donna con computer

Privacy: basta una lettera di scuse per risarcire la violazione(?)

La Corte di Giustizia dell’Unione europea (CGUE) ha stabilito che, in alcuni casi, una semplice lettera di scuse può costituire un risarcimento sufficiente per una violazione della privacy. La decisione, espressa nella sentenza del 4 ottobre 2024 (causa C-507/23), riguarda un caso avvenuto in Lettonia.

La vicenda ha avuto origine da uno spot televisivo di carattere sociale, diffuso da un’associazione di consumatori, volto a sensibilizzare il pubblico sui rischi legati all’acquisto di veicoli usati. Nel video, un attore ha imitato un noto giornalista del settore automobilistico. Il giornalista, venuto a conoscenza del fatto, si è opposto alla diffusione del filmato, ma l’associazione ha deciso comunque di proseguire con la messa in onda.

Il giornalista ha quindi intrapreso un’azione legale contro l’associazione, sostenendo che l’uso non autorizzato della sua immagine e identità violava il suo diritto alla privacy. La questione è arrivata davanti alla Corte di Giustizia Ue, che ha dovuto pronunciarsi sulla natura del risarcimento per il danno subito.

La Corte ha stabilito che, in circostanze specifiche, una lettera di scuse può essere considerata una forma adeguata di riparazione, specialmente quando il danno morale subito non ha conseguenze economiche significative o ripercussioni gravi sull’immagine del soggetto. Questa decisione rappresenta un precedente rilevante per i casi futuri di violazione della privacy, indicando che non sempre un risarcimento monetario è necessario per rimediare a tali situazioni.


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21 anni in carcere da innocente: storia di una vita distrutta per colpa di una consonante

Un incontro per confrontarsi e approfondire il fenomeno degli errori giudiziari partendo da uno dei più eclatanti casi della storia italiana, quello di Angelo Massaro di Fragagnano che ha trascorso 21 anni in carcere da innocente per colpa di un’intercettazione telefonica trascritta male e interpretata peggio.

Così una parola in dialetto pronunciata durante una normalissima telefonata alla moglie, diventa la prova regina dell’accusa di omicidio pur in assenza del cadavere, dell’arma e del movente!

La sconvolgente storia di Angelo Massaro è raccontata in “Peso Morto”, l’emozionante documentario che, realizzato dall’associazione Errorigiudiziari.com, ripercorre i momenti chiave della sua sconvolgente vicenda umana e giudiziaria, a cui solo un processo di revisione è riuscito a porre fine, senza però cancellare le cicatrici nella mente e nel cuore del protagonista.

Il docufilm sarà proiettato nell’incontro “Peso morto. Storia di un errore giudiziario” che, con ingresso libero e gratuito, si terrà alle ore 14.30 di venerdì 11 ottobre, al Cinema Ariston, in Via Abruzzo 77 a Taranto (info 3391248181).

La manifestazione è organizzata dall’Ordine degli Avvocati di Taranto e dalla Scuola Forense di Taranto in partnership con l’Unione Camere Penali, l’Associazione Nazionale Forense, Ilsole24ore, la Sottosezione Taranto ANM, Uniba ed Errorigiudiziari.com. Per gli avvocati sono previsti 6 crediti FPC, di cui due deontologici.

Con Angelo Massaro in sala, dopo la proiezione del docufilm si svilupperà un dibattito sugli errori giudiziari e le ingiuste detenzioni nel nostro Paese, un fenomeno che ha raggiunto ormai proporzioni senza uguali in Europa: ogni anno in Italia vengono arrestati in media circa mille innocenti, al ritmo di uno ogni otto ore, per risarcire i quali lo Stato spende ogni anno circa 30 milioni di euro!

Il dibattito sarà introdotto e moderato da Rosario Orlando, segretario dell’Ordine degli Avvocati di Taranto e autore del libro “L’Offesa” che narra un altro caso eclatante di errore giudiziario.

