File di log e reati sul web, il GIP di Catania interpella la Corte UE: “Servono regole chiare anche per i reati non gravi”

Un’ordinanza destinata a far discutere e, forse, a incidere sulla futura interpretazione delle norme europee in materia di dati digitali e procedimenti penali. Con ordinanza del 26 giugno 2025, il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Catania, dott. Ragazzi, ha sospeso un procedimento penale contro ignoti per sostituzione di persona (art. 494 c.p.), sollevando due quesiti pregiudiziali alla Corte di Giustizia dell’Unione europea.

Il caso riguarda la creazione di un profilo Facebook falso, ritenuto lesivo della reputazione e dell’identità della persona offesa, una giovane vittima di un possibile raggiro online. Per tentare di risalire all’autore o agli autori, era stata richiesta l’acquisizione dei file di log del profilo incriminato: dati tecnici (indirizzi IP, date e orari di accesso) che rappresentano, in molti casi, l’unico strumento utile per l’identificazione di chi opera dietro pseudonimi o identità fittizie sul web.

Il diniego iniziale e la svolta

La richiesta, avanzata ai sensi dell’art. 132 del D.lgs. 196/2003 (Codice della privacy), era stata respinta. La ragione? La pena edittale prevista per il reato di sostituzione di persona non consente l’accesso ai dati di traffico telematico, riservato – secondo la normativa italiana – ai procedimenti per reati gravi.

A seguito della richiesta di archiviazione del procedimento, il giudice ha riaperto la riflessione giuridica, attivando il contraddittorio previsto dall’art. 409 c.p.p., e ha deciso di coinvolgere la Corte di Giustizia UE per verificare la conformità della normativa nazionale ai principi europei.

Le due questioni sollevate

Nel rinvio pregiudiziale ai sensi dell’art. 267 par. 1 lett. b) TFUE, il GIP chiede alla Corte:

  1. Se il diritto dell’Unione europea impedisca di escludere i file di log dalla categoria dei “dati di traffico telematico”, considerandoli invece, come fa parte della giurisprudenza nazionale, dati diversi soggetti a minori tutele e accessibili solo in casi eccezionali;

  2. Se il diritto UE consenta l’accesso a questi dati anche in procedimenti relativi a reati non classificati come gravi, qualora – come spesso avviene nei reati informatici – i file di log rappresentino l’unico strumento realmente utile all’individuazione dell’autore del reato.

Il contesto normativo europeo

L’ordinanza si muove tra riferimenti a fonti consolidate e recenti del diritto europeo. Il giudice catanese fonda la propria argomentazione sull’art. 15 della Direttiva 2002/58/CE, in relazione agli articoli 7, 8, 11 e 52 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, ampiamente interpretati dalla Corte di Giustizia in materia di privacy, dati personali e libertà di espressione.

Viene inoltre citato il Regolamento UE 2023/1543, parte del pacchetto normativo sull’e-evidence, che disciplina l’acquisizione di prove elettroniche all’estero e che entrerà pienamente in vigore nell’agosto 2026. Un riferimento che dimostra come il legislatore europeo stia già lavorando a un quadro normativo più coerente e funzionale alle indagini digitali transfrontaliere.

Il confronto con la normativa francese

Significativa, infine, l’apertura comparativa dell’ordinanza, che evidenzia come, in Francia, il diritto penale e processuale penale permettano l’accesso ai dati telematici anche per reati meno gravi, a condizione che tali dati siano essenziali per l’identificazione dell’autore. Un approccio più pragmatico, che potrebbe orientare anche la futura giurisprudenza europea.


LEGGI ANCHE

L’udienza per il giuramento del CTU può essere sostituita con una dichiarazione scritta

L’udienza per il giuramento del CTU può essere sostituita con una dichiarazione scritta

Il Decreto Rilancio 34/2020, convertito con modifiche con la Legge 77/2020 ha introdotto un’interessante novità: la possibilità per il giudice di sostituire l’udienza per il…

Aliquota minima globale tassa multinazionali

Aliquota minima globale, un passo avanti per contrastare le Big Tech?

I Ministri delle Finanze dei sette paesi più industrializzati hanno dichiarato l’intenzione di fissare un’aliquota minima globale da applicare alla tassazione delle multinazionali. La misura…

Scambio e deposito delle note scritte. La loro assenza equivale alla mancata comparizione

Scambio e deposito delle note scritte. La loro assenza equivale alla mancata comparizione

Il D.L. Cura Italia (n. 18/2020) contiene misure a sostegno di famiglie, lavoratori e imprese con l’obiettivo di limitare la diffusione dell’epidemia di Covid-19. Alcune…

Giustizia, scontro ai massimi livelli: CSM e ANM sfidano Nordio sulla riforma delle carriere

Lo scontro tra il ministro della Giustizia Carlo Nordio e la magistratura entra in una fase esplosiva. In una sola giornata, il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) e l’Associazione Nazionale Magistrati (ANM) hanno lanciato un doppio affondo contro il Guardasigilli, impegnato a difendere la riforma costituzionale della giustizia fortemente voluta dal governo.

Il CSM ha approvato a maggioranza la pratica a tutela del sostituto procuratore della Corte di Cassazione Raffaele Piccirillo, pesantemente criticato dal ministro per un’intervista sul caso Almasri. In parallelo, l’ANM ha pubblicato sulla propria rivista una lettera del 1994 in cui Nordio, allora magistrato alla Procura di Venezia, firmava un appello contrario alla separazione delle carriere. Una scelta che punta a smentire la coerenza politica del ministro, oggi primo promotore di quella stessa riforma.

