Vaccinazione ed assenza dal lavoro

Vaccinazione Covid-19: assenza giustificata o permesso?

L’Aran traccia le coordinate per la richiesta del permesso lavorativo a scopo vaccinale

Partecipare alla campagna di vaccinazione al Covid-19 significa spesso doversi assentare dal lavoro nel giorno prefissato per l’appuntamento.  In realtà, talvolta capita che tale assenza debba protrarsi anche al giorno successivo, per gli effetti collaterali. Quindi, come gestire questa necessità nell’ambito lavorativo? Si tratta di un’assenza giustificata o di un permesso?

Il certificato di vaccinazione è sufficiente come giustificazione per assenza o permesso.

In Italia, la campagna di vaccinazione al Covid-19 procede speditamente ed è ormai estesa ad una larga maggioranza della popolazione. Ma che cosa succede quando un dipendente della Pubblica Amministrazione deve assentarsi dal lavoro per partecipare alla campagna vaccinale? A tal proposito, esistono diverse possibili giustificazioni che si possono utilizzare, selezionabili a seconda dell’attività lavorativa svolta.

Infatti, da un lato vi sono i dipendenti degli enti locali che -per specifica necessità connessa all’attività svolta- si vaccinano per prevenzione. Tra questi compaiono: medici, personale sanitario, forze dell’ordine e personale educativo; per loro, una corsia preferenziale per la vaccinazione. Per questo motivo, la loro assenza è completamente giustificata ed equiparata allo svolgimento dell’attività lavorativa.

Dall’altro lato si trovano tutti gli altri dipendenti degli enti locali -la cui necessità vaccinale non è connessa all’attività lavorativa. Per loro, l’Aran (Agenzia per la rappresentanza Negoziale delle Pubbliche Amministrazioni) applica le regole generali: a scelta del dipendente, il permesso è per ragioni personali, familiari, breve o a recupero. Infine -e questo riguarda tutti i dipendenti- per fornire la giustificazione dei suddetti permessi, è sufficiente il rilascio del certificato di vaccinazione.

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Il Legal Design per rendere l’informazione legale più fruibile

Se la legge è uguale per tutti, non si può dire che sia anche chiara per tutti.
Sfortunatamente, norme, atti, contratti e altri documenti legali sono quasi sempre incomprensibili soprattutto (ma non solo) ai non professionisti.

Il Legal Design vuole risolvere questa difficoltà.

COS’È IL LEGAL DESIGN

La Legal Design Alliance definisce così il Legal Design:

“un approccio interdisciplinare incentrato sull’uomo, volto a prevenire o risolvere il problema legale. Questo approccio dà la priorità al punto di vista degli utenti della legge – non solo avvocati e giudici, ma anche cittadini, consumatori, aziende, ecc.”.

Il suo obiettivo è semplificare la comunicazione legale, rendere i contenuti subito fruibili, immediatamente comprensibili, senza passare per una dispendiosa decodifica.

NON SOLO LINGUAGGIO

Questo approccio va ben oltre il semplice alleggerimento linguistico, con l’abbandono del “legalese” a favore di un linguaggio più immediato.

Infatti, il Legal Design lavora anche sulla struttura del documento. Non si tratta solo di scegliere un’impaginazione o un font che facilitino la lettura, ma anche di eliminare tutte le informazioni di contorno ambigue o prive di valore, i dettagli che distraggono, gli elementi che affaticano, per non complicare l’esperienza del destinatario.

Inoltre, il Legal Design contempla anche l’uso di altri media che non siano il testo scritto, come le infografiche, per aumentare la comprensibilità dell’informazione che si vuole trasmettere.

Il Legal Design non è qualcosa di lontano e confinato a certi ambienti. In questo anno e mezzo di pandemia tutti noi ne abbiamo visto diversi esempi: basti pensare a tutte le schede informative che, testualmente e tramite immagini, ci hanno presentato il contenuto dei diversi DPCM, spiegandoci cosa potessimo o non potessimo fare.

