ROMA – La “rivoluzione del merito”, promessa da Giorgia Meloni fin dall’inizio del suo mandato, sta per entrare nel vivo. A confermarlo è il Ministro per la Pubblica Amministrazione, Paolo Zangrillo, che annuncia l’imminente approvazione di un decreto per la riforma degli stipendi dei dirigenti statali e, in un futuro prossimo, una revisione del sistema di valutazione anche per la magistratura.
Nuovi stipendi per i manager della PA
La riforma del sistema retributivo per i dirigenti pubblici è diventata un’esigenza dopo che la Corte Costituzionale ha bocciato il precedente tetto di 240mila euro. Ora, il governo si prepara a fissare un nuovo massimale, che potrebbe arrivare fino a 360mila euro, prendendo come riferimento lo stipendio del primo presidente della Corte di Cassazione.
Tuttavia, Zangrillo chiarisce che non si tratterà di un “libera tutti”: i nuovi tetti non saranno uguali per tutti i manager, ma verranno graduati in base alla complessità e alla responsabilità degli incarichi. “Non è possibile che un dirigente di secondo livello abbia la stessa retribuzione di un dirigente di primo livello che ha un ruolo più complesso e corre rischi più alti”, spiega il Ministro. Questo nuovo sistema, basato su “scaglioni”, mira a rendere il percorso di carriera più incentivante, replicando i modelli del settore privato.
Il provvedimento, atteso tra la metà di settembre e ottobre, si affianca al “Ddl Merito”, già in discussione in Parlamento, che introduce un nuovo sistema di valutazione della performance dei dipendenti pubblici, legando il risultato agli obiettivi raggiunti.
La sfida sulla valutazione delle toghe
Ma la questione del merito, secondo Zangrillo, non si ferma alla Pubblica Amministrazione. Il Ministro ha apertamente sollevato la necessità di una riforma per la magistratura, un tema che è già sul tavolo del Guardasigilli Carlo Nordio. “Le pagelle dei giudici sono tutte ‘eccellenti’, serve una riforma del merito”, ha dichiarato Zangrillo, facendo eco a una critica di lunga data del centrodestra.
L’obiettivo è intervenire sul sistema di valutazione, oggi regolato dalla legge Cartabia, che non sempre, a detta del governo, riesce a distinguere l’operato dei singoli magistrati, portando a promozioni quasi automatiche anche in casi di negligenza o incompetenza. Sebbene la questione sia delicatissima, con la magistratura associata pronta a fare le barricate, l’esecutivo non esclude di rimettere mano a questa materia nei prossimi mesi.
L’intento è lo stesso che guida la riforma per i dipendenti pubblici: premiare l’efficienza e la professionalità e mettere fine a una cultura del “tutti promossi”, che, come ha ironicamente notato Zangrillo, non rispecchia la realtà percepita dai cittadini.
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