Il caso Piccirillo: tutela e condanna politica

Il fulcro dello scontro nasce dalle parole di Nordio nei confronti del magistrato Piccirillo, colpevole – secondo il Guardasigilli – di aver espresso valutazioni improprie sul caso del generale libico Osama Najeem Almasri. Il ministro aveva persino ventilato un possibile procedimento disciplinare nei suoi confronti. Una presa di posizione che ha provocato la reazione del CSM, culminata ieri nell’approvazione formale della tutela a favore del magistrato.

La decisione è stata accompagnata da una nota durissima in cui si sottolinea «la gravità delle affermazioni del ministro» per il loro «potenziale impatto sulla fiducia dei cittadini nella funzione giudiziaria». Il CSM ha ribadito che tali dichiarazioni sono «idonee a condizionare il sereno e indipendente esercizio della giurisdizione» e ha rinnovato l’appello al rispetto dei principi di autonomia e leale collaborazione tra i poteri dello Stato.

Durissima anche la posizione della presidente della Corte di Cassazione, Margherita Cassano, che ha parlato di «un tristissimo inedito nella nostra storia repubblicana», definendo «assolutamente incomprensibile» che un ministro attacchi una funzione disciplinare a cui egli stesso concorre.

La memoria che brucia: la lettera del 1994

A rafforzare la pressione sul ministro è arrivata, quasi in simultanea, la pubblicazione da parte dell’ANM di una lettera firmata il 3 maggio 1994 da oltre 1.500 magistrati, tra cui proprio Nordio, allora in servizio a Venezia. Il documento prendeva posizione netta contro la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, considerata una minaccia all’indipendenza della magistratura.

Un gesto che, se da un lato intende richiamare il Nordio di allora a un maggiore rispetto del dibattito interno alla magistratura, dall’altro alimenta le accuse di incoerenza politica. Le opposizioni cavalcano la polemica: «Sulla separazione delle carriere, Nordio dia retta a Nordio», ironizza il Movimento 5 Stelle.

Il percorso della riforma

Intanto, la riforma ha ricevuto martedì scorso l’approvazione del Senato con 106 voti favorevoli e ora è attesa alla Camera per la seconda delle quattro letture previste per le modifiche costituzionali. Il testo prevede, oltre alla separazione delle carriere tra PM e giudici, la creazione di due distinti CSM e l’introduzione di un’Alta Corte disciplinare autonoma. In caso di approvazione con meno dei due terzi dei voti parlamentari, sarà necessario il referendum confermativo.

Dalla maggioranza, Forza Italia difende la riforma come una misura di riequilibrio del sistema, mentre Fratelli d’Italia, con Giovanni Donzelli, precisa: «Non vogliamo chiudere le correnti, ma porre fine alla loro politicizzazione».


LEGGI ANCHE

Professioni, no alle riforme “a taglia unica”: serve un approccio su misura

Avvocati e commercialisti bocciano l’ipotesi di una riforma unitaria degli ordinamenti professionali. Greco (CNF) e de Nuccio (CNDCEC): “Ogni categoria ha peculiarità da rispettare. Un…

Nuove tecnologie: le sfide future della professione legale

Sfruttamento dei dati e sicurezza, velocità di esecuzione, specializzazione e clienti più esigenti. Queste sembrano essere le sfide future della professione legale che spingono gli…

persona felice

L’Ufficio per il processo accelera la giustizia civile: la ricerca Banca d’Italia – Ministero della Giustizia

Roma, 30 maggio 2024 – Ufficio per il processo, acceleratore della giustizia civile. I dati parlano chiaro: l’assunzione degli addetti Upp prevista dal Pnrr ha avuto un…

Dazi USA-UE, trattative ad alta tensione: accordo vicino, ma resta l’incognita Trump

La trattativa tra Stati Uniti e Unione Europea sui dazi commerciali è entrata nella fase decisiva. «Stiamo andando bene con l’Ue», ha dichiarato il presidente americano Donald Trump, lasciando intendere un possibile esito positivo. Ma l’accordo, seppur «a portata di mano» secondo la Commissione europea, non è ancora stato siglato. Il nodo cruciale resta la definizione di un dazio base al 15%, accompagnato da un pacchetto di esenzioni per comparti strategici.

Una trattativa aperta, ma con il timer attivo. Il conto alla rovescia scade il 1° agosto, termine fissato dall’amministrazione statunitense per l’eventuale inasprimento delle tariffe fino al 30% su larga parte delle esportazioni europee verso gli USA. In risposta, Bruxelles ha già approvato una lista di controdazi per un valore complessivo di 93 miliardi di euro, pronti a scattare dal 7 agosto. Nella lista nera figurano prodotti simbolo del made in USA: dalle Harley-Davidson ai jeans Levi’s, passando per aerei Boeing, pollo e soia.

Von der Leyen: tutte le opzioni restano sul tavolo. Intervenuta da Pechino, dove era impegnata nel vertice Ue-Cina, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha ribadito l’approccio dialogante dell’Europa, ma ha precisato che «tutti gli altri strumenti rimarranno disponibili finché non otterremo un risultato soddisfacente».

Proprio ieri, la Commissione ha formalizzato il piano di reazione approvato dalla quasi totalità degli Stati membri, con la sola eccezione dell’Ungheria. Grazie al sostegno di 15 Paesi rappresentanti oltre il 65% della popolazione europea, Bruxelles può ora attivare anche il “bazooka” anti-coercizione, uno strumento difensivo pensato per rispondere a misure economiche unilaterali.

Berlino si schiera, Parigi chiede di accelerare. Determinante nella costruzione della linea comune è stato il cambio di rotta della Germania, convinta ad assumere una posizione più assertiva dopo la lettera inviata da Trump l’11 luglio. La Francia, dal canto suo, spinge per l’immediato utilizzo dello strumento anti-coercitivo, ma la Commissione mantiene una linea più prudente, sottolineando che al momento le condizioni per un’escalation non sono ancora mature.

