Giustizia e comunicazione, il Csm punta sulla tutela della reputazione digitale

Il Consiglio Superiore della Magistratura è chiamato a esaminare un aggiornamento delle linee guida rivolte agli uffici giudiziari, con l’obiettivo di adeguare le modalità di informazione pubblica all’impatto che le notizie producono nell’ecosistema digitale.

Il principio ispiratore della proposta è che la reputazione rappresenta una componente fondamentale della tutela della persona e che anche l’amministrazione della giustizia deve contribuire a proteggerla. Un tema che assume particolare rilevanza in un contesto in cui le informazioni diffuse durante la fase delle indagini possono circolare rapidamente online e lasciare tracce permanenti, indipendentemente dagli sviluppi successivi del procedimento.

Tra le novità più significative figura l’invito agli uffici giudiziari a non limitarsi alla comunicazione iniziale delle indagini, ma a informare l’opinione pubblica anche sugli esiti successivi dei procedimenti. Archiviazioni, proscioglimenti, assoluzioni, annullamenti o revoche di misure cautelari dovrebbero trovare adeguato spazio nella comunicazione istituzionale, garantendo un’informazione più completa e bilanciata.

Le linee guida sottolineano inoltre la necessità di intervenire tempestivamente quando emergano informazioni non più attuali o suscettibili di rettifica. L’obiettivo è assicurare che gli aggiornamenti abbiano una visibilità comparabile rispetto alla comunicazione originaria, evitando che notizie diffuse nella fase preliminare continuino a produrre effetti reputazionali sproporzionati rispetto all’esito effettivo delle vicende giudiziarie.

Il documento richiama espressamente i principi della presunzione di innocenza e della proporzionalità dell’informazione, evidenziando come la comunicazione pubblica debba essere accurata, necessaria e costantemente aggiornata. Una particolare attenzione viene riservata alla conservazione online dei contenuti e alla loro persistente reperibilità attraverso motori di ricerca e piattaforme digitali.

Sul tema è intervenuta anche la Federazione Nazionale della Stampa Italiana, che ha richiamato l’esigenza di garantire ai cittadini un’informazione completa sulle vicende di interesse pubblico. Tra i punti maggiormente discussi vi è quello relativo all’accesso alle ordinanze cautelari, questione che negli ultimi anni ha già generato orientamenti differenti tra i vari uffici giudiziari.

L’iniziativa del Csm evidenzia come la trasformazione digitale stia modificando profondamente il rapporto tra giustizia, media e opinione pubblica. Non a caso il Consiglio propone di rafforzare la formazione dei magistrati sui temi della comunicazione online, della gestione dell’identità digitale, della diffusione virale delle notizie e delle tecniche di rettifica nell’ambiente digitale.


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L’altra faccia dell’AI: il mercato grigio che aggira i controlli dei grandi modelli

A fine aprile la Casa Bianca ha denunciato l’esistenza di campagne coordinate finalizzate a estrarre conoscenze e capacità dai modelli di intelligenza artificiale sviluppati negli Stati Uniti. Nello stesso periodo anche alcune aziende del settore hanno segnalato attività sospette riconducibili a reti composte da migliaia di account utilizzati per accedere ai sistemi in modo non autorizzato.

Dietro questi episodi, tuttavia, si nasconde una realtà più complessa di una semplice operazione di spionaggio tecnologico. Secondo diversi osservatori, il fenomeno sarebbe alimentato da un vasto ecosistema di servizi intermediari che consentono a sviluppatori, studenti, ricercatori e appassionati di utilizzare modelli avanzati di AI nonostante le restrizioni geografiche imposte dai fornitori occidentali.

Il cuore di questo sistema è rappresentato dai server proxy, infrastrutture che fungono da intermediari tra l’utente finale e il modello di intelligenza artificiale. Attraverso questi canali, le richieste vengono inoltrate come se provenissero da Paesi autorizzati, permettendo l’accesso a servizi altrimenti non disponibili. Il tutto con modalità di pagamento locali e costi spesso molto inferiori rispetto a quelli ufficiali.

Il modello economico di queste piattaforme non si limita però alla vendita dell’accesso. Gli operatori possono ottenere profitti attraverso diverse strategie: dalla gestione aggregata degli account all’utilizzo di formule tariffarie poco trasparenti, fino alla raccolta sistematica dei dati generati dagli utenti. Prompt, risposte, codice sorgente e conversazioni diventano infatti una risorsa preziosa che può essere utilizzata per addestrare nuovi modelli o migliorare sistemi esistenti.

