L’incentivazione del personale amministrativo degli uffici giudiziari prevista dal PNRR apre un nuovo fronte di riflessione sul rapporto tra efficienza e qualità della giustizia. A sollevare il tema è l’Unione Nazionale delle Camere Civili (UNCC), che interviene dopo la sottoscrizione dell’Ipotesi di accordo sul Fondo Risorse Decentrate 2025, firmata il 28 luglio al Ministero della Giustizia.
L’accordo prevede lo stanziamento di 100 milioni di euro destinati al personale amministrativo di Tribunali, Corti d’appello e Corte di Cassazione impegnato nel raggiungimento degli obiettivi del PNRR. Le risorse saranno attribuite sulla base di due indicatori: la riduzione delle pendenze civili e il disposition time, cioè il tempo medio di definizione dei procedimenti, ai quali viene attribuito un peso equivalente.
L’UNCC chiarisce di non contestare il riconoscimento economico al personale amministrativo, definito una componente essenziale del funzionamento degli uffici giudiziari. Le perplessità riguardano invece il metodo scelto per distribuire gli incentivi.
Secondo il presidente Alberto Del Noce, una premialità costruita esclusivamente su parametri quantitativi rischia infatti di trasmettere un messaggio distorto, facendo coincidere l’efficienza della giustizia con il numero dei fascicoli definiti anziché con la qualità delle decisioni e con l’effettiva tutela dei diritti.
L’associazione richiama, in particolare, il principio della ragionevole durata del processo sancito dall’articolo 111 della Costituzione, ricordando che esso rappresenta una garanzia per i cittadini e non un semplice indicatore di produttività dell’apparato giudiziario. In questa prospettiva, la velocità di definizione delle controversie dovrebbe essere accompagnata da parametri capaci di misurare anche la qualità della risposta giudiziaria.
Un ulteriore elemento di criticità riguarda il disposition time. L’UNCC osserva che tale indicatore, sviluppato dalla CEPEJ per confrontare l’efficienza dei diversi sistemi giudiziari europei, non coincide necessariamente con la durata effettiva percepita da cittadini e avvocati. Secondo l’associazione, i dati europei hanno mostrato che, negli ultimi anni, mentre il disposition time diminuiva, la durata reale dei procedimenti civili ordinari risultava invece in crescita, evidenziando una possibile divergenza tra il dato statistico e l’esperienza concreta degli utenti della giustizia.
Da qui nasce anche il timore di effetti indiretti sull’organizzazione degli uffici. Un sistema di incentivi legato esclusivamente al numero delle definizioni potrebbe, infatti, favorire la trattazione delle controversie più semplici e rapidamente definibili, lasciando in secondo piano i procedimenti più complessi, che richiedono maggiori approfondimenti istruttori e un più intenso confronto processuale.
L’UNCC evidenzia comunque che i criteri operativi dovranno essere definiti nella successiva contrattazione integrativa nazionale. Proprio questa fase, secondo l’associazione, rappresenta l’occasione per introdurre indicatori qualitativi e correttivi che tengano conto della complessità delle cause trattate, così da evitare che la ricerca dell’efficienza possa incidere sull’equilibrio tra rapidità del processo e garanzie costituzionali.
Il dibattito si inserisce in un momento particolarmente significativo per la giustizia italiana. Proprio oggi, 29 luglio, infatti, Ministero della Giustizia e Consiglio Superiore della Magistratura hanno annunciato il raggiungimento dell’ultimo grande obiettivo del PNRR, certificando una riduzione del disposition time civile superiore al 50%. Un risultato salutato dalle istituzioni come storico, ma che, secondo l’Avvocatura civile, rende ancora più necessario interrogarsi su quali indicatori debbano guidare la valutazione dell’efficienza del sistema giudiziario: la sola velocità o anche la qualità della tutela dei diritti.

