospende sino al 30 giugno 2023 le multe alle persone non vaccinate.

Entro fine giugno il governo dovrà decidere che cosa fare, se tornare a chiedere il pagamento, prolungare il periodo di sospensione oppure cancellarle definitivamente.

E le inchieste sulla pandemia?

Molte procure italiane negli ultimi due anni e mezzo hanno avviato indagini per l’accertamento di eventuali responsabilità a livello penale per quanto riguarda la gestione della pandemia.

Casi circoscritti, denunce in seguito a morti nelle RSA e gestione generale delle misure di contenimento e prevenzione: non sono indagini semplici, vista la portata di questa pandemia, con contagi talmente rapidi che hanno reso impossibile stabilire le responsabilità di persone e Istituzioni.

Per questo, quasi tutte le inchieste hanno finito con l’essere archiviate.

In Veneto il maggior numero di esposti per i morti nelle RSA

La regione che ha presentato più esposti per le morti dovute al coronavirus è la regione Veneto. La procura di Venezia avrebbe ricevuto decine di denunce da parte dei familiari delle persone morte nelle RSA.

Le famiglie sostengono che gli anziani sarebbero morti in quanto non tutelati dai medici, dalle strutture e dai dirigenti.

Giovanni Gasparini è il magistrato che si è occupato di queste denunce. Ha indagato il «reato di epidemia colposa, che punisce chiunque cagiona un’epidemia mediante la diffusione di germi patogeni». Secondo le indagini, è chiaramente impossibile stabilire con certezza il nesso di causalità tra contagi e decessi.

Le morti, infatti, hanno riguardato persone fragili, con diverse malattie, e per questo non è stato possibile stabilire la causa effettiva che ha condotto al decesso.

Inoltre, è stato dimostrato che i decessi prima e durante la pandemia non hanno subito variazioni. Non è stato possibile dimostrare, quindi, che omissioni e azioni di medici e dirigenti abbiano influito alla diffusione dei contagi.

Bergamo

Una delle inchieste più corpose è ancora aperta: parliamo di quella avviata in provincia di Bergamo, dove tra marzo e aprile 2020 morirono 6.000 persone, con un aumento della mortalità del 570% rispetto agli anni precedenti.

I capi d’accusa sono omicidio colposo, falso ed epidemia colposa. Sono stati raccolti documenti e testimonianze al fine di ricostruire ciò che successe in quei mesi, per capire se dirigenti, medici e politici abbiano volontariamente scelte di non intervenire, nonostante la conoscenza dei dati allarmanti.

La mail di Fontana

Il quotidiano Domani ha rivelato l’esistenza di una mail, inviata da Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, il 28 febbraio 2020. Nella mail si legge che la «Regione Lombardia, con la nota trasmessa ieri, ha richiesto il sostanziale mantenimento, per la settimana dal 2 all’8 marzo delle misure di contenimento della diffusione del Coronavirus valide per questa settimana, già adottate con il decreto del 23 febbraio 2020 per i comuni del basso lodigiano e con l’ordinanza per il resto del territorio regionale».

La mail era destinata al capo della Protezione Civile, Angelo Borrelli, alla segreteria della presidenza del Consiglio, a quella del ministero dell’Interno e a quello del ministero dello Sviluppo economico. Fontana, in quella mail comunicò che la trasmissione del virus era già pari a due contagi per ogni persona infetta.

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Un gruppo hacker sta violando dispositivi Windows attraverso un gioco di carte online dei Pokémon. Il gioco si basa sugli NFT (Non Fungible Token) e viene pubblicizzato sui social network come franchise ufficiale dei Pokémon.

Il portale, oltre all’esperienza di gioco, consente anche di acquistare e vendere gli NFT – purtroppo, stiamo parlando di una grandissima truffa.

Quando il giocatore clicca su “Gioca sul PC” viene scaricato automaticamente un RAT, un Remote Access Tool, che sembra un semplice file per installare un videogame, ma in realtà il suo scopo è quello di scaricare sul pc della vittima NetSupport RAT, un programma che consente agli hacker di accedere al dispositivo.

I malintenzionati, attraverso NetSupport RAT, sono in grado di controllare lo schermo da remoto, raccogliere informazioni sulle ricerche eseguite online dalla vittima, eseguire comandi del PC e gestire alcuni file. In questo modo gli hacker si impadroniscono di dati sensibili, credenziali e installano altre tipologie di malware.

NetSupport RAT si basa su un programma utilizzato per l’assistenza IT da remoto, NetSupport Manager. Scrivono i ricercatori di ASEC, compagnia sudcoreana che si occupa di sicurezza informatica: «Anche se questi tool potrebbero non essere stati sviluppati con intenti dannosi, se vengono installati su sistemi infetti, possono essere utilizzati per scopi malevoli, ad esempio per l’installazione di malware aggiuntivi o per l’estorsione di informazioni».

Cos’è un NFT

Un Non Fungible Token è un asset digitale che incarna oggetti del mondo reale. Questi asset vengono venduti ed acquistati online, spesso utilizzando le criptovalute.

Sono in circolazione dal 2014, ma hanno raggiunto l’apice della loro popolarità recentemente poiché vengono utilizzati per vendere e acquistare opere d’arte. Nei primi cinque mesi del 2022 il mercato degli NFT ha raggiunto quota 37 miliardi di dollari, mentre in tutto il 2021 il giro d’affari ammontava a 40 miliardi.

Gli NFT sono unici nel loro genere e sono dotati di precisi codici di identificazione. Arry Yu, esperta di criptovalute, afferma che «gli NFT creano scarsità in formato digitale». Ed è proprio questa la principale differenza tra un NFT e la maggior parte delle opere digitali, che sono caratterizzate da un’offerta illimitata.

