Italia maglia nera in Europa per i debiti commerciali della PA

Si tratta di un risultato di cui non possiamo essere affatto orgogliosi. Tra i 27 Paesi dell’UE, l’Italia presenta lo stock di debiti commerciali in rapporto al Pil più elevato di tutti. Se nel 2023 la nostra Pubblica Amministrazione (PA) ha accumulato mancati pagamenti ai propri fornitori pari a 2,8 punti percentuali di Pil, al secondo posto scorgiamo il Belgio con il 2,7 e al terzo il Lussemburgo con il 2,4. Tra i nostri principali concorrenti commerciali segnaliamo che la Spagna registra una incidenza dello 0,9 per cento del Pil, la Francia dell’1,6 e la Germania dell’1,9. In valore assoluto, i mancati pagamenti della nostra PA ammontano a 58,6 miliardi di euro e sono in costante crescita dal 2020.  La denuncia è sollevata dall’Ufficio studi della CGIA.

  • Persiste l’abuso di posizione dominante

I ritardi/mancati pagamenti della nostra PA sono un malcostume che ci trasciniamo da molti decenni. Va comunque segnalato che negli ultimi anni la situazione è migliorata; le Amministrazioni dello Stato sono diventate più tempestive nel saldare le fatture entro i termini previsti dalla legge. Tuttavia, faticano a smaltire lo stock accumulato negli anni precedenti, penalizzando soprattutto le piccole imprese che, a differenza delle grandi, hanno un potere negoziale molto contenuto. Anzi, spesso sono vittime predestinate dell’abuso della posizione dominante di cui dispongono i dirigenti/funzionari degli organi costituzionali, degli enti, degli istituti, delle autorità e delle fondazioni dello Stato con cui sono costrette a rapportarsi.

  • Nel 2023 non pagate fatture per 10,6 miliardi. Nei primi 6 mesi del 2024 altri 5,8. Colpa del PNRR?

Secondo i dati della Ragioneria Generale dello Stato (RGS), nel 2023, ad esempio, a fronte di quasi 30,5 milioni di fatture ricevute da tutte le nostre Amministrazioni Pubbliche, per un valore economico pari a 185,1 miliardi, l’importo pagato è stato di 174,5 miliardi di euro. Vuol dire che i mancati pagamenti hanno toccato i 10,6 miliardi di euro. Nel 2022, invece, erano stati 9 e nel 2021 8,2. Sebbene, le transazioni commerciali pagate entro i termini siano in aumento, in valore assoluto le cifre rimangono in crescita e spaventosamente elevate. Anche nei primi 6 mesi del 2024, a fronte di 15,3 milioni di fatture ricevute per un importo dovuto di 95 miliardi di euro, entro settembre dello scorso anno ne sono state pagate per un importo di 89,2 miliardi; pertanto non sono state onorate fatture per un importo di 5,8 miliardi di euro[3].  Non è da escludere che con la messa a terra delle opere pubbliche legate al PNRR, la situazione sia destinata a peggiorare. Senza contare che è sempre più diffusa la richiesta, avanzata dai funzionari/dirigenti pubblici alle imprese esecutrici delle opere, di ritardare l’emissione degli stati di avanzamento dei lavori o l’invio delle fatture.

  • Chi ritarda o non paga? Soprattutto lo Stato centrale

Le Amministrazioni pubbliche sono composte dalle Amministrazioni dello Stato, dalle Regioni e le Province autonome, dal Servizio sanitario, dagli Enti locali, dagli Enti pubblici nazionali e da Altri Enti.  Sempre secondo i dati della RGS, nel 2023 tra tutte le divisioni pubbliche lo Stato centrale è quello che ha registrato la performance peggiore. Ha saldato “solo” il 92,8 per cento delle fatture ricevute, non ha pagato 1,4 miliardi di euro e ha onorato gli importi entro i termini solo nel 69,3 per cento del totale.

