Il processo veloce sarà meno equo?

Il processo veloce sarà meno equo?

C.N.F.: il processo con preclusioni e decadenze renderebbe la giustizia meno equa e veloce

L’Organismo congressuale forense, l’Unione nazionale delle Camere civili e il Consiglio nazionale forense hanno le idee chiare. Il processo con decadenze e preclusioni sarà «meno equo e celere»; questo è il messaggio della loro lettera congiunta inviata al Senato. Infine, si specifica che tutta l’Avvocatura e l’Associazione italiana fra gli Studiosi del processo civile sono della medesima opinione.

Per U.N.C.C. e C.N.F. il processo con preclusioni e decadenze è un errore

Arriva alla Commissione giustizia al Senato una lettera congiunta da parte dell’Organismo congressuale forense, l’Unione nazionale delle Camere civili e il Consiglio nazionale forense. In essa, dopo i ringraziamenti alla Ministra per gli interventi riguardo la giustizia civile, le critiche circa la disciplina del processo. Infatti: «alcuni emendamenti […] non soltanto lo renderanno meno giusto ma […] finiranno col rallentarlo […]»; il riferimento esplicito è soprattutto all’introduzione di preclusioni e decadenze.

In effetti, secondo i mittenti, la giustizia sarebbe sicuramente meno equa e celere se, sin dagli atti introduttivi, s’inasprissero preclusioni e decadenze. Dunque, si sostiene che, al fine di una giustizia giusta e veloce, sia necessario tutelare innanzitutto chi la giustizia la chiede. Perché «La certezza del diritto e l’effettività della giurisdizione civile, non si possono dissolvere in ragione di una paventata ma inefficace accelerazione dei tempi processuali».

Infine, si legge che questo processo appare sbagliato anche ammettendo di scendere a patti con il compromesso tra dovere di giustizia -dello Stato- e richiesta di produrre ricchezza -dell’Europa-. E, in effetti, Cnf, Ocf, Uncc sottolineano che non si tratta di modificare una valutazione politica, «ma di porre rimedio a una scelta [tecnica] sbagliata». In questo quadro e allo stesso scopo, nella lettera viene sottolineata la presenza di medesimi appelli anche da parte di Accademia e Avvocatura.

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Secondo Morten Lehn, General Manager di Kaspersky per l’Italia, ben la metà dei dipendenti italiani non esegue gli aggiornamenti di software e dispositivi.

E in Europa non va meglio.

L’IT Security Economics 2020, sempre di Kaspersky, ha evidenziato che in Europa il 44% delle aziende utilizza le tecnologie superate, compromettendo la propria reputazione e generando danni economici maggiori rispetto a quelle più disciplinate.

PERCHÈ NON VENGONO INSTALLATI GLI AGGIORNAMENTI?

Lo studio “Pain in the neck”, ha indagato su quali siano le motivazioni per cui così tanti dipendenti italiani non eseguano gli aggiornamenti di software e dispositivi nel momento in cui ricevono la notifica. Eccone alcune:

– la notifica arriva in orario di lavoro (35%),
– la notifica arriva mentre stanno svolgendo un’attività che non vogliono interrompere (26%),
– non vogliono chiudere le applicazioni aperte (23%).

In sostanza, la richiesta di aggiornamento viene percepita come un disturbo.

E infatti, lo studio conferma che più della metà degli intervistati si sente interrotto durante il lavoro da questo tipo di richieste.

Altri ostacoli si incontrano però anche dopo l’installazione: per il 29% degli intervistati imparare a utilizzare le nuove versioni aggiornate è faticoso ed è tempo tolto al lavoro.

Infine, il problema principale: per molti la mancata installazione degli aggiornamenti non rappresenta una minaccia alla sicurezza dell’azienda.

L’IMPORTANZA DI AGGIORNARE SISTEMI E SOFTWARE

Aggiornare programmi, applicazioni e dispositivi permette non solo di accedere a nuove funzionalità ma anche di salvaguardare la sicurezza informatica.

Il motivo è semplice.

Gli sviluppatori mettono sempre alla prova i loro prodotti per cercare tutte quelle debolezze che i cybercriminali potrebbero sfruttare per sferrare attacchi informatici, rubare dati aziendali e anche informazioni personali.