Il contenuto dell’intesa in discussione. Oltre al dazio del 15%, che includerebbe una quota del 4,8% prevista dalla clausola della nazione più favorita (standard del libero scambio), si lavora a esenzioni mirate su settori come aeronautica, alcolici, dispositivi medici e farmaci generici, oltre ad attrezzature industriali critiche per l’economia statunitense. Sul tavolo anche quote di acciaio e alluminio, con soglie oltre le quali scatterebbero tariffe fino al 50%.

Il segretario al Commercio Usa, Lutnick, interlocutore del commissario europeo Šefčovič, ha scherzato in diretta su CNBC sull’urgenza dell’accordo: «L’Ue vuole un’intesa così tanto, è quasi commovente», ha ironizzato.

L’Italia corre ai ripari sul fronte agricolo. Di fronte al rischio concreto di nuove tariffe sui prodotti agroalimentari, il ministro Francesco Lollobrigida ha annunciato un piano di 1 miliardo di euro, di cui 300 milioni destinati al Fondo per la Sovranità alimentare. Un intervento che mira a sostenere le filiere più esposte all’eventuale ondata di dazi e a contrastare i temuti tagli alla Politica agricola comune, che dal 2027 potrebbero vedere una riduzione del 20%, passando da 386 a 300 miliardi di euro.

Tokyo-Washington come modello. Le trattative Ue-Usa si sviluppano sulla scia dell’accordo raggiunto tra Giappone e Stati Uniti, che ha fornito uno schema di riferimento per la definizione di tariffe e soglie di esportazione. Ma il vero ago della bilancia resta, come sempre, la volontà politica di Trump, il cui orientamento finale potrebbe spostare gli equilibri in un senso o nell’altro.

Nel frattempo, l’Europa continua a muoversi su due binari: pronta al dialogo, ma anche determinata a difendere i propri interessi strategici. I prossimi giorni saranno decisivi per capire se prevarrà l’intesa o se il braccio di ferro sfocerà in una nuova guerra commerciale.


LEGGI ANCHE

Euro digitale, sfida alle banche: costi in aumento e ricavi a rischio

Il nuovo progetto della Bce promette pagamenti più sicuri e sovrani, ma preoccupa gli istituti di credito: serviranno investimenti miliardari e le commissioni rischiano di…

Il Registro delle Opposizioni non sta funzionando: cosa possiamo fare?

Sembra che il Registro delle Opposizioni non sia sufficiente per bloccare il telemarketing. Per questo motivo, il Garante per la protezione dei dati personali ha…

Entra in Costituzione la tutela dell’ambiente

Approvato disegno di legge che introduce tutela dell’ambiente e biodiversità nella Costituzione Nella giornata di ieri la Camera dei Deputati approva il disegno di legge che fa sì che…

Italia verso il baratro demografico: entro il 2060 12 milioni di lavoratori in meno

L’Italia si avvia verso una crisi demografica senza precedenti che rischia di compromettere crescita economica, sostenibilità del welfare e tenuta del mercato del lavoro. Secondo l’Employment Outlook 2025 presentato dall’Ocse al CNEL, entro il 2060 il nostro Paese perderà 12 milioni di persone in età lavorativa, con una flessione del 34%: una caduta quattro volte più grave rispetto alla media dei 38 Paesi Ocse, ferma all’8%.

Le conseguenze si annunciano pesanti: se la produttività del lavoro dovesse mantenersi sui livelli medi del periodo 2006-2019 (0,31%), il PIL pro capite italiano calerebbe dello 0,5% ogni anno, con una contrazione complessiva del 22% entro la metà del secolo.

I numeri di una crisi annunciata

Il rapporto tra lavoratori e popolazione totale in Italia è destinato a diminuire di 5,1 punti percentuali, evidenziando il peso crescente della componente inattiva sul sistema economico. A complicare il quadro, il divario occupazionale di genere che resta tra i più elevati in Europa: oltre 17 punti percentuali, con le donne che continuano a permanere nell’inattività in misura maggiore rispetto agli uomini (+4 punti percentuali). Appena il 20% delle ragazze sceglie percorsi universitari in ambito STEM, contro il 40% dei ragazzi: una disparità che si riflette anche sull’accesso alle professioni più richieste.

Secondo l’Ocse, ridurre il gender gap tra i più giovani potrebbe contribuire a incrementare il PIL pro capite nazionale di oltre 0,35 punti percentuali annui, il maggior potenziale di crescita stimato tra tutti i Paesi dell’Unione Europea.

Anziani e giovani: il potenziale non valorizzato

Sebbene negli ultimi vent’anni l’Italia abbia aumentato significativamente il tasso di occupazione tra i lavoratori senior (tra i 55 e i 59 anni +31,8 punti percentuali; tra i 60 e i 64 anni +25,7 punti), la partecipazione degli over 60 al mercato del lavoro rimane sotto la media Ocse. Nel 2024, il tasso di occupazione nella fascia 60–64 anni era del 47%, contro il 56% della media Ocse.

Sul fronte opposto, il potenziale giovanile resta largamente inutilizzato: nel 2024 l’Istat ha registrato 1,34 milioni di Neet, con una concentrazione nel Mezzogiorno più che doppia rispetto al Nord. Il presidente del Cnel, Renato Brunetta, ha sottolineato la necessità di misure per attrarre e trattenere i talenti, avvicinando formazione e mercato e sostenendo i redditi reali delle nuove generazioni.

Produttività e salari: le altre sfide

La leva della produttività rappresenta l’altro grande nodo: se l’Italia riuscisse a raddoppiare il proprio tasso di crescita al livello medio Ocse degli anni ’90 (circa l’1%), il PIL pro capite potrebbe aumentare fino all’1,34% annuo. Ma il report dell’Ocse è netto: alla luce delle performance degli ultimi decenni, l’obiettivo appare irrealistico senza una svolta strutturale.

