Imu, per i militari esenzione anche se l’immobile è disabitato e senza utenze

L’immobile è vuoto e le utenze sono state disattivate? Per il personale delle Forze armate e dei corpi assimilati queste circostanze non fanno venir meno, da sole, l’agevolazione Imu prevista dalla normativa speciale.

A chiarirlo è la Corte di cassazione, sezione quinta civile tributaria, con l’ordinanza n. 23705 del 21 luglio 2026, intervenuta sui requisiti necessari per beneficiare dell’esenzione relativa all’unico immobile posseduto dal personale in servizio permanente.

La disciplina riconosce infatti un trattamento specifico che prescinde da due dei requisiti normalmente associati all’abitazione principale: la dimora abituale e la residenza anagrafica.

Per accedere al beneficio occorre che si tratti di un unico immobile, iscritto o iscrivibile nel catasto edilizio urbano come unica unità immobiliare, posseduto e non concesso in locazione dal soggetto interessato. Sono esclusi gli immobili appartenenti alle categorie catastali di lusso A/1, A/8 e A/9.

Un’esenzione autonoma

Il passaggio centrale della pronuncia riguarda la natura stessa dell’agevolazione.

Secondo la Cassazione, quella prevista per il personale militare costituisce una causa autonoma di esenzione, che non può essere subordinata ai criteri ordinariamente richiesti per riconoscere a un immobile la qualifica di abitazione principale.

Da questo principio discende la soluzione della controversia esaminata dai giudici: il fatto che l’immobile sia privo di utenze e non abitato non è sufficiente per negare il beneficio.

La Corte ha così respinto l’interpretazione più restrittiva adottata nel giudizio di appello, nel quale era stata attribuita rilevanza all’inutilizzabilità dell’abitazione dichiarata dallo stesso contribuente.

Per la Cassazione, al contrario, una situazione del genere è compatibile proprio con la finalità della norma.

La mobilità per ragioni di servizio

Alla base del trattamento speciale c’è infatti la particolare condizione lavorativa del personale interessato, che può essere chiamato a prestare servizio lontano dal luogo nel quale possiede l’immobile e anche per periodi prolungati.

Pretendere che, durante tali assenze, l’abitazione mantenga necessariamente attive le utenze significherebbe introdurre un requisito che il legislatore non ha previsto.

La mobilità legata al servizio spiega, del resto, perché la disciplina abbia espressamente eliminato la necessità di dimostrare sia la residenza anagrafica sia la dimora abituale nell’immobile.

La normativa speciale, richiamata dalla Corte con riferimento alla disciplina applicabile alla controversia, deriva dall’articolo 13, comma 2, del Dl 201/2011 e dall’articolo 2, comma 5, del Dl 102/2013, che ha previsto espressamente la deroga ai normali requisiti dell’abitazione principale per il personale individuato dalla legge.

Niente requisiti aggiuntivi per via interpretativa

L’ordinanza consolida così un orientamento particolarmente favorevole alla certezza dei requisiti: quando il legislatore individua espressamente le condizioni necessarie per ottenere un’agevolazione, non è possibile aggiungerne altre attraverso l’interpretazione.

Nel caso dell’esenzione Imu riconosciuta al personale militare, dunque, l’effettiva utilizzabilità dell’immobile come abitazione o il mantenimento delle utenze attive non possono trasformarsi in ulteriori condizioni di accesso al beneficio.

Il principio assume rilievo pratico proprio nelle situazioni in cui l’assenza dall’immobile dipende dalle esigenze professionali che la normativa intende tutelare.

Nel caso esaminato, la decisione della Cassazione ha riconosciuto al contribuente il diritto al rimborso dell’Imu versata per il 2013 e ha comportato l’annullamento dell’accertamento relativo al 2014, con le spese poste a carico del Comune.

La pronuncia ribadisce quindi una distinzione essenziale: per il personale delle Forze armate e dei soggetti assimilati previsto dalla legge, l’agevolazione sull’unico immobile posseduto non è una semplice applicazione delle regole ordinarie sull’abitazione principale, ma risponde a una disciplina speciale pensata proprio per tenere conto della mobilità connessa al servizio.

IA, dalla propaganda ai droni: il rapporto Anthropic svela gli usi illeciti di Claude

L’intelligenza artificiale utilizzata non soltanto per scrivere testi o analizzare informazioni, ma per contribuire a cyberattacchi, sistemi di sorveglianza, campagne di propaganda e persino allo sviluppo di software destinato ad armamenti.

È lo scenario che emerge dal nuovo rapporto di Threat Intelligence pubblicato da Anthropic, la società che sviluppa Claude. L’azienda ha ricostruito una serie di attività illecite individuate e interrotte tra dicembre 2025 e agosto 2026, riconducibili a soggetti molto diversi: gruppi presumibilmente sponsorizzati da Stati, criminali interessati al profitto, società produttrici di spyware, apparati di propaganda e operatori politicamente motivati.

Il dato più significativo riguarda l’evoluzione del ruolo dell’IA. In diversi casi Claude non sarebbe stato utilizzato semplicemente come chatbot al quale chiedere informazioni, ma come componente di sistemi capaci di svolgere autonomamente parti di operazioni complesse.

Cyberattacchi sempre più automatizzati

È proprio nel campo della cybersicurezza che Anthropic individua uno dei cambiamenti più rilevanti.

L’IA può oggi intervenire in diverse fasi di un attacco: ricognizione degli obiettivi, ricerca delle vulnerabilità, sviluppo degli strumenti, acquisizione delle credenziali, elaborazione delle informazioni sottratte e, in alcuni casi, esfiltrazione dei dati.

Il rapporto descrive anche l’impiego di architetture multi-agente nelle quali diversi sistemi lavorano contemporaneamente su parti differenti dell’operazione. Gli esseri umani continuano generalmente a scegliere gli obiettivi e a controllare i risultati, ma una quota crescente dell’attività tecnica può essere automatizzata.

La conseguenza è particolarmente importante: operazioni che in passato avrebbero richiesto gruppi di specialisti possono essere condotte con un numero molto inferiore di persone e in tempi più brevi.

Anthropic cita, fra gli altri, il caso di operatori di lingua cinese che avrebbero utilizzato veri e propri “sciami” di agenti per distribuire parallelamente attività di ricognizione e post-compromissione. Il sistema conservava inoltre informazioni sulle campagne precedenti, consentendo di riprendere le operazioni mantenendo obiettivi, credenziali raccolte e istruzioni.

Sorveglianza di dissidenti e oppositori

Ancora più delicato è il capitolo dedicato alla sorveglianza.

Secondo Anthropic, tra gennaio e luglio 2026 soggetti collegati ad apparati statali, società operanti per conto dei governi e fornitori commerciali di spyware avrebbero utilizzato Claude per costruire o rendere più efficienti sistemi destinati al controllo delle persone.

I casi individuati interessano, tra gli altri, Cina, Iran e Africa occidentale.

