Le recensioni sono importanti per la tua attività: ecco alcuni consigli per gestirle al meglio

Conosci l’importanza dell’impatto che hanno le recensioni dei clienti sulla tua attività?

Ben il 94% di clienti e consumatori ha dichiarato di aver evitato di rivolgersi ad alcune attività a causa delle recensioni negative. Le persone, quindi, sono maggiormente propense ad acquistare beni e servizi se anche altre persone ritengono che sia un’ottima decisione.

Certo, è importante avere recensioni positive, ma anche la quantità delle recensioni incide. Se un bene o un servizio ha molte recensioni, per i clienti implica maggior credibilità. Prima di effettuare acquisti, inoltre, le persone tendono a ricercare le recensioni più recenti, per vedere se i vecchi problemi sono finalmente stati risolti.

Senza recensioni recenti, i clienti vedranno soltanto quelle più vecchie, che non rispecchiano l’attuale immagine dell’azienda, e potrebbero non essere così portati a fidarsi di te e della tua attività.

Per crescere, ci devono essere recensioni costanti. Risulta fondamentale, dunque, adottare alcune strategie che incoraggiano le persone a continuare a lasciare recensioni. Vediamo insieme alcune strategie per ottenere maggiori recensioni.

Utilizzare Google My Business

Google Business Profile è una directory locale molto potente e ad alta visibilità. Parliamo di una piattaforma di recensioni nella quale si può gestire la propria attività, aggiungendo tutte le informazioni che riteniamo necessarie ed indicando la località su Google Maps.

Google My Business permette alle persone di recensire in modo semplice la tua attività. In tal modo, potrai mostrare ai tuoi potenziali clienti le esperienze delle persone che si sono affidate a te.

Gestendo il tuo profilo GBP potrai proteggere la tua reputazione online, tenendo aggiornati i clienti su eventi, orari ed eventuali modifiche alla tua attività.

Rispondere a qualsiasi recensione in maniera professionale

Per mantenere le comunicazioni con il tuo pubblico dovrai rispondere alle recensioni positive, ma anche a quelle negative.

Soltanto così dimostri di tenere alle opinioni dei clienti, alle loro esperienze, a voler capire che cosa ne pensano della tua attività e di essere aperto a cambiamenti e miglioramenti.

In molti non rispondono alle recensioni, oppure rispondono soltanto a quelle positive ignorando completamente quelle negative.

Tuttavia, è meglio rispondere ad ogni recensione, sia che sia positiva o negativa. Questo ti permette di avere un vantaggio sulla concorrenza, in quanto dimostrerai di essere dedito al servizio clienti.

Imparare dai feedback

Se ricevi recensioni dalle persone, sarai in grado di scoprire cose che non avresti mai nemmeno pensato di dover migliorare. Questo avviene in quanto i clienti sono obiettivi e riescono a vedere beni e servizi senza porre alcun filtro.

Se presti attenzione ai feedback, riuscirai a costruire delle strategie migliori per la tua azienda.

Comprenderai, in modo più approfondito, ciò che vogliono da te i clienti, per soddisfare al meglio e in modo efficace le loro esigenze, aumentando il loro coinvolgimento – ma anche il loro numero.

Viva la velocità

Se rispondi velocemente ai feedback dei clienti potrai usufruire di innumerevoli vantaggi.

Prima di tutto dimostri un ottimo servizio clienti. Se le aziende rispondono velocemente ai feedback, i clienti si sentiranno apprezzati e considerati.

Inoltre, sembrerebbe che la metà dei clienti sia maggiormente propensa a far visita ad un’attività che ha recensioni negative solo se il proprietario ha fornito una risposta a tali recensioni. Questo implica che tenere presente dei feedback negativi è un comportamento in grado di aumentare la credibilità della tua attività e, di conseguenza, la fedeltà dei clienti.

Quando abbiamo a che fare con feedback negativi, reagire nel modo più rapido alle recensioni permette la gestione di un’eventuale situazione negativa che una di queste potrebbe causare, prima che la situazione impatti negativamente su tutta la tua reputazione.

Utilizza strumenti professionali

Monitorare tutte le recensioni ricevute è un’attività che richiede del tempo, soprattutto se non si dispone degli adeguati strumenti, ed è semplice che alcune sfuggano. Per questo esistono degli strumenti online che potrebbero aiutarti a gestire le recensioni facilmente, tutte in un unico posto.

Uno di questi strumenti potrebbe essere SEO-Checker. E’ uno strumento che fornisce qualsiasi attività online rilevante per la tua azienda, ma anche quelle dei tuoi concorrenti. Fornisce commenti, menzioni in tempo reale, feedback, classifiche Google e altro ancora.

In tal modo sarà più semplice identificare l’opinione che i clienti hanno della tua attività. Potresti ricevere alcuni esempi di messaggi, come Hai appena ricevuto una nuova recensione a 5 stelle, oppure Ecco come si comportano le parole chiavi che utilizzi.

Ricevere il messaggio giusto al momento giusto ti consentirà di agire velocemente. Senza strumenti che ti mantengono aggiornato in tempo reale su quello che impatta la tua attività, non potrai reagire velocemente alle situazioni che si presentano. Soprattutto se sono negative.

Se resti aggiornato su come viene percepita la tua attività online, sarai capace di prendere alcune decisioni di marketing intelligenti, per avere un vantaggio pazzesco sulla concorrenza.