LA PERSONA AL CENTRO

Il punto cardine del Legal Design è mettere al centro il destinatario dell’informazione e il suo bisogno reale, cioè ottenere una risposta a una domanda o la soluzione a un problema: a chi si rivolge quel documento? Quali sono il linguaggio e il media migliore per comunicare con lui? Cosa desidera ottenere?

Modulare la comunicazione in base a questi aspetti, rendere l’informazione chiara e accessibile, permette di generare fiducia nel destinatario, che è la base di qualsiasi relazione umana, anche professionale.

AVVOCATI E LEGAL DESIGN

Vale la pena ricordare il Decreto n.37 dell’8 marzo 2018, che ha modificato il D.M. 55/2014 relativo alla determinazione dei parametri per la liquidazione dei compensi degli avvocati.

All’art. 1, comma 1-bis, il decreto contempla un aumento dei compensi dell’avvocato nel caso in cui “gli atti depositati con modalità telematiche sono redatti con tecniche informatiche idonee ad agevolarne la consultazione, la fruizione e, in particolare, quando esse consentono la ricerca testuale all’interno dell’atto e dei documenti allegati, nonché la navigazione all’interno dell’atto”.

In sostanza, ciò che viene chiesto e premiato è proprio di facilitare l’esperienza d’uso da parte del Giudice che deve visionare gli atti.
Come si può intuire, la maggiore fruibilità non passa per una semplificazione del lessico — trattandosi di un destinatario con competenze tecniche — ma attraverso tutti quegli espedienti che possono velocizzare, alleggerire, rendere più immediata la lettura: dai link ipertestuali alle tabelle, fino ad elementi grafici più elaborati.

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Perché la giustizia è rappresentata bendata?

L’iconografia della Giustizia muta nel tempo in rappresentanza delle epoche di riferimento

Nell’immaginario collettivo il termine “Giustizia” porta con sé vari, eterogenei significati, tra i quali l’immagine iconografica. Infatti, ad oggi, se si pensa alla raffigurazione di Giustizia, è pensiero comune immaginare una dea bendata, bilancia e spada alla mano. Ora, poiché suddetti elementi non compaiono casualmente, e non sono fissi nel tempo: qual è il loro significato?

La benda della Giustizia indica imparzialità, uguaglianza, capacità di non farsi influenzare

L’immagine iconografica della Giustizia ha subìto, nel corso degli anni, una complessa evoluzione, a seconda delle epoche e dello spirito comune. Infatti, in origine, la figura era connotata da estrema sacralità: per gli antichi greci era Dike, per i romani Iustitia. Tuttavia, a partire dalla fine del Medioevo inizia un lento processo di laicizzazione che conduce all’ormai consolidata iconografia.

Riguardo la bilancia, essa simboleggia equilibrio tra bene e male, misura, prudenza, ponderatezza ed equità. Infatti, questi sono alcuni dei compiti principali che la giustizia è tenuta a conservare, allo scopo di ristabilire ordine e armonia. Invece, la spada incarna il significato intrinseco del giudizio: forza e punizione, sanzione e severità della pena per chi non la rispetta.

Riguardo la benda: anche se inizialmente, la sua connotazione è negativa (sfiducia nell’idea stessa di giustizia), nel corso del tempo, essa diventa marcatamente positiva. Infatti, oggigiorno, l’idea è che non essendo in grado (e non dovendo) distinguere chi ha davanti, Giustizia tratti tutti allo stesso modo. In questo quadro, essa rappresenta imparzialità e uguaglianza: priva di condizionamenti o influenze essa compie il suo lavoro senza guardare in faccia nessuno.


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Salute, vaccini e consenso informato

L’introduzione dei vaccini anti-covid ha dato il via a un dibattito sul consenso informato che ha visto, ancora a inizio anno, il Codacons criticare il modulo scelto proposto Pfizer.

L’associazione aveva pubblicato sul proprio sito una nota in cui illustrava le proprie perplessità:

«sembrerebbe che chi si sottopone al vaccino prodotto da Pfizer-Biontech debba obbligatoriamente sottoscrivere dei ‘moduli di scarico di responsabilità’ che esonerano l’azienda farmaceutica e il personale sanitario che esegue la vaccinazione da qualsiasi responsabilità per eventuali reazioni avverse, danni a lunga distanza ovvero inefficacia della vaccinazione».

