Il servizio civile entra nelle carceri: il DAP avvia i primi progetti dedicati

Il sistema penitenziario italiano apre le porte ai volontari del Servizio Civile Universale. Con il nuovo bando pubblicato dal Dipartimento per le Politiche Giovanili, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) partecipa per la prima volta con propri progetti, attivati in undici istituti distribuiti sul territorio nazionale.

L’iniziativa rappresenta una novità assoluta per l’amministrazione penitenziaria, che entra direttamente nel circuito del servizio civile con percorsi pensati per coinvolgere i giovani in attività a supporto delle funzioni rieducative e dei programmi di reinserimento sociale delle persone detenute.

I volontari selezionati avranno la possibilità di operare accanto al personale già impegnato negli istituti – educatori, operatori e Polizia Penitenziaria – contribuendo a progetti che mettono al centro la dimensione trattamentale e il recupero sociale. Un’esperienza che unisce impegno civico e formazione sul campo, offrendo uno sguardo diretto su un contesto spesso poco conosciuto ma cruciale per il funzionamento dello Stato.

L’obiettivo è duplice: da un lato rafforzare le attività di supporto all’interno degli istituti, dall’altro offrire ai giovani un percorso di crescita personale e orientamento professionale in un ambito complesso e strategico come quello dell’esecuzione penale.


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Processo civile telematico, nuova fase per le Procure: servizi estesi anche alle Corti d’appello

Il processo civile telematico compie un ulteriore passo avanti e rafforza il ruolo digitale degli uffici requirenti. Il Ministero della Giustizia ha annunciato l’estensione del registro della Procura civile anche alle Procure Generali presso le Corti d’appello, segnando una nuova tappa nell’evoluzione del PCT.

Finora lo strumento era operativo in modo limitato, principalmente per la gestione di specifiche procedure come gli accordi di negoziazione assistita presso le Procure dei Tribunali ordinari. Con l’aggiornamento, il sistema si amplia sia sul piano soggettivo – coinvolgendo anche le Procure Generali – sia sotto il profilo funzionale, con l’introduzione di nuovi codici atto, tipologie di istanze e moduli strutturati.

Per gli avvocati, abilitati esterni al sistema, si consolida un canale diretto di interlocuzione digitale con il pubblico ministero. Attraverso il deposito telematico è possibile segnalare situazioni che richiedono l’intervento dell’ufficio requirente, come stati di insolvenza rilevanti ai fini della liquidazione giudiziale, condizioni di fragilità che rendano necessaria l’amministrazione di sostegno o situazioni di disagio riguardanti minori.

La procedura resta coerente con l’architettura già nota ai professionisti:

  • redazione dell’atto tramite i consueti software;
  • predisposizione dei documenti in formato PDF firmati digitalmente;
  • invio tramite il Portale dei Servizi Telematici.

I dati inseriti nei moduli alimentano direttamente il fascicolo della Procura competente, rendendo ancora più centrale l’accuratezza nella compilazione, in particolare per quanto riguarda le informazioni anagrafiche dei soggetti coinvolti.

Tra le novità tecniche figurano anche aggiornamenti ai tracciati informatici (file XSD), con la necessità per gli operatori di verificare l’allineamento dei propri gestionali. Prima del deposito è inoltre richiesto di accertare che l’ufficio destinatario sia attivo sul registro dedicato.

Sul fronte interno, le consolle dei pubblici ministeri vengono potenziate con funzioni di ricerca più dettagliate, strumenti di pre-redazione dei ricorsi e nuove modalità di gestione e stampa dei fascicoli, comprese le pratiche provenienti dai Tribunali per i minorenni.


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Riorganizzazione e intelligenza artificiale: il primo caso italiano finisce in tribunale

L’intelligenza artificiale non “firma” lettere di licenziamento, ma può incidere sugli assetti organizzativi delle imprese. È questo il punto emerso da una recente pronuncia del Tribunale di Roma (sentenza n. 9135 del 19 novembre 2025), che ha ritenuto legittima la soppressione di una posizione lavorativa nell’ambito di una riorganizzazione interna in cui erano stati introdotti anche strumenti basati su AI.

