Riforma forense, il via libera dell’Antitrust è condizionato: compensi, governance e specializzazioni sotto osservazione

La riforma dell’ordinamento forense supera il primo esame dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato (AGCM), ma il parere pubblicato nel Bollettino del 1° giugno 2026 contiene una serie di osservazioni che potrebbero incidere in modo significativo sulla futura stesura dei decreti attuativi.

Secondo l’Antitrust, il disegno di legge presenta diversi elementi positivi, soprattutto sul fronte dell’accesso alla professione. Tra questi figurano la semplificazione del percorso di ingresso e la revisione dell’esame di Stato, con una riduzione delle prove scritte e criteri di valutazione più uniformi. Misure che, nelle valutazioni dell’Autorità, contribuiscono a ridurre le barriere all’ingresso e a favorire una maggiore apertura del mercato professionale.

Parere favorevole anche sulla formazione continua, considerata uno strumento essenziale per garantire elevati standard qualitativi nell’esercizio della professione forense.

Le principali perplessità emergono invece sul tema dei compensi professionali. L’AGCM richiama il principio generale secondo cui il rapporto economico tra avvocato e cliente deve essere fondato sulla libera negoziazione. In quest’ottica, l’equo compenso rappresenta una deroga limitata a specifiche situazioni caratterizzate da uno squilibrio contrattuale, come i rapporti con grandi imprese, banche, assicurazioni e pubbliche amministrazioni.

Secondo l’Autorità, alcune disposizioni contenute nella delega rischiano però di estendere indirettamente questo meccanismo anche a rapporti professionali ordinari o continuativi, facendo dei parametri forensi una sorta di riferimento obbligatorio generalizzato. Un’evoluzione che, secondo l’Antitrust, potrebbe tradursi in una limitazione della concorrenza e della libertà contrattuale, senza che vi siano le stesse ragioni di tutela che giustificano l’applicazione dell’equo compenso nei confronti dei grandi committenti.

Ulteriori riserve riguardano il possibile ampliamento dell’utilizzo del parere di congruità rilasciato dagli Ordini professionali. L’AGCM osserva che l’estensione di questo strumento oltre l’ambito oggi previsto dalla normativa sull’equo compenso potrebbe rafforzare il ruolo dei parametri ministeriali anche nei rapporti regolati dalla libera pattuizione tra professionista e cliente.

Nel parere viene inoltre ribadito un principio più volte affermato dall’Autorità: non esiste un legame automatico tra livello del compenso e qualità della prestazione professionale. La qualità dei servizi legali, secondo l’AGCM, deve essere garantita attraverso formazione, aggiornamento professionale e controlli disciplinari, piuttosto che mediante l’introduzione di soglie economiche minime.

Un secondo fronte di attenzione riguarda il ruolo del Consiglio Nazionale Forense. L’Autorità ritiene opportuno evitare che organismi rappresentativi della categoria assumano direttamente funzioni regolatorie capaci di incidere sull’accesso e sull’esercizio della professione. Il rischio evidenziato è quello di una sovrapposizione tra funzioni di rappresentanza e poteri normativi. Per questo l’AGCM suggerisce che il potere regolamentare resti in capo alle istituzioni pubbliche, lasciando al CNF un ruolo consultivo.

Osservazioni anche sul sistema delle specializzazioni forensi. La bozza di riforma prevede infatti che il conseguimento dei titoli specialistici passi attraverso percorsi formativi organizzati dagli Ordini in collaborazione con le associazioni forensi. Per l’Antitrust, tuttavia, un sistema costruito esclusivamente attorno ai corsi rischierebbe di penalizzare professionisti che abbiano maturato competenze specialistiche attraverso l’esperienza concreta, l’attività scientifica o percorsi formativi alternativi. Da qui la richiesta di criteri più aperti, trasparenti e non discriminatori.

Nel complesso, l’Autorità non mette in discussione l’impianto generale della riforma, ma invita il legislatore a prestare particolare attenzione alla fase attuativa. Saranno infatti i decreti delegati a determinare l’equilibrio tra esigenze di tutela della professione, apertura del mercato e interesse degli utenti dei servizi legali.