Il Codacons riteneva il modulo di consenso informato di Pfizer illegittimo poiché:

«in contrasto con la normativa italiana di cui alla Legge 210 del 1992.
La nostra normativa prevede riconoscersi indennizzi per danni da vaccinazioni obbligatorie e la vaccinazione anti Covid 19, seppur non obbligatoria, risulta riconducibile alla suddetta disciplina.
La ratio si ravvisa, infatti, nella volontà della tutela del diritto alla salute di coloro che si sottopongono, tra le altre cose, a vaccinazioni obbligatorie. Tuttavia, la Corte Costituzionale ha esteso questi principi alle vaccinazioni raccomandate affermando che contrasterebbe con i parametri costituzionali evocati il diverso trattamento imposto dalla disposizione censurata, quanto alla corresponsione dell’indennizzo, tra coloro che risultano affetti da lesioni o infermità provocate da vaccinazioni obbligatorie e coloro che le medesime patologie manifestano a seguito di una vaccinazione, non obbligatoria ma raccomandata dall’autorità sanitaria […] Risultando tale vaccinazione finalizzata anche alla tutela della salute collettiva».

LA SALUTE E IL CONSENSO INFORMATO

Quando si parla di salute bisogna ricordare che nell’art. 32 della Costituzione, al comma 2, si legge che “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.

Ciò significa che un trattamento sanitario può essere legittimato solo se si ottiene il consenso informato da parte del paziente. Tale consenso deve essere consapevole, basato su informazioni chiare e comprensibili, relative a benefici e rischi e alternative, e che dia la possibilità al paziente di accettare o rifiutare liberamente il trattamento.

Perché le informazioni siano chiare, è necessario che queste non siano soggette a possibili interpretazioni o manipolazioni che possono influenzare la decisione del paziente.

Oltre a essere precise e univoche, le informazioni devono essere attuali. Il paziente deve essere informato qualora vi fossero delle variazioni nelle circostanze per le quali era stato previsto il trattamento. Alla luce di tali novità deve essere richiesto di nuovo il suo consenso all’eventuale trattamento.

Il paziente ha sempre la libertà di rivedere la propria posizione, revocando il consenso, variandolo o concedendolo in un secondo momento.

IL RUOLO DEL MEDICO

L’articolo Art. 35 del codice di deontologia medica dice che:

«L’acquisizione del consenso o del dissenso è un atto di specifica ed esclusiva competenza del medico, non delegabile. I
l medico non intraprende né prosegue in procedure diagnostiche e/o interventi terapeutici senza la preliminare acquisizione del consenso informato o in presenza di dissenso informato.
Il medico acquisisce, in forma scritta e sottoscritta o con altre modalità di pari efficacia documentale, il consenso o il dissenso del paziente, nei casi previsti dall’ordinamento e dal Codice e in quelli prevedibilmente gravati da elevato rischio di mortalità o da esiti che incidano in modo rilevante sull’integrità psico-fisica».

Il medico ha dunque il ruolo fondamentale di informare il paziente sul proprio stato di salute e su eventuali trattamenti, vaccinazioni comprese, nonché di raccogliere e documentare il consenso a tali trattamenti.

Il consenso informato rappresenta lo strumento di mediazione tra l’autodeterminazione del paziente e la responsabilità del medico. Tant’è che il medico che operi in assenza di consenso informato incorre in sanzioni penali e civili anche gravi.


VACCINAZIONE ETEROLOGA

Il tema del consenso informato tocca anche la vaccinazione eterologa anti-covid, ovvero la somministrazione di una seconda dose a base di un siero diverso da quello usato per la prima dose.

Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, ha rilevato un’incoerenza tra le indicazioni del Ministero della Salute, che considera obbligatorio accettare un vaccino diverso, e quelle dell’Aifa, che invece apre alla facoltà di scelta:

«è indispensabile adeguare il modulo di consenso informato a quanto previsto dalla L. 648/96 che prevede il “consenso informato scritto del paziente dal quale risulti che lo stesso è consapevole della incompletezza dei dati relativi alla sicurezza ed efficacia del medicinale per l’indicazione terapeutica proposta” – con adeguata informazione su benefici, rischi e incertezze delle opzioni per la seconda dose dopo Astrazeneca.
Per evitare che l’incongruenza tra le espressioni “dovere” e “potere” si traduca in una responsabilità esclusivamente a carico dei medici, con il rischio di disincentivare l’attività vaccinale, la Fondazione Gimbe chiede al Ministero della Salute e all’Aifa di esprimersi congiuntamente con una nota univoca e definitiva».

L’importanza del consenso informato va oltre gli aspetti sanitari e riguarda persino aziende e studi legali, sempre in contatto con dati e informazioni di clienti e partner. Per adeguarti alla normativa, scopri i servizi Privacy di Servicematica.

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Il disconoscimento dei filmati prodotti dalla dashcam non è un procedimento agevole

Piccole telecamere che aiutano a far parcheggiare, far manovra e proteggere l’auto da malintenzionati, le dashcam sono, ad oggi, uno strumento indubbiamente diffuso. Inoltre, anche se la legge non ne vieta istallazione né utilizzo, le forze di polizia possono sanzionare per un loro eventuale posizionamento scorretto. Infine, dal punto di vista della privacy, per essere utilizzato, il contenuto derivante dalla dashcam deve rispettare alcune regole precise.

Il Codice della Strada non vieta l’installazione né l’utilizzo delle dashcam

Se vi state chiedendo che cosa è una dashcam, sappiate che con questo termine inglese si definiscono quelle piccole telecamere installate in auto. Nello specifico, esse vanno posizionate sul cruscotto o vicino allo specchietto retrovisore e possono essere tanto piccole da non essere quasi visibili. Il loro utilizzo è volto tanto alla registrazione di immagini, quanto ad un aiuto pratico (parcheggi e manovre) e a protezione dell’auto.

Va detto che il Codice della Strada non disciplina l’utilizzo delle dashcam né il loro posizionamento all’interno dell’auto. Tuttavia, esse non devono andare ad ostruire o restringere il campo di visibilità e quindi limitare la sicurezza del veicolo. Quindi (art. 141 comma 2), in caso di posizionamento scorretto e allo scopo di garantire la sicurezza degli utenti stradali, la polizia può irrogare una sanzione.

Oltre a ciò, la dashcam ha valore probatorio in caso di incidente e -in questi casi- il suo disconoscimento è generalmente molto improbabile. Infine, la dashcam ha importanti risvolti anche in ambito di privacy; infatti, per essere utilizzato, il suo contenuto deve rispettare quattro regole precise. Insomma, è lecito riprendere il paesaggio però non i dati sensibili altrui e le immagini devono essere utilizzate esclusivamente a scopo personale.

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La riforma del processo civile punta alla riduzione dei tempi dei procedimenti, per questo il Min. Cartabia ha proposto la modifica della fase introduttiva e della fase decisoria, rendono la prima udienza definitiva.

PROCESSO CIVILE GLI EMENDAMENTI

È la Guardasigilli stessa a spiegare il valore dei 24 emendamenti presentati a modifica del ddl sulla riforma del processo civile:

“Ci siamo impegnati con le Istituzioni europee ad abbattere del 40% la durata dei processi in 5 anni. Dall’approvazione di questa, come delle altre imminenti riforme che riguardano la giustizia, dipende l’erogazione dei fondi previsti dal PNRR, per contribuire al rilancio complessivo del Paese e della sua economia”.

Gli emendamenti vanno dalla semplificazione dei procedimenti all’uso delle tecnologie introdotte per affrontare la pandemia, fino al potenziamento delle ADR.

LE MODIFICHE ALLA FASE INTRODUTTIVA

L’emendamento n. 8 va a toccare l’art. 3 del d.d.l. relativo alla revisione del processo di cognizione di primo grado di competenza del giudice monocratico.

