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IMU: doppia esenzione per coniugi con esigenze di vita documentate, anche in Comuni diversi

La controversia in oggetto riguarda l’esenzione IMU per l’abitazione principale di una coppia coniugale. I coniugi, pur avendo stabilito la dimora abituale e la residenza anagrafica in due immobili distinti ubicati in Comuni differenti, lamentano l’irrogazione di IMU su entrambi gli immobili da parte dei rispettivi Comuni.

Motivi della decisione:
La Corte di Cassazione, con l’ordinanza 19684/2024, ha accolto il ricorso dei contribuenti, statuendo che il diritto all’esenzione IMU per l’abitazione principale spetta a ciascuna delle persone legate da vincolo di coniugio o unione civile che, a causa di comprovate esigenze di vita, abbiano fissato la dimora abituale e la residenza anagrafica in immobili diversi.

Rilevanza giuridica:
La pronuncia in esame rappresenta un importante precedente giurisprudenziale in materia di IMU, ampliando la portata dell’agevolazione per l’abitazione principale. In particolare, la Corte riconosce l’esistenza di due distinte abitazioni principali quando sussistano concrete necessità che obbligano i componenti del nucleo familiare a dimorare in immobili separati.

Precedenti giurisprudenziali:
La decisione si innesta in un filone giurisprudenziale consolidato che, già in passato, aveva riconosciuto l’esenzione IMU per due abitazioni principali in caso di comprovate esigenze di vita, come ad esempio quelle derivanti da motivi di lavoro, salute o studio.

Implicazioni pratiche:
L’ordinanza in esame ha rilevanti ricadute pratiche per le coppie coniugali o unite civilmente che, per motivi di forza maggiore, siano costrette a vivere in immobili diversi. In tali ipotesi, i contribuenti potranno beneficiare dell’esenzione IMU su entrambi gli immobili, a condizione che dimostrino l’esistenza di concrete esigenze che giustifichino la loro dislocazione abitativa.

Differenze con la sentenza 3903/2022:
E’ importante sottolineare che la pronuncia in esame si discosta da quanto statuito dalla precedente sentenza della Corte di Cassazione n. 3903/2022, la quale aveva stabilito il principio di una sola abitazione principale per nucleo familiare, salvo eccezioni per comprovate esigenze di vita. L’ordinanza 19684/2024 supera tale limite, riconoscendo il diritto all’esenzione IMU per due abitazioni principali in presenza di concrete necessità.


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Salva Casa: via libera dalla Camera alla sanatoria per difformità e variazioni essenziali

Via libera al decreto Salva Casa, il provvedimento che punta a sbloccare il mercato immobiliare bloccato da anni a causa di piccole irregolarità edilizie. Il testo, approvato dalla Camera e ora destinato al Senato che dovrà varare definitivamente il testo entro il 28 luglio, rappresenta un’importante novità per il settore e per i cittadini.

Sanatoria più facile e ampia
Al centro del provvedimento c’è la possibilità di sanare con la SCIA (Segnalazione Certificata di Inizio Attività) sia le parziali difformità minori, sia le variazioni essenziali, anche in caso di vincoli paesaggistici. Viene così superato il principio della “doppia conformità”, che fino ad oggi condizionava la sanatoria all’adeguamento sia alle norme vigenti al momento dell’abuso, sia a quelle attuali.

Riduzione delle oblazioni e tolleranze più ampie
Il decreto riduce inoltre la misura massima dell’oblazione, che scende da 30.284 euro a 10.328 euro, mentre il minimo resta fissato a 1.032 euro. Vengono inoltre ampliate le tolleranze costruttive, che per i mini appartamenti con superficie inferiore ai 60 metri quadrati arrivano fino al 6%.

Sottotetti e micro-appartamenti: nuove regole per l’abitabilità
Il Salva Casa introduce nuove norme per i sottotetti, che potranno essere trasformati in abitazioni anche se non rispettano le distanze minime dagli edifici e dai confini, a condizione che siano comunque rispettate le altezze massime e che non vengano modificate le superfici. Per quanto riguarda i micro-appartamenti, i requisiti minimi di superficie e altezza sono stati modificati per consentire la loro abitabilità. In particolare, per una persona è prevista una superficie minima di 20 mq (contro i 28 mq precedenti), mentre per due persone la superficie minima sale a 28 mq (contro i 38 mq precedenti). L’altezza interna minima scende invece da 2,70 metri a 2,40 metri.