Dopo i saluti di Vincenzo di Maggio, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, e di. Paola Donvito, presidente della Scuola Forense di Taranto, il primo intervento sarà di Gaia Tortora, Vicedirettrice di La7 e figlia di Enzo Tortora, il conduttore televisivo vittima di uno dei più incredibili casi di errore giudiziario.

Interverranno poi i giornalisti Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone, i fondatori di Errorigiudiziari.com che hanno scritto i testi, con il regista Francesco Del Grosso, prodotto e realizzato il docufilm “Peso morto”.

Al dibattito interverranno poi Francesca Iole Garofali, Professore aggregato di Diritto processuale penale dell’Università degli Studi di Bari, Rita Romano, GIP Taranto e Presidente ANM sottosezione Taranto, Giacomo Frazzitta, avvocato – responsabile Osservatorio “Errore Giudiziario” – Unione Camere Penali Italiane, e Salvatore Maggio, avvocato difensore di Angelo Massaro.


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Amministratore di sostegno, AIGA per una proposta di legge

L’AIGA, Associazione Italiana Giovani Avvocati, ha inviato ai Capigruppo della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati una proposta di legge volta a riformare la figura dell’amministratore di sostegno.

L’iniziativa mira a garantire una tutela più efficace dei diritti delle persone in condizioni di vulnerabilità e a valorizzare il ruolo cruciale svolto dai professionisti iscritti in albi professionali chiamati a rivestire il ruolo di amministratori di sostegno, quali ausiliari del Giudice.

I principi cardine della proposta riguardano la corretta e puntuale individuazione delle attività di competenza dell’amministratore di sostegno; il riconoscimento della natura professionale (non volontaristica) dell’attività svolta dall’amministratore di sostegno, con conseguente liquidazione di un compenso (non di un’indennità) adeguato e dignitoso; l’applicazione della normativa che regola il Patrocinio a spese dello Stato, in presenza dei necessari requisiti di legge in capo beneficiario.

“Laddove la nomina dell’Amministratore di Sostegno ricada su figure esterne all’ambito familiare o istituzionale, scegliendole in appositi elenchi di professionisti in materie giuridiche o economiche, l’istituto non può più essere di natura socio-assistenziale e di mera gratuità”, afferma il Presidente Nazionale di AIGA, Carlo Foglieni. “In tale prospettiva il tempo e le risorse impiegate nella gestione dell’incarico ricevuto non possono in alcuna misura essere ritenuti congruamente retribuiti mediante la corresponsione di un’indennità annuale, liquidata dal Giudice Tutelare solo in presenza di disponibilità sufficienti nel patrimonio dell’amministrato ed in via forfettaria, in assenza di precisi riferimenti normativi. È evidente la lesione della dignità professionale dei soggetti incaricati e il legislatore non può più ignorare il problema, pena il rischio di una progressiva e cronica carenza di professionisti disposti ad accettare tale fondamentale ufficio”.

La proposta di legge è consultabile anche al presente link:

https://www.aiga.it/CMS/wp-content/uploads/2024/10/Proposta-di-legge-ADS.pdf


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Fiamme azzurre, Nordio ad atleti olimpici e paralimpici: “Siete il nostro orgoglio”

Il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha ricevuto ieri pomeriggio, nel piazzale interno del dicastero di via Arenula, gli atleti del gruppo sportivo Fiamme Azzurre del Corpo di Polizia Penitenziaria che hanno partecipato con la spedizione azzurra ai recenti Giochi Olimpici e Paralimpici di Parigi 2024. La delegazione è stata accompagnata dal Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Giovanni Russo, e dal Direttore della Divisione Gruppi Sportivi, Primo dirigente di Polizia Penitenziaria Irene Marotta.

Il Guardasigilli si è complimentato con ciascuno di loro e li ha ringraziati per le prestazioni personali e gli importanti risultati con i quali hanno contribuito al successo di Team Italia in entrambe le manifestazioni olimpiche.