  • Quasi la metà dei Ministeri è in ritardo

Ancorchè negli ultimi anni la situazione generale stia migliorando, dall’analisi dell’Indice di Tempestività dei Pagamenti (ITP) del 2024 riferito ai ministeri italiani abbiamo notato che 7 su 15 hanno pagato mediamente oltre i termini di legge. La situazione più critica ha interessato il Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale che ha pagato con un ritardo medio annuo di 13,13 giorni. Seguono il Ministero della Cultura con 10,94 giorni, il dicastero dell’Interno con 10,71, il Turismo con 10,45, la Salute con 4,51, la Giustizia con 4,06 e le Infrastrutture e i Trasporti con 2,46. Per contro, i dicasteri più efficienti nel pagare sono stati l’Ambiente con 20,91 giorni di anticipo, l’Università e la Ricerca con 15,45 e il Made in Italy con 13,85. Sempre nel 2024, la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha pagato con un anticipo medio di 8,48 giorni.

  • Male anche ANSFISA, ANAS ed ARAN

Sempre nel 2024, tra le Amministrazioni centrali che registrano un comportamento non conforme alla legge, segnaliamo, in particolare,  l’ANSFISA che ha onorato le fatture ricevute con 20,64 giorni di ritardo, l’ANAS – che presenta un fatturato di 3,9 miliardi – con 15, l’ARAN con 13,12 e l’ANBSC con 7,41. Infine, è alquanto singolare che un soggetto come GSE Spa non abbia ancora aggiornato il dato medio 2024. Gli ultimi dati resi disponibili da questo gestore, infatti, sono riferiti al III e al II trimestre entrambi del 2024, con l’ITP rispettivamente del +0,54 e del +13,17. Da “deplorare” anche il comportamento tenuto dall’ANCI che nel proprio sito internet ha come ultimo dato disponibile medio annuo quello ascrivibile al 2018 (con 13,16 giorni medi di ritardo).

  • Ma per la Cassazione se la PA non paga non è un problema

Secondo la Corte di Cassazione, il ritardato pagamento della PA rappresenta un evento prevedibile e ricorrente. Pertanto, l’imprenditore che non dispone di liquidità non può non versare le imposte all’erario, imputando questa decisione alla omessa/ritardato pagamento da parte dell’Amministrazione pubblica per cui lavora. Anche nel caso, come quello giudicato dalla Cassazione l’anno scorso, in cui l’azienda interessata operi solo ed esclusivamente per committenti pubblici. Insomma, una sentenza choc che “viola” uno dei principi cardine del nostro stato di diritto: la legge deve essere osservata da tutti, sia dai soggetti privati sia da quelli pubblici.

  • Perché la PA fatica a pagare 

Le principali cause che hanno originato a questa cattiva abitudine che ci trasciniamo da decenni sono le seguenti:

  • la mancanza di liquidità da parte del committente pubblico;
  • i ritardi intenzionali;
  • l’inefficienza di molte amministrazioni a emettere in tempi ragionevolmente brevi i certificati di pagamento;
  • le contestazioni che allungano la liquidazione delle fatture.

A queste cause ne vanno aggiunte almeno altre due che, tra le altre cose, hanno indotto, nel gennaio del 2020, la Corte di Giustizia europea a condannarci. Esse sono:

  • la richiesta, spesso avanzata dalla PA nei confronti degli esecutori delle opere, di ritardare l’emissione degli stati di avanzamento dei lavori o l’invio delle fatture;
  • l’istanza rivolta dall’Amministrazione pubblica al fornitore di accettare, durante la stipula del contratto, tempi di pagamento superiori ai limiti previsti per legge senza l’applicazione degli interessi di mora in caso di ritardo.
  •  Bisogna consentire la compensazione tra debiti fiscali e crediti commerciali

Per risolvere questa annosa questione che sta mettendo a dura prova la tenuta finanziaria di tantissime Pmi, per la CGIA c’è solo una cosa da fare: prevedere per legge la compensazione secca, diretta e universale tra i crediti certi liquidi ed esigibili maturati da una impresa nei confronti della PA e i debiti fiscali e contributivi che la stessa deve onorare all’erario. Grazie a questo automatismo risolveremmo un problema che ci trasciniamo appresso da decenni. Senza liquidità a disposizione, infatti, tanti piccoli imprenditori si trovano in grave difficoltà e in un momento così delicato per l’economia del Paese.


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Tutela dei dati personali: la Corte UE ribadisce il diritto di reclamo all’autorità di controllo

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea, con la sentenza del 9 gennaio 2025 nella causa C-416/23, ha confermato l’importanza del diritto di proporre reclamo a un’autorità di controllo in materia di protezione dei dati personali. Il verdetto chiarisce che le autorità di controllo sono obbligate a esaminare i reclami presentati dai cittadini e a garantire che ogni richiesta venga trattata con la dovuta attenzione.