Intanto, i salari reali continuano a soffrire: nonostante una ripresa nell’ultimo anno, a inizio 2025 risultavano inferiori del 7,5% rispetto al 2021, a causa dell’ondata inflattiva post-pandemia. Le previsioni indicano una crescita dei salari nominali del 2,6% nel 2025 e del 2,2% nel 2026, a fronte di un’inflazione stimata rispettivamente al 2,2% e all’1,8%. Una dinamica che, almeno in teoria, dovrebbe garantire un recupero del potere d’acquisto.

Un’agenda per il futuro

Per contrastare l’inverno demografico e il declino economico, l’Ocse propone una strategia articolata su quattro direttrici:

  • riduzione del gender gap,

  • valorizzazione del capitale giovanile,

  • attivazione degli anziani in buona salute,

  • governo dei flussi migratori regolari.

Il presidente della Commissione parlamentare sulla transizione demografica, Elena Bonetti, ha parlato della necessità di «riformare il welfare, rivedere il sistema pensionistico e puntare con decisione sulla produttività per evitare una recessione strutturale».

Un quadro complesso, dunque, che richiede non solo consapevolezza politica ma anche azioni rapide e coordinate. Come ha ricordato Michele Tiraboschi, presidente della Commissione dell’informazione del Cnel, «serve una valutazione periodica dell’evoluzione del mercato del lavoro da parte delle forze sociali, per trasformare i dati in scelte concrete e operative».


LEGGI ANCHE

Pensioni a rischio per i condoni: buco da 6,6 miliardi nei conti INPS

Il Consiglio di vigilanza lancia l’allarme: servono compensazioni dallo Stato per coprire gli effetti di saldo e stralcio. Boccia (PD): «Il Governo spieghi come intende…

fake news intelligenza artificiale

Triplicati i siti che pubblicano fake news con l’Intelligenza Artificiale

NewsGuard, l’agenzia americana che si occupa di monitorare gli organi di stampa e che pubblica dei report periodici sulla loro affidabilità ha di recente fatto…

trattamento dati sanitari servicematica

Trattamento dei dati sanitari tra rischi, obblighi e deroghe

La digitalizzazione dovuta alla pandemia sta mettendo a dura prova le infrastrutture e le procedure legate al trattamento dei dati sanitari. Non è solo questione…

Logistica in crisi di manodopera: 4 addetti su 10 introvabili, cresce il divario tra domanda e offerta

Il mondo del lavoro sta vivendo una delle sue fasi più complesse, caratterizzata da un crescente disallineamento tra domanda e offerta di competenze. E il settore logistico è oggi uno dei fronti più esposti. Secondo l’Osservatorio Contract Logistics “Gino Marchet” del Politecnico di Milano, il 40% delle figure professionali richieste in questo comparto risulta difficile da reperire. Solo tre anni fa la percentuale si fermava al 27%, segno di un divario strutturale che continua ad ampliarsi.

Nel 2023, a fronte di oltre 4,6 milioni di ricerche di personale da parte delle aziende, circa 800mila posizioni nel comparto logistico sono rimaste vacanti. Il fenomeno del “talent shortage”, ovvero la carenza di personale con competenze adeguate, riguarda soprattutto profili tecnici e specializzati. Ma il paradosso è doppio: non solo mancano lavoratori qualificati, ma cresce anche la quota di candidati sovraqualificati costretti ad accettare ruoli al di sotto delle proprie competenze e aspirazioni.

Una dinamica aggravata dall’emorragia di lavoratori registrata nell’ultimo anno. Nel 2024 oltre un milione di italiani ha lasciato volontariamente il proprio impiego, malgrado due terzi fossero assunti a tempo indeterminato. Un dato che racconta di insoddisfazione, precarietà psicologica e mancato riconoscimento del valore professionale.

Le competenze più carenti? Quelle legate alle discipline STEM — scienza, tecnologia, ingegneria e matematica — oggi imprescindibili in un mercato del lavoro sempre più digitalizzato e interconnesso. L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) stima che a livello globale oltre 1,3 miliardi di lavoratori non possiedano le skill richieste dal mercato contemporaneo, con un impatto economico annuo stimato in circa 8.000 miliardi di dollari. In Italia, il disallineamento coinvolge circa 10 milioni di lavoratori: il 35% dei candidati risulta sotto o sovra qualificato rispetto alle posizioni disponibili.

Ma non si tratta solo di competenze. È il modello stesso di lavoro che appare in crisi. Il fenomeno del “quiet quitting” — l’abbandono silenzioso, emotivo e motivazionale del posto di lavoro prima delle dimissioni formali — si sta diffondendo anche in Italia, sintomo di un malessere diffuso e di un rapporto deteriorato tra lavoratori e imprese.

Le aziende, nel frattempo, provano ad adattarsi. Secondo l’Osservatorio, rispetto al 2020 le offerte di lavoro online sono aumentate dell’80%, mentre quelle che prevedono flessibilità oraria sono cresciute del 2400%. Un segnale chiaro: oggi non basta più offrire un impiego, serve ascoltare, costruire ambienti inclusivi, investire in welfare e formazione continua, e soprattutto dare un senso condiviso all’esperienza lavorativa.

In uno scenario che cambia rapidamente, la logistica diventa un indicatore privilegiato delle trasformazioni in atto: un settore centrale per l’economia, ma incapace, oggi, di attrarre e trattenere i talenti di cui ha bisogno. E se il sistema non riuscirà a colmare presto questo gap, il rischio è che a rallentare non siano solo i trasporti, ma l’intero motore produttivo del Paese.


