Processo penale telematico, la Consulta conferma: PEC errata e impugnazione inammissibile

Nel processo penale telematico l’errore nell’individuazione della casella PEC può costare molto caro. Lo ha ribadito la Corte costituzionale con la sentenza n. 77, depositata ieri 14 maggio 2026, dichiarando non fondata la questione di legittimità costituzionale relativa alla disciplina che prevede l’inammissibilità dell’impugnazione inviata a un indirizzo PEC diverso da quello ufficialmente previsto.

La vicenda nasce dal regime transitorio introdotto dal decreto legislativo n. 150 del 2022, che consente il deposito telematico di determinati atti processuali penali, comprese le impugnazioni relative a misure cautelari personali o reali, purché la trasmissione avvenga verso gli indirizzi inseriti negli elenchi ufficiali predisposti dal Direttore generale dei sistemi informativi automatizzati del Ministero della Giustizia.

Secondo la Consulta, il sistema non viola né il principio di uguaglianza né il diritto di difesa, poiché le regole di accesso al deposito telematico sono definite in modo chiaro e prevedibile. L’utilizzo di un indirizzo PEC diverso da quello indicato negli elenchi ufficiali comporta quindi l’inammissibilità dell’impugnazione, anche se l’atto arriva comunque entro i termini all’ufficio giudiziario competente.

La pronuncia si inserisce in un contesto giurisprudenziale che negli ultimi mesi aveva registrato orientamenti differenti. Alcune decisioni della Cassazione avevano infatti ritenuto sanabile l’errore nel deposito telematico, mentre altre avevano optato per una linea più rigorosa. A dirimere il contrasto erano già intervenute le Sezioni Unite penali con la sentenza n. 6565 del 18 febbraio 2026, affermando il principio secondo cui l’impugnazione inviata a una PEC non compresa nell’elenco DGSIA deve considerarsi inammissibile.

La Corte costituzionale ha sostanzialmente confermato questo orientamento, introducendo però un’importante precisazione: l’atto può considerarsi valido se la cancelleria che lo ha ricevuto erroneamente provvede, entro i termini di legge, a inoltrarlo telematicamente all’indirizzo corretto, preservando così quella che viene definita “continuità digitale” del procedimento.


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Pinelli: “La giustizia deve essere prevedibile e riconquistare la fiducia dei cittadini”

Dopo il referendum sulla giustizia che ha respinto la riforma proposta dal centrodestra, il vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Fabio Pinelli, traccia un bilancio dell’attuale fase istituzionale e del ruolo della magistratura italiana in una lunga intervista al Corriere della Sera.

Secondo Pinelli, il risultato referendario non rappresenta una “sopravvivenza” del CSM, ma piuttosto la conferma della capacità dell’istituzione di continuare a operare mantenendo un profilo istituzionale elevato anche durante una campagna particolarmente accesa. Nell’intervista, il vicepresidente sottolinea come il Consiglio abbia lavorato per ridurre la conflittualità interna e aumentare la trasparenza nelle nomine degli incarichi direttivi, deliberate all’unanimità in una percentuale molto elevata.

Pinelli rivendica inoltre una significativa riduzione dei tempi delle vacanze negli uffici giudiziari e definisce la sezione disciplinare “rigorosa” e caratterizzata da decisioni coerenti e prevedibili. Proprio il tema della prevedibilità viene indicato come uno dei nodi centrali del sistema giustizia italiano.

“La certezza del diritto e la prevedibilità delle decisioni” — osserva Pinelli nell’intervista — rappresentano elementi fondamentali anche per la credibilità del Paese sul piano economico e internazionale. Da qui la richiesta di una semplificazione normativa e della costruzione di un nuovo modello di giustizia capace di confrontarsi con i cambiamenti demografici, economici e tecnologici contemporanei.

Nel colloquio con il quotidiano milanese emerge anche una riflessione sul rapporto tra politica, diritto penale e sistema carcerario. Pinelli evidenzia come negli anni si sia progressivamente ampliata la tendenza a trasferire sul diritto penale questioni che dovrebbero essere affrontate con altri strumenti, auspicando una risposta dello Stato meno incentrata sulla detenzione per i reati minori e privi di allarme sociale. Una posizione che viene collegata anche al problema strutturale del sovraffollamento carcerario e alla necessità di preservare la funzione rieducativa della pena.