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Riforma Cartabia: i problemi del Diritto all’oblio

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Riforma Cartabia: i problemi del Diritto all’oblio

Dal 2023 sono entrate in vigore le nuove norme sul diritto all’oblio, collegate alla riforma della Giustizia di Marta Cartabia.

Le nuove regole prevedono che una persona che è stata assolta in un processo possa chiedere che nella sentenza venga indicato l’obbligo per i motori di ricerca di de-indicizzare gli articoli di giornale o qualsiasi contenuto che riguarda il tema.

Le nuove norme sul diritto all’oblio, che si trovano nell’art 64-ter del Codice penale della riforma Cartabia, hanno sollevato alcune obiezioni. Non sul principio in sé, ma sulle sue applicazioni pratiche.

Tali dubbi, ad un mese dall’entrata in vigore dalla riforma, non sono ancora stati completamente sciolti. L’attenzione, infatti, per il momento è tutta concentrata sulle intercettazioni, che hanno invaso completamente il dibattito pubblico in materia di regole giudiziarie.

L’articolo 64-ter recita:

La persona nei cui confronti sono stati pronunciati una sentenza di proscioglimento o di non luogo a procedere ovvero un provvedimento di archiviazione può richiedere che sia preclusa l’indicizzazione o che sia disposta la deindicizzazione, sulla rete internet, dei dati personali riportati nella sentenza o nel provvedimento, ai sensi e nei limiti dell’articolo 17 del regolamento (Ue) 2016/679 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 27 aprile 2016. Resta fermo quanto previsto dall’articolo 52 del decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196.

La persona assolta, la cui posizione è stata archiviata, dunque, può richiedere che nella sentenza venga inserito il divieto a indicizzare tali dati online. Oppure a deindicizzarli, se circola già qualcosa.

Precisa Nicole Monte, avvocata specializzata in diritto e digitale: «La riforma Cartabia si applica in riferimento al processo penale e in caso di sentenza di proscioglimento, assoluzione o non luogo a procedere. All’esito del processo, con questi tre provvedimenti, si può richiedere la de-indicizzazione».

Sembra semplice, detta così. La legge, tuttavia, presenta alcune sfumature che rendono complessa la valutazione degli effetti. Il diritto all’oblio chiama in causa differenti salvaguardie e tutele della società.

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Enrico Costa (Terzo Polo), ispiratore di tale proposta, dichiara che: «Per me da un lato c’è il dovere dello Stato di indagare in merito a determinati fatti e dall’altro il dovere di fare in modo che chi è innocente torni a essere la stessa persona che era prima di finire nell’ingranaggio giudiziario».

Al tempo stesso, esiste il diritto ad informare ma anche di essere informati, anche nei confronti del mondo della giustizia.

Tuttavia, c’è anche da sottolineare che il diritto all’oblio è garantito in Italia già dal 1993, grazie all’art. 52 dell’ex Codice privacy, ma anche dall’art. 17 del Gdpr.

Continua Costa: «finora la de-indicizzazione era lasciata alla discrezionalità del soggetto a cui la si richiedeva. Rendere la norma specifica sui procedimenti giudiziari significa dire che lo Stato, con una sua legge, riconosce che se la persona risulta innocente, le notizie sul suo procedimento perdono di interesse pubblico e si giustifica la de-indicizzazione».

Tuttavia, già il Codice privacy considerava la richiesta di preclusione dell’indicazione delle generalità della persona durante l’utilizzo della sentenza a causa di motivi di comunicazione o informazione.

La de-indicizzazione, inoltre, non comporta proprio la cancellazione della notizia, ma l’esclusione delle chiavi di ricerca di tale informazione. Se Mario Rossi è stato prosciolto per truffa, gli articoli non dovranno cancellare il nome, ma i motori di ricerca dovranno escludere la chiave Mario Rossi + truffa.

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Questa cosa, di fatto, comporta una scomparsa dal radar delle informazioni, se tali informazioni vengono ricercate con quella chiave. «Non si tratta di cancellare la notizia ed è chiaro che per personalità di rilievo rimane».

Si parla, infatti, «di de-indicizzazione, e non di rimozione. Probabilmente non va tolto tutto, ma la norma indica anche “sulla rete internet”». In confronto, l’art. 17 del Gdpr sembra decisamente più potente. Il diritto all’oblio, infatti, si applica anche in caso di condanna, e sempre direttamente sul pezzo, non soltanto sulla ricerca.

Inoltre, per il momento, la de-indicizzazione si applicherebbe soltanto sui risultati che appaiono in Italia, e non in quelli all’estero.

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Molto dipende dal modo in cui verrà applicata la norma. Per fare alla svelta, il rischio è che, a causa dell’ignoranza dei mezzi tecnici o per il timore di incappare in cause troppo lunghe venga cancellato tutto il contenuto.

Per l’avvocato Giuseppe Vaciago «se si vuole rispettare la norma, basta de-indicizzare la specifica parte e non tutto l’articolo. Dovremo prestare attenzione a come si applica tecnicamente».

Secondo Guido Scorza, invece, del Garante della privacy, bisogna «capire quanto è automatico l’ordine. Il diritto all’oblio è stato sin qui una questione di bilanciamento tra il diritto del singolo a voltar pagina e quello della collettività a sapere. Sarebbe opportuno che questo bilanciamento non venisse meno».

Per concludere

Dunque, il diritto all’oblio previsto dalla riforma Cartabia si potrebbe tradurre in un nulla di fatto. Dato che la scelta è a discrezione dell’imputato, qualcuno potrebbe preferire parlare della sua assoluzione, e non cancellare ogni riferimento.

