Legittimo impedimento, decide il giudice disciplinare: via libera alla valutazione dei certificati medici

Con una recente ordinanza, le Sezioni Unite Civili della Corte di Cassazione hanno chiarito un principio rilevante nel contesto dei procedimenti disciplinari forensi. Il provvedimento, depositato con il numero 13081 del 2025, affronta il delicato tema del legittimo impedimento e della possibilità per il giudice disciplinare di valutare autonomamente i certificati medici presentati dagli avvocati per ottenere il rinvio di un’udienza.

Il caso nasce da un’istanza di rinvio presentata da un avvocato, il quale aveva documentato la propria assenza con un certificato attestante una sindrome da lombosciatalgia. Il Consiglio Nazionale Forense, chiamato a pronunciarsi sul rinvio, aveva respinto la richiesta, ritenendo che il documento prodotto non dimostrasse un impedimento assoluto a comparire.

L’avvocato aveva quindi proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che il giudice disciplinare non potesse mettere in discussione la validità di un certificato medico senza specifiche competenze sanitarie, contestando così una lesione del diritto di difesa.

La Suprema Corte ha tuttavia respinto questa impostazione. Le Sezioni Unite hanno infatti affermato che spetta al giudice disciplinare valutare se il certificato medico sia sufficiente a giustificare l’assenza all’udienza, senza che ciò comporti una diagnosi clinica o una perizia tecnica, ma limitandosi a verificare la coerenza e la chiarezza dell’attestazione rispetto alla richiesta di rinvio.


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Indagini digitali, stretta sui colossi del web: nuovo disegno di legge in Senato

ROMA — Arriva una svolta nelle indagini informatiche e nella regolamentazione dei servizi digitali. Nella seduta del 29 maggio 2025 il Senato ha ufficialmente annunciato la presentazione del disegno di legge n. 1505, che introduce rilevanti modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e al decreto legislativo 231/2001 in materia di collaborazione obbligatoria degli intermediari digitali nelle indagini giudiziarie.

Dal Regolamento europeo alla normativa nazionale
Il provvedimento prende le mosse dal Regolamento UE 2022/2065, che disciplina il mercato unico dei servizi digitali e prevede per le piattaforme online l’obbligo di cooperare con le autorità nazionali nella rimozione di contenuti illegali. Tuttavia, secondo quanto evidenziato nella relazione tecnica al disegno di legge, l’esperienza pratica avrebbe dimostrato che le disposizioni europee, da sole, non bastano a garantire l’efficacia delle indagini, lasciando margini di impunità e ritardi nelle inchieste.

Le principali novità: log, reati specifici e sanzioni agli enti
Il testo prevede tre interventi distinti:

  1. Codice di procedura penale — Viene introdotto l’articolo 248-bis, che disciplina la richiesta obbligatoria di consegna ai prestatori di servizi intermediari dei cosiddetti file di log, ovvero i registri digitali delle operazioni svolte dagli utenti su dispositivi elettronici, fondamentali per tracciare attività sospette o illecite.

  2. Codice penale — Nascono i reati specifici di inottemperanza dolosa (art. 378-bis) e di agevolazione colposa (art. 378-ter) all’obbligo di collaborazione, con pene graduate a seconda della gravità e delle conseguenze dell’omissione. Prevista inoltre la giurisdizione italiana anche per fatti commessi all’estero, se collegati a procedimenti penali nel nostro Paese.

  3. Responsabilità degli enti — Si aggiorna anche il decreto legislativo 231/2001 con l’introduzione dell’articolo 25-decies.1, che sancisce sanzioni pecuniarie e interdittive per le società e le piattaforme digitali i cui dipendenti o rappresentanti si rendano responsabili dei nuovi reati, quando ciò avvenga nell’interesse dell’ente.

Verso un controllo più efficace del cyberspazio
Il disegno di legge segna un deciso cambio di passo nella regolamentazione dei rapporti tra autorità giudiziaria e giganti digitali, ponendo fine a una zona grigia normativa che spesso ostacolava le indagini in ambito informatico. Se approvato, il provvedimento renderà obbligatoria una più incisiva collaborazione dei soggetti digitali operanti sul mercato italiano ed europeo, a tutela della legalità e della sicurezza collettiva.