Il rischio è ancor più concreto in questo periodo in cui lo smart working ha imposto a molti dipendenti di lavorare da casa con i propri computer personali, molto meno protetti dalle minacce informatiche. I computer personali rappresentano infatti una miniera di informazioni sui singoli individui ma anche una porta d’accesso ai sistemi aziendali di cui i cybercriminali sono ben consapevoli.

Ecco che, allora, eseguire gli aggiornamenti di dispositivi e software, privati e aziendali, permette di installare tutte le correzioni alle vulnerabilità individuate dagli sviluppatori e, quindi, proteggere meglio la propria privacy e il proprio lavoro dagli attacchi informatici.

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Niente esame solo per chi è regolarmente abilitato in un paese UE

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Lo scorso 31 maggio, il Ministero della Giustizia elabora il provvedimento prot.n. 0042043. La volontà è di fornire importanti chiarimenti sui requisiti di validità dei titoli professionali stranieri di Avvocato. In particolare, nel provvedimento si dedica specifica attenzione alla qualifica di Avokat -rumeno- e di Abogado -spagnolo.

Il titolo di Avokat (rumeno) e Abogado (spagnolo) è valido in Italia?

Si tende a fare spesso confusione in merito alla validità che, in territorio italiano, possono avere i titoli di Avvocato acquisiti all’estero. Dunque, proprio al fine di fornire chiarimenti sui requisiti considerati necessari, nasce il recentissimo provvedimento (prot.n. 0042043) ad opera del Ministero della Giustizia. In particolare, in esso si fa riferimento e si fa luce sul titolo di avvocato rumeno (Avokat) e spagnolo (Abogado).

Innanzitutto, sul titolo rumeno di avokat, il provvedimento del 31 maggio precisa che esiste un’unica autorità che può verificarne la validità. Stiamo parlando della Unionea Nationala a Barouilor din Romania (U.N.B.R.): condizione sine qua non per la pratica nel territorio italiano. Dunque, senza questa abilitazione regolare nel proprio paese, nemmeno l’eventuale pratica triennale condotta in Italia conta alcunché.

Invece, in merito al titolo di Abogado spagnolo, non basta il riconoscimento da parte dell’autorità dello Stato. Infatti, per chi si è laureato e ha richiesto l’omologa del titolo entro il 31/10/2011 sono necessarie le attestazioni ufficiali dello stato. Invece, chi si è laureato dopo questa data deve fornire la documentazione dettagliata dell’intero percorso di ottenimento del titolo (università+ master+ esame).

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Fino a che punto le attività dei lavoratori possono essere sorvegliate dal datore? Una risposta ce la offre il caso del Comune di Bolzano, reo di controllare la navigazione internet dei propri dipendenti in modo eccessivo e per questo sanzionato dal Garante della Privacy.

NAVIGAZIONE INTERNET AL DI FUORI DELLE ATTIVITÀ LAVORATIVE: IL CASO

Il Comune di Bolzano avvia un procedimento disciplinare contro un lavoratore al quale viene contestato di aver visualizzato Facebook e YouTube durante l’orario di lavoro. Il lavoratore scopre allora di essere stato controllato e presenta un reclamo al Garante della Privacy che procede con le indagini.

Si svela allora un sistema di monitoraggio e filtraggio delle attività su internet dei dipendenti da parte del Comune, corredato dalla conservazione dei dati raccolti per un mese e la creazione di report.

Il Garante decide quindi di procedere contro il Comune, nonostante questo avesse stipulato con i sindacati un accordo in materia e nonostante il procedimento venisse archiviato per l’inattendibilità dei dati raccolti a proposito della navigazione internet del lavoratore.

IL TRATTAMENTO DEI DATI DEVE AVVENIRE SEMPRE NEL RISPETTO DEL GDPR

Il Garante ha spiegato che qualsiasi trattamento di dati personali deve avvenire in accordo alle regole previste dal Gdpr. Il sistema architettato dal Comune di Bolzano invece

«consentiva operazioni di trattamento non necessarie e sproporzionate rispetto alla finalità di protezione e sicurezza della rete interna, effettuando una raccolta preventiva e generalizzata di dati relativi alle connessioni ai siti web visitati dai singoli dipendenti. Il sistema raccoglieva inoltre anche informazioni estranee all’attività professionale e comunque riconducibili alla vita privata dell’interessato».

Inoltre:

«l’esigenza di ridurre il rischio di usi impropri della navigazione in Internet non può portare al completo annullamento di ogni aspettativa di riservatezza dell’interessato sul luogo di lavoro, anche nei casi in cui il dipendente utilizzi i servizi di rete messi a disposizione del datore di lavoro».