In Mali, un singolo consulente che lavorava per le autorità di sicurezza nazionale avrebbe utilizzato Claude per progettare una piattaforma capace di intercettare comunicazioni provenienti dagli operatori mobili e predisporre dossier sugli obiettivi.

In Iran l’IA sarebbe stata impiegata anche nello sviluppo di strumenti destinati all’identificazione degli utenti online. In un altro caso sono state analizzate centinaia di migliaia di contenuti pubblicati sui social network per individuare account dell’opposizione da sottoporre a monitoraggio.

Particolarmente significativo è quanto riportato sulle attività riconducibili alla Cina. Claude sarebbe stato impiegato per classificare contenuti social e articoli in base alla loro sensibilità politica e per individuare potenziali soggetti da controllare. Tra gli obiettivi descritti figurano esponenti democratici di Hong Kong, comunità tibetane, organizzazioni uigure e istituzioni occidentali impegnate nella tutela dei diritti umani.

Propaganda e falsi profili social

L’IA generativa sta modificando anche le operazioni di influenza politica.

Anthropic afferma di avere individuato nove campagne riconducibili ad attori operanti dalla Russia, dall’Iran, dalla Turchia, dall’area del Golfo, dall’Asia meridionale, dall’Africa e dall’Europa, destinate a pubblici distribuiti in sei continenti.

Claude sarebbe stato utilizzato per costruire identità digitali inesistenti, produrre contenuti, realizzare siti di informazione apparentemente autentici e gestire reti di account social coordinate.

Non soltanto, quindi, una macchina per produrre rapidamente propaganda. In alcuni casi l’IA avrebbe contribuito a realizzare la vera e propria infrastruttura organizzativa delle campagne: dossier sugli avversari, database degli obiettivi, manuali operativi, sistemi per la gestione delle identità fittizie e criteri per coordinare il lavoro degli operatori.

Alcune attività sarebbero state organizzate in prossimità di appuntamenti elettorali. Il rapporto cita, per esempio, la produzione da parte di media statali russi di informazioni false sulla presidente della Moldova prima delle elezioni del settembre 2025.

Anthropic precisa tuttavia un elemento importante: molte delle campagne intercettate avrebbero ottenuto una diffusione autentica limitata o nulla. La capacità di produrre propaganda su vasta scala non coincide necessariamente con la capacità di convincere il pubblico.

Dall’IA ai sistemi d’arma

Il capitolo forse più sensibile riguarda gli armamenti convenzionali.

Anthropic afferma di avere individuato e bloccato soggetti che cercavano di utilizzare Claude per contribuire allo sviluppo di software relativo ad armi, missili, droni armati e sistemi di puntamento e controllo.

Il rapporto prende in esame sei casi: tre riconducibili alla Cina, due alla Russia e uno allo Yemen.

Nel caso yemenita, secondo quanto riportato anche da Reuters, un gruppo avrebbe tentato di utilizzare Claude nella progettazione di sistemi di guida e controllo per razzi e missili, cercando di aggirare le protezioni del modello attraverso la frammentazione del lavoro in attività apparentemente separate. Non risultano tuttavia prove che il tentativo abbia condotto alla realizzazione di un’arma effettivamente funzionante.

Altri casi riguardano attività collegate ai droni e alla guerra elettronica.

Il dato che interessa maggiormente Anthropic è però prospettico: le valutazioni effettuate dall’azienda mostrerebbero un progressivo miglioramento delle capacità dei modelli nei compiti simulati relativi all’intelligence tattica e allo sviluppo di armamenti.

L’IA abbassa la soglia d’ingresso

È questo forse l’aspetto che accomuna l’intero rapporto.

L’intelligenza artificiale non inventa la propaganda, lo spionaggio, la sorveglianza politica o il cybercrime. Può però ridurne drasticamente costi, tempi e competenze necessarie.

Un singolo operatore può svolgere attività che in precedenza avrebbero richiesto un gruppo di programmatori o analisti. Un sistema automatizzato può esaminare quantità enormi di informazioni, produrre migliaia di contenuti, gestire simultaneamente più obiettivi o mantenere attive operazioni informatiche per ore e giorni con un intervento umano limitato.

Anthropic sottolinea infatti che l’autonomia non determina automaticamente la gravità dell’attacco: le decisioni fondamentali, come la scelta degli obiettivi, rimangono spesso nelle mani delle persone. Ma l’automazione aumenta velocità e scala e riduce i costi delle operazioni.

Ed è proprio qui che il rapporto fotografa un cambiamento destinato a incidere sulla sicurezza digitale: strumenti e capacità una volta accessibili soprattutto a organizzazioni dotate di personale altamente specializzato possono diventare disponibili anche a gruppi molto più piccoli o persino a singoli individui.

Anthropic dichiara di avere bloccato gli account coinvolti nelle attività individuate, rafforzato i propri sistemi di sicurezza e, nei casi opportuni, condiviso le informazioni raccolte con autorità e operatori del settore.

La questione, tuttavia, supera Claude e la singola azienda. Se l’intelligenza artificiale può moltiplicare le capacità di chi sviluppa software, analizza informazioni e automatizza processi, la stessa leva tecnologica può essere applicata alle attività offensive.

La nuova frontiera della sicurezza dell’IA, quindi, potrebbe non riguardare soltanto ciò che i modelli saranno capaci di fare autonomamente in futuro. Riguarda ciò che esseri umani, governi e organizzazioni sono già oggi in grado di far fare loro.

Intelligenza artificiale e ricerca medica: il rischio dei dati falsi che superano i controlli

L’intelligenza artificiale sta offrendo alla medicina strumenti straordinari, dalla diagnostica per immagini alla ricerca di nuovi farmaci. La stessa tecnologia, però, può trasformarsi in un fattore di rischio quando viene utilizzata per produrre o alterare le prove sulle quali si fonda la conoscenza scientifica.

A mettere in fila alcuni dei casi più significativi è un’inchiesta di Milena Gabanelli e Andrea Priante pubblicata dal Corriere della Sera, che pone una questione destinata a diventare centrale: cosa accade quando un sistema capace di generare testi, immagini e dati estremamente plausibili viene utilizzato non per aiutare il ricercatore, ma per costruire una ricerca apparentemente credibile?

Il fenomeno ha già lasciato tracce nelle pubblicazioni scientifiche. Dal 2023, secondo i dati di Retraction Watch richiamati nell’inchiesta, sono stati ritirati oltre 350 articoli per presunti utilizzi impropri dell’intelligenza artificiale nella manipolazione di testi, immagini o dati.

Alcuni episodi mostrano quanto possa essere sottile il confine. Nel 2024 Radiology Case Reports ha ritirato uno studio dopo che nel testo era rimasta una frase tipica della risposta di un modello linguistico, rivelando l’impiego dell’IA generativa nella fase di scrittura. Nello stesso anno Surfaces and Interfaces ha ritirato un lavoro sulle batterie al litio che conteneva anch’esso evidenti tracce di una risposta generata da un chatbot.

