Enti del Terzo Settore come nuovi protagonisti nella tutela delle fragilità

Un nuovo modello di amministrazione di sostegno prende forma grazie alla proposta di legge elaborata dalla Fondazione Terzjus, con il sostegno istituzionale del Cnel. Il fulcro dell’iniziativa è semplice quanto rivoluzionario: attribuire anche agli Enti del Terzo Settore (Ets) la possibilità di essere nominati amministratori di sostegno, in alternativa alle persone fisiche, per restituire al ruolo una funzione realmente sociale e integrata.

La proposta è stata presentata durante l’incontro “Amministrazione di sostegno e Terzo Settore. Sinergie per un sistema integrato di protezione giuridica e sociale”, ospitato proprio dal Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro. A supporto della riforma, anche il report realizzato da Antonio Fici e Marco Renna per conto della Fondazione Ravasi Garzanti, che offre uno spaccato comparativo sul funzionamento dell’amministrazione di sostegno in sette paesi europei, con particolare attenzione a Austria e Germania, dove già oggi il giudice può affidare tale funzione a organizzazioni non profit.

«Gli enti del Terzo Settore – ha spiegato Fici – rappresentano attori credibili, privi di scopo di lucro e fortemente motivati a operare nell’interesse delle persone fragili. Dopo la riforma del 2017, sono strutture dotate di competenze organizzative e sensibilità sociale».

Un istituto da ripensare a vent’anni dalla sua nascita

L’istituto dell’amministrazione di sostegno, introdotto nel 2004, nacque con l’intento di garantire un accompagnamento personalizzato alle persone parzialmente o totalmente prive di autonomia. Ma, come evidenzia Luigi Bobba, presidente di Terzjus, quell’intento originario si è progressivamente snaturato.

«Nel 65% dei casi oggi l’amministrazione di sostegno è ridotta a uno strumento di mera gestione patrimoniale», ha dichiarato Bobba. «Dei circa 400.000 soggetti coinvolti, almeno 260.000 hanno perso ogni capacità di autodeterminazione, e questo pone interrogativi sull’efficacia del modello attuale, reso ancora più fragile dalla lentezza della giustizia e dalla crescente pressione demografica legata all’invecchiamento della popolazione».

Da qui la necessità di un nuovo approccio. Secondo la proposta, modificando l’articolo 408 del codice civile, si potrebbero aprire ai giudici nuove possibilità di scelta, in cui gli Ets rappresentino una figura tutelare affidabile e qualificata, con solide basi etiche e strutture idonee a svolgere con continuità e competenza questo delicato compito.

Una riforma possibile su due binari

Oltre alla proposta autonoma presentata da Terzjus e Cnel, Bobba ha indicato anche un secondo possibile canale normativo: l’inserimento di un emendamento al disegno di legge delega n. 2393, già approvato in Senato e attualmente all’esame della Camera. Il ddl mira al superamento dell’interdizione in favore di un rafforzamento dell’amministrazione di sostegno, e potrebbe costituire il contesto ideale per includere anche il ruolo degli enti non profit come nuovi soggetti attivi.

Il sostegno del Governo: “Sfida cruciale per il Paese”

Durante l’evento ha preso la parola anche la ministra per le Disabilità, Alessandra Locatelli, sottolineando l’importanza di un sistema che riconosca negli Ets interlocutori privilegiati. «Parliamo di realtà formate da persone che conoscono davvero il significato dell’accoglienza e della presa in carico, capaci di accompagnare i più fragili lungo tutto il loro percorso di vita, con competenze professionali e umane di altissimo livello».


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Privacy e concorrenza: una stretta di mano che tutela i dati e il mercato

Un’alleanza strategica si consolida tra due pilastri della tutela dei cittadini: l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM), meglio nota come Antitrust, e il Garante per la protezione dei dati personali. I rispettivi presidenti, Roberto Rustichelli e Pasquale Stanzione, hanno firmato un protocollo d’intesa triennale che inaugura una nuova fase di cooperazione, con l’obiettivo di agire in modo più efficace e coordinato in aree di comune interesse.