L’emendamento modifica la fase introduttiva ponendo maggiore enfasi sulla prima udienza di comparizione delle parti, in modo da poter subito circoscrivere l’ambito del procedimento.

Vengono ripensati l’atto di citazione e la comparsa di risposta, che descriveranno i fatti e la posizione difensiva con precisione e chiarezza.

Inoltre, l’attore presenterà mezzi di prova e documenti sin dall’atto di citazione, pena la decadenza dell’azione. Anche il convenuto indicherà, sin dalla prima udienza e a pena di decadenza, le eccezioni non rilevabili d’ufficio e le domande riconvenzionali, e provvederà alla eventuale chiamata di terzi.

Infine, sempre dalla prima udienza, l’attore risponderà alle difese presentate dal convenuto, mentre entrambe le parti si occuperanno dei mezzi istruttori.

LE MODIFICHE ALLA FASE DECISORIA

Oltre alla fase introduttiva, anche la fase decisoria viene modificata.
In particolare, quanto indicato dall’art. 190 del codice di rito viene sostituito da una rimessione delle cause in decisione. Ciò riguarda sia le decisioni affidate al giudice monocratico sia quelle affidate al collegio.

I tempi di pronuncia e deposito della sentenza vengono ridotti. Con tribunale monocratico, la lettura del dispositivo e della motivazione avverrà subito dopo la discussione orale, a meno che il caso non sia particolarmente complesso, nel qual caso il giudice potrà depositare la decisione entro i trenta giorni successivi.

Il giudice potrà anche decidere di fissare l’udienza della causa per la decisione indicando i termini per il deposito di note scritte, per la precisazione delle conclusioni, per il deposito delle comparse conclusionali e delle note di replica. In questo caso il giudice, se monocratico, potrà depositare la sentenza entro i trenta giorni successivi, che diventano 60 in caso di giudice collegiale.

Il giudice potrà anche presentare una proposta conciliativa. Tale possibilità si estende fino a che la causa non viene rimessa in decisione.

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La PAS non è teoria accoglibile

Dopo il rigetto dell’Oms, ora anche i Tribunali dicono stop alla PAS

In materia di affidamento del minore e protezione dello stesso, inizia alla Camera l’esame della proposta di legge n.3148. A firma della deputata Boldrini, la proposta nasce per contrastare l’utilizzo improprio di teorie prive di fondamento scientifico nelle aule di giustizia. Dunque, tra le ipotesi, c’è l’eliminazione di fondamenti quali la sindrome di Münchhausen e la sindrome da madre malevola, o PAS.

Eliminare la PAS dai Tribunali per rinforzare l’insostituibile ascolto del minore

Nel corso degli anni, la PAS è divenuta criterio importante nell’ambito di affido dei figli nelle cause di separazione. Tuttavia, essendo priva di fondamento scientifico, quella dell’alienazione parentale è oggi una teoria eliminata dal Manuale diagnostico dei disturbi mentali, nonché rigettata dall’Oms. Così, anche sul piano legislativo si alzano voci per una sua eliminazione dalle aule dei Tribunali.

Da qui la proposta di legge che muove verso il distacco dalla teoria per un maggior ascolto del minore. Dunque, secondo la proposta giunta in esame della Commissione Giustizia alla Camera lo scorso 15 giugno, bisogna innanzitutto riconoscere il minore. In secondo luogo, ci si deve informare sulla responsabilità genitoriale (eventuali trascuratezze o abusi), e agire verso l’ascolto obbligatorio del minore.

Il quarto punto è la conseguenza diretta del terzo: dopo l’ascolto, il giudice deve tener conto del prioritario interesse della prole. Successivamente, qualora venissero riferiti episodi di violenza domestica o abusi, il figlio minore verrebbe affidato esclusivamente ad uno dei genitori. Gli art. 6, 7 e 9 si occupano della professionalità del personale implicato, mentre l’otto fornisce le linee guida in caso di affidamento a comunità.

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Il riconoscimento del titolo straniero di avvocato diventa più difficile

Con una nota dello scorso 28 maggio, il Ministero della Giustizia  ha chiesto al CNF regole più rigide per il riconoscimento del titolo straniero di avvocato.