Il caso riguardava una professionista impiegata come graphic designer in una società attiva nel settore della cybersecurity. In un contesto di riduzione dei costi e ridefinizione dei processi, l’azienda aveva centralizzato alcune funzioni e adottato nuove tecnologie per aumentare l’efficienza operativa. Tra queste, sistemi digitali avanzati che hanno contribuito a rendere non più necessaria la posizione occupata dalla dipendente.

Il giudice ha valutato la vicenda alla luce dei principi consolidati in materia di licenziamento per giustificato motivo oggettivo: effettiva esigenza economico-organizzativa, nesso causale tra riorganizzazione e soppressione del posto, impossibilità di ricollocazione del lavoratore in altre mansioni compatibili. In questo quadro, l’intelligenza artificiale non è stata considerata la causa diretta del recesso, bensì uno degli strumenti utilizzati nell’ambito di una più ampia ristrutturazione.

La decisione non introduce quindi scorciatoie legate alla tecnologia, né attenua le garanzie previste dall’ordinamento. I criteri restano quelli tradizionali, analoghi a quelli applicati negli anni in cui l’informatizzazione degli uffici ha progressivamente sostituito attività manuali o ripetitive.

Ciò che cambia è il contesto. In un mercato del lavoro già caratterizzato da fragilità strutturali, l’adozione di soluzioni tecnologiche evolute può accelerare i processi di razionalizzazione e concentrazione delle funzioni. Il principio del repêchage – ossia l’obbligo di verificare la possibilità di ricollocazione interna – continua a rappresentare un presidio fondamentale, ma si scontra spesso con organici ridotti e con limitate opportunità di riqualificazione professionale.

La pronuncia romana non attribuisce “responsabilità giuridica” all’algoritmo. Segna però un passaggio simbolico: l’ingresso dell’intelligenza artificiale nella quotidianità del contenzioso del lavoro. La questione non è più se l’innovazione inciderà sull’occupazione, ma come accompagnarla con politiche di formazione, aggiornamento e tutela che evitino di trasformare l’efficienza tecnologica in un fattore di esclusione sociale.


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Rottamazione-quinquies, apertura su Cassa Forense: il Governo valuta l’estensione

Si apre uno spiraglio per gli avvocati con pendenze contributive verso Cassa Forense. Nel corso dell’iter di conversione del Decreto Milleproroghe, il Governo ha accolto un ordine del giorno che lo impegna a valutare l’estensione della cosiddetta “rottamazione-quinquies” anche ai contributi dovuti alle Casse professionali privatizzate.

Attualmente, la definizione agevolata introdotta dalla Legge di bilancio 2026 riguarda esclusivamente i debiti contributivi verso l’INPS, lasciando fuori quelli maturati nei confronti degli enti previdenziali di categoria, tra cui Cassa Forense. Una scelta che ha segnato una differenza rispetto alla precedente “rottamazione-quater”, che invece consentiva – su decisione autonoma delle singole Casse – l’accesso alla procedura anche per i carichi affidati agli agenti della riscossione dagli enti privatizzati.

L’ordine del giorno approvato impegna ora l’Esecutivo, compatibilmente con gli equilibri di finanza pubblica, a valutare un possibile riallineamento della disciplina, introducendo una facoltà di adesione anche per le Casse professionali, nel rispetto della loro autonomia gestionale e finanziaria.

Sul punto si era espresso con forza il Movimento Forense, che nelle scorse settimane aveva predisposto una proposta di modifica normativa per superare l’attuale esclusione dei debiti verso le Casse private. L’obiettivo dichiarato è garantire pari opportunità ai professionisti iscritti, evitando disparità di trattamento rispetto ai contribuenti INPS e favorendo percorsi di regolarizzazione contributiva senza imporre automatismi agli enti previdenziali.

L’accoglimento dell’ordine del giorno rappresenta, secondo l’associazione, un segnale di attenzione verso le esigenze dell’Avvocatura, in un contesto economico che vede molti professionisti alle prese con difficoltà finanziarie e con la necessità di rientrare gradualmente dalle esposizioni contributive.