È proprio questo aspetto a sollevare le maggiori questioni etiche. Chi utilizza tali servizi potrebbe inconsapevolmente cedere grandi quantità di informazioni e contenuti, trasformandosi al tempo stesso in cliente e fornitore involontario di dati. Una dinamica che assume particolare rilevanza nel caso degli strumenti destinati alla programmazione o alle applicazioni agentiche, dove le interazioni contengono spesso informazioni tecniche di elevato valore.

Per contrastare il fenomeno, le principali aziende statunitensi hanno progressivamente rafforzato i sistemi di verifica degli utenti. Ai controlli geografici si sono aggiunti l’obbligo di numeri telefonici verificati, strumenti di pagamento internazionali e, più recentemente, procedure di identificazione biometrica basate su documenti e riconoscimento facciale.

Tuttavia, ogni nuovo livello di sicurezza sembra aver generato nuove forme di aggiramento. Si è così sviluppato un mercato parallelo di identità digitali, documenti e verifiche effettuate tramite intermediari, spesso in Paesi economicamente vulnerabili. Un fenomeno che amplia ulteriormente le implicazioni etiche e sociali della corsa globale all’intelligenza artificiale.

La questione, quindi, non riguarda soltanto la competizione tra Washington e Pechino. Il caso evidenzia un problema più generale di governance delle tecnologie digitali. I sistemi di controllo progettati dai fornitori di AI si basano sulla capacità di identificare gli utenti e monitorarne i comportamenti. Quando però l’accesso avviene attraverso reti di intermediari, questa capacità si riduce drasticamente.


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Specializzazioni forensi, cresce l’offerta ma il titolo fatica ancora a imporsi

Con l’ingresso del diritto commerciale e societario tra le aree di specializzazione riconosciute, il sistema delle specializzazioni forensi compie un nuovo passo avanti. Il decreto del Ministero della Giustizia che introduce l’ampliamento dell’elenco è attualmente all’esame delle Commissioni Giustizia di Camera e Senato e punta a rafforzare uno strumento pensato per valorizzare competenze professionali altamente qualificate.

L’aggiornamento normativo offre però anche l’occasione per fare il punto sul reale impatto dell’istituto. I dati riportati nella relazione ministeriale mostrano infatti che il numero di avvocati che hanno conseguito il titolo di specialista rimane ancora contenuto rispetto alla dimensione complessiva della professione.

Secondo i dati riportati da Giovanni Negri ne Il sole 24 Ore, il percorso più utilizzato è stato quello legato al possesso di un dottorato di ricerca in una materia specialistica, canale attraverso il quale sono stati riconosciuti 325 titoli. Altri 137 professionisti hanno ottenuto la qualifica frequentando i corsi di alta formazione previsti dalla normativa. Nessun riconoscimento, invece, è stato finora attribuito attraverso il percorso della comprovata esperienza professionale.

Le specializzazioni maggiormente rappresentate riguardano il diritto di famiglia, il diritto penale e il diritto del lavoro, mentre altri settori registrano numeri molto più contenuti. Un dato che appare particolarmente significativo se confrontato con la platea complessiva dell’avvocatura italiana, che supera i 230 mila iscritti.

Il sistema delle specializzazioni trova il proprio fondamento nella legge professionale forense del 2012 ed è stato successivamente disciplinato da una serie di interventi regolamentari che negli anni hanno conosciuto modifiche, contenziosi amministrativi e revisioni. Oggi il titolo può essere ottenuto attraverso tre diverse modalità: dottorato di ricerca, percorsi formativi qualificati oppure dimostrazione di una consolidata esperienza professionale nel settore di riferimento.

Tra gli operatori del settore non mancano le riflessioni sulle ragioni di una diffusione ancora limitata. Da un lato, le procedure di accesso sono state considerate da molti particolarmente impegnative; dall’altro, numerosi professionisti già affermati sul mercato potrebbero non percepire un vantaggio concreto nell’ottenere una certificazione aggiuntiva rispetto alla reputazione costruita negli anni di attività.

Le associazioni specialistiche, tuttavia, guardano con ottimismo al futuro. Negli ultimi anni sono infatti partiti nuovi percorsi di alta formazione organizzati in collaborazione con università e associazioni forensi, destinati a produrre i primi effetti significativi già a partire dal 2027. L’obiettivo è quello di rendere la specializzazione uno strumento sempre più attrattivo soprattutto per le nuove generazioni di avvocati, chiamate a confrontarsi con un mercato professionale caratterizzato da crescente complessità e competenze sempre più verticali.