Il problema non riguarda soltanto i testi. Nell’aprile 2026 anche il New England Journal of Medicine ha ritirato un’immagine relativa agli effetti dell’inalazione del fumo di un incendio, dopo che gli autori hanno ammesso di averla modificata attraverso l’intelligenza artificiale.

Quando anche una radiografia può essere falsa

Ancora più delicato è il problema delle immagini diagnostiche sintetiche. Una ricerca pubblicata su Radiology, ricordata nell’inchiesta, ha sperimentato la generazione tramite ChatGPT di false radiografie raffiguranti fratture ossee, successivamente mescolate con immagini autentiche.

Sottoposte alla valutazione di 17 radiologi, le immagini artificiali sono state individuate come false soltanto nel 41% dei casi.

Il dato mette in evidenza un rischio nuovo: l’IA generativa non si limita più alla produzione di testi plausibili, ma può contribuire alla creazione di materiale che presenta l’apparenza stessa della prova scientifica.

Il problema delle fonti inventate

A complicare ulteriormente il quadro c’è la capacità dei modelli generativi di produrre riferimenti bibliografici inesistenti. Secondo i dati riportati nell’approfondimento del Corriere, in ambito biomedico la quota delle citazioni suggerite dall’IA risultate inesistenti può arrivare fino al 69%.

Il fenomeno assume particolare importanza perché la ricerca medica procede attraverso una catena di conoscenze: gli studi vengono analizzati nelle revisioni sistematiche e queste ultime possono contribuire alla formulazione delle linee guida utilizzate dai professionisti sanitari.

Un riferimento scientifico inesistente che riesca a inserirsi in questa catena rischia quindi di non rimanere confinato all’articolo che lo contiene, ma di propagare informazioni prive di fondamento nelle successive valutazioni scientifiche e, in ultima analisi, nelle decisioni cliniche.

Il test italiano: costruire un trial clinico credibile

Uno degli esperimenti più significativi arriva dall’Italia. Giuseppe Giannaccare, professore dell’Università di Cagliari e primario di Oculistica, e Andrea Taloni, ricercatore dell’Università di Ferrara, hanno verificato fino a che punto un sistema di IA possa essere utilizzato per fabbricare i dati di un trial clinico.

I ricercatori hanno preso in considerazione due farmaci equivalenti impiegati nel trattamento della maculopatia e hanno chiesto a ChatGPT di produrre un insieme di dati relativo a cento pazienti, costruito in modo da dimostrare la superiorità di uno dei due trattamenti.

Il primo database presentava anomalie riconoscibili, come incongruenze tra nomi e sesso dei pazienti, errori nelle età o visite collocate in giorni insoliti. Il sistema è stato quindi informato degli errori e invitato a correggerli.

Ed è proprio il risultato successivo a rappresentare il passaggio più rilevante dell’esperimento: una volta eliminati gli elementi sospetti, il nuovo database sarebbe riuscito a superare le verifiche, rendendo estremamente difficile individuare la falsificazione senza controllare direttamente l’esistenza e la storia dei singoli pazienti.

Il lavoro è stato pubblicato su JAMA Ophthalmology e dimostra una caratteristica particolarmente problematica dei sistemi generativi: non soltanto possono creare dati falsi, ma possono essere istruiti a correggere proprio quegli elementi che consentirebbero a un revisore di riconoscere la falsificazione.

Dal “publish or perish” al rischio di una scienza sintetica

Il fenomeno si inserisce inoltre in un sistema accademico nel quale il numero e il prestigio delle pubblicazioni incidono sulle carriere, sull’accesso ai finanziamenti e sulla reputazione di università e centri di ricerca. È la logica conosciuta come “publish or perish”, pubblicare o perire.

L’IA può rendere molto più veloce la produzione scientifica: secondo i dati citati nell’inchiesta, il 30% dei ricercatori utilizza ChatGPT per la scrittura degli articoli e il 15% per le richieste di finanziamento. L’utilizzo di questi strumenti non implica naturalmente una condotta scorretta, soprattutto quando vengono impiegati come supporto alla traduzione, alla raccolta o all’elaborazione delle informazioni.

Il problema cambia natura quando l’intelligenza artificiale viene utilizzata per creare ciò che dovrebbe invece essere osservato e documentato: pazienti, risultati, immagini, riferimenti bibliografici o interi database sperimentali.

A quel punto la questione non riguarda più soltanto l’affidabilità dell’IA, ma l’adeguatezza dei sistemi di controllo della ricerca scientifica.

La risposta indicata dai ricercatori italiani passa anche da verifiche più profonde sui database alla base degli studi e da una maggiore attenzione all’affidabilità e all’esperienza degli autori.

Perché nell’era dell’intelligenza artificiale la domanda potrebbe non essere più soltanto se uno studio presenti risultati convincenti. Prima ancora occorrerà essere certi che i dati sui quali quei risultati sono costruiti esistano davvero.

Intelligenza artificiale, i big della tecnologia chiedono più controlli sulla corsa ai modelli avanzati

La competizione mondiale sull’intelligenza artificiale entra in una fase nuova. A chiedere maggiori garanzie sullo sviluppo dei sistemi più potenti non sono più soltanto studiosi, istituzioni e autorità pubbliche: l’esigenza di rafforzare i meccanismi di sicurezza viene ora sollevata anche da alcuni dei protagonisti dell’industria che sta costruendo i modelli più avanzati.

Tra le posizioni più nette c’è quella di Dario Amodei, fondatore e amministratore delegato di Anthropic, secondo il quale la crescita delle capacità dell’IA sta procedendo a una velocità tale da rendere necessario un sistema di controlli più robusto. Il punto non sarebbe fermare l’innovazione, ma evitare che lo sviluppo tecnologico proceda più rapidamente della capacità di comprenderne e contenerne i rischi.

Una delle questioni centrali riguarda i cosiddetti agenti di intelligenza artificiale, sistemi capaci non soltanto di rispondere alle richieste degli utenti, ma di svolgere autonomamente una sequenza di attività per raggiungere un determinato obiettivo. L’aumento dell’autonomia rende particolarmente delicato il loro impiego in settori come la cybersicurezza e nelle infrastrutture aziendali.

Il tema è reso ancora più urgente dalla possibilità che i sistemi di IA contribuiscano allo sviluppo delle generazioni successive di modelli, imprimendo un’ulteriore accelerazione al progresso tecnologico. Nei test condotti sulle tecnologie sperimentali sono già emersi comportamenti imprevisti, circostanza che ha riacceso il confronto sull’efficacia delle attuali misure di contenimento.

Amodei propone quindi l’introduzione di valutazioni indipendenti dei modelli e di veri e propri checkpoint di sicurezza coordinati tra le imprese del settore. Sul piano internazionale, ha inoltre ipotizzato forme di cooperazione sugli utilizzi considerati maggiormente pericolosi e, in prospettiva, persino meccanismi capaci di governare la velocità con cui aumentano le capacità dei sistemi più avanzati.