Matteo Flora, esperto di reputazione online ed imprenditore digitale, in un suo seminario ha spiegato che «a livello reputazionale il fatto di essere stato impugnato, indagato, chiamato a deporre e ascoltato nell’ambito di un processo è comunque peggiorativo. Le persone sono propense a credere a quello che leggono la prima volta. E non è detto che leggano una seconda versione. Oltre a questo, un’accusa ipotetica ha sempre più presa e notorietà di un’assoluzione reale».

Per questo, chi genera poca attenzione nei media, rischia di essere marchiato online per tutta la vita. «La parte coperta della Cartabia ha come idea alla base quella di evitare la gogna mediatica e riguarda solo le ricadute del processo penale. L’assoluzione come notizia danneggia comunque».

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Aggiornamento dei certificati di firma e cifratura di tutti gli uffici giudiziari

Per il vicepresidente del Copasir Cospito è «un influencer della mafia»

Aggiornamento dei certificati di firma e cifratura di tutti gli uffici giudiziari

Nel corso degli ultimi giorni c’è stato un elevato numero di depositi telematici gestiti dal sistema come errori fatali della tipologia Errore imprevisto e non gestibili dalle cancellerie in quanto rifiutati.

Il problema riguarda tutti i software di deposito.

A tal proposito, si comunica che è in corso il rinnovo dei certificati di firma e cifratura di tutti gli uffici giudiziari in scadenza nel mese di febbraio, essendo mutata la Certification Authority.

Avvocati e utenti che utilizzano il PCT dovranno quindi eseguire l’aggiornamento di tali certificati.

N.B. Per gli utenti che utilizzano Service1 sarà sufficiente chiudere e riaprire il programma perché venga effettuato in automatico l’aggiornamento dei certificati.

I nuovi certificati sono stati pubblicati sul PST Giustizia, che potete trovare cliccando su questo link.

Per il download è disponibile anche il web service descritto nel par 5.2 “Catalogo degli Uffici Giudiziari” della documentazione servizi web, disponibile a questo link.


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Per il vicepresidente del Copasir Cospito è «un influencer della mafia»

A Palazzo Chigi l’imbarazzo si è trasformato in preoccupazione, a causa delle parole pronunciate dal deputato di Fratelli d’Italia e vicepresidente del Copasir Giovanni Donzelli, che hanno scatenato un putiferio all’interno dello stesso governo

Per poter attaccare le opposizioni che chiedevano chiarimenti sulla gestione, da parte del governo, del caso dell’anarchico Alfredo Cospito, Donzelli ha letto in aula delle intercettazioni segrete tra l’uomo e alcuni mafiosi detenuti al 41-bis, chiedendo al Pd se è dalla parte «dei terroristi o dello Stato».

Sarebbe stato il sottosegretario alla Giustizia di FdI Andrea Delmastro Delle Vedove a riferire queste informazioni riservate al collega.

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Cospito, che attualmente sta continuando il suo sciopero della fame contro il 41-bis, sarebbe entrato in contatto con alcuni mafiosi detenuti in carcere. Per Donzelli, il primo incontro di Cospito con un mafioso risale allo scorso dicembre. Per lui, l’anarchico è «un influencer che la mafia sta utilizzando per far cedere lo Stato sul 41-bis. È un terrorista, e lo rivendicava con orgoglio dal carcere».

Secondo i documenti, mentre passava da un ramo all’altro del penitenziario, Cospito avrebbe parlato con Presta, un «killer di rara freddezza, uno che ha messo in proprio una ‘ndrina, un boss della ‘ndrangheta».

Presta lo avrebbe spronato ad andare avanti. Cospito avrebbe risposto: «Fuori non si stanno muovendo solo gli anarchici, ma anche altre associazioni». Per Presta «sarebbe importante che la questione arrivasse a livello europeo e magari ci levassero l’ergastolo ostativo».

Ci sarebbe stato, a quanto pare, anche un incontro con uno degli esponenti del clan dei Casalesi, Francesco Di Maio. «Pezzetto dopo pezzetto, si arriverà al risultato, che sarebbe l’abolizione del 41-bis». L’anarchico avrebbe risposto che tutto questo «deve essere una lotta contro il regime 41-bis e contro l’ergastolo ostativo, non deve essere una lotta solo per me. Per me, noi al 41-bis siamo tutti uguali».

L’ira di Nordio

L’intervento in Aula di ieri doveva servire semplicemente a sottolineare come il trasferimento di Cospito dal carcere di massima sicurezza non c’entrava nulla con l’intransigenza del suo partito sul 41-bis. Tuttavia, Donzelli si è spinto oltre, al fine di attaccare l’opposizione.

Tutto questo ha provocato l’ira di Nordio, vista la fuga di notizie dal suo dicastero, costringendo il Presidente del Consiglio ad intervenire per tentare di limitare il danno.

L’unico che si è esposto per solidarizzare con Donzelli è stato Salvini: il resto del centrodestra, invece, ha preso le distanze, in silenzio, mentre Carlo Nordio chiedeva al gabinetto di verificare ciò che è accaduto.

Alla fine, il danno maggiore di questo scandalo politico ricade su Giorgia Meloni, che dovrà cercare di abbassare le tensioni e preservare i dirigenti del suo partito. La polemica, infatti, sembra destinata a crescere.

L’obiettivo dell’opposizione è quello di mettere in difficoltà il premier sul tema della giustizia. Secondo Costa (Terzo Polo): «Se è vero che mira a debellare l’uso mediatico delle intercettazioni, non può far passare che un suo esponente riveli notizie riservate addirittura in un dibattito parlamentare».

