Professionisti nel mirino: il Fisco può pignorare direttamente le parcelle

Un nuovo meccanismo di riscossione sta già producendo effetti concreti in alcune regioni italiane. Si tratta di un protocollo operativo che vede lavorare insieme Agenzia delle Entrate e Agenzia della Riscossione, con un obiettivo preciso: intercettare i crediti vantati dai professionisti, ordinando direttamente ai loro clienti di pagare le parcelle all’Erario.

Il sistema si basa sul cosiddetto pignoramento presso terzi, già noto nel settore privato, ma che ora viene applicato con più incisività anche nei rapporti tra professionisti e Pubblica amministrazione. In pratica, se un avvocato, un ingegnere o un commercialista vanta un compenso nei confronti di un ente pubblico, quest’ultimo può essere obbligato a versare l’importo non al professionista ma direttamente all’Agenzia della Riscossione, a copertura dei debiti fiscali accumulati.

A differenza di quanto accade con gli stipendi dei lavoratori dipendenti – che godono di limiti precisi al pignoramento (generalmente un quinto della retribuzione) – per le parcelle professionali non sono previste soglie di salvaguardia: l’importo può essere trattenuto integralmente. Una misura che, secondo gli esperti, rischia di avere effetti dirompenti sul mercato dei servizi professionali.

Il protocollo si fonda sull’incrocio dei dati contenuti nella fatturazione elettronica con le posizioni debitorie registrate a ruolo. In questo modo l’Agenzia riesce a individuare rapidamente chi deve ancora incassare somme dalla propria attività e, se risultano debiti fiscali, ad attivare immediatamente la procedura di pignoramento.

Criticità non mancano. Da un lato, il rischio di scoraggiare enti e aziende a rivolgersi a professionisti che hanno posizioni debitorie aperte, per non essere coinvolti in procedimenti di pignoramento; dall’altro, l’assenza di tutele minime analoghe a quelle previste per i lavoratori dipendenti può mettere in difficoltà soprattutto i professionisti più giovani o economicamente fragili.

Sul piano giuridico, si aprono interrogativi anche rispetto al rispetto del GDPR e al principio di uguaglianza sancito dalla Costituzione: l’incrocio massivo dei dati della fatturazione elettronica e la disparità di trattamento tra dipendenti e liberi professionisti pongono infatti questioni delicate in termini di privacy e diritti fondamentali.


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Cyber-rischi per i minori: l’asilo multato per aver caricato foto dei piccoli sul web

La tutela della dignità e della riservatezza dei minori non può essere sacrificata a logiche promozionali. È questo il principio ribadito dal Garante per la protezione dei dati personali, che ha colpito con una sanzione di 10mila euro un asilo nido responsabile di aver diffuso online le immagini dei propri piccoli ospiti, di età compresa tra i 3 e i 36 mesi.

Il provvedimento è arrivato dopo la segnalazione di un genitore che, per iscrivere la figlia, si era visto costretto a firmare un consenso all’utilizzo delle fotografie. Lo stesso genitore aveva denunciato la presenza di un impianto di videosorveglianza attivo anche durante le attività didattiche, con inevitabile ripresa di bambini, educatori e persino visitatori.

Durante l’istruttoria, l’Autorità ha accertato che sul sito web dell’asilo e persino sulla scheda di Google Maps comparivano numerose immagini dei piccoli in momenti estremamente delicati: dal sonno al cambio del pannolino, dal pranzo in mensa ai massaggi infantili. Fotografie che, oltre a ledere la sfera privata, esponevano i minori al rischio di utilizzi distorti da parte di terzi.

Il Garante ha sottolineato che il consenso dei genitori non poteva giustificare tali trattamenti, in quanto condizionato dalla necessità di iscrivere i figli alla struttura e dunque non libero né realmente consapevole. Inoltre, la pubblicazione di immagini intime per fini promozionali si scontra con il superiore interesse dei bambini a restare protetti da esposizioni pubbliche ingiustificate.