Il fulcro dell’accordo risiede nello scambio reciproco di segnalazioni. Quando, nel corso di un’indagine, una delle due autorità dovesse rilevare una presunta violazione di competenza dell’altra, procederà prontamente a informarla. Questo meccanismo di “allerta incrociata” punta a colmare eventuali lacune e a garantire che ogni infrazione, che si tratti di concorrenza sleale o di una gestione scorretta dei dati, non passi inosservata.

Ma la collaborazione non si ferma qui. Le due istituzioni si impegnano a condividere informazioni periodiche sulle rispettive linee di intervento e sui procedimenti avviati, in particolare quelli che toccano ambiti di interesse comune. L’obiettivo è creare una sinergia che permetta di avere una visione più completa e un’azione più incisiva.

Oltre a condividere i dati delle indagini, l’Antitrust e il Garante Privacy potranno anche condurre indagini conoscitive congiunte e sottoporre segnalazioni condivise al Parlamento e al Governo. In questo modo, l’unione delle competenze delle due autorità potrà produrre un impatto maggiore nel dibattito legislativo su temi cruciali.

Per coordinare tutte queste attività, è stato istituito un Tavolo tecnico che vedrà la partecipazione dei responsabili degli uffici competenti. Questo organo sarà il punto di incontro per esaminare non solo le singole questioni, ma anche per definire i dettagli tecnici necessari all’attuazione dell’accordo.

Il protocollo prevede inoltre l’organizzazione di incontri periodici, campagne informative congiunte e attività formative, a dimostrazione di una volontà comune di non limitare la collaborazione ai soli casi di violazione, ma di estenderla a una più ampia opera di prevenzione e sensibilizzazione.


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Covid, svolta dalla Cassazione: riapertura possibile per i processi sull’epidemia colposa

Il reato di epidemia colposa può configurarsi anche in assenza di un’azione diretta di diffusione del virus, ma per omissione di atti dovuti da parte dello Stato. A sancirlo, con una pronuncia destinata a lasciare il segno, sono le Sezioni Unite penali della Corte di Cassazione, che con la sentenza n. 27515 del 2025 hanno fornito un’interpretazione innovativa dell’articolo 438 del codice penale, riscrivendo i confini della responsabilità penale nella gestione della pandemia da Covid-19.

La decisione, emessa il 10 aprile e accompagnata dalle motivazioni depositate il 28 luglio, rappresenta un punto di svolta per centinaia di procedimenti giudiziari archiviati o sospesi negli ultimi anni. Per la prima volta, la Corte ha chiarito che il reato può sussistere anche in caso di omissione di comportamenti dovuti da parte delle pubbliche autorità, come la mancata distribuzione di dispositivi di protezione individuale, l’assenza di formazione per il personale sanitario o il ritardo nella comunicazione del rischio alla popolazione.

A darne notizia, con una nota ufficiale, è l’associazione #Sereniesempreuniti, che dal 2020 rappresenta i familiari delle vittime del Covid. “La sentenza delle Sezioni Unite riconosce che l’epidemia colposa può configurarsi anche in forma omissiva – scrive l’associazione – superando un’interpretazione anacronistica del reato, risalente al codice Rocco del 1929, che richiedeva l’azione materiale di diffusione del contagio”.

Gli elementi individuati dalla Suprema Corte, secondo l’associazione, coincidono con il cuore delle indagini avviate dalla Procura di Bergamo e successivamente trasferite a Roma, dove il procedimento prosegue su impulso delle opposizioni presentate dagli avvocati dei familiari. Tra i nomi coinvolti figurano alti dirigenti del Ministero della Salute dell’epoca, tra cui Ranieri Guerra e Giuseppe Ruocco, per i quali è stata disposta l’imputazione coatta.

“È un passaggio fondamentale per il riconoscimento della verità – commenta l’avvocata Consuelo Locati, che guida il team legale insieme ai colleghi Giovanni Benedetto, Luca Berni, Alessandro Pedone e Piero Pasini –. Le motivazioni della Corte sottolineano con chiarezza il ruolo delle omissioni istituzionali e l’impatto che queste hanno avuto sulla salute pubblica. Il pronunciamento rafforza anche le nostre azioni civili in corso presso il Tribunale di Roma”.