La richiesta di controlli esterni trova sponde anche fuori da Anthropic. Demis Hassabis, cofondatore di Google DeepMind, ha indicato la possibilità di istituire un organismo indipendente incaricato di valutare i modelli più potenti prima della loro diffusione.

Il dibattito, tuttavia, si intreccia inevitabilmente con la competizione geopolitica. Negli Stati Uniti rimane forte il timore che un rallentamento imposto alle aziende occidentali possa favorire la Cina. Il presidente Donald Trump ha ribadito la volontà di mantenere la leadership americana nell’intelligenza artificiale, pur senza escludere l’introduzione di misure di sicurezza. Pechino, dal canto suo, continua a investire nel settore e punta anche sulla cooperazione internazionale nello sviluppo di modelli open source.

La questione si sposta così progressivamente dal semplice confronto tra innovazione e regolazione a un problema più complesso: chi deve stabilire quando un sistema di intelligenza artificiale è sufficientemente sicuro per essere sviluppato o immesso sul mercato?

Affidare questa valutazione esclusivamente alle aziende produttrici rischia infatti di creare una sovrapposizione tra chi sviluppa la tecnologia e chi dovrebbe certificarne l’affidabilità. Da qui la crescente attenzione verso verificatori indipendenti, autorità pubbliche e forme di coordinamento sovranazionale.

La corsa all’intelligenza artificiale, dunque, non sembra destinata a fermarsi. Ma proprio mentre i modelli diventano più autonomi e potenti, la capacità di controllarne lo sviluppo potrebbe trasformarsi in uno dei principali terreni tecnologici, giuridici e politici dei prossimi anni.

Milano, crolla il controsoffitto dell’aula bunker: l’ANM chiede un piano straordinario

Torna in primo piano l’emergenza dell’edilizia giudiziaria italiana. Questa volta a riaccendere l’allarme è Milano, dove il crollo di una parte del controsoffitto dell’aula bunker di piazza Filangieri ha reso inagibili i locali e determinato il rinvio di un’importante udienza del processo Hydra.

Il cedimento si è verificato nella notte tra il 9 e il 10 settembre, durante la forte ondata di maltempo che ha interessato la città. Le infiltrazioni provocate dalle intense precipitazioni avrebbero determinato il distacco dei pannelli del controsoffitto, con la conseguente caduta di calcinacci all’interno dell’aula.

Sul posto sono intervenuti i Vigili del Fuoco per la messa in sicurezza e la verifica delle condizioni della struttura.

Il processo Hydra rinviato al 16 settembre

Le conseguenze hanno investito immediatamente l’attività giudiziaria. Nell’aula bunker avrebbe dovuto svolgersi una nuova udienza del processo Hydra, nato dalla maxi inchiesta sulle presunte infiltrazioni e sulle relazioni tra differenti organizzazioni criminali operanti in Lombardia.

L’udienza, durante la quale era previsto anche l’esame di un collaboratore di giustizia, non ha potuto avere luogo.

Il processo riprenderà il 16 settembre, ma in un’altra sede: la maxi aula del Tribunale di Milano sostituirà, almeno per il momento, quella di piazza Filangieri.

Il maltempo ha inoltre provocato infiltrazioni anche nel principale Palazzo di Giustizia milanese, contribuendo a riportare l’attenzione sulle condizioni degli immobili destinati all’amministrazione della giustizia.

ANM: «Non è un fatto isolato»

Sull’accaduto è intervenuta la Giunta esecutiva centrale dell’Associazione nazionale magistrati, che considera quanto avvenuto a Milano non un episodio occasionale, ma una nuova manifestazione di una criticità strutturale ormai diffusa sul territorio nazionale.

L’ANM richiama una situazione caratterizzata, in numerose sedi giudiziarie, da infiltrazioni, impianti datati, deterioramento degli ambienti e cedimenti di intonaci e controsoffitti.

Il riferimento va anche a quanto accaduto poche settimane fa a Bolzano, dove il crollo verificatosi all’interno del Tribunale aveva già sollevato forti preoccupazioni sulla sicurezza degli edifici giudiziari.

Secondo l’Associazione, la successione di questi episodi non può essere considerata imprevedibile, ma deve essere letta alla luce dei ritardi accumulati nella manutenzione e degli investimenti insufficienti destinati nel tempo al patrimonio immobiliare della giustizia.

La richiesta di un piano straordinario

Per l’ANM è arrivato quindi il momento di superare la logica degli interventi emergenziali e delle riparazioni effettuate soltanto dopo che il problema si è manifestato.

La richiesta è quella di predisporre un piano straordinario per l’edilizia giudiziaria, capace di affrontare in maniera organica sicurezza, manutenzione e adeguamento degli immobili.

Il tema, sottolineano i magistrati, riguarda direttamente anche l’efficienza della giurisdizione. Processi e attività degli uffici non possono infatti svolgersi regolarmente quando vengono meno le condizioni materiali necessarie per garantire sicurezza a magistrati, avvocati, personale amministrativo e cittadini.

«La dignità della giustizia passa anche dalla dignità dei luoghi in cui essa si amministra», afferma la Giunta esecutiva centrale dell’ANM.

Social e commenti diffamatori, quando può rispondere il professionista

Gestire una pagina social professionale non significa essere automaticamente responsabili di tutto ciò che viene scritto dagli utenti. La situazione, però, cambia quando il titolare viene a conoscenza della presenza di un commento diffamatorio e, pur avendo la possibilità di intervenire, decide di lasciarlo online.

È uno dei principi che emergono dall’ordinanza n. 22999/2026 della Corte di cassazione, recentemente richiamata dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro in una comunicazione indirizzata ai Consigli provinciali.

La questione interessa potenzialmente un’ampia platea di professionisti che utilizzano blog, pagine Facebook, profili social o altri spazi digitali aperti alle interazioni del pubblico. Il punto centrale non è infatti l’esistenza di un obbligo generalizzato di sorvegliare preventivamente ogni commento, ma il comportamento tenuto dopo aver avuto effettiva conoscenza di un contenuto potenzialmente lesivo della reputazione altrui.

Nessun controllo preventivo generalizzato

La vicenda esaminata dalla Cassazione riguardava il gestore di un blog, condannato al risarcimento dei danni per non avere eliminato con sufficiente tempestività alcuni commenti diffamatori pubblicati da terzi.

La Suprema Corte ha distinto con chiarezza due situazioni. Da una parte, non può essere imposto al titolare di uno spazio digitale un controllo preventivo e sistematico di ogni contributo inserito dagli utenti. Dall’altra, una volta acquisita la consapevolezza della natura offensiva o diffamatoria di un contenuto, l’eventuale mancato intervento può assumere rilievo ai fini della responsabilità.