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Temu sotto accusa in Europa: maxi sanzione da 200 milioni per i controlli insufficienti sui prodotti

La Commissione europea ha inflitto una sanzione da 200 milioni di euro a Temu per violazioni del Digital Services Act (DSA), il regolamento che impone obblighi stringenti alle grandi piattaforme digitali operanti nel mercato europeo. Al centro della contestazione vi è la mancata individuazione e gestione dei rischi connessi alla presenza di prodotti illegali o potenzialmente pericolosi destinati ai consumatori dell’Unione.

Secondo Bruxelles, la piattaforma non avrebbe svolto con il necessario rigore le attività di analisi e valutazione dei rischi sistemici previste dalla normativa europea. Le indagini hanno evidenziato una concreta probabilità che gli utenti europei possano imbattersi in articoli non conformi agli standard di sicurezza richiesti dall’ordinamento comunitario.

L’accertamento è stato condotto anche attraverso una metodologia investigativa ormai consolidata nel settore della tutela dei consumatori, il cosiddetto “mystery shopping”. Funzionari europei e rappresentanti delle autorità nazionali competenti hanno effettuato acquisti in forma anonima sulla piattaforma, simulando il comportamento di normali consumatori. I prodotti acquistati sono stati successivamente sottoposti a verifiche tecniche che avrebbero evidenziato diverse criticità.

Tra gli articoli finiti sotto osservazione figurano caricabatterie risultati non conformi ai requisiti essenziali di sicurezza e alcuni giocattoli che, secondo le verifiche effettuate, potrebbero presentare rischi per i minori a causa di componenti facilmente ingeribili o materiali ritenuti incompatibili con gli standard europei.

Per la Commissione, tali risultati dimostrerebbero l’insufficienza delle misure adottate da Temu per prevenire la diffusione di prodotti problematici all’interno del proprio marketplace. Una carenza che assume particolare rilevanza alla luce degli obblighi previsti dal DSA per le piattaforme online di dimensioni molto grandi, chiamate a monitorare costantemente i rischi generati dai propri servizi e a predisporre efficaci strumenti di mitigazione.

L’azienda cinese ha contestato la decisione europea, sostenendo che l’istruttoria farebbe riferimento a una situazione ormai superata. Secondo Temu, negli ultimi anni sarebbero stati introdotti nuovi sistemi di controllo e procedure più rigorose per garantire il rispetto delle regole comunitarie e rafforzare la tutela degli utenti.

La procedura, tuttavia, non si conclude con l’irrogazione della multa. Bruxelles ha fissato al 28 agosto 2026 il termine entro il quale la società dovrà presentare un piano di adeguamento volto a eliminare le criticità riscontrate. Il documento sarà esaminato da un comitato tecnico europeo e successivamente sottoposto alla valutazione finale della Commissione.


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Ufficio per il processo, il Governo punta alla stabilizzazione ma resta il nodo degli esclusi

Durante il question time alla Camera, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha difeso la strategia adottata dal Governo per consolidare il personale assunto nell’ambito del programma collegato agli obiettivi del PNRR.

Secondo il Guardasigilli, i margini di manovra erano limitati dai vincoli europei che avevano previsto assunzioni a termine. Da qui la scelta di intervenire con risorse nazionali per trasformare gran parte dei contratti in posizioni stabili. Il piano illustrato dal ministro riguarda migliaia di lavoratori distribuiti tra addetti all’Ufficio per il processo, tecnici amministrativi e operatori data entry.

Nordio ha parlato di una copertura ormai prossima alla totalità delle posizioni considerate precarie, sottolineando che il modello dell’Ufficio per il processo non sarebbe destinato a essere ridotto, ma al contrario consolidato in modo strutturale all’interno dell’organizzazione giudiziaria. Parallelamente, ha evidenziato come il personale possa continuare a offrire supporto anche alle attività di cancelleria, settore che continua a registrare carenze significative.

Nel dibattito politico, tuttavia, restano forti le perplessità delle opposizioni. Le critiche riguardano soprattutto il numero dei posti messi a disposizione per la stabilizzazione e la mancanza di indicazioni dettagliate sulla distribuzione territoriale degli organici. Secondo alcune forze parlamentari, il rischio concreto è che parte del personale resti esclusa oppure venga trasferita lontano dalla propria sede di servizio.