La partita, dunque, non si chiude con il via libera dell’Antitrust: le osservazioni formulate dall’Autorità rappresentano un segnale chiaro su quali saranno i punti più delicati del confronto nei prossimi mesi.


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Giustizia e competitività, l’Europa promuove i progressi dei sistemi giudiziari

Una giustizia efficiente non è soltanto una garanzia per i cittadini, ma rappresenta anche un fattore strategico per la crescita economica e la competitività dell’Unione europea. È questo il messaggio che emerge dal EU Justice Scoreboard 2026, il quadro di valutazione annuale pubblicato dalla Commissione europea per monitorare lo stato dei sistemi giudiziari nazionali.

Giunto alla quattordicesima edizione, il rapporto analizza tre dimensioni fondamentali: efficienza, qualità e indipendenza della giustizia, offrendo una panoramica comparativa dei risultati raggiunti dai 27 Stati membri senza elaborare classifiche generali. L’obiettivo è individuare punti di forza, criticità e buone pratiche utili a sostenere le riforme nazionali.

Tra gli elementi più significativi dell’edizione 2026 figura il miglioramento della percezione dell’indipendenza dei sistemi giudiziari e una sostanziale tenuta dei livelli di efficienza raggiunti dopo le difficoltà registrate durante la pandemia. In molti Paesi europei si osserva infatti una riduzione dei tempi dei procedimenti o una loro stabilizzazione, segnale dell’efficacia delle misure adottate per rendere i tribunali più resilienti e capaci di gestire i carichi di lavoro.

La Commissione sottolinea come il buon funzionamento della giustizia sia strettamente collegato al mercato unico. Tribunali indipendenti e procedure rapide favoriscono infatti la certezza del diritto, riducono i costi delle controversie e aumentano la fiducia di imprese e investitori. Non a caso il rapporto richiama numerosi studi che evidenziano una correlazione tra efficienza giudiziaria, produttività delle imprese e crescita economica.

Per la prima volta il quadro di valutazione dedica inoltre un’attenzione specifica ai tribunali e agli organismi che incidono direttamente sul funzionamento del mercato unico, analizzando il ruolo delle giurisdizioni amministrative superiori, delle autorità indipendenti e degli organismi di controllo coinvolti nelle controversie economiche e imprenditoriali.

Un altro capitolo centrale riguarda la trasformazione digitale della giustizia. La Commissione considera la digitalizzazione uno strumento essenziale per migliorare accessibilità, qualità e rapidità dei procedimenti. Il rapporto monitora l’utilizzo di servizi online, videoconferenze e strumenti digitali per la gestione delle pratiche, evidenziando come l’innovazione tecnologica stia diventando un elemento strutturale dei sistemi giudiziari europei. Cresce inoltre l’attenzione verso le applicazioni dell’intelligenza artificiale, già impiegata in alcuni contesti per attività di ricerca giuridica, gestione documentale e supporto organizzativo.

I dati raccolti confluiranno nella prossima Relazione sullo Stato di diritto 2026 e continueranno a rappresentare uno degli strumenti di riferimento per il monitoraggio delle riforme nazionali nell’ambito del Semestre europeo e dei programmi finanziati dal Piano europeo per la ripresa e la resilienza.


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Processo tributario digitale, le notifiche arrivano anche sull’App IO

Il percorso di digitalizzazione della giustizia tributaria compie un nuovo passo avanti con l’integrazione del Processo Tributario Telematico nell’App IO. Da questa settimana difensori e contribuenti potranno ricevere direttamente sul proprio smartphone notifiche relative alle principali comunicazioni processuali inviate dalle Corti di giustizia tributaria.

L’iniziativa, promossa dal Dipartimento della Giustizia Tributaria del Ministero dell’Economia e delle Finanze in collaborazione con Sogei, amplia i servizi già disponibili sulla piattaforma e punta a rendere più immediato il monitoraggio delle attività processuali.

Tra le comunicazioni che potranno essere segnalate tramite App IO figurano il deposito dei dispositivi e dei provvedimenti giurisdizionali. Già dalla fine del 2025 era invece disponibile il servizio relativo agli avvisi di trattazione delle udienze.