Non meno rilevante è il potenziale impatto della sentenza sul piano internazionale. “Solo il 5% dei ricorsi presentati alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo arriva a fase di giudizio – sottolinea Locati – e la nostra causa è tra questi. Ora possiamo contare su un precedente giurisprudenziale che rende ancora più solida la nostra posizione”.

Per i familiari delle vittime, la decisione della Cassazione segna una nuova fase. “Finalmente – concludono da #Sereniesempreuniti – si afferma un principio di giustizia che attendevamo da anni. È la conferma che il nostro percorso, intrapreso in solitudine nel 2020, aveva un fondamento giuridico ed etico. Continueremo a lottare perché nessuna omissione resti senza risposta”.


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“Con la pubblicazione del bando per il reclutamento di 2.970 nuove unità di personale non dirigenziale, il Ministero della Giustizia compie un passo decisivo verso il rafforzamento dell’amministrazione giudiziaria.
Il concorso prevede 370 funzionari destinati agli Uffici notificazioni, esecuzioni e protesti (UNEP) e ben 2.600 Assistenti da assegnare ai servizi di cancelleria e supporto alla giurisdizione su tutto il territorio nazionale.
Un investimento concreto su efficienza e funzionalità del sistema al fine di garantire una giustizia sempre più vicina al cittadino.
Il Governo Meloni continua a mantenere la parola data: più lavoro, più giustizia, più prossimità.”
È quanto dichiara in una nota Andrea Delmastro delle Vedove, sottosegretario di Stato alla Giustizia.

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AI e geopolitica: il nuovo campo di battaglia tra chi regola e chi lascia fare

L’Intelligenza Artificiale (AI) non è più solo una tecnologia: è diventata uno degli strumenti strategici più potenti nella competizione geopolitica mondiale. La corsa alla leadership non si gioca soltanto sul terreno dell’innovazione, ma anche sulle regole che la governeranno. Negli ultimi otto anni il numero di leggi legate all’AI è cresciuto esponenzialmente, passando da una manciata di iniziative nel 2016 a oltre 200 atti normativi in 39 Paesi alla fine del 2024. Ogni giurisdizione sta scegliendo il proprio modello, oscillando tra regolamentazioni stringenti e approcci marcatamente deregolatori.

Stati Uniti: mercato e innovazione al centro della strategia Trump
La nuova strategia americana, lanciata a luglio dal Presidente Donald Trump con l’“America’s AI Action Plan”, punta su una deregolamentazione senza precedenti. L’obiettivo dichiarato è chiaro: “vincere la corsa” sull’AI. Sono stati eliminati vincoli burocratici e riferimenti a temi come inclusione o transizione ecologica nei documenti federali, a favore di una politica “business-first”.

Washington vuole accelerare la costruzione di data center, fabbriche di chip e infrastrutture energetiche con procedure rapide e permessi “fast-track”. Vengono incentivati modelli open-source e sandbox regolatorie per sperimentare soluzioni AI in settori chiave. Non manca una forte spinta verso la difesa nazionale e la pubblica amministrazione, né un piano per esportare lo “stack AI made in USA” agli alleati, contenendo la dipendenza tecnologica dalla Cina.

Il Giappone sceglie la governance centralizzata e l’etica
Tokyo ha seguito un percorso molto diverso approvando, poco prima dell’estate, una legge quadro che definisce la governance dell’AI come infrastruttura strategica. La gestione è affidata a un “AI Strategy Headquarters” presso l’Ufficio del Primo Ministro e prevede un coordinamento serrato tra Stato, enti locali, aziende, università e cittadini.

L’approccio nipponico mette al centro etica, trasparenza e gestione del rischio, integrando competenze scientifiche e umanistiche. La cooperazione pubblico-privato è obbligatoria e l’alfabetizzazione digitale viene considerata un obiettivo nazionale.

Europa: l’AI Act come modello globale (ma non per tutti)
Con l’AI Act, l’Unione Europea ha scelto una strada ambiziosa: regolamentare l’Intelligenza Artificiale in maniera trasversale, applicando un sistema di classificazione basato sul rischio. È il primo tentativo al mondo di disciplinare l’AI con un unico quadro normativo valido per ogni settore.