Ampio spazio viene dedicato anche al rapporto tra magistratura e opinione pubblica dopo il caso Palamara e dopo le tensioni degli ultimi anni tra politica e toghe. Pinelli invita a “voltare pagina”, sostenendo che la reputazione del CSM debba fondarsi esclusivamente sulla correttezza, sulla serietà e sulla trasparenza dell’attività quotidiana dell’organo di autogoverno.

Sul ruolo della magistratura, il vicepresidente del CSM riconosce il valore del lavoro svolto da molti magistrati italiani, ma al tempo stesso richiama la necessità di non cercare consenso o potere, bensì la fiducia dei cittadini attraverso equilibrio istituzionale e rispetto del principio di uguaglianza davanti alla legge.

Nell’intervista viene affrontato anche il tema del processo mediatico, tornato centrale dopo casi di grande esposizione pubblica come la vicenda di Delitto di Garlasco. Secondo Pinelli, tutti gli attori coinvolti — magistratura, avvocatura e mezzi di comunicazione — dovrebbero ricordare che il luogo dell’accertamento delle responsabilità resta esclusivamente il processo.


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Esame forense nel limbo, cresce la pressione su Ministero e Parlamento

A pochi mesi dalla prossima sessione dell’esame di abilitazione alla professione forense, continua a crescere il clima di incertezza attorno alle modalità di svolgimento delle prove. Una situazione che coinvolge migliaia di praticanti avvocati e che sta alimentando un confronto sempre più acceso tra istituzioni, politica e rappresentanze dell’avvocatura.

Il tema è stato affrontato il 14 maggio nel corso di un incontro tra il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto e il presidente del Consiglio Nazionale Forense Francesco Greco. Al centro del confronto, la richiesta avanzata dal CNF di stralciare dal disegno di legge delega di riforma forense le disposizioni relative all’esame di abilitazione, così da consentire l’adozione di un provvedimento autonomo e urgente dedicato esclusivamente alla sessione 2026.

Secondo Greco, le Scuole forensi stanno già programmando attività formative e organizzative per i praticanti e diventa quindi indispensabile chiarire rapidamente criteri e modalità delle prove. Il viceministro avrebbe assicurato che il Ministero è al lavoro per individuare una soluzione capace di garantire il regolare svolgimento dell’esame.

L’ipotesi di uno stralcio dal ddl forense ha però immediatamente aperto un fronte politico. Il deputato Devis Dori ha espresso preoccupazione per la possibilità che decisioni su una materia così delicata possano maturare fuori dal confronto parlamentare, ricordando come la mancata proroga delle modalità semplificate nel decreto Milleproroghe abbia già lasciato migliaia di candidati senza indicazioni certe sul futuro esame.

Dori ha inoltre chiesto un chiarimento ufficiale al Ministero della Giustizia, sostenendo che sarebbe preferibile intervenire attraverso un decreto legge specifico sulla sessione 2026 piuttosto che modificare un testo di riforma già approdato in Aula dopo un lungo lavoro parlamentare.

Sul tema è intervenuto anche Movimento Forense, che ha denunciato le conseguenze concrete dell’attuale situazione di stallo. In una nota, l’associazione ha evidenziato come l’assenza di regole definitive stia incidendo non soltanto sull’organizzazione dello studio, ma anche sulla serenità personale dei praticanti, chiamati ad affrontare una prova tradizionalmente complessa senza conoscere ancora con precisione struttura e modalità dell’esame.

Secondo Movimento Forense, il problema non può essere ridotto a una questione amministrativa: la certezza delle regole rappresenta infatti una condizione essenziale di trasparenza e correttezza nei confronti di chi si prepara a entrare nella professione. Da qui la richiesta di un intervento immediato del Ministero per definire senza ulteriori ritardi il quadro normativo e organizzativo della sessione 2026.


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Caso Garlasco, Nordio riapre il dibattito sulle doppie assoluzioni e sul “ragionevole dubbio”

Le dichiarazioni del ministro della Giustizia Carlo Nordio sul caso Delitto di Garlasco riaccendono il confronto sul funzionamento del processo penale italiano, sul principio dell’“oltre ogni ragionevole dubbio” e sul tema delle condanne intervenute dopo precedenti assoluzioni.