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Cassazione: notifica irregolare della cartella, cosa cambia per il contribuente

ROMA – La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 12981/2025, ha fatto chiarezza su un aspetto cruciale in materia di contenzioso tributario: la validità della notifica delle cartelle di pagamento in caso di difformità tra la copia della relata rilasciata al notificante e quella consegnata al contribuente.

Spesso si verifica che la copia in possesso dell’ufficio sia completa e regolare, mentre quella destinata al contribuente risulti illeggibile o addirittura priva di annotazioni sulla relata di notifica. In questi casi, la Suprema Corte ha stabilito che l’irritualità della notificazione può essere eccepita dal contribuente non per ottenere un annullamento automatico dell’atto, ma per far valere la decadenza dell’amministrazione o la prescrizione dell’azione, oppure per dimostrare la tempestività della propria impugnazione.

Un punto chiave dell’ordinanza riguarda proprio il termine per impugnare: se al contribuente viene consegnata una copia della relata in bianco, il termine per l’impugnazione non decorre. Esso viene, di fatto, “procrastinato” fino al momento in cui l’amministrazione compirà un successivo atto nel procedimento di riscossione.

Tuttavia, la Cassazione ha precisato che qualora il contribuente decida comunque di impugnare la cartella, anche in ritardo, il giudice non potrà annullarla semplicemente sulla base della nullità insanabile della notifica. Questo perché la notifica non costituisce un requisito di validità intrinseca dell’atto impositivo. In tali circostanze, il giudice sarà tenuto a procedere con un esame del merito dell’impugnazione, valutando quindi la fondatezza della pretesa tributaria.


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Mantenimento dei figli, le spese straordinarie pesano anche sul piano penale

ROMA — Non solo l’assegno di mantenimento: anche le spese straordinarie per i figli, se previste da un provvedimento del giudice o da un accordo tra coniugi, devono essere onorate dal genitore obbligato. In caso contrario, si rischia una condanna penale. A stabilirlo è la sesta sezione della Corte di Cassazione, che ha chiarito i confini applicativi del reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare in caso di separazione o scioglimento del matrimonio (articolo 570-bis del codice penale).

Spese straordinarie non più secondarie
La Suprema Corte ha sottolineato che queste spese non possono essere considerate accessorie o facoltative, ma rappresentano parte integrante dei mezzi di mantenimento dei figli. Si tratta di oneri destinati a coprire esigenze che, per natura, si collocano al di fuori dell’ordinario: interventi medici imprevisti, spese scolastiche o sportive straordinarie, viaggi di studio, attività formative o esigenze abitative particolari.

Il mancato pagamento di tali importi, ha spiegato la Corte, integra autonomamente il reato previsto dall’art. 570-bis, a prescindere dalla corresponsione regolare dell’assegno di mantenimento ordinario. La ratio è quella di garantire una tutela piena e concreta ai figli, che non si esaurisce nelle necessità quotidiane ma comprende anche bisogni eccezionali e imponderabili, in linea con quanto già sancito dalla giurisprudenza civile.

Un dovere che va oltre il vitto e l’alloggio
I giudici di legittimità hanno richiamato il principio per cui il mantenimento della prole, sancito dall’articolo 147 del codice civile, non si riduce alla mera fornitura di alimenti, ma si estende agli aspetti scolastici, sanitari, abitativi, sportivi e sociali. Da qui la necessità che anche le spese straordinarie trovino adeguata tutela, non solo in sede civile ma anche penale, quando il genitore obbligato si sottrae a questi impegni.


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Difensori d’ufficio, le spese di recupero del compenso spettano allo Stato

ROMA — Chi paga le spese che un avvocato sostiene per ottenere il pagamento del proprio onorario quando difende un imputato su nomina dello Stato? A sciogliere il dubbio è intervenuta la Corte di Cassazione, con una recente ordinanza destinata a fare scuola per tutti i professionisti che operano nei processi penali come difensori d’ufficio.

