Avvocati e incarichi societari: il CNF ribadisce l’incompatibilità

ROMA – Un avvocato non può assumere la carica di Presidente del Consiglio di Amministrazione di una società cooperativa di capitali, anche se lo statuto esclude poteri individuali di gestione. Lo chiarisce il Consiglio Nazionale Forense con il Parere n. 51/2024, reso in risposta a un quesito del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Foggia.

L’interpretazione riguarda l’articolo 18, comma 1, lettera c) della Legge professionale (L. n. 247/2012), che sancisce l’incompatibilità tra l’attività forense e l’assunzione di incarichi gestionali in società di persone e di capitali, inclusa la presidenza di un CdA con poteri individuali di gestione. Il COA di Foggia aveva chiesto chiarimenti su un caso in cui lo statuto della cooperativa escludeva esplicitamente tali poteri per il presidente.

Il CNF ha ribadito il proprio orientamento consolidato: l’incompatibilità scatta ogni volta che la carica ricoperta comporta effettivi poteri di gestione o rappresentanza, a prescindere dal loro effettivo esercizio. Sul piano deontologico, infatti, non rileva se l’avvocato utilizzi o meno tali poteri, ma il solo fatto di detenerli.

Con questo parere, il CNF conferma la linea già espressa nei precedenti pareri n. 43/2023, 51/2022, 44/2022 e 45/2017, rafforzando il principio secondo cui la professione forense deve restare separata da incarichi che possano generare conflitti di interesse con l’attività di avvocato.


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Violazioni della privacy: prima di Strasburgo obbligatorio il reclamo al Garante

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), con la Decisione 28 novembre 2024, n. 25578/11, ha stabilito che, prima di rivolgersi alla Corte di Strasburgo per presunte violazioni della privacy, i ricorrenti devono prima presentare un reclamo all’Autorità Garante per la protezione dei dati personali. La Corte ha riconosciuto che, sebbene il Garante non sia un organo giurisdizionale, gode di indipendenza e dispone di strumenti adeguati per garantire una tutela effettiva dei diritti.

Il caso Casarini vs. Italia

La pronuncia della Corte EDU trae origine dal ricorso di Luca Casarini, attivista politico, che ha denunciato l’accesso illecito ai suoi dati personali conservati nel database fiscale Serpico, utilizzato dall’Agenzia delle Entrate per la raccolta e la gestione delle informazioni tributarie dei cittadini italiani. Casarini ha scoperto, tramite un’inchiesta giornalistica, che un ufficiale della Guardia di Finanza aveva estratto illegalmente le sue informazioni e le aveva trasmesse a un giornalista.

Le indagini hanno accertato che l’ufficiale, sfruttando il proprio accesso al sistema, aveva consultato in maniera indebita i dati di numerose figure pubbliche. Il caso ha portato alla condanna penale dei responsabili, ma Casarini ha successivamente deciso di rivolgersi alla Corte EDU, lamentando che le misure adottate dallo Stato italiano non fossero state sufficienti a garantire una tutela effettiva del suo diritto alla privacy.

La decisione della Corte EDU

La Corte ha riconosciuto che l’accesso abusivo ai dati di Casarini ha costituito una violazione dell’articolo 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, che tutela la vita privata. Tuttavia, ha ritenuto che il ricorrente non potesse adire direttamente la Corte EDU senza aver prima esperito tutti i rimedi interni disponibili, tra cui il ricorso al Garante della Privacy.

Secondo la CEDU, il Garante dispone di strumenti adeguati per intervenire su violazioni della privacy, adottando misure correttive, sanzionatorie e prescrittive, oltre a poter disporre la cancellazione o il blocco dei dati trattati in modo illecito. Pertanto, i ricorrenti devono prima rivolgersi a tale Autorità prima di poter considerare esaurite le vie di ricorso nazionali.

Implicazioni della sentenza

La decisione della Corte EDU rafforza il ruolo del Garante della Privacy come organismo di tutela primaria in Italia e stabilisce un importante principio di procedura per i ricorsi in materia di protezione dei dati. Il caso Casarini ha inoltre riacceso il dibattito sulla sicurezza dei database fiscali e sulla necessità di garantire strumenti più efficaci di controllo e tracciabilità degli accessi.