Intervenendo a margine di un convegno, il Guardasigilli ha definito “anomala” la situazione processuale maturata attorno alla vicenda di Alberto Stasi, sottolineando come nell’opinione pubblica emerga inevitabilmente un senso di disorientamento di fronte a un quadro nel quale una persona ha già scontato una condanna definitiva mentre, parallelamente, si sviluppano nuove attività investigative che prospettano scenari differenti rispetto all’impostazione originaria dell’accusa.

Nordio ha richiamato il tema delle assoluzioni nei primi due gradi di giudizio, osservando come il sistema italiano consenta, anche in assenza di nuove prove decisive, il ribaltamento di decisioni assolutorie attraverso il giudizio di legittimità e il successivo rinvio disposto dalla Corte di Cassazione. Un meccanismo che, secondo il ministro, rappresenterebbe un’anomalia difficilmente concepibile nei sistemi di matrice anglosassone.

Il riferimento è alla lunga vicenda giudiziaria che, dopo le assoluzioni pronunciate in primo grado e in appello, portò a una nuova valutazione del procedimento e infine alla condanna definitiva di Stasi. Un percorso processuale che continua ancora oggi ad alimentare il dibattito giuridico sul rapporto tra certezza della prova, stabilità delle decisioni e tutela delle garanzie difensive.

Sul tema è intervenuto anche Francesco Petrelli, presidente dell’Unione delle Camere Penali Italiane, che ha evidenziato come il sistema processuale italiano presenti, a suo avviso, uno squilibrio strutturale a favore dell’accusa, soprattutto nella fase delle impugnazioni promosse dalle procure.

Secondo Petrelli, la possibilità di arrivare a condanne dopo doppie assoluzioni contribuisce ad alimentare lo sconcerto dell’opinione pubblica e rende necessario un ripensamento culturale del processo penale, oltre che una revisione delle sue dinamiche strutturali. Il penalista ha inoltre richiamato il tema della “cultura della prova”, osservando come il principio dell’oltre ogni ragionevole dubbio rischi talvolta di essere evocato più sul piano retorico che come effettivo criterio di valutazione probatoria.

Nel suo intervento, Petrelli ha posto l’attenzione anche sull’utilizzo della prova scientifica e sulle nuove criticità derivanti dall’ingresso delle tecnologie avanzate nei procedimenti giudiziari. In particolare, il presidente dell’UCPI ha richiamato i rischi legati ai contributi forniti dall’intelligenza artificiale, soprattutto nei casi in cui strumenti algoritmici o sistemi automatizzati vengano utilizzati senza adeguati criteri di verificabilità, trasparenza e controllo.


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L’intelligenza artificiale entra nel TUF: la governance digitale diventa un obbligo strategico

Con il Decreto Legislativo 27 marzo 2026, n. 47, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 14 aprile ed entrato in vigore il 29 aprile, l’intelligenza artificiale fa il suo ingresso formale nel Testo Unico della Finanza. Un passaggio che segna un’evoluzione significativa nel rapporto tra innovazione tecnologica, governance societaria e sistemi di controllo interno.

Il provvedimento introduce anzitutto due nuove definizioni destinate ad avere un impatto rilevante sul settore finanziario. La prima riguarda il “sistema di intelligenza artificiale”, richiamato secondo la definizione prevista dal regolamento europeo sull’IA. La seconda riguarda invece i “rischi informatici”, intesi come tutte quelle circostanze connesse all’utilizzo di sistemi e reti digitali che possano compromettere sicurezza, processi operativi o servizi, con effetti negativi tanto nell’ambiente digitale quanto in quello fisico.

Le modifiche più rilevanti intervengono sull’articolo 123-bis del TUF, relativo alla relazione sul governo societario e sugli assetti proprietari degli emittenti. Da ora, le società dovranno indicare — qualora adottate — le politiche relative all’utilizzo e al monitoraggio delle nuove tecnologie e, in particolare, dei sistemi di IA impiegati negli assetti amministrativi, organizzativi e contabili.

Accanto a questo obbligo, il decreto impone anche la descrizione delle politiche di gestione e controllo dei rischi informatici, inclusi quelli legati alla cybersicurezza e all’integrazione delle nuove tecnologie nei processi aziendali. Cambia inoltre il ruolo del revisore o della società di revisione, chiamati a verificare la presenza nella relazione societaria anche delle nuove informazioni richieste dalla normativa.

