La validità della notificazione di un atto tributario tramite posta elettronica certificata dipende dall’utilizzo di un indirizzo PEC ufficialmente presente nei registri pubblici previsti dalla legge. Una volta rispettato questo presupposto, eventuali problemi tecnici della casella di posta del destinatario non possono essere opposti per contestare la notifica. È questo il principio ribadito dalla Corte di giustizia tributaria di secondo grado del Lazio con la sentenza n. 1692/2026, destinata a rafforzare l’orientamento giurisprudenziale in materia di domicilio digitale.
La controversia nasceva dal ricorso di un contribuente contro un atto dell’Agenzia della Riscossione. Tra le censure formulate vi era quella relativa alla presunta invalidità della notificazione via PEC, ritenuta inesistente o comunque nulla perché effettuata, secondo il ricorrente, attraverso un indirizzo non idoneo.
I giudici hanno però escluso tale ricostruzione, evidenziando che l’elemento determinante è la corrispondenza dell’indirizzo PEC del destinatario con quello risultante dai registri pubblici, come l’Indice Nazionale degli Indirizzi PEC (INI-PEC), il Registro delle imprese o gli altri elenchi previsti dalla normativa. Questi registri, infatti, svolgono la funzione di garantire certezza nei rapporti giuridici, individuando un recapito digitale al quale attribuire pieno valore legale.
Secondo la Corte, l’amministrazione notificante è tenuta esclusivamente a verificare che l’indirizzo utilizzato coincida con quello ufficialmente iscritto al momento della notifica. Una volta effettuato questo controllo, la notificazione deve considerarsi perfezionata, senza che possano assumere rilievo eventuali disservizi della casella PEC imputabili al destinatario.
La sentenza attribuisce particolare rilievo al concetto di domicilio digitale. L’iscrizione della PEC nei registri pubblici non rappresenta infatti un semplice adempimento amministrativo, ma costituisce la scelta di un recapito elettronico destinato a sostituire, per gli atti notificabili telematicamente, il tradizionale domicilio fisico. Da questa impostazione deriva un preciso obbligo di diligenza a carico del titolare della casella, chiamato a garantirne il corretto funzionamento, il costante aggiornamento e la capacità di ricevere comunicazioni aventi valore legale.
Nel caso esaminato, i giudici hanno inoltre rilevato che l’Agenzia aveva estratto l’indirizzo del destinatario dal pubblico registro competente e che la notificazione era stata trasmessa da un indirizzo istituzionale presente nell’elenco IPA-GOV. Circostanze che confermavano il pieno rispetto della disciplina vigente.
Un ulteriore profilo affrontato dalla sentenza riguarda l’indirizzo PEC del mittente. La Corte ha escluso che per le Agenzie fiscali esista un obbligo di preventiva iscrizione del proprio indirizzo nei pubblici registri, precisando che la disciplina prevista dall’articolo 3-bis della legge n. 53 del 1994 riguarda esclusivamente le notificazioni effettuate dagli avvocati e non quelle eseguite dall’amministrazione finanziaria.
A sostegno della decisione, il Collegio richiama anche la giurisprudenza della Corte di cassazione, secondo cui l’eventuale mancata presenza dell’indirizzo del mittente nell’INI-PEC non determina automaticamente l’invalidità della notifica. Per ottenere un simile risultato, il contribuente dovrebbe dimostrare un concreto pregiudizio al proprio diritto di difesa, circostanza che, nel caso di specie, non era stata neppure allegata.
Anzi, osservano i giudici, il comportamento della contribuente dimostrava l’esatto contrario: l’atto era stato ricevuto, stampato, allegato al ricorso e contestato nei termini, consentendo il pieno esercizio delle proprie difese.
Per questo motivo trova applicazione anche il principio generale dell’articolo 156 del codice di procedura civile, secondo il quale la nullità di un atto non può essere dichiarata quando questo abbia comunque raggiunto il proprio scopo. Nel caso concreto, la notificazione aveva prodotto tutti gli effetti previsti dall’ordinamento, rendendo infondate le eccezioni preliminari sollevate dall’appellante.
La pronuncia conferma così un orientamento ormai consolidato: il sistema del domicilio digitale attribuisce al titolare della PEC la responsabilità della corretta gestione della propria casella, mentre l’amministrazione soddisfa i propri obblighi quando utilizza l’indirizzo risultante dai registri pubblici previsti dalla legge.