Il principio si inserisce nel necessario bilanciamento tra libertà di manifestazione del pensiero e tutela della reputazione. La libertà di espressione, infatti, non si estende fino a comprendere attacchi gratuitamente denigratori o la consapevole diffusione di informazioni false finalizzate a danneggiare altre persone.

Quando il gestore può dirsi a conoscenza del commento

Uno degli aspetti più delicati riguarda proprio la prova della conoscenza del contenuto.

Non esiste un unico meccanismo attraverso il quale questa possa essere accertata. Può derivare, ad esempio, da una segnalazione ricevuta dal gestore, da una formale richiesta di cancellazione oppure dal suo stesso comportamento sulla piattaforma.

Anche le interazioni con il post o con il commento possono quindi diventare elementi significativi per dimostrare che il titolare della pagina ne conosceva l’esistenza. Un profilo particolarmente importante per chi svolge direttamente attività di moderazione.

Neppure la limitata diffusione della pagina rappresenta automaticamente una causa di esclusione della responsabilità. La dimensione del pubblico raggiunto potrà piuttosto essere considerata nella valutazione concreta del danno prodotto.

Il regolamento della community non mette al riparo dalla responsabilità

Avere predisposto una netiquette, un disclaimer o regole che vietano espressamente commenti offensivi rappresenta una corretta misura organizzativa, ma non è sufficiente.

Una volta ricevuta una segnalazione circostanziata, il gestore deve valutarla e, qualora emerga con evidenza la natura diffamatoria del contenuto, intervenire in tempi adeguati.

Da qui le indicazioni operative rivolte dal Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro agli iscritti. Chi dispone di spazi digitali aperti ai commenti dovrebbe stabilire regole facilmente comprensibili, mettere a disposizione degli utenti un canale attraverso il quale segnalare eventuali abusi e controllare con ragionevole periodicità le interazioni.

Le segnalazioni specifiche dovrebbero essere esaminate rapidamente e, quando il carattere offensivo risulta manifesto, il contenuto dovrebbe essere eliminato senza ritardi ingiustificati.

Utile anche conservare, nel rispetto della normativa sulla protezione dei dati personali, documentazione della segnalazione ricevuta e dell’intervento effettuato. Una sorta di tracciabilità della moderazione che può risultare importante nel caso in cui sorgano successive contestazioni.

Attenzione anche a like, condivisioni e commenti

La prudenza richiesta ai professionisti non riguarda soltanto la cancellazione dei messaggi pubblicati dagli utenti.

Anche un like, una condivisione, un rilancio o un commento di approvazione possono assumere rilevanza quando contribuiscono a dare ulteriore visibilità a un contenuto lesivo oppure manifestano una sostanziale adesione al suo contenuto.

Per questo, in presenza di situazioni dubbie, viene suggerito di adottare temporaneamente misure cautelative e, nei casi più complessi, di valutare l’opportunità di richiedere un parere legale.

Responsabilità civile, penale e deontologica restano distinte

La decisione della Cassazione riguarda direttamente il versante civilistico. Il quadro, tuttavia, può diventare più ampio.

La stessa ordinanza richiama l’orientamento secondo il quale, al ricorrere dei relativi presupposti, anche la consapevole permanenza online di un contenuto diffamatorio può assumere rilievo qualora il comportamento del gestore contribuisca alla sua diffusione.

Occorre comunque evitare automatismi: responsabilità civile, penale e disciplinare hanno presupposti differenti e devono essere valutate separatamente.

Per i professionisti il messaggio è soprattutto organizzativo. Aprire uno spazio digitale alle interazioni significa anche predisporre modalità adeguate per affrontare eventuali abusi. Non è richiesta una sorveglianza continua della rete, ma una volta che il problema viene portato all’attenzione del gestore, ignorarlo può non essere più una scelta priva di conseguenze.

Criptovalute e gioco online, il Gafi avverte: le piattaforme digitali diventano strumenti di riciclaggio

Il riciclaggio di denaro segue l’evoluzione della tecnologia. E tra i settori che stanno attirando maggiormente l’attenzione delle autorità internazionali ci sono ora il gioco d’azzardo online, le criptovalute e le piattaforme digitali di gaming.

A richiamare l’attenzione sul fenomeno è il Gafi – Gruppo d’azione finanziaria internazionale (FATF), che ha elaborato nuovi indicatori di rischio destinati a governi, autorità di controllo e operatori privati. L’obiettivo è facilitare l’individuazione delle operazioni sospette e contrastare l’utilizzo delle piattaforme di gioco da parte delle organizzazioni criminali.

Il quadro emerge da un’analisi durata circa un anno e realizzata con il coinvolgimento di oltre 80 Paesi. Uno degli aspetti più preoccupanti riguarda la dimensione raggiunta dal mercato illegale: in alcune aree, secondo il Gafi, il giro d’affari generato dagli operatori clandestini o dalle piattaforme offshore prive delle necessarie autorizzazioni sarebbe ormai paragonabile, quando non superiore, a quello del settore regolamentato.

Quando il conto di gioco diventa un conto di transito

La trasformazione digitale dei pagamenti ha moltiplicato gli strumenti a disposizione degli utenti, ma contemporaneamente ha aumentato le possibilità di costruire operazioni difficili da ricostruire.

Accanto ai sistemi di pagamento tradizionali vengono infatti utilizzati portafogli elettronici, moneta mobile e virtual asset, che possono consentire di trasferire rapidamente risorse attraverso servizi e giurisdizioni differenti.

Uno degli schemi segnalati riguarda il cosiddetto smurfing: anziché movimentare un’unica somma consistente, il denaro viene suddiviso in numerose operazioni di importo inferiore con l’obiettivo di rendere meno evidente l’attività e aggirare i sistemi di controllo.

Un’altra tecnica consiste nell’utilizzare il conto aperto presso una piattaforma di gioco non per scommettere realmente, ma come semplice passaggio intermedio del denaro. I fondi vengono depositati e successivamente ritirati in modo da costruire una storia apparentemente compatibile con un’attività di gioco.

Tra gli indicatori di rischio figurano inoltre comportamenti di scommessa anomali, operazioni coordinate e transazioni collegate a eventi particolarmente esposti al rischio di manipolazione.

Crypto e piattaforme offshore complicano i controlli

Il problema diventa ancora più complesso quando alle piattaforme di gioco si aggiungono criptovalute e operatori situati in Paesi diversi da quello dell’utente.

Le organizzazioni criminali possono sfruttare le differenze tra le legislazioni nazionali, scegliendo giurisdizioni nelle quali gli obblighi antiriciclaggio o i controlli sulla proprietà delle società risultano meno rigorosi.

La struttura societaria diventa così parte del meccanismo di occultamento.

Catene di società costituite in più Paesi possono rendere difficile individuare il titolare effettivo, cioè la persona che, al di là delle intestazioni formali, controlla realmente l’attività. Un sistema particolarmente appetibile per reti impegnate nelle frodi informatiche e per organizzazioni specializzate nel riciclaggio professionale.