Il sistema è destinato ai professionisti e ai contribuenti associati all’indirizzo Pec indicato nel ricorso, purché abbiano installato l’applicazione, completato la registrazione al servizio dedicato e attivato la ricezione delle notifiche. L’abilitazione può essere effettuata durante la configurazione iniziale dell’app oppure successivamente accedendo alle impostazioni del servizio.

Le novità non si limitano però alle comunicazioni. Contestualmente sono stati introdotti importanti aggiornamenti anche per il deposito telematico degli atti e dei documenti processuali.

Tra le modifiche più rilevanti figura l’aumento delle dimensioni massime dei file caricabili. Il limite per il singolo documento informatico passa da 10 a 50 megabyte, mentre la dimensione complessiva consentita per ciascun deposito telematico raddoppia, arrivando a 100 megabyte. Rimane invece invariato il numero massimo di allegati, fissato a 50 file per ogni deposito.

Un’ulteriore innovazione riguarda la gestione della procura alle liti. Il sistema introduce infatti una specifica tipologia documentale dedicata alla “procura-nomina del difensore”, utilizzabile quando il conferimento dell’incarico viene depositato separatamente rispetto all’atto di costituzione in giudizio. In questo caso sarà obbligatoria l’apposizione della firma digitale.


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Vizi della Pec del mittente, non basta l’irregolarità per annullare la cartella

La sostanza prevale sul formalismo nelle notifiche via Pec. È questo il principio che emerge dall’ordinanza n. 12691 del 5 maggio 2026 della Corte di Cassazione, che ha affrontato il tema della validità delle cartelle di pagamento trasmesse dall’Agenzia delle Entrate-Riscossione attraverso posta elettronica certificata.

Il caso riguardava una cartella relativa a imposte sui redditi da lavoro autonomo per un importo vicino ai 26 mila euro. Il contribuente aveva contestato la notifica sostenendo che il messaggio provenisse da un indirizzo Pec non presente nei registri pubblici ufficiali e che, pertanto, l’atto dovesse considerarsi inesistente.

La Suprema Corte ha però respinto questa impostazione, ritenendo decisivo il fatto che il destinatario avesse effettivamente ricevuto la comunicazione e fosse stato messo nelle condizioni di conoscere il contenuto dell’atto. In altre parole, la notifica ha raggiunto il proprio scopo e ciò è sufficiente a garantirne la validità.

Secondo i giudici, la provenienza della comunicazione risultava comunque chiaramente riconducibile all’Agente della riscossione grazie al dominio istituzionale utilizzato dall’indirizzo di posta elettronica. Allo stesso tempo, non vi erano dubbi sull’avvenuta ricezione, poiché la Pec del contribuente era attiva e regolarmente registrata nell’Indice Nazionale degli Indirizzi di Posta Elettronica Certificata (Ini-Pec).

L’ordinanza offre anche alcuni chiarimenti sul quadro normativo delle notifiche digitali. La regola prevista dall’articolo 3-bis della legge n. 53 del 1994, che impone l’utilizzo di indirizzi Pec risultanti da pubblici registri, viene interpretata come una disposizione riferita principalmente alle notifiche effettuate dagli avvocati. Per quanto riguarda le comunicazioni provenienti dall’amministrazione finanziaria, la Corte adotta un approccio meno rigido, privilegiando l’effettiva identificabilità del mittente e la concreta conoscenza dell’atto da parte del destinatario.

La decisione conferma inoltre che, nelle comunicazioni rivolte alle pubbliche amministrazioni, possono essere utilizzati diversi registri ufficiali per individuare gli indirizzi Pec, compreso l’Ini-Pec previsto dal Codice dell’Amministrazione Digitale.


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Giustizia e comunicazione, il Csm punta sulla tutela della reputazione digitale

Il Consiglio Superiore della Magistratura è chiamato a esaminare un aggiornamento delle linee guida rivolte agli uffici giudiziari, con l’obiettivo di adeguare le modalità di informazione pubblica all’impatto che le notizie producono nell’ecosistema digitale.