Pesanti rilievi sono stati mossi anche al sistema di videosorveglianza, ritenuto non conforme né alle norme sul lavoro né alla disciplina privacy. L’asilo è stato quindi obbligato a cancellare immediatamente tutte le immagini raccolte e diffuse illecitamente.


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Il Nordest si scopre multiculturale: a Mestre i commercianti imparano il bengalese

A Mestre per vendere un gelato, una pizza o un paio di scarpe, può capitare di dover conoscere qualche parola di bengalese. È il segno di una trasformazione silenziosa che sta cambiando il volto di alcuni quartieri della città. La comunità originaria del Bangladesh, ormai tra le più numerose del Veneto, ha raggiunto numeri tali da spingere sempre più commercianti italiani a cimentarsi con una lingua lontana, ma diventata necessaria per dialogare con clienti e vicini di casa.

Il fenomeno
In certe zone, come quelle attorno alla stazione o al quartiere Marghera, i bangladesi sono la presenza prevalente. Non si tratta solo di botteghe etniche: dal gelataio al negozio di abbigliamento, sono diversi gli esercenti italiani che raccontano di aver imparato espressioni di base per accogliere e servire meglio la clientela. Persino le scuole si sono mosse: all’istituto Giulio Cesare è stato attivato, fuori orario scolastico, un corso di lingua bengalese con il supporto del consolato.

La comunità
Secondo le stime, a Mestre vivono oggi oltre 10mila persone di origine bangladese, con una crescita vertiginosa rispetto al 2016. Molti lavorano nella cantieristica, nella ristorazione e nei servizi, contribuendo a ridisegnare il tessuto urbano ed economico.

Le reazioni
Non tutti però accolgono questo cambiamento con entusiasmo. Sui social abbondano i commenti critici: c’è chi parla di “integrazione al contrario” e sostiene che dovrebbero essere gli stranieri a imparare l’italiano, non viceversa. Alcuni esponenti politici locali, come la senatrice leghista Anna Maria Cisint, sottolineano i rischi di una presenza giudicata “sproporzionata” in alcune aree. Altri, come il senatore veneziano Raffaele Speranzon, invitano invece a non cedere a facili allarmismi, pur ammettendo che servono regole chiare per garantire una convivenza equilibrata.

Un mutamento culturale
Al di là delle polemiche, il fenomeno racconta una mutazione urbana: intere strade e piazze si sono trasformate in microcosmi che richiamano atmosfere di Dacca, con insegne, negozi e mercati che rispecchiano le tradizioni d’origine. Per alcuni un segno di vitalità multiculturale, per altri il simbolo di una perdita d’identità.


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Caso Almasri, indagata la capo di gabinetto di Nordio

Lo scontro tra politica e magistratura attorno alla riforma della giustizia si arricchisce di un nuovo capitolo. Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministero della Giustizia, è indagata dalla procura di Roma per il reato di false informazioni al pubblico ministero nell’ambito dell’inchiesta sul generale libico Osama Njeem Almasri, arrestato a gennaio e rimpatriato con una procedura che ha già coinvolto i ministri Nordio, Piantedosi e il sottosegretario Mantovano.

Per i membri del governo, la decisione se andare a processo dipenderà dalla Camera, chiamata a pronunciarsi sulla richiesta di autorizzazione a procedere avanzata dal tribunale dei ministri. Per Bartolozzi, invece, l’accusa procede senza passare dal vaglio parlamentare: circostanza che ha aperto un acceso dibattito.

La difesa di Nordio
Il Guardasigilli ha espresso «piena e incondizionata solidarietà» alla sua collaboratrice, sottolineando come Bartolozzi lo avesse «sempre informato tempestivamente ed esaurientemente» sulle fasi della vicenda Almasri. Per Nordio, la dirigente avrebbe agito per suo conto, e dunque non sarebbe possibile procedere senza autorizzazione della Camera.

