WhatsApp sul lavoro? No senza consenso

L’uso disinvolto delle chat aziendali può costare caro. In Spagna, il Garante per la protezione dei dati ha multato un’azienda per violazione del Regolamento Ue 2016/679 (GDPR): 42 mila euro la sanzione per aver aggiunto, senza consenso, il numero personale di un dipendente a un gruppo WhatsApp interno all’azienda. Una decisione, quella resa pubblica il 2 giugno 2025 (caso EXP202310848), che rappresenta un precedente significativo per l’intera Unione europea — Italia inclusa.

Il caso: un gruppo WhatsApp aziendale “forzato”

La vicenda ha coinvolto un lavoratore che, pur avendo esplicitamente manifestato il proprio dissenso, si è visto inserire dal datore di lavoro in un gruppo WhatsApp aziendale. Nonostante le ripetute richieste di fornire un dispositivo di servizio per gestire le comunicazioni lavorative, l’azienda ha ignorato le rimostranze e ha continuato a utilizzare il numero personale del dipendente.

L’uso di strumenti di messaggistica istantanea, secondo l’Autorità spagnola, va ben oltre l’ambito della comunicazione informale: “sono nati per scopi personali e sociali, non per essere imposti nei rapporti gerarchici lavorativi”, ha chiarito il Garante. La decisione ricalca i principi fondamentali del GDPR, che protegge anche dati apparentemente semplici, come un numero di cellulare, quando associati a un’identità precisa.

Difese respinte: interesse aziendale non basta

L’azienda ha tentato una difesa articolata, invocando un presunto “interesse legittimo” legato alla necessità di garantire la continuità operativa del servizio. Ma per il Garante questo non giustifica la compressione del diritto alla riservatezza del lavoratore, specialmente in assenza di consenso e di strumenti alternativi, come un cellulare aziendale.

Anche l’argomento secondo cui il gruppo WhatsApp fosse composto solo da colleghi interni non è stato accolto: “le violazioni della privacy possono avvenire anche all’interno di un’organizzazione, senza coinvolgimento di terzi esterni”, si legge nel provvedimento. Non ha convinto neppure il tentativo di ridimensionare la portata del trattamento, definendolo “limitato a dati di minima entità”: nel GDPR non esistono dati “trascurabili”.

Il ravvedimento operoso salva (in parte) l’azienda

A sanzione ormai irrogata, l’azienda ha cercato di correre ai ripari. Ha adottato un regolamento interno che limita l’uso di WhatsApp esclusivamente a dispositivi aziendali forniti dal datore di lavoro, correggendo di fatto la prassi precedente. Un comportamento collaborativo che ha consentito di ridurre la multa da 70 mila a 42 mila euro.

Il Garante ha riconosciuto la buona fede nel ravvedimento e l’avvenuto pagamento tempestivo come elementi attenuanti, ma ha ribadito un principio fondamentale: l’utilizzo di canali personali per fini aziendali non può essere imposto unilateralmente, e ogni trattamento di dati deve rispettare i criteri di liceità, necessità e proporzionalità previsti dal GDPR.

Un monito per l’Europa (e per l’Italia)

Questo provvedimento rappresenta un campanello d’allarme per tutte le imprese europee, in particolare per quelle realtà, pubbliche e private, dove strumenti informali come WhatsApp vengono impiegati in modo strutturale e non regolamentato. Il GDPR è direttamente applicabile in tutti gli Stati membri e l’Italia, che condivide molte delle dinamiche evidenziate nel caso spagnolo, potrebbe presto vedere pronunce simili da parte del Garante italiano.

L’era della comunicazione istantanea impone nuove regole e responsabilità: la comodità non può prevalere sulla tutela dei diritti fondamentali. E un numero di cellulare, oggi, è molto più che un contatto: è un dato personale da trattare con rispetto.


