Decreti, amministrative e referendum: le prossime settimane decisive in Parlamento

Roma — Si preannunciano settimane intense per il Parlamento. Tra decreti in scadenza, appuntamenti elettorali e iniziative referendarie, Camera e Senato stanno definendo un calendario fitto di lavori, destinato a incidere sul clima politico di questa primavera.

Al centro del dibattito il Decreto Sicurezza, che dopo il via libera al Senato attende ora il passaggio finale alla Camera, previsto entro il 27 maggio. Si tratta di un provvedimento molto discusso, soprattutto per le modifiche al codice penale e le misure sulla gestione dell’ordine pubblico.

Parallelamente, maggioranza e opposizioni si confronteranno in aula su un altro tema caldo: il Decreto Premi, dedicato a interventi a sostegno di famiglie e imprese, la cui approvazione è attesa entro la fine del mese.

Sul fronte elettorale, a maggio si tornerà alle urne per le elezioni amministrative, con oltre 400 comuni coinvolti, tra cui alcuni capoluoghi strategici. In caso di mancata elezione al primo turno, i ballottaggi si terranno a due settimane di distanza. Un test significativo per il governo e per le opposizioni in vista delle future tornate nazionali.

Ma non è tutto: si avvicina anche il voto sui referendum abrogativi, su cui il Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra hanno promesso battaglia. Si tratta di consultazioni che potrebbero incidere su temi sensibili come giustizia e ambiente.

Il Senato ha già fissato l’agenda dei lavori fino alla metà di maggio, mentre alla Camera il calendario sarà definito dopo il voto di domani su alcune mozioni e risoluzioni legate ai decreti in corso di esame.

Tra sedute plenarie e lavori delle commissioni, il Parlamento dovrà affrontare un’agenda serrata, che potrebbe incidere anche sugli equilibri politici interni alla maggioranza e nelle opposizioni.

Le prossime settimane, dunque, saranno cruciali non solo per l’approvazione di provvedimenti chiave, ma anche per misurare la tenuta politica dell’esecutivo e le strategie dei partiti in vista di un’estate che si preannuncia altrettanto densa di appuntamenti.


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Risorse Umane 4.0: il capitale umano guida il cambiamento tra AI, welfare e nuove sfide generazionali

La funzione Risorse Umane sta attraversando una trasformazione senza precedenti, abbandonando progressivamente la narrazione salvifica della tecnologia fine a sé stessa per diventare leva concreta e strategica nella gestione delle persone e nel supporto al business. È quanto emerge dall’ultima indagine dell’Osservatorio Zucchetti HR 2023, che ha coinvolto oltre 1200 addetti ai lavori tra piccole e grandi imprese italiane.

A cambiare non è solo il contesto tecnologico, ma anche e soprattutto il mercato del lavoro, scosso da fenomeni come le Grandi Dimissioni e il Quiet Quitting. Eventi che hanno obbligato le aziende a rivedere radicalmente il proprio approccio alla gestione del personale, aumentando gli investimenti in welfare e personalizzazione dei benefit.

«Il benessere psico-fisico, che coinvolge anche i luoghi di lavoro, è ormai una priorità imprescindibile», spiega Maristella Di Raddo, Direttrice Full Service di Conad Nord Ovest. «Agilità, velocità di adattamento e capacità di semplificare la vita delle persone sono le attitudini chiave per chi opera nelle risorse umane».

La tecnologia, in questo scenario, diventa mezzo e non più fine. L’adozione di algoritmi di machine learning per l’analisi dei CV o la pianificazione predittiva delle carenze di personale si affianca a strumenti di welfare innovativi come i fringe benefit e l’anticipo dello stipendio per una gestione più flessibile delle spese.

Secondo Domenico Uggeri, vicepresidente di Zucchetti, «i dati devono servire per prendere decisioni più consapevoli e rapide, ma senza sostituire il valore umano. Purtroppo, molte PMI pur riconoscendo il potenziale di questi strumenti, non li hanno ancora integrati in modo strutturale».

Centrale resta il problema della fuga dei talenti e della difficoltà nel trattenere i giovani della generazione Z, più attenti a scopo, flessibilità e work-life balance. «Se non si progetteranno iniziative mirate — avverte Andrea Arrighi, Vice President HR & Organization di Lagardère Travel Retail Italia — la mancanza di persone rischierà di rallentare seriamente la crescita industriale del Paese».

A crescere, intanto, sono i servizi legati al welfare e i programmi di collaborazione con scuole e università, indicati da 7 aziende su 10 come strumento indispensabile per ampliare il bacino di reclutamento e preparare le nuove professionalità.

