Nel 2024 l’età media dei lavoratori dipendenti del settore privato in Italia ha sfiorato i 42 anni, segnando un aumento di quattro anni rispetto al 2008. Oggi un lavoratore su tre ha superato i cinquant’anni e, nonostante una stabilizzazione del dato a partire dal 2020, la tendenza di fondo resta chiara: la forza lavoro italiana sta invecchiando. La fotografia, scattata dall’Ufficio studi della CGIA, restituisce un quadro che non riguarda solo la demografia, ma investe direttamente il sistema produttivo, l’organizzazione delle imprese e la capacità del Paese di innovare.
Sul piano territoriale, le situazioni più critiche si registrano a Potenza, Terni e Biella, dove l’età media supera i 43 anni, mentre le province più “giovani” risultano Vibo Valentia, Aosta e Bolzano. A livello regionale, Basilicata, Molise e Umbria guidano la classifica delle aree con lavoratori più anziani, mentre la Valle d’Aosta si conferma la regione con l’età media più bassa. Il Friuli Venezia Giulia, invece, detiene il primato nazionale per incidenza degli over 50, pari al 35,7 per cento del totale degli occupati.
La trappola demografica delle piccole imprese
L’invecchiamento della forza lavoro si traduce in un problema economico sempre più evidente, soprattutto per le piccole e micro imprese. Il ricambio generazionale nel mercato del lavoro si è inceppato: i lavoratori che escono non vengono sostituiti da giovani in numero sufficiente e questo squilibrio sta diventando un vincolo strutturale alla crescita.
Per molte aziende il primo rischio è operativo. La carenza di manodopera riduce la capacità produttiva e rende difficile presidiare ruoli chiave, in particolare nei settori tecnici e manifatturieri. Non si tratta solo di trovare personale, ma di reperire competenze adeguate in tempi compatibili con le esigenze aziendali, con un aumento dell’incertezza nei processi e una crescente fragilità organizzativa.
Il capitale umano invisibile che si disperde
Il problema più profondo riguarda la perdita del capitale umano “invisibile”. Con l’uscita dei lavoratori più esperti si disperdono conoscenze tacite, competenze di processo e relazioni consolidate con clienti e fornitori. È un patrimonio che non compare nei bilanci, ma che determina la capacità competitiva delle imprese.
Senza un passaggio generazionale strutturato, molte realtà produttive rischiano di perdere in pochi anni il valore costruito in decenni. L’invecchiamento incide anche sull’innovazione: le aziende con un’età media elevata tendono ad adottare più lentamente nuove tecnologie e modelli organizzativi. La digitalizzazione procede in modo disomogeneo, l’automazione viene rinviata e l’integrazione nelle filiere più avanzate si indebolisce, generando un ritardo che tende ad accumularsi nel tempo.
I settori più esposti alla crisi generazionale
I comparti ad alta intensità di lavoro – edilizia, logistica, autotrasporto, facchinaggio e attività produttive con turnazioni notturne – sono tra i più colpiti dall’invecchiamento delle maestranze. In questi settori la difficoltà di attrarre giovani è ormai strutturale: molte professioni non sono più percepite come attrattive dalle nuove generazioni.
Le conseguenze sono molteplici. Quando muratori, carpentieri, autisti o tecnici vanno in pensione senza essere sostituiti, la capacità produttiva delle imprese si riduce. Inoltre, una forza lavoro più anziana è più esposta a infortuni e problemi di salute, con ricadute su assenteismo, costi assicurativi e spese indirette. Il ricorso alla manodopera straniera ha finora mitigato il problema, ma non rappresenta una soluzione strutturale di lungo periodo.
Giovani e lavoro: la fuga dalle piccole imprese
In un mercato del lavoro con pochi giovani disponibili, le piccole imprese risultano le più penalizzate. Quando devono scegliere, i giovani preferiscono quasi sempre le grandi aziende, percepite come più solide e capaci di offrire percorsi di carriera strutturati, formazione interna, welfare aziendale e maggiore stabilità.
Non è solo una questione salariale. Le grandi imprese offrono un valore simbolico e reputazionale che arricchisce il curriculum e facilita la mobilità professionale. Dopo la pandemia, inoltre, le nuove generazioni attribuiscono crescente importanza a flessibilità, smart working, attenzione alla sostenibilità e inclusione. Questo insieme di fattori sta orientando le scelte occupazionali e rischia di accentuare ulteriormente il divario tra grandi e piccole imprese.
Boom degli over 50 e contrazione della fascia centrale
L’analisi per classi di età conferma la portata del fenomeno. La fascia tra i 25 e i 44 anni, considerata la più strategica per il sistema produttivo, è quella che ha registrato la contrazione più marcata negli ultimi sedici anni. Al contrario, le classi più anziane hanno conosciuto un’espansione significativa: gli over 50 sono cresciuti in modo esponenziale, con aumenti superiori al 150 per cento nella fascia 55-59 anni e addirittura oltre il 370 per cento tra i 60 e i 64 anni. Un trend legato sia all’invecchiamento della popolazione sia alle riforme previdenziali che hanno progressivamente allungato la vita lavorativa.
Una sfida strategica per il sistema produttivo
Il progressivo invecchiamento della forza lavoro non è più una variabile demografica, ma una questione strategica per il sistema produttivo italiano. Senza politiche efficaci di attrazione dei giovani, valorizzazione delle competenze e trasferimento del know-how, il rischio è quello di una perdita strutturale di competitività.
Per le imprese, soprattutto le più piccole, la sfida non riguarda solo il reclutamento, ma la capacità di governare la transizione generazionale, integrare innovazione tecnologica e capitale umano e costruire modelli organizzativi in grado di reggere l’urto di una trasformazione che è ormai irreversibile.
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