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Tajani rilancia la ricetta berlusconiana: «Flat tax al 24% per salvare il ceto medio»

Reggio Calabria diventa il cuore pulsante del nuovo corso economico di Forza Italia. Durante gli Stati Generali del Mezzogiorno, il vicepremier Antonio Tajani ha delineato con chiarezza le priorità fiscali del suo partito: una flat tax al 24% e una decisa riduzione delle aliquote Irpef. Un progetto ispirato all’economia liberale, che affonda le radici nella visione storica di Silvio Berlusconi. «Meno tasse deve essere il nostro mantra», ha scandito Tajani, rilanciando l’idea di abbassare l’aliquota dal 35% al 33% per i redditi fino a 60mila euro. L’obiettivo dichiarato: tutelare il ceto medio e stimolare la crescita economica.

Secondo il leader azzurro, il fisco italiano è ancora troppo pesante per famiglie e imprese. «La riduzione della pressione fiscale è una priorità assoluta. Se non agiamo, il ceto medio rischia di scivolare verso la povertà», ha avvertito. Per accompagnare la riforma fiscale, Tajani propone anche interventi concreti sul mondo del lavoro: decontribuzione per chi guadagna meno di 9 euro l’ora e detassazione per straordinari, festivi e premi di produzione. «Serve un progetto chiaro e coerente, poi penseremo alle coperture», ha chiarito.

Ma mentre Forza Italia sogna un fisco più leggero, si acuisce la frattura con la Lega. A dividere ancora una volta i due partiti è la proposta di tassare gli extraprofitti bancari, rilanciata da Matteo Salvini. Se il Carroccio invoca una redistribuzione “giusta” dei guadagni record delle banche, Tajani mette le mani avanti: «Sono contrario a qualsiasi aumento di tasse. Non possiamo cedere all’odio sociale né partire con un assalto alla diligenza».

Il vicepremier azzurro si dice preoccupato per le possibili ripercussioni su piccoli commercianti e artigiani: «Chi erogherebbe il credito se colpissimo le banche popolari o le cooperative di credito? Distruggere questo sistema significa minare l’intera economia del Paese». Una posizione che risuona con le recenti parole del presidente dell’ABI, Antonio Patuelli, secondo cui la solidità del sistema bancario italiano, pur gravato da un’imposizione fiscale crescente, resta essenziale per la tenuta sociale ed economica.

Eppure la Lega non arretra: «Le banche raccolgono allo 0 virgola e prestano al 5, 6, 7%. È giusto che una parte di questi extraprofitti venga redistribuita», ribadiscono fonti del partito di via Bellerio. Dati alla mano, secondo Unimpresa nel solo 2024 gli istituti di credito italiani hanno incassato 46,5 miliardi di euro di utili netti, versando 11,2 miliardi al fisco – con un tax rate effettivo del 24,2%. Una percentuale che, paradossalmente, coincide proprio con la flat tax auspicata da Tajani.

Oltre alla fiscalità, Forza Italia punta i riflettori anche sulla giustizia. Dalla Calabria, il leader del partito annuncia che da settembre ripartirà il cammino per la riforma del processo civile: «È troppo lento e inefficiente. La democrazia si regge sull’equilibrio dei poteri, e la giustizia è un pilastro essenziale».

In vista di un autunno che si preannuncia denso di sfide, Forza Italia scommette su una linea economica identitaria, liberale e centrata sul rilancio del ceto medio. Ma le crepe nella maggioranza cominciano a farsi sentire, e la battaglia sulle tasse — tra chi vuole ridurre e chi redistribuire — rischia di diventare il vero banco di prova per la tenuta del governo.


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Dazi: ci costano quanto il Ponte di Messina

In attesa che venga ufficializzata la lista dei prodotti esentati dai dazi che scatteranno il prossimo 7 agosto, secondo una stima elaborata dall’Ufficio studi della CGIA, l’applicazione dell’aliquota al 15 per cento decisa domenica scorsa in Scozia tra i presidenti Trump e von der Leyen dovrebbe causare all’Italia un danno, almeno nel breve termine, tra i 14/15 miliardi di euro all’anno. Un importo che, in linea di massima, corrisponde al costo che nei prossimi anni sosterrà il nostro bilancio statale per realizzare la più grande opera pubblica di sempre: vale a dire il ponte sullo Stretto di Messina.