La riforma tocca poi il sistema dei controlli interni attraverso l’introduzione del nuovo articolo 149-ter del TUF. La disposizione stabilisce che, qualora vengano adottati strumenti di monitoraggio continuo o sistemi di controllo automatici e predittivi, questi dovranno essere adeguati e proporzionati alle dimensioni dell’impresa e ai rischi ai quali essa è esposta.

L’intelligenza artificiale viene quindi collocata in una doppia prospettiva: da un lato tecnologia da presidiare e regolamentare, dall’altro leva per rendere i controlli più continui, tempestivi ed efficienti.

Il nuovo quadro normativo arriva in un contesto in cui l’IA è già largamente presente nel settore finanziario, ma con livelli di governance ancora molto disomogenei. A evidenziarlo è il rapporto 2026 realizzato da OCSE e Banca d’Italia sull’adozione dell’intelligenza artificiale nei mercati finanziari italiani.

Secondo l’indagine, condotta nel secondo trimestre del 2025 su 450 operatori, il 39% degli intervistati utilizza già sistemi di IA nelle attività quotidiane, mentre tra gli operatori dei mercati finanziari il tasso di adozione si attesta al 31%. Le applicazioni più diffuse riguardano l’ottimizzazione dei processi interni, l’analisi dei dati, la produzione e sintesi di contenuti testuali, la prevenzione delle frodi, le attività antiriciclaggio e l’assistenza alla clientela.

Il dato più significativo, tuttavia, riguarda il divario tra innovazione tecnologica e maturità organizzativa. Solo il 16% degli operatori ha introdotto strutture specifiche di governance dedicate all’IA, mentre molti soggetti si limitano ad adattare sistemi di controllo già esistenti. Inoltre, quasi la metà degli intervistati non ha ancora adottato misure specifiche per contrastare le nuove minacce informatiche collegate all’utilizzo dell’intelligenza artificiale.

Il report richiama anche le criticità legate alla frammentazione normativa e alla complessità regolatoria. Tra i principali ostacoli vengono indicati i dubbi interpretativi sul coordinamento tra AI Act, disciplina DORA, protezione dei dati personali, proprietà intellettuale e normativa finanziaria, oltre alla carenza di competenze specialistiche, ai costi di implementazione e all’opacità dei modelli sviluppati da fornitori terzi.

In questo scenario, il cosiddetto “Digital Omnibus” europeo dovrebbe contribuire a una maggiore semplificazione del quadro digitale, riducendo sovrapposizioni normative e obblighi duplicati di reporting.

La modifica del TUF, dunque, non si limita ad aggiungere nuovi adempimenti formali. Il legislatore sembra piuttosto voler affermare un principio destinato a incidere profondamente sulla governance delle imprese: quando l’intelligenza artificiale entra nei processi organizzativi, nella gestione dei dati e nei sistemi di controllo, smette di essere soltanto una questione tecnologica e diventa un tema strategico di responsabilità aziendale.


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Giustizia, Nordio ridisegna le deleghe: carcere a Balboni, minorile a Ostellari

Roma, 13 maggio 2026 – Nell’ottica di una redistribuzione delle deleghe del Dicastero, il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha attribuito al Viceministro Francesco Paolo Sisto la delega al Dipartimento per l’Innovazione tecnologica della giustizia, che si aggiunge alle sue precedenti; al Sottosegretario Alberto Balboni il Dipartimento per l’Amministrazione penitenziaria e la Magistratura Onoraria; al Sottosegretario Andrea Ostellari il Dgmc, Dipartimento per la Giustizia minorile e di Comunità.

L’assetto delle nuove deleghe, in quest’ultimo caso, risulta funzionale al potenziamento del Dgmc, nella scelta politica di contrastare al meglio la devianza giovanile, fenomeno di assoluta attualità. Tale potenziamento prevede quindi il rafforzamento dell’intero Dipartimento Minorile, anche sotto il profilo del personale penitenziario.


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Roma, 13 maggio 2026 – “Spero che entro la legislatura riusciremo a portare a soluzione normativa questa novità, importante perché dà sicurezza non solo alle imprese, ma soprattutto ai lavoratori. Ringrazio la Commissione presieduta dal Viceministro Sisto per il lavoro svolto”.  Così ha dichiarato il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che ieri pomeriggio, nella Sala Livatino di Via Arenula, ha ricevuto la relazione finale della Commissione ministeriale, formata da 12 esperti in diverse materie, sulle norme in materia di sicurezza sul lavoro. Un passaggio importante per le nuove iniziative normative in materia.