Tuttavia, il modello europeo non convince tutti. Alcuni osservatori ritengono che possa frenare l’innovazione, mentre altri lo considerano un baluardo per la tutela dei diritti fondamentali. Solo poche nazioni extra-UE – come Argentina, Cile e Perù – stanno cercando di seguire una strada simile.

La Cina, le economie emergenti e il fronte “laissez-faire”
Pechino ha introdotto regole specifiche per la sola AI generativa, preferendo un approccio selettivo e mirato. Paesi come Indonesia e India stanno valutando regolamentazioni settoriali per sanità, trasporti o agricoltura. Altri ancora, come Brasile e Canada, puntano su forme di governance digitale più ampie senza leggi di prodotto.

Sul fronte opposto troviamo giurisdizioni che privilegiano la deregolamentazione: il Regno Unito è il caso più emblematico, con un modello pro-innovazione che usa solo strumenti di soft law e regolazioni “adattive” quando strettamente necessarie. Una linea condivisa anche da Singapore, Australia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e, oggi, dagli stessi Stati Uniti di Trump.

La sfida per la leadership globale è appena iniziata
Il panorama mondiale sull’AI appare come un mosaico frammentato di approcci. Alcuni Stati scommettono su regole chiare per proteggere i diritti e la sicurezza dei cittadini, altri preferiscono lasciare più libertà al mercato per attrarre investimenti e talenti.


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Autovelox, stretta dal Ministero: da ottobre scatterà il censimento nazionale. Le multe rischiano di essere annullate

Dal prossimo ottobre entreranno in vigore nuove regole per gli autovelox che potrebbero rivoluzionare il sistema dei controlli di velocità sulle strade italiane. Il Decreto Infrastrutture (legge n. 105/2025) introduce infatti l’obbligo, per Comuni, Province e Regioni, di censire e comunicare al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (MIT) tutti i dispositivi di rilevamento presenti sul proprio territorio.

Un adempimento inderogabile
L’obbligo riguarda non solo la localizzazione e i dati tecnici di ogni autovelox, ma anche le informazioni relative alla conformità, al modello e all’omologazione. La mancata registrazione entro la scadenza – fissata per le ultime settimane di ottobre – comporterà l’invalidazione automatica dei dispositivi non censiti, con l’effetto di rendere impugnabili tutte le multe elevate attraverso il loro utilizzo.

Il MIT, che ha tempo fino al 19 agosto per pubblicare il decreto attuativo, metterà a disposizione delle amministrazioni un modello digitale standardizzato per trasmettere le informazioni. Da quel momento scatteranno 60 giorni per completare la procedura.

Una questione annosa: omologazione e approvazione non sono la stessa cosa
Il nuovo obbligo si inserisce in un contesto già complesso. Negli ultimi anni, infatti, la Corte di Cassazione (con l’ordinanza n. 10505/2024) ha dichiarato illegittimi numerosi autovelox per difetto di omologazione, chiarendo che la semplice approvazione ministeriale non può essere considerata equivalente.

Il Decreto Infrastrutture, tuttavia, continua a trattare le due procedure come intercambiabili, un’imprecisione che rischia di alimentare ulteriori contenziosi. Gli automobilisti avranno quindi due possibilità di ricorso: contestare l’assenza di registrazione al censimento nazionale oppure verificare l’effettiva omologazione dichiarata dagli enti locali.

Più trasparenza, ma meno dispositivi attivi
Con l’introduzione del censimento, il MIT metterà a disposizione anche mappe consultabili dai cittadini con l’elenco aggiornato degli autovelox presenti sul territorio. Questo porterà maggiore trasparenza, ma potrebbe ridurre in maniera significativa il numero di dispositivi attivi e utilizzabili.

Secondo alcune stime, un’ampia quota degli autovelox oggi operativi non riuscirà a superare il vaglio del censimento. Da un lato, ciò rappresenta un vantaggio per gli automobilisti che rischiano meno multe; dall’altro, rischia di indebolire gli obiettivi di sicurezza stradale, proprio mentre l’Unione europea chiede agli Stati membri di intensificare i controlli.

