L’86% delle tasse va allo stato centrale

Nel 2023[1] il gettito tributario complessivo è stato pari a 613,1 miliardi di euro. Di questi, 529,4 miliardi (pari all’86 per cento del totale) sono stati incassati dallo Stato centrale; gli altri 83,7 (pari al 14 per cento del totale), sono finiti nelle casse delle Regioni e degli Enti locali (vedi Tab. 1). Per contro, la spesa pubblica, al netto delle uscite previdenziali e degli interessi sul debito pubblico, ha sfiorato i 644 miliardi. Di questo importo, 362 miliardi (pari al 56 per cento del totale) sono stati spesi dallo Stato centrale, i rimanenti 281 (pari al 44 per cento del totale) sono usciti dalle casse delle Regioni e degli Enti locali (vedi Graf. 1).

In altre parole, se la quasi totalità delle tasse pagate dagli italiani finisce nelle casse dello Stato centrale, solo poco più della metà della spesa pubblica è in capo sempre a quest’ultimo soggetto. Pertanto, tra questi due livelli di governo vi è una sperequazione tra la distribuzione delle entrate tributarie e della spesa pubblica molto preoccupante. A dirlo è l’Ufficio studi della CGIA.

Ciò implica che gli Enti pubblici locali, i quali sostengono quasi la metà della spesa per i servizi offerti ai cittadini (quali sanità, trasporto pubblico locale, edilizia abitativa, ecc.), ricevono le risorse prevalentemente dallo Stato centrale e solo in misura limitata direttamente dai contribuenti. Di conseguenza, la capacità finanziaria di Regioni e Comuni dipende dai trasferimenti statali, spesso vincolati dall’andamento della spesa storica e dalla capacità delle amministrazioni locali di “negoziare” tali risorse con Roma.

Inoltre, negli ultimi trent’anni numerose funzioni e servizi pubblici sono stati trasferiti dal livello centrale a quello periferico, senza che vi fosse un corrispondente incremento dell’autonomia finanziaria degli enti locali. Spesso, tale situazione ha comportato un doppio onere per i cittadini; per poter disporre di tali servizi i contribuenti dapprima li sovvenzionano con la fiscalità generale e successivamente con l’aggiunta di salatissimi ticket imposti a livello locale.

Tra le entrate tributarie in capo allo Stato e alle Amministrazioni centrali la più onerosa per le tasche dei contribuenti è l’Irpef[2] che, al lordo delle detrazioni e degli oneri deducibili, è costata agli italiani 208,4 miliardi. Segue l’Iva[3] con 140 miliardi e l’Ires[4] con 49,7 miliardi. Per le Regioni le voci in entrata più importanti sono l’Irap[5] con 28,9 miliardi, l’addizionale regionale Irpef con 13,5 e il bollo auto con quasi 6,6 miliardi. Le Province, invece, possono beneficiare del gettito dell’imposta sulla Rc auto che ammonta a 2,1 miliardi e il Pra[6] con 1,7. I Comuni, infine possono contare sulle entrate dall’Imu[7] con 18,6 miliardi, sull’addizionale comunale Irpef con 5,7 e sui contributi riscossi dalle concessioni edilizie con 1,7 (vedi Tab. 2).

Ricordiamo, inoltre, che lo squilibrio finanziario esistente tra centro e periferia ha “spinto” almeno due Amministrazioni regionali italiane – che nel rapporto dare/avere con lo Stato sono particolarmente “penalizzate” – a chiedere più autonomia. Stiamo parlando del Veneto e della Lombardia che, su questa materia, nel 2017 hanno entrambe tenuto un referendum consultivo.

Sebbene sia molto complesso misurarlo, anche perché non esiste un calcolo ufficiale e condiviso, la Banca d’Italia è comunque l’unica istituzione in grado di determinare il residuo fiscale. E’ una variabile importante per capire se i cittadini di una regione danno un contributo positivo o negativo al bilancio pubblico e anche per capire la direzione dei trasferimenti fra regioni che avvengono per mezzo dell’operatore pubblico.