Il caso nasce da un procedimento seguito dal Tribunale di Milano, dove un avvocato, nominato d’ufficio, aveva ottenuto il riconoscimento di un compenso pari a 430 euro. Tuttavia, il giudice aveva respinto la sua richiesta di rimborso per le spese sostenute nel tentativo di recuperare quella somma: imposte di bollo, notifiche e altri oneri procedurali. Da qui il ricorso in Cassazione, con due questioni: da un lato, la rivendicazione che quei costi dovessero gravare sull’Erario; dall’altro, la contestazione della decisione di compensare le spese di giudizio tra le parti.

Le spese vive per il recupero vanno rimborsate
Sul primo punto, la Suprema Corte ha accolto il ricorso dell’avvocato, ribadendo che le spese necessarie per incassare il compenso di un incarico d’ufficio non possono essere a carico del professionista. È lo Stato, infatti, a dover coprire questi costi accessori, trattandosi di un’attività di pubblica utilità che tutela un diritto fondamentale. Altrimenti, ha sottolineato la Corte, si creerebbe un ostacolo ingiustificato all’effettivo riconoscimento del compenso spettante al difensore.

Una posizione che conferma l’orientamento già espresso in passato dalla giurisprudenza di legittimità, richiamando precedenti come la sentenza n. 22579/2019.

Compensazione delle spese processuali legittima
Diversa, invece, la valutazione sul secondo motivo di ricorso. L’avvocato aveva contestato la decisione del giudice di primo grado di compensare le spese processuali, ritenendola ingiusta visto che la sua domanda era stata parzialmente accolta. Ma la Cassazione ha ritenuto corretta la scelta del Tribunale: il ricorso era infatti articolato su più questioni, alcune accolte e altre respinte, e in simili casi il codice di procedura civile consente di disporre la compensazione delle spese, senza obbligo di condanna di una parte a favore dell’altra.


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Avvocati, meno rischi per gli errori lievi: un primo via libera alla riforma della responsabilità professionale

ROMA — Un primo sì in commissione Giustizia al Senato per la proposta di legge che punta a ridisegnare i confini della responsabilità professionale degli avvocati. Il testo, firmato da Pierantonio Zanettin (Forza Italia) e sostenuto dall’associazione Italia Stato di Diritto, prevede che i legali rispondano dei danni causati ai clienti solo in caso di dolo o colpa grave, escludendo invece qualsiasi responsabilità civile quando il danno derivi da colpa lieve o dall’attività di interpretazione di norme giuridiche.

La proposta, ferma da due anni a Palazzo Madama, è tornata al centro del dibattito parlamentare e, dopo il via libera della commissione, potrebbe approdare in Aula entro l’estate. L’obiettivo è quello di equiparare la posizione degli avvocati a quella già prevista per i magistrati, per i quali — in base alla legge n. 117 del 1988 — la responsabilità scatta solo in caso di dolo o colpa grave, escludendo esplicitamente l’attività interpretativa o di valutazione del fatto.

Un intervento atteso dalla categoria
Secondo il presidente del Consiglio Nazionale Forense, Francesco Greco, il provvedimento è necessario per alleggerire il contenzioso e preservare il diritto di difesa. «Negli ultimi anni — osserva Greco — il rischio professionale è aumentato, anche a causa delle numerose norme di inammissibilità e decadenza che ostacolano la decisione di merito. Questo genera frustrazione tra i cittadini e un crescente numero di azioni di responsabilità contro i legali, spesso fondate su colpe lievi o su interpretazioni divergenti della giurisprudenza consolidata».

Dati ufficiali sul fenomeno non ce ne sono, ma le relazioni parlamentari confermano una crescita costante delle cause intentate contro gli avvocati, anche in seguito a ricorsi dichiarati inammissibili dalla Cassazione.

Le reazioni della categoria
Il progetto di legge è accolto con favore anche dall’Unione delle Camere Civili, il cui presidente, Alberto Del Noce, sottolinea: «Abbiamo registrato un aumento significativo delle azioni risarcitorie contro i legali. Anche se le condanne effettive si attestano intorno al 15%, il clima di incertezza ha fatto lievitare i premi assicurativi e limitato la serenità con cui gli avvocati possono esercitare il loro ruolo».