Il caso: un reclamo considerato “eccessivo”

La controversia nasce dalla vicenda di F.R., un cittadino austriaco che aveva presentato un reclamo all’Autorità per la protezione dei dati dell’Austria (DSB) dopo che una società non aveva risposto alla sua richiesta di accesso ai dati personali, come previsto dal Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR). Tuttavia, la DSB aveva rifiutato di esaminare il reclamo, ritenendolo eccessivo, poiché l’interessato aveva presentato ben 77 reclami simili nell’arco di 20 mesi.

Il ricorso di F.R. contro la decisione della DSB è stato accolto dal Tribunale amministrativo federale austriaco, che ha annullato il rigetto del reclamo, stabilendo che la sola quantità di richieste non è sufficiente a definirle “eccessive” se non vi è un intento abusivo da parte del reclamante.

Le questioni chiave affrontate dalla Corte UE

La Corte di Giustizia è stata chiamata a pronunciarsi su tre questioni fondamentali:

  1. Il concetto di “richiesta”
    La Corte ha stabilito che il termine “richiesta” include i reclami presentati ai sensi dell’articolo 77 del GDPR, ribadendo che il diritto di proporre reclamo è parte integrante della tutela dei dati personali.

  2. Quando un reclamo può essere considerato eccessivo
    Non basta la ripetitività delle richieste per considerarle eccessive: l’autorità di controllo deve dimostrare un intento abusivo da parte del richiedente. Questo significa che un alto numero di reclami, anche se presentati in un breve arco temporale, non può giustificare automaticamente il rifiuto di esaminarli.

  3. La discrezionalità delle autorità di controllo
    La sentenza chiarisce che le autorità possono scegliere, caso per caso, se imporre un contributo spese per richieste eccessive o se rifiutarsi di esaminarle. Tuttavia, questa decisione deve essere sempre motivata e proporzionata, per evitare di ostacolare il diritto fondamentale alla protezione dei dati.

Le implicazioni della sentenza

La pronuncia della Corte rafforza il diritto dei cittadini europei a ottenere risposte dalle autorità di controllo sulla protezione dei dati personali. La decisione impone un limite all’arbitrarietà delle autorità nel rigettare i reclami e garantisce una maggiore trasparenza nel trattamento delle richieste.

Questa sentenza rappresenta un ulteriore passo avanti nell’applicazione del GDPR, assicurando che il diritto alla protezione dei dati sia effettivamente tutelato in tutta l’Unione Europea.


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Sanità digitale: il nuovo Ecosistema Dati Sanitari rivoluziona la gestione dei dati medici

La sanità italiana si prepara a un cambio di paradigma nella gestione dei dati sanitari con l’introduzione dell’Ecosistema Dati Sanitari (EDS). Il nuovo decreto, che ha recentemente ottenuto il parere favorevole del Garante della Privacy dopo una precedente bocciatura nel 2022, punta a garantire la sicurezza e la trasparenza nella raccolta, conservazione e utilizzo delle informazioni sanitarie.

L’EDS rappresenta un pilastro della digitalizzazione del Sistema Sanitario Nazionale, con l’obiettivo di migliorare la qualità delle cure attraverso un accesso tempestivo ai dati clinici, una maggiore interoperabilità tra le strutture sanitarie e un sistema di protezione delle informazioni in linea con le normative europee.

Le novità del decreto: sicurezza e privacy al centro

Uno degli aspetti più rilevanti della nuova normativa riguarda la gestione dei dati del Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE). Per rispondere alle criticità sollevate dal Garante, il decreto ha eliminato l’uso di intelligenza artificiale nei processi di analisi automatizzata dei dati, rafforzando le misure di sicurezza e garantendo il rispetto del GDPR.

L’EDS sarà organizzato in tre unità di archiviazione distinte, separando i dati in chiaro, pseudonimizzati e anonimizzati. Inoltre, sarà garantito l’allineamento tra i documenti sanitari del FSE e i dati resi disponibili nell’EDS, evitando la duplicazione delle informazioni e assicurando la loro piena interoperabilità.