Il principio ispiratore della proposta è che la reputazione rappresenta una componente fondamentale della tutela della persona e che anche l’amministrazione della giustizia deve contribuire a proteggerla. Un tema che assume particolare rilevanza in un contesto in cui le informazioni diffuse durante la fase delle indagini possono circolare rapidamente online e lasciare tracce permanenti, indipendentemente dagli sviluppi successivi del procedimento.

Tra le novità più significative figura l’invito agli uffici giudiziari a non limitarsi alla comunicazione iniziale delle indagini, ma a informare l’opinione pubblica anche sugli esiti successivi dei procedimenti. Archiviazioni, proscioglimenti, assoluzioni, annullamenti o revoche di misure cautelari dovrebbero trovare adeguato spazio nella comunicazione istituzionale, garantendo un’informazione più completa e bilanciata.

Le linee guida sottolineano inoltre la necessità di intervenire tempestivamente quando emergano informazioni non più attuali o suscettibili di rettifica. L’obiettivo è assicurare che gli aggiornamenti abbiano una visibilità comparabile rispetto alla comunicazione originaria, evitando che notizie diffuse nella fase preliminare continuino a produrre effetti reputazionali sproporzionati rispetto all’esito effettivo delle vicende giudiziarie.

Il documento richiama espressamente i principi della presunzione di innocenza e della proporzionalità dell’informazione, evidenziando come la comunicazione pubblica debba essere accurata, necessaria e costantemente aggiornata. Una particolare attenzione viene riservata alla conservazione online dei contenuti e alla loro persistente reperibilità attraverso motori di ricerca e piattaforme digitali.

Sul tema è intervenuta anche la Federazione Nazionale della Stampa Italiana, che ha richiamato l’esigenza di garantire ai cittadini un’informazione completa sulle vicende di interesse pubblico. Tra i punti maggiormente discussi vi è quello relativo all’accesso alle ordinanze cautelari, questione che negli ultimi anni ha già generato orientamenti differenti tra i vari uffici giudiziari.

L’iniziativa del Csm evidenzia come la trasformazione digitale stia modificando profondamente il rapporto tra giustizia, media e opinione pubblica. Non a caso il Consiglio propone di rafforzare la formazione dei magistrati sui temi della comunicazione online, della gestione dell’identità digitale, della diffusione virale delle notizie e delle tecniche di rettifica nell’ambiente digitale.


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L’altra faccia dell’AI: il mercato grigio che aggira i controlli dei grandi modelli

A fine aprile la Casa Bianca ha denunciato l’esistenza di campagne coordinate finalizzate a estrarre conoscenze e capacità dai modelli di intelligenza artificiale sviluppati negli Stati Uniti. Nello stesso periodo anche alcune aziende del settore hanno segnalato attività sospette riconducibili a reti composte da migliaia di account utilizzati per accedere ai sistemi in modo non autorizzato.

Dietro questi episodi, tuttavia, si nasconde una realtà più complessa di una semplice operazione di spionaggio tecnologico. Secondo diversi osservatori, il fenomeno sarebbe alimentato da un vasto ecosistema di servizi intermediari che consentono a sviluppatori, studenti, ricercatori e appassionati di utilizzare modelli avanzati di AI nonostante le restrizioni geografiche imposte dai fornitori occidentali.

Il cuore di questo sistema è rappresentato dai server proxy, infrastrutture che fungono da intermediari tra l’utente finale e il modello di intelligenza artificiale. Attraverso questi canali, le richieste vengono inoltrate come se provenissero da Paesi autorizzati, permettendo l’accesso a servizi altrimenti non disponibili. Il tutto con modalità di pagamento locali e costi spesso molto inferiori rispetto a quelli ufficiali.

Il modello economico di queste piattaforme non si limita però alla vendita dell’accesso. Gli operatori possono ottenere profitti attraverso diverse strategie: dalla gestione aggregata degli account all’utilizzo di formule tariffarie poco trasparenti, fino alla raccolta sistematica dei dati generati dagli utenti. Prompt, risposte, codice sorgente e conversazioni diventano infatti una risorsa preziosa che può essere utilizzata per addestrare nuovi modelli o migliorare sistemi esistenti.