Secondo i sostenitori della riforma, limitare la responsabilità civile ai casi di dolo e colpa grave non significherebbe ridurre la qualità della tutela legale, ma consentirebbe agli avvocati di operare senza il timore di essere puniti per errori veniali o divergenze interpretative. Tuttavia, resterebbero punibili le negligenze evidenti e i comportamenti gravemente colposi.

Le prossime mosse
Ora il testo attende di essere calendarizzato per la discussione in Aula. L’auspicio dei promotori è che possa essere approvato prima della pausa estiva. Nel frattempo, tra le ipotesi al vaglio per ridurre il contenzioso in questo settore c’è anche l’introduzione dell’obbligo di mediazione preventiva, già previsto per la responsabilità sanitaria, come alternativa ai giudizi civili.


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Referendum al palo, il governo pensa a una stretta: soglia più alta per le firme online

ROMA — Le urne semi-deserte e l’affluenza ai minimi storici spingono il governo e la maggioranza a ragionare su un possibile giro di vite per il sistema dei referendum abrogativi. L’ipotesi che circola nelle ultime ore è quella di aumentare il numero minimo di firme richieste, soprattutto per quelle raccolte online, e introdurre una sorta di selezione preventiva dei quesiti da sottoporre al voto popolare.

Una riflessione inevitabile alla luce del flop annunciato delle consultazioni referendarie di queste ore, con il rischio concreto che il quorum resti lontano e i quesiti vengano archiviati senza scalfire il quadro politico. Una prospettiva che il centrodestra osserva con favore, mentre il governo si prepara a gestire le ricadute.

Diversi esponenti della maggioranza, dal vicepremier Tajani al leader della Lega Salvini, hanno già rilanciato la necessità di rivedere i meccanismi di accesso ai referendum, resi più semplici dalla possibilità di raccogliere le firme in digitale grazie a una piattaforma attivata solo di recente. «Uno strumento utile — riconoscono da Forza Italia — ma serve trovare un equilibrio per evitare un’inflazione di quesiti che rischiano di trasformarsi in consultazioni di scarso interesse e bassa partecipazione».

Tra le proposte sul tavolo, quella di alzare la soglia attualmente fissata a 500mila firme, spostandola forse verso quota un milione, e di introdurre una verifica preventiva di ammissibilità e rilevanza dei quesiti, per evitare che le urne vengano riaperte ogni anno per referendum destinati al fallimento.

Il primo banco di prova per queste possibili modifiche sarà l’autunno, con le prossime elezioni regionali e, più avanti, con una verifica sugli effetti reali della raccolta firme online, che ha già evidenziato criticità. Intanto, la premier Meloni osserva il quadro con cautela, consapevole che anche tra gli elettori del centrodestra la voglia di recarsi al seggio si è fatta flebile, mentre la politica continua a interrogarsi sul futuro degli strumenti di democrazia diretta.


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Flat tax per partite IVA: cresce la convenienza, ma resta il nodo del tetto a 85mila euro

Nei primi tre mesi del 2024, il 74% delle nuove partite IVA ha scelto il regime forfettario. Una tassa piatta al 15% (ridotta al 5% per i primi anni di attività), niente IVA, costi forfettizzati e semplificazioni fiscali: questi gli ingredienti del successo, soprattutto tra i giovani under 35 e chi muove i primi passi come libero professionista o imprenditore.

Il vero nodo resta però il limite dei ricavi fissato a 85mila euro, soglia oltre la quale il contribuente è costretto a uscire dal regime agevolato e passare alla tassazione ordinaria, con un impatto netto che può arrivare a perdere anche 20-25mila euro l’anno, a seconda della categoria. Un freno evidente alla crescita e alla regolarità delle fatturazioni, che rischia di incentivare comportamenti elusivi pur di restare nel perimetro del forfait.

Il problema era già emerso ai tempi del vecchio regime dei minimi e si ripropone oggi, nonostante le richieste — rimaste inascoltate — di alzare ulteriormente la soglia. A sottolinearlo anche il Fondo Monetario Internazionale, che nei giorni scorsi ha suggerito di eliminare la flat tax per i lavoratori autonomi, considerandola iniqua e penalizzante per le casse pubbliche.

