Furbetti di malattia e 104: detective privati a caccia tra palestre e spiagge

Scovare i “furbetti” della malattia o della legge 104 è diventata una sfida sempre più ardua per le aziende, che ricorrono sempre più spesso ai detective privati. L’obiettivo è documentare le condotte scorrette dei dipendenti assenti dal lavoro ma attivi in palestra, al mare o, in casi estremi, impegnati in un secondo impiego “in nero”.

Il controllo sulla vita privata del dipendente è consentito se finalizzato a verificare un illecito. Le prove raccolte – foto, video e pedinamenti – possono essere utilizzate dall’azienda in giudizio per giustificare il licenziamento per giusta causa, specialmente se il lavoratore impugna la decisione.

«Negli ultimi tempi – spiega Francesco Mimmo, titolare di Vox Investigazioni, al Messaggero – c’è stato un picco di richieste per verificare l’uso dei permessi concessi dalla legge 104. Tuttavia, dimostrare un utilizzo scorretto è complicato, specie se il dipendente si muove con discrezione».

Le indagini seguono una strategia precisa: «Si cerca di dimostrare la continuità di attività non compatibili con lo stato di malattia, attraverso pedinamenti e appostamenti concordati con il cliente – spiega Mimmo –. Si possono fare foto e video, ma con limiti precisi: niente immagini all’interno di abitazioni o luoghi privati».

Spesso, la “soffiata” decisiva arriva proprio dai colleghi, che segnalano situazioni sospette. Tuttavia, non tutto è contestabile. Ad esempio, un lavoratore assente per “ansia depressiva” ha ampio margine per svolgere attività personali, a meno che non sia colto in flagrante a svolgere un secondo lavoro.

Le aziende, quindi, si attrezzano con investigatori esperti e autorizzati, consapevoli che la prova regina di un illecito può valere la conferma di un licenziamento in tribunale.


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Manovra economica: il governo punta sulle banche per finanziare il taglio dell’Ires

Il governo torna a guardare alle banche per fare cassa e finanziare il taglio dell’Ires, l’imposta sul reddito delle società, destinata a scendere dal 24% al 20% per le imprese che reinvestono gli utili o adottano misure di welfare. L’operazione costerà circa 400 milioni di euro e, per coprire questa spesa, l’esecutivo chiede un “piccolo sacrificio” agli istituti di credito, già chiamati in passato a contribuire con il prelievo sugli extraprofitti.

L’ipotesi di un nuovo contributo volontario, al momento ancora priva di una base normativa, ha già provocato reazioni fredde e preoccupazioni nel settore bancario. “Non ci sono testi giuridici o emendamenti”, ha dichiarato Antonio Patuelli, presidente dell’Associazione Bancaria Italiana (ABI), evidenziando il disappunto degli istituti, colti di sorpresa anche questa volta.

Perché il governo punta alle banche

L’intervento del governo si basa sulla crescita degli utili delle banche, aumentati grazie ai rialzi dei tassi di interesse decisi dalla Banca Centrale Europea (BCE) per contrastare l’inflazione. L’aumento dei tassi ha fatto lievitare il costo dei mutui e dei prestiti, incrementando il margine d’interesse delle banche italiane di oltre il 50% rispetto all’anno precedente. A fronte di questo “tesoretto”, gli istituti di credito non hanno però alzato i rendimenti sui conti correnti, alimentando il dibattito sull’equità della redistribuzione dei profitti.

Il concetto di “extraprofitti”, introdotto dal governo, si basa proprio su questa disparità. Nel 2023, l’esecutivo ha già imposto un prelievo straordinario di 2,5 miliardi di euro sugli extraprofitti bancari, ma l’operazione ha generato non poche polemiche, culminate con il ritiro della misura originaria e la definizione di un nuovo contributo ridotto. Ora, il governo ci riprova.

La strategia per il taglio dell’Ires

La riduzione dell’Ires mira a favorire le imprese che reinvestono gli utili in azienda, assumono nuovo personale o offrono misure di welfare ai propri dipendenti. L’idea è di incentivare il rafforzamento patrimoniale delle imprese e la redistribuzione della ricchezza all’interno del tessuto produttivo. Tuttavia, il beneficio non sarà uguale per tutte le aziende. Molto dipenderà dalla soglia di utili che le imprese dovranno trattenere per accedere all’aliquota ridotta. Se la soglia sarà troppo alta, rischiano di essere escluse le società quotate, che per loro natura devono distribuire una parte significativa degli utili agli azionisti.