Un danno, quello causato dalle politiche protezionistiche statunitensi, che, secondo la stima della CGIA, racchiude sia gli effetti diretti (mancate esportazioni), sia quelli indiretti (riduzione margine di profitto delle imprese che continueranno a vendere nel mercato USA, costo delle misure di sostegno al reddito degli addetti italiani che perderanno il posto di lavoro, trasferimento delle imprese o di una parte delle produzioni verso gli USA, il trade diversion[1], etc.). Oltre a queste due fattispecie è stata tenuta in considerazione anche quella congiunturale (legata alla svalutazione del dollaro nei confronti dell’euro[2]).

  • Fiduciosi sulla tenuta del “made in Italy”

Sebbene nel 2024 rispetto al 2023 ci sia stata una contrazione delle vendite verso gli USA del 3,6 per cento (in termini monetari pari a -2,4 miliardi di euro), l’Italia ha una forte vocazione all’export verso gli Stati Uniti (l’anno scorso la dimensione economica è stata pari a 64,7 miliardi). Tuttavia gli effetti dei dazi al 15 per cento, dovranno “misurarsi” anche con i seguenti interrogativi:

  1. a) i consumatori e le imprese statunitensi sostituiranno i beni finali e intermedi italiani con quelli autoctoni o di altri Paesi, oppure continueranno ad acquistare prodotti Made in Italy?
  2. b) a seguito delle nuove barriere doganali, le imprese esportatrici italiane riusciranno a non aumentare i prezzi di vendita negli USA, rinunciando a una parte dei margini di profitto?

Sono domande a cui non è per nulla facile dare risposte. Tuttavia, la Banca d’Italia ricorda che il 43 per cento delle nostre esportazioni verso gli Stati Uniti sono costituite da prodotti di qualità alta e un altro 49 per cento di qualità media[3]: pertanto il 92 per cento delle nostre merci acquistate oltre Oceano sono di alta gamma. Sono prodotti che, verosimilmente, sono destinati a clienti (persone fisiche o imprese) ad elevato reddito che potrebbero rimanere indifferenti ad un aumento del prezzo causato dall’introduzione di nuove barriere doganali. In merito al secondo interrogativo, invece, i ricercatori di via Nazionale segnalano che il potenziale calo della domanda statunitense legato all’incremento dei prezzi dei prodotti finali potrebbe essere assorbito dalle nostre imprese attraverso una contrazione dei propri margini di profitto. A tal proposito va segnalato che le aziende italiane che esportano negli USA presentano una incidenza delle vendite in questo mercato “solo” del 5,5 per cento del fatturato totale, mentre il margine operativo lordo[4] è mediamente pari al 10 per cento dei ricavi. In altre parole, sono poco esposte verso il mercato statunitense ed una eventuale “chiusura” di questo mercato inciderebbe relativamente. Inoltre, queste realtà produttive hanno mediamente buoni margini per ridurre il prezzo finale dei propri beni da vendere negli States, compensando, almeno in parte, gli aumenti provocati dall’introduzione delle barriere doganali. Ovvio che potrebbero verificarsi delle situazioni molto più gravi di quelle appena descritte, se le politiche protezionistiche di Trump dovessero provocare un’ulteriore svalutazione del dollaro, innescando delle contromisure in grado di provocare una caduta della domanda globale e dei mercati finanziari.

[1] In un mondo in cui una grande economia impone dazi quasi a tutti, gli altri esportatori di tutti i paesi colpiti cercheranno nuovi sbocchi per compensare le perdite subite sul mercato USA. Questo fenomeno è noto come deviazione del commercio (per l’appunto trade diversion).

[2] Nei primi sette mesi del 2025 il deprezzamento è stato del 10,5 per cento.

[3] Bollettino Economico, Numero 2/2025 Aprile.

[4] E’ il valore della produzione al netto degli acquisti netti di materie prime, dei costi per servizi e godimento di beni terzi e del costo del lavoro, a cui va aggiunta la variazione delle scorte di materie prime.


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Caiazza: «Inchieste al posto delle urne, la politica è ridotta a farsa»

«Non è più tragedia, è avanspettacolo». Con queste parole Giandomenico Caiazza, già presidente dell’Unione Nazionale delle Camere Penali, interviene nel dibattito sulle inchieste giudiziarie che sistematicamente si abbattono sui candidati politici all’indomani dell’annuncio delle loro candidature.