Cambi di destinazione d’uso sempre ammessi
Il decreto stabilisce che i cambi di destinazione d’uso degli immobili saranno sempre ammessi, con o senza opere, tranne che per i piani terra e i seminterrati, per i quali il cambio di destinazione d’uso è demandato alla pianificazione regionale e agli strumenti urbanistici comunali.

Calcoli più facili per le pratiche di sanatoria
Per semplificare il lavoro degli uffici comunali, il decreto introduce nuove regole per il calcolo dell’oblazione in caso di interventi in parziale difformità dal permesso di costruire e di variazioni essenziali. In questi casi, la somma da pagare sarà pari al doppio del contributo di costruzione incrementato del 20% se l’intervento è soggetto a oneri, oppure al contributo di costruzione incrementato del 20% se l’intervento non è soggetto a oneri. Nei casi di “doppia conformità”, l’oblazione sarà ridotta della metà.

Un provvedimento atteso da anni
Il Salva Casa è un provvedimento atteso da anni da operatori immobiliari, cittadini e Comuni. Si stima che in Italia ci siano circa 2 milioni di immobili con difformità edilizie, che bloccano le compravendite e creano un ostacolo all’efficientamento energetico del patrimonio edilizio. Il decreto rappresenta un primo passo importante per sbloccare questa situazione e per dare nuova vita al settore immobiliare.

Le novità in sintesi

  • Sanatoria con SCIA per difformità minori e variazioni essenziali, anche in caso di vincoli paesaggistici
  • Riduzione del contributo di sanatoria
  • Tolleranze costruttive più ampie per i mini appartamenti
  • Nuove regole per l’abitabilità di sottotetti e micro-appartamenti
  • Cambi di destinazione d’uso sempre ammessi
  • Calcoli più facili per le pratiche di sanatoria

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Rimane alto, con un trend in preoccupante crescita, il numero di suicidi in carcere, complice anche l’arrivo del gran caldo che aggrava ancor di più una situazione già difficile tanto da determinare rivolte nelle carceri, con grave pericolo per l’incolumità anche degli agenti della polizia penitenziaria.

Il recente DL n. 92/2024 “carcere sicuro”, pur positivo per alcuni aspetti, non porta con sé alcuna misura idonea ad incidere nell’immediato sul grave problema del sovraffollamento carcerario e dei suicidi dei detenuti.

AIGA accoglie con favore le misure del recente DL che determinano un incremento del numero di agenti di Polizia Penitenziaria, l’assunzione di nuovi Dirigenti Penitenziari e la previsione di una formazione specialistica per gli agenti penitenziari che operano nelle strutture minorili.

Bene anche l’aumento del numero delle telefonate per i detenuti in un’ottica di maggior tutela dei diritti e dei rapporti familiari e lo “snellimento” previsto per la procedura di concessione della libertà anticipata pur ritenendo che – per affrontare l’emergenza del sovraffollamento – sarebbe necessario un intervento che preveda un aumento dei giorni di riduzione della pena per ogni semestre di detenzione.

Si condivide anche l’istituzione dell’Albo delle Comunità e delle strutture disponibili all’accoglienza in regime di misure alternative di persone tossicodipendenti, quasi il 30% della popolazione carceraria, e di  quelle prive di fissa dimora o risorse domiciliari esterne, con l’auspicio tuttavia che a ciò consegua un considerevole investimento di risorse per l’ampliamento di dette strutture ed il rafforzamento di quelle esistenti.

Si manifestano, invece, forti perplessità per ciò che concerne il divieto di accesso ai programmi di giustizia riparativa ai detenuti al “41 bis”, in considerazione della direzione a cui la pena deve tendere con riferimento a tutte le tipologie di soggetti condannati.

“Prendiamo atto con favore della volontà di intervenire ed affrontare l’emergenza carceraria, sottesa anche all’approvazione del D.L. n. 92/2024”,

afferma il Presidente Nazionale Carlo Foglieni.

“È tuttavia necessaria

– precisa Foglieni –

l’adozione di ulteriori misure che tengano conto dell’ampio numero di detenuti con fine pena inferiore ai due e ai tre anni, con la correlata necessità di modificare anche l’articolo 4 bis dell’Ordinamento Penitenziario, nonché di disposizioni che incidano significativamente sul procedimento per la concessione delle misure alternative alla detenzione”.