 

Il residuo fiscale è dato dalla differenza tra le spese e le entrate della Pubblica Amministrazione (PA) in una determinata regione e in un dato intervallo di tempo. Se il residuo fiscale è positivo, la PA spende nella regione più delle entrate che si generano su quel territorio. Il che significa che i residenti di questa regione ricevono dal settore pubblico in tutte le sue articolazioni più di quanto non diano. Se il residuo è negativo, nella regione si spende meno delle entrate che si generano su quel territorio: i residenti della regione contribuiscono quindi positivamente al saldo del bilancio pubblico e/o ai trasferimenti ad altre regioni. Se, come spesso accade, si considerano i residui al netto della spesa per interessi, la somma ammonta al bilancio primario della PA[8].

 

Gli ultimi dati disponibili non sono recentissimi, infatti si riferiscono al 2019. Al netto delle Regioni a Statuto Speciale, essi evidenziano come nel rapporto dare-avere tra lo Stato centrale e le regioni, tutte le altre aree del Nord, ad eccezione della Liguria, presentano nelle tre ipotesi elaborate un valore negativo. In altri termini, nei tre approfondimenti realizzati dai ricercatori di via Nazionale, al netto della Liguria, la totalità delle regioni ordinarie del Nord “devolvono” in solidarietà agli altri territori e al bilancio pubblico più di quanto ricevono dallo Stato centrale.

Considerando le tre ipotesi elaborate dalla Banca d’Italia[9], se prendiamo in esame solo quella meno “penalizzante” per le regioni settentrionali emerge che, nel 2019, ciascun abitante di Veneto e Lombardia – vale a dire le due Regioni che più delle altre stanno chiedendo con forza il decollo della riforma sull’autonomia differenziata – ha “alimentato” le casse pubbliche e il resto del Paese rispettivamente con 2.680 e 5.090 euro.

Secondo l’Ufficio studi della CGIA, l’esistenza di un residuo fiscale eccessivamente negativo costituisce una delle motivazioni alla base della richiesta di autonomia differenziata delle due Amministrazioni regionali richiamate più sopra. Anche se con sfaccettature diverse, tutte, comunque, sono in linea di principio consapevoli che il centralismo statale abbia accentuato le disparità tra i territori.

Tornando ai dati sul “residuo fiscale”, le regioni del Mezzogiorno, invece, presentano, tutte un risultato positivo. Questo vuol dire che i flussi finanziari che ricevono dallo Stato centrale sono superiori alle risorse fiscali che “versano” allo stesso. La Campania, ad esempio, sempre nel 2019 ha registrato un “saldo” pro capite pari a +1.380 euro, la Puglia +2.440, la Sicilia +2.989 o e la Calabria +3.085 euro (vedi Tab. 3). Sia chiaro: questo è normale. Da sempre registriamo forti trasferimenti dal Nord al Sud. Tutto ciò, in linea di massima, non è dovuto ad una eccessiva spesa presente nel Sud, ma al fatto che i redditi nel Mezzogiorno sono più bassi e quindi sono più basse le tasse e i contributi versati dai residenti di questa ripartizione geografica.


[1] Ultimo anno in cui i dati sono disponibili.

[2] Imposta sui redditi delle persone fisiche.

[3] Imposta sul valore aggiunto.

[4] Imposta sui redditi delle società di capitali.

[5] Imposta regionale sulle attività produttive.

[6] Pubblico registro automobilistico.

[7] Imposta municipale unica.

[8] OCPI – Università Cattolica Sacro Cuore, “I residui fiscali: più trasparenza migliorerebbe il dibattito sulle autonomie”, 5 settembre 2024.