In un’epoca in cui la gestione dei dati personali è sempre più centrale, la sentenza impone ai cittadini di rivolgersi prima alle autorità di protezione dei dati nazionali, riconoscendo che tali istituzioni hanno il compito di garantire una tutela effettiva e tempestiva della privacy.


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Giustizia e intelligenza artificiale: tutti i progetti del Ministero tra innovazione e opacità

Il Ministero della Giustizia ha presentato al Parlamento la Relazione sull’amministrazione della Giustizia, in occasione dell’intervento del ministro Carlo Nordio per l’inaugurazione dell’anno giudiziario. Tra i punti salienti, spicca il crescente utilizzo dell’intelligenza artificiale nei processi giudiziari, sebbene con scarse informazioni sulla trasparenza degli algoritmi e delle infrastrutture utilizzate.

Nemesis e il controllo sugli uffici giudiziari

Uno dei progetti più avanzati è Nemesis, la piattaforma AI dell’Ispettorato del Ministero per le attività di ispezione degli uffici giudiziari e dei magistrati. In evoluzione fino al 2025, il sistema punta a digitalizzare e automatizzare l’archiviazione, l’analisi e la gestione dei procedimenti ispettivi. Tra le funzioni future: riconoscimento automatico di precedenti archivistici, statistiche sulle attività ispettive e generazione di bozze di report.

Analisi giurisprudenziale e previsioni sui carichi di lavoro

L’adozione dell’AI si estende all’analisi giurisprudenziale, con strumenti avanzati per l’anonimizzazione delle sentenze, la ricerca semantica e la generazione di sintesi automatiche. Il Datalake Giustizia, previsto entro il 2026, raccoglierà dati per monitorare l’andamento dei procedimenti, prevedere criticità e migliorare l’efficienza del sistema giudiziario.

AI a supporto delle indagini e della sicurezza

Un’altra innovazione riguarda una piattaforma web per le indagini preliminari, dotata di AI e strumenti di business intelligence per supportare Polizia Giudiziaria e Pubblici Ministeri nell’analisi dei dati. È inoltre in fase di sperimentazione un progetto pilota sulla recidiva che, grazie a dashboard interattive, analizzerà i dati provenienti da diverse fonti istituzionali per individuare schemi e prevenire reati reiterati.

L’AI nella cooperazione giudiziaria europea

Sul fronte internazionale, il Ministero partecipa ai progetti AI-TSI, per la creazione di standard etici nell’uso dell’intelligenza artificiale nei sistemi giudiziari europei, e ViSAR, una piattaforma AI per supportare le vittime di reati. In collaborazione con Istat, è in sviluppo BIGOSINT, un sistema per contrastare crimini transfrontalieri come il traffico di migranti.

Il dibattito sull’AI nella giustizia: opportunità e rischi

Durante la cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario, il tema dell’intelligenza artificiale ha dominato gli interventi delle più alte cariche della magistratura. La prima presidente della Cassazione, Margherita Cassano, ha avvertito che “l’AI non potrà mai sostituire il giudice nel comprendere le complesse vicende umane”, mentre il Procuratore Generale Luigi Salvato ha sottolineato il rischio di “scorciatoie” pericolose che potrebbero minare i principi del giusto processo.

Nonostante i passi avanti, restano ancora molte domande senza risposta: quali algoritmi vengono utilizzati? Come vengono garantiti trasparenza e rispetto della privacy? L’AI nella giustizia è una grande opportunità, ma senza adeguate garanzie potrebbe trasformarsi in un’arma a doppio taglio.


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Meloni cambia rotta: pressing di Mattarella per evitare lo scontro con le toghe

Dietro le quinte, il presidente Sergio Mattarella avrebbe fatto pressione su Palazzo Chigi per evitare uno scontro frontale con la magistratura. Una mossa che sembra aver sortito effetto: il governo Meloni, dopo settimane di tensioni, sembra voler cambiare strategia.

