Le dichiarazioni del ministro della Giustizia Carlo Nordio sul caso Delitto di Garlasco riaccendono il confronto sul funzionamento del processo penale italiano, sul principio dell’“oltre ogni ragionevole dubbio” e sul tema delle condanne intervenute dopo precedenti assoluzioni.
Intervenendo a margine di un convegno, il Guardasigilli ha definito “anomala” la situazione processuale maturata attorno alla vicenda di Alberto Stasi, sottolineando come nell’opinione pubblica emerga inevitabilmente un senso di disorientamento di fronte a un quadro nel quale una persona ha già scontato una condanna definitiva mentre, parallelamente, si sviluppano nuove attività investigative che prospettano scenari differenti rispetto all’impostazione originaria dell’accusa.
Nordio ha richiamato il tema delle assoluzioni nei primi due gradi di giudizio, osservando come il sistema italiano consenta, anche in assenza di nuove prove decisive, il ribaltamento di decisioni assolutorie attraverso il giudizio di legittimità e il successivo rinvio disposto dalla Corte di Cassazione. Un meccanismo che, secondo il ministro, rappresenterebbe un’anomalia difficilmente concepibile nei sistemi di matrice anglosassone.
Il riferimento è alla lunga vicenda giudiziaria che, dopo le assoluzioni pronunciate in primo grado e in appello, portò a una nuova valutazione del procedimento e infine alla condanna definitiva di Stasi. Un percorso processuale che continua ancora oggi ad alimentare il dibattito giuridico sul rapporto tra certezza della prova, stabilità delle decisioni e tutela delle garanzie difensive.
Sul tema è intervenuto anche Francesco Petrelli, presidente dell’Unione delle Camere Penali Italiane, che ha evidenziato come il sistema processuale italiano presenti, a suo avviso, uno squilibrio strutturale a favore dell’accusa, soprattutto nella fase delle impugnazioni promosse dalle procure.
Secondo Petrelli, la possibilità di arrivare a condanne dopo doppie assoluzioni contribuisce ad alimentare lo sconcerto dell’opinione pubblica e rende necessario un ripensamento culturale del processo penale, oltre che una revisione delle sue dinamiche strutturali. Il penalista ha inoltre richiamato il tema della “cultura della prova”, osservando come il principio dell’oltre ogni ragionevole dubbio rischi talvolta di essere evocato più sul piano retorico che come effettivo criterio di valutazione probatoria.
Nel suo intervento, Petrelli ha posto l’attenzione anche sull’utilizzo della prova scientifica e sulle nuove criticità derivanti dall’ingresso delle tecnologie avanzate nei procedimenti giudiziari. In particolare, il presidente dell’UCPI ha richiamato i rischi legati ai contributi forniti dall’intelligenza artificiale, soprattutto nei casi in cui strumenti algoritmici o sistemi automatizzati vengano utilizzati senza adeguati criteri di verificabilità, trasparenza e controllo.
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