Il caso si è concluso con una sanzione di 84.000€ e la revisione di tutti gli aspetti tecnici necessari ad «anonimizzare il dato relativo alla postazione di lavoro dei dipendenti, cancellare i dati personali presenti nei log di navigazione web registrati, nonché aggiornare le procedure interne individuate e inserite nell’accordo sindacale».

La raccolta, il trattamento e l’uso dei dati personali è importante. Per adeguare la tua azienda o il tuo studio legale, scopri i servizi privacy di Servicematica.

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Durante una riunione, dà della “ragazzina” alla giovane collega: sanzionato avvocato anziano

Per risolvere in via bonaria una controversia, un Avvocato anziano offende la giovane collega dandole della ragazzina. Dunque, il Cnf lo sanziona con l’avvertimento perché, proprio in ragione della sua esperienza ed età, avrebbe potuto evitare. Infatti, chi riveste il ruolo di Avvocato, per mantenere decoro e dignità, deve “astenersi da […] espressioni sconvenienti od offensive” (art. 52 ncdf, già 20 c.d.f.).

L’Avvocato anziano che sminuisce la giovane collega va sanzionato per disvalore

Firenze. Succede che, nel corso di una riunione tenuta -anche in presenza di terzi- per risolvere in via bonaria una controversia, un Avvocato offenda una collega. In particolare, si tratta di un avvocato anziano che, rivolgendosi nei confronti di una giovane collega, avrebbe utilizzato l’epiteto di “ragazzina”. A questo punto, succede che la giovane ricorra al C.O.A. presentando un esposto.

Quindi, il C.O.A. avvia procedimento disciplinare nei confronti dell’Avvocato che, dovendo difendersi, nega i fatti contestati, sminuendone la gravità. Allora, il fascicolo viene trasferito al Consiglio distrettuale di disciplina, ove l’Avvocato deve rispondere della violazione degli artt. 9, 19, 52 comma 1 Codice deontologico. Infatti, l’attività istruttoria del C.D.D. accerta la responsabilità dell’Avvocato in relazione ai suddetti capi d’imputazione, irrogandogli la sanzione dell’avvertimento.

[newsletteravvocati]

Dunque, l’Avvocato ricorre al C.N.F. chiedendo il proscioglimento dalle accuse: la sua condotta aggressiva non è provata e -comunque- la responsabilità sarebbe della Collega. Tuttavia, il C.N.F. rigetta il ricorso: le valutazioni del C.D.D. sono corrette e le espressioni utilizzate offensive. In effetti, chi riveste il ruolo di Avvocato “deve in ogni caso astenersi dal pronunciare espressioni sconvenienti od offensive” (art. 52 ncdf, già 20 c.d.f.).

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I Malware più diffusi in Italia nel 2021 e come difendersi

Quali sono i virus informatici più diffusi nel mostro paese?

CERT-AgID ha individuato le 10 classi di malware che hanno colpito di più le PA durante il primo semestre 2021.

MOLTI INFOSTEALER, NESSUN RANSOMWARE

Il Computer Emergency Response Team dell’Agenzia per l’Italia Digitale ha rilevato 238 attacchi informatici verso la PA. Tutti i malware individuati appartengono alla classe degli infostealer, mentre non risultano ransomware.

COSA SONO MALWARE, RANSOMWARE E INFOSTEALER

I malware sono virus informatici, ovvero software dannosi che, una volta installati nel computer o nello smartphone, permetto al cybercriminale di compiere attività diverse.
Per esempio, i ransomware impediscono al proprietario del dispositivo di utilizzarlo fintantoché non venga pagato un riscatto. Mentre gli infostealer permettono al cybercriminale di rubare informazioni
– da rivendere sul Dark Web (dati personali),
– da utilizzare per accedere ad altri sistemi o altri livelli di sicurezza e ottenere ulteriori informazioni (credenziali d’accesso),
– per accedere a conti bancari.

I MALWARE INFOSTEALER INDIVIDUATI DA CERT-AGID

Ecco alcuni degli infostealer rilevati da CERT-AgID.

Formbook:

È il malware più rilevato.

Viene diffuso tramite allegati in formati .zip, .rar, .iso, ecc., ma anche con l’apertura di una finta (ma credibile) pagina di download di WeTransfer che contiene un link fraudolento.