Sul fronte degli investimenti, il 30% delle aziende punta sull’automazione dei processi HR, mentre il benessere del personale (19%) e lo sviluppo e la formazione (16%) seguono a ruota. Le PMI, dal canto loro, investono ancora più decisamente sull’automazione (32%), segno che il cambiamento è trasversale, ma con velocità diverse.

Il risultato è un ruolo HR sempre più strategico e trasversale, chiamato a uscire dai confini aziendali per dialogare con stakeholder, istituzioni e territori. Un mestiere plurale, pronto a interpretare le nuove sfide di un mercato in continua evoluzione.


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Roma, 23 aprile 2025 – Predisposto lo schema di decreto del Ministro della Giustizia, di concerto con il Ministero dell’Economia e delle Finanze, che prevede le modalità di ripartizione del fondo per la promozione delle attività teatrali negli istituti penitenziari.

Il provvedimento dà attuazione alla norma contenuta nella Legge di bilancio 2025 (articolo 1, comma 612, della legge 30 dicembre 2024 n. 207), grazie allo stanziamento di 500mila euro per ciascun anno dal 2025 al 2027 finalizzato alla valorizzazione delle diverse professionalità in ambito teatrale.

Le risorse rese disponibili dalla dotazione triennale andranno a sostegno di uno dei settori considerati decisivi per il recupero sociale e il reinserimento lavorativo dei detenuti, con iniziative culturali e percorsi formativi già ampiamente avviati all’interno delle strutture carcerarie.


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Il IV trimestre del 2024 si chiude con un dato incoraggiante per la giustizia: prosegue la riduzione delle pendenze nei settori civile e penale rispetto al trimestre precedente. È quanto emerge dall’ultimo monitoraggio nazionale sull’andamento dei procedimenti pendenti e dell’arretrato, aggiornato trimestralmente dal Ministero della Giustizia.

Il report distingue tra pendenze – ovvero i procedimenti ancora aperti alla fine del periodo di riferimento – e arretrato, che comprende i fascicoli non definiti entro i tempi previsti dalla legge per una “durata ragionevole” del processo (3 anni in primo grado, 2 anni in appello, 1 anno in Cassazione), detti anche procedimenti a “rischio Pinto”.

Nel settore civile, i procedimenti pendenti sono stati 2.789.696. Si tratta di un dato in crescita del 2,4% rispetto al 2023, nonostante una tendenza decrescente costante dal 2011. Questo aumento, spiegano gli analisti, è attribuibile soprattutto all’incremento delle iscrizioni presso i Giudici di pace, in particolare per le cause di tipo monitorio.

Tuttavia, sul fronte dell’arretrato civile si registrano progressi significativi: -13% in Corte di Cassazione, -12% in Corte di Appello e -17% nei Tribunali. Una tendenza che lascia intravedere un miglioramento nella capacità del sistema giudiziario di smaltire le cause più datate.

Ancora più netta è la riduzione nel settore penale: le pendenze totali diminuiscono del 5,9% rispetto al 2023, raggiungendo quota 1.156.268 fascicoli, il livello più basso mai registrato dal 2003.

Guarda qui tutti i dati del monitoraggio


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Catasto 4.0: voltura digitale e archivi online, addio alle code agli sportelli

Addio modulistica cartacea e lunghe attese negli uffici: il Catasto fa un passo decisivo verso la digitalizzazione con due nuovi servizi online appena attivati dall’Agenzia delle Entrate. Da oggi è infatti operativo “Voltura catastale web”, lo strumento che consente ai cittadini – o ai loro delegati – di presentare direttamente online le richieste di voltura e versare contestualmente le somme dovute.

Accessibile tramite area riservata del sito dell’Agenzia, utilizzando credenziali SPID, CIE, CNS o le credenziali specifiche dell’Agenzia, il servizio guida l’utente passo dopo passo nella compilazione della dichiarazione e rilascia una ricevuta che certifica la presentazione della domanda, il controllo e l’accettazione dei documenti allegati, oltre all’avvenuto pagamento dei tributi. Questo nuovo strumento andrà gradualmente a sostituire il vecchio software “Voltura 2.0 – Telematica”, che resterà operativo fino a nuova comunicazione.