Despondere spem munus nostrum è il motto della Polizia Penitenziaria. Garantire la speranza, la fiducia nell’altro, lo spirito di squadra e di solidarietà per affrontare ogni tipo di sfida: questo è il compito a cui avete assolto come sportivi del gruppo delle Fiamme Azzurre, come appartenenti al Corpo della Polizia Penitenziaria, a cui avete reso onore non solo attraverso le gesta sportive ma soprattutto con lo stile, la lealtà e la tenacia con cui avete vissuto l’esperienza olimpica”, ha detto il Ministro Nordio.

Quaranta atleti ai Giochi olimpici e paralimpici sono un successo straordinario per il nostro gruppo sportivo. Io li ringrazio anche per aver scelto la Polizia Penitenziaria e aver portato in alto la bandiera del Corpo con umanità e umiltà. La fatica dei nostri atleti è la stessa fatica, la stessa serietà e la stessa concentrazione dei loro colleghi impegnati quotidianamente nel loro compito istituzionale” ha dichiarato il Capo Dap, Giovanni Russo.

Importanti i numeri della spedizione delle Fiamme Azzurre a Parigi, che ha fatto segnalare il record di presenze ai Giochi Olimpici: ben 24 gli atleti impegnati in 11 discipline sportive. E sono un record anche le 4 medaglie conquistate: dall’oro di Chiara Consonni nel ciclismo su pista Madison, all’argento di Nadia Battocletti sulla pista dei 10mila metri, fino ai due bronzi di Giorgio Malan nel pentathlon moderno e di Francesco Lamon nel ciclismo su pista a squadre.

Ai Giochi Paralimpici le Fiamme Azzurre hanno eguagliato il precedente record di 16 atleti in 7 discipline sportive. Sette anche le medaglie: i tre ori conquistati da Oney Tapia nel lancio del disco F11, Xenia Palazzo nella staffetta 4x100m stile libero mista P34 e Federico Bicelli nei 400m stile libero S7; l’argento di Maxcel Manu nei 100 metri T64 e infine le tre medaglie di bronzo di Antonino Bossolo nel taekwondo 63kg K44 e, ancora, dei nuotatori Federico Bicelli nei 100 metri dorso S7 e Xenia Palazzo nei 400 metri stile libero S8.

Al termine della cerimonia il Ministro Nordio ha omaggiato tutti gli atleti con un ciondolo creato dai detenuti del laboratorio di formazione professionale della Casa circondariale di Roma Rebibbia e confezionata in un packaging realizzato nella Casa di reclusione di Sant’Angelo dei Lombardi.


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Pirateria informatica: solo il 2% delle aziende ha implementato strategie di cyber resilience

Secondo l’indagine Global Digital Trust Insights 2025, condotta da PwC su un campione di 4.042 dirigenti business e tecnologici di 77 Paesi, emerge un quadro preoccupante: solo il 2% delle aziende ha implementato strategie efficaci di cyber resilience, nonostante la crescente minaccia della pirateria informatica. Con l’aumento delle vulnerabilità legate all’adozione delle tecnologie digitali, il 77% delle aziende prevede di incrementare il proprio budget per la cyber security nei prossimi 12 mesi.

La crescente dipendenza dalle piattaforme digitali e dalle tecnologie di Intelligenza Artificiale Generativa (GenAI) ha portato un aumento significativo degli attacchi informatici. Circa il 67% delle aziende riferisce che l’adozione di queste tecnologie ha esposto le organizzazioni a nuovi rischi. Tuttavia, nonostante la consapevolezza del pericolo, molte aziende non sono ancora adeguatamente preparate per affrontare le minacce emergenti.