La Commissione, insediatasi nell’aprile del 2024, ha studiato gli assetti organizzativi dell’impresa, come disciplinati dalla legge n. 231/2001, e approntato dei meccanismi “premianti” per l’imprenditore che adotti tutte le misure idonee per la sicurezza dei lavoratori.  Tra le proposte della Commissione ci sono: l’introduzione di criteri oggettivi e chiari per valutare la gravità della colpa dell’imprenditore; una “corsia preferenziale” per i reati attinenti alla sicurezza sul lavoro, con l’obbligo per il pubblico ministero di sentire la persona offesa entro tre giorni dall’iscrizione nel registro delle notizie di reato; il riconoscimento del Responsabile del Servizio di prevenzione e protezione come soggetto di competenze tecniche esclusive e autonomia operativa. Le proposte di modifica normativa presentate al Ministro Nordio potrebbero successivamente confluire in una legge delega.

“Abbiamo provato a rendere le imprese dei soggetti attivi, anziché passivi, in tema di sicurezza. Soggetti che approntano tutte le misure necessarie perché gli conviene farlo”, ha sottolineato il Viceministro alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto.  “Presiedere questa Commissione – ha proseguito – è stato come scrivere una partitura per un musicista: è quando la scrivi che è disponibile per gli altri. Spero che possa essere ‘suonata’ dall’‘orchestra’ del Parlamento e che diventi un must in tema di sicurezza”.


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Magistrati onorari, la Consulta boccia la rinuncia ai diritti UE

La Corte costituzionale interviene nuovamente sul delicato tema della magistratura onoraria e apre uno scenario destinato ad avere effetti non soltanto giuridici, ma anche economici e organizzativi sull’intero sistema giustizia. Con la sentenza n. 71/2026, depositata ieri, 12 marzo 2026, la Consulta ha dichiarato illegittima la disposizione che subordinava la stabilizzazione dei magistrati onorari alla rinuncia preventiva ai diritti riconosciuti dall’ordinamento europeo, in particolare in materia di ferie retribuite, previdenza e assistenza.

La norma censurata era stata introdotta nell’ambito della riforma della magistratura onoraria per regolare il percorso di stabilizzazione dei giudici di pace e degli altri magistrati onorari già in servizio. Secondo la Corte, tuttavia, il legislatore non poteva subordinare il superamento dell’illecito derivante dalla reiterazione degli incarichi alla rinuncia ai diritti maturati nel rapporto precedente.

La pronuncia si inserisce in un orientamento ormai consolidato anche a livello europeo e amministrativo, rafforzato da una recente decisione del Consiglio di Stato che aveva già evidenziato criticità analoghe. Per la Consulta, infatti, la stabilizzazione può rappresentare uno strumento di riequilibrio rispetto all’abuso dei rapporti reiterati, ma non può trasformarsi in una condizione che impedisca ai magistrati onorari di rivendicare le tutele previste dal diritto dell’Unione europea.

Particolarmente rilevante è il passaggio in cui la Corte sottolinea la lesione del diritto alla tutela giurisdizionale: la previsione normativa contestata, infatti, impediva ai magistrati onorari di avviare nuove azioni giudiziarie o di proseguire quelle già pendenti per ottenere il riconoscimento dei propri diritti.

Le conseguenze economiche potrebbero essere significative. Secondo le stime diffuse da rappresentanti della categoria, la platea interessata riguarderebbe circa 4.200 magistrati onorari, con importi potenzialmente elevati soprattutto nei casi di maggiore anzianità di servizio. A queste somme andrebbero inoltre aggiunti gli oneri collegati alla ricostruzione delle posizioni previdenziali.

La sentenza, infine, richiama direttamente Governo e Parlamento alla necessità di definire criteri chiari per la quantificazione economica dei diritti riconosciuti ai magistrati onorari, tenendo conto della natura non esclusiva dell’attività svolta e delle concrete modalità di esercizio delle funzioni. In assenza di un intervento normativo, sarà la giurisdizione ordinaria a dover determinare caso per caso gli importi spettanti.