Più servizi per pazienti e medici

Il nuovo sistema permetterà l’accesso ai dati sanitari per diverse finalità:

  • Cura e prevenzione: i professionisti sanitari potranno consultare i dati del paziente con il suo consenso, migliorando la continuità assistenziale.
  • Monitoraggio farmaceutico: attraverso il dossier farmaceutico, sarà possibile tracciare prescrizioni ed erogazioni di farmaci, migliorando l’aderenza alle terapie.
  • Ricerca e studio scientifico: le informazioni potranno essere utilizzate in forma anonima per progetti di ricerca e analisi epidemiologiche.
  • Governance sanitaria: le istituzioni avranno accesso a dati aggregati per pianificare interventi e ottimizzare le risorse.

Chi potrà accedere ai dati?

L’accesso all’EDS sarà rigidamente regolato. I dati personali saranno consultabili solo dai soggetti autorizzati e con il consenso dell’interessato, salvo casi di emergenza. I pazienti potranno controllare chi accede alle loro informazioni e revocare il consenso in qualsiasi momento.

Per garantire la massima protezione, il decreto prevede un’infrastruttura di sicurezza avanzata, con sistemi di autenticazione, registrazione degli accessi e protocolli crittografati. Inoltre, il Ministero della Salute avrà il compito di formare il personale sanitario sulle normative di protezione dei dati.

Un passo avanti per la sanità digitale

L’introduzione dell’EDS segna un importante progresso nella digitalizzazione della sanità italiana, ponendo le basi per un sistema più efficiente, sicuro e all’avanguardia. Con questa innovazione, il Servizio Sanitario Nazionale si allinea agli standard europei, garantendo una gestione dei dati più moderna e accessibile, a beneficio di cittadini e professionisti della salute.


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Neurodiritti sotto attacco: il primo processo per furto di dati cerebrali

Il Cile è il primo Paese al mondo ad aver celebrato un processo per furto di dati cerebrali, un caso che segna un punto di svolta nella regolamentazione delle neurotecnologie e nella tutela della privacy mentale. Ma mentre Santiago si muove con decisione, il resto del mondo è ancora in ritardo nella protezione dei cosiddetti neurodiritti.

Il Cile all’avanguardia nella tutela dei neurodiritti

Dal 2021, la Costituzione cilena stabilisce che lo sviluppo scientifico e tecnologico deve rispettare l’integrità fisica e mentale dei cittadini. Un principio che è stato messo alla prova con il primo caso giudiziario al mondo sulla violazione della privacy cerebrale.

L’azienda tecnologica statunitense Alfa, specializzata in dispositivi EEG, è stata portata in tribunale dopo che l’ex senatore cileno Guido Girardi Lavín ha denunciato l’uso improprio dei suoi dati cerebrali. Secondo l’accusa, la fascia EEG acquistata da Girardi trasmetteva informazioni sulla sua attività cerebrale senza adeguate garanzie di sicurezza, esponendolo a rischi di hackeraggio e sorveglianza cognitiva. La Corte Suprema cilena ha dato ragione al politico, riconoscendo che la condotta dell’azienda violava i principi costituzionali di integrità psichica e privacy.

Un modello per il futuro?

La sentenza cilena ha acceso i riflettori sulla necessità di una legislazione chiara e vincolante sui neurodiritti. Attualmente, solo pochi Paesi stanno seguendo l’esempio del Cile. Messico, Brasile e Costa Rica hanno presentato proposte di legge per regolamentare l’uso dei neurodati, mentre in Europa il tema è ancora poco affrontato. La Commissione Europea ha finora regolato solo una parte delle neurotecnologie, lasciando fuori molte delle innovazioni emergenti, come la stimolazione del nervo vago e la fotobiomodulazione.

Il caso cileno dimostra che la protezione della mente umana è una frontiera giuridica che non può essere ignorata. La domanda ora è: il resto del mondo saprà adeguarsi prima che la tecnologia renda il controllo della privacy mentale un’utopia?


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Parità di genere e professione forense: una battaglia ancora aperta

Pubblichiamo di seguito l’intervento dell’avv. Rosita Ponticiello, Coordinatrice Dipartimento Pari Opportunità Unione Nazionale Camere Civili, in occasione della Giornata internazionale della donna.

Nella Giornata Internazionale della donna ancor più forte è la responsabilità che noi Avvocati sentiamo, quali garanti anche dei diritti della persona e delle pari opportunità, in un contesto in cui le attività legislative e sociali, volte alla rimozione di ogni forma e causa di discriminazione, trovano ostacoli sostanziali nel mondo famigliare, lavorativo, economico e politico.