In discussione anche l’introduzione di vincoli legati all’occupazione, con l’obiettivo di spingere le imprese a creare nuovi posti di lavoro. Se queste condizioni saranno troppo stringenti, la platea di imprese beneficiarie potrebbe ridursi, con conseguente minor costo per lo Stato.

La reazione della politica

La proposta ha spaccato la maggioranza. Fratelli d’Italia, per voce del presidente della Commissione Finanze della Camera, Marco Osnato, si dice favorevole: “Non mi sembra che questo governo non abbia tenuto conto del ruolo delle banche e del loro valore sociale. Potrebbe esserci un piccolo sacrificio rispetto all’importante successo che hanno avuto nell’ultimo periodo, certificato anche dalle agenzie di rating”.

Più cauta Forza Italia, che attraverso il capogruppo alla Camera Paolo Barelli invita a valutare il contenuto degli emendamenti prima di prendere una posizione definitiva: “Dobbiamo leggere il testo sulle condizioni inserite dal Mef. Prendiamo atto che apparirebbe una cifra modesta, ma sul principio personalmente non sono d’accordo, come non lo eravamo anche in passato”.

Le altre novità della manovra

Oltre al taglio dell’Ires, la manovra economica prevede una serie di altri interventi, ancora in fase di definizione. Tra questi:

  • Flat tax straordinari infermieri: aliquota ridotta al 5% sugli straordinari del personale infermieristico.
  • Contributo alle scuole paritarie: sostegno alle scuole per gli studenti con disabilità.
  • Aumento delle detrazioni scolastiche: maggiori detrazioni per le spese scolastiche sostenute dalle famiglie.
  • Tassa sulle criptovalute: corretta l’aliquota sulle plusvalenze, che non salirà al 42% come inizialmente previsto, ma sarà contenuta grazie all’intervento della Lega.
  • Ritiro della sugar tax: la tassa sulle bevande zuccherate non sarà prorogata per un altro anno.

Il governo, intanto, continua a lavorare con i relatori della manovra e i tecnici del Ministero dell’Economia per definire i testi degli emendamenti, che arriveranno sul tavolo della Commissione Bilancio della Camera entro giovedì. Lo scontro con le banche, però, rischia di complicare il percorso di approvazione della legge di bilancio.


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Bonifici istantanei: da gennaio stop ai costi extra

A partire dal 9 gennaio 2025, i costi dei bonifici istantanei dovranno essere allineati a quelli dei bonifici ordinari. Questa misura, introdotta dal regolamento europeo sui pagamenti istantanei, porterà una riduzione delle spese per molti correntisti italiani, rendendo più accessibili questi strumenti di pagamento, già offerti da numerose banche.

La novità riguarda tutti i contratti di conto corrente: il costo di un bonifico istantaneo sarà equivalente a quello di un bonifico ordinario, che in alcuni casi è già pari a zero grazie alla concorrenza tra gli istituti di credito. Il provvedimento rappresenta il secondo passo nell’implementazione del regolamento, già parzialmente in vigore dalla scorsa primavera, che obbliga le banche a offrire il servizio di bonifico istantaneo e a garantire la verifica del beneficiario.

I bonifici istantanei, disponibili 24 ore su 24 e 7 giorni su 7, offrono velocità e comodità, ma finora sono stati accompagnati da costi aggiuntivi. Dal 9 gennaio, questi sovrapprezzi non saranno più consentiti. Gli utenti che dovessero riscontrare discrepanze nei costi potranno rivolgersi all’Arbitro Bancario Finanziario per tutelare i propri diritti.

Il Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) sta lavorando a un provvedimento per introdurre sanzioni in caso di mancato adeguamento da parte degli istituti di credito. Tale provvedimento è atteso entro i primi mesi del 2025.


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Concordato, valanga in Veneto: 90 mila avvisi alle partite IVA

Un’ondata di comunicazioni dell’Agenzia delle Entrate ha travolto il Veneto: 90 mila avvisi inviati alle partite IVA per il concordato preventivo stanno sollevando un’ondata di critiche. Le associazioni di categoria, tra cui CNA, Confartigianato e Casartigiani, denunciano il metodo intimidatorio e chiedono maggiore trasparenza e soluzioni positive per il dialogo tra Stato e contribuenti.

Secondo Matteo Ribon di CNA, molti imprenditori si trovano a fronteggiare avvisi basati su parametri fiscali discutibili, spesso frutto di algoritmi che incrociano dati con presunte anomalie. Franco Storer di Casartigiani rincara la dose: «Questi blitz rischiano di essere controproducenti, soprattutto in un momento di grande incertezza economica».