[9] Banca d’Italia – Economia regionali – “L’economia delle regioni italiane. Dinamiche recenti e aspetti strutturali”, n° 22, novembre 2020. Dall’analisi, l’Ufficio studi della CGIA ha escluso la prima ipotesi che non appare verosimile.


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Il principio affermato dai giudici è chiaro: il segreto professionale prevale, e la Guardia di finanza non può esaminare documenti “secretati” se non in presenza di un’autorizzazione specifica e motivata del pubblico ministero.

La vicenda

L’accertamento nasceva da dichiarazioni di terzi – probabilmente ex clienti – e dal ritrovamento, nello studio del professionista, di un brogliaccio con la contabilità parallela. L’avvocato, tuttavia, aveva eccepito il segreto professionale, opponendosi all’uso del documento. I finanzieri avevano mostrato un’autorizzazione della Procura, ma generica e rilasciata prima dell’opposizione formale: insufficiente, secondo la Cassazione.

L’obbligo di autorizzazione ad hoc

In base all’articolo 52 del Dpr 633/1972, infatti, il pm deve motivare l’autorizzazione indicando quali documenti si intendono acquisire e perché siano indispensabili. Solo così il giudice tributario può effettuare la valutazione comparativa tra il diritto alla riservatezza del professionista e le esigenze di indagine fiscale.

L’esito

Senza il bloc notes, restavano soltanto le dichiarazioni di terzi, ritenute meri indizi e quindi insufficienti a sostenere l’accertamento. Risultato: l’intero procedimento di ripresa a tassazione ai fini Irpef, Irap e Iva è stato annullato.


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L’IA entra al governo: Tirana inaugura l’era dei ministri digitali

TIRANA – La rivoluzione digitale entra nei palazzi del potere. L’Albania è il primo Paese al mondo ad avere nominato un ministro creato e gestito dall’intelligenza artificiale. L’annuncio è arrivato direttamente dal premier Edi Rama, riconfermato per il quarto mandato consecutivo dopo la vittoria elettorale dell’11 maggio.

Durante la presentazione del nuovo esecutivo davanti all’Assemblea nazionale del Partito socialista, Rama ha svelato il nome della nuova ministra: Diella, un’intelligenza artificiale che avrà il compito di vigilare su appalti e fondi pubblici.

“Appalti incorruttibili al 100%”

Il premier aveva già anticipato la sua visione di un Paese proiettato verso la piena digitalizzazione e con un governo che integrasse persino figure virtuali. Ora quella promessa diventa realtà: Diella riceverà dai ministeri le informazioni sulle gare e sarà incaricata di garantirne la piena trasparenza. «L’obiettivo – ha spiegato Rama – è rendere gli appalti pubblici incorruttibili al 100%».

Un primato mondiale

Il caso albanese è destinato a fare scuola. Mai prima d’ora un’intelligenza artificiale aveva avuto un incarico ministeriale ufficiale. Se per qualcuno si tratta di una provocazione politica, per altri è un esperimento che potrebbe aprire nuove prospettive nella lotta alla corruzione e nell’efficienza amministrativa.


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Quando Google Earth smaschera l’abuso edilizio (e il TAR ordina la demolizione)

Una fotografia dallo spazio può decidere le sorti di un processo edilizio. Con la sentenza n. 6059 del 5 settembre 2025, il TAR Campania ha confermato l’ordinanza di demolizione di un immobile abusivo in provincia di Napoli, stabilendo che le immagini satellitari di Google Earth possono costituire una prova valida per accertare la data di costruzione.

Il principio ribadito dal tribunale è chiaro: se dalle immagini emerge che l’edificio non esisteva in una certa data, spetta al proprietario dimostrare con documentazione oggettiva (rilievi tecnici, mappe catastali, aerofotogrammetrie, atti pubblici) che la costruzione fosse stata realizzata prima del 1967, anno della cosiddetta “legge ponte”, che introdusse l’obbligo del titolo edilizio.