Dal caso delle Marche a quelli di Genova, Bari, Milano, Caiazza denuncia un copione che si ripete da anni, con l’iniziativa giudiziaria che prende il posto del confronto elettorale. «Puntualmente – afferma – lo scontro democratico viene sostituito da un’indagine penale, che costringe il candidato a una duplice ordalia: da un lato l’interrogatorio-fiume di cinque ore in Procura, dall’altro il giudizio del suo potenziale alleato politico».

La farsa dell’autogiustizia di partito

Il riferimento è anche alla pratica, sempre più diffusa, per cui gli alleati politici, invece di attendere gli esiti della giustizia, pretendono di leggere gli atti dell’inchiesta e di pronunciarsi in conferenza stampa, con tanto di “sentenza” anticipata di assoluzione morale. «È una rappresentazione surreale – aggiunge Caiazza – dove tutti i protagonisti si mostrano ilari ed emozionati per il lieto fine, ma sembrano ignari di star celebrando il funerale della politica».

Un allarme per la democrazia

L’ex presidente delle Camere Penali sottolinea come questa deriva rischi di minare le basi stesse della democrazia rappresentativa, con la magistratura che di fatto interviene nel gioco politico e l’opinione pubblica trasformata in giuria sommaria. Un sistema che, per Caiazza, ha smarrito il senso del diritto e della responsabilità politica, in favore di una sceneggiatura giudiziaria in cui la verità processuale è sostituita dal clamore mediatico.


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Prezzi in salita nel carrello, inflazione stabile a luglio: cresce il peso sugli acquisti quotidiani

L’inflazione rallenta, ma non per chi fa la spesa. I dati preliminari dell’Istat relativi a luglio fotografano una dinamica complessa: l’indice generale dei prezzi al consumo resta stabile all’1,7% su base annua, ma il “carrello della spesa” rincara, con un incremento del 3,4%, in accelerazione rispetto al +2,8% di giugno.

Il carrello, che include alimentari, beni per la casa e la persona, riflette l’andamento di quei prodotti a più alta frequenza d’acquisto – cioè quelli che incidono maggiormente sul bilancio familiare – che a luglio registrano un aumento del 2,3%.

Alimentari e trasporti spingono verso l’alto

Nel dettaglio, a preoccupare sono soprattutto i generi alimentari, in particolare quelli non lavorati, che crescono del 5,1% rispetto al +4,2% del mese precedente. Anche i trasformati segnano un aumento (+3,1% da +2,7%), mentre tra i servizi si evidenziano rincari nei trasporti (+3,4%) e nei servizi vari (+2,2%).

L’inflazione “di fondo”, depurata dagli effetti dei beni energetici e degli alimentari freschi, resta ferma al +2,0%, ma il disagio percepito dalle famiglie cresce a causa dei rincari concentrati proprio su ciò che si consuma quotidianamente.

Energia in calo, ma non basta

L’unica nota positiva arriva dai beni energetici, i cui prezzi continuano a calare. Quelli non regolamentati segnano una flessione del -5,8% (da -4,2%), mentre quelli regolamentati scendono dal +22,6% di giugno al +16,7%. Un raffreddamento che però non basta a bilanciare il rincaro generalizzato dei consumi primari.

Anche i servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona rallentano, passando dal +3,2% al +2,6%. Tuttavia, la variazione mensile dell’indice generale (+0,4%) è spinta soprattutto dai rincari nei trasporti (+1,0%), energetici non regolamentati (+1,6%) e alimentari lavorati (+0,5%).

Lavoro: più occupati, ma crescono gli inattivi

Parallelamente, il mercato del lavoro mostra segnali contrastanti. A giugno, gli occupati aumentano di 16mila unità rispetto a maggio, raggiungendo quota 24 milioni e 326mila, con una spinta trainata principalmente dagli over 50. Il tasso di disoccupazione scende al 6,3% (-0,3 punti), ma crescono gli inattivi, con 69mila persone in più fuori dal mercato del lavoro.

La lettura degli economisti

«È vero che i prezzi del carrello stanno correndo, ma il dato da osservare resta l’inflazione generale, che si mantiene su livelli bassi rispetto agli anni del picco post-Covid», spiega l’economista Fedele De Novellis, partner di Ref-Ricerche. Una dinamica che resta sotto controllo, ma che pesa in modo diseguale sui diversi segmenti sociali, colpendo più duramente le famiglie a basso reddito.