Formalmente nel disposto Costituzionale l’art.3 ha istituito la pari dignità sociali senza distinzione di sesso, l’art 37 ha introdotto, a parità di lavoro, gli stessi diritti della donna rispetto al lavoratore e il diritto alla stessa retribuzione, l’art. 48 ha concesso il diritto di voto anche alle donne e l’art.51 ha ammesso l’accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive anche alle donne. Dunque, un’uguaglianza formale fra i due sessi che di fatto all’epoca contrastava con tutte le discriminazioni legali vigenti durante il periodo precedente, in particolare quelle contenute nel Codice di Famiglia e nel Codice Penale. Tuttavia, nel solco della Costituzione, si è avviato un percorso di autonomia e di emancipazione delle donne che negli anni ha prodotto anche significative modifiche della legislazione. Si pensi alla legge n. 7 del 9 gennaio 1963 con la quale finalmente si è stabilito il divieto di licenziamento delle lavoratrici per causa di matrimonio modificando la legge 26 agosto 1950, n. 860, alla legge n. 898 del 1 dicembre 1970 che ha introdotto il divorzio. Riguardo quest’ultima, durante i lavori della Costituente era stata rappresentata la volontà di includere l’indissolubilità del matrimonio nel testo della carta costituzionale, ma, dopo un’aspra battaglia in aula, la parola “indissolubile” non era stata inserita, bocciata con un esiguo margine di voti. Nel 1971 la Corte costituzionale ha abrogato l’art. 535 del Codice penale che vietava la propaganda di qualsiasi mezzo contraccettivo e puniva i trasgressori col carcere. Nel 1971, con la legge n. 1204, viene approvata la tutela delle lavoratrici madri e nello stesso anno sono istituiti gli asili nido comunali.

Ancora, con la legge 19 maggio 1975, n. 151 è stato riformato il diritto di famiglia: fino a questa riforma, il peso dell’educazione dei figli gravava, di fatto, sulle madri, ma tale impegno non aveva un adeguato riconoscimento giuridico. La “patria potestà”, oggi “responsabilità genitoriale”, spettava ad entrambi i genitori, ma il suo esercizio toccava al padre, secondo l’art. 316 del Codice civile. Viene, quindi, riconosciuta parità giuridica tra i coniugi che hanno uguali diritti e responsabilità. Nel 1977 con la legge n. 903 è riconosciuta la parità di trattamento tra donne e uomini nel campo del lavoro. La legge costituzionale n. 1 del 30 maggio 2003 ha modificato l’art. 51 della Costituzione con l’aggiunta: “A tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini”.

I predetti richiami per evidenziare come, nonostante i progressi sulla carta, sia evidente che dobbiamo continuare a lavorare per realizzare un’uguaglianza che sia ispirata ai principi della ragionevolezza a dimostrazione del fatto che il riconoscimento normativo comporta sempre e comunque una continua conquista prima del riconoscimento sostanziale di quel diritto.

Ciò va fatto anche nella nostra professione forense che, pur caratterizzata da una forte presenza femminile con una media del 47%, presenta un notevole divario reddituale  tra avvocate e avvocati con un guadagno in media per le donne del 53% in meno rispetto agli uomini.

Una conquista alla quale ogni giorno noi avvocati, donne e uomini, partecipiamo attivamente.

Avv. Rosita Ponticiello

Coordinatrice Dipartimento Pari Opportunità Unione Nazionale Camere Civili


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Del Noce, Camere Civili: “L’IA rivoluziona la professione forense, ma il ruolo dell’avvocato resta insostituibile”

L’innovazione tecnologica ha sempre trasformato il mondo del lavoro, eliminando alcune professioni e creandone di nuove. Oggi l’Intelligenza Artificiale (IA) sta portando un cambiamento simile, automatizzando molte attività ma aprendo anche la strada a nuove competenze e opportunità. Alberto Del Noce, presidente dell’Unione Nazionale Camere Civili, sottolinea come la professione dell’avvocato non sia a rischio di sostituzione, bensì destinata a un’integrazione con l’IA nei processi lavorativi.