“L’auspicio

– conclude il responsabile dell’Osservatorio Nazionale Aiga sulle Carceri Mario Aiezza

è quello che si intervenga con una riforma organica dell’ordinamento penitenziario che preveda, tra l’altro, la semplificazione delle procedure davanti al magistrato di sorveglianza, la facilitazione del ricorso alle misure alternative, l’eliminazione di automatismi e preclusioni all’accesso ai benefici penitenziari, l’incentivazione della giustizia riparativa, l’incremento del lavoro intramurario ed esterno, la valorizzazione del volontariato, il riconoscimento del diritto all’affettività e degli altri diritti di rilevanza costituzionale, assicurando così effettività alla funzione rieducativa della pena”.


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“Il ministro della Giustizia non perde occasione per mostrare quanto sia poco interessato a tutelare, nei fatti e non con inutili declamazioni, l’indipendenza della magistratura e la credibilità dell’istituzione giudiziaria. Con poche battute – infelicemente ironiche – pronunciate a margine del question time del 17 luglio scorso alla Camera dei deputati, ha accusato il Tribunale di Genova, che ha rigettato la richiesta di revoca degli arresti domiciliari applicati al presidente della Regione Liguria, di aver emesso un provvedimento incomprensibile. Ciò ha detto dopo aver premesso che le vicende giudiziarie non devono condizionare le sorti di una carica politica o amministrativa legittimata dal voto popolare. Ha così lasciato intendere all’opinione pubblica che il Tribunale di Genova abbia male operato e che il processo nei confronti del presidente della Regione Liguria sia una indebita interferenza nella vita politica e amministrativa di quella Regione”.

Lo afferma in una nota la Giunta esecutiva centrale dell’Associazione nazionale magistrati.

“La frequenza con cui il ministro si lascia andare a commenti irriguardosi per l’autonomia e l’indipendenza della magistratura ci impedisce di dirci sorpresi da questa ennesima esternazione – prosegue la nota -. Non ci libera però dal dovere di ricordare che la nostra Costituzione, meritevole di essere letta e riletta non meno dei grandi classici del pensiero filosofico, è incentrata sul principio di eguaglianza di fronte alla legge di tutti i cittadini, abbiano o meno un incarico per mandato elettorale, e stabilisce, proprio nel suo primo articolo, che la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione stessa”.

“Non v’è spazio nella nostra democrazia per pretese di impunità per quanti hanno ricevuto un mandato elettorale, perché anche la sovranità popolare, di cui gli eletti sono espressione, incontra limiti, quelli posti in Costituzione. E la Costituzione affida alla giurisdizione, che si pronuncia in nome del popolo italiano, e che quindi non ha un minor grado di legittimazione democratica, il controllo di legalità anche nei confronti dei rappresentanti dei pubblici poteri, seppure eletti. Questa cornice di principi inderogabili assicura effettività alla vita democratica del Paese. Coltiviamo con ostinazione la speranza che stia a cuore a tutti, specie a quanti hanno il dovere istituzionale di preservarla”,

conclude la Giunta dell’Anm.


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Uffici del Giudice di Pace, AIGA in stato di agitazione

AIGA aderisce allo stato di agitazione proclamato dall’Assemblea dell’Organismo Congressuale Forense (OCF) nel corso della seduta del 19 e 20 luglio u.s., condividendo la forte preoccupazione per la drammatica situazione in cui versano gli Uffici dei Giudici di Pace, afflitti da croniche inefficienze dettate soprattutto dalla carenza del personale giudicante ed amministrativo, condizione aggravata ulteriormente dalla mancata formazione del personale al repentino recepimento del processo telematico e dell’adeguamento delle infrastrutture tecnologiche.

