Giustizia e competitività, l’avvocato è leva strategica per le imprese

Arezzo, 30 aprile 2026 – Le imprese italiane si affidano sempre di più agli avvocati, con un rapporto che si è evoluto dalla “consulenza a chiamata” alla collaborazione continuativa e strategica. È quanto emerge dal nuovo report «Imprese e Avvocati 2025», commissionato dall’Organismo Congressuale Forense (OCF), che fotografa la relazione tra il mondo imprenditoriale e la professione legale, integrando per la prima volta il doppio punto di vista di imprese e avvocati.

L’Osservatorio “Imprese e Avvocati”, giunto alla sua terza edizione, conferma il ruolo chiave dell’avvocatura nella gestione, nella prevenzione e nella crescita delle aziende italiane, viene presentato oggi durante l’incontro organizzato presso la Borsa Merci di Arezzo da Ordine Avvocati di Arezzo, Fondazione per la Formazione Forense, Camera di Commercio Arezzo-Siena e Organismo Congressuale Forense.

“L’Avvocatura si sta attrezzando per essere sempre più competitiva nell’ambito del sistema produttivo e la richiesta di specializzazione, unita comunque ad una consulenza ed assistenza continua a tutto tondo, caratterizzerà il rapporto professionale tra avvocato ed imprenditore nei prossimi anni.

I dati mostrano un’evoluzione profonda nella relazione tra imprese e avvocati. L’avvocato non è più solo un consulente, ma un partner stabile, capace di prevenire i rischi e di accompagnare la crescita delle aziende italiane in un contesto normativo e tecnologico sempre più complesso” – ha dichiarato il Segretario dell’Organismo Congressuale Forense, Elisabetta Brusa.

Un legame più stretto tra impresa e avvocato

Oltre tre imprese su quattro (76,7%) si sono rivolte a un legale o a uno studio legale nel corso della loro attività, un dato in aumento rispetto al 2024 (75,6%).
Cambia però la qualità della relazione: il 41,6% delle imprese considera oggi il proprio legale un punto di riferimento costante, contro il 37,5 del 2024, mentre cala la quota di chi si rivolge al legale solo “quando serve” (dal 62,6% al 58,4%).

Inoltre, il 62,7% delle imprese ritiene che l’avvocato sia la figura di riferimento per le decisioni strategiche e operative che richiedono competenze normative, con un ruolo cruciale nella

prevenzione dei rischi (56,8%) e nella negoziazione dei contratti (44,4%).

Alta specializzazione e fiducia

Se nel 2024 la competenza era il principale criterio di scelta (63,2%), nel 2025 si afferma un modello più relazionale e specialistico:

  • competenza e professionalità restano al primo posto (50,7%), ma
  • rapporto di fiducia ed empatia crescono al 27,9% (+6,9 punti),
  • livello di specializzazione al 26,7% (+2,7 punti).
  • Le imprese si rivolgono principalmente a liberi professionisti (58,3%) e studi di medie dimensioni (35,4%): aumenta, dunque, la quota di chi si affida a studi con più specializzazioni (31,5%) e a boutique legali (3,9%).

Solo lo 0,8% delle imprese utilizza grandi studi internazionali, un dato che conferma il forte radicamento locale del mercato legale italiano.

Un servizio sempre più apprezzato

Il 93,3% delle imprese, che si è avvalso di assistenza legale, si dichiara soddisfatto e molto soddisfatto del servizio ricevuto, dato questo in crescita rispetto al 90,4% del 2024.
Le imprese evidenziano benefici concreti della consulenza legale:

  • riduzione dei contenziosi (46,8%),
  • migliore recupero crediti (38,2%),
  • maggior potere contrattuale (23,8%),
  • migliore gestione delle risorse umane (15,4%).
  • aumento della credibilità verso clienti e fornitori (18,9%).

Cresce anche la consapevolezza del valore economico e reputazionale della consulenza legale, che le imprese iniziano a percepire come un investimento strategico e non più un costo.

Avvocati sempre più proattivi: cresce l’approccio continuativo

Dal lato dei professionisti, il 26% degli avvocati dichiara di avere rapporti continuativi e strutturati con le imprese clienti, contro il 60,7% che opera ancora su base occasionale.
Oltre la metà (63%) svolge le consulenze direttamente presso la sede dell’impresa, a conferma di

una maggiore prossimità operativa e relazionale.
Il 70% dei professionisti individua nel rapporto di fiducia ed empatia (70,8%) e nella competenza (70,4%) i principali punti di forza del proprio studio.

Innovazione e Intelligenza Artificiale: opportunità da governare

Il 61,5% degli studi legali utilizza già strumenti di intelligenza artificiale, in particolare per la ricerca giurisprudenziale (65,8%) e la redazione di contratti (45,5%).
Solo il 31,5% delle imprese usa l’AI in ambito legale, ma l’89% ritiene che la figura dell’avvocato non potrà mai essere sostituita da un algoritmo.
Per quasi la metà delle imprese (46%), le decisioni legali richiedono valutazione umana e conoscenza del contesto, mentre per il 40,5% resta imprescindibile il rapporto fiduciario personale.
Tra i professionisti, oltre il 56% chiede una regolamentazione specifica dell’uso dell’AI in ambito forense, per garantire sicurezza, etica e tutela della professione.