Secondo il documento Focus Censis Confcooperative, l’IA non può rimpiazzare professioni come quella forense, in cui la componente tecnica si unisce a competenze empatiche e relazionali. Il lavoro dell’avvocato va oltre la semplice ricerca normativa o la redazione di documenti: richiede capacità di argomentazione, intuizione e sensibilità nel trattare i casi concreti. Queste qualità, purtroppo, rimangono irreplicabili da una macchina.

“L’Intelligenza Artificiale è una realtà con cui dobbiamo confrontarci e che non possiamo ignorare. Tuttavia, chi immagina un futuro in cui gli avvocati saranno sostituiti da algoritmi sbaglia completamente prospettiva”, afferma Del Noce. “Il nostro lavoro non si riduce all’analisi di dati o alla compilazione di documenti. Ci occupiamo di persone, di conflitti umani, di vicende che richiedono empatia, capacità di ascolto e interpretazione della realtà. L’IA può certamente supportarci, velocizzando ricerche giuridiche e analisi di precedenti, ma non potrà mai sostituire la capacità critica e il senso di giustizia che guidano la nostra professione”.

Il rapporto evidenzia anche come molte professioni siano esposte al rischio di automazione. Mentre figure come contabili e tecnici bancari potrebbero subire un elevato impatto, professioni a elevata complementarità con l’IA, come avvocati e magistrati, continueranno a necessitare di un apporto umano fondamentale. I dati mostrano che in Italia solo l’8,2% delle imprese utilizza l’IA, un valore inferiore rispetto alla media UE (13,5%) e ben lontano dal 19,7% della Germania.

“L’Italia deve investire in formazione e tecnologia, senza però cadere nell’errore di considerare l’IA come un sostituto delle competenze umane. La vera sfida è capire come integrare al meglio questi strumenti nella professione forense, migliorando l’efficienza senza perdere la dimensione umana della giustizia”, conclude Del Noce.

Le previsioni al 2030 indicano che il 27% delle ore lavorate in Europa sarà automatizzato, con impatti significativi soprattutto nei settori della ristorazione, del supporto d’ufficio e della produzione. Tuttavia, come evidenzia Del Noce, il settore legale continuerà a evolversi senza perdere il suo elemento distintivo: l’umanità. L’IA può essere uno strumento prezioso, ma non potrà mai sostituire il giudizio, la sensibilità e l’etica che guidano il lavoro degli avvocati.


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IA e professioni: quali lavori a rischio e quali in crescita

L’avanzata dell’Intelligenza Artificiale (IA) nel mondo del lavoro sta generando un panorama a due facce in Italia. Da un lato, emerge il rischio concreto di sostituzione per alcune professioni, in particolare quelle con mansioni ripetitive e automatizzabili. Dall’altro, si aprono nuove opportunità di crescita e integrazione, soprattutto per i lavoratori con competenze digitali avanzate.

Secondo un recente focus Censis-Confcooperative, l’IA è destinata a trasformare profondamente il mercato del lavoro italiano. Si stima che il 27% delle ore lavorate in Europa potrebbe essere automatizzato, con settori come la ristorazione (37%), il supporto d’ufficio (36%) e la produzione (36%) particolarmente vulnerabili.

Tuttavia, l’IA non è solo una minaccia. Può anche supportare e migliorare il lavoro umano, soprattutto in professioni che richiedono competenze complementari, come avvocati, magistrati, dirigenti e psicoterapeuti. In questi casi, l’IA può assumere compiti di routine, consentendo ai lavoratori di concentrarsi su attività a maggior valore aggiunto.

Il problema principale per l’Italia è il ritardo nell’adozione dell’IA. Secondo i dati, solo il 2% delle imprese italiane utilizza l’IA, contro il 13% della Germania e la media europea del 13,5%. Questo ritardo è dovuto a diversi fattori, tra cui la carenza di competenze digitali, la resistenza al cambiamento e la mancanza di investimenti.

Per affrontare questa sfida, è necessario un cambio di paradigma. Come sottolinea il presidente di Confcooperative, Maurizio Gardini, “la persona va messa al centro del modello di sviluppo con l’intelligenza artificiale al suo servizio”. È fondamentale investire nella formazione, nella riqualificazione dei lavoratori e nella creazione di un ecosistema favorevole all’innovazione.

Inoltre, è importante affrontare il divario di genere nell’adozione dell’IA. Le donne, infatti, sembrano essere più esposte al rischio di sostituzione rispetto agli uomini. È necessario promuovere l’accesso delle donne alle professioni STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) e garantire pari opportunità di formazione e sviluppo professionale.