Le principali minacce e la mancanza di preparazione

Le quattro minacce informatiche più critiche identificate dai dirigenti sono quelle per cui le aziende si sentono meno preparate: attacchi correlati alle tecnologie cloud (42%), operazioni di “hack-and-leak” (38%), violazioni di terze parti (35%) e attacchi a dispositivi connessi (33%).

L’impatto dell’Intelligenza Artificiale Generativa sulla sicurezza

Il sondaggio rivela anche un aumento significativo degli investimenti nelle tecnologie GenAI: il 78% delle aziende ha incrementato il budget per queste tecnologie nell’ultimo anno. Tuttavia, il 72% delle organizzazioni ha anche aumentato i costi relativi alla gestione dei rischi derivanti dall’uso dell’IA. Due terzi dei responsabili della sicurezza segnalano che le tecnologie basate su GenAI hanno ampliato la superficie d’attacco cyber, superando altri rischi tecnologici come il cloud (66%) e i dispositivi connessi (58%).

L’integrazione dell’IA nelle strategie di cyber resilience presenta diverse sfide, tra cui la difficoltà di adattare i nuovi sistemi ai processi esistenti (39%) e la mancanza di politiche interne standardizzate per regolamentare l’uso di queste tecnologie (37%).

Budget in aumento per la cyber security

Nonostante la mancanza di preparazione, le aziende stanno reagendo alle minacce informatiche aumentando i propri investimenti. Oltre il 77% delle organizzazioni prevede di incrementare il budget per la sicurezza informatica, con particolare attenzione alla protezione dei dati e alla sicurezza del cloud. Questo aumento dei fondi è visto come un fattore chiave per differenziarsi sul mercato e rafforzare la fiducia dei clienti, con il 57% degli intervistati che cita la fiducia dei clienti come principale motivazione per tali investimenti.

Anche le normative in materia di sicurezza stanno spingendo le aziende a investire: il 96% dei dirigenti ha dichiarato che le regolamentazioni in vigore hanno aumentato il loro impegno nella cyber security negli ultimi 12 mesi.


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L’IA in tribunali, scuole e banche: un futuro “ad alto rischio” ma inevitabile

L’intelligenza artificiale (IA) si sta integrando sempre di più nella vita quotidiana, diventando parte di settori chiave come l’istruzione, il mondo del lavoro, la sanità, la giustizia, i partiti politici, e persino i servizi di trasporto e le utenze domestiche. Nonostante i rischi elevati associati a questi sistemi, sarà necessario imparare a convivere con l’IA, poiché le sue applicazioni sono ormai regolate e sdoganate dall’Unione Europea.

Il regolamento Ue 2024/1689, nell’allegato III, classifica l’IA come tecnologia “ad alto rischio”, ma la sua adozione è considerata inevitabile e regolata da specifici protocolli di sicurezza. Le istituzioni pubbliche e private, tra cui scuole, banche e tribunali, dovranno fare i conti con questi nuovi strumenti tecnologici, maneggiandoli con la dovuta cautela.

Nel contesto legale, questi sistemi di IA rientrano nella categoria del “rischio consentito”. Si tratta di attività considerate rischiose, dove è statisticamente probabile che possano verificarsi danni, ma che la legge consente ugualmente, riconoscendone l’utilità. Le istituzioni dovranno quindi adottare le necessarie misure di sicurezza per ridurre al minimo i pericoli, garantendo al contempo l’efficienza e la rapidità che l’IA può offrire.

La sfida principale sarà trovare un equilibrio tra l’innovazione tecnologica e la protezione dei diritti individuali, specialmente in settori delicati come la giustizia e l’istruzione, dove l’IA può trasformare radicalmente i processi decisionali e l’accesso alle informazioni.


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“Meat sounding”, ok dalla Corte di Giustizia Europea: i prodotti vegetali possono usare nomi legati alla carne

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha stabilito che gli alimenti a base vegetale possono continuare a essere venduti utilizzando termini tradizionalmente associati alla carne, come “bistecca”, “salsiccia”, “scaloppina” o “hamburger”, a condizione che la loro composizione sia chiaramente indicata e non crei confusione tra i consumatori.