Il risultato è un ecosistema nel quale il denaro può attraversare conti di gioco, wallet digitali, asset virtuali e società registrate in differenti giurisdizioni prima di essere nuovamente immesso nel circuito economico.

Il confine tra gaming ed economia digitale si assottiglia

L’allarme del Gafi evidenzia anche una trasformazione più generale. Il gioco online non è più un settore isolato, ma tende a integrarsi con un’economia digitale nella quale circolano strumenti di pagamento, beni virtuali e servizi accessibili da qualsiasi Paese.

Questa convergenza rende più difficile applicare sistemi di vigilanza costruiti quando le transazioni avvenivano prevalentemente attraverso intermediari finanziari tradizionali.

La sfida per le autorità consiste quindi nel ricostruire non la singola operazione, ma l’intera sequenza digitale attraverso cui vengono movimentati i fondi.

Per questo gli indicatori di anomalia assumono un ruolo sempre più importante: frazionamento sistematico dei depositi, movimenti non coerenti con l’attività di gioco, rapidi versamenti e prelievi, utilizzo di più strumenti di pagamento e collegamenti con operatori non autorizzati possono contribuire a individuare comportamenti che richiedono ulteriori verifiche.

Il Gafi chiede maggiore cooperazione internazionale

Il presidente del Gafi, Giles Thomson, ha invitato i governi ad applicare rapidamente le nuove indicazioni e a rafforzare gli strumenti utilizzati contro le piattaforme illegali.

Una parte decisiva della strategia riguarda la cooperazione transfrontaliera. Una piattaforma può infatti essere registrata in uno Stato, offrire servizi in un altro, utilizzare infrastrutture tecnologiche situate altrove e ricevere pagamenti attraverso strumenti digitali che consentono trasferimenti internazionali.

Nessuna autorità nazionale, isolatamente, può quindi ricostruire con facilità l’intera catena.

Da qui anche la necessità di una collaborazione più stretta tra settore pubblico e operatori privati, chiamati a intercettare tempestivamente schemi e comportamenti sospetti.

Robot umanoidi, dalla fabbrica al campo di battaglia: la Cina accelera sugli impieghi militari

La nuova frontiera della robotica umanoide potrebbe non essere soltanto industriale. Mentre i robot diventano più agili, capaci di muoversi in ambienti complessi e di interagire fisicamente con ciò che li circonda, cresce infatti l’interesse delle forze armate per un loro possibile utilizzo operativo.

La Cina, che negli ultimi anni ha costruito una posizione dominante nella produzione di robot umanoidi, sta accelerando proprio in questa direzione. Il tema è entrato apertamente nel dibattito militare del Paese, con studi, sperimentazioni e programmi dedicati alla possibilità di trasferire sul terreno le tecnologie sviluppate nei laboratori.

Secondo dati di BofA Global Research riportati da Reuters, nel 2025 i produttori cinesi avrebbero rappresentato circa il 95% delle spedizioni mondiali di robot umanoidi. Una capacità industriale che assume un significato ulteriore quando le stesse tecnologie vengono considerate per applicazioni legate alla difesa.

Dalla logistica alle operazioni di combattimento

La prospettiva più immediata non è necessariamente quella di eserciti composti da androidi armati. Le prime applicazioni possono riguardare attività nelle quali sostituire una persona con una macchina consentirebbe di ridurre l’esposizione dei militari al pericolo.

Trasporto di materiali, esplorazione di aree rischiose, ricognizione, recupero dei feriti, interventi in presenza di sostanze pericolose e rimozione di ostacoli sono alcuni dei compiti per i quali i sistemi robotici vengono già studiati.

La guerra in Ucraina ha del resto mostrato quanto rapidamente le tecnologie autonome e semiautonome possano modificare le operazioni militari. Droni assistiti dall’intelligenza artificiale vengono utilizzati per navigazione, individuazione degli obiettivi e ricognizione, mentre robot terrestri possono essere impiegati per attività logistiche o in aree particolarmente esposte.

Gli umanoidi aggiungono una caratteristica particolare: essendo costruiti secondo una configurazione simile al corpo umano, potrebbero teoricamente muoversi in ambienti progettati per le persone, utilizzare scale, superare ostacoli e manipolare strumenti.

Proprio questa versatilità rende interessante il loro possibile utilizzo nelle operazioni urbane.

Robot da combattimento, una prospettiva ancora lontana

Tra sperimentazione e reale capacità operativa, tuttavia, rimane una distanza considerevole.

Le dimostrazioni pubbliche hanno mostrato robot capaci di correre, combattere, eseguire movimenti complessi e coordinarsi. Un campo di battaglia rappresenta però un ambiente radicalmente diverso: terreno irregolare, condizioni meteorologiche, ostacoli imprevedibili, comunicazioni instabili e necessità di prendere decisioni in tempi estremamente ridotti mettono sotto pressione sistemi che ancora oggi presentano problemi di autonomia energetica e affidabilità.

Per alcune missioni, inoltre, la forma umanoide potrebbe non essere nemmeno la soluzione migliore. Robot quadrupedi, mezzi cingolati o piattaforme su ruote risultano spesso meno costosi e tecnologicamente più semplici per compiti specifici.

La ricerca cinese guarda però più avanti. Documenti e iniziative riconducibili all’Esercito Popolare di Liberazione hanno progressivamente ampliato il possibile ruolo degli umanoidi, arrivando a ipotizzare un’evoluzione dalle funzioni di supporto verso attività direttamente connesse al combattimento.

Già nel 2024 la National University of Defense Technology e l’Accademia cinese delle scienze militari avevano dedicato attenzione alle applicazioni militari degli umanoidi. Successivamente sono state organizzate sperimentazioni universitarie nelle quali ai robot venivano affidati compiti come entrare in un’area, ricostruirne la mappa e localizzare potenziali obiettivi.

L’intelligenza artificiale diventa il vero elemento decisivo

La sfida non riguarda però soltanto la costruzione del corpo del robot.

Per trasformare un umanoide in un sistema realmente utilizzabile fuori da un ambiente controllato servono capacità avanzate di percezione, interpretazione dell’ambiente, movimento, manipolazione e decisione. Ed è qui che robotica e intelligenza artificiale finiscono per convergere.

Pechino sta investendo anche nella raccolta dei dati necessari ad addestrare questi sistemi. Programmi militari prevedono l’acquisizione e l’etichettatura di informazioni provenienti da telecamere, radar e sensori di movimento, comprese quelle relative alle caratteristiche del terreno.

L’obiettivo è permettere alle macchine non semplicemente di eseguire movimenti programmati, ma di comprendere l’ambiente circostante e adattare il proprio comportamento alle condizioni incontrate.

Anche gli Stati Uniti investono nei robot militari

La Cina non è l’unico Paese interessato.