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Corte d’Appello di Napoli, un protocollo per la creazione di un Osservatorio contro la violenza di genere e domestica

È stato firmato ieri a Napoli il protocollo d’intesa tra la Corte d’Appello di Napoli, la Procura Generale presso la Corte d’Appello e la Cooperativa Sociale E.V.A., con l’obiettivo di realizzare un Osservatorio distrettuale sul fenomeno della violenza di genere e della violenza domestica.

L’iniziativa mira a creare un sistema integrato e più efficace di protezione per le donne e i minori che si rivolgono alla giustizia, alle forze dell’ordine o ai servizi territoriali. L’intento è prevenire la vittimizzazione secondaria e tutelare i diritti delle vittime, rafforzando la prevenzione del fenomeno.

L’Osservatorio avrà tra i suoi compiti il monitoraggio costante della normativa e delle sue applicazioni, la raccolta e la diffusione di buone pratiche, l’incremento delle competenze specifiche e la promozione della formazione pluridisciplinare.

Uno degli obiettivi principali dell’intesa è il coinvolgimento di enti e organizzazioni al fine di costituire un coordinamento permanente tra tutti gli attori territoriali che operano nella prevenzione e nel contrasto della violenza di genere. Tra le iniziative previste, anche l’istituzione di un Tavolo tecnico permanente di concertazione.

La Presidente della Corte d’Appello di Napoli, Maria Rosaria Covelli, ha commentato: “La violenza si manifesta in molte forme: fisica, psicologica, economica, domestica. Nessuna di queste può essere tollerata o giustificata. Le vittime restano intrappolate in situazioni di paura e isolamento, convinte di non avere alternative o supporto. Questo protocollo rappresenta un importante punto di partenza a difesa delle donne che, purtroppo, sempre più spesso, sono vittime di situazioni che ne segnano irrimediabilmente l’esistenza. È fondamentale creare una rete efficace a livello distrettuale, in grado di intercettare tempestivamente le situazioni di malessere e difficoltà che si manifestano principalmente in contesti familiari e affettivi.”

Il Procuratore Generale presso la Corte d’Appello, Aldo Policastro, ha aggiunto: “Al di là delle funzioni di vigilanza degli uffici giudiziari, riteniamo strategica la possibilità di strutturare un intervento globale attraverso il confronto, la cooperazione e la formazione degli operatori. L’Osservatorio sarà il punto di coordinamento stabile con le otto Procure, i Tribunali, le forze dell’ordine e gli altri attori dei servizi pubblici e dei centri specializzati privati che si occupano della violenza di genere.”

Infine, Daniela Santarpia, presidente della Cooperativa E.V.A., ha sottolineato: “Quando le donne denunciano gli abusi e chiedono aiuto, si trovano spesso in una condizione di grande criticità. Nonostante i cambiamenti normativi, chi le ascolta non sempre ha le competenze adeguate per accoglierle, rischiando così di spostare inconsapevolmente la responsabilità dall’autore della violenza alla vittima, con il rischio di attivare comportamenti che causano vittimizzazione secondaria.”


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Giustizia tributaria, il CNF si oppone alla revisione delle sedi

Il Consiglio Nazionale Forense (CNF) esprime forte preoccupazione per la revisione della geografia della giustizia tributaria prevista dalla Legge Delega n. 111/2023. In una delibera ufficiale, l’Avvocatura istituzionale ha manifestato “ferma contrarietà” a qualsiasi modifica dell’attuale distribuzione delle Corti di giustizia tributaria che non garantisca il pieno rispetto del diritto di accesso alla giustizia per i contribuenti.

L’iniziativa del CNF, guidato da Francesco Greco, è scaturita dalle notizie secondo cui il Ministero dell’Economia e delle Finanze starebbe elaborando un piano di accorpamento delle Corti di giustizia tributaria di primo grado, con la riduzione da 103 a 39 sedi e la soppressione di tutte le sezioni distaccate di secondo grado.

L’allarme dell’Avvocatura

Secondo il CNF, il progetto di riorganizzazione potrebbe avere pesanti ripercussioni sia per gli avvocati sia per i cittadini, penalizzando l’accesso alla giustizia e comprimendo alcuni diritti costituzionalmente garantiti. L’assetto territoriale delle Corti verrebbe ridefinito senza un confronto con le categorie professionali coinvolte e senza un’adeguata valutazione dell’impatto sui territori, con disagi considerevoli per tutti i soggetti interessati.