La discussione si intreccia con il tema più ampio dell’efficienza della macchina giudiziaria. L’Ufficio per il processo era stato concepito come uno strumento di supporto diretto all’attività dei magistrati, con l’obiettivo di accelerare i tempi della giustizia e smaltire l’arretrato. Negli ultimi mesi, però, si sono moltiplicate le segnalazioni sull’utilizzo degli addetti anche per colmare i vuoti amministrativi delle cancellerie.

Nel corso dell’intervento parlamentare il ministro ha affrontato anche il tema del sistema penitenziario, annunciando un incremento significativo della capienza carceraria grazie al piano straordinario in corso di attuazione. Tra le misure richiamate figurano inoltre nuovi interventi per i detenuti con problemi di dipendenza e il trasferimento in strutture dedicate di persone che avrebbero diritto ai domiciliari ma non dispongono di un’abitazione idonea.


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Nuova legge elettorale, verso un sistema sempre più “premierale”

Il nuovo progetto di legge elettorale destinato ad approdare in Parlamento nelle prossime settimane punta a modificare in profondità l’attuale assetto del sistema di voto. Pur mantenendo alcuni elementi già presenti nelle precedenti proposte della maggioranza, il testo introduce novità che potrebbero incidere in modo significativo sugli equilibri istituzionali e politici.

L’impianto previsto abbandona il modello misto del Rosatellum, fondato sulla combinazione tra quota maggioritaria e quota proporzionale, per orientarsi verso un sistema integralmente proporzionale. Verrebbero meno i collegi uninominali e la competizione si svolgerebbe principalmente tra liste e coalizioni su base circoscrizionale.

Tra gli aspetti più rilevanti figura il premio di maggioranza, che scatterebbe solo nel caso in cui una coalizione o un singolo partito superassero il 42% dei voti validi. In quel caso la forza vincente potrebbe ottenere fino al 55% dei seggi parlamentari. Diversamente, la distribuzione resterebbe integralmente proporzionale.

Una delle innovazioni più discusse riguarda l’obbligo, al momento della presentazione delle liste, di indicare il nome del candidato alla Presidenza del Consiglio. Pur non comparendo direttamente sulla scheda elettorale, il riferimento al leader politico rafforza simbolicamente l’idea di un sistema orientato verso una logica di “premierato”, pur restando formalmente invariato il ruolo costituzionale del Presidente della Repubblica nella nomina del capo del governo.

Il nuovo schema introduce inoltre una doppia condizione per l’assegnazione del premio: la soglia del 42% dovrà essere raggiunta sia alla Camera sia al Senato. In assenza di questo risultato, i seggi verrebbero ripartiti con metodo proporzionale puro.

Resta fissata al 3% la soglia minima per accedere alla ripartizione dei seggi, ma con una clausola che consentirebbe a una lista sotto soglia di entrare comunque in Parlamento se collegata a una coalizione.

Sul piano politico, il provvedimento potrebbe accelerare le dinamiche interne agli schieramenti, imponendo una definizione preventiva della leadership e riducendo gli spazi per alleanze costruite dopo il voto. Non a caso il dibattito resta aperto soprattutto sui temi delle preferenze, del voto dei fuori sede e delle modalità di rappresentanza delle minoranze linguistiche.

Le prossime settimane saranno decisive per capire se la maggioranza riuscirà a trovare una sintesi definitiva su un testo che, al di là degli aspetti tecnici, interviene direttamente sul rapporto tra rappresentanza parlamentare, stabilità di governo e centralità delle leadership politiche.


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Riforma forense, primo via libera: cambia il volto della professione

ROMA – La riforma dell’ordinamento forense compie un primo passo parlamentare con l’approvazione alla Camera del disegno di legge delega destinato a ridisegnare numerosi aspetti della professione legale. Il provvedimento, ora atteso al Senato, punta a intervenire su esercizio della professione, compensi, incompatibilità, disciplina societaria, tirocinio ed esame di abilitazione.

Tra i punti centrali della riforma vi è la ridefinizione delle attività riservate agli iscritti all’Albo. Il testo conferma la centralità dell’avvocato nella consulenza e assistenza legale stragiudiziale collegata all’attività giurisdizionale, soprattutto quando svolta in forma organizzata, continuativa e professionale. Restano tuttavia salve le competenze attribuite dalla legge ad altre professioni ordinistiche in specifici ambiti specialistici.

Particolare attenzione viene dedicata anche ai giuristi d’impresa. La riforma chiarisce infatti la possibilità di svolgere attività di consulenza nell’ambito di rapporti di lavoro subordinato o di collaborazione continuativa, purché nell’interesse esclusivo del datore di lavoro.