Il CNF ha dunque emesso una circolare informativa con cui inoltre ha ribadito che l’iscrizione all’albo è sempre soggetta alla verifica dei requisiti che devono persistere lungo tutto l’arco di attività del professionista.

Per quanto riguarda il titolo straniero che abilita alla professione di avvocato, “a nulla rileva la pratica triennale condotta in Italia sulla base della direttiva 98/5/CE, utile a dispensare dalla prova attitudinale italiana un professionista solo laddove sia regolarmente abilitato nel proprio paese”.

IL TITOLO DI AVVOCATO RUMENO

La circolare CNF si concentra sul titolo di “avocat” conseguito in Romania tramite l’associazione UNBR Bota. Tale titolo è definito illegittimo poiché “l’unica autorità competente cui rivolgersi per verificare la validità del titolo di avocat acquisito in Romania è costituito dalla Uniunea Nationala a Barourilor din Romania – U.N.B.R”, che opera tramite l’IMI, il sistema di cooperazione tra autorità degli Stati membri dell’Unione Europea.

Sulla questione era già intervenuta la  la Corte di Giustizia UE con l’ordinanza del 25 novembre 2020 (C-191120 P), con cui ha ripreso una sentenza dell’Alta Corte di Cassazione Rumena che indicava come abusivo l’esercizio della professione legale da parte dei membri dell’associazione UNBR Bota.

IL TITOLO DI AVVOCATO SPAGNOLO

Per diventare “abogados”, i laureati spagnoli devono frequentare un master e superare un esame di stato.
Era possibile evitare entrambi i passaggi richiedendo l’omologazione alla laurea italiana in giurisprudenza entro il 31 ottobre 2011. L’iscrizione a un “colegio de abogados” non sana la mancanza dei requisiti per l’esercizio della professione in Italia (Tar Lazio n. 3066 del 19 marzo 2018).

Il Ministero evidenzia come alcune delle modalità per diventare abogado non siano idonee ad equiparare il titolo spagnolo a quello italiano. Pertanto, anche coloro che avessero conseguito il master e superato l’esame in Spagna dovrebbero documentare in modo dettagliato  tutto il percorso effettuato per avere la possibilità di ottenere l’abilitazione.

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I permessi legge 104 devono essere utilizzati solo per assistere il parente disabile

La Cassazione si pronuncia in merito all’utilizzo dei permessi riconosciuti sulla base della legge n.104/ 1992. Infatti, usufruendo della 104, è possibile ottenere permessi lavorativi allo scopo di assistere i/il parenti/e disabili/e. Tuttavia, che cosa accade se un lavoratore dipendente ottiene tale permesso ma lo utilizza per svolgere attività altre rispetto all’assistenza?

Utilizzo improprio legge 104: abuso di diritto e violazione principio della correttezza

Succede che ad un dipendente vengano concessi due giorni sulla base della legge 104, per assistere la madre malata. Succede inoltre che tale lavoratore invece di svolgere suddetta attività di assistenza, compia attività del tutto incompatibili con la legge 104. Quindi, egli viene scoperto dall’investigatore incaricato dal datore di lavoro e, a questo punto, scatta il licenziamento disciplinare.

In effetti, l’accertamento investigativo rivela che la giornata dell’uomo trascorre tra mercato, supermercato e gita al mare in famiglia. Inoltre, non avendo comunicato il cambio di residenza della madre, il datore è privato della possibilità di effettuare direttamente i controlli. Perciò, sia i giudici di primo che di secondo grado si dichiarano concordi nel confermare la legittimità del licenziamento del dipendente (art.54 del CCNL).

Dunque, il lavoratore ricorre in Cassazione: tra i cinque motivi sollevati compaiono il mancato avviso dei controlli ed una sproporzione della sanzione. Tuttavia, la decisione degli Ermellini è chiara: l’utilizzo improprio dei permessi è abuso del diritto, il licenziamento è legittimo. Per di più, la tenuta del lavoratore viola anche i principi di buona fede e correttezza nei confronti del datore.