Il nodo giuridico
Secondo diversi costituzionalisti, tra cui Stefano Ceccanti, la posizione del tribunale dei ministri appare contraddittoria: nella motivazione viene descritto il ruolo integrato del capo di gabinetto, ma non si richiede l’autorizzazione parlamentare per lei. Una lacuna che potrebbe aprire la strada a un conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale.

Scenari politici
Il processo, se avviato, potrebbe arrivare al momento clou verso la fine della legislatura, in concomitanza con la campagna elettorale. Una prospettiva che secondo alcuni esponenti dell’opposizione, come Angelo Bonelli, potrebbe trasformare il caso Almasri in un vero e proprio “Watergate italiano”.

Resta però da capire se la linea dei magistrati resisterà alle eccezioni di incostituzionalità e al filtro delle Camere. La giunta per le autorizzazioni è chiamata a esprimersi entro fine mese: sarà lì che si deciderà se il fascicolo su Bartolozzi resterà aperto o se dovrà passare sotto la tutela del Parlamento.


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Videosorveglianza pubblica sempre valida per le multe ambientali

La lotta all’abbandono dei rifiuti entra in una nuova fase. Con l’entrata in vigore del decreto legislativo 116/2025, dal 9 agosto sono state introdotte sanzioni più severe e nuove regole che rafforzano il coordinamento tra Codice della strada e Testo unico dell’ambiente. Il provvedimento mira a disincentivare i comportamenti illeciti soprattutto quando avvengono con veicoli a motore, prevedendo non solo ammende più alte ma anche la sospensione della patente.

Telecamere e accertamenti
Gli impianti pubblici di videosorveglianza, installati dentro e fuori dai centri abitati, potranno essere utilizzati sempre per documentare violazioni legate all’abbandono di rifiuti. Le telecamere private, invece, saranno ammesse soltanto se l’illecito ha rilievo penale. La circolare ministeriale del 2020 e le successive chiarificazioni hanno confermato che apparecchi come il Targa System non possono sostituire l’attività degli agenti: restano strumenti di supporto e non di rilevazione autonoma.

Le nuove sanzioni
Per i rifiuti non pericolosi, l’ammenda è passata da un minimo di 1.500 a un massimo di 18mila euro (in precedenza oscillava tra 1.000 e 10mila). Se a commettere l’illecito è un’impresa o un ente, scatta anche l’arresto fino a due anni. Nei casi in cui l’abbandono avvenga con un veicolo a motore, il conducente rischia la sospensione della patente da uno a quattro mesi.

Restano escluse le ipotesi di rifiuti di piccolissime dimensioni o derivanti dal fumo, punite solo con sanzioni amministrative: da 80 a 320 euro se l’abbandono avviene a piedi, da 216 a 866 euro se invece avviene da veicolo in movimento o in sosta.

Gestione illecita e casi gravi
Il decreto ha trasformato in delitto — e non più in semplice contravvenzione — la gestione non autorizzata di rifiuti, siano essi pericolosi o non pericolosi. La pena si aggrava se l’attività è svolta con un veicolo a motore: oltre alla sospensione della patente da tre a nove mesi, la condanna comporta la confisca del mezzo salvo che appartenga a terzi estranei.

Sono previste anche sospensioni dall’Albo dei gestori ambientali (fino a un anno per i rifiuti pericolosi) e multe fino a 30mila euro, con possibilità di sospendere dall’incarico amministratori o responsabili.

Chi applica le sanzioni
Il sindaco resta l’autorità competente per le multe relative all’abbandono di rifiuti ai sensi dell’articolo 255 del Tua, mentre le violazioni del Codice della strada vengono contestate dagli agenti accertatori. Nei casi penali la competenza passa ai tribunali.


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Autovelox e Targa System, nuovi sequestri in Calabria: il nodo delle multe “da remoto”

Torna sotto i riflettori il tema della legittimità dei dispositivi elettronici usati per rilevare infrazioni stradali. L’ultima vicenda arriva dalla costa ionica catanzarese, dove la Procura ha disposto il sequestro di alcuni apparecchi Targa System, sistemi di lettura automatica delle targhe in grado di segnalare mancanza di revisione o assicurazione.