In parallelo, debutta anche la “Consultazione registro partite catastali”, altro servizio telematico pensato per rendere accessibili i vecchi registri cartacei utilizzati per identificare i beni immobili intestati a una singola persona o ente. Questi archivi, ormai fuori uso ma fondamentali per ricerche storiche, sono stati digitalizzati e ora possono essere consultati online senza recarsi fisicamente agli uffici catastali.

Un passo avanti importante per semplificare le pratiche, migliorare l’accessibilità e valorizzare il patrimonio documentale del Paese: il catasto diventa sempre più digitale, trasparente e vicino ai cittadini.


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Divorzio, sì all’assegno per la ex: la dedizione alla famiglia pesa più della condivisione

ROMA – Anche se il marito ha condiviso l’impegno nella crescita dei figli, la moglie ha diritto all’assegno divorzile se, per tutta la durata del matrimonio, si è dedicata esclusivamente alla famiglia, rinunciando a costruirsi un’autonomia economica. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 9989/2025, respingendo il ricorso di un uomo che contestava la decisione della Corte d’appello di condannarlo a versare 500 euro mensili alla ex moglie.

Il caso ha tratti peculiari: durante la separazione consensuale, il figlio minorenne era stato collocato presso il padre, che si era fatto carico interamente del suo mantenimento. Entrambi i coniugi, all’epoca, avevano dichiarato di essere economicamente autonomi e avevano rinunciato a ogni forma di contributo reciproco. Nonostante ciò, l’uomo aveva continuato a inviare alla moglie somme consistenti, tra i mille e i duemila euro al mese.

Diversi anni dopo, l’uomo ha chiesto il divorzio, sostenendo di non poter più permettersi alcun sostegno economico, dopo il tracollo della propria attività imprenditoriale. Ha inoltre fatto presente che la ex moglie aveva ricevuto un immobile in donazione e lo aveva rivenduto, ottenendo un profitto significativo.

La Corte d’appello, però, ha accolto il ricorso della donna, sottolineando che per oltre 26 anni non aveva mai lavorato, dedicandosi completamente alla cura della famiglia in un accordo condiviso con il marito. La sua mancanza di reddito, unita alla differenza patrimoniale esistente, giustifica – secondo i giudici – l’assegno in chiave compensativa e perequativa: non solo come aiuto economico, ma come riconoscimento del contributo dato all’intera vita familiare e al benessere comune.

La Cassazione ha confermato: l’impegno educativo del marito non annulla il fatto che la moglie abbia sacrificato ogni prospettiva lavorativa per il bene della famiglia. E, di conseguenza, resta valido il diritto a ricevere un sostegno economico al termine del matrimonio.

Il ricorso dell’ex marito è stato giudicato generico e carente di elementi decisivi. Inoltre, le sue contestazioni non sono state presentate tempestivamente nel corso del giudizio. Il criterio compensativo, spiega la Suprema Corte, non può essere aggirato solo perché anche il marito ha avuto un ruolo attivo nella vita familiare.

Un messaggio chiaro: nei divorzi, il valore del lavoro domestico e dell’impegno familiare non può essere messo in secondo piano. Anche senza uno stipendio, chi ha rinunciato alla carriera per la famiglia ha diritto a un riconoscimento concreto.


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Guida in stato di ebbrezza con incidente: niente lavori socialmente utili

ROMA – Nessuna possibilità di evitare la pena detentiva e pecuniaria con il lavoro di pubblica utilità se si provoca un incidente alla guida in stato di ebbrezza. A ribadirlo, ancora una volta, è la Corte di Cassazione, che con la sentenza n. 13150/2025 conferma l’orientamento già consolidato: l’aggravante legata all’incidente stradale preclude ogni possibilità di sostituzione della pena.

La vicenda al centro del verdetto riguarda un uomo condannato per guida in stato di ebbrezza ai sensi dell’art. 186 del Codice della Strada, dopo aver causato un sinistro. Il tribunale di primo grado aveva concesso la sostituzione della pena con i lavori di pubblica utilità (Lpu), ma la decisione è stata impugnata dal Procuratore Generale di Bologna, che ha fatto ricorso in Cassazione denunciando la violazione della legge.

La Suprema Corte gli ha dato ragione, puntualizzando che l’articolo 186, comma 9-bis del Codice della Strada, consente la sostituzione con Lpu solo se il conducente non ha causato un incidente. E non importa se l’incidente non ha coinvolto altri o se la circostanza aggravante non ha inciso sulla pena finale: è sufficiente che ci sia stato un evento pericoloso che abbia interrotto la normale circolazione stradale.