È proprio questo aspetto a sollevare le maggiori questioni etiche. Chi utilizza tali servizi potrebbe inconsapevolmente cedere grandi quantità di informazioni e contenuti, trasformandosi al tempo stesso in cliente e fornitore involontario di dati. Una dinamica che assume particolare rilevanza nel caso degli strumenti destinati alla programmazione o alle applicazioni agentiche, dove le interazioni contengono spesso informazioni tecniche di elevato valore.

Per contrastare il fenomeno, le principali aziende statunitensi hanno progressivamente rafforzato i sistemi di verifica degli utenti. Ai controlli geografici si sono aggiunti l’obbligo di numeri telefonici verificati, strumenti di pagamento internazionali e, più recentemente, procedure di identificazione biometrica basate su documenti e riconoscimento facciale.

Tuttavia, ogni nuovo livello di sicurezza sembra aver generato nuove forme di aggiramento. Si è così sviluppato un mercato parallelo di identità digitali, documenti e verifiche effettuate tramite intermediari, spesso in Paesi economicamente vulnerabili. Un fenomeno che amplia ulteriormente le implicazioni etiche e sociali della corsa globale all’intelligenza artificiale.

La questione, quindi, non riguarda soltanto la competizione tra Washington e Pechino. Il caso evidenzia un problema più generale di governance delle tecnologie digitali. I sistemi di controllo progettati dai fornitori di AI si basano sulla capacità di identificare gli utenti e monitorarne i comportamenti. Quando però l’accesso avviene attraverso reti di intermediari, questa capacità si riduce drasticamente.


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Specializzazioni forensi, cresce l’offerta ma il titolo fatica ancora a imporsi

Con l’ingresso del diritto commerciale e societario tra le aree di specializzazione riconosciute, il sistema delle specializzazioni forensi compie un nuovo passo avanti. Il decreto del Ministero della Giustizia che introduce l’ampliamento dell’elenco è attualmente all’esame delle Commissioni Giustizia di Camera e Senato e punta a rafforzare uno strumento pensato per valorizzare competenze professionali altamente qualificate.

L’aggiornamento normativo offre però anche l’occasione per fare il punto sul reale impatto dell’istituto. I dati riportati nella relazione ministeriale mostrano infatti che il numero di avvocati che hanno conseguito il titolo di specialista rimane ancora contenuto rispetto alla dimensione complessiva della professione.

Secondo i dati riportati da Giovanni Negri ne Il sole 24 Ore, il percorso più utilizzato è stato quello legato al possesso di un dottorato di ricerca in una materia specialistica, canale attraverso il quale sono stati riconosciuti 325 titoli. Altri 137 professionisti hanno ottenuto la qualifica frequentando i corsi di alta formazione previsti dalla normativa. Nessun riconoscimento, invece, è stato finora attribuito attraverso il percorso della comprovata esperienza professionale.

Le specializzazioni maggiormente rappresentate riguardano il diritto di famiglia, il diritto penale e il diritto del lavoro, mentre altri settori registrano numeri molto più contenuti. Un dato che appare particolarmente significativo se confrontato con la platea complessiva dell’avvocatura italiana, che supera i 230 mila iscritti.

Il sistema delle specializzazioni trova il proprio fondamento nella legge professionale forense del 2012 ed è stato successivamente disciplinato da una serie di interventi regolamentari che negli anni hanno conosciuto modifiche, contenziosi amministrativi e revisioni. Oggi il titolo può essere ottenuto attraverso tre diverse modalità: dottorato di ricerca, percorsi formativi qualificati oppure dimostrazione di una consolidata esperienza professionale nel settore di riferimento.

Tra gli operatori del settore non mancano le riflessioni sulle ragioni di una diffusione ancora limitata. Da un lato, le procedure di accesso sono state considerate da molti particolarmente impegnative; dall’altro, numerosi professionisti già affermati sul mercato potrebbero non percepire un vantaggio concreto nell’ottenere una certificazione aggiuntiva rispetto alla reputazione costruita negli anni di attività.