Un probabile aumento dei ricorsi
Gli esperti di diritto stradale sono concordi: le nuove regole rischiano di innescare una nuova ondata di ricorsi. «Oltre alla mancata registrazione, molti dispositivi non sono realmente omologati – spiega un avvocato specializzato –. Sarà molto più semplice dimostrare l’irregolarità delle multe».


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Consiglio di Stato: al via lo scarto degli atti d’archivio, gli avvocati dovranno ritirare i fascicoli entro il 31 ottobre

ROMA – Il Consiglio di Stato ha avviato la procedura di scarto degli atti d’archivio per i fascicoli di parte contenuti nei fascicoli processuali cartacei relativi ai giudizi definiti entro il 31 dicembre 2020. Si tratta di una misura necessaria per ridurre gli spazi destinati all’archiviazione della documentazione cartacea, come previsto dall’articolo 2961, comma 1, del codice civile, che esonera le cancellerie dal conservare gli incartamenti oltre tre anni dalla definizione delle cause.

Un’operazione che riguarda oltre venticinque anni di contenzioso
L’iniziativa coinvolge tutti i procedimenti archiviati dal 1994 fino al 2020. Gli avvocati interessati potranno richiedere la restituzione dei fascicoli di parte entro il 31 ottobre 2025, utilizzando il modulo dedicato (allegato n. 2 all’“Avviso” ufficiale) e inoltrandolo all’Ufficio relazioni con il pubblico del Consiglio di Stato tramite l’indirizzo PEC fascicolidiparte.cds@ga-cert.it.

Il ritiro dei documenti avverrà secondo tempi e modalità concordati con l’ufficio competente. I fascicoli non reclamati entro il termine previsto saranno inviati al macero.

Coinvolti Ordini forensi e associazioni professionali
Per garantire la massima diffusione dell’avviso, il Consiglio di Stato ha invitato i principali organismi rappresentativi dell’avvocatura – dal Consiglio Nazionale Forense al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma, fino alle associazioni come l’Unione Nazionale Avvocati Amministrativisti, la Società Italiana Avvocati Amministrativisti e l’Unione Nazionale Avvocati Enti Pubblici – a informare tempestivamente i propri iscritti.

«Nell’ottica di una reciproca collaborazione – ha dichiarato il Presidente di Sezione Giulio Castriota Scanderbeg, firmatario della comunicazione – chiediamo agli Ordini e alle associazioni professionali di diffondere l’iniziativa affinché tutti i difensori possano recuperare i fascicoli di rispettiva competenza».

Una gestione più razionale degli spazi
La decisione risponde a precise esigenze logistiche e normative. La mole di documenti cartacei accumulati negli anni rende ormai necessaria una gestione più razionale degli spazi archivistici, soprattutto alla luce della progressiva digitalizzazione dei procedimenti.

Gli avvocati sono quindi chiamati ad attivarsi in tempi rapidi: la data del 31 ottobre 2025 rappresenta l’ultima possibilità per evitare che fascicoli storici e documenti di interesse vadano definitivamente perduti.


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Giustizia digitale, l’avanzata degli algoritmi tra efficienza e rischi per i diritti

La giustizia europea corre verso la digitalizzazione. Dossier elettronici, piattaforme per la gestione dei procedimenti e software predittivi stanno entrando in maniera capillare nelle aule di tribunale, con l’obiettivo di ridurre gli arretrati e liberare risorse umane. Secondo l’ultimo rapporto della Commissione Europea per l’Efficienza della Giustizia (CEPEJ), oltre il 75% degli Stati membri ha già avviato programmi di automazione avanzata delle attività amministrative, mentre più della metà sta sperimentando l’uso di Intelligenza Artificiale (AI) per supportare i giudici nelle decisioni.

Il lato oscuro dell’innovazione
Dietro questa rivoluzione si nasconde però un nodo critico: la trasparenza. Molti degli algoritmi introdotti nei sistemi giudiziari funzionano come “scatole nere”: producono un risultato, ma non spiegano come lo hanno ottenuto. È il caso, ad esempio, dei software che stimano la pericolosità sociale degli imputati o calcolano l’ammontare dei risarcimenti.