Niente più scappatoie con parti separate

Il TAR ha anche chiarito che non è possibile “spacchettare” il fabbricato considerandone singolarmente recinzioni, muri o cancelli come semplici pertinenze. Se questi elementi concorrono a formare un nuovo organismo edilizio, serve comunque il permesso di costruire.

Vincoli paesaggistici e obbligo di ripristino

Il caso in esame era aggravato dalla presenza di vincoli paesaggistici sull’area. Per questo, oltre al titolo edilizio, sarebbe stata necessaria anche l’autorizzazione paesaggistica. La mancanza di entrambi ha reso inevitabile la demolizione e il ripristino dello stato dei luoghi.

Una lezione per i proprietari

La decisione conferma un orientamento ormai consolidato: non bastano dichiarazioni o testimonianze a provare l’anzianità di un edificio. Senza dati oggettivi, la presunta anteriorità al 1967 cade e resta valido l’ordine di demolizione.

Per i Comuni, la sentenza apre la strada a un uso sempre più frequente di strumenti satellitari gratuiti per contrastare gli abusi edilizi. Per i proprietari, invece, il messaggio è inequivocabile: non si può più dire “c’era da sempre” senza prove certe.


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Telemedicina, svolta digitale con Spid e Cie: ecco come funzionerà la piattaforma nazionale

ROMA – Visite a distanza, monitoraggi da remoto e consulti digitali: la telemedicina entra ufficialmente nel Servizio sanitario nazionale. Il Ministero della Salute ha infatti predisposto un decreto – in corso di pubblicazione – che regola i profili di privacy e sicurezza della Piattaforma nazionale di telemedicina (PNT), destinata a diventare il cuore dell’assistenza sanitaria digitale in Italia.

Accesso con identità digitale

Per garantire l’autenticità e la tutela dei dati personali, i cittadini accederanno ai servizi tramite Spid, Carta d’identità elettronica o Carta nazionale dei servizi. L’accesso potrà avvenire anche per conto di minori o persone fragili, tramite genitori, tutori, curatori o amministratori di sostegno.

Cinque tipologie di prestazioni

La piattaforma consentirà di usufruire di cinque diverse categorie di servizi:

  • Televisita: visita medica a distanza tra paziente e professionista;

  • Teleconsulto: confronto tra medici di diverse specializzazioni;

  • Teleconsulenza: supporto digitale tra operatori sanitari;

  • Teleassistenza: attività di cura e supporto continuativo;

  • Telemonitoraggio: controllo remoto di parametri clinici.

Infrastruttura nazionale e regionale

Il sistema sarà coordinato da Agenas e articolato su due livelli: l’infrastruttura nazionale (INT) e quelle regionali (TRT). Le Regioni potranno avvalersi di propri strumenti, purché certificati e conformi agli standard di sicurezza. Tutti i servizi saranno integrati con il Fascicolo sanitario elettronico (FSE), per garantire tracciabilità e continuità di cura.

Privacy e gestione dei dati

Il decreto sottolinea che le infrastrutture non conserveranno i dati sanitari prodotti durante le prestazioni (referti, prescrizioni, documenti clinici), che confluiranno esclusivamente nel Fascicolo sanitario elettronico. Agenas sarà incaricata di definire i modelli di informativa e le procedure per assicurare ai cittadini i diritti previsti dal Gdpr: accesso, rettifica, aggiornamento e limitazione del trattamento dei dati.


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Commercialisti, via alla riforma: meno burocrazia e tirocini più rapidi

Un passaggio atteso da vent’anni. Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera alla delega per la riforma della professione di dottore commercialista ed esperto contabile, che entro dodici mesi dovrà tradursi in decreti attuativi. L’obiettivo: aggiornare una disciplina ormai datata, rafforzando il ruolo strategico della categoria nel sistema economico e fiscale del Paese.