Le categorie lamentano che i controlli colpiscono indiscriminatamente, creando tensione anche tra i contribuenti in regola. La preoccupazione cresce soprattutto nelle province più coinvolte, come Padova e Rovigo, dove si contano fino a 12 mila notifiche.

“Black Friday” delle imposte: il concordato preventivo divide le imprese

Artuso (Ascom Padova): «Un salto nel buio per molti, ma c’è chi si affretta a regolarizzare»

Una raffica di avvisi dall’Agenzia delle Entrate colpisce carrozzieri, elettricisti, boutique e altre categorie di piccoli imprenditori in Veneto. Il concordato biennale, una proposta di regolarizzazione fiscale con aliquota massima al 15%, sta generando confusione e apprensione tra le partite IVA.

Nicola Artuso, tributarista e consigliere del Gruppo Giovani di Ascom Padova, commenta: «Gli avvisi arrivano spesso senza chiara contestualizzazione, rilevando presunte anomalie che spaventano i destinatari. Per molti aderire significa scegliere un’opzione che, senza certezze sull’andamento del 2025, appare come un salto nel buio».

Gli imprenditori hanno tempo fino alla fine dell’anno per valutare l’adesione, ma secondo Artuso, il metodo di comunicazione e la pressione delle notifiche rischiano di minare la fiducia. «Ricevere una lettera non significa automaticamente essere in difetto – sottolinea – ma il sistema incentiva ad aderire per paura dei controlli futuri, creando un clima di incertezza».


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tavola rotonda con consiglio ministri

Giustizia, via libera proroghe su tirocinio magistrati, mobilità e intercettazioni

Il Consiglio dei Ministri, riunitosi ieri lunedì 9 dicembre 2024 a Palazzo Chigi, ha approvato una serie di proroghe significative in materia di giustizia, volte a garantire la continuità operativa di magistrati, personale amministrativo e sezioni distaccate.

Tirocinio magistrati ridotto a 12 mesi
Tra le principali novità, la proroga della riduzione del tirocinio dei magistrati ordinari da 18 a 12 mesi, applicabile anche ai magistrati dichiarati idonei nei concorsi banditi fino al 31 dicembre 2024. La misura mira a velocizzare l’ingresso in servizio dei nuovi magistrati per affrontare le carenze di organico nelle sedi giudiziarie.

Mobilità del personale e divieto di distacco
Il Governo ha deciso di prorogare fino al 31 dicembre 2025 l’esclusione dalle regole generali sulla mobilità volontaria per il personale del Ministero della Giustizia. Resta ferma la necessità del nulla osta dell’amministrazione di appartenenza solo in casi specifici, come le posizioni dichiarate “infungibili” o per il personale assunto da meno di tre anni. Contestualmente, è stato prorogato fino alla stessa data il divieto di comando, distacco o assegnazione del personale non dirigenziale ad altre amministrazioni, salvo esplicita autorizzazione del Ministero della Giustizia.

Intercettazioni e sezioni distaccate
Prorogato al 31 dicembre 2025 anche il termine per l’operatività delle Sezioni distaccate di Ischia, Lipari e Portoferraio. L’obiettivo è garantire il regolare svolgimento delle attività giudiziarie in corso presso queste sedi. Sul fronte delle intercettazioni, il Governo ha stabilito che il passaggio all’utilizzo esclusivo delle infrastrutture digitali interdistrettuali centralizzate slitterà al 31 dicembre 2025.


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Nvidia sotto accusa in Cina: indagine antitrust e crollo in Borsa

Pechino alza la pressione su Nvidia. La Cina ha avviato un’indagine antitrust sul colosso statunitense dei microchip per presunte violazioni delle regole sulla concorrenza. Nel mirino della State Administration of Market Regulation (SAMR) ci sono gli impegni assunti da Nvidia in occasione dell’acquisizione da 6,9 miliardi di dollari della Mellanox Technologies, fornitore di soluzioni di rete e trasmissione dati, conclusa nel 2019.

Le autorità cinesi avevano approvato l’operazione nel 2020, ma con alcune condizioni mirate a preservare la concorrenza nel settore. L’indagine arriva in un contesto di forte tensione tra Stati Uniti e Cina sul fronte tecnologico, con Washington che ha recentemente inasprito i controlli sulle esportazioni di chip avanzati verso Pechino. La risposta cinese non si è fatta attendere: un embargo sui materiali critici necessari alla produzione di chip e dispositivi con utilizzo civile e militare.