Parità di genere: ancora un divario

Sul fronte dell’equità professionale, emergono percezioni divergenti:

  • il 43,2% delle imprese ritiene che le avvocate abbiano pari opportunità di carriera,
  • mentre solo il 31,4% degli avvocati condivide questa opinione.
    Oltre il 39% dei legali segnala ancora ostacoli o difficoltà di avanzamento per le professioniste.
  • Inoltre, il 25,9% dei professionisti ritiene che le opportunità tra colleghi uomini e colleghe donne non siano equivalenti.

Quasi tutte le imprese (95%) affermano di non aver mai riscontrato differenze legate al genere nei rapporti con la controparte, ma il 59% degli avvocati dichiara di averne osservate almeno occasionalmente: un segnale di percezione disallineata tra domanda e offerta di servizi legali.

FOCUS DATI PRINCIPALI 2024–2025

  • Imprese che si rivolgono a un legale: 76,7% (2025) vs 75,6% (2024)
  • Avvocato come punto di riferimento costante: 41,6% (+4,3 p.p.)
  • Imprese soddisfatte della consulenza legale: 93,3% (2025) vs 90,4% (2024)
  • Avvocato figura di riferimento per decisioni strategiche: 62,7%
  • Imprese che affiancano più legali specializzati: 25,9% (2025) vs 15% (2024)
  • Driver di scelta: competenza 50,7% | fiducia 27,9% | specializzazione 26,7%
  • Ambiti della consulenza legale: 47% riduzione contenziosi | 38% recupero crediti | 24% potere contrattuale
  • Avvocati che usano l’AI: 61,5%
  • Imprese che ritengono l’avvocato insostituibile rispetto all’AI: 89%
  • Parità di genere percepita: imprese 43,2% | avvocati 31,4%
  • Avvocati che lavorano in modo continuativo con le imprese: 26%
  • Professionisti che investono in formazione e aggiornamento: 78,7%
  • Professionisti che investono in software legali: 70,8%


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Avvocati, redditi in crescita ma fragilità strutturali ancora aperte

Crescono i redditi, migliora la percezione della professione, ma l’avvocatura italiana resta attraversata da criticità profonde che ne mettono in discussione l’equilibrio e la sostenibilità nel medio periodo. È questa la lettura più completa del Rapporto sull’Avvocatura 2026, presentato a Roma e giunto alla sua decima edizione.

I dati economici restituiscono un quadro apparentemente incoraggiante: il reddito complessivo Irpef supera gli 11 miliardi di euro, con un incremento rispetto all’anno precedente, e il reddito medio si attesta poco sopra i 51 mila euro. Tuttavia, questa crescita non è uniforme e rischia di nascondere una distribuzione fortemente diseguale.

Il primo elemento critico è il persistente divario di genere: le avvocate continuano a guadagnare circa la metà dei colleghi uomini. Una distanza che non è solo economica, ma riflette condizioni di accesso, permanenza e sviluppo professionale ancora squilibrate.

A questo si aggiunge il tema del ricambio generazionale. Gli under 35 rappresentano una quota sempre più ridotta della platea complessiva, mentre l’età media degli iscritti continua a salire. Il progressivo invecchiamento della categoria, insieme alla riduzione del rapporto tra attivi e pensionati, pone interrogativi concreti sulla tenuta del sistema previdenziale e sull’attrattività della professione per le nuove generazioni.

Non meno rilevanti sono le difficoltà operative che incidono sulla qualità del lavoro quotidiano. Tra i fattori percepiti come più critici emergono i ritardi nei pagamenti, il peso crescente degli adempimenti fiscali e burocratici, l’eccessiva concorrenza e l’instabilità normativa. A questi si sommano i tempi della giustizia civile, che restano elevati e disomogenei sul territorio, contribuendo a rendere incerto il quadro complessivo.

Sul piano organizzativo, il modello dello studio individuale continua a essere dominante, segno di una professione che fatica a evolvere verso forme più strutturate e competitive. Le aggregazioni restano limitate anche a causa di un sistema fiscale poco incentivante, che non favorisce modelli associativi e multidisciplinari.

L’innovazione tecnologica rappresenta un elemento di trasformazione, con una crescita significativa nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale, soprattutto tra i più giovani. Tuttavia, anche questo processo rischia di ampliare le distanze tra chi ha accesso a strumenti avanzati e chi resta ancorato a modelli tradizionali.

In questo scenario, il miglioramento della percezione della professione – con una riduzione di coloro che definiscono “critica” la propria condizione lavorativa – non basta a superare le fragilità strutturali. Piuttosto