Secondo il vicepresidente del Copasir non sono state divulgate intercettazioni, «ma ho parlato di quanto riportato in una relazione al ministero di Giustizia di cui, in quanto parlamentare, potevo conoscere il contenuto. Non ho violato segreti».

Continua Donzelli nella sua intervista al Corriere della Sera: «Quelle che ho riferito non erano intercettazioni, ma una conversazione captata in carcere e inserita in una relazione del ministero della Giustizia del cui contenuto, in quanto parlamentare, potevo essere messo a conoscenza. Paradossale che i parlamentari del Pd, invece di spiegare perché sono andati a trovare Cospito e cosa pensano del 41-bis, attacchino me».

Non fa passi indietro, quindi. «Io ho solo chiesto ai parlamentari del Pd di essere chiari sul tema del 41-bis e nello specifico di Cospito al 41-bis. Loro balbettano. Usciti dal carcere, hanno detto che la pena deve essere umana. Ma Cospito non patisce alcun trattamento disumano. Si scusino loro, con gli italiani. Cospito sta facendo una battaglia per tutti i detenuti che vivono il suo stesso regime carcerario, e i mafiosi fanno il tifo per lui».

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Rimandato il debutto dell’Avvocato Robot

È possibile ridurre le emissioni di CO2 del proprio pc?

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La startup americana DoNotPay avrebbe deciso di annullare la sentenza, programmata per il 22 febbraio. I procuratori dello Stato della California, infatti, si sarebbero opposti all’ingresso dell’IA tramite minacce all’azienda.

Lo racconta il fondatore e il CEO Joshua Browder, che a quanto pare rischierebbe fino a sei mesi di carcere. L’idea di un’intelligenza artificiale esperta di legge è proprio sua. Dopo essersi ritrovato con troppe multe che non riusciva a pagare, Browder sarebbe diventato un esperto in scorciatoie per evitare di pagare tali multe.

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L’uomo è convinto che il robot sia molto utile per risolvere faccende legali. Ha sottolineato, infatti, come la tecnologia Generative Pre-trained Transformer, GPT, sia qualcosa che non ha precedenti per questa tipologia di applicazioni.

Dichiarava alla stampa: «Faremo la storia. DoNotPay AI sussurrerà all’orecchio di qualcuno esattamente cosa dire. Pubblicheremo i risultati e condivideremo di più dopo che accadrà».

Tuttavia, le cose non sono proprio andate così. Spiega Browder: «La minaccia penale è stata sufficiente per rinunciare», anche se le avvisaglie c’erano già quando l’app è stata lanciata.

Per l’uomo, il fine ultimo dell’app è la democratizzazione della rappresentanza legale, rendendola gratis per le persone che non se la possono permettere, eliminando completamente, in alcuni casi, la necessità di ricorrere ad una consulenza legale.

Quando Browder ha annunciato l’arrivo dell’app su Twitter, si è subito reso conto che in molti erano contro il progetto. In molti tribunali, inoltre, la tecnologia è considerata illegale. Alcuni stati infatti richiedono che ogni parte acconsenta ad essere registrata: questo basta ad escludere al possibilità che un’AI entra in aula al posto dell’avvocato.

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È possibile ridurre le emissioni di CO2 del proprio pc?

Caso Cospito: Nordio non ha intenzione di revocare il 41-bis

È possibile ridurre le emissioni di CO2 del proprio pc?

La tecnologia che utilizzi è abbastanza green? Qual è l’impronta di carbonio del tuo computer?

Di recente, si è molto discusso dei massicci consumi di energia collegati alle criptovalute. Tuttavia, anche chi utilizza abitualmente pc e software per usi “più comuni”, dovrebbe interrogarsi sul proprio consumo di energia.

Anna Maria Rosati e Angelo Rosiello, esperti del settore e consulenti di Oliver Wyman, evidenziano come «la Commissione europea stima che strumenti e servizi digitali, come le applicazioni aziendali, i dispositivi degli utenti finali, i server e le altre infrastrutture, produrranno il 14% delle emissioni globali entro il 2040 rispetto all’attuale 2%-3%».

Per riuscire a «contestualizzare meglio questo dato, da un’analisi condotta sui rapporti della Iea, l’agenzia internazionale dell’energia, il trasporto su strada ha contribuito per circa il 28% delle emissioni di CO2 nel 2021».

Per questo è nata la necessità di muoversi anche sulla sostenibilità del versante IT. Continuano i consulenti di Oliver Wyman: «Le aziende riconoscono facilmente il ruolo delle tecnologie nelle pratiche di sostenibilità, ma molte non considerano il modo in cui le tecnologie, soprattutto quelle ad alto consumo energetico come l’intelligenza artificiale, la blockchain e la cifratura dei dati, contribuiscono sempre più alle emissioni di carbonio».

Generalmente, «la strategia di sostenibilità IT riguarda l’hardware e le operations, ma non include completamente le misure relative alle applicazioni e allo sviluppo».

Se si analizza la sostenibilità del settore IT si pensa immediatamente all’hardware, e non al pc. Tuttavia, una parte della questione è collegata ai software.

«Quando si progettano le applicazioni, ad esempio, gli architetti e gli sviluppatori dovrebbero considerare la sostenibilità tra i requisiti non funzionali. Allo stesso modo, le valutazioni ambientali devono essere prese in considerazione e nella selezione di software di terze parti insieme ad altri fattori convenzionali. Anche un utilizzo più consapevole del pc può portare un contributo significativo».