Sul fronte economico viene ribadito il principio della libera determinazione del compenso tra professionista e cliente, pur mantenendo il riferimento ai parametri forensi nei casi in cui non vi sia accordo tra le parti. Il compenso dovrà comunque rispettare criteri di proporzionalità rispetto alla qualità e alla quantità della prestazione professionale, mentre restano ferme le tutele previste dalla disciplina sull’equo compenso.

Ampio spazio viene riservato anche all’esercizio della professione in forma societaria. La riforma conferma la possibilità di costituire società tra avvocati sotto forma di società di persone, di capitali o cooperative, imponendo però che il controllo resti saldamente in mano ai professionisti iscritti agli Albi. L’obiettivo dichiarato è consentire modelli organizzativi più moderni senza compromettere autonomia e indipendenza dell’attività difensiva.

Il disegno di legge affronta inoltre il tema, sempre più diffuso, della cosiddetta monocommittenza professionale. Si punta infatti a disciplinare in modo organico le collaborazioni continuative tra avvocati e studi legali, reti professionali o società tra professionisti, introducendo maggiori garanzie contrattuali per chi opera in condizioni di sostanziale dipendenza economica da un unico committente.

Tra le novità previste figurano anche l’ampliamento delle attività compatibili con l’esercizio della professione forense — comprese alcune funzioni societarie e attività come quella di amministratore di condominio o agente sportivo — e una revisione del sistema disciplinare, con introduzione della riabilitazione e di procedure semplificate per gli illeciti meno gravi.

Interventi rilevanti riguardano anche la formazione dei futuri avvocati. Il tirocinio resterà di durata pari a diciotto mesi, ma con una disciplina più uniforme sul territorio nazionale e con il riconoscimento del rimborso spese per i praticanti. Allo studio anche una revisione dell’esame di abilitazione, che potrebbe essere definita attraverso un successivo decreto governativo.

Secondo il Governo, la riforma mira a modernizzare l’avvocatura adeguandola alle trasformazioni del mercato professionale e dell’organizzazione della giustizia. Per il mondo forense, invece, la sfida sarà conciliare innovazione organizzativa, tutela dell’autonomia professionale e sostenibilità economica di una professione sempre più esposta ai cambiamenti tecnologici e ai nuovi modelli di lavoro.


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Responsabilità civile dei magistrati, Nordio frena: “Non è una priorità”

ROMA – La responsabilità civile dei magistrati torna al centro del dibattito politico, ma il Governo appare tutt’altro che compatto sull’ipotesi di una nuova riforma. A raffreddare il tema è stato il ministro della Giustizia Carlo Nordio, che ha escluso, almeno per il momento, interventi normativi sul punto.

«La responsabilità civile dei magistrati non è all’ordine del giorno e, per quanto mi riguarda, non lo sarà», ha dichiarato il Guardasigilli, replicando indirettamente alle posizioni espresse dal capogruppo di Forza Italia alla Camera, Enrico Costa.

Quest’ultimo aveva rilanciato il tema sui social, sostenendo che il referendum sulla giustizia, pur non avendo raggiunto il risultato sperato, avrebbe comunque evidenziato criticità ancora aperte nel sistema giudiziario italiano. Costa ha inoltre annunciato la preparazione di una proposta di legge dedicata proprio alla responsabilità civile delle toghe, da discutere all’interno della maggioranza parlamentare.

La presa di posizione di Nordio sembra però indicare una linea di maggiore cautela. Il ministro ha infatti lasciato intendere di non considerare prioritario un nuovo intervento sulla materia, già oggetto negli anni di numerosi confronti politici e istituzionali, spesso caratterizzati da forti tensioni tra esigenze di accountability e tutela dell’autonomia della magistratura.

Dopo le parole del Guardasigilli, Costa ha ribadito la posizione di Forza Italia, richiamando il consenso espresso da milioni di cittadini sui temi della riforma della giustizia e sottolineando la necessità di mantenere coerenza rispetto agli impegni politici assunti durante la campagna referendaria.


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WhatsApp, la truffa del “voto al concorso” ruba gli account in pochi secondi

Sta circolando anche in Italia una nuova truffa informatica che utilizza WhatsApp come veicolo per sottrarre account personali e propagarsi rapidamente tra amici, colleghi e familiari. Il meccanismo è semplice ma particolarmente insidioso, perché sfrutta la fiducia verso contatti già presenti in rubrica.