Le parole del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, solitamente noto per i suoi toni accesi, hanno segnato un punto di svolta. Intervenendo su Affaritaliani.it, ha dichiarato: “Possiamo aprire una nuova fase di dialogo con l’ANM”, ma soprattutto ha sottolineato che “così come non è blasfemia modificare la Costituzione, non è sacrilego modificare le riforme della Costituzione”. Un’apertura inaspettata che conferma la linea già anticipata dalla premier con l’elezione di Cesare Parodi alla guida dell’Associazione Nazionale Magistrati.

Il clima si è arroventato nelle ultime settimane a causa delle tensioni sul caso Santanché, sulla vicenda del libico Almasri e sulla questione dei centri per migranti in Albania. Tuttavia, all’interno di Fratelli d’Italia cresce la consapevolezza che lo scontro con le toghe non giova politicamente alla premier, che vuole mantenere il consenso concentrandosi su temi sociali piuttosto che su battaglie anti-magistratura di matrice berlusconiana.

La frenata sulla riforma della giustizia

Si fanno sempre più insistenti le ipotesi di una revisione della riforma costituzionale sulla Giustizia, in discussione al Senato dopo l’approvazione alla Camera. Il punto chiave dello scontro non è tanto la separazione delle carriere o il doppio CSM, ma la valutazione dei magistrati e l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare.

Secondo il testo approvato a Montecitorio, l’Alta Corte sarebbe composta da 15 giudici selezionati in parte dal Quirinale e in parte da sorteggi parlamentari e tra i magistrati stessi. La possibilità di appellare le sentenze all’interno dello stesso organo e l’incompatibilità dell’incarico con la politica e la professione forense sono aspetti che non piacciono all’ANM.

Forza Italia mantiene una linea dura, con Enrico Costa che invita il governo a non farsi “risucchiare in una finta trattativa”, ma Giorgia Meloni sembra voler aprire un canale di confronto. Fonti governative riferiscono che la premier non ha intenzione di accelerare lo scontro istituzionale, anche a costo di rivedere la riforma in Senato e rallentarne l’iter.

Il peso degli equilibri internazionali

Oltre alla necessità di stabilità interna, Meloni guarda anche al contesto internazionale. Con l’ipotesi sempre più concreta di un ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, la premier italiana punta a rafforzare il suo ruolo di ponte tra Europa e Stati Uniti. In questo scenario, evitare frizioni interne e garantire continuità fino alla fine della legislatura diventa una priorità assoluta.

In sostanza, il messaggio che arriva da Palazzo Chigi è chiaro: niente benzina sul fuoco, meglio cercare un compromesso. Lo scontro con la magistratura può attendere.


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Giustizia tributaria, rivoluzione in arrivo: taglio del 62% delle Corti di primo grado

La geografia della giustizia tributaria è destinata a cambiare radicalmente. Il Ministero dell’Economia e il Consiglio di presidenza della giustizia tributaria (Cpgt) stanno lavorando a un piano di razionalizzazione che prevede la riduzione delle Corti di giustizia tributaria di primo grado da 103 a 39, con un taglio del 62%.

L’obiettivo è duplice: ridurre i costi – stimati in 700 milioni di euro nel prossimo triennio – e adeguare il sistema alla riforma della giustizia tributaria (legge 130/2022), che ha trasformato i giudici da onorari a professionali. Con la nuova normativa, il numero delle toghe in servizio in primo grado passerà dagli attuali 1.648 a soli 448, rendendo insostenibile l’attuale distribuzione degli uffici.

Le Corti che resteranno attive

Secondo le anticipazioni, il nuovo assetto manterrà aperte solo le sedi con un minimo di 1.000-1.500 ricorsi annui, concentrando le competenze nelle città più grandi. Tra le regioni più colpite dal piano c’è la Valle d’Aosta, che perderà la sua unica Corte tributaria, accorpata a Torino. Pesanti tagli anche in Piemonte, Lombardia e Veneto, mentre il Sud, dove il contenzioso è più elevato, subirà un ridimensionamento più contenuto.