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In un documento scritto dalla segreteria generale del Consiglio d’Europa si legge che quella dell’avvocato è una professione particolarmente soggetta al rischio di riciclaggio di denaro che necessita di maggiori controlli da parte delle istituzioni.

La professione legale viene affiancata al gioco d’azzardo «in termini di rischi di riciclaggio e finanziamento del terrorismo».

Queste le parole esatte contenuto nello scritto:

«In conformità con il Quadro strategico del Consiglio d’Europa verrà applicata la messa a fuoco per garantire che gli organismi di autoregolamentazione di alcune professioni particolarmente soggette al rischio di riciclaggio di denaro, come avvocati, fornitori di servizi fiduciari e aziendali, agenti immobiliari e commercianti di metalli preziosi e pietre, siano a loro volta controllati da un ente pubblico come ulteriore livello di supervisione».

LA REAZIONE DEL CCBE

Il Ccbe, il Consiglio degli ordini forensi d’Europa che rappresenta gli avvocati di 45 paesi diversi, ha subito chiesto chiarimenti alla segretaria Marija Pejcinovic Buric, e ribadito l’autonomia come fattore indiscutibile della professione legale.

Margarete von Galen, presidente del Ccbe ha così commentato:

«Il Ccbe ha avuto un numero significativo di scambi con la Commissione europea per quanto riguarda gli sforzi della professione in questo senso […]. Ma siamo rimasti sorpresi nel leggere il riferimento a “un ente pubblico come ulteriore livello di supervisione” in materia di autoregolamentazione della professione forense e siamo preoccupati di osservare che tale formulazione provenga da un documento del Consiglio d’Europa. Riteniamo che la dicitura dimostri incomprensione del ruolo, della funzione e dell’importanza dell’autoregolamentazione rispetto al diritto della professione legale».

Perché la giustizia funzioni, gli avvocati devono essere indipendenti da ogni forma di potere, compresa la sorveglianza statale.

Il Ccbe ricorda la Raccomandazione sulla libertà di esercizio della professione di avvocato, documento adottato dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa ancora nel 2000, che prevede che ordini e associazioni di avvocati rimangano organismi autonomi e indipendenti dalle autorità e dal pubblico, e che la loro libertà non sia soggetta ad alcuna restrizione.

AVVOCATI E RISCHIO RICICLAGGIO

È sempre Von Galen, nella medesima risposta, a illustrare il rapporto tra gli avvocati e i rischi:

«La professione legale è attenta alla minaccia del riciclaggio di denaro e se ne sta occupando attivamente e sostiene qualsiasi misura chiara, giustificata e proporzionata e continuerà a farlo. A questo proposito noi non vediamo l’ora di collaborare con il Consiglio d’Europa per lavorare insieme nella lotta contro il riciclaggio».

E ancora:

«Qualsiasi avvocato che consapevolmente partecipa ad attività illegali dovrebbe essere trattato come qualsiasi altro criminale. Questa è una posizione che noi del Ccbe e degli Ordini degli avvocati abbiamo sempre mantenuto e reso molto chiara».

TRA AUTOREGOLAMENTAZIONE E SUPERVISIONE

La segretaria Marija Pejcinovic Buric ha replicato alla lettera della Von Galen senza però chiarire i dubbi sollevati dal Ccbe:

«Un requisito fondamentale del Gafi [Gruppo di azione finanziaria internazionale], in vigore dal 2012, obbliga le autorità a supervisionare il lavoro degli organismi di autoregolamentazione, anche nella professione legale. Ho evidenziato questo punto nella mia relazione perché, purtroppo, questo requisito è in larga misura trascurato dagli Stati membri. Il Consiglio d’Europa avrà ovviamente la massima cura per garantire che le modalità di controllo degli organi di autoregolamentazione non pregiudichino l’indipendenza e in particolare le funzioni essenziali degli avvocati come ausiliari di giustizia».

[Fonte: Il Dubbio – «Avvocati soggetti al rischio riciclaggio, vanno controllati». Il Ccbe insorge contro Strasburgo]

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