Le associazioni specialistiche, tuttavia, guardano con ottimismo al futuro. Negli ultimi anni sono infatti partiti nuovi percorsi di alta formazione organizzati in collaborazione con università e associazioni forensi, destinati a produrre i primi effetti significativi già a partire dal 2027. L’obiettivo è quello di rendere la specializzazione uno strumento sempre più attrattivo soprattutto per le nuove generazioni di avvocati, chiamate a confrontarsi con un mercato professionale caratterizzato da crescente complessità e competenze sempre più verticali.


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Temu sotto accusa in Europa: maxi sanzione da 200 milioni per i controlli insufficienti sui prodotti

La Commissione europea ha inflitto una sanzione da 200 milioni di euro a Temu per violazioni del Digital Services Act (DSA), il regolamento che impone obblighi stringenti alle grandi piattaforme digitali operanti nel mercato europeo. Al centro della contestazione vi è la mancata individuazione e gestione dei rischi connessi alla presenza di prodotti illegali o potenzialmente pericolosi destinati ai consumatori dell’Unione.

Secondo Bruxelles, la piattaforma non avrebbe svolto con il necessario rigore le attività di analisi e valutazione dei rischi sistemici previste dalla normativa europea. Le indagini hanno evidenziato una concreta probabilità che gli utenti europei possano imbattersi in articoli non conformi agli standard di sicurezza richiesti dall’ordinamento comunitario.

L’accertamento è stato condotto anche attraverso una metodologia investigativa ormai consolidata nel settore della tutela dei consumatori, il cosiddetto “mystery shopping”. Funzionari europei e rappresentanti delle autorità nazionali competenti hanno effettuato acquisti in forma anonima sulla piattaforma, simulando il comportamento di normali consumatori. I prodotti acquistati sono stati successivamente sottoposti a verifiche tecniche che avrebbero evidenziato diverse criticità.

Tra gli articoli finiti sotto osservazione figurano caricabatterie risultati non conformi ai requisiti essenziali di sicurezza e alcuni giocattoli che, secondo le verifiche effettuate, potrebbero presentare rischi per i minori a causa di componenti facilmente ingeribili o materiali ritenuti incompatibili con gli standard europei.

Per la Commissione, tali risultati dimostrerebbero l’insufficienza delle misure adottate da Temu per prevenire la diffusione di prodotti problematici all’interno del proprio marketplace. Una carenza che assume particolare rilevanza alla luce degli obblighi previsti dal DSA per le piattaforme online di dimensioni molto grandi, chiamate a monitorare costantemente i rischi generati dai propri servizi e a predisporre efficaci strumenti di mitigazione.

L’azienda cinese ha contestato la decisione europea, sostenendo che l’istruttoria farebbe riferimento a una situazione ormai superata. Secondo Temu, negli ultimi anni sarebbero stati introdotti nuovi sistemi di controllo e procedure più rigorose per garantire il rispetto delle regole comunitarie e rafforzare la tutela degli utenti.

La procedura, tuttavia, non si conclude con l’irrogazione della multa. Bruxelles ha fissato al 28 agosto 2026 il termine entro il quale la società dovrà presentare un piano di adeguamento volto a eliminare le criticità riscontrate. Il documento sarà esaminato da un comitato tecnico europeo e successivamente sottoposto alla valutazione finale della Commissione.


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Secondo il Guardasigilli, i margini di manovra erano limitati dai vincoli europei che avevano previsto assunzioni a termine. Da qui la scelta di intervenire con risorse nazionali per trasformare gran parte dei contratti in posizioni stabili. Il piano illustrato dal ministro riguarda migliaia di lavoratori distribuiti tra addetti all’Ufficio per il processo, tecnici amministrativi e operatori data entry.

Nordio ha parlato di una copertura ormai prossima alla totalità delle posizioni considerate precarie, sottolineando che il modello dell’Ufficio per il processo non sarebbe destinato a essere ridotto, ma al contrario consolidato in modo strutturale all’interno dell’organizzazione giudiziaria. Parallelamente, ha evidenziato come il personale possa continuare a offrire supporto anche alle attività di cancelleria, settore che continua a registrare carenze significative.