Resta ora da verificare se e come l’impegno assunto si tradurrà in un intervento normativo concreto. La partita è ancora aperta e passerà dalle valutazioni tecniche e finanziarie del Governo. Per gli iscritti a Cassa Forense, tuttavia, si tratta di un passaggio che riaccende le aspettative su una possibile estensione della definizione agevolata, in equilibrio tra sostegno ai professionisti e tutela della sostenibilità dei sistemi previdenziali di categoria.


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Incontro OCF-Nordio: l’Avvocatura chiede interventi sulla Cartabia e lo sblocco della legge professionale

Roma, 25 febbraio 2026 – Si è tenuto ieri mattina a Via Arenula un incontro tra il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, accompagnato dal Capo di Gabinetto Dott.ssa Giusi Bartolozzi, e i vertici dell’Organismo Congressuale Forense (OCF). La delegazione, composta dal Coordinatore Fedele Moretti, dal Segretario Elisabetta Brusa e dal Tesoriere Antonino Distefano, ha portato sul tavolo del Guardasigilli le istanze della categoria.

Il confronto ha toccato i fronti caldi del sistema giustizia, a partire dalla riforma della professione forense, per la quale l’OCF ha espresso la necessità di procedere con una ripresa celere dei lavori parlamentari. Un’esigenza, peraltro, già sollecitata dallo stesso Ministro Nordio nei recenti vertici di maggioranza, con l’obiettivo di giungere a un risultato tangibile prima dell’appuntamento referendario di fine marzo.

In merito all’esito dell’incontro, il Coordinatore dell’OCF Fedele Moretti ha dichiarato:

“Il dialogo odierno con il Ministro Nordio ha permesso di riaffermare la centralità dell’Avvocatura nel disegno di una giustizia moderna ed efficiente. Per l’OCF resta prioritario e indifferibile lo sblocco dell’iter della legge professionale, un passaggio fondamentale per dare certezze alla categoria. Abbiamo inoltre ribadito al Ministro l’urgenza della rimodulazione della riforma Cartabia: servono interventi correttivi mirati per superare le criticità operative che professionisti e cittadini riscontrano quotidianamente. Su questi temi, così come sull’appuntamento referendario per la separazione delle carriere verso il quale confermiamo il nostro impegno, l’Avvocatura continuerà a offrire il proprio contributo critico e costruttivo, vigilando affinché le riforme siano sempre orientate alla piena tutela del diritto di difesa.”

Proprio sul fronte del Referendum per la separazione delle carriere, l’OCF ha ribadito la propria linea: l’Avvocatura conferma l’impegno per il SÌ, quale passaggio verso una maggiore terzietà del giudice e l’equilibrio tra accusa e difesa, pilastri di un giusto processo.

Oltre ai nodi ordinamentali, la delegazione ha affrontato le criticità della magistratura onoraria, con la necessità di potenziare organici e strutture, e regolarizzare il personale amministrativo. Ampio spazio è stato dedicato alla situazione carceraria e alla tenuta della geografia giudiziaria, con l’obiettivo di scongiurare una giustizia “distante” dai bisogni dei cittadini e dai territori.

L’incontro si è concluso in un clima di forte sintonia istituzionale e reciproca volontà di collaborazione.


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Euroleague Women, questa sera a Schio è dentro o fuori per la Reyer

È stasera il momento della verità. L’Umana Reyer Venezia scende in campo alle 20:00 al PalaRomare contro il Beretta Famila Schio per Gara 2 dei Play-In di Euroleague Women. Una sfida che vale una stagione europea.

Dopo il 66-68 di Gara 1, maturato al termine di un confronto durissimo e deciso negli ultimi minuti, le veneziane sono chiamate a una prova di carattere in trasferta. Solo una vittoria consentirebbe di prolungare la serie alla decisiva Gara 3 davanti al pubblico del Taliercio. In caso contrario, il cammino in Eurolega si fermerebbe qui.