Aggregazioni e incompatibilità

Tra i punti centrali, la definizione di nuove regole per le aggregazioni tra studi professionali, la revisione dei casi di incompatibilità e l’adeguamento delle competenze rispetto alle altre professioni regolamentate. La riforma intende anche censire in modo chiaro le attività riservate, evitando sovrapposizioni con altri ordini o con le associazioni professionali disciplinate dalla legge 4/2013.

Tirocini più brevi e integrati con l’università

Un capitolo importante riguarda l’abilitazione. Il tirocinio potrà essere svolto interamente durante il percorso universitario, riducendo i tempi di accesso alla professione e favorendo le nuove generazioni. Una misura pensata per rendere la carriera più attrattiva, in un contesto in cui i giovani under 41 rappresentano appena il 16% degli iscritti, mentre gli over 60 superano il 20%.

Compensi e tutele

La delega richiama anche la legge sull’equo compenso, introducendo parametri specifici per calcolare il valore delle prestazioni professionali, sia individuali sia in forma associata. I compensi dovranno essere proporzionati alla qualità e alla complessità delle attività svolte, superando le distorsioni che ancora penalizzano una parte della categoria.

Verso le elezioni del 2026

Accanto alla riforma ordinamentale, è stato approvato anche il nuovo regolamento elettorale degli Ordini territoriali, con voto fissato al 16 gennaio 2026. Una tappa che si annuncia cruciale per il futuro della governance della professione.

La soddisfazione della categoria

«È una giornata storica», ha commentato il presidente del Consiglio nazionale, Elbano de Nuccio, ringraziando governo e ministeri coinvolti per aver avviato un percorso che punta a rafforzare l’identità e la centralità dei commercialisti italiani. Soddisfazione condivisa anche dai vertici delle Casse previdenziali, che ricordano come i redditi medi dichiarati da chi lavora in forma associata siano oltre il doppio rispetto agli studi individuali: un segnale della direzione verso cui si muove la professione.


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Cina, l’intelligenza artificiale a basso costo tra progresso e controllo sociale

La sfida tecnologica tra Cina e Stati Uniti non si gioca solo sui chip avanzati o sui supercomputer, ma sempre di più sull’intelligenza artificiale. Secondo The Economist, Pechino ha compiuto un salto in avanti con lo sviluppo di sistemi come DeepSeek-R1, capaci di generare applicazioni con minori risorse informatiche e costi ridotti rispetto ai modelli americani. Una “arte di arrangiarsi” che rende l’AI cinese più accessibile e diffusa, ma che solleva interrogativi politici e sociali.

Innovazione a basso prezzo, ma con rischi elevati

Il governo di Xi Jinping spinge perché applicazioni economiche e di massa diventino il motore di una nuova supremazia tecnologica. L’AI non è soltanto un settore strategico, ma uno strumento di controllo sociale: dalla profilazione dei cittadini alla valutazione dei rischi criminali, fino al monitoraggio delle minoranze etniche, come nel caso degli uiguri nello Xinjiang. Qui, dal 2014, sistemi di riconoscimento facciale e sorveglianza predittiva segnalano movimenti sospetti in tempo reale, avvisando la polizia.

Il doppio volto dell’intelligenza artificiale

L’AI cinese mostra due facce. Da un lato, una tecnologia più democratica sul piano economico, che potrebbe diffondersi rapidamente in Asia, Africa e nei Paesi in via di sviluppo, attratti dai costi contenuti. Dall’altro, un approccio che intreccia innovazione e autoritarismo, con applicazioni invasive della privacy e potenzialmente discriminatorie.

La corsa globale e il paragone con la bomba atomica

Alcuni analisti paragonano la corsa all’AI alla gara nucleare del Novecento: chi conquisterà la leadership potrà determinare gli equilibri geopolitici del futuro. C’è chi ridimensiona i timori, sostenendo che l’AI diventerà presto una tecnologia di uso comune, come l’elettricità o i computer. Ma l’uso che la Cina sta già facendo – dalla sorveglianza interna alla vendita di sistemi di controllo a Paesi africani – dimostra che la posta in gioco va ben oltre il business.