Otto consigli 

Secondo i consulenti di Oliver Wyman, per riuscire a ridurre le emissioni di CO2 del pc è necessario seguire otto semplici consigli.

  • Impostiamo le opzioni di power saving del proprio sistema operativo. Su Window Power Option, per esempio, basta selezionare un profilo bilanciato, che ha performance più basse. Oppure impostare la modalità automatica di spegnimento dello schermo o attivare la modalità sleep;
  • Ridurre la luminosità del proprio schermo. Oltre alla riduzione del consumo, ci sono anche benefici per la vista: gli occhi risulteranno meno affaticati;
  • Impostare la dark mode (il tema scuro): le finestre saranno scure, ridurranno i consumi e riposeranno la vista. E’ consigliato nelle condizioni di scarsa luminosità esterna, anche per non dare fastidio a chi si trova accanto a noi;
  • Chiudere tutti i programmi in esecuzione non necessari e chiudere le finestre inutilizzate;
  • Spegnere il WiFi e il Bluetooth se non utilizzati;
  • Spegnere il pc se non deve essere utilizzato per lungo tempo, al posto di metterlo in standby. Meglio anche staccare la presa dell’alimentatore, dato che il pc, anche se spento, genera dei consumi collegati alla rete elettrica;
  • Se dobbiamo condividere via mail dei documenti, utilizziamo un link a folder condiviso, al posto di inviare i file. Oltre a ridurre le emissioni, evitiamo anche di intasare le caselle di posta;
  • Prima di acquistare un nuovo pc, consultiamo le stime sull’impatto ambientale.

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Caso Cospito: Nordio non ha intenzione di revocare il 41-bis

Durante la riunione del Consiglio dei ministri di ieri sera, Carlo Nordio, il ministro della Giustizia, ha comunicato la sua posizione ufficiale sul caso Alfredo Cospito. Nordio, infatti, non ha intenzione di revocare il regime 41-bis all’anarchico, attualmente in sciopero della fame da 104 giorni.

È attesa anche una sentenza della Corte di Cassazione, ma non arriverà prima del 7 marzo. Se Cospito non interromperà lo sciopero della fame, probabilmente non sopravvivrà fino a quel giorno.

Durante il suo intervento, Nordio ha «ricordato le ragioni che hanno determinato l’autorità giudiziaria a proporre e confermare il regime detentivo di cui all’articolo 41-bis per Alfredo Cospito».

Inoltre, sottolinea che «la Corte di Cassazione è chiamata a prendere una decisione in merito nel prossimo mese di marzo». Tuttavia, «per la parte di propria competenza, il ministro della Giustizia ritiene di non revocare il regime di cui all’articolo 41-bis».

Nordio ha deciso che è sufficiente l’intervento che ha portato al trasferimento di Cospito al carcere Opera di Milano, dove verrà ricoverato a causa del suo stato compromesso di salute. Il governo Meloni, dunque, è coerente con la sua linea: «Non scendiamo a patti con chi usa la violenza».

Le reti di supporto

Piantedosi, il ministro dell’Interno, ha portato l’attenzione sulla «rete di supporto nei confronti del detenuto», ovvero gruppi di anarchici che nel corso degli ultimi giorni hanno protestato, in Italia ma anche all’estero.

Tale “rete di supporto”, afferma Piantedosi, «si è manifestata in plurimi episodi di atti vandalici o incendiari e in manifestazioni di piazza, anche violente». Per questo si è assistito ad «un innalzamento dell’attenzione e delle misure necessarie» per affrontare eventuali rischi.

Per il ministro degli Esteri Tajani, è necessario il «rafforzamento del sistema difensivo della rete diplomatica italiana all’estero, reso necessario dalle ostilità manifestate nei confronti di sedi di ambasciate e consolati». Ribadisce anche «la volontà di non scendere a patti con chi usa violenza e minaccia come strumento di lotta politica».

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Riccardo Noury, il portavoce di Amnesty International, questa è una posizione sbagliata. «Se si passa dal non ci faremo intimidire al non cederemo di fronte alle minacce si perdono completamente di vista i diritti umani di Alfredo Cospito».

I diritti «non passano in secondo piano, anche nel caso in cui siano rivendicati attraverso azioni come quelle degli ultimi giorni, che sono da condannare. Queste azioni possono indebolire le campagne, ma non i diritti», conclude Noury.

Le condanne di Cospito

Cospito ha 55 anni, e fa parte della Fai-Fri, ovvero la Federazione anarchica informale – Fronte rivoluzionario internazionale.

La sigla è identica a quella della Federazione anarchica italiana; tuttavia, quest’ultima condanna la violenza indiscriminata in quanto metodo di lotta, mentre la Federazione anarchica informale è a favore della lotta armata contro lo Stato.

Nel 2013 Cospito ha ricevuto una condanna di dieci anni e otto mesi per aver ferito, con colpi di pistola alle gambe Roberto Adinolfi, dirigente dell’Ansaldo.

Era già in carcere quando fu accusato di aver posizionato, nel 2006, due pacchi bomba davanti ad una scuola dei carabinieri in provincia di Cuneo. L’esplosione non causò feriti o morti. Per tale attentato ricevette una condanna di 20 anni di carcere, e fu inserito in un circuito penitenziario ad alta sicurezza.