Nel dibattito politico, tuttavia, restano forti le perplessità delle opposizioni. Le critiche riguardano soprattutto il numero dei posti messi a disposizione per la stabilizzazione e la mancanza di indicazioni dettagliate sulla distribuzione territoriale degli organici. Secondo alcune forze parlamentari, il rischio concreto è che parte del personale resti esclusa oppure venga trasferita lontano dalla propria sede di servizio.

La discussione si intreccia con il tema più ampio dell’efficienza della macchina giudiziaria. L’Ufficio per il processo era stato concepito come uno strumento di supporto diretto all’attività dei magistrati, con l’obiettivo di accelerare i tempi della giustizia e smaltire l’arretrato. Negli ultimi mesi, però, si sono moltiplicate le segnalazioni sull’utilizzo degli addetti anche per colmare i vuoti amministrativi delle cancellerie.

Nel corso dell’intervento parlamentare il ministro ha affrontato anche il tema del sistema penitenziario, annunciando un incremento significativo della capienza carceraria grazie al piano straordinario in corso di attuazione. Tra le misure richiamate figurano inoltre nuovi interventi per i detenuti con problemi di dipendenza e il trasferimento in strutture dedicate di persone che avrebbero diritto ai domiciliari ma non dispongono di un’abitazione idonea.


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Nuova legge elettorale, verso un sistema sempre più “premierale”

Il nuovo progetto di legge elettorale destinato ad approdare in Parlamento nelle prossime settimane punta a modificare in profondità l’attuale assetto del sistema di voto. Pur mantenendo alcuni elementi già presenti nelle precedenti proposte della maggioranza, il testo introduce novità che potrebbero incidere in modo significativo sugli equilibri istituzionali e politici.

L’impianto previsto abbandona il modello misto del Rosatellum, fondato sulla combinazione tra quota maggioritaria e quota proporzionale, per orientarsi verso un sistema integralmente proporzionale. Verrebbero meno i collegi uninominali e la competizione si svolgerebbe principalmente tra liste e coalizioni su base circoscrizionale.

Tra gli aspetti più rilevanti figura il premio di maggioranza, che scatterebbe solo nel caso in cui una coalizione o un singolo partito superassero il 42% dei voti validi. In quel caso la forza vincente potrebbe ottenere fino al 55% dei seggi parlamentari. Diversamente, la distribuzione resterebbe integralmente proporzionale.

Una delle innovazioni più discusse riguarda l’obbligo, al momento della presentazione delle liste, di indicare il nome del candidato alla Presidenza del Consiglio. Pur non comparendo direttamente sulla scheda elettorale, il riferimento al leader politico rafforza simbolicamente l’idea di un sistema orientato verso una logica di “premierato”, pur restando formalmente invariato il ruolo costituzionale del Presidente della Repubblica nella nomina del capo del governo.

Il nuovo schema introduce inoltre una doppia condizione per l’assegnazione del premio: la soglia del 42% dovrà essere raggiunta sia alla Camera sia al Senato. In assenza di questo risultato, i seggi verrebbero ripartiti con metodo proporzionale puro.

Resta fissata al 3% la soglia minima per accedere alla ripartizione dei seggi, ma con una clausola che consentirebbe a una lista sotto soglia di entrare comunque in Parlamento se collegata a una coalizione.

Sul piano politico, il provvedimento potrebbe accelerare le dinamiche interne agli schieramenti, imponendo una definizione preventiva della leadership e riducendo gli spazi per alleanze costruite dopo il voto. Non a caso il dibattito resta aperto soprattutto sui temi delle preferenze, del voto dei fuori sede e delle modalità di rappresentanza delle minoranze linguistiche.

Le prossime settimane saranno decisive per capire se la maggioranza riuscirà a trovare una sintesi definitiva su un testo che, al di là degli aspetti tecnici, interviene direttamente sul rapporto tra rappresentanza parlamentare, stabilità di governo e centralità delle leadership politiche.


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