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Euro digitale, sfida alle banche: costi in aumento e ricavi a rischio

L’Europa accelera sul fronte dell’euro digitale, ma le banche non nascondono le loro preoccupazioni. La nuova valuta, che la Banca centrale europea si prepara a trasformare dal 2025 dalla fase di studio a quella operativa, apre scenari inediti nel sistema dei pagamenti. Accanto alle opportunità, emergono rischi concreti: costi maggiori per infrastrutture tecnologiche, calo dei ricavi da commissioni e possibili fughe di liquidità dai conti bancari tradizionali.

Il tema sarà al centro della prima riunione autunnale dell’esecutivo Abi, il 17 settembre, con la partecipazione di Piero Cipollone, membro del board della Bce. L’Associazione bancaria italiana chiede un supporto pubblico agli investimenti, sulla falsariga di quanto avvenuto con l’introduzione dell’euro cartaceo.

Un nuovo ecosistema dei pagamenti

L’euro digitale si inserisce in un contesto già in fermento, con iniziative europee come European Payments Alliance (che unisce circuiti nazionali come Bancomat, Bizum e Mb Way) e Wero, operativo in Germania, Francia e Belgio. Questi sistemi puntano a ridurre la dipendenza da colossi americani come Visa e Mastercard. Ma la coesistenza con la moneta digitale della Bce non è scontata: la pressione sui margini delle soluzioni private potrebbe diventare insostenibile.

Pagamenti offline e limiti di detenzione

Tra i servizi più delicati che dovrà garantire l’euro digitale figura la possibilità di effettuare transazioni offline, anche in assenza di connessione. Un obiettivo che richiederà investimenti tecnologici imponenti. Per evitare che la nuova valuta diventi una riserva di valore alternativa ai depositi bancari, la Bce studia l’introduzione di soglie massime: si ipotizza un tetto tra 3 e 4mila euro per singolo utente. Le banche chiedono di abbassarlo ulteriormente, introducendo anche limiti per le singole transazioni.

Il nodo della sostenibilità

La sfida è duplice: da un lato consolidare un sistema di pagamenti sovrano e competitivo, dall’altro garantire che l’introduzione dell’euro digitale non destabilizzi la redditività e il ruolo degli istituti di credito.


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Il paradosso italiano: aziende a caccia di talenti digitali, università ferme al palo

L’Italia continua a inseguire l’Europa sul terreno delle competenze digitali. Secondo la Commissione europea, appena il 45,8% della popolazione possiede competenze di base, un dato che fotografa un Paese dove la cultura digitale fatica a radicarsi. Ma il problema più grave riguarda i profili più strategici: i laureati nelle discipline Stem (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica), cioè quelli che il mercato del lavoro richiede con maggiore urgenza e che risultano cruciali per la competitività futura.

I dati Desi 2024 sono impietosi: solo l’1,5% dei laureati italiani appartiene all’area Ict, contro il 4,5% della media Ue. Un divario che non è soltanto statistico, ma rappresenta un vero e proprio freno alla crescita e alla capacità innovativa del Paese.

La domanda cresce, l’offerta ristagna

L’Osservatorio sulle Competenze Digitali registra che tra il 2019 e il 2022 la domanda di professionisti Ict in Italia è triplicata, passando da 20mila a 60mila unità. Ma dal 2023 il trend si è stabilizzato, con un’unica eccezione: l’intelligenza artificiale, che continua a trainare nuove richieste.

A fronte di questa domanda, il sistema formativo non riesce a rispondere. Unioncamere e Ministero del Lavoro stimano che, tra il 2025 e il 2029, serviranno ogni anno tra 79mila e 87mila laureati Stem, con un fabbisogno particolarmente elevato per l’ingegneria industriale ed elettronica (fino a 43mila unità l’anno). L’offerta, però, resta molto più bassa: mancheranno in media 7-10mila ingegneri e 3-5mila laureati scientifici ogni anno.