I dati ufficiali confermano la portata del fenomeno: nelle dichiarazioni dei redditi 2024, i forfettari hanno superato quota 1,9 milioni, con un reddito medio di 17.092 euro. Cifre lontane dal limite massimo, ma sufficienti a rendere il regime particolarmente conveniente rispetto alla tassazione ordinaria. Per un tecnico informatico con ricavi da 35mila euro, ad esempio, il netto è di oltre 23mila euro col forfait, contro meno di 18mila in regime ordinario.

A complicare il quadro, il recente concordato preventivo biennale per i forfettari, introdotto per il solo 2024, ha visto poche adesioni e sarà ufficialmente cancellato dal 2025, come previsto dal decreto correttivo approvato mercoledì in Consiglio dei ministri.

In attesa di una riforma più organica, la flat tax resta così un’arma a doppio taglio: leva fiscale efficace per il debutto e la sopravvivenza delle piccole partite IVA, ma ostacolo alla crescita strutturata delle attività e alla loro piena emersione nel mercato regolare.


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Nomine e incarichi nei Comuni: ecco le regole per i neoeletti

Dopo le elezioni amministrative, i nuovi sindaci hanno tra i 60 e i 120 giorni per scegliere il segretario comunale, salvo conferma automatica di quello in carica. Lo stabilisce il Manuale per i neo amministratori locali 2025, diffuso oggi dall’Anci, che riepiloga tutte le tappe per l’avvio di uffici e servizi, la nomina dei responsabili e le modalità di pubblicazione degli incarichi.

Nei Comuni fino a 5.000 abitanti, i regolamenti possono prevedere che gli incarichi di responsabilità siano affidati anche agli assessori, purché se ne documentino i risparmi conseguiti annualmente. È inoltre possibile formare uffici di staff a supporto degli organi politici, composti da dipendenti dell’ente o assunti a tempo determinato, inclusi pensionati. Tuttavia, a questi uffici è vietato adottare atti di gestione.

Per quanto riguarda la durata degli incarichi dirigenziali, quelli a tempo indeterminato non decadono con le elezioni, mentre quelli a tempo determinato devono rispettare la durata minima triennale, tranne in casi specifici.

Il Manuale Anci richiama infine gli obblighi di trasparenza: entro tre mesi dalle elezioni, i dati sugli amministratori devono essere pubblicati online, includendo atti di nomina, curriculum, compensi, altri incarichi pubblici o privati, situazione patrimoniale e dichiarazioni sui redditi. Ogni anno dovrà inoltre essere presentata una dichiarazione sull’assenza di cause di incompatibilità o inconferibilità, pena l’inefficacia dell’incarico.


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Peso fiscale: il tax freedom day nel 2025 cade dopo 156 giorni dall’inizio dell’anno

Quello che è appena trascorso è il primo fine settimana del 2025 liberi dalle tasse. Infatti, secondo l’annuale elaborazione compiuta dall’Ufficio studi della CGIA, venerdì 6 giugno è scoccato, ovviamente in linea puramente teorica, il giorno di liberazione fiscale o, come lo chiamano negli Stati Uniti, il tax freedom day.   In altre parole, dopo ben 156 giorni dall’inizio di quest’anno, sabati e domeniche compresi, il contribuente medio[1] ha terminato di lavorare per pagare l’armamentario fiscale italiano che, in particolare, è costituito dall’Irpef, dall’Ires, dall’Irap, dall’Iva, dalle addizionali, dai contributi previdenziali, dalle tasse locali, etc. Versamenti che sono necessari per far funzionare la macchina pubblica: per consentirci, ad esempio, di essere curati da una struttura ospedaliera quando ci ammaliamo, di andare a scuola/università durante l’età giovanile, di disporre ogni giorno di trasporti pubblici rapidi ed efficienti e di vivere serenamente perché la sicurezza personale e delle nostre famiglie è garantita dalla presenza delle forze dell’ordine. Insomma, dopo oltre cinque mesi in cui la nostra attività lavorativa è servita per onorare le richieste del fisco, da ieri e sino al prossimo 31 dicembre ciascun italiano eserciterà la propria professione per vivere e per migliorare la propria condizione economica. Un puro esercizio di scuola, tiene a precisare la CGIA, che però ci consente di misurare in maniera del tutto originale il peso fiscale che grava sugli italiani.