Nel documento deliberato, il CNF sottolinea che qualsiasi ridefinizione delle sedi dovrebbe rispettare l’articolo 19, lettera l) della Legge Delega n. 111/2023, ponendo come priorità non solo l’efficienza degli uffici finanziari, ma soprattutto il diritto dei cittadini all’accesso alla giustizia. “Ogni processo deve svolgersi nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a un giudice terzo e imparziale”, si legge nella delibera, che richiama anche i principi sanciti dalla European Commission for the Efficiency of Justice.

Le richieste al Ministero

Il CNF chiede trasparenza sulle modalità di elaborazione del progetto e invita il Ministero dell’Economia e delle Finanze a rendere noti i criteri adottati per la ridefinizione delle sedi, i dati relativi ai carichi di lavoro e alla distribuzione territoriale, nonché a convocare tutte le parti coinvolte nel processo tributario per un confronto sul tema.

Anche la presidente del Consiglio di presidenza della giustizia tributaria, Carolina Lussana, condivide le preoccupazioni dell’Avvocatura: “Ogni Corte di giustizia è un presidio di legalità. Il loro futuro non può essere deciso senza coinvolgere i professionisti del settore”. Lussana sottolinea inoltre come l’attuale assetto delle Corti risalga a oltre vent’anni fa e sia ormai inadeguato rispetto all’evoluzione del contenzioso tributario.

L’Avvocatura resta in attesa di risposte, ma la posizione è chiara: la riforma non può tradursi in una mera operazione di tagli, sacrificando il diritto dei cittadini a una giustizia tributaria efficiente e accessibile.


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L’American Bar Association contro le intimidazioni a giudici e avvocati

L’American Bar Association (ABA), l’associazione forense più influente degli Stati Uniti, ha preso una netta posizione contro i tentativi di intimidazione ai danni di magistrati e avvocati, ribadendo l’importanza dello Stato di diritto e della separazione dei poteri. Secondo l’ABA, il governo starebbe esercitando pressioni indebite sui giudici e sulla professione legale, minacciando l’equilibrio democratico e il diritto alla difesa.

In una dichiarazione ufficiale, il presidente dell’ABA, William R. Bay, ha denunciato un “chiaro e sconcertante schema” di attacchi a giudici che emettono sentenze sgradite all’amministrazione e ad avvocati che rappresentano clienti ritenuti scomodi dal governo. Secondo l’associazione, alti funzionari statali avrebbero più volte invocato l’impeachment di magistrati senza alcuna prova di condotte illecite, minando l’indipendenza del potere giudiziario.

Il Presidente della Corte Suprema degli Stati Uniti ha evidenziato nel suo rapporto annuale come le pressioni sui giudici siano un fenomeno in crescita e debbano essere contrastate con fermezza. “Non possiamo accettare un sistema in cui il governo cerca di rimuovere i giudici solo perché le loro decisioni non coincidono con la linea politica dell’amministrazione”, ha ribadito l’ABA.

Ma l’offensiva non si ferma ai tribunali: anche gli avvocati sarebbero nel mirino del governo. La dichiarazione denuncia tentativi di marginalizzare studi legali che difendono parti contrapposte all’amministrazione, oltre a pressioni su avvocati del Dipartimento di Giustizia attraverso intimidazioni e licenziamenti. In un recente caso, uno studio legale di Washington sarebbe stato preso di mira per aver rappresentato un cliente sgradito al governo, con la prospettiva di azioni punitive contro altri professionisti.

L’ABA sottolinea che l’accesso alla giustizia deve essere garantito senza interferenze politiche e che il diritto di ogni cittadino a un’adeguata difesa legale è un pilastro fondamentale della democrazia. “Respingiamo i tentativi di trasformare la professione legale in uno strumento al servizio del governo, premiando chi si allinea e punendo chi dissente”, ha dichiarato Bay.

L’American Bar Association invita tutta la comunità legale a opporsi a queste derive e a difendere con determinazione lo Stato di diritto. “Se l’ABA e gli avvocati non parlano ora, chi lo farà? È il momento di alzare la voce, insieme”.


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