Il 41-bis

Nel 2022, dopo sei anni di carcere, il ministero della Giustizia ha preso la decisione di sottoporlo al 41-bis. Per il suo avvocato la decisione è stata presa «senza che fosse intervenuto alcun fatto nuovo».

Per il ministero della Giustizia, invece, Cospito doveva essere sottoposto necessariamente al 41 bis, visti i «numerosi messaggi che, durante lo stato di detenzione, ha inviato a destinatari all’esterno del sistema carcerario; si tratta di documenti destinati ai propri compagni anarchici, invitati esplicitamente a continuare la lotta, particolarmente con i mezzi violenti ritenuti più efficaci».

Cospito ha intrapreso lo sciopero della fame anche perché esiste la possibilità che la sua pena venga trasformata in ergastolo ostativo. Infatti, l’anarchico è stato condannato a 20 anni di carcere per strage comune, ma la Corte di cassazione ha ritenuto che il reato in questione riguardava la strage politica (art. 285 del Codice Penale).

La strage politica è più grave, prevede l’ergastolo ed è anche un reato ostativo. L’avvocato Flavio Rossi Albertini ricorda che per le stragi di Capaci e di via D’Amelio e per la strage di Bologna venne applicato l’art 422, ovvero strage comune.

Per l’avvocato, dunque, non è adeguato ritenere Cospito responsabile di atti più gravi rispetto a stragi mafiose e terroristiche, come quella alla stazione di Bologna che provocò 85 morti.


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Anche l’Europa ha paura di TikTok: i timori sulla gestione dei dati e sulla privacy degli utenti

TikTok è un’app di proprietà della società ByteDance, e viene utilizzata per creare e condividere video che trattano letteralmente qualsiasi argomento. Principalmente viene utilizzata su dispositivi mobili, ma è possibile guardare i TikTok anche tramite l’app web.

TikTok, nel mercato cinese, funziona mediante un’app separata, Douyin, una delle app più popolari del Paese. Ad oggi più di 700 milioni di persone utilizzano l’app ogni giorno. Tuttavia, l’app continua a mantenere un numero di utenti ben separato dalla versione cinese.

L’app è stata installata tre miliardi di volte. E’ una delle applicazioni più utilizzate in tutto il mondo. La pandemia ha aiutato molto a far crescere il social, e per alcune persone è diventata addirittura fonte di reddito.

Nel 2018, l’app contava soltanto 133 milioni di utenti al mese, mentre oggi gli utenti attivi mensilmente sono circa un miliardo. TikTok, dunque, è indubbiamente destinata a divenire uno dei principali social media sul mercato.

TikTok non è sotto i riflettori soltanto per la sua popolarità, ma anche per le preoccupazioni delle autorità occidentali, che temono che la Cina entri in possesso dei dati personali delle persone di tutto il globo.

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Il Copasir ha deciso di avviare nel 2023 un’indagine conoscitiva su TikTok, soprattutto a seguito dei timori che si sono diffusi negli Stati Uniti per i legami presunti tra il Partito Comunista Cinese e la gestione dei dati degli utenti nell’app.

Il Copasir, dunque, ha deciso di intraprendere un’indagine per esaminare eventuali rischi, infiltrazioni e minacce che il social potrebbe comportare per la popolazione di tutto il mondo.

Il BEUC, nel 2021, aveva denunciato l’app di sfruttamento di dati e diritti degli utenti. «TikTok si oppone a molteplici violazioni dei diritti dei consumatori dell’UE e non riesce a proteggere i bambini dalla pubblicità nascosta e dai contenuti inappropriati», ha affermato con un comunicato stampa.

Il GPDP (Garante per la Protezione dei Dati Personali) aveva ordinato a TikTok di bloccare l’accesso all’app agli utenti che non potevano procedere alla conferma della propria età – anche e soprattutto a causa di una bambina di 10 anni di Palermo, che ha perso la vita a causa di una challenge lanciata sul social.

Già nel 2020 il Copasir ha voluto verificarne l’utilizzo da parte del Governo cinese dei dati dell’app. In quella occasione i membri della maggioranza del governo avevano richiesto una verifica dell’utilizzo dei dati personali degli utenti italiani, che in quell’anno erano aumentati tantissimo.

Anche Antonello Soro, presidente del Garante per la Privacy, aveva sollevato dubbi sulla sicurezza dei dati che venivano gestiti dall’applicazione. Per questo, era stata inviata una lettera all’autorità europea, a seguito della quale fu creata un task force dedicata a TikTok per il controllo delle azioni e per l’acquisizione di maggiori informazioni riguardo al trattamento dei dati personali da parte dei social in generale.

Ma le attenzioni delle autorità di tutto il mondo sulle minacce potenziali dei social network riguardo la sicurezza nazionale non sono qualcosa di nuovo.

Nel 2020, Trump tentò di bandire la società ByteDance dal mercato americano con una serie di provvedimenti esecutivi, successivamente revocati da Biden.

Nel 2021 alcuni impiegati di TikTok avrebbero affermato che gli sviluppatori dell’app hanno accesso ai dati degli utenti degli Stati Uniti, come nomi, età, indirizzi mail, numeri di telefono, dettagli sui dispositivi, sulle reti mobili, sulle informazioni biometriche e sulle abitudini di navigazione.

Nonostante le rassicurazioni all’amministrazione Biden riguardo alla custodia dei dati, l’attenzione di Washington nei confronti di TikTok è rimasta sempre molto alta.

Nel novembre del 2022, invece, Chris Wray, il direttore dell’FBI, ha denunciato il potenziale utilizzo dell’app da parte del governo per operazioni di influenza nel territorio degli Stati Uniti.