La metodologia di calcolo

Come si è giunti a stabilire che il 6 giugno è il giorno di liberazione fiscale del 2025?  La stima del Pil nazionale prevista per l’anno in corso è di 2.256 miliardi di euro; tale importo è stato suddiviso per 365 giorni, ottenendo così un dato medio giornaliero di 6,2 miliardi di euro. Dopodiché, sono state estrapolate le previsioni relative alle entrate tributarie e contributive[2] che i percettori di reddito verseranno quest’anno che dovrebbero ammontare a 962,2 miliardi di euro[3]. Infine, quest’ultimo dato è stato frazionato al Pil giornaliero. Pertanto, queste operazioni hanno consentito all’Ufficio studi della CGIA di determinare il tax freedom day che nel 2025 cade dopo 156 giorni dall’inizio dell’anno, vale a dire il 6 giugno.

Negli ultimi 30 anni meno tasse con Berlusconi. Al top con Monti/Letta

Se analizziamo l’andamento della pressione fiscale registrato negli ultimi 30 anni, il meno “soffocante” fu il 2005. Con Silvio Berlusconi alla guida dell’esecutivo, la pressione fiscale in Italia scese al 38,9 per cento del Pil, 3,8 punti in meno della soglia prevista per quest’anno. Diversamente, il picco massimo l’abbiamo toccato nel 2013, quando con il governo del Prof. Mario Monti che, però, dalla fine di aprile fu rimpiazzato da Enrico Letta, il carico fiscale complessivo sul Pil toccò il 43,4 per cento.

La pressione fiscale non scende

Nel Documento di Economia e Finanza del 2025, si stima una pressione fiscale per l’anno in corso del 42,7 per cento; un livello in lieve aumento di 0,1 punti percentuali rispetto al dato del 2024. Tuttavia, è necessaria una puntualizzazione: va ricordato che la Legge di Bilancio 2025 ha sostituito la decontribuzione a favore dei lavoratori dipendenti con una analoga misura che combina gli sconti Irpef con il “bonus” a favore delle maestranze a basso reddito. Mentre la decontribuzione si traduceva in minori entrate fiscali-contributive, il “bonus” (che vale circa 0,2 punti percentuali di Pil) viene contabilizzato come maggiore spesa e quindi sfugge alla stima della pressione fiscale. Pertanto, se tenessimo conto di questo aspetto, nel 2025 la pressione fiscale sarebbe destinata a diminuire, sebbene di poco, attestandosi al 42,5 per cento. In questo caso il giorno di liberazione fiscale verrebbe anticipato di un giorno, di conseguenza i giorni di lavoro necessari per pagare le tasse sarebbero 155.

Attenzione alla corretta lettura dei dati

L’incremento della pressione fiscale è tornato a salire impetuosamente a partire dal 2023. Tuttavia, affermare che in questi anni sia aumentato il peso del fisco sul contribuente sarebbe fuorviante. L’incremento della pressione fiscale, infatti, non è ascrivibile ad un aumento delle tasse, quanto a una pluralità di novità legislative di natura economica introdotte a livello politico.

Pensiamo alla decontribuzione a favore dei redditi da lavoro dipendente resa più incisiva nel 2024 e all’accorpamento dei primi due scaglioni di reddito Irpef. Nel 2025, con l’intento di ridurre il cuneo fiscale e a compensazione della decontribuzione, sono state aumentate le detrazioni Irpef ed è previsto un “bonus” (erogazione di una somma esente Irpef) per i redditi da lavoro dipendente sino a 20.000 euro.