Già lo scorso 26 giugno la nostra Associazione aveva rappresentato tale situazione al Ministro della Giustizia, On.le Carlo Nordio, chiedendo la proroga dell’entrata in vigore dell’ampliamento delle competenze dell’ufficio del Giudice di Pace, così da avere il tempo di poter colmare le scoperture degli organici amministrativi e giudicanti, proponendo al contempo l’adozione di alcuni interventi idonei per cercare di risolvere le problematiche che più interessano gli uffici del giudice di Pace:

  • ingiunzioni di pagamento emesse direttamente dagli avvocati, così da sgravare gli uffici dal peso dei procedimenti monitori;
  • assegnazione presso gli uffici del Giudice di Pace del personale delle Regioni, previa idonea formazione dello stesso;
  • potenziamento del potere notificatorio ed esecutivo degli avvocati (pignoramenti presso terzi, etc.), anche incentivando i cittadini ad adottare il “domicilio digitale”, e “privatizzazione” dell’U.N.E.P. o, più precisamente, l’affidamento delle stesse ad un libero professionista esercente una funzione di pubblico interesse, con collocamento degli attuali addetti presso gli uffici del Giudice di Pace;
  • applicazione degli addetti all’Ufficio del Processo anche agli uffici del Giudice di Pace.

La grave situazione – la cui risoluzione risulta non più procrastinabile – lede il diritto dell’avvocatura, in particolare dei più giovani che affollano le aule ed i corridoi degli uffici del Giudice di Pace, di poter svolgere appieno la professione, oltre a costituire una mancata risposta alla domanda di giustizia dei cittadini. L’Aiga auspica dunque un solerte intervento delle istituzioni politiche e rimane in attesa delle determinazioni in merito alle iniziative che le Istituzioni Forensi vorranno intraprendere in caso del prolungarsi dell’emergenza.


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Bambino di due anni in carcere con la madre: “Dice solo apri e chiudi”

Giacomo ha quasi due anni e mezzo e da quasi dieci mesi vive in una cella di Rebibbia con sua madre. Non corre, non gioca, non interagisce con altri bambini e quasi non parla.

Le sue uniche parole sono “si”, “no”, “mamma”, “papà” e soprattutto “apri” e “chiudi”, quelle che pronuncia ogni giorno quando varca i cancelli per tornare dal nido al carcere.

Giacomo è l’unico bambino di Rebibbia. Sua madre, una donna italiana di trent’anni che sta scontando una pena per reati minori, è stata arrestata lo scorso ottobre. Anche il padre si trova in carcere e Giacomo lo incontra una volta a settimana.

Il piccolo ha maturato un ritardo nello sviluppo psico-motorio a causa delle condizioni in cui vive. Non parla, non corre, è sovrappeso e porta ancora il pannolino. La sua vita si consuma tutta in una manciata di metri quadrati, davanti alla tv. L’unico momento di gioia arriva tre volte a settimana, quando una volontaria dell’associazione “A Roma Insieme-Leda Colombini” lo porta al nido.

“Lui è contentissimo di andare al nido“, racconta la volontaria. “Quando salgo a prenderlo lo trovo dietro il vetro di sicurezza con le sbarre che mi aspetta. Mi vede e gli si illumina il viso”.

Al pomeriggio, però, Giacomo sa che il cancello si chiuderà di nuovo alle sue spalle. E ripete: “Chiudi, chiudi“.

Come è possibile che il bambino non sia in una casa famiglia con sua madre? Il suo caso è finito nel labirinto della burocrazia.

Mentre la politica litiga sull’emendamento al ddl Sicurezza che riguarda le detenute con figli piccoli, Giacomo resta in carcere. Secondo i dati del Viminale, al momento sono 26 i bambini dietro le sbarre in Italia.

“È una situazione inaccettabile”, commenta l’associazione Antigone. “Serve un cambio di passo per tutelare i diritti dei bambini in carcere”.


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Conflitto tra avvocato e pubblico ministero: la delibera delle Camere penali

Nei giorni scorsi ci siamo occupati di un caso accaduto durante un’udienza presso il Tribunale di Verona, quando l’avvocato Ugo Ledonne, in difesa del suo assistito, si è opposto a una domanda del Giudice ritenendola nociva per la genuinità della testimonianza. La reazione del pubblico ministero è stata drastica, accusando Ledonne di oltraggio a magistrato e chiedendo la trasmissione degli atti alla Procura.

L’avvocato Ledonne, agendo come difensore, ha esercitato il diritto di opporsi a una domanda del Giudice, definendola nociva e potenzialmente fuorviante per il teste. Questo diritto è sancito dall’articolo 499 del codice di procedura penale, come confermato dalla Cassazione (Sez. IV, sentenza n° 15331 del 2020). Nonostante la legittimità dell’opposizione, il pubblico ministero ha reagito duramente, non intervenendo nel merito ma richiedendo immediatamente la trasmissione degli atti alla Procura per un presunto reato di oltraggio a magistrato.