Secondo i giudici, dunque, anche il più lieve degli incidenti, purché legato alla guida in stato di alterazione da alcol o droghe, esclude categoricamente l’opzione dei lavori socialmente utili. Una posizione, ormai ben radicata nella giurisprudenza, che mira a tutelare in modo più incisivo la sicurezza stradale e a sanzionare in modo severo condotte potenzialmente pericolose per la collettività.

Nel caso specifico, la Corte ha annullato senza rinvio la parte della sentenza che aveva disposto la sostituzione della pena con Lpu, confermando così che non è possibile alleggerire la sanzione in presenza dell’aggravante prevista dal comma 2-bis dell’articolo 186 C.d.S..


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Meloni frena sulle riforme-urto: stop alla Giornata per Tortora per non irritare le toghe

ROMA – Dietrofront calcolato del Governo sulla proposta di legge per istituire una giornata dedicata alle vittime di errori giudiziari, in memoria di Enzo Tortora. L’iniziativa, sostenuta da tempo da alcuni settori della maggioranza, viene silenziata su indicazione diretta di Palazzo Chigi. A confermarlo, con un intervento dai toni amari in Aula, è il deputato di Italia Viva Roberto Giachetti: “Non si vuole urtare la sensibilità dei magistrati, almeno fino al referendum sulla separazione delle carriere”.

L’indicazione è chiara: niente provocazioni fino al voto popolare, previsto per la primavera. Il governo Meloni adotta così una linea attendista, quella della “tregua armata” con la magistratura, evitando di alimentare tensioni che potrebbero ritorcersi contro la campagna referendaria. L’obiettivo? Non trasformare l’Anm (Associazione Nazionale Magistrati) in un “martire” politico agli occhi dell’opinione pubblica, soprattutto in una fase in cui la riforma della giustizia è sotto i riflettori.

Giachetti non le manda a dire: “Ci è stato detto chiaramente che non si vuole approvare questo provvedimento perché l’Anm è contraria. Ma nello stesso tempo – ha aggiunto con sarcasmo – il sottosegretario Mantovano può attaccare pubblicamente le toghe senza problemi. C’è una strana idea di coerenza in questo governo”.

La premier Giorgia Meloni, insieme al ministro della Giustizia Carlo Nordio, sembra voler tenere il punto su una linea diplomatica. Diverso l’approccio del sottosegretario Mantovano, che continua a sferzare pubblicamente i magistrati. Un doppio binario che riflette la delicatezza del momento: da una parte si cerca di evitare lo scontro frontale, dall’altra non si vuole rinunciare al messaggio riformista, almeno sul piano simbolico.

La proposta per commemorare Enzo Tortora non è la sola finita nel congelatore. Anche la riforma sulla custodia cautelare, i limiti all’uso dei trojan informatici, le direttive sull’azione penale, la commissione d’inchiesta sulla magistratura e la revisione della legge Severino sono state accantonate. Riforme care soprattutto a Forza Italia e ai garantisti, ma considerate troppo divisive in un momento in cui l’equilibrio tra poteri è politicamente delicato.

Il governo, per voce della sottosegretaria Matilde Siracusano, rivendica comunque un’azione concreta in ambito giudiziario: dall’abolizione dell’abuso d’ufficio alla stretta sulle intercettazioni, fino al recepimento della direttiva sulla presunzione d’innocenza. Ma ora, almeno fino al referendum, l’ordine è uno solo: non irritare i magistrati.

In gioco non c’è solo una riforma, ma l’intero equilibrio tra potere politico e potere giudiziario. E il governo Meloni ha deciso di giocarsi la partita più importante con calma, prudenza e qualche rinuncia.


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Guida e droga: il Tribunale di Pordenone sfida la nuova legge

PORDENONE – Il Tribunale di Pordenone, su richiesta della Procura, ha sollevato una questione di legittimità costituzionale destinata a fare rumore. Al centro del dibattito c’è la nuova formulazione dell’articolo 187 del Codice della Strada, modificato dalla Legge n. 177 del 25 novembre 2024, che ha eliminato il requisito dello “stato di alterazione psico-fisica” per configurare il reato di guida sotto l’effetto di sostanze stupefacenti.

Con un’ordinanza dell’8 aprile 2025, firmata dalla giudice Granata, il Tribunale ha messo nero su bianco i motivi della sua decisione: la norma così riformulata violerebbe i principi costituzionali di ragionevolezza, proporzionalità, uguaglianza (art. 3), ma anche quelli di tassatività e determinatezza dell’incriminazione penale (art. 25 co. 2), oltre al principio della finalità rieducativa della pena (art. 27 co. 3).