La riduzione dell’offerta di un bene, se esiste una domanda, ne aumenta il valore.

EVERYDAYS: The First 5000 Days

Prendiamo come esempio l’artista digitale Beeple, che ha realizzato un collage di 5.000 disegni per creare uno degli NFT più famosi, “EVERYDAYS: The First 5000 Days”, venduto per 69 milioni di dollari.

Tutti possiamo ammirare gratuitamente le singole immagini, anche il collage intero. Perché, allora, ci sono persone che spendono milioni per opere d’arte che si possono scaricare o screenshottare?

Un NFT consente di possedere l’opera originale, contenente anche un meccanismo di autenticazione integrato che permette di dimostrarne la proprietà. Per un collezionista del settore, il valore di questa garanzia va oltre il valore dell’opera.

Differenza tra NFT e criptovalute

L’unica cosa che accomuna criptovalute ed NFT e il linguaggio di programmazione.

Le criptovalute, così come il denaro fisico, sono “fungibili”, ovvero si possono scambiare, sempre con lo stesso valore. Gli NFT, invece, sono diversi tra loro, e contengono una firma digitale che fa in modo che sia impossibile scambiarli o considerarli uno uguale all’altro.

Oggetti da collezione digitale

Un NFT viene creato partendo da contenuti digitali che rappresentano sia oggetti materiali che immateriali, come:

  • Opere d’arte;
  • Video;
  • GIF;
  • Oggetti da collezione;
  • Avatar virtuali;
  • Musica;

In parole povere, gli NFT sono oggetti da collezione, ma in formato digitale, che possono avere soltanto un proprietario alla volta.

Gli artisti e i creatori di contenuti, attraverso gli NFT hanno l’opportunità di monetizzare il loro lavoro. Non devono più affidarsi, per esempio, a case d’asta o a gallerie per riuscire a vendere la propria arte. Possono finalmente vendere le proprie opere al consumatore sotto forma di NFT (trattenendo anche più profitti).

Possono essere incorporate, nel codice delle opere, alcune opzioni che permettono la raccolta dei diritti d’autore, ricevendo una percentuale tutte le volte che l’opera viene acquistata da un nuovo proprietario.

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Due ladri sono stati sorpresi in un albergo sul litorale del Lido di Jesolo mentre si impossessavano di un televisore e tentavano di aprire una cassaforte. Gli agenti di commissariato, tuttavia, si sono arresi di fronte alla riforma Cartabia, impedendo loro di tirar fuori le manette.

C’era un tentativo di furto, flagranza di reato e una refurtiva; mancava la querela di parte, requisito necessario per questa tipologia di reato dopo l’introduzione della riforma della Giustizia Cartabia. Per questo, i due se ne sono andati e non hanno nemmeno passato la notte in carcere.

Il tentativo di furto

Il tentato furto è avvenuto a Cortellazzo, al Pineta Aparthotel. È un residence a 4 stelle che si trova nella pineta, attualmente chiuso poiché la stagione balneare non è ancora cominciata.

I due erano un italiano di 37 anni e un tunisino di 33 anni. Quando si sono intrufolati nell’edificio è entrato in azione l’allarme ed era presente anche il custode, quindi sono stati scoperti immediatamente.

Sono riusciti comunque a portare via un televisore e a cominciare a lavorare ad una cassaforte. Sono intervenuti sul posto gli agenti di commissariato, che hanno bloccato immediatamente i due ladri contestando anche il tentato furto con scasso.

Difficoltà

Quando è stato chiamato il pubblico ministero per ottenere l’autorizzazione al fermo sono nate le prime difficoltà. Il Pineta Aparthotel, infatti, fa parte del gruppo Lajadira, ovvero una società a responsabilità limitata, iscritta al registro delle imprese bellunesi.

Il legale rappresentante della società è Andrey Alexandrovich Toporov, un magnate russo, coinvolto a Belluno nel sequestro di un cantiere da 16 milioni di euro. Era prevista una semplice ristrutturazione di hotel, ma a quanto pare il vecchio edificio è stato abbattuto del tutto.

Querela sì, querela no

Gli agenti, dopo aver scoperto il tentato furto, hanno tentato di procurarsi la querela del proprietario russo, in quel momento assente. Il pm però ha indicato di non procedere con il fermo, visto il processo per direttissima avvenuto lo scorso 31 dicembre.

Ma senza una querela valida non è possibile attuare misure coercitive, nemmeno di fronte all’immediatezza del fatto. Soltanto se fosse stato presente il rappresentante legale della società il pm avrebbe potuto firmare la querela.

Chiaramente, i due ladri restano indagati – o per lo meno per i prossimi 90 giorni, che è il termine massimo per formalizzare l’eventuale querela. In quel caso potranno essere perseguiti con procedura ordinaria. Se il magnate russo, al contrario, non presentasse querela, decadrà automaticamente l’azione penale.

Questa vicenda ha scatenato i commenti dei politici locali, specialmente quelli di centrodestra. Per Daniele Bison, ex assessore comunale di Alleanza Nazione, «il rischio è che i delinquenti la facciano franca. Il reato predatorio è tra i più odiosi, il fatto che ora serva una querela per procedere contro i ladri sembra una beffa, oltretutto c’è il timore che le forze dell’ordine, già con le mani abbastanza legate, siano ancora più sfiduciate».

Commenta la vicenda anche il sindaco di Jesolo, Christofer De Zotti: «E’ una vergogna, quando diciamo che manca la certezza della pena ci riferiamo proprio a questo». Il presidente nazionale di Confapi Turismo, Roberto Dal Cin, si chiede «che reato debba commettere un delinquente per essere arrestato. Occorre la certezza della pena, quella norma va rivista».

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