Tensioni politiche e resistenze

Il piano dovrà essere approvato entro il 31 agosto, come previsto dalla delega fiscale, ma il dibattito politico è già acceso. Il gruppo PD al Senato ha presentato un’interrogazione, temendo ripercussioni negative sulla giustizia tributaria e sull’accesso ai ricorsi per i cittadini. Dal canto suo, la presidente del Cpgt, Carolina Lussana, ha assicurato che sarà avviata un’istruttoria per trovare un equilibrio tra razionalizzazione ed efficienza del sistema.


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Docenti universitari e Albo forense: il CNF chiarisce le regole per l’iscrizione speciale

Il Consiglio Nazionale Forense (CNF) ha fornito nuovi chiarimenti sulla procedura di iscrizione all’elenco speciale per docenti e ricercatori universitari, rispondendo a un quesito del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati (COA) di Forlì-Cesena. Con il parere n. 59/2024, pubblicato il 12 gennaio 2025, il CNF ha confermato che il passaggio dall’Albo ordinario all’elenco speciale può avvenire senza necessità di cancellazione e successiva reiscrizione.

Iscrizione senza soluzione di continuità

Il COA di Forlì-Cesena aveva chiesto se, per l’iscrizione all’elenco speciale, fosse necessaria una cancellazione dall’Albo ordinario seguita da una nuova iscrizione. Il CNF ha chiarito che non è richiesto alcun iter di cancellazione: l’elenco speciale è infatti “annesso” all’Albo, permettendo il passaggio diretto senza interruzioni e garantendo così la continuità dell’iscrizione.

Ricercatori a tempo determinato: chi può iscriversi?

Un altro punto affrontato riguarda i docenti e ricercatori universitari assunti con contratto a tempo determinato. Il CNF ha specificato che possono essere iscritti nell’elenco speciale solo coloro che sono inquadrati formalmente in ruolo e operano a tempo pieno. In questo modo, anche i ricercatori a tempo determinato, purché soddisfino questi requisiti, possono mantenere l’iscrizione nell’Albo degli Avvocati per tutta la durata del contratto.

Il quadro normativo di riferimento

Le indicazioni fornite dal CNF si basano sull’articolo 19 della legge n. 247/2012, che disciplina le eccezioni alle norme sull’incompatibilità. La norma stabilisce che l’esercizio della professione forense è compatibile con l’insegnamento e la ricerca in materie giuridiche presso università e istituzioni pubbliche, purché svolti a tempo pieno e con iscrizione nell’elenco speciale.


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Lavoro autonomo: cambia il calcolo del reddito imponibile

Con l’entrata in vigore del decreto Irpef-Ires (Dlgs 192/2024), il reddito dei lavoratori autonomi subisce una significativa modifica: viene introdotto il principio di onnicomprensività. Questa novità, inserita nel nuovo articolo 54 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi (Tuir), amplia la base imponibile includendo elementi finora esclusi, come indennità di maternità, rimborsi assicurativi e assegni per i notai con basso repertorio.

Un cambiamento di rilievo

In precedenza, il reddito da lavoro autonomo era determinato da un elenco tassativo di componenti reddituali. Ora, invece, la normativa stabilisce che il reddito è dato dalla differenza tra tutte le somme e i valori percepiti nel periodo d’imposta in relazione all’attività professionale e le spese sostenute nello stesso periodo.

L’interpretazione fornita dalla relazione illustrativa al decreto conferma che vengono ora considerati anche elementi che, nel reddito d’impresa, rientrano nelle sopravvenienze attive e passive. Ad esempio, se un professionista paga un risarcimento di 10.000 euro a un cliente, può dedurlo dal reddito. Se l’anno successivo l’assicurazione gli rimborsa 8.000 euro, questi ultimi verranno considerati come sopravvenienza attiva e quindi tassati.