Il nodo della fuga di cervelli

A complicare il quadro interviene l’emigrazione dei giovani più qualificati. La percentuale di laureati italiani che scelgono di andare all’estero è passata dal 28,5% del 2012 al 45,7% nel 2021. Un’emorragia che priva il Paese delle risorse più preziose proprio nel momento in cui servirebbero di più.

Una strategia nazionale per colmare il gap

Per invertire la rotta non bastano singoli interventi. Occorre una strategia integrata:

  • rafforzare l’orientamento scolastico, per avvicinare gli studenti alle discipline Stem già dalle superiori;

  • superare gli stereotipi che rendono queste carriere poco attrattive;

  • aggiornare costantemente i corsi universitari;

  • creare un raccordo più stretto tra atenei e imprese, con tirocini, esperienze pratiche e curricula progettati insieme al mondo produttivo.

Senza una svolta radicale, il rischio è che l’Italia consolidi il proprio ritardo strutturale, pagando un prezzo altissimo in termini di crescita, innovazione e coesione sociale.


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OpenAI scommette 300 miliardi sul cloud: Oracle diventa regina dell’AI

MILANO – Un contratto che ha fatto tremare Wall Street. In un solo giorno le azioni Oracle sono balzate del 40%, e il merito – ancora una volta – porta il nome di Sam Altman. La sua OpenAI, creatrice di ChatGPT, ha infatti siglato con la società texana un accordo da capogiro: 300 miliardi di dollari complessivi in cinque anni, circa 60 miliardi l’anno, per acquistare potenza di calcolo e infrastrutture cloud.

Un’intesa senza precedenti, legata al progetto Stargate, che prevede nuovi data center alimentati da 4,5 gigawatt di energia, equivalenti al consumo di milioni di abitazioni americane. L’obiettivo è chiaro: garantire ad OpenAI la capacità necessaria per sostenere l’espansione dei propri modelli linguistici e non dipendere esclusivamente da Microsoft Azure, partner storico ma non più unico.

La strategia “asset-heavy” di Altman

La mossa riflette una precisa filosofia: investire direttamente in chip, server e contratti pluriennali per controllare l’intera catena del valore dell’intelligenza artificiale. È la risposta a una domanda che cresce più velocemente dell’offerta, e che rischia di mettere in difficoltà persino i giganti del settore.

Tuttavia, la sproporzione tra l’accordo e i conti di OpenAI è evidente. L’azienda ha dichiarato ricavi annui intorno ai 10 miliardi di dollari, con stime a 12,7 miliardi entro fine anno. Una cifra imponente, ma pur sempre cinque volte inferiore agli impegni presi con Oracle.

Rischi e opportunità

Gli analisti parlano di un “all in”: una puntata gigantesca per consolidare la leadership sui modelli generativi, ma anche un azzardo che espone a pressioni finanziarie enormi. Se la monetizzazione delle applicazioni di AI manterrà le promesse, Altman potrà dire di aver blindato il futuro della sua azienda. In caso contrario, la scommessa rischia di trasformarsi in un boomerang.

Oracle, da software a colosso del cloud

Per Oracle, invece, l’accordo è già un successo. Fondata da Larry Ellison come regina dei database, l’azienda si riposiziona oggi come protagonista del cloud per l’intelligenza artificiale, accanto a AWS, Microsoft e Google. Il balzo in borsa ne è la prova: il mercato ha colto il segnale che, dopo i chip, il vero tesoro dell’AI è l’infrastruttura che la rende scalabile.

Il nuovo eldorado

I grandi modelli linguistici non vivono più soltanto dei semiconduttori Nvidia, ma di data center capaci di funzionare come vere centrali elettriche digitali. E Oracle, con l’ombrello di OpenAI, ha deciso di giocare da protagonista.


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