LEGGI ANCHE

Pandoro Gate: Chiara Ferragni nega la truffa e chiede l’archiviazione delle accuse

La difesa dell'influencer contesta le accuse di truffa aggravata e chiede la chiusura del caso sui prodotti "Pink Christmas" e "Dolci Preziosi"

Concordato preventivo biennale, Cgia Mestre: “Un flop legato a dati di evasione sovrastimati”

L’Ufficio studi della Cgia di Mestre mette in dubbio la portata dell’evasione stimata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. Secondo l’analisi, la realtà del tax…

Caiazza: «Inchieste al posto delle urne, la politica è ridotta a farsa»

L’ex presidente delle Camere Penali denuncia la deriva giudiziaria del confronto democratico: «Ogni candidatura diventa un caso penale, e la politica applaude al proprio funerale».

Professionisti malati, ma non per il Fisco: l’Agenzia delle Entrate ignora la legge sulla sospensione

La malattia di un professionista non sempre basta a fermare le scadenze fiscali. È quanto emerso da un caso emblematico segnalato dall’Associazione Nazionale Commercialisti (Anc), che ha riportato l’attenzione su una norma in vigore dal 2021 ma tuttora largamente disapplicata. La legge prevede, infatti, la possibilità di sospendere gli adempimenti tributari in caso di gravi patologie che impediscano l’esercizio dell’attività professionale. Eppure, a distanza di oltre tre anni dalla sua approvazione, è ancora necessario l’intervento delle istituzioni per farla rispettare.

Il caso riguarda una commercialista che, colpita da una grave malattia e ricoverata in terapia intensiva a febbraio, ha inoltrato regolare richiesta all’Agenzia delle Entrate per sospendere gli obblighi fiscali previsti per il 16 febbraio. La risposta, tuttavia, è stata negativa: le è stato consigliato di ricorrere al “ravvedimento operoso”, ovvero di sanare la propria posizione versando le somme dovute con una piccola sanzione. Un’opzione inaccettabile, considerate le circostanze straordinarie.

A raccontare l’episodio è Marco Cuchel, presidente dell’Anc: «La collega aveva presentato tutta la documentazione prevista dalla normativa vigente. Ma l’Agenzia non ha riconosciuto il suo diritto alla sospensione. È stato un episodio che ha suscitato molta indignazione, anche sui social». Cuchel ha deciso allora di intervenire personalmente, portando il caso all’attenzione del sottosegretario all’Economia, Maurizio Leo, e del direttore dell’Agenzia delle Entrate, Vincenzo Carbone.

Il riscontro non si è fatto attendere: in meno di un mese, l’Agenzia ha comunicato ufficialmente di aver accolto la posizione della professionista. Qualora dovessero arrivare in futuro delle contestazioni, sarà possibile presentare istanza di annullamento, che — assicura l’Agenzia — verrà accolta senza riserve.

«Ringraziamo il sottosegretario Leo e il direttore Carbone per la sensibilità dimostrata», commenta Cuchel. «Ma resta il problema di fondo: il diritto alla sospensione è tutelato solo quando intervengono i sindacati o le autorità politiche. Questo non può bastare».

L’episodio solleva interrogativi non solo sull’effettiva applicazione della norma, ma anche sulla sua conoscibilità e sulla preparazione dell’apparato amministrativo. Tre, secondo Cuchel, i principali limiti da affrontare: «Innanzitutto, la norma è poco conosciuta tra i professionisti, anche perché è mancata una campagna informativa adeguata. Poi c’è la Pubblica amministrazione, che in molti casi ignora il dettato legislativo. Infine, il perimetro della tutela è troppo ristretto: riguarda solo gli adempimenti tributari, escludendo scadenze di altro tipo altrettanto rilevanti».

Il caso, risolto solo grazie a un intervento diretto ai vertici, dimostra come anche diritti formalmente acquisiti restino, nella pratica, spesso soggetti all’arbitrio o alla disattenzione dell’apparato burocratico. Per i professionisti, il messaggio è chiaro: la tutela c’è, ma va rivendicata con forza.


LEGGI ANCHE

Stalking, la Cassazione chiarisce: l’aggravante per la presenza di minori non si applica

La Corte annulla una condanna: nei reati di atti persecutori, la presenza di minori non legittima l’aggravante generica prevista per i delitti colposi. Rileva solo…

La nuova Internet fotonica nasce in Italia

NTT Data sviluppa a Milano la rete “all-photonics” che promette consumi energetici cento volte inferiori e una latenza ridotta di oltre duecento volte. E apre…

Udienze in video e tecnologie da remoto: rischi e opportunità per la giustizia

Udienze in video e tecnologie da remoto: rischi e opportunità per la giustizia

Con l’arrivo del COVID la giustizia ha dovuto introdurre innovazioni tecnologiche che hanno stravolto le abitudini di tutti gli addetti: udienze in video, deposito telematico,…

Separazione delle carriere, Nordio confessa il cambio di rotta: «Nel ’94 ero contrario alla separazione delle carriere, poi capii che serviva»

A trent’anni di distanza, Carlo Nordio torna su un tema che segna da sempre il dibattito sulla riforma della giustizia: la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Lo fa con una dichiarazione che sorprende solo chi non ha seguito la sua evoluzione di pensiero: «Nel 1994 ero contrario alla separazione delle carriere, poi cambiai idea», ha dichiarato il Guardasigilli in un’intervista all’ANSA, spiegando le ragioni di una presa di coscienza maturata poco dopo quell’anno.

A riaccendere i riflettori su quella fase della sua carriera è stato un documento pubblicato sui canali social dell’Associazione Nazionale Magistrati (Anm): una lettera datata 3 maggio 1994 e firmata da diversi magistrati della Procura della Repubblica di Venezia, tra cui proprio Nordio, allora in servizio nella città lagunare. Nella missiva, i firmatari ribadivano la loro adesione alla posizione dell’Anm, nettamente contraria alla divisione delle carriere tra magistrati requirenti e giudicanti.