ASTesla

È il secondo più registrato. Si diffonde tramite finti messaggi da parte di DHL che invitano a scaricare degli allegati.

Una volta installato invia informazioni sul computer infettato, l’utente, registra i cookie, esegue screenshot, salva il contenuto degli appunti e credenziali.

Ursnif

Al terzo posto si trova questo trojan bancario.

Viene diffuso tramite email che replicano perfettamente nella grafica i portali di INPS, MISE o dell’Agenzia delle Entrate, contenenti allegati Excel.

Flubot

È l’unico dei 10 malware individuati a diffondersi tramite SMS che emulano messaggi di consegna, ritiro o tracciamento di spedizioni DHL con link malevoli.

Colpisce i sistemi Android.

sLoad

La particolarità di questo malware è di essere l’unico a diffondersi tramite allegati inviati via PEC. Poiché la Posta elettronica certificata è usata per comunicazioni ufficiali, gli utenti sono più inclini ad aprire mail e allegati anche quando non sono sicuri della provenienza e del contenuto.

COME PROTEGGERSI DAI MALWARE

Ci sono semplici regole da seguire per gestire al meglio la propria sicurezza informatica.

  1. Aggiornare sempre l’antivirus
  2. Aggiornare il sistema operativo e i plugin (es. Java)
  3. Effettuare backup periodici dei file contenuti nel proprio pc, meglio se in più copie
  4. Non aprire mai gli allegati di mail di cui non si è sicuri. In caso di dubbio, chiedere conferma al mittente
  5. Controllare l’estensione degli allegati: exe, zip, js, jar, scr sono le più usate in caso di virus
  6. Non collegare al computer chiavette USB o altri dispositivi esterni di cui non si è certi
  7. Utilizzare i filtri antispam per bloccare le mail di phishing
  8. Non cliccare su banner o pop-up in siti non sicuri
  9. Informarsi periodicamente e diffondere consapevolezza sulla materia tra tutti gli utenti che utilizzano i medesimi dispositivi o accedono alla medesima rete internet.

Puoi aumentare la sicurezza informatica della tua azienda e del tuo studio rivolgendoti a Servicematica.

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Scadenza della firma digitale

Scadenza firma digitale: cosa fare degli atti già firmati?

Nella dimensione telematica, la durata dei processi cozza con la durata della firma digitale

Il passaggio al processo telematico presenta indubbiamente numerosi vantaggi, ma anche alcune insidie. Tra queste, una delle più importanti appare l’incompatibilità tra la durata dei processi e la durata della firma digitale. Infatti, sulla durata del processo italiano non serve spendere ulteriori parole, mentre la firma digitale ha una validità media di 3 anni.

Firma digitale scaduta: procedere con attestazione di conformità o consulenza tecnica informatica

La dimensione telematica del processo presenta un’insidia particolare: l’incompatibilità tra la durata del processo e quella della firma digitale. Infatti, il certificato di firma ha una scadenza media di tre anni, dopo i quali è necessario procedere con il rinnovo. Tuttavia, il termine “rinnovo” è improprio: di fatto, viene emesso un nuovo certificato di firma qualificata, altrettanto idoneo, ma diverso.

Ci si accorge che la firma digitale è scaduta quando, nel depositare un atto, il sistema informatico sortisce un messaggio di errore.

Capita -per esempio- quando si migrano in appello gli atti firmati digitalmente anni prima, in primo grado. Oppure quando -sempre per esempio- la firma scade tra la notificazione dell’atto di citazione e il suo deposito al momento della costituzione.

Quindi, attualmente, esiste un solo vero metodo in grado di garantire la validità dell’atto firmato nel tempo:  la conservazione digitale.

Infatti, rappresentando piena conformità alle regole tecniche per la validazione temporale, essa è strumento effettivamente in grado di rendere data e ora del documento opponibili a terzi.

Ora, in particolare, per l’Avvocato quali documenti è importante conservare? Fatture elettroniche, lettere monitorie, diffide stragiudiziali, scritture private proprio come ricevute pec.

Infine, è importante sottolineare che la conservazione digitale è applicabile, con la medesima validità legale nel tempo, anche per qualsiasi altro documento informatico.

Riferimenti normativi

DM 44/11, art.20, regole tecniche del pct e DL 82/ 2005 Art.43 Codice Amministrazione digitale dl 85/2005 Art.20 comma 3:

https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:2005-03-07;82!vig=

 

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Relazione 2020 del Garante della Privacy. Al centro, la tutela dei dati personali

La settimana scorsa il Garante della Privacy ha presentato al Parlamento la relazione annuale relativa alle attività svolte nel corso del 2020.