Ripartire dalla prestazione

Il primo atto della serie ha mostrato equilibrio e intensità per quaranta minuti. La Reyer ha lottato su ogni possesso, restando in partita fino alla sirena. Tra le protagoniste orogranata si sono distinte Joyner Holmes e Kaila Charles, mentre per Schio hanno inciso Shepard, Conde, Laksa e Sottana.

Un match che ha confermato la distanza minima tra le due squadre e che lascia aperta la possibilità di ribaltare l’esito della serie.

“Conta ciò che abbiamo dentro”

Coach Andrea Mazzon chiede di guardare oltre il risultato: «La squadra deve essere orgogliosa della prova offerta. In queste gare decisive la differenza la fa l’intensità e la forza mentale». Un richiamo alla resilienza, alla capacità di reagire sotto pressione, qualità indispensabili in una partita senza margine di errore.

Anche Matilde Villa parla di «sfida cruciale», invitando a entrare in campo con fiducia e personalità fin dalla palla a due.

Una notte che vale l’Europa

Questa sera, dunque, non ci sono appelli né calcoli: servono energia, lucidità e spirito di squadra. La Reyer si gioca tutto in quaranta minuti, con l’obiettivo di riportare la serie a Venezia e continuare a inseguire il sogno europeo.

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Gratuito patrocinio, addio automatismi: nei ricorsi contro l’espulsione scattano le verifiche sul reddito

Il patrocinio a spese dello Stato non sarà più automatico nei ricorsi contro l’espulsione presentati da cittadini extra Unione europea. È una delle novità più rilevanti contenute nel nuovo decreto Sicurezza, entrato in vigore dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.

La modifica incide su un meccanismo che, fino a oggi, consentiva l’accesso al gratuito patrocinio senza una verifica preventiva delle condizioni reddituali nei procedimenti di impugnazione dei decreti di allontanamento. Con la nuova disciplina, l’ammissione al beneficio torna a seguire il regime ordinario: servirà dimostrare di possedere i requisiti economici previsti dalla normativa generale sul patrocinio a carico dello Stato.

La scelta si inserisce nel più ampio capitolo dedicato all’immigrazione e alla protezione internazionale. L’obiettivo dichiarato è quello di uniformare le regole ed evitare automatismi, riportando il gratuito patrocinio nell’alveo delle verifiche patrimoniali già richieste per altri procedimenti.

Non è l’unico intervento che tocca il perimetro delle garanzie e delle procedure. Il decreto introduce anche un obbligo esplicito di cooperazione per i detenuti e gli internati stranieri ai fini dell’accertamento dell’identità. Viene richiesto di fornire e documentare informazioni su generalità, età, cittadinanza e Paesi di provenienza o transito. I dati raccolti confluiscono nella cartella personale prevista dall’ordinamento penitenziario e l’eventuale mancata collaborazione potrà essere valutata nell’ambito dei procedimenti amministrativi e giudiziari.

Parallelamente, il Governo si attribuisce per un triennio margini più ampi di intervento nella gestione e nel potenziamento dei Centri di permanenza per il rimpatrio. Sono previste semplificazioni procedurali per la realizzazione, l’adeguamento e l’ampliamento delle strutture, con la possibilità di derogare a diverse disposizioni amministrative, nel rispetto però dei vincoli penali, antimafia e degli obblighi derivanti dall’ordinamento europeo.

Il tema del gratuito patrocinio, in questo quadro, assume una valenza centrale. Per molti ricorrenti, l’accesso alla difesa tecnica rappresenta l’unico strumento per far valere le proprie ragioni davanti al giudice. La fine dell’automatismo apre ora una fase di assestamento applicativo, in cui sarà decisivo chiarire modalità e tempi delle verifiche reddituali, per evitare che la stretta si traduca in un ostacolo concreto all’esercizio del diritto di difesa.

La partita, intanto, si sposta in Parlamento, chiamato a convertire il decreto nei termini di legge.


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Esame di avvocato 2026, regole ancora in bilico: stop alle deroghe Covid e ritorno al passato?

L’esame di abilitazione alla professione forense torna al centro dell’attenzione. Con l’ultimo decreto Milleproroghe non è stata prevista alcuna estensione del sistema adottato negli anni dell’emergenza sanitaria, lasciando aperto il nodo su come si svolgerà la sessione 2026.