Borsa e ripercussioni globali

La notizia ha avuto un impatto immediato sui mercati. A Wall Street, le azioni di Nvidia hanno perso oltre il 3% nel corso della seduta di lunedì. Il crollo è significativo, considerando che il titolo ha guadagnato il 180% dall’inizio dell’anno, grazie al ruolo cruciale dell’azienda nel settore dell’intelligenza artificiale. Nvidia è infatti leader globale nella produzione di chip AI, essenziali per i sistemi di apprendimento automatico utilizzati da colossi come OpenAI, Google e Meta.

La Cina rappresenta una fetta importante del fatturato di Nvidia, contribuendo al 15% delle vendite nel trimestre precedente. Aziende cinesi come ByteDance, Alibaba e Tencent hanno aumentato gli investimenti in infrastrutture per l’intelligenza artificiale, trainando la domanda di chip di ultima generazione.

Scontro geopolitico sulle tecnologie avanzate

L’indagine cinese si inserisce nel più ampio conflitto tecnologico tra Cina e Stati Uniti. Washington ha intensificato i controlli sulle esportazioni di chip, bloccando la fornitura di componenti avanzati e macchinari per la produzione di semiconduttori. La mossa ha colpito aziende come Nvidia e AMD, leader nella produzione di chip per l’intelligenza artificiale e le infrastrutture di data center.

In questo scenario, la Cina mira a rafforzare la sua autonomia tecnologica, ma il contrasto con gli Stati Uniti rischia di rallentare lo sviluppo globale del settore AI. Nvidia, intanto, si trova a dover gestire non solo le incertezze di mercato, ma anche le crescenti pressioni regolatorie su due fronti opposti: Stati Uniti e Cina.


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Manovra finanziaria: stop al taglio dell’Irpef, via libera a Ires ridotta per chi assume

La manovra finanziaria prende forma, ma non senza rinunce. Il taglio dell’Irpef tanto atteso non ci sarà, almeno per ora. Le risorse necessarie — 2,5 miliardi di euro — avrebbero dovuto provenire dalla seconda tranche del concordato preventivo biennale, ma finora sono stati raccolti solo 1,3 miliardi. Il governo rimanda la misura a un momento successivo, “dopo il consolidamento dei conti”.

La maggioranza ha invece deciso di tendere la mano alle imprese. In linea con le richieste di Confindustria, l’Ires scenderà dal 24% al 19% per le aziende che reinvestiranno almeno il 70% degli utili in assunzioni o investimenti. La Lega può rivendicare un passo avanti sulla flat tax, con l’innalzamento del tetto di reddito per i lavoratori dipendenti da 30 a 35 mila euro, mentre Forza Italia si vede costretta a rinunciare alla riduzione dell’Irpef dal 35% al 33% per il ceto medio.

Spunta inoltre una tassazione agevolata al 5% sugli straordinari per infermieri e specializzandi, insieme all’esclusione di forze dell’ordine ed enti locali dal blocco parziale del turn over, un punto su cui Fratelli d’Italia ha insistito con forza.

Il vertice di maggioranza, tenutosi a Palazzo Chigi con la presenza della premier Giorgia Meloni e dei vice Salvini e Tajani, ha richiesto due ore per definire le priorità. L’esame della manovra entra ora nel vivo in commissione Bilancio alla Camera, con l’obiettivo di arrivare in Aula la prossima settimana.

Le critiche delle opposizioni

Le opposizioni non fanno sconti. Il Partito Democratico chiede una “radicale revisione delle priorità” e più risorse per sanità, pensioni e salari. Durissimo il Movimento 5 Stelle, che definisce la manovra “disastrosa, tutta tagli e tasse” e ne invoca la riscrittura completa.

Intanto, con il veicolo del decreto Milleproroghe, il governo introduce alcune novità importanti: proroga di tre mesi (fino al 31 marzo 2025) per l’obbligo di polizze contro i danni da calamità naturali per le imprese e proroga dello scudo erariale per gli amministratori pubblici. La Lega incassa una sua storica battaglia: l’annullamento delle multe da 100 euro per chi non ha rispettato l’obbligo vaccinale durante la pandemia, anche se non sarà previsto alcun rimborso per chi ha già pagato.

Il cammino della manovra si preannuncia tutt’altro che semplice, con un confronto serrato in Parlamento e il peso degli emendamenti ancora da discutere.