La vittima riceve un messaggio apparentemente innocuo con la richiesta di votare per un concorso di danza o per una competizione online. Il testo contiene un link e spesso arriva direttamente da un contatto conosciuto, circostanza che abbassa il livello di attenzione e induce molti utenti a fidarsi.

Dopo aver cliccato sul collegamento, viene chiesto di inserire un codice ricevuto via SMS per confermare il voto. In realtà quel codice serve ai truffatori per attivare l’account WhatsApp su un altro dispositivo e prenderne il controllo. Nel giro di pochi istanti il profilo viene sottratto al legittimo proprietario e utilizzato per inviare lo stesso messaggio ad altri contatti, creando una vera e propria catena virale.

Il rischio non riguarda soltanto la perdita temporanea dell’account. Una volta ottenuto l’accesso, i criminali possono sfruttare la rubrica della vittima per chiedere denaro con la scusa di emergenze improvvise, diffondere ulteriori link malevoli o raccogliere informazioni personali utili ad altre frodi informatiche.

Servicematica consiglia innanzitutto di non cliccare mai impulsivamente sui link ricevuti tramite chat, anche quando il mittente sembra affidabile. In caso di dubbi è opportuno verificare la richiesta attraverso una telefonata o un altro canale di comunicazione esterno a WhatsApp.

Fondamentale anche attivare la funzione di verifica in due passaggi disponibile nelle impostazioni dell’applicazione, che aggiunge un PIN di sicurezza e rende molto più difficile il furto dell’account. È inoltre consigliabile controllare periodicamente i dispositivi collegati al proprio profilo e disconnettere quelli non riconosciuti.

Se si sospetta di essere caduti nella trappola, è importante avvisare immediatamente i propri contatti tramite altri canali — telefonate, email o social network — per evitare che il messaggio continui a diffondersi. Utile anche segnalare l’accaduto alla Polizia Postale, che monitora costantemente le campagne di phishing e le frodi digitali più diffuse.


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Il confronto, però, non riguarda soltanto il numero delle assunzioni a tempo indeterminato, ma soprattutto il ruolo che questi lavoratori saranno chiamati a svolgere dopo il 30 giugno, data di scadenza degli attuali contratti. Il tema sta alimentando un acceso dibattito tra organizzazioni sindacali, magistratura e Ministero della Giustizia.

Secondo diverse sigle sindacali e rappresentanti della magistratura associata, il timore è che le professionalità costruite nell’ambito del supporto ai magistrati possano essere progressivamente riallocate verso attività amministrative e di cancelleria, con il rischio di ridimensionare l’impianto originario dell’Ufficio per il processo. Un’ipotesi che, secondo i critici, potrebbe incidere sull’efficienza raggiunta negli ultimi anni dagli uffici giudiziari grazie al contributo degli addetti UPP.

Sul tema è intervenuta anche Confintesa FP, che con una lettera inviata al Ministro della Giustizia Carlo Nordio e ai vertici del Dipartimento dell’Organizzazione Giudiziaria ha chiesto chiarimenti sulle future Linee Guida annunciate dal Viceministro Francesco Paolo Sisto durante un convegno a Lecce.

Nel documento il sindacato sostiene che eventuali indicazioni ministeriali non possano modificare quanto previsto dal quadro normativo e contrattuale già vigente. In particolare vengono richiamati il D.Lgs. 151/2022, il CCNI Giustizia firmato il 29 aprile 2026 e la circolare DOG del 21 dicembre 2021, che delineano il ruolo degli addetti UPP all’interno dell’organizzazione giudiziaria e il raccordo con le cancellerie.

Secondo Confintesa FP, il punto centrale è evitare interpretazioni che possano alterare gli equilibri definiti dalla contrattazione collettiva o modificare, attraverso atti amministrativi, mansioni e funzioni consolidate negli ultimi anni. Il sindacato sottolinea inoltre che il supporto alle attività amministrative non rappresenterebbe un demansionamento, ma una funzione già prevista nell’assetto normativo dell’Ufficio per il processo.

La questione assume rilievo anche sul piano organizzativo. L’esperienza UPP viene infatti considerata da molti osservatori una delle principali innovazioni introdotte nella macchina giudiziaria italiana, soprattutto per l’impatto sulla riduzione dei tempi dei procedimenti civili e penali. Proprio per questo, il dibattito sulle future mansioni degli addetti è destinato a incidere non soltanto sulle prospettive occupazionali dei lavoratori coinvolti, ma anche sul modello di giustizia che il sistema intende consolidare dopo la stagione del PNRR.


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