Negli ultimi cicli, infatti, l’accesso alla toga aveva seguito percorsi straordinari rispetto alla disciplina ordinaria. Prima due prove orali in sostituzione degli scritti, poi un modello ibrido con uno scritto e un orale articolato in più fasi. Soluzioni pensate in un contesto eccezionale, ora venuto meno.

L’assenza di una proroga riporta sul tavolo l’assetto previsto dalla legge professionale del 2012, che contempla tre prove scritte e un colloquio finale. Ma non è l’unica ipotesi: in Parlamento è ferma da tempo una delega di riforma dell’ordinamento forense che disegna una struttura diversa, con due scritti e un orale. In assenza di un intervento chiarificatore, il rischio è quello di una nuova transizione “a sorpresa” per i praticanti.

Il tema non è secondario. Negli ultimi anni il numero dei candidati è crollato rispetto ai livelli precedenti alla pandemia: dai picchi superiori alle ventimila unità si è scesi sotto quota diecimila, con una lieve ripresa solo nelle sessioni più recenti. Un segnale che racconta le difficoltà strutturali della professione, tra redditività in calo, concorrenza crescente e prospettive incerte.

Le associazioni forensi chiedono stabilità normativa e tempi certi. La continua modifica delle modalità d’esame, sostengono, genera disorientamento tra i praticanti e rende più fragile un percorso già complesso. Dal Ministero della Giustizia arriva invece l’invito a superare definitivamente i modelli emergenziali e a costruire una proposta condivisa dall’avvocatura, eventualmente traducibile in un intervento normativo rapido.

Intanto resta fermo alla Camera il disegno di legge delega sulla riforma dell’ordinamento professionale. Il provvedimento, sostenuto dal Consiglio nazionale forense, non ha ancora imboccato un iter concreto. Pesano le tensioni politiche su altri fronti della giustizia e le consuete dispute sulle competenze professionali, tema che coinvolge anche altre categorie.

Per chi si prepara alla sessione 2026, dunque, il quadro è ancora fluido. Tra ritorno alle regole originarie e possibile anticipo della riforma, la parola chiave resta una: certezza. Una condizione indispensabile non solo per gli aspiranti avvocati, ma per l’intero sistema della giustizia, che ha bisogno di accessi chiari, stabili e coerenti con le nuove sfide della professione.


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Non è magia, è algoritmo: come l’AI sta trasformando cinema e informazione

Nel giro di pochi anni l’intelligenza artificiale generativa ha cambiato radicalmente il modo in cui vengono prodotti immagini e video. Oggi basta una descrizione testuale – un semplice prompt – per ottenere clip animate, scenari realistici e perfino cortometraggi completi. Strumenti che fino a poco tempo fa erano prerogativa esclusiva di studi professionali sono diventati accessibili a un pubblico sempre più ampio.

Già nel 2016 i ricercatori del MIT Computer Science and Artificial Intelligence Laboratory avevano dimostrato la possibilità di generare brevi sequenze video sintetiche a partire da immagini statiche. Risoluzione limitata e durata ridotta, certo, ma il principio era chiaro: creare movimento dal nulla, senza una base grafica tradizionale.

Oggi l’evoluzione è impressionante. Modelli sempre più sofisticati consentono di realizzare contenuti complessi e di qualità cinematografica. Un esempio emblematico è “Critterz”, cortometraggio animato sviluppato con il supporto dell’AI, destinato a evolversi in un lungometraggio.

Dalla GAN ai modelli di diffusione

Se i primi sistemi si basavano su architetture GAN (Generative Adversarial Networks), oggi i cosiddetti diffusion model rappresentano lo standard più avanzato. Il loro funzionamento richiama il processo fisico della diffusione: partono da un “rumore” casuale che viene progressivamente raffinato fino a generare un’immagine o un video coerente.

L’elemento casuale gioca un ruolo fondamentale: anche con lo stesso prompt, i risultati possono variare sensibilmente. Piccole differenze nelle condizioni iniziali o nei passaggi di “denoising” producono output diversi, rendendo il sistema meno deterministico e più creativo – almeno in apparenza.