«All’epoca — spiega oggi il ministro — auspicavo che la magistratura restasse unita, in un contesto segnato dalle stragi mafiose e da Tangentopoli. Ma poi accadde un fatto che mi segnò profondamente: il suicidio di un indagato coinvolto in un’inchiesta che conducevo a Venezia. Capì che stavamo andando oltre, che c’era bisogno di un riequilibrio tra le parti nel processo. E così nel 1995 cambiai posizione. Lo raccontarono anche i giornali, titolando sulla mia nuova visione».

Non fu, sottolinea Nordio, un ripensamento isolato. «Non sono stato certo l’unico, né tra i magistrati, né tra i politici, né tra i giornalisti, a rivedere le proprie idee. Nel 1997 fui convocato dai probiviri dell’Anm per rendere conto di quella mia posizione, che ribadii senza esitazione».

Il caso riporta sotto i riflettori il nodo irrisolto della separazione delle carriere, tema cardine della riforma Nordio, attualmente all’esame del Parlamento. Se da un lato il documento del ’94 dimostra quanto fosse diffusa l’opposizione alla riforma all’interno della magistratura, dall’altro la vicenda personale del ministro testimonia la possibilità, e forse la necessità, di riconsiderare certe posizioni alla luce dell’esperienza e dei mutamenti del contesto giuridico e sociale.

Il dibattito è destinato a riaccendersi, ma intanto il ministro ha scelto la strada della trasparenza, raccontando con onestà il proprio percorso intellettuale. Un cambiamento non frutto di calcolo, ma di un’esperienza drammatica che, nelle sue parole, «insegnò i limiti di un sistema senza contrappesi».


LEGGI ANCHE

carenze giustizia italia

Giustizia: carenze organico in tutta Italia

In Italia, il settore giustizia vede una scopertura di organico del 22%. Dunque, mancano 9.739 operatori all’appello su 43.468, ovvero il totale della dotazione organica…

Frodi finanziarie online, Consob e Google insieme: nuova collaborazione per tutelare i risparmiatori

Da ora, solo gli inserzionisti accreditati presso autorità come Consob, Banca d'Italia e Ivass potranno promuovere servizi finanziari, grazie a rigorosi sistemi di verifica.

esame per diventare avvocato

Esame per diventare avvocato: ammessi i codici commentati

Manca ancora molto a dicembre, mese durante il quale si terranno le prove d’esame per diventare avvocato. Eppure, l’argomento è più vivo che mai grazie…

Garante, il datore di lavoro non può usare i messaggi social privati contro i dipendenti

Un messaggio in una chat privata può costare caro a un dipendente. Ma può anche costare caro all’azienda, se utilizzato in violazione delle garanzie previste dalla normativa sulla protezione dei dati personali. Lo conferma un recente provvedimento del Garante Privacy del 21 maggio 2025, con cui è stata sanzionata una società autostradale per trattamento illecito di dati personali tratti da messaggi e contenuti scritti da un dipendente su Facebook, WhatsApp e Telegram.

Il caso è destinato a fare giurisprudenza, perché entra nel cuore del rapporto tra diritto disciplinare del datore di lavoro e diritto alla riservatezza del lavoratore. La società, destinataria della sanzione, aveva infatti acquisito i messaggi attraverso una collega del dipendente coinvolto, che li aveva ricevuti direttamente o era inclusa nella lista degli “amici” su Facebook. I contenuti, ritenuti lesivi dell’immagine aziendale, erano stati considerati rilevanti ai fini disciplinari.

La difesa della società faceva leva su un precedente – provvedimento n. 202 del 20 aprile 2017 – in cui lo stesso Garante aveva ritenuto legittimo l’uso di contenuti simili a fini disciplinari. Quella decisione era stata confermata sia in sede giudiziaria che dalla Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 15161/2021, rafforzando la convinzione che l’impiego di dati ottenuti per vie informali non costituisse necessariamente una violazione del GDPR.

Tuttavia, nel provvedimento più recente, l’Autorità cambia rotta. Stabilisce infatti che i messaggi scritti in ambiti privati, come le conversazioni via WhatsApp, devono considerarsi coperti da un’aspettativa legittima di riservatezza, indipendentemente dalla modalità con cui giungono nelle mani del datore di lavoro. In questi casi, l’uso dei contenuti è illecito, perché viola la sfera privata del dipendente e non può essere giustificato da esigenze disciplinari.

La nuova impostazione è in linea con le più recenti pronunce della giurisprudenza di legittimità, che già con l’ordinanza n. 5334/2025 aveva affermato l’inutilizzabilità, a fini disciplinari, di frasi estrapolate da chat private, anche se acquisite per vie fortuite.

Il nodo dei post pubblici: dove finisce la privacy?

La questione, tuttavia, si complica quando si passa dai messaggi privati ai contenuti pubblicati sui social network. In questo ambito, l’articolazione del diritto alla riservatezza è meno netta. Secondo alcuni orientamenti, un post pubblico o visibile a una cerchia ampia di utenti non può godere delle stesse tutele garantite alla corrispondenza privata, che per definizione presuppone una comunicazione destinata a un numero ristretto di destinatari.

Anche secondo consolidata giurisprudenza costituzionale, il concetto di “corrispondenza” si applica solo a comunicazioni private e segrete, come lettere, email o messaggi diretti. Un post pubblicato su Facebook o su altre piattaforme social, per quanto limitato agli “amici”, rimane comunque un contenuto potenzialmente condivisibile, accessibile e commentabile, e dunque meno protetto.

Ne consegue che il datore di lavoro, se riceve per vie informali uno screenshot o una segnalazione di contenuti pubblici rilevanti, può in certi casi utilizzarli nell’ambito dei propri poteri disciplinari, purché lo faccia nel rispetto del principio di proporzionalità e finalità, e senza sconfinare nella sorveglianza.