Il problema, ancora una volta, sta nella normativa. Il Codice della strada prevede che, in assenza di omologazione o approvazione ministeriale, questi strumenti non possano essere utilizzati per contestare automaticamente infrazioni a distanza: possono fungere solo da supporto tecnico agli agenti presenti sul posto. Senza tale requisito, la contestazione differita è nulla.

I precedenti
Non è la prima volta che la giustizia interviene. Già nel 2008 la Polizia stradale di Crotone aveva sequestrato autovelox fissi installati in modo difforme lungo la statale 106 Jonica. Qualche anno più tardi, nell’Alto Jonio cosentino, due Comuni affidarono talmente tanto la gestione delle multe a un’azienda privata da arrivare a notificare infrazioni avvenute in territori di competenza altrui. Nel 2023, la Procura di Cosenza aveva fermato l’uso di rilevatori di velocità privi dei necessari requisiti.

Il nodo normativo
La stessa circolare del Ministero delle Infrastrutture del 3 luglio 2020 ha ribadito che apparecchi come il Targa System non possono sostituire l’accertamento diretto degli agenti, a meno che non vi siano motivi oggettivi che impediscono l’alt immediato. Anche il Viminale, in una nota del 2019, aveva chiarito che questi sistemi vanno considerati solo strumenti ausiliari.

Le ipotesi di reato
Secondo le prime indiscrezioni, nel Catanzarese i verbali sarebbero stati emessi come se le infrazioni fossero state accertate da remoto, rinunciando a fermare i trasgressori e talvolta senza le dovute verifiche nelle banche dati. Le ipotesi di reato su cui lavorano gli inquirenti sono falso in atto pubblico e omissione di atti d’ufficio. Parallelamente, sarebbero in corso approfondimenti anche sui bilanci comunali.

Un’inchiesta che riapre un dibattito mai sopito: fino a che punto i Comuni possono affidarsi a tecnologie non ancora omologate, e quali garanzie hanno i cittadini sulla legittimità delle sanzioni?


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Europa dell’AI, primi segnali di riscatto: Mistral raccoglie miliardi, Nebius vola con Microsoft

Una giornata intensa ha riportato i riflettori sull’ecosistema europeo dell’intelligenza artificiale, tradizionalmente schiacciato dal duopolio Stati Uniti–Cina. Due le protagoniste: la francese Mistral AI, che ha chiuso un maxi-round di finanziamento da 1,7 miliardi di euro, e l’olandese Nebius, che a Wall Street ha messo a segno un balzo del 60% dopo aver annunciato una partnership miliardaria con Microsoft.

Il caso Mistral: la “quasi-OpenAI” europea
La giovane società parigina, considerata la più credibile alternativa europea a OpenAI, ha raggiunto una valutazione di 11,7 miliardi di euro. A guidare il round è stata Asml, colosso olandese della litografia per semiconduttori, che ha investito 1,3 miliardi conquistando l’11% del capitale. Una mossa definita dagli analisti come una “partnership senza precedenti”, non solo per la portata economica, ma anche per il valore simbolico: il più grande gruppo europeo dei chip che scommette sulla punta di diamante dell’AI continentale.

Mistral ha da poco presentato un modello di reasoning, pensato per eccellere in matematica e programmazione. Ma i paragoni con OpenAI restano impietosi: l’azienda americana vale circa 500 miliardi di dollari, una dimensione ancora lontana anni luce.

Nebius e l’accordo col gigante di Redmond
Ad Amsterdam, invece, è stata Nebius a catalizzare l’attenzione. Nata nel 2023 da uno spin-off di Yandex, la società fornisce infrastrutture di calcolo basate su GPU, essenziali per l’addestramento dei modelli di AI. L’intesa con Microsoft, del valore di 19,4 miliardi di dollari fino al 2031, garantirà ricavi per almeno 17,4 miliardi, con la possibilità di estensioni future. La notizia ha fatto schizzare il titolo in Borsa, con un rialzo fino al 60%, contagiando anche concorrenti come CoreWeave.