«Se un cittadino riceve una condanna o un indennizzo basato su un algoritmo, deve poter capire su quali dati e parametri si fonda quella decisione», spiegano i giuristi. Senza questa possibilità, diventa quasi impossibile impugnare una sentenza o dimostrare che il sistema ha commesso un errore.

Uno scenario non così lontano
Immaginiamo il caso di un lavoratore licenziato che ottiene un risarcimento minimo perché un software ne ha determinato l’importo. Per contestare la decisione dovrebbe accedere ai criteri utilizzati dal programma, ma nella maggior parte dei casi tali informazioni non sono disponibili. Anche se lo fossero, la complessità tecnica costringerebbe il cittadino a rivolgersi a esperti informatici, con costi elevati.

«Il rischio è che la tecnologia, invece di democratizzare l’accesso alla giustizia, finisca per rafforzare le disuguaglianze», avverte un magistrato italiano coinvolto nei progetti di digitalizzazione.

L’Europa corre, ma le regole arrancano
Il Regolamento europeo sull’Intelligenza Artificiale, entrato in vigore quest’anno, ha classificato i sistemi di AI per livello di rischio. Quelli giudiziari si trovano in una zona grigia: non sono sempre considerati “ad alto rischio”, perciò in molti casi non sono obbligati a fornire spiegazioni dettagliate delle decisioni che generano.

Questa mancanza di chiarezza rischia di compromettere diritti fondamentali come il giusto processo e la possibilità di difendersi in giudizio. Eppure, la spinta all’automazione è forte: il Regno Unito ha già integrato Microsoft Copilot nei tribunali, mentre in Italia i fondi del PNRR finanziano un massiccio rinnovamento dell’infrastruttura tecnologica della giustizia.

Pressioni sui giudici e indipendenza a rischio
In diversi Paesi europei sono stati introdotti incentivi perché i magistrati si affidino agli algoritmi, nel tentativo di smaltire l’enorme arretrato giudiziario. Ma questa prassi, sottolineano gli esperti, può limitare la discrezionalità dei giudici e mettere a repentaglio la loro indipendenza.

«Un conto è usare l’AI come supporto, un altro è farla diventare il vero decisore. È un confine sottile, ma decisivo», spiega un docente di diritto europeo.

Cosa fare per non perdere il controllo
Gli specialisti indicano alcune priorità: introdurre obblighi di trasparenza più rigidi per i software utilizzati in ambito giudiziario, formare i magistrati all’uso consapevole delle tecnologie e prevedere organismi di controllo indipendenti.

Senza queste garanzie, il rischio è che la corsa verso la giustizia digitale lasci indietro proprio chi avrebbe più bisogno di protezione: i cittadini meno attrezzati per comprendere le logiche di sistemi complessi e opachi.


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Studi legali e comunicazione digitale: come distinguersi nell’era dell’Intelligenza Artificiale

Nel settore legale la competizione non si gioca più solo sulla qualità delle consulenze, ma anche sulla capacità di farsi conoscere e di trasmettere credibilità. Oggi un blog aziendale, una pagina LinkedIn aggiornata o una newsletter efficace non sono strumenti “di contorno”: rappresentano il biglietto da visita principale di uno studio legale, soprattutto per clienti sempre più abituati a cercare informazioni online.

Ma come si costruisce una presenza digitale che non passi inosservata? E quale ruolo gioca l’Intelligenza Artificiale, diventata ormai una presenza costante anche nel marketing legale?

Dall’AI alla strategia: il contenuto non si scrive da solo
Gli strumenti di Intelligenza Artificiale generativa possono velocizzare alcune fasi del lavoro: creare bozze di articoli, analizzare le tendenze di ricerca, suggerire le parole chiave più utili. Tuttavia, nessun algoritmo può sostituire la competenza giuridica, la conoscenza dei clienti e la capacità di costruire un messaggio autentico.

«La tecnologia è un acceleratore, non un sostituto – spiegano i consulenti di comunicazione –. Se usata senza controllo umano, rischia di produrre testi impersonali, incompleti o poco accurati. Nel diritto, dove le parole hanno un peso enorme, la validazione delle informazioni e il tono di voce sono elementi decisivi».