Maternità e assegni tra i nuovi redditi imponibili

Il principio di onnicomprensività allinea il regime dei professionisti a quello dei lavoratori dipendenti, per i quali le indennità di malattia e maternità sono già considerate reddito da lavoro. In pratica, per i professionisti non sarà più necessario far riferimento all’articolo 6 del Tuir per tassare indennità sostitutive di redditi, come quella di maternità: ora tali somme sono direttamente rilevanti per la determinazione del reddito autonomo.

Un altro caso riguarda i notai che percepiscono assegni integrativi a causa di un repertorio insufficiente. Finora, l’amministrazione finanziaria li assimilava ai redditi da lavoro dipendente, ma con l’introduzione del principio di onnicomprensività questi assegni saranno considerati parte del reddito professionale.

Le esclusioni e il caso dei forfettari

Nonostante l’ampliamento della base imponibile, alcune entrate restano escluse dal reddito da lavoro autonomo. Tra queste, gli interessi bancari sui conti correnti e le liberalità ricevute.

Infine, il principio di onnicomprensività non si applica ai professionisti che adottano il regime forfettario. Questi ultimi calcolano il reddito professionale applicando un coefficiente di redditività sui compensi percepiti. Ad esempio, per i forfettari, l’indennità di maternità continua a essere considerata un provento sostitutivo tassato in base all’articolo 6, comma 2, del Tuir, senza rientrare tra i compensi professionali.


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Export: più danni dalla crisi tedesca che -forse- dai dazi

La crisi economica che ha colpito la Germania negli ultimi due anni ha comportato un danno di 5,8 miliardi di euro per il nostro sistema produttivo. Nel 2023, il valore delle esportazioni verso il mercato tedesco è diminuito di 2,7 miliardi, mentre nei primi dieci mesi del 2024 (secondo gli ultimi dati statistici disponibili) la contrazione ha raggiunto i 3,1 miliardi. Pertanto, sebbene numerosi imprenditori e l’opinione pubblica in generale esprimano una marcata preoccupazione per le conseguenze negative che l’introduzione dei dazi da parte Amministrazione Trump potrebbe arrecare alle nostre imprese esportatrici, la crisi tedesca degli ultimi due anni ha già generato e potrebbe continuare a produrre danni significativamente più gravi. Infatti, non si può escludere che, come avvenne nel 2019 a seguito dell’implementazione delle barriere commerciali sempre introdotte da Trump, le ripercussioni commerciali negative possano risultare meno gravose di quanto ipotizzato. È vero che nel 2020 le nostre vendite negli Stati Uniti sono diminuite di 3,1 miliardi; tuttavia, è probabile che tale calo sia stato principalmente influenzato dal crollo del commercio mondiale causato dall’insorgere della pandemia, piuttosto che dai dazi “innalzati” dal governo statunitense. A segnalarlo è l’Ufficio studi della CGIA.

  • Al netto del 2020, le nostre esportazioni in USA sono costantemente in crescita dal 2010

Ad eccezione del 2020 – anno caratterizzato dall’innalzamento negli USA dell’aliquota daziale media al 10 per cento sui prodotti importati e dagli effetti del Covid – l’export italiano verso gli Stati Uniti è in costante crescita dal 2010. Se quindici anni fa esportavamo prodotti per 20,3 miliardi di euro (pari al 6 per cento dell’export nazionale totale), nel 2023 abbiamo toccato i 67,2 miliardi di euro (10,7 per cento del totale) di export verso gli USA, che diventano così, dopo la Germania, il secondo Paese per destinazione dei nostri prodotti. Pur collocandosi sempre sul secondo gradino del podio, nei primi 10 mesi del 2024 (ultimo dato in cui le statistiche sono disponibili), rispetto allo stesso periodo del 2023, le nostre vendite negli USA sono diminuite di quasi 1,5 miliardi di euro (-2,7 per cento); una contrazione in termini percentuali più contenuta rispetto al crollo registrato verso la Germania (-4,9 per cento), ma superiore a quello riconducibile con la Francia (-2,1 per cento).