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Accordo tra Ministero della Giustizia e AIE: accesso per gli editori alla Banca Dati di Merito

Il Ministero della Giustizia e l’Associazione Italiana Editori (AIE) hanno siglato una convenzione che apre le porte della Banca Dati di Merito (BDP) agli editori, consentendo l’accesso ai provvedimenti giudiziari di merito in forma non anonimizzata. L’accordo, valido in via sperimentale per tutto il 2024, punta a favorire la diffusione della conoscenza giurisprudenziale e a supportare l’editoria giuridica e non solo.

La BDP, operativa dal 14 dicembre 2023, raccoglie i provvedimenti civili (sentenze, decreti e ordinanze) emessi dai tribunali e dalle corti d’appello italiane dal 1° gennaio 2016. Sostituendo il vecchio Archivio Giurisprudenziale Nazionale, questa banca dati si inserisce nel più ampio progetto di digitalizzazione della giustizia previsto dal PNRR.

Accesso, costi e modalità
Gli editori, anche non associati ad AIE, potranno aderire alla convenzione sottoscrivendo un apposito modulo da trasmettere al Dipartimento per l’Innovazione Tecnologica della Giustizia. L’accesso comporta il pagamento di una quota forfettaria di 10.000 euro per editore, che permetterà di scaricare in modo massivo i provvedimenti giudiziari dal 1° gennaio 2024.

I documenti saranno forniti in forma non anonimizzata, tranne quelli relativi a minorenni, stato delle persone e famiglia, per i quali il Ministero provvederà all’oscuramento dei dati personali, in conformità con l’articolo 52 del Codice Privacy (d.lgs. 196/2003). Gli editori, dal canto loro, sono tenuti a verificare la corretta oscurazione dei dati e a segnalare eventuali anomalie.

Obblighi e garanzie
L’accesso alla BDP avverrà tramite una procedura telematica con rilascio di un identificativo univoco per ogni editore. Gli editori saranno responsabili della conservazione e del corretto utilizzo dei dati ricevuti, nel rispetto della normativa europea sul trattamento dei dati personali (GDPR) e del Codice della Privacy. Sarà vietata ogni forma di cessione a terzi, anche a titolo gratuito.

Il Ministero si impegna ad attivare il servizio entro 20 giorni dalla ricezione della prova di pagamento del corrispettivo da parte dell’editore. La convenzione scadrà il 31 dicembre 2024, ma è già previsto un possibile rinnovo, con l’introduzione di un sistema tariffario che terrà conto dei volumi di dati e dei costi sostenuti dal Ministero.

Un’opportunità per l’editoria giuridica
L’accesso ai provvedimenti giudiziari rappresenta un’importante risorsa per gli editori giuridici, che potranno sviluppare contenuti e servizi per gli operatori del diritto, con un notevole impatto sul mercato dell’editoria legale e sugli strumenti di informazione giuridica. L’accordo si pone in linea con gli obiettivi di trasparenza e digitalizzazione della giustizia previsti dal PNRR e potrebbe aprire la strada a un modello di collaborazione pubblico-privato per la valorizzazione del patrimonio informativo giuridico.


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Vendita di dati personali a OpenAI: il Garante Privacy avverte il Gruppo GEDI

Il Garante per la protezione dei dati personali ha inviato un avvertimento formale al Gruppo GEDI e alle sue società affiliate, segnalando possibili violazioni del Regolamento UE 2016/679 (GDPR) legate all’accordo siglato con OpenAI. L’intesa, firmata il 24 settembre 2024, prevede la condivisione di contenuti editoriali delle testate del Gruppo GEDI con la piattaforma ChatGPT.

Secondo l’accordo, i contenuti editoriali di GEDI — tra cui articoli, notizie e approfondimenti — verranno utilizzati da OpenAI per offrire agli utenti la possibilità di ricercare in tempo reale le notizie di attualità. La piattaforma di intelligenza artificiale fornirà anche un riassunto automatizzato della notizia, con il relativo link diretto al contenuto originale. Tuttavia, i dati non saranno impiegati solo per l’accesso ai contenuti, ma anche per addestrare gli algoritmi di OpenAI, sollevando preoccupazioni sulla gestione dei dati personali contenuti negli archivi editoriali.

Dati personali e rischi per la privacy

L’Autorità ha evidenziato come negli archivi digitali dei giornali siano presenti milioni di storie personali con dettagli di natura anche particolarmente delicata, come informazioni sanitarie, giudiziarie e riservate, che non possono essere trasferite a terzi senza un’adeguata base giuridica e senza il rispetto degli obblighi di trasparenza. Il Garante Privacy ha infatti sottolineato che, se l’accordo venisse attuato senza ulteriori garanzie, il Gruppo GEDI potrebbe violare le disposizioni degli articoli 9, 10, 13, 14 e del Capo III del GDPR, con il rischio di incorrere in pesanti sanzioni economiche.