La corsa globale alla potenza di calcolo
L’operazione conferma che il vero terreno di scontro nell’intelligenza artificiale non è soltanto lo sviluppo di algoritmi, ma l’accesso a risorse computazionali immense. Nvidia, leader mondiale delle GPU e azionista di Nebius, ha recentemente rivisto al rialzo le proprie stime, prevedendo una crescita oltre il 50% e stimando investimenti infrastrutturali per l’AI compresi tra 3.000 e 4.000 miliardi di dollari entro fine decennio.

Ombre e timori
Non mancano, tuttavia, i segnali di cautela. Alcuni analisti, e lo stesso Sam Altman, hanno avvertito del rischio bolla, mentre le valutazioni di molte aziende AI continuano a crescere vertiginosamente sui mercati.


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Imprese del Sud pronte alla sfida digitale: cresce la voglia di investire in tecnologie 4.0

Il Mezzogiorno sorprende e accelera sulla strada della digitalizzazione. Secondo una ricerca condotta da Unioncamere e dal Centro Studi Tagliacarne su un campione di 4.500 imprese tra 5 e 499 addetti, il 35% delle aziende meridionali ha in programma investimenti in tecnologie 4.0 entro i prossimi tre anni. Una quota superiore alla media nazionale (32,8%), che testimonia la capacità di resilienza e rilancio del tessuto produttivo del Sud.

Chi investe di più
A guidare la trasformazione sono le imprese manifatturiere (40,6%) e le realtà di grandi dimensioni (67,6%), spinte soprattutto dalla necessità di aumentare l’efficienza interna e ridurre i costi: un obiettivo dichiarato dal 56% delle aziende intervistate, con punte oltre il 63% tra quelle con più di 50 dipendenti. Seguono, tra le motivazioni, il miglioramento della qualità produttiva (21,9%) e la spinta degli incentivi pubblici (12,3%), particolarmente rilevanti per le piccole imprese.

Gli ostacoli al cambiamento
Non mancano però le difficoltà. Oltre un quarto delle aziende (27,7%) segnala la carenza di competenze digitali adeguate, mentre il 25,9% denuncia la scarsità di risorse finanziarie interne. Ancora elevati anche i costi delle tecnologie, indicati come freno dal 18,4% del campione.

Le tecnologie più richieste
Sul fronte degli strumenti, la simulazione tra macchine connesse guida la classifica delle tecnologie più adottate (29,4%), seguita da robotica (24,8%) e cyber security (22,8%). Secondo quasi la metà degli imprenditori (48%), queste innovazioni modificheranno radicalmente l’assetto tecnologico dei processi produttivi, mentre l’impatto appare più limitato su marketing e rapporti con clienti e fornitori.

Una questione di prospettiva
Resta più complesso il percorso per le imprese femminili: solo il 30% dichiara di voler investire in soluzioni 4.0 entro il 2027, a conferma di un divario che il sistema produttivo italiano dovrà colmare.


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Bonifici, dal 9 ottobre scattano le nuove regole

Dal 9 ottobre entra ufficialmente in vigore la nuova disciplina europea sui bonifici bancari, destinata a cambiare le abitudini di milioni di cittadini e imprese. L’obiettivo è duplice: rendere i trasferimenti più rapidi e garantire una maggiore protezione contro errori e frodi.

Negli ultimi cinque anni il ricorso a questo strumento di pagamento è cresciuto in modo esponenziale in Italia: secondo i dati elaborati sulla base delle statistiche della Banca d’Italia, i bonifici sono aumentati del 55%, con un analogo incremento delle transazioni effettuate con carta. Una trasformazione strutturale che ha spinto Bruxelles a rafforzare il quadro normativo.