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Nordio: «Giustizia più efficiente per un’Italia più competitiva»

Una giustizia più rapida, moderna e indipendente per rilanciare l’economia nazionale. È questa la visione al centro della riforma costituzionale promossa dal ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che, in un’intervista a margine della celebrazione per il 44° anniversario del quotidiano economico, ha spiegato come i principali interventi normativi in cantiere siano pensati non solo per rafforzare lo Stato di diritto, ma anche per rendere l’Italia più attrattiva agli occhi degli investitori internazionali.

Separazione delle carriere e giudice terzo

Il punto cardine resta la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, considerata essenziale per assicurare la piena imparzialità del giudice e garantire quella distanza istituzionale che, secondo Nordio, è necessaria per tutelare il principio del giusto processo.

«La riforma – spiega il Guardasigilli – punta a liberare la magistratura dai condizionamenti interni, riducendo il peso delle correnti e rafforzando la fiducia dei cittadini nella terzietà del giudice». Una misura che, secondo il ministro, non indebolisce il sistema, ma lo rende più trasparente e coerente con le migliori pratiche europee.

Processo più veloce, Stato più competitivo

Altro tassello fondamentale è la riduzione dei tempi processuali, tanto nel civile quanto nel penale. Il ministro rivendica i progressi già compiuti e annuncia ulteriori interventi per tagliare i tempi della giustizia. «Abbattere i ritardi significa dare certezze a cittadini e imprese», osserva Nordio. «Una giustizia che funziona è un incentivo diretto per chi vuole investire nel nostro Paese».

La svolta digitale

Accanto agli interventi ordinamentali, la riforma prevede anche un forte potenziamento della digitalizzazione del sistema giudiziario. «La piena efficienza – sottolinea il ministro – non può prescindere dall’adeguamento tecnologico. Abbiamo già avviato un piano per informatizzare i procedimenti e semplificare l’accesso ai servizi giudiziari, a beneficio anche delle pubbliche amministrazioni».

Una modernizzazione che non riguarda solo gli uffici giudiziari, ma l’intero impianto organizzativo del Ministero della Giustizia, che punta a divenire un modello di efficienza nel contesto della pubblica amministrazione.

Carceri e legalità diffusa

Il ministro ha ribadito anche l’impegno nella lotta al sovraffollamento carcerario, altro punto critico del sistema giustizia. In questo senso, la riforma prevede un insieme di misure volte a coniugare rigore, sicurezza e rispetto dei diritti fondamentali.

Il dialogo con Anm e Csm

Sulle critiche mosse dall’Associazione Nazionale Magistrati e sul dibattito interno al Consiglio Superiore della Magistratura, Nordio tende la mano: «Il confronto è sempre aperto. Nonostante le divergenze, il rapporto con Anm e Csm è costante e cordiale. Tutti condividiamo l’obiettivo di rafforzare la giustizia italiana».


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Assegno di inclusione, nessuna interruzione: arriva il bonus ponte fino a 500 euro

L’assegno di inclusione non si ferma: chi chiederà il rinnovo dopo i primi 18 mesi di percezione non dovrà più affrontare un mese di sospensione. Grazie a un emendamento al decreto-legge n. 92/2025 (Dl Ilva), appena approvato dalla Camera con voto di fiducia, i beneficiari riceveranno un contributo straordinario fino a 500 euro, pari all’importo della prima mensilità del rinnovo. Una misura pensata per evitare vuoti di copertura economica in attesa della ripresa regolare dell’erogazione.

Il bonus una tantum sarà destinato ai nuclei familiari che, verificati i requisiti, presenteranno istanza di rinnovo dell’Adi per altri 12 mesi entro i termini previsti. Il pagamento avverrà insieme alla prima mensilità del rinnovo, entro il mese di dicembre.