Anche l’esercito statunitense ha avviato programmi per sperimentare capacità umanoidi militarizzate, individuando tra i possibili impieghi la ricognizione, la sicurezza, la gestione di materiali pericolosi, la rimozione degli ostacoli e le operazioni offensive e difensive in contesti urbani.

Il vantaggio cinese rimane però soprattutto industriale: Pechino dispone di un ecosistema produttivo particolarmente sviluppato sia per gli umanoidi sia per i robot quadrupedi, una condizione che potrebbe consentire di sperimentare e produrre queste tecnologie su una scala difficilmente raggiungibile dai concorrenti.

La robotica militare apre infine una questione che va oltre la competizione tecnologica. Più aumenta l’autonomia delle macchine, più diventa necessario stabilire quale debba essere il ruolo dell’essere umano nelle decisioni che comportano l’uso della forza.

Il passaggio dai robot utilizzati per trasportare materiali o svolgere ricognizioni a sistemi capaci di individuare e colpire un bersaglio rappresenterebbe infatti un cambiamento sostanziale. E potrebbe trasformare una delle tecnologie simbolo della nuova industria dell’intelligenza artificiale in uno dei temi più delicati della sicurezza internazionale dei prossimi anni.

Intelligenza artificiale, l’allarme arriva dai ricercatori: «La corsa alla superintelligenza è troppo veloce»

Il dibattito sui rischi dell’intelligenza artificiale torna ad accendersi, questa volta per iniziativa di chi quei sistemi contribuisce direttamente a svilupparli.

Jacob Coxon, giovane ricercatore con esperienze professionali sia in Anthropic sia in OpenAI, ha lasciato il proprio incarico accompagnando la decisione con un duro intervento pubblico. Al centro delle sue preoccupazioni c’è la velocità con cui le principali aziende del settore stanno cercando di costruire sistemi sempre più potenti, fino alla prospettiva di una superintelligenza capace di migliorare autonomamente le proprie prestazioni.

Secondo Coxon, l’attuale competizione tecnologica non sarebbe accompagnata da misure di sicurezza proporzionate alle conseguenze potenziali. Il ricercatore sostiene inoltre che, all’interno delle società impegnate nello sviluppo dei modelli più avanzati, la possibilità di conseguenze estremamente gravi sarebbe discussa con maggiore preoccupazione di quanto emerga generalmente nella comunicazione pubblica.

A rendere la vicenda particolarmente significativa sono gli interventi di altri ricercatori di Anthropic.

Evan Hubinger, che lavora sui problemi legati all’allineamento dei sistemi di intelligenza artificiale agli obiettivi e ai valori umani, ha affermato pubblicamente di considerare concreto il rischio che tecnologie future possano produrre conseguenze catastrofiche. Una posizione analoga è stata espressa da Samuel Marks, impegnato nello studio delle tecniche necessarie a controllare e valutare modelli sempre più complessi.

Non si tratta, dunque, soltanto della presa di posizione isolata di un ex dipendente. Le dichiarazioni mostrano come il problema della sicurezza dei sistemi avanzati sia oggetto di un confronto molto acceso anche all’interno delle organizzazioni che guidano lo sviluppo dell’AI.

La competizione verso sistemi sempre più autonomi

Il nodo riguarda soprattutto ciò che potrebbe accadere con il progressivo aumento delle capacità dei modelli.

Una cosa è disporre di un’intelligenza artificiale molto potente nell’elaborazione di testi, immagini, software o dati. Altra prospettiva è quella di sistemi dotati di capacità sufficienti per partecipare direttamente al proprio perfezionamento, contribuendo allo sviluppo di modelli successivi sempre più sofisticati.

È proprio l’ipotesi del cosiddetto auto-miglioramento a rappresentare uno degli scenari maggiormente discussi negli studi sulla sicurezza dell’AI.

A complicare il quadro c’è la competizione internazionale. Le aziende statunitensi sono impegnate in una corsa tecnologica tra loro e, contemporaneamente, devono confrontarsi con la rapida crescita dei concorrenti asiatici. In un simile contesto, rallentare unilateralmente lo sviluppo potrebbe significare perdere un vantaggio strategico e commerciale.

Nasce così un problema difficile da risolvere: anche quando gli operatori riconoscono l’esistenza di rischi, ciascuno ha forti incentivi a continuare a investire e accelerare per evitare di essere superato dagli altri.

Dalla sicurezza tecnica alla governance

Le dichiarazioni provenienti dall’interno di Anthropic riportano quindi al centro una questione destinata ad accompagnare l’evoluzione dell’intelligenza artificiale nei prossimi anni: chi stabilisce fino a quale punto sia accettabile spingere le capacità dei modelli e con quali garanzie?

Il problema non riguarda soltanto eventuali scenari estremi. La crescente autonomia dei sistemi pone già interrogativi sulla loro controllabilità, sulla possibilità di verificarne i comportamenti, sulla responsabilità delle aziende che li sviluppano e sulla capacità delle istituzioni di intervenire prima che una tecnologia sia diffusamente utilizzata.

La questione sta assumendo anche una dimensione internazionale. L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, ha recentemente richiamato gli Stati sulla necessità di affrontare tempestivamente i pericoli associati allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, collegando la governance tecnologica alla protezione dei diritti fondamentali.

Anche in Italia il confronto tende sempre più a concentrarsi sul rapporto tra innovazione e centralità della persona. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, intervenendo con un videomessaggio a Forum, ha ribadito la necessità di mantenere lo sviluppo dell’AI al servizio dell’essere umano, richiamando in particolare i possibili effetti sui diritti, sulla dignità individuale e sulla qualità delle democrazie.

La vicenda Coxon, al di là delle valutazioni sulle probabilità degli scenari più estremi evocati dai ricercatori, evidenzia quindi una contraddizione destinata a diventare sempre più rilevante: chi conosce meglio le potenzialità dell’intelligenza artificiale è anche tra coloro che chiedono maggiore attenzione ai suoi rischi, mentre la competizione economica e geopolitica continua a spingere nella direzione opposta, verso modelli sempre più potenti e sviluppati sempre più rapidamente.

Giustizia e intelligenza artificiale, a Perugia le prime linee guida distrettuali

L’intelligenza artificiale può leggere e sintetizzare fascicoli, ricostruire cronologie, individuare precedenti giurisprudenziali, controllare tecnicamente gli atti e contribuire persino all’analisi delle intercettazioni. Ma non può sostituire il magistrato e il suo intervento deve essere riconoscibile e verificabile.

Sono alcuni dei principi contenuti nelle Linee guida sull’utilizzo responsabile dell’Intelligenza Artificiale negli uffici giudiziari del Distretto, adottate il 7 settembre 2026 dalla Procura Generale presso la Corte d’Appello di Perugia.

Il documento prova a tradurre i principi generali sulla governance dell’IA in indicazioni concrete per il lavoro degli uffici giudiziari, individuando dieci possibili ambiti di applicazione e ponendo al centro trasparenza, riservatezza dei dati, tracciabilità, controllo dei risultati e supervisione umana.