La reazione della Camera Penale di Cosenza

La Camera Penale di Cosenza ha espresso piena solidarietà all’avvocato Ledonne, denunciando l’episodio come un grave attacco ai principi fondamentali dello Stato di diritto, in particolare all’autonomia e all’indipendenza dell’avvocatura. La Camera ha richiesto al Ministro della Giustizia di valutare la condotta del pubblico ministero, considerandola potenzialmente disciplinabile ai sensi degli articoli 2 e 14 del d.lgs. 109/2006.

Delibera della Giunta dell’Unione delle Camere Penali Italiane

In data 18 luglio 2024, la Giunta dell’Unione delle Camere Penali Italiane ha deliberato quanto segue:

  • Solidarietà all’Avvocato Ugo Ledonne: L’Unione esprime pieno sostegno all’avvocato Ledonne per essere stato minacciato di denuncia mentre svolgeva la sua attività difensiva in aula.
  • Rispetto della Funzione Professionale: Viene ribadita l’importanza del ruolo dell’avvocato in una società democratica, sottolineando che il rispetto per la funzione dell’avvocato è essenziale per lo Stato di diritto.
  • Indipendenza della Professione Legale: La delibera cita il Codice Deontologico degli Avvocati Europei e la Corte europea dei diritti dell’Uomo, affermando che l’indipendenza della professione legale è fondamentale per un’equa amministrazione della giustizia.
  • Preoccupazione per le Intimidazioni: Si denuncia l’aumento di minacce e denunce contro gli avvocati per contenuti espressi nelle arringhe o nelle interlocuzioni con l’autorità giudiziaria.
  • Richiamo alla Giurisdizione: La Giunta critica la mancanza di un intervento immediato del Giudice per richiamare il PM al rispetto del difensore.
  • Impegno per il Futuro: L’Unione si riserva di adottare ogni iniziativa necessaria per assicurare il libero esercizio del diritto di difesa e prevenire future intimidazioni contro gli avvocati, promuovendo il rispetto della loro funzione nel processo.

I commenti del Consiglio Direttivo della Camera Penale di Cosenza

Il Presidente Roberto Le Pera e il Segretario Gabriele Posteraro hanno commentato con entusiasmo la forte presa di posizione dell’Unione delle Camere Penali Italiane: “Siamo entusiasti di questa forma di forte vicinanza del più alto consesso dei penalisti italiani; siamo orgogliosi di esserne parte. Avanti.”


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Ministero: avanti con i lavori di riqualificazione del penitenziario di Bolzano

Nei giorni scorsi si è tenuto un incontro tra il Presidente della Provincia autonoma di Bolzano Arno Kompatscher e i rappresentanti del Ministero della Giustizia.

A fronte delle richieste del Presidente il Ministero ha rassicurato che in data 17 giugno u.s è stato firmato il contratto tra il Provveditorato Interregionale alle OO.PP. e l’impresa aggiudicataria dei lavori di riqualificazione dell’istituto penitenziario di Bolzano, che presto saranno attuati.

I lavori riguarderanno la ristrutturazione delle coperture e delle facciate per un importo pari a € 1.144.114,64 e con una durata di 130 giorni naturali e consecutivi.

Quanto al nuovo istituto, come richiesto dal Presidente Kompatscher, è in corso una interlocuzione informale tra i massimi organi competenti che darà al più presto esiti.

Le parti si dichiarano soddisfatte e si rivedranno al più presto.


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Errori giudiziari: la storia di Beniamino Zuncheddu e le nuove proposte di legge

Roma, 18 luglio 2024 – Il nostro Paese continua a registrare numerose vittime di errori giudiziari. Tra i casi più emblematici spicca quello di Beniamino Zuncheddu, ex pastore sardo di Burcei, recentemente liberato dopo 33 anni di ingiusta detenzione. Condannato all’ergastolo per la “strage di Sinnai” del 1991, Zuncheddu era stato accusato di aver ucciso tre uomini e tentato di ammazzarne un quarto. La testimonianza decisiva che lo incastrò arrivò solo su suggerimento di un poliziotto, come scoperto dall’avvocato Mauro Trogu durante il processo di revisione, dimostrando così l’innocenza di Zuncheddu dopo tre decenni.