Scrivere pensando al lettore, non ai motori di ricerca
Uno dei principali errori commessi da molti studi è produrre contenuti pensati solo per apparire sui motori di ricerca. Le persone, però, non vogliono solo leggere articoli pieni di keyword: cercano risposte chiare, esempi concreti e un linguaggio accessibile.

Strutturare i testi con paragrafi brevi, titoli chiari, elenchi e grafici migliora l’esperienza di lettura online. Ma è soprattutto l’approccio reader-first – partire dalle reali esigenze dei clienti – a fare la differenza.

Chiarezza e autorevolezza: un binomio vincente
Scrivere in modo comprensibile non significa semplificare in modo eccessivo. Il linguaggio chiaro e il legal design stanno diventando elementi strategici anche nella comunicazione B2B: permettono di rendere più accessibili concetti giuridici complessi e di rafforzare l’immagine dello studio come partner affidabile.

Secondo le ultime indagini dell’Osservatorio sul Linguaggio Chiaro, i contenuti online ben strutturati generano fino al 40% in più di interazioni e richieste di contatto. Un dato che conferma come la capacità di spiegare la legge in maniera efficace possa incidere direttamente sulle opportunità di business.

Il futuro è digitale, ma il valore resta umano
La vera sfida per gli studi legali nei prossimi anni sarà riuscire a integrare l’innovazione tecnologica con un approccio artigianale alla scrittura. Ogni post sul blog, ogni aggiornamento social e ogni newsletter contribuiscono a definire l’identità dello studio: trascurare questi strumenti significa lasciare spazio ai competitor.


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Mosca pubblica la “lista nera” dei presunti russofobi: c’è anche Mattarella

MOSCA – La Federazione Russa ha reso pubblica una nuova sezione sul sito web del ministero degli Esteri in cui vengono elencati funzionari occidentali e ucraini accusati di aver espresso posizioni considerate “russofobe”. Una sorta di “lista nera” che per l’Italia comprende il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e i ministri Antonio Tajani (Esteri) e Guido Crosetto (Difesa).

L’elenco, suddiviso per anni, raccoglie frasi e dichiarazioni pronunciate da rappresentanti istituzionali e giudicate a Mosca come incitamenti all’odio contro la Russia. Nella lista riferita al 2025 compare un estratto della lectio magistralis tenuta da Mattarella all’Università di Marsiglia, in cui il Capo dello Stato aveva paragonato l’aggressione russa all’Ucraina al progetto espansionista del Terzo Reich. Nel documento relativo al 2024, invece, viene citato un passaggio del discorso pronunciato dal presidente il 18 maggio, nell’80° anniversario della battaglia di Montecassino, in cui ricordava le devastazioni delle dittature in Europa e richiamava l’impegno per la difesa della pace e dello Stato di diritto.

Tajani e Crosetto nel mirino
La sezione del sito menziona inoltre due interviste rilasciate al Messaggero dai ministri Tajani e Crosetto: il primo auspicava la presenza di bandiere ucraine alla marcia del 25 aprile, mentre il secondo sottolineava l’intenzione di Vladimir Putin di “prendersi tutta l’Ucraina”. Dichiarazioni che, secondo il Cremlino, costituirebbero esempi di “ostilità verso la Russia”, nonostante non contengano incitamenti diretti alla violenza.

Zakharova: “Creiamo una giornata contro la russofobia”
A rendere ancora più polemica l’iniziativa è stata la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, che ha proposto l’istituzione di una giornata internazionale contro la russofobia, suggerendo di usare il termine “ukokoshit” – un verbo colloquiale russo che significa “mandare all’altro mondo”, ovvero “uccidere” – per descrivere il contrasto agli avversari. La frase, pubblicata anche sul suo canale Telegram, è stata visualizzata da oltre 340mila utenti e ha raccolto centinaia di reazioni ironiche e approvazioni.

Finora, la pubblicazione della lista ha suscitato poche reazioni ufficiali in Europa, fatta eccezione per alcune proteste provenienti dalla Bulgaria. L’iniziativa, però, conferma il clima di crescente tensione tra Mosca e le capitali occidentali, mentre il Cremlino intensifica la propria propaganda interna contro chi viene accusato di voler “distruggere” la Russia.


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