Questa decisione, emessa in risposta a una legge francese del 2021 che vietava l’uso di espressioni come “hamburger vegetariano” o “salsiccia vegana”, ha fatto chiarezza su una questione dibattuta in diversi Paesi europei. La Francia aveva introdotto tali restrizioni con l’intento di aumentare la trasparenza per i consumatori, vietando termini legati alla carne per descrivere prodotti a base vegetale. Tuttavia, associazioni come l’Unione Vegetariana Europea (Evu) e l’Association Végétarienne de France (Avf) avevano contestato la legge, ritenendola in contrasto con il diritto comunitario.

Nell’agosto 2023, il Consiglio di Stato francese ha deferito il caso alla Corte di Giustizia europea, la quale ha ora stabilito che, pur consentendo agli Stati membri di definire nomi legali per alimenti specifici, non possono impedire l’uso di termini descrittivi comuni per i prodotti vegetali. Il principio fondamentale è che le etichette debbano essere trasparenti e non ingannevoli.

La sentenza potrebbe avere ripercussioni in altri Paesi europei, come Belgio e Italia, dove erano state avanzate proposte simili a quella francese. L’Italia, ad esempio, aveva tentato di introdurre norme restrittive attraverso la cosiddetta “Legge Carloni”, successivamente respinta dalle autorità di Bruxelles.


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Giustizia militare: con la legge Nordio arriva il processo telematico

Dal 13 settembre 2024, la giustizia penale militare ha compiuto un importante passo verso la modernizzazione con l’introduzione del processo penale telematico. Questa innovazione è resa possibile grazie alla legge 9 agosto 2024, n. 114, nota come “Legge Nordio”, che ha introdotto modifiche significative al codice penale, al codice di procedura penale e all’ordinamento giudiziario, incluso il codice dell’ordinamento militare.

La riforma segna una svolta per il settore della giustizia militare, introducendo non solo la digitalizzazione del processo, ma anche una riorganizzazione generale del sistema. Oltre al processo telematico, la legge introduce la figura del procuratore militare aggiunto e allinea, per quanto compatibile, la disciplina del Consiglio della magistratura militare con quella del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM).

Grazie alla digitalizzazione, ci si aspetta un processo più snello e un’organizzazione del lavoro più efficace, rispondendo alle esigenze di modernizzazione anche nel settore giudiziario delle “stellette”.


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Server violati, l’hacker: “Nessun danno, il sistema era già disastrato”

Carmelo Miano, l’hacker arrestato dalla Polizia Postale con l’accusa di aver violato i server del Ministero della Giustizia e di altre grandi aziende italiane, ha ammesso le sue responsabilità durante l’interrogatorio di garanzia.

“Non ho provocato alcun danno”, ha dichiarato, aggiungendo che i sistemi informatici violati erano già “abbastanza disastrati di loro”.

Il suo legale, Gioacchino Genchi, ha sottolineato che le azioni del suo assistito hanno evidenziato le fragilità dei sistemi informatici coinvolti.

L’indagine, coordinata dalla Procura di Napoli, sarà lunga e complessa, come confermato dal procuratore Nicola Gratteri: “Ci sono milioni di file audio, video e documenti da analizzare”, ha detto Gratteri, indicando che i tempi per arrivare a una conclusione non saranno brevi. Nel frattempo, si attende la decisione del giudice per le indagini preliminari (GIP) dopo l’interrogatorio.

Miano, che operava da casa sua nel quartiere Garbatella a Roma, ha ammesso di aver agito da solo e senza mandato di alcuno. Definito da Gratteri un “mago” dell’informatica, l’hacker è riuscito a guadagnare milioni di euro tramite il mercato delle criptovalute. Ora, gli investigatori stanno cercando di verificare eventuali collegamenti tra Miano e i servizi segreti.