La critica più forte riguarda l’effetto “espansivo” della nuova norma: ora è sufficiente risultare positivi a una sostanza stupefacente per incorrere nella sanzione penale, senza più dover dimostrare uno stato effettivo di alterazione alla guida. Una trasformazione, secondo il Tribunale, che svuota la norma della sua funzione originaria di tutela della sicurezza stradale basata su un pericolo concreto, trasformandola in un reato di pericolo astratto, slegato da qualsiasi nesso causale tra l’assunzione della sostanza e l’effettiva compromissione della capacità di guida.

“È manifestamente irragionevole e iniquo – si legge nell’ordinanza – ritenere penalmente responsabile un soggetto solo in base alla positività a una sostanza, senza accertare se ciò abbia influito sulla sua capacità di guidare”. Il rischio, secondo il Giudice, è quello di punire anche chi, pur avendo assunto sostanze giorni prima, non presenta alcun sintomo né rappresenta un pericolo reale per la sicurezza stradale.

Il caso sollevato a Pordenone potrebbe aprire la strada a una revisione della norma a livello costituzionale, rilanciando il dibattito su come e quanto il diritto penale debba incidere nella sfera personale dei cittadini. Intanto, la parola passa alla Corte Costituzionale.


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Nel cuore del processo “Reset”, destinato a segnare un passaggio delicato della giustizia cosentina, si accende un nuovo fronte: quello che vede protagonisti non gli imputati, ma i loro difensori. Gli avvocati penalisti Cristian Cristiano e Vincenzo Guglielmo Belvedere sono stati infatti travolti da una polemica scaturita da un manoscritto firmato dal presunto boss detenuto Roberto Porcaro, diffuso in anteprima da un quotidiano online, in cui si mettono in discussione alcune scelte difensive operate nel corso del processo.

Nel documento, Porcaro – detenuto al 41 bis – critica la richiesta di acquisizione di un suo verbale da parte dei due legali, definendola “un errore grossolano”. Il manoscritto, sebbene ancora non ufficialmente acquisito agli atti processuali, è stato reso pubblico, alimentando sospetti e insinuazioni su una presunta malafede degli avvocati coinvolti.

La reazione dell’Avvocatura della Camera Penale di Cosenza è stata immediata e netta. In un comunicato dal tono fermo e deciso, il Consiglio Direttivo e il Presidente Roberto Le Pera, con il Segretario Gabriele Posteraro, hanno espresso pieno sostegno ai colleghi:

“È il tempo del processo mediatico, della giustizia del popolo e non in nome del popolo; del ‘Crucifige’ e non della sentenza. Ma a questa orda di inciviltà continua a fare da scudo la toga dell’Avvocato, libera, indipendente, assoluta protagonista della vera cultura della giurisdizione”.

La nota denuncia con forza la deriva giustizialista e la pericolosa esposizione mediatica di avvocati penalisti che, semplicemente, esercitano la loro funzione difensiva. Una funzione costituzionalmente garantita e fondamentale per l’equilibrio del sistema democratico.

Gli stessi Cristiano e Belvedere, in una nota congiunta, hanno risposto punto per punto alle affermazioni di Porcaro, spiegando che i verbali richiesti erano stati omissati nelle parti non rilevanti e che la richiesta era finalizzata esclusivamente a tutelare i propri assistiti, dei quali uno non era neppure conosciuto da Porcaro.

“È evidente che il dato istruttorio sia stato frainteso. L’intero collegio difensivo non ha mosso obiezioni, proprio perché ininfluente per gli altri imputati”.

Ma la questione non si ferma qui. I legali di Porcaro, Mario Scarpelli e Roberta Lucà, hanno a loro volta replicato, ritenendo “inaccettabile” che i colleghi abbiano, a loro dire, tentato di “screditare l’operato professionale” della difesa del boss.

Il caso, sempre più infuocato, riaccende un tema cruciale: la tutela dell’indipendenza dell’avvocato e la necessità di sottrarre la giustizia al tribunale dell’opinione pubblica.
Come sottolinea la Camera Penale:

“Se qualcuno pensa di colpire anche un solo avvocato, ricordi che dovrà colpirci tutti per farci indietreggiare. E quando ci avrà colpiti tutti, non ci sarà più nessuno a difenderlo”.

Il processo “Reset” continua, ma il vero banco di prova sarà ora per la libertà della difesa. Un principio che, se incrinato, rischia di trascinare con sé le fondamenta stesse dello Stato di Diritto.


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