Tutto nasce dal prompt. Più la descrizione è precisa, più l’output si avvicina all’idea dell’utente. Ma l’AI non possiede intuizione o esperienza: interpreta il testo secondo logiche di previsione statistica e correlazione tra dati.

Videogiochi, cinema e formazione: l’AI dietro le quinte

L’intrattenimento è uno dei settori più permeati da queste tecnologie. Nei videogiochi sportivi, ad esempio, il machine learning consente di rendere movimenti e comportamenti dei personaggi più realistici, migliorando animazioni e strategie. Nel cinema, l’AI viene impiegata per ringiovanire attori, ricreare ambientazioni digitali o adattare automaticamente il doppiaggio sincronizzando i movimenti labiali.

Anche la formazione e la divulgazione beneficiano di queste innovazioni: ricostruzioni storiche tridimensionali permettono di “camminare” in città antiche o osservare monumenti nel loro aspetto originario, rendendo l’esperienza didattica immersiva e coinvolgente.

Parallelamente cresce l’uso domestico e creativo: restauro digitale di fotografie, animazione di volti storici, reinterpretazione di opere d’arte in chiave contemporanea.

Il fenomeno deepfake

Il lato più controverso è rappresentato dai deepfake: contenuti manipolati in modo da far apparire reale qualcosa che non lo è. Video, immagini o audio vengono alterati per imitare volto e voce di una persona reale.

Tra i casi più noti figura il falso Volodymyr Zelensky in un video che lo mostrava mentre annunciava la resa dell’Ucraina: un esempio lampante di come la tecnologia possa essere usata per disinformazione e propaganda.

La diffusione di strumenti accessibili al grande pubblico ha moltiplicato il fenomeno, spesso con finalità di intrattenimento, ma talvolta con intenti malevoli, estorsivi o manipolatori. Secondo alcune rilevazioni, una parte significativa della popolazione non è ancora in grado di riconoscere un deepfake, aumentando il rischio di inganno.

Brain rot e saturazione digitale

I video generati automaticamente si inseriscono in un ecosistema già dominato dallo scrolling continuo. L’espressione “brain rot”, divenuta parola dell’anno per l’Oxford English Dictionary nel 2024, descrive il deterioramento cognitivo legato al consumo eccessivo di contenuti digitali di scarsa qualità.

Canali social interamente popolati da video generati dall’AI – spesso surreali o privi di senso – stanno ridefinendo il panorama dell’intrattenimento rapido, sollevando interrogativi sulla qualità e sull’impatto culturale.

Trasparenza, filigrane digitali e AI Act

Di fronte a questi scenari, la regolamentazione diventa centrale. L’Unione Europea, con l’AI Act, ha introdotto un quadro normativo basato sul rischio, imponendo obblighi di trasparenza per i contenuti generati da sistemi ad alto impatto.

Si lavora anche sul fronte tecnologico. L’iniziativa Coalition for Content Provenance and Authenticity mira a definire standard per tracciare l’origine e la storia dei contenuti digitali. Soluzioni come SynthID prevedono l’inserimento di filigrane invisibili che attestino l’origine artificiale di un’immagine o di un video.

L’obiettivo è duplice: tutelare i cittadini e preservare l’integrità dell’informazione.

Privacy e diritto d’autore

L’AI generativa solleva inoltre questioni complesse sul piano della privacy e del copyright. L’uso di immagini, voci e dati biometrici per addestrare modelli ha generato controversie legali in diversi Paesi.

Negli Stati Uniti, ad esempio, il The New York Times ha avviato un’azione legale contro OpenAI e Microsoft per l’utilizzo dei propri contenuti nell’addestramento dei sistemi di AI. In Europa, la normativa sul text and data mining prevede meccanismi di opt-out per i titolari dei diritti.

In Italia, la recente disciplina stabilisce che la tutela autorale spetta solo alle opere con un apporto creativo umano significativo, segnando un confine chiaro tra produzione algoritmica e creazione artistica.