Un ponte tra i due cicli di erogazione

L’Adi, operativo da gennaio 2024, ha raggiunto a giugno il primo traguardo dei 18 mesi di durata previsti. Gli attuali beneficiari, avvisati tramite sms dall’INPS, potranno presentare domanda di rinnovo dal 1° luglio. In base alla normativa, senza la misura-ponte appena introdotta, la nuova erogazione sarebbe partita da agosto solo per chi avesse presentato la domanda entro il 31 luglio, con un mese di stop nel mezzo. Ora, invece, il contributo straordinario eliminerà ogni soluzione di continuità, garantendo un doppio importo nel primo mese utile del rinnovo.

Caldo estremo e lavoro: nuove deroghe sulla Cig

Lo stesso provvedimento introduce misure eccezionali per fronteggiare le emergenze climatiche, in particolare le ondate di calore. Tra il 1° luglio e il 31 dicembre 2025, le imprese potranno accedere alla Cassa integrazione ordinaria (Cigo) senza incorrere nei consueti vincoli temporali:

  • sarà possibile presentare nuove domande anche se si sono già raggiunte le 52 settimane continuative di Cig;
  • sarà rimosso il limite delle 52 settimane in un biennio mobile;
  • non sarà dovuto il contributo addizionale (normalmente tra il 9% e il 15%).

Un’estensione riguarda anche la Cisoa, la cassa per i lavoratori agricoli, applicabile in caso di riduzioni dell’attività causate da intemperie stagionali, anche ai dipendenti a termine.

Prolungamenti anche per la Cigs

La Cassa integrazione straordinaria (Cigs) è stata prorogata fino al 2027 per le aziende con accordi sottoscritti entro il 26 giugno 2025. Inoltre, per il solo anno 2025, le imprese con meno di 15 dipendenti potranno beneficiare di 12 settimane aggiuntive di Cig e Cigs tra il 1° febbraio e il 31 dicembre, senza obbligo di versare il contributo addizionale.


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Dazi USA, via libera da Trump: ora l’Italia cerca esenzioni per salvare le imprese

Dopo una giornata di attesa e incertezza, nella notte è arrivata la firma di Donald Trump: il presidente statunitense ha dato ufficialmente attuazione all’accordo commerciale con l’Unione europea, riducendo dal 20 al 15% le tariffe sulle importazioni americane di prodotti europei, compresi auto e componenti. Il provvedimento, effettivo dal 1° agosto, segna l’avvio concreto dell’intesa stretta pochi giorni fa con la presidente della Commissione Ursula von der Leyen.

A Palazzo Chigi si tirano le prime somme, con l’attenzione ora rivolta alla “seconda fase” della trattativa: quella sulle esenzioni e regimi speciali. Per il governo italiano, è qui che si gioca la partita più delicata per tutelare le imprese nazionali da un impatto economico che, secondo stime della Cdp, potrebbe comunque restare contenuto, attorno ai 4 miliardi di euro.

Un danno contenuto, ma non trascurabile

Se da un lato la riduzione dei dazi rappresenta un sollievo parziale, il rischio per alcuni settori resta. Al momento, non risultano pronti piani di compensazione per le aziende danneggiate, anche perché il governo aspetta di vedere le mosse di Bruxelles prima di intervenire in modo diretto.

Ciononostante, si intravede una possibile finestra di opportunità: rispetto ad altri Paesi esportatori come l’India, che continuerà a subire tariffe del 35%, l’Italia potrebbe guadagnare quote di mercato nei settori dove le esportazioni sono più competitive.

L’Italia guarda alle clausole speciali

La priorità, per Farnesina, MEF e Ministero delle Imprese, è ottenere deroghe e regimi agevolati per i comparti più sensibili. In cima alla lista ci sono prodotti agricoli e farmaci, anche se le speranze di esenzione per il vino sembrano già ridotte al minimo.

Sulle materie prime, invece, come acciaio e alluminio, l’ordine esecutivo prevede ancora dazi molto pesanti, fino al 50%. Da qui la necessità, secondo Palazzo Chigi, di far ripartire al più presto il negoziato con Washington per modulare gli effetti delle nuove misure.

Tajani: «L’euro forte è il vero problema»

Nel frattempo, dalla diplomazia economica arrivano richieste precise anche all’Europa. Il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani chiede una svolta nella politica monetaria europea: «La BCE deve agire per svalutare l’euro rispetto al dollaro. Il cambio troppo forte è un danno maggiore dei dazi».