Un assistente intelligente per leggere i fascicoli

Il primo ambito riguarda il fascicolo digitale. Sistemi di IA potranno essere utilizzati per sintetizzare gli atti, individuare persone, fatti, luoghi e date, costruire automaticamente la successione temporale degli eventi e segnalare elementi rilevanti o eventuali incongruenze presenti nella documentazione.

L’obiettivo è soprattutto ridurre i tempi necessari allo studio dei procedimenti più complessi, predisponendo anche schede riepilogative utili al magistrato.

Un secondo campo di applicazione è rappresentato dalla ricerca giurisprudenziale avanzata. L’intelligenza artificiale potrà aiutare a ricostruire gli orientamenti consolidati, individuare contrasti interpretativi, elaborare mappe della giurisprudenza e produrre sintesi ragionate dei precedenti.

Le linee guida precisano però che la conoscenza del precedente non deve trasformarsi in conformismo giurisprudenziale: la tecnologia deve ampliare gli strumenti conoscitivi del magistrato, non condizionarne l’autonomia valutativa.

Il “revisore intelligente”, non il magistrato artificiale

L’IA potrà intervenire anche nella verifica tecnica degli atti, segnalando possibili omissioni nella motivazione, riferimenti normativi errati, precedenti giurisprudenziali non più attuali oppure incoerenze logiche e redazionali.

Su questo punto le linee guida utilizzano una distinzione particolarmente efficace: lo strumento deve operare come “revisore intelligente” e non come “magistrato artificiale”.

La finalità, dunque, è migliorare la qualità tecnica dei provvedimenti senza trasferire alla macchina l’autonomia valutativa propria del magistrato.

IA anche per arretrato, riunioni e intercettazioni

L’intelligenza artificiale potrà essere impiegata anche sul versante organizzativo. I sistemi potranno analizzare sopravvenienze, definizioni, arretrato, tempi di trattazione e aree di maggiore criticità, fornendo elementi utili alla programmazione delle risorse e alle funzioni direttive degli uffici.

È previsto inoltre il possibile ricorso a sistemi di trascrizione delle riunioni capaci di produrre automaticamente il verbale e di estrarre le decisioni assunte.

Più delicato è il capitolo delle intercettazioni. L’IA potrà essere utilizzata per classificare conversazioni, individuare persone, luoghi ed eventi, ricostruire reti di relazioni e identificare temi ricorrenti. In questo caso le linee guida stabiliscono espressamente che i risultati prodotti dovranno essere sottoposti a verifica e validazione umana.

Dalla ricostruzione delle prove alla formazione dei magistrati

Un ulteriore utilizzo riguarda la possibilità di integrare fonti documentali differenti per costruire cronologie dinamiche del quadro probatorio. Per gli uffici requirenti di secondo grado, questi strumenti potrebbero anche fornire una ricostruzione sintetica dello svolgimento del dibattimento di primo grado.

L’IA trova spazio inoltre nella formazione e nell’aggiornamento professionale di magistrati e personale amministrativo: potrà illustrare novità normative e giurisprudenziali, predisporre materiali di studio, personalizzare percorsi formativi, contribuire alla preparazione di modelli condivisi e simulare casi pratici.

Le banche dati giudiziarie, infine, potranno essere rese interrogabili attraverso il linguaggio naturale e sistemi di ricerca semantica, nel rispetto delle esigenze di sicurezza e anonimizzazione.

Se interviene l’IA bisogna dichiararlo

Uno dei punti centrali delle linee guida è però il principio della “trasparenza dichiarativa”.

Quando l’intelligenza artificiale contribuisce alla formazione di un atto, di un documento o di un elaborato destinato alla circolazione interna o esterna, il suo utilizzo deve essere esplicitamente segnalato.

La dichiarazione serve a rendere conoscibile il procedimento attraverso il quale il documento è stato formato e a consentire un controllo sulla qualità e sull’affidabilità del risultato.

Un principio che la stessa Procura Generale ha già applicato al documento appena adottato: nelle linee guida viene infatti dichiarato espressamente che anche il testo delle linee guida è stato redatto con l’ausilio degli strumenti ministeriali di intelligenza artificiale.

Bisognerà poter ricostruire cosa ha fatto l’algoritmo

La trasparenza non si esaurisce, tuttavia, nella dichiarazione dell’utilizzo dell’IA.

Il decimo punto delle linee guida riguarda specificamente la tracciabilità e il controllo. Nell’impiego di sistemi di intelligenza artificiale in ambito processuale dovrebbe essere possibile ricostruire quale sistema è stato utilizzato, quali dati sono stati elaborati, quali risultati sono stati prodotti e quali verifiche sono state successivamente compiute dall’operatore umano.

L’obiettivo è creare una catena verificabile dell’intervento tecnologico, mantenendo individuabile la responsabilità della persona.

AI Act, legge italiana e indicazioni del CSM

Le regole adottate a Perugia si inseriscono nel quadro normativo che si è progressivamente formato attorno all’utilizzo dell’intelligenza artificiale.

Le linee guida richiamano espressamente il Regolamento Ue 2024/1689, l’AI Act, e la legge italiana n. 132 del 23 settembre 2025, oltre alle raccomandazioni approvate dal Consiglio Superiore della Magistratura l’8 ottobre 2025 e aggiornate con la delibera del 22 luglio 2026.

Proprio quest’ultima è intervenuta anche alla luce dell’avvio della sperimentazione di Microsoft 365 Copilot presso il Ministero della Giustizia.
Il documento non viene comunque presentato come un insieme di regole definitive. La Procura Generale parla piuttosto di un metodo di lavoro aperto all’aggiornamento, al confronto istituzionale e alla sperimentazione, prevedendo anche il contributo dell’Avvocatura nella costruzione di regole condivise per l’utilizzo dell’IA nel sistema giudiziario.

Dall’ufficio per il processo all’“ufficio dell’intelligenza aumentata”

La prospettiva finale indicata dalla Procura Generale è il progressivo passaggio dall’ufficio per il processo all’“ufficio dell’intelligenza aumentata”.

Non un ufficio nel quale l’algoritmo prende il posto del magistrato, dunque, ma un’organizzazione nella quale strumenti intelligenti ampliano le capacità di ricerca, analisi e gestione delle informazioni degli operatori della giustizia.

Il limite rimane quello della responsabilità decisionale: ogni attività svolta con il supporto dell’IA deve essere sottoposta alla verifica critica della persona e la decisione finale deve restare umana.

Le linee guida di Perugia delineano così un primo modello operativo di “intelligenza aumentata” applicata alla giustizia: più automazione nelle attività di ricerca, analisi e organizzazione, ma anche maggiore trasparenza sull’intervento degli algoritmi e piena tracciabilità del loro utilizzo.

Consulta il documento integrale: Linee Guida IA-Procura Generale di Perugia_signed

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