  • Dazi: danni da 3,5 miliardi. Medicinali/farmaci, auto e navi i prodotti più a rischio

Secondo l’OCSE, l’eventuale introduzione di dazi al 10 per cento sull’intera gamma dei prodotti e dei servizi importati dall’UE, provocherebbe una riduzione in termini economici delle esportazioni italiane verso gli USA pari a 3,5 miliardi di euro che salirebbe a 10/12 miliardi nel caso l’aliquota fosse elevata al 20 per cento.  Quasi sicuramente i settori più penalizzati sarebbero quelli che ad oggi hanno un tasso di penetrazione nel mercato statunitense più significativo. Ricordiamo, infatti, che nel 2023 le vendite di medicinali e di prodotti farmaceutici hanno cubato 7,7 miliardi di euro, gli autoveicoli 4,9 e le navi/imbarcazioni 4,2. Seguono i macchinari, le bevande (in particolare i vini), i prodotti petroliferi e l’abbigliamento.

  • Lombardia, Emilia Romagna e Toscana le più a rischio

Le aree regionali più vocate all’export verso gli USA sono la Lombardia (14,2 miliardi), l’Emilia Romagna (10,4), la Toscana (9,1), il Veneto (7,5) e il Piemonte (5,5). Complessivamente, la quota esportata da queste cinque realtà territoriali sul totale nazionale verso gli USA sfiora il 70 per cento. E’ significativo il dato riconducibile alla Campania che esporta ben 2,6 miliardi (tra auto, prodotti alimentari e aeromobili). Un importo, quest’ultimo, leggermente superiore a quello riferito al Lazio.

  • Le nostre imprese che esportano in USA sono “solo” 44mila

Come richiamato più sopra, il Paese a stelle e strisce rappresenta il secondo mercato di sbocco per le esportazioni italiane, con un valore annuale che supera i 67 miliardi di euro, pari al 10,7 per cento dell’intero export nazionale. Il numero degli operatori commerciali italiani attivi negli Stati Uniti è relativamente contenuto, ammontando a poco meno di 44mila unità; a questo dato, però, si devono aggiungere anche le imprese dell’indotto che, purtroppo, non sono contabilizzate nelle statistiche Istat.

  • Oltre ai dazi e alla crisi tedesca, preoccupa anche il caro energia

Gli aumenti del prezzo del gas verificatosi in queste prime settimane dell’anno non lasciano presagire nulla di buono e, secondo le stime dell’Ufficio studi della CGIA, nel 2025 le bollette potrebbero costare all’intero sistema imprenditoriale italiano ben 13,7 miliardi di euro in più rispetto al 2024, pari a un aumento del 19,2 per cento. In totale, la spesa complessiva dovrebbe toccare gli 85,2 miliardi: di questi, 65,3 sarebbero per l’energia elettrica e 19,9 per il gas. A pagare il conto più salato dovrebbero essere le imprese del Nord. Questa ripartizione geografica, infatti, “ospita” buona parte dello stock delle imprese presenti nel nostro Paese e, conseguentemente, dovrà farsi carico della quota parte di aumento più consistente; praticamente quasi quasi due terzi dell’aggravio complessivo. Queste stime si basano su un’ipotesi del prezzo medio dell’energia elettrica nel 2025 di 150 euro per MWh e del gas a 50 euro per MWh; mantenendo così una proporzione di tre a uno tra le due tariffe, come si è verificato nei due anni precedenti. Per quanto riguarda i consumi, si è fatto riferimento ai dati del 2023 e si è ipotizzato che rimangano costanti anche nei successivi due anni. Se analizziamo questo costo aggiuntivo stimato di 13,7 miliardi di euro per quest’anno, notiamo che quasi 9,8 miliardi (+17,6 per cento rispetto al 2024) riguarderebbero l’energia elettrica e 3,9 miliardi (+24,7 per cento) il gas. In buona sostanza, tra le preoccupazioni legate ai dazi, gli impatti della crisi in Germania e l’aumento dei costi energetici, il panorama complessivo continua a presentarsi con sfumature piuttosto cupe.