Le preoccupazioni collegate all’utilizzo dei dati degli utenti in maniera impropria sono alla base dei recenti provvedimenti attuati da Washington nel corso degli ultimi mesi. Una ventina di rappresentanti e governatori, per la maggior parte repubblicani, avrebbero imposto restrizioni all’utilizzo dell’app in vari Stati americani, arrivano a vietare l’utilizzo di TikTok sui dispositivi dei dipendenti del governo federale.

Le rassicurazioni all’Unione Europea

Shou Zi Chew, CEO di TikTok, avrebbe fatto visita al Commissario europeo per la concorrenza lo scorso 10 gennaio, per rassicurare l’UE che l’app rispetta impegni e regole in materia di sicurezza e privacy, soprattutto nei confronti dei minori.

Inoltre, come riporta ANSA, l’incontro di Bruxelles avrebbe posto l’attenzione sul «Regolamento generale della protezione dei dati e di questioni relative alla privacy e agli obblighi di trasferimento dei dati, con un riferimento alle recenti notizie di stampa sulla raccolta e la sorveglianza aggressiva dei dati negli Stati Uniti».

L’obiettivo del confronto con il CEO di TikTok è la verifica degli obblighi imposti dal regolamento europeo (Digital Market Act e Digital Service Act). Chew si è anche confrontato con il Commissario europeo per la giustizia, che ha affermato l’importanza del rispetto delle norme europee in materia di privacy dopo aver «fatto il punto sugli impegni dell’azienda per combattere i discorsi di odio online e garantire la protezione di tutti i consumatori, compresi i bambini».

L’addio a TikTok

Nonostante tutto, il Commissario europeo per il mercato interno, Thierry Breton, ha avvisato Chew che TikTok potrebbe essere bannato dall’Unione Europea se non verranno rispettate le nuove norme sui contenuti digitali prima del 1 settembre.

Non è che l’UE sia sempre stata tenera con le Big Tech, che negli tempi hanno ricevuto molte multe per violazione del GDPR. Ma attualmente, in Europa, TikTok non può considerarsi come un colosso quanto Amazon, Meta e Alphabet, nonostante l’app abbia un altissimo seguito.

Per Moritz Korner, membro delle Commissione europea, «l’Europa deve finalmente svegliarsi». Ma perché questo cambio di atteggiamento arriva proprio ora?

Il tracciamento di due giornalisti americani

ByteDance ha ammesso di aver utilizzato l’app per geolocalizzare due giornalisti statunitensi, e questo ha sicuramente contribuito alle preoccupazioni.

Si è scoperto infatti che alcuni dipendenti stessero utilizzando senza motivo strumenti di analitica con lo scopo di accedere ai dati personali di almeno due giornalisti americani, ma anche di un “piccolo gruppo di persone” connesse a loro.

I dipendenti sono già stati licenziati, e ByteDance si è detta “profondamente delusa” dai comportamenti dei lavoratori, che avrebbero danneggiato l’immagine della società, di per sé già traballante.

I dipendenti licenziati avrebbero utilizzato illecitamente gli strumenti interni della società per ottenere gli indirizzi Ip dei due giornalisti, tenendo sotto controllo la loro posizione. L’obiettivo, secondo la stampa americana, era comprendere se i reporter fossero entrati in contatto con persone sospettate di aver comunicato alla stampa informazioni riservate sull’azienda.

Bisogna tenere in considerazione che i giornalisti lavoravano per BuzzFeed e Financial Times, responsabili della pubblicazione degli scoop sugli spionaggi di TikTok da parte della Cina.

TikTok ha preso le distanze dall’accaduto, ma di certo la vicenda non ha aiutato a migliorare la sua già compromessa reputazione nel resto del mondo.

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L’azienda lo licenzia perché beve spritz mentre lavora, ma il Giudice annulla tutto

Un motoscafista di una nota azienda di servizi di trasporto di persone a Fusina beve lo spritz durante l’orario di lavoro. La società decide di licenziarlo, ma il giudice annulla il provvedimento. L’azienda dovrà pagare tutti gli arretrati, ma non dovrà riassumerlo.

Questo, in sintesi, è il risultato della sentenza che è stata pronunciata a Venezia riguardo al ricorso di un motoscafista che era stato licenziato, dopo le testimonianze fotografiche e quelle verbali dei colleghi riguardo le sue tappe al bar durante il turno di lavoro.

Nello specifico, parliamo di un’armatore che lavorava per un’azienda di servizi di trasporto di persone di Fusina. E’ stato licenziato nel giugno dello scorso anno, anche se non era mai in stato di ebbrezza. Proprio per questo motivo il Giudice del Lavoro ha condannato l’azienda al risarcimento di sei mensilità, accertando l’illegittimità del licenziamento.

Leggiamo nella sentenza che «nella contestazione disciplinare la società ha fatto riferimento all’ipotesi dell’ubriachezza», confermando «l’assunzione con regolarità di bevande alcoliche in orario di lavoro evidenziando che tale comportamento, per il ruolo svolto dal ricorrente, costituiva comportamento in grado di ledere il vincolo fiduciario».

Il contratto del lavoratore, tuttavia, ha influito a suo favore. Scrive il giudice: «L’impresa non può adottare alcun provvedimento disciplinare nei confronti del lavoratore senza avergli preventivamente contestato per iscritto l’addebito e senza averlo sentito a sua discolpa. Né la legge né il contratto prevedono alcuna sanzione nel caso in cui il comandante beva ma senza ritrovarsi in stato di ubriachezza».