La novità principale riguarda l’introduzione della Verification of Payee (VoP), ossia la verifica obbligatoria dell’intestatario del conto. Ogni volta che un correntista disporrà un bonifico — tradizionale o istantaneo — la banca segnalerà se i dati del beneficiario coincidono, se non coincidono, se c’è solo una corrispondenza parziale oppure se il controllo non può essere effettuato (ad esempio per conto chiuso o bloccato). Un sistema pensato per ridurre drasticamente errori di digitazione e tentativi di frode.

Parallelamente, si rafforza il canale dei bonifici istantanei: entro ottobre tutte le banche dell’area euro saranno tenute a consentirne l’invio tramite gli stessi strumenti oggi usati per i bonifici ordinari. Un servizio già operativo in Italia, che permette di trasferire denaro in meno di dieci secondi, 24 ore su 24, sette giorni su sette, con immediata disponibilità dei fondi.

Quando conviene usarli? In situazioni di urgenza: dal pagamento di bollette in scadenza alla ricarica di carte prepagate, dal sostegno immediato a un familiare fino agli acquisti di seconda mano, garantendo tracciabilità e rapidità.

Attenzione però alla sicurezza. I bonifici istantanei, proprio perché immediati e irrevocabili, richiedono massima prudenza: una volta inviati non possono essere annullati. L’Associazione bancaria italiana (Abi), insieme alle banche e alle associazioni dei consumatori, ha predisposto un vademecum digitale con regole e consigli pratici per evitare raggiri, come i falsi venditori online o i truffatori che spingono a trasferire denaro per beni o servizi inesistenti.


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PEC “a doppio uso”: l’indirizzo comunicato all’Ordine diventa anche domicilio personale

Da quest’anno la PEC fornita dal professionista al proprio Ordine o Collegio di appartenenza non sarà più confinata alla sola dimensione lavorativa. Per effetto delle nuove regole, quell’indirizzo confluirà automaticamente anche nell’Indice Nazionale dei Domicili Digitali delle persone fisiche (INAD), trasformandosi così in domicilio digitale personale.

La novità, annunciata il 29 luglio 2025 con un comunicato congiunto dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) e dall’Agenzia per l’Italia Digitale (AGID), rappresenta un passaggio significativo nell’attuazione del Codice dell’Amministrazione Digitale (art. 6-quater, comma 2, d.lgs. 82/2005).

Da INI-PEC a INAD: la PEC raddoppia funzione

Fino ad oggi, i domicili digitali professionali erano raccolti nell’INI-PEC, l’indice gestito dal MIMIT che raccoglie le caselle di posta certificata di tutti i professionisti iscritti agli albi, con valore legale limitato all’attività professionale.

Con il nuovo assetto normativo, lo stesso indirizzo viene duplicato anche in INAD, il registro gestito da AGID che raccoglie i domicili digitali di cittadini ed enti di diritto privato non iscritti ad albi. L’obiettivo è duplice: semplificare il sistema e consentire che la PEC del professionista diventi anche recapito ufficiale per notifiche personali, comunicazioni giudiziarie e atti con valore legale destinati alla persona fisica.

La finestra dei 30 giorni

Il trasferimento da INI-PEC a INAD non è immediato e irrevocabile: il sistema prevede infatti una fase transitoria.
Al momento del riversamento, i dati restano “congelati” per 30 giorni: durante questo periodo il professionista può, accedendo al portale, confermare l’indirizzo, modificarlo o eleggerne uno diverso esclusivamente per la sfera personale.

Se il termine scade senza variazioni, l’indirizzo comunicato all’Ordine viene pubblicato automaticamente in INAD e assume piena efficacia legale anche per la vita privata. In qualsiasi momento resta comunque possibile, tramite accesso autenticato, revocare o aggiornare il domicilio digitale.

Un passo avanti nella digitalizzazione

Secondo le Linee guida AGID, il riversamento avviene su base quotidiana, assicurando l’aggiornamento costante tra i due registri. Una misura che punta a rafforzare la centralità della PEC come strumento unico e certo di comunicazione, riducendo i margini di incertezza tra sfera professionale e personale.


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