Innovazione e responsabilità

L’intelligenza artificiale generativa rappresenta una straordinaria opportunità di democratizzazione della creatività. Ma la velocità con cui si evolve impone un equilibrio tra innovazione e responsabilità. Senza alfabetizzazione digitale, strumenti di verifica e norme chiare, il rischio è che la tecnologia diventi veicolo di manipolazione anziché di progresso. Per le istituzioni, le imprese e i professionisti del digitale – inclusi coloro che operano nel settore dei servizi tecnologici – la sfida è governare questa trasformazione con competenza e lungimiranza.


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Body cam vietate, ma i dati dove vanno? Privacy, tecnologia e il grande paradosso digitale

Il recente stop del Garante per la protezione dei dati personali al progetto del Comune di Pescara sulle body cam per la Polizia locale riporta al centro una questione che va oltre il singolo caso amministrativo: chi controlla davvero i dati raccolti dai dispositivi di ripresa e dove vengono conservati?

L’Autorità ha espresso parere negativo sulla valutazione d’impatto presentata dall’ente, rilevando criticità significative sotto il profilo della sicurezza e del possibile trasferimento dei dati verso Paesi extra Ue. In particolare, il sistema di gestione delle registrazioni sarebbe fornito da una società statunitense e non sarebbero state chiarite adeguatamente le garanzie contro l’accesso ai dati “in chiaro” da parte del fornitore.

Il punto centrale non è l’uso delle body cam in sé, ma il rischio che le informazioni raccolte – potenzialmente sensibili e legate ad attività di polizia giudiziaria – possano essere trasferite fuori dall’Unione europea senza le tutele previste dalla normativa.

Il tema dei trasferimenti e le regole europee

Nel contesto “law enforcement” si applicano regole ancora più stringenti rispetto al GDPR ordinario. Il trasferimento verso Paesi terzi richiede garanzie specifiche, accordi vincolanti e un livello di protezione adeguato. Nel caso esaminato delle body cam per la Polizia locale di Pescara, secondo quanto emerso, non sarebbero state fornite rassicurazioni sufficienti né sulla sicurezza tecnica del sistema né sull’eventuale ruolo del fornitore estero nel trattamento dei dati. Anche la presenza di una SIM all’interno dei dispositivi avrebbe sollevato interrogativi non chiariti.

Una riflessione più ampia

La vicenda solleva però un interrogativo più generale. Se per una pubblica amministrazione l’utilizzo di dispositivi con infrastrutture extra Ue viene sottoposto a controlli rigorosi, quali riflessioni si impongono rispetto ad altre tecnologie diffuse sul territorio?

Molti Comuni utilizzano sistemi di videosorveglianza in piazze e parchi; allo stesso tempo, piattaforme globali effettuano riprese su strada per servizi di mappatura digitale. Nel settore privato e domestico, inoltre, sono milioni le telecamere installate per finalità di sicurezza, spesso prodotte e gestite tramite cloud extraeuropei.

Il tema non è certo quello di formulare giudizi, ma evidenziare una possibile asimmetria nella percezione del rischio. Se la preoccupazione riguarda il trasferimento dei dati e il controllo effettivo sugli archivi digitali, la questione non può essere limitata al solo ambito della pubblica amministrazione.

Sicurezza e consapevolezza

Il furto e l’utilizzo improprio di immagini e flussi video rappresentano un fenomeno crescente. Tuttavia, la percezione pubblica del rischio appare spesso attenuata da un’abitudine diffusa alla presenza costante di dispositivi connessi.

Per le pubbliche amministrazioni il tema è ancora più delicato: occorre garantire sicurezza, proporzionalità e piena conformità normativa. Per i cittadini e le imprese, la sfida è comprendere che la protezione dei dati non è un ostacolo tecnologico, ma una componente strutturale della sicurezza digitale.


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Intelligenza Artificiale in ufficio: risparmia tempo e aumenta la produttività, ma servono regole chiare

Secondo un’indagine, chi usa strumenti di AI al lavoro recupera fino a 50 minuti al giorno. Crescono benefici e timori, mentre le aziende faticano a…

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