Sulla stessa linea anche l’altro vicepremier, Matteo Salvini, che torna a criticare il Green Deal europeo, definendolo un ostacolo aggiuntivo in un contesto già difficile per le imprese.

Attese da Bruxelles

In assenza di una risposta concreta da parte dell’UE, il governo italiano frena sul varo di eventuali sostegni nazionali alle imprese colpite. L’idea di un allentamento del regime sugli aiuti di Stato, per quanto invocata da più fronti, non entusiasma Roma, preoccupata per i costi e i vincoli che ne deriverebbero.

Per ora, dunque, la linea è chiara: limitare i danni attraverso una trattativa serrata con le autorità americane e fare pressione su Bruxelles per ottenere strumenti efficaci e immediati. La partita commerciale è appena cominciata.


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Licenziamenti dei dirigenti durante il Covid: per la Consulta sono legittimi

I licenziamenti individuali dei dirigenti effettuati durante la vigenza del blocco generalizzato per l’emergenza Covid non violano la Costituzione. Lo ha stabilito la Corte costituzionale con la sentenza n. 141 depositata il 31 luglio 2025, respingendo le questioni sollevate da diversi organi giurisdizionali – tra cui la Corte di Cassazione e la Corte d’appello di Catania – in merito alla legittimità dell’esclusione dei dirigenti dalla moratoria emergenziale sui recessi per giustificato motivo oggettivo.

Durante la fase più acuta della pandemia, il legislatore aveva introdotto un divieto temporaneo di licenziamento per giustificato motivo oggettivo applicabile a tutti i lavoratori subordinati, ad eccezione, appunto, dei dirigenti. Una scelta che ha suscitato dubbi di costituzionalità, ritenuta da alcuni giudici in contrasto con l’articolo 3 della Carta per l’evidente disparità di trattamento rispetto agli altri lavoratori, destinatari di una tutela estesa anche ai recessi individuali.

Una tutela differenziata, ma coerente

La Corte costituzionale ha riconosciuto la peculiarità del rapporto dirigenziale, richiamando il consolidato orientamento giurisprudenziale secondo cui il dirigente è un soggetto distinto dalle categorie di impiegati, quadri e operai, in quanto “alter ego dell’imprenditore” e portatore di responsabilità e prerogative diverse. Proprio in virtù di questo status, la disciplina emergenziale ha previsto per i dirigenti una tutela modulata, differente da quella applicata al restante personale.

Una decisione che, secondo i giudici della Consulta, rientra pienamente nel margine di discrezionalità del legislatore e non presenta profili di irragionevolezza manifesta. La norma, infatti, risponde ai requisiti fondamentali di temporaneità, eccezionalità e proporzionalità, richiesti per le misure adottate in contesti straordinari.

Nessuna disparità irragionevole

Nel motivare la legittimità dell’esclusione, la Corte ha sottolineato che per i lavoratori non dirigenti era stato introdotto un ammortizzatore sociale ad hoc, la Cassa integrazione Covid-19, che ha permesso alle imprese di contenere l’impatto economico del blocco dei licenziamenti. Tale misura, tuttavia, non era applicabile ai dirigenti, il cui costo è rimasto interamente a carico delle aziende.

In questo quadro, l’eccezione rappresentata dai dirigenti è risultata coerente con la logica complessiva dell’intervento normativo: l’obiettivo non era una tutela universale indistinta, ma una protezione calibrata sulle diverse tipologie di rapporto di lavoro, anche alla luce degli strumenti di sostegno disponibili.

La parola definitiva della Consulta

La sentenza mette dunque fine a un dibattito acceso che ha interessato numerosi contenziosi in sede giudiziaria. La Corte costituzionale ha ribadito che, anche in situazioni straordinarie, la differenziazione normativa è ammissibile quando si fonda su elementi oggettivi e ragionevoli.

La scelta di escludere i dirigenti dal blocco dei licenziamenti individuali, dunque, non solo è compatibile con i principi costituzionali, ma è anche il frutto di una valutazione fondata sull’equilibrio tra diritti dei lavoratori e sostenibilità economica per le imprese. Una linea, quella seguita dal legislatore, che trova oggi piena conferma anche da parte del giudice delle leggi.