Il comunicato del Garante: “Mancano trasparenza e diritti per gli interessati”

Il 29 novembre 2024, il Garante ha pubblicato un comunicato stampa per chiarire le ragioni dell’avvertimento. Secondo l’Autorità, la valutazione d’impatto sulla protezione dei dati (DPIA) trasmessa dal Gruppo GEDI non è risultata sufficiente. In particolare, la valutazione non ha chiarito in modo adeguato la base giuridica che consentirebbe al gruppo editoriale di “cedere o licenziare in uso a terzi” i dati personali contenuti nel proprio archivio, né ha dimostrato come il Gruppo possa garantire ai soggetti interessati il rispetto dei loro diritti, in particolare il diritto di opposizione al trattamento dei propri dati.

Il provvedimento di avvertimento è stato indirizzato non solo al Gruppo GEDI, ma anche a tutte le società coinvolte nell’accordo con OpenAI, tra cui:

  • Gedi News Network S.p.A.
  • Gedi Periodici e Servizi S.p.A.
  • Gedi Digital S.r.l.
  • Monet S.r.l.
  • AlFemminile S.r.l.

Cosa rischia il Gruppo GEDI?

Se le contestazioni del Garante venissero confermate, il Gruppo GEDI potrebbe essere sottoposto a sanzioni pecuniarie rilevanti, in linea con le severe disposizioni del GDPR, che prevedono multe fino al 4% del fatturato globale annuo per violazioni gravi.

L’episodio solleva un tema cruciale nel dibattito sull’uso dei dati personali per addestrare l’intelligenza artificiale, evidenziando la necessità di garantire la tutela della privacy anche nell’era dell’IA. La vicenda si inserisce nel più ampio contesto di attenzione dei regolatori europei verso le big tech e le loro pratiche di gestione dei dati personali.

Il Garante Privacy ha ribadito che il trattamento dei dati deve rispettare i principi di minimizzazione, trasparenza e liceità, e ha chiesto al Gruppo GEDI di fornire ulteriori chiarimenti e adottare misure correttive per garantire il rispetto dei diritti dei soggetti interessati.


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Concorso pubblico: il Garante privacy multa l’INPS per 50mila euro

Il Garante per la protezione dei dati personali ha inflitto una nuova sanzione di 50mila euro all’INPS per la diffusione online di dati personali relativi ai partecipanti di un concorso pubblico. L’Istituto avrebbe pubblicato sul proprio sito web le graduatorie finali contenenti non solo nomi, cognomi e date di nascita dei candidati, ma anche il dettaglio dei punteggi ottenuti nelle prove scritte e orali, i titoli di studio e persino informazioni sensibili come le causali di ammissione con riserva, tra cui riferimenti a situazioni di salute.

La vicenda trae origine da un primo intervento del Garante, che l’11 aprile 2024 aveva già sanzionato l’INPS con 20mila euro di multa per la diffusione degli atti intermedi del concorso, poi finiti sui social a causa di terzi. Tuttavia, ulteriori accertamenti hanno rivelato che l’Istituto aveva pubblicato anche le graduatorie finali, esponendo oltre 5.384 partecipanti a possibili danni reputazionali.

Tra le violazioni più gravi segnalate dall’Autorità, la presenza accanto ai nominativi di alcuni candidati di riferimenti a giudizi pendenti, elemento che avrebbe potuto indurre l’errata convinzione di precedenti penali.

Il Garante ha ribadito che la pubblicazione delle graduatorie deve limitarsi ai dati essenziali e necessari alla trasparenza e che l’uso di Internet amplifica il rischio di diffusione incontrollata. A differenza della pubblicazione tradizionale, infatti, le informazioni rese disponibili online possono essere indicizzate dai motori di ricerca, restando in rete per un tempo indefinito e accessibili per scopi ulteriori.

Il provvedimento del 26 settembre 2024 ha concluso che l’INPS ha violato i principi di liceità, correttezza, trasparenza e minimizzazione dei dati, previsti dagli articoli 5, 6 e 9 del GDPR e dagli articoli 2-ter e 2-septies del Codice Privacy. Per questo motivo, il Garante ha imposto all’Istituto il pagamento di una sanzione di 50mila euro.


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