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Cassazione: niente patrocinio infedele senza attività dinanzi all’autorità giudiziaria

Con la sentenza n. 4587/2025, la Cassazione penale ha parzialmente accolto il ricorso di un avvocato colpito da una misura interdittiva che aveva fatto credere ai clienti di svolgere normalmente la propria attività. Il legale, pur avendo accettato mandati difensivi per cause civili e penali senza mai dare effettivo seguito alle pratiche, si era visto contestare diversi reati, tra cui truffa, esercizio abusivo della professione, falso e patrocinio infedele.

Tuttavia, la Suprema Corte ha escluso la configurabilità del tentativo di truffa e del patrocinio infedele in specifiche circostanze, dichiarando l’illegittimità della condanna.

Il tentativo di truffa non sussiste se il compenso non è incassato

Uno degli episodi contestati riguardava un mandato ricevuto dall’avvocato per instaurare una causa di risarcimento, mai effettivamente avviata. Il professionista aveva falsamente comunicato al cliente di aver ottenuto un titolo per 10mila euro, versando persino degli acconti per simulare un accordo transattivo, quando in realtà le somme provenivano direttamente dalle sue risorse personali.

I giudici di merito avevano ritenuto che questa condotta integrasse il tentativo di truffa, considerando il profitto ingiusto legato al compenso pattuito, seppur dovuto solo al termine della transazione. La Cassazione, invece, ha escluso la configurabilità del reato, sottolineando che il compenso non era ancora esigibile, né era stato incamerato.

Nessun patrocinio infedele senza attività dinanzi all’autorità giudiziaria

In un altro episodio, l’avvocato era stato condannato per patrocinio infedele e truffa per aver accettato un incarico senza poi avviare l’azione richiesta. Il cliente lo aveva incaricato di impugnare un licenziamento e chiedere il risarcimento danni, ma l’azione non era mai stata promossa.

Secondo la Cassazione, però, il patrocinio infedele presuppone l’effettivo svolgimento di attività davanti all’autorità giudiziaria, anche se non strettamente processuale. Nel caso in esame, poiché il professionista non aveva mai avviato la causa civile, il reato non poteva essere contestato.

La sentenza chiarisce quindi i confini della responsabilità penale degli avvocati in situazioni di inadempimento professionale, distinguendo tra omissioni gravi e condotte penalmente rilevanti.


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Enti pubblici, AIGA: “L’affidamento degli incarichi legali non sia lesivo della figura dell’avvocato”

L’Associazione Italiana Giovani Avvocati condivide e fa proprie le criticità rilevate dalle Sezioni Aiga del Foro di Foggia e di Bari e invita la Giunta Comunale di Foggia a ritirare la Delibera n. 14 del 31 gennaio scorso, avente ad oggetto i criteri per l’affidamento di un incarico legale da parte dell’Ente Pubblico, rielaborandola nel rispetto delle norme in materia e dei principi costituzionali.

La delibera prevede, tra gli altri requisiti, che l’incarico legale debba essere affidato ad un professionista “appartenente ad un Foro estraneo all’ambito regionale, nel perseguimento della massima imparzialità e buon andamento”.

Il presidente nazionale Aiga, Carlo Foglieni, afferma: “È illegittimo, oltre che lesivo della dignità dell’avvocatura, in particolar modo dei Fori pugliesi, precludere in radice la possibilità di partecipare ad una selezione pubblica esclusivamente in ragione del Foro di appartenenza, ancor più se tale determinazione viene giustificata dalla necessità di garantire massima imparzialità e buon andamento della Pubblica Amministrazione. L’avvocato, di qualsiasi Foro esso sia – prosegue il presidente Aiga – è deontologicamente obbligato a svolgere l’attività professionale con indipendenza, lealtà, correttezza, probità, dignità, decoro, diligenza e competenza, tenendo conto del rilievo costituzionale e sociale della difesa, rispettando i principi della corretta e leale concorrenza. Ecco perché ogni preclusione a monte in ragione del Foro di appartenenza costituisce un pregiudizio lesivo per l’intera categoria professionale”.


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