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Processo penale telematico, Movimento Forense denuncia il rischio di disparità tra accusa e difesa

Il processo penale telematico rappresenta una trasformazione destinata a incidere profondamente sull’organizzazione della giustizia penale italiana. Ma la digitalizzazione, secondo Movimento Forense, non può tradursi in una compressione delle garanzie difensive né alterare l’equilibrio tra accusa e difesa.

In un documento dedicato alle criticità del Processo Penale Telematico (PPT) e dell’APP – l’applicativo destinato alla gestione digitale del procedimento penale – l’associazione forense richiama l’attenzione sui rischi di una “dispari opportunità” tra le parti processuali, con possibili ricadute sul principio costituzionale del contraddittorio.

Pur riconoscendo che il processo telematico costituisca un passaggio irreversibile verso una giustizia più moderna ed efficiente, Movimento Forense sottolinea come l’attuale configurazione dei sistemi informatici possa determinare un vantaggio operativo e informativo per l’accusa rispetto alla difesa.

Tra le criticità evidenziate vi è innanzitutto la gestione del fascicolo telematico. Secondo l’associazione, gli atti di indagine e di giudizio inseriti nei sistemi digitali devono essere conoscibili da tutte le parti in tempi certi e con modalità uniformi, affinché il fascicolo telematico diventi realmente il luogo centrale del contraddittorio.

Un ulteriore problema riguarda la frammentazione degli strumenti utilizzati. La coesistenza tra il PDP, destinato ai depositi dei difensori delle parti private, e l’APP, utilizzato dagli uffici giudiziari, produce infatti modalità di accesso differenti da territorio a territorio, generando incertezza e disomogeneità operative.

Movimento Forense segnala inoltre la mancanza di un sistema automatico e tracciabile di notifiche relativo ai depositi effettuati dalle altre parti processuali o dalla cancelleria. In assenza di avvisi telematici certi, il difensore sarebbe costretto a un controllo continuo del fascicolo digitale per verificare l’inserimento di atti, documenti, verbali o comunicazioni rilevanti.

Secondo l’associazione, questa impostazione rischia di creare una posizione privilegiata per il pubblico ministero nell’accesso e nella consultazione del fascicolo telematico, compromettendo il principio di parità delle armi nel processo penale.

Per questo Movimento Forense chiede che, dopo l’esercizio dell’azione penale e il deposito della nomina difensiva, venga garantito al difensore un accesso diretto e tempestivo al fascicolo telematico, accompagnato da un sistema stabile di informazione sui depositi effettuati dalle altre parti e dalla cancelleria.

L’associazione auspica infine un intervento chiaro del Ministero della Giustizia affinché le specifiche tecniche del PPT, dell’APP e i regolamenti ministeriali prevedano strumenti uniformi su tutto il territorio nazionale, capaci di assicurare un’effettiva parità tra le parti processuali e di rafforzare, anziché indebolire, le garanzie difensive nel nuovo ecosistema digitale della giustizia penale.


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Compensi degli avvocati, la Cassazione chiarisce quando decorre la prescrizione

La prescrizione dei compensi spettanti agli avvocati decorre soltanto dal momento in cui la causa può considerarsi realmente conclusa. A ribadirlo è la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 12998 del 6 maggio 2026, intervenuta per chiarire l’applicazione dell’articolo 2957, secondo comma, del Codice civile.

La Suprema Corte ha ricordato che il termine triennale previsto per il recupero degli onorari professionali inizia a decorrere dalla definizione definitiva della lite, coincidente con la pubblicazione della sentenza non più soggetta a impugnazione. Diversamente, nei procedimenti non ancora conclusi, il termine decorre dall’ultima attività compiuta dall’avvocato in esecuzione del mandato ricevuto.

Il caso esaminato riguardava una controversia nella quale il giudice d’appello aveva individuato il dies a quo nella data di pubblicazione della sentenza relativa al procedimento per cui era stato richiesto il compenso professionale. Tuttavia, quella decisione era ancora impugnabile e non poteva quindi essere considerata conclusiva dell’intera vicenda processuale.

Per questo motivo la Cassazione ha annullato la pronuncia, evidenziando come la Corte territoriale avrebbe dovuto tenere conto anche di una successiva attività svolta dal difensore, vale a dire la notificazione della sentenza effettuata nei giorni immediatamente successivi.


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