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Giustizia e Intelligenza Artificiale: il giudice resta umano, ma l’Ia cambia tutto

Negli uffici giudiziari italiani, così come negli studi legali, è in atto una trasformazione silenziosa ma profonda: l’intelligenza artificiale (IA) è entrata in aula. E non solo come tema di dibattito. L’organizzazione dei ruoli, la ricerca giurisprudenziale, la redazione di atti e pareri, l’analisi dei fascicoli: sono sempre più numerose le attività in cui i nuovi strumenti digitali forniscono supporto concreto a magistrati, avvocati e cancellieri.

Un cambiamento che promette velocità, efficienza e razionalizzazione, ma che incontra un limite invalicabile: la decisione giuridica non può essere automatizzata. Lo stabilisce in modo chiaro l’AI Act europeo (Reg. UE 2024/1689), che entrerà pienamente in vigore nell’agosto 2026, e lo ribadisce il disegno di legge nazionale in discussione in Parlamento. Nessuna macchina, insomma, potrà mai sostituire il giudizio umano su fatti, prove e diritto.

L’ambito giudiziario, infatti, è stato classificato tra quelli a più alto rischio nel quadro europeo dell’intelligenza artificiale: richiede trasparenza, controllo e garanzie rafforzate. In gioco c’è l’equilibrio delicato tra efficienza tecnologica e tutela dei diritti fondamentali.

Il ministro della Giustizia Carlo Nordio è stato netto: «L’intelligenza artificiale va integrata con l’ingegno umano, non può mai diventarne surrogato». Il pericolo di manipolazione delle informazioni e distorsione della realtà è troppo alto per consentire scorciatoie automatizzate.

Una rivoluzione sotto sorveglianza

Pur con questi limiti, l’IA ha già trovato spazio operativo nella macchina della giustizia. Il disegno di legge nazionale ne prevede l’uso per attività ausiliarie e organizzative, come la gestione dei carichi di lavoro, l’ottimizzazione dei tempi dei procedimenti e la semplificazione delle attività amministrative.

Per guidare questo processo, il Ministero della Giustizia ha istituito un Osservatorio permanente e ha avviato programmi di formazione specifica per magistrati e personale amministrativo. «Non è una semplice attività formativa – ha dichiarato Antonio Mura, capo dell’ufficio legislativo – ma un passaggio strategico per acquisire controllo su uno strumento potente e potenzialmente rischioso».

I progetti in campo

Il cambiamento è già in corso. Il programma “Nemesis”, in uso presso l’Ispettorato generale, punta alla razionalizzazione interna dei flussi e delle banche dati. La “Piattaforma per le indagini”, pensata per supportare l’attività investigativa della polizia giudiziaria e dei PM, rappresenta un altro tassello importante.

Nel contesto del PNRR è stato sviluppato anche il progetto “Data Lake”, un sistema informativo centrale in grado di raccogliere e analizzare una vasta mole di dati giudiziari. L’IA in questo caso è utilizzata per migliorare la qualità dell’analisi, proteggere i dati sensibili (con tecniche di anonimizzazione e pseudonimizzazione) e affrontare in modo mirato fenomeni come la violenza di genere.

Tra le soluzioni più avanzate figura anche la Banca dati di merito, che grazie all’IA permette ricerche rapide tra i provvedimenti e la sintesi automatica delle sentenze. Il sistema viene inoltre utilizzato per monitorare i tempi di definizione dei procedimenti (disposition time), con l’obiettivo di raggiungere i target previsti dal PNRR.

L’esempio di Perugia

Non mancano sperimentazioni locali. Alla Procura generale di Perugia è stato sviluppato un sistema per la redazione dei mandati di arresto europeo. Il software, alimentato con i documenti dell’indagine, genera una bozza completa e modificabile in pochi minuti. «I tempi si riducono drasticamente – spiega il procuratore generale Sergio Sottani –. È chiaro che resta necessario il controllo umano, ma il risparmio operativo è evidente».

Il progetto, ormai a regime, è stato indicato come buona prassi e potrebbe essere esteso ad altri uffici giudiziari.


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