Inoltre, il buon andamento delle entrate fiscali nel 2024 è stato determinato da fattori economici che hanno condizionato la crescita delle imposte sostitutive attinenti ai redditi da capitale. Non va nemmeno dimenticata la crescita registrata dalle retribuzioni; grazie ai rinnovi contrattuali, alla corresponsione degli arretrati nel pubblico impiego e all’aumento del numero di occupati l’Irpef e i contributi previdenziali hanno subito un rialzo positivo.

L’aumento del prelievo è stato insignificante

L’impatto sulla pressione fiscale riconducibile all’aumento delle tasse, invece, è stato modestissimo. Ricordiamo, tra i principali inasprimenti fiscali introdotti dal governo in carica, le seguenti misure:

  • incremento della tassazione sui tabacchi, dell’IVA su alcuni prodotti per l’infanzia/igiene femminile e dell’imposta sostitutiva sulla rivalutazione dei terreni e delle partecipazioni per l’anno 2024;
  • rimodulazione delle detrazioni per le spese fiscali con l’introduzione di alcune limitazioni per redditi elevati, l’inasprimento della tassazione sulle cripto-attività, la riduzione delle detrazioni delle spese per le ristrutturazioni edilizie e il risparmio energetico per l’anno 2025.

Per gli evasori, il tax freedom day è un giorno come un altro

Tra gli italiani che sono completamente disinteressati alle scadenze tributarie e contributive ci sono sicuramente gli evasori. Per loro il giorno di liberazione fiscale non rappresenta alcunché, visto che durante l’anno non pagano alcuna tassa all’erario. Secondo le ultime stime dell’Istat riferite al 2022, sono quasi 2,5 milioni le persone fisiche presenti in Italia che sono occupate irregolarmente come dipendenti o abusivi.

Sono uomini e donne che lavorano completamente in nero o quasi; quando operano in qualità di subordinati non sono sottoposti ad alcun contratto nazionale di lavoro o, se lavorano in proprio, in possesso di una partita Iva. In valore assoluto il numero più elevato è concentrato in Lombardia con 379.600 unità. Seguono i 319.400 residenti nel Lazio e i 270.100 abitanti della Campania. Se, invece, calcoliamo il tasso di irregolarità, dato dal rapporto tra il numero di occupati irregolari e il totale degli occupati di ciascuna regione, in Calabria registriamo il tasso più elevato pari al 17 per cento. Seguono la Campania con il 14,2, la Sicilia con il 13,7 e la Puglia con il 12,6. La media italiana è del 9,7 per cento.

In UE siamo tra i più tartassati

Il giorno di liberazione fiscale non costituisce un principio assoluto, ma un esercizio teorico che dimostra empiricamente, se ancora ce ne fosse bisogno, quanto sia eccessivo il carico fiscale che grava sugli italiani. Una specificità che emerge in misura altrettanto evidente anche quando confrontiamo la nostra pressione fiscale con quella dei paesi UE. Nel 2024[4], infatti, la pressione fiscale in Danimarca era al 45,4 per cento del Pil, in Francia al 45,2, in Belgio al 45,1, all’Austria il 44,8 e in Lussemburgo al 43. L’Italia si è posizionata al sesto posto tra tutti i 27 paesi dell’Unione Europea con un tasso del 42,6 per cento del Pil. Se da noi, come quest’anno, nel 2024 sono stati necessari 156 giorni lavorativi per pagare tutte le imposte, le tasse e i contributi, in Danimarca hanno lavorato per il fisco 166 giorni, in Francia e in Belgio 165, in Austria 164 e in Lussemburgo 157.  La media UE è stata di 148 giorni (-8 rispetto al dato Italia), mentre in Germania è stata di 149 (-7 giorni rispetto a noi) e in Spagna di 136 giorni (-20 giorni).

[1] Sia esso lavoratore dipendente, lavoratore autonomo, pensionato o impresa

[2] Il risultato finale è dato dalla somma del gettito delle imposte dirette, indirette, in conto capitale e i contributi sociali.

[3] Il dato del Pil nazionale e il gettito fiscale sono stati estrapolati dal Documento di Finanza Pubblica 2025, Tabella I.2.1, Conto Economico delle Amministrazioni Pubbliche, pag. 9.

[4] Ultimo anno in cui i dati ci consentono di fare una comparazione a livello europeo


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