In Italia c’è un esercito silenzioso che grava come un macigno sull’economia e sulla società: i Neet, i giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano, non studiano e non seguono alcun percorso formativo. Sono 1,4 milioni, il 15,2% della popolazione giovanile, contro l’11% della media europea. Un dato che ci relega al penultimo posto nell’Unione e che tradotto in cifre pesa circa 25 miliardi di euro l’anno, pari all’1,23% del Pil.
La fotografia scattata da The European House – Ambrosetti non lascia spazio a interpretazioni: il fenomeno si concentra soprattutto tra le donne (69%), nel Mezzogiorno (46%) e tra chi ha un basso livello di istruzione (42%). A questi si aggiunge un altro numero allarmante: 453mila giovani sono del tutto inattivi, non cercano occupazione né partecipano ad alcuna attività di formazione.
«È come una manovra finanziaria che ogni anno bruciamo», ha osservato Valerio De Molli, managing partner della società di consulenza, lanciando un appello alle classi dirigenti: «Il futuro dei giovani è stato troppo a lungo trascurato. Serve un cambio di passo immediato».
Alla crisi dei Neet si somma la piaga della dispersione scolastica. In Italia quasi il 10% dei giovani tra i 18 e i 24 anni abbandona gli studi prima del diploma, pari a oltre 400mila ragazzi. Il fenomeno si aggrava tra i giovani stranieri: abbandona la scuola il 15% dei cittadini europei residenti in Italia e addirittura il 27,4% di quelli extra-Ue. Dati che, come ha ricordato anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, aprono la strada alla “povertà educativa” e all’emarginazione sociale, con il rischio di devianze e criminalità.
E mentre la base formativa si assottiglia, anche i laureati scelgono di partire: ogni anno oltre 37mila giovani lasciano il Paese, con un costo stimato di 5,1 miliardi di euro per la collettività. Un esodo che si accompagna a un altro primato negativo: solo il 31,6% dei giovani italiani ha un titolo universitario, ben lontano dalla media europea. Tra i giovani stranieri residenti in Italia la percentuale crolla al 13,4%, contro una media Ue del 37,9%.
A completare il quadro c’è il nodo dei salari: l’Italia è l’unico Paese Ocse in cui i redditi medi reali sono diminuiti nell’ultimo ventennio. Un contesto che alimenta la fuga di competenze e rende sempre più difficile trattenere talenti e investire sulle nuove generazioni.
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