L’avvocato Genchi ha presentato un’istanza al Tribunale del Riesame di Napoli, chiedendo l’attenuazione della misura cautelare in carcere, sostenendo che non sussiste né il pericolo di fuga né il rischio di inquinamento delle prove o di reiterazione dei reati. I reati contestati a Miano comprendono l’accesso abusivo aggravato a strutture informatiche e la diffusione di malware, commessi in concorso.

Un altro elemento emerso dall’interrogatorio è l’ammissione di Miano di aver avuto accesso alle caselle di posta elettronica di diversi magistrati, tra cui quelli delle procure di Napoli, Roma, Gela e Brescia. Secondo alcune fonti, avrebbe utilizzato la password di un pubblico ministero per accedere a materiale investigativo. Inoltre, dalle indagini risulta che l’hacker si sarebbe collegato a un portale russo dove si scambiano dati sensibili, tra cui password e informazioni bancarie.

A complicare ulteriormente la posizione di Miano c’è un procedimento per riciclaggio a suo carico, pendente presso la procura di Gela dal 2021. In quel caso, la Guardia di Finanza aveva sequestrato i suoi hard disk, ma successivamente il pubblico ministero ha disposto la restituzione delle copie forensi.


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Giustizia in ritardo: a Palermo le sentenze d’appello aspettano da oltre un anno

La Corte d’appello di Palermo è in forte ritardo sul deposito delle motivazioni di diverse sentenze cruciali, con conseguenze significative per il sistema giudiziario e politico. Tra i processi bloccati dall’assenza delle motivazioni ci sono casi di grande rilievo, come quello sulle Spese pazze dell’Assemblea Regionale Siciliana, risalente al 4 maggio dello scorso anno, e il processo Sorella Sanità, la cui sentenza è stata pronunciata il 1° dicembre 2023. Anche la condanna dell’assessore comunale di Palermo Totò Orlando (22 novembre 2023) attende ancora le motivazioni, a dieci mesi dalla pronuncia.

Totò Orlando è al centro di polemiche politiche che coinvolgono vari schieramenti, con la sua esclusione dalla giunta Lagalla richiesta da parte del centrodestra. Orlando è stato condannato per tentata concussione sia in primo che in secondo grado, con una pena di un anno e sei mesi, ma il deposito tardivo delle motivazioni blocca il passaggio della sentenza in Cassazione, lasciando il caso in un limbo giudiziario. La prescrizione non è imminente, ma potrebbe arrivare tra circa un anno, rendendo incerto l’esito finale del processo.

Se la sentenza d’appello fosse confermata, la legge Severino potrebbe non essere applicabile nel caso di Orlando, ma rimarrebbe comunque una questione politica: un assessore condannato per aver cercato di influenzare un esaminatore in una selezione pubblica si troverebbe in una posizione insostenibile.

Il ritardo nel deposito delle sentenze non è un caso isolato. La prima sezione della Corte d’appello di Palermo è stata colpita da un significativo turnover di magistrati, che ha generato un arretrato consistente. Nel caso delle Spese pazze, in cui è coinvolto anche l’ex sindaco di Catania e attuale senatore di Fratelli d’Italia, Salvo Pogliese, il rischio di prescrizione aumenta con il passare del tempo, favorendo indirettamente gli imputati. Anche nel processo Sorella Sanità, i tempi della prescrizione sono ancora lontani, ma la mancata conclusione del processo allontana la possibilità di vedere sanzioni definitive.

I tempi massimi per il deposito delle sentenze, fissati a sei mesi, sono spesso disattesi, nonostante norme disciplinari più stringenti introdotte per evitare ulteriori ritardi. Tuttavia, le conseguenze sono gravi: ritardi come questi non solo bloccano l’accesso alla giustizia, ma mettono a rischio prescrizioni e scarcerazioni anticipate, minando la credibilità del sistema giudiziario.


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