Il principio da bilanciare: tutela del lavoratore e potere disciplinare

Il provvedimento del Garante rappresenta quindi un punto di svolta nell’interpretazione dei limiti al trattamento dei dati personali in ambito lavorativo, ma non chiude del tutto il dibattito. Se da un lato rafforza la tutela dei lavoratori rispetto all’uso improprio dei contenuti privati, dall’altro apre a nuove riflessioni sul confine tra vita privata e visibilità digitale.

Per le aziende, il messaggio è chiaro: nessun trattamento può prescindere dalla base giuridica e dal rispetto della riservatezza, soprattutto se riguarda informazioni raccolte al di fuori dell’ambiente di lavoro. Allo stesso tempo, anche i dipendenti sono chiamati a una maggiore consapevolezza: scrivere su un social network non equivale a scrivere in privato, e i contenuti pubblicati, se lesivi, possono comunque avere conseguenze sul rapporto professionale.


LEGGI ANCHE

bando strumenti informatici cassa forense

Bando Cassa Forense per l’acquisto di strumenti informatici per lo Studio Legale

Cassa Forense, per promuovere l’aggiornamento tecnologico in campo legale, ha stanziato 1 milione e 600 mila euro per l’acquisto di strumenti informatici, da parte di…

agenzia delle entrate evasione fiscale

Evasione fiscale e tecnologia: il progetto dell’Agenzia delle Entrate

Con il comunicato del 4 marzo 2021 l’Agenzia delle Entrate ha presentato il nuovo progetto per il monitoraggio dell’elusione e dell’evasione fiscale. Il progetto si…

AIGA presenta alla ministra Locatelli proposte in materia di disabilità

Nella Sala Refettorio della Camera dei Deputati si è svolto il convegno dal titolo “La disabilità nel [del] sistema della giustizia”, organizzato dai dipartimenti della…

Lavorare per non tornare: così il carcere diventa rieducazione vera

Roma, 24 luglio 2025 – Non una concessione, ma un investimento in sicurezza e dignità. È così che il sottosegretario alla Giustizia Andrea Ostellari descrive il lavoro in carcere nel suo editoriale pubblicato oggi su Il Sole 24 Ore, in occasione del bilancio del progetto governativo “Recidiva Zero”. Un piano avviato dal Governo Meloni fin dall’insediamento nel 2022, con l’obiettivo dichiarato di ridurre il tasso di recidiva attraverso la rieducazione effettiva dei detenuti, a partire dal lavoro.

Il richiamo alla dignità delle persone detenute è il filo conduttore dell’intervento di Ostellari. Ricorda che la detenzione non può e non deve mai significare esclusione o annientamento sociale. Anche chi ha sbagliato ha diritto a un percorso di riscatto e reinserimento, tanto più se ciò contribuisce alla sicurezza collettiva. È in questa logica che la rieducazione – prevista dalla Costituzione come fine della pena – assume una funzione concreta, utile alla comunità prima ancora che all’individuo.

Nel testo, il sottosegretario ripercorre simbolicamente la data del 17 giugno, ricordando l’arresto di Enzo Tortora, esempio di grave errore giudiziario e di profonda ingiustizia. Ma affianca a questo anche il tributo a coloro che lavorano nel sistema penitenziario, spesso in condizioni difficili: dagli agenti ai funzionari, fino alle vittime del sistema stesso, come i tanti suicidi tra la popolazione detenuta.

Il lavoro come antidoto alla recidiva

Ostellari sottolinea con forza i dati che supportano la strategia del Governo: il 98% di chi svolge un’attività professionale durante la detenzione, una volta uscito, non torna a delinquere. Un risultato che giustifica – spiega – il forte impegno politico per ampliare le opportunità lavorative dietro le sbarre. Al momento, circa 21.200 detenuti lavorano, pari al 34,3% della popolazione carceraria. La maggior parte sono impiegati direttamente dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, ma cresce significativamente il numero di quelli assunti da imprese private e soggetti del Terzo settore, che offrono – osserva Ostellari – regole, disciplina e percorsi concreti di reinserimento.

Dal 2022 al 2024, il lavoro alle dipendenze del DAP è aumentato del 5%, mentre quello esterno ha registrato un +30%. Merito anche del rilancio della Legge Smuraglia, potenziata dal decreto “Sicurezza”, che prevede agevolazioni fiscali per le imprese che assumono persone detenute. Il numero delle aziende coinvolte è passato da 519 nel 2023 a 730 nel 2024, con un incremento del 40,6%.

Misure innovative e riforme in arrivo

Il Governo ha introdotto anche ulteriori novità, tra cui un elenco nazionale delle strutture esterne in grado di accogliere detenuti in misura alternativa che non dispongano di un domicilio. Questa misura, contenuta nel decreto “Carcere sicuro”, mira a ridurre il sovraffollamento e a garantire percorsi alternativi realmente attuabili, anche per i soggetti più fragili.

Ostellari richiama poi l’attenzione su un’altra urgenza: l’edilizia penitenziaria. Gran parte delle carceri italiane sono vecchie, inadeguate e inadatte ad accogliere laboratori o attività trattamentali. Per questo il Governo punta anche sul Commissario straordinario per l’edilizia carceraria, figura chiamata a intervenire con risorse mirate e rapidità di esecuzione.

Comunicare per costruire consenso

Non manca un appello alla comunicazione: è necessario – afferma il sottosegretario – spiegare ai cittadini che investire sul lavoro in carcere non è solo un atto di umanità o un dovere costituzionale, ma anche una scelta economicamente razionale e socialmente efficace. I vantaggi ricadono su tutta la collettività: meno recidiva, meno spese per la sicurezza, più reinserimento, più coesione sociale.

In conclusione, Ostellari definisce il progetto ambizioso ma realizzabile: un sistema penitenziario moderno, in grado di diventare modello europeo, capace di coniugare legalità, efficienza e umanità. Una giustizia che non sia vendetta, ma risarcimento alla società e occasione di riscatto per chi ha sbagliato.