Nonostante la scarcerazione, l’opinione pubblica rimane divisa. “L’impressione del cittadino comune è che Beniamino Zuncheddu sia stato assolto perché fortunato, perché nessuno è riuscito a dimostrare che era colpevole.”, ha dichiarato ieri l’avvocato Trogu alla presentazione del libro “Io sono innocente”, alla Camera, evento moderato dai giornalisti Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone, fondatori del sito errorigiudiziari.com.

Il fenomeno degli errori giudiziari in Italia ha numeri preoccupanti: dal 1991 al 31 dicembre 2023 si contano 31.397 casi, una media di oltre 951 l’anno, con una spesa complessiva per lo Stato di circa 960 milioni 781 mila euro. Ancora più allarmante è il numero di persone finite in custodia cautelare da innocenti: 31.175 nello stesso periodo, con una media annuale di oltre 974 casi, per un totale di circa 874 milioni e 500 mila euro in indennizzi.

In questo contesto, alla Camera è stata presentata la proposta di legge Giachetti-Bernardini, volta ad aumentare la detrazione di pena per la liberazione anticipata da 45 a 60 giorni per ogni semestre di pena scontata. La proposta prevede inoltre una detrazione temporanea di 75 giorni per i due anni successivi all’entrata in vigore della legge.

Alla conferenza stampa ha partecipato anche il deputato di Azione Enrico Costa, che ha discusso della presunzione di innocenza, criticando la sua applicazione intermittente, spesso influenzata da considerazioni politiche. Costa ha sottolineato come le richieste di dimissioni dei politici siano frequentemente legate a inchieste giudiziarie, utilizzate strumentalmente per fini elettorali, come nel caso del presidente della Liguria, Giovanni Toti.

Costa ha concluso evidenziando che l’onda giudiziaria viene spesso cavalcata per accelerare le elezioni e favorire specifici candidati, in questo caso Andrea Orlando, esponente di spicco dell’opposizione.


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Equo compenso, Foschi (Ocf): “Inaccettabili tentativi di retromarcia da parte dell’Anac”

Roma 18 luglio 2024 – “Sull’equo compenso stiamo assistendo a tentativi di modifica che sono inaccettabili e incostituzionali. Le critiche sollevate da ANAC non possono compromettere la solidità costituzionale dell’equo compenso per i liberi professionisti: la legge c’è e non si torna indietro”.

Lo dichiara Pierfrancesco Foschi, Responsabile dipartimento equo compenso dell’Organismo Congressuale Forense (OCF).

“Attualmente – continua Foschi – sono in corso i lavori della Cabina di Regia ministeriale sul Codice dei contratti, sollecitati da ANAC, che puntano a modificare il Codice Appalti 2023 anche in relazione alla legge sull’equo compenso. ANAC nella Cabina di Regia ha ripetutamente sollecitato pubblicamente la revisione e il depotenziamento delle norme sull’equo compenso in materia di appalti pubblici.

È sorprendente che, mentre i soggetti privati destinatari della legge sull’equo compenso, come banche, assicurazioni e grandi imprese, si siano in generale adeguati ai nuovi principi, un’articolazione della Pubblica Amministrazione, l’Autorità Nazionale Anticorruzione, invochi un trattamento privilegiato per disattendere una legge dello Stato e i principi costituzionali”.

“OCF – aggiunge Foschi – insieme ad altri organi di rappresentanza di diverse categorie professionali, chiede che durante tali valutazioni siano coinvolte anche le categorie professionali, inclusa l’avvocatura. Tuttavia, fin da ora, OCF ritiene inaccettabili i continui tentativi, in particolare da parte di ANAC, di minare i principi stabiliti dalla Legge n. 49/2023 sull’equo compenso, legge che è una diga a protezione delle professioni contro la dequalificazione e proletarizzazione delle prestazioni intellettuali, garantendo una retribuzione equa e proporzionata al lavoro svolto, come previsto dagli articoli 35 e 36 della Costituzione”.

“L’attacco all’equo compenso è inoltre incoerente, poiché se vi è un problema riguardo ai costi delle prestazioni professionali negli appalti, non ha senso minare il principio di equa retribuzione sancito dalla legge. Piuttosto, si dovrebbe affrontare con le categorie professionali e i ministeri competenti la valutazione dei parametri o tariffe vigenti, solo se e quando presentino distorsioni significative, seguendo le modalità di revisione periodica” – conclude Foschi.


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