Ma per il motoscafista c’è un piccolo problema. «Si ritiene che la responsabilità e quindi la diligenza connessa alla conduzione dei natanti della portata di circa 300 passeggeri implichi la necessità di astenersi durante l’orario di lavoro e lo svolgimento delle mansioni di comandante dall’assunzione di sostanze alcoliche».

Non solo «non si deve essere ubriachi ma altresì non ci si deve porre nella condizione di poterlo essere. E non può imporsi alla società datrice di lavoro di avvalersi di un comandante che durante l’orario di lavoro si allontani dall’imbarcazione per assumere alcolici e si metta poi alla conduzione».

L’azienda, dunque, non deve rispristinare il rapporto lavorativo, dato che l’assunzione di alcolici è assolutamente vietata per il proprio personale di pilotaggio.

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Pensioni: le donne percepiscono il 30% in meno rispetto agli uomini

Ci sono più pensionate donne rispetto agli uomini. 779.791 è il numero delle nuove pensioni erogate nel corso del 2022 dall’Inps, tra cui troviamo 437.596 donne e 342.195 uomini.

Tuttavia, non accenna a diminuire il divario di genere, dato che le donne percepiscono mensilmente una media del 30% di meno rispetto agli uomini. Gli uomini, in media, ricevono 1.381 euro, mentre le donne 976 euro. La differenza, precisamente, è del 29,32%.

Su tale differenza impattano molto alcuni fattori come il gap retributivo, che da sempre penalizza le donne, le carriere lavorative discontinue, con alcuni periodi di interruzione per l’assistenza dei familiari e minori progressioni di carriera.

Questo è quanto emerge dalla lettura dei dati raccolti dall’Osservatorio dell’Inps riguardo i flussi di pensione del 2022. Se si guardano le diverse gestioni previdenziali, la situazione diviene articolata, seppur con una costante: ovvero, l’assegno mensile delle donne risulta sempre inferiore rispetto a quello degli uomini.

Una breve analisi

Iniziamo l’analisi dal Fpld, il fondo per i lavoratori dipendenti. Il divario, qui, in media, è del 36,98%, poiché le donne percepiscono 1.029 euro e gli uomini 1.633 euro. Entrando ancora più nel dettaglio, nelle pensioni di vecchiaia il gap arriva a 47,63%: ai pensionati uomini, in media, vanno 1.440 euro, mentre alle donne 754 euro. In sostanza, quasi la metà.

Il divario più ampio, tuttavia, si trova nei parasubordinati. L’assegno mensile, in media, è di 409 euro per gli uomini. Per le donne, 189 euro: parliamo di una differenza del 53,78%.

Nella gestione artigiani gli uomini in media percepiscono 1.108 euro, mentre le donne 123 euro. Le cose non migliorano nemmeno tra i commercianti, con un gap tra uomini e donne del 33,44%: gli uomini percepiscono 1.160 euro e le donne 772 euro.

Per quanto riguarda la gestione dipendenti pubblici, le donne percepiscono 1,753 euro al mese, contro i 2.349 euro mensili degli uomini. Troviamo un minor divario nella gestione dei lavoratori autonomi dell’agricoltura. Le donne percepiscono 604 euro al mese, gli uomini, invece, 746 euro, con una differenza del 19,03%.

Opzione Donna

Nel 2022, le pensioni che sono state liquidate con “Opzione Donna” hanno registrato un aumento del 15,4% rispetto all’anno precedente, e hanno raggiunto quota 23.812. Sono state 8.833 le donne che hanno deciso di avvalersi della misura prima dei 59 anni, con assegni inferiori a 500 euro per quasi la metà.

Più della metà degli assegni che sono stati liquidati (12.298) tra le donne beneficiarie dell’opzione, visti gli importi calcolati mediante metodo contributivo, ha un valore inferiore di 500 euro mensili. L’88,75% ha valore inferiore a 1000 euro.

Il tema è oggetto di un tavolo tra Marina Calderone, ministra del lavoro, e i sindacati, che richiedono il ripristino della possibilità di andare in pensione grazie ad opzione donna, con 35 anni di contributi e 58/59 anni d’età, andando quindi oltre ai paletti che sono introdotti dalla Legge di Bilancio 2023.

I sindacati hanno richiesto anche il riconoscimento alle lavoratrici madri di un anticipo dei requisiti pensionistici di almeno 12 mesi per ogni figlio e un riconoscimento previdenziale per i lavori di cura.

Secondo Luigi Sbarra, segretario generale della Cisl, «in prevalenza le donne vanno in pensione con la vecchiaia perché hanno pochi contributi a causa delle carenze del mercato del lavoro e dei servizi alla famiglia, di conseguenza vanno in pensione più tardi e con assegni decisamente più bassi rispetto agli uomini di circa il 30% e anche se guardassimo al reddito pensionistico delle donne, cioè alla somma di più pensioni, la percentuale in riduzione non cambierebbe molto».

Per Sbarra è necessario «rafforzare le politiche del mercato del lavoro che sostengono l’occupazione femminile, sostenere la contrattazione che agevola la conciliazioni tra vita e lavoro e favorisce una migliore ripartizione delle responsabilità familiari sviluppando i servizi alla famiglia».

«Le donne, però,» conclude, «devono essere maggiormente aiutate anche sul versante delle regole previdenziali dal momento che sono state molto penalizzate dalle riforme pensionistiche degli ultimi 30 anni».

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