LEGGI ANCHE

Privacy e Intelligenza Artificiale, il Garante lancia l’allarme: “Serve un’etica della tecnica per non diventare schiavi dell’algoritmo”

Presentata alla Camera la Relazione annuale 2024 del Garante per la Privacy. Stanzione: “L’IA ha prodotto una rivoluzione antropologica, ma va governata con rispetto per…

Lavoro digitale, meno rischi e più sicurezza: la scommessa UE fino al 2034

La nuova strategia dell’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro punta su intelligenza artificiale, robotica e digitalizzazione per ridisegnare le attività più…

Ricorso oscuro e confuso? Scatta la sanzione per lite temeraria

La Cassazione conferma: chi presenta atti processuali incomprensibili rischia di pagare multe salate, a tutela della correttezza del processo civile.

Nordio rilancia la sua giustizia: meno carcere preventivo, riforma del ricorso e separazione delle carriere

Roma, 24 luglio 2025 – Un’idea di giustizia più garantista, meno carcerazione preventiva, giudici realmente terzi e nuove regole sul ricorso dell’accusa. Sono questi alcuni dei punti chiave toccati dal ministro della Giustizia Carlo Nordio in un’intervista rilasciata oggi a Il Giornale, in cui rivendica le riforme fin qui approvate dalla maggioranza e rilancia la sua visione della giustizia.

Al centro della riflessione del ministro, la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, da lui definita un traguardo atteso da decenni. Nordio ricorda di essersi espresso in favore di questa riforma già a metà degli anni ’90, dopo un’iniziale contrarietà motivata dal contesto post-Tangentopoli e dalla necessità di una magistratura compatta. Un ripensamento, spiega, maturato per esigenze di equilibrio costituzionale e oggi divenuto realtà legislativa. La separazione, a suo avviso, garantirà una magistratura più imparziale, sottraendo i giudici all’influenza valutativa dei pm nei consigli giudiziari e nel CSM, una “anomalia” rispetto agli standard europei.

Meno carcere prima del processo

Tra le priorità, Nordio indica una profonda revisione della custodia cautelare. Troppe persone, dice, restano in carcere in attesa di giudizio per poi essere assolte o ricevere condanne lievi e sospese. Un sistema inefficiente e costoso, che secondo il ministro richiede un intervento deciso sul codice di procedura penale.

In questo quadro si inserisce anche il progetto di limitare il diritto dell’accusa di ricorrere in appello, in particolare nei casi di assoluzione piena. L’intenzione è quella di evitare appelli generalizzati e di permettere la riapertura dei processi solo in presenza di evidenti violazioni di legge, da valutare in dibattimenti rinnovati. Una misura – spiega – che punta a garantire equilibrio e tutela dei diritti fondamentali senza trasformare l’assoluzione in una sentenza provvisoria.

“Garantismo è certezza della pena, non impunità”

Nordio difende poi l’introduzione di nuovi reati, rispondendo alle critiche dell’opposizione che accusa il governo di ipergiustizialismo. Secondo il ministro, la previsione di fattispecie penali specifiche (come per i rave party, le truffe informatiche o le occupazioni abusive di immobili) serve a colmare vuoti normativi e a garantire tutele moderne, senza aumentare in modo indiscriminato la repressione penale.

A sua volta, l’abrogazione del reato di abuso d’ufficio – altro punto fortemente contestato – viene presentata come una misura necessaria per snellire i procedimenti giudiziari e liberare la pubblica amministrazione da un blocco decisionale causato dalla paura della denuncia.

Il garantismo, insiste Nordio, non è sinonimo di lassismo: significa applicare davvero il principio di presunzione di innocenza e al contempo garantire che le pene previste vengano effettivamente eseguite, non necessariamente in carcere, ma in modo certo.

Immigrazione e tensioni con la magistratura

Nel colloquio con Il Giornale, il ministro tocca anche il tema della giustizia in materia di immigrazione, lamentando che alcune sentenze abbiano di fatto bloccato l’efficacia delle politiche di contrasto alla clandestinità. Secondo Nordio, serve una risposta comune a livello europeo e una maggiore coerenza tra gli indirizzi politici e l’interpretazione giurisprudenziale.

Quanto alle tensioni con la magistratura, il Guardasigilli afferma di augurarsi un clima più sereno. Le riforme approvate – osserva – sono il frutto di una larga maggioranza parlamentare, che riflette la volontà del Paese. «Accettare questo dato – conclude – aiuterebbe a superare il conflitto e a costruire finalmente un terreno di collaborazione tra politica e giustizia».

Nordio assicura infine che nei prossimi due anni proseguirà l’impegno su altri fronti delicati, dalla responsabilità delle forze dell’ordine e dei medici, alla tutela della privacy, passando per la semplificazione del processo penale.


LEGGI ANCHE

Nordio fa causa al Fatto Quotidiano: “Cumulo di falsità”

Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha annunciato che intraprenderà un'azione legale contro Il Fatto Quotidiano in seguito alla pubblicazione di un articolo che lo…

Una commissione per limitare le cause giudiziarie contro medici e strutture sanitarie

Martedì 18 aprile sono cominciate le riunioni della commissione creata dal ministero della Giustizia, finalizzate alla limitazione e alla riduzione delle cause giudiziarie che vengono…

Dai tribunali brasiliani alla polizia britannica, il crescente impatto dell’AI nei sistemi giudiziari

Dalle decisioni "in cinque secondi" agli algoritmi predittivi, l’AI sta rivoluzionando il sistema giudiziario. Ma il bilanciamento tra automazione e tutela dei diritti fondamentali resta…

Iso 27017
Iso 27018
Iso 9001
Iso 27001
Iso 27003
Acn
RDP DPO
CSA STAR Registry
PPPAS
Microsoft
Apple
vmvare
Linux
veeam
0
    Prodotti nel carrello
    Il tuo carrello è vuoto