Vediamo alcuni dei contenuti.

PANDEMIA, TECNOLOGIE E PRIVACY

La pandemia ha costretto le persone a interagire maggiormente con le tecnologie esponendole maggiormente ai rischi legati al trattamento dei propri dati personali.
A tal proposito, tra gli interventi del Garante  tra il 2020 e il 2021 si ricordano quelli legati alla app “Immuni”, all’AppIO e il Green Pass, ai test sierologici, alla raccolta dei dati sanitari di dipendenti e clienti, alla ricetta elettronica, alla didattica a distanza e anche ai processi civile, penale e amministrativo da remoto.

Ma le “questioni di privacy” trattate dal Garante hanno riguardato anche le attività delle  grandi piattaforme digitali, come Facebook e Google, il telemarketing, il Cashback e la lotteria degli scontrini, il rapporto con le PA, come per l’istruttoria avviata sul sito dell’INPS o i problemi con la conservazione delle fatture elettroniche da parte dell’agenzia delle entrate, nonché il cyberbullismo e il revenge porn.

IL VALORE DELLA PROTEZIONE DEI DATI PERSONALI

In questi nuovi scenari, la tendenza a forme di controllo ingiustificate non sono mancate.
Nel discorso di presentazione della relazione, il Presidente Stanzione ha spiegato che:

«La permanenza della condizione pandemica ci ha insegnato a convivere con le limitazioni dei diritti, tracciando tuttavia il confine che separa la deroga dall’anomia, dimostrando come la democrazia debba saper lottare, sempre, con una mano dietro la schiena»

Stanzione ha però ricordato anche che:

« [la] protezione dei dati può rappresentare, infatti, un prezioso strumento di difesa della persona da vecchie e nuove discriminazioni e di riequilibrio dei rapporti sociali, nella direzione dell’eguaglianza e della pari dignità sociale indicate dalla nostra Costituzione».

La tutela della privacy risulta dunque essere un presupposto per la democrazia, poiché crea le condizioni in cui ogni individuo può autodeterminarsi e in cui la società può trovare il giusto equilibrio tra pubblico e privato, tra diritti e libertà.

I NUMERI DEL GARANTE DELLA PRIVACY NEL 2020

Tra parentesi i numeri del 2019.

  • – 278 i provvedimenti collegiali adottati (232)
  • – 8.984 i riscontri a reclami e segnalazioni (8.092).
  • – 60 pareri su atti regolamentari e amministrativi (46)
  • – 7 pareri su norme di rango primario statale, delle regioni e delle autonomie (6).
  • – 8 comunicazioni di notizie di reato all’autorità giudiziaria (9)
  • – 15.040 risposte ai quesiti legati alla relazione con il pubblico (15.821).
  • – 21 ispezioni (147)
  • – 179 riunioni internazionali (137)
  • – 1.387 notifiche di violazione dei dati personali (1.443)
  • – 38.448.895 € totale delle sanzioni riscosse (poco più di 3 milioni)
  • – 184 misure correttive e sanzionatorie ex art. 58(2) del GDPR

L’introduzione del GDPR (Regolamento Ue 2016/679 ) ha imposto il rispetto di regole in materia di raccolta, trattamento e uso dei dati personali di dipendenti, collaboratori e clienti. Per adeguare la tua azienda o il tuo studio legale, scopri i servizi privacy di Servicematica.

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Cassa forense: tutte le scadenze 2021

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Per i contributi minimi si aspetta il decreto applicativo della legge di bilancio 2021

La Cassa forense dà comunicazione delle scadenze del 2021; tuttavia, per la definizione dei criteri e delle modalità per l’esonero parziale dal pagamento dei contributi previdenziali bisogna attendere la legge di bilancio 2021. Comunque, si tratta di un esonero riservato agli iscritti alle Casse professionali con reddito complessivo -nel 2019- non superiore a 50.000euro e con un importante calo del fatturato (33%) nel 2020.

Cassa forense: pagamenti, scadenze e contributi volontari/ facoltativi per l’anno 2021

Gli iscritti alla Cassa forense che ritengono di non rientrare nei parametri di legge possono procedere al versamento dei contributi minimi 2021. Infatti, sono sufficienti bollettini Mav o Modelli F24 precompilati e personalizzati (che consentono anche la compensazione con crediti vantati con l’erario). Quindi, l’elenco delle scadenze da tenere in considerazione riguarda l’ultimo quadrimestre del 2021, cioè:

  • 30 settembre: termine invio telematico mod. 5/2021 (procedura disponibile on line dal 20/07/2021);
  • 31 ottobre 2021 emissione straordinaria: termine pagamento contribuzione minima obbligatoria per i neo iscritti. Contributi di autoliquidazione Mod. 5/2021;
  • 31 dicembre 2021: termine pagamento contribuzione soggettiva minima obbligatoria per il 2021;
  • termine pagamento contributi autoliquidazione connessi al mod. 5/2021 (1a e 2a rata)
  • termine pagamento intero contributo maternità 2021.

Per quanto concerne invece i contributi volontari/facoltativi 2021: la scadenza è quella del 31 dicembre. Infatti, in quella data scade innanzitutto il temine per il pagamento del contributo soggettivo modulare. Infine, scade il termine per il pagamento facoltativo dell’integrazione del contributo minimo soggettivo per il riconoscimento (eventuale) dell’intera annualità previdenziale.

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Green Pass, privacy e intelligenza artificiale: la carta dei diritti digitali europea

L’introduzione del Green Pass ha sollevato qualche interrogativo legato alla tutela della privacy. La certificazione si basa infatti su tecnologie digitali e la privacy è sempre uno dei nodi più difficili da sciogliere in casi come questo.

Anche da qui nasce l’idea di una carta dei diritti digitali, una sorta di costituzione dell’Europa digitale a tutela di tutti i cittadini dell’Unione, che potrebbe essere proposta al parlamento UE da parte di DG Connect entro la fine del 2021.

DG Connect è un sotto-organo della Commissione Europea che si occupa di tutto ciò che è legato al mondo digitale. Presidente è Roberto Viola che, in un’intervista a Repubblica, ha spiegato i tanti progetti in corso.

IL GREEN PASS, UN SUCCESSO ANCHE GRAZIE ALLA PRIVACY

Viola si dice soddisfatto di come sta procedendo l’emissione dei Green Pass: “Ne abbiamo emessi già 250 milioni, pari a più o meno la metà della popolazione dell’Ue“.

Il successo dell’iniziativa si deve, secondo lui, anche al fatto che la certificazione rispetta la privacy:

“I dati della singola persona sono sigillati all’interno del Qr Code, e da lì non escono. […] L’operazione di verifica funziona anche con i due smartphone in modalità aereo, perché fra i due non c’è alcuno scambio di dati”.

LA PRIVACY AL CENTRO DELLA CARTA DEI DIRITTI DIGITALI

Secondo Viola, la privacy è un dono da proteggere e custodire, ma sempre in accordo con altre esigenze come quelle legate alla salute e all’economia.

La carta dei diritti digitali (Digital Service Act) nasce con l’obiettivo di riequilibrare i pesi e le responsabilità di persone e aziende. A proposito di quest’ultime, Viola spiega:

“Grandi o piccole che siano, avranno uguali diritti ma diversi doveri. Perché è giusto che i più grandi (es.: Facebook e Google, ndr) abbiano più grandi responsabilità rispetto a quello che fanno online e a come ci trattano online. Perché con maggiore attenzione e maggiori investimenti, forse certe storture del passato si sarebbero potute evitare”.

L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Un altro tema fortemente legato alla privacy è quello dell’uso dell’intelligenza artificiale.

La carta dei diritti digitali vuole garantire maggiori tutele anche in questo ambito:

“Nonostante critiche e perplessità, il 90% delle applicazioni pratiche dell’IA non verranno toccate o influenzate dalle regole che stiamo scrivendo. E però vogliamo intervenire se queste tecnologie mettono a rischio le persone o le loro libertà fondamentali.
Non tollereremo che vengano usate per sorveglianza e controllo sociale o per qualsiasi forma di condizionamento e anche vogliamo tutelare i bambini da eventuali manipolazioni”.

La privacy riguarda tutti, anche PMI e studi legali. L’introduzione del GDPR (Regolamento Ue 2016/679 ) impone il rispetto di regole in materia di raccolta, trattamento e uso dei dati personali di dipendenti, collaboratori e clienti. Per adeguarti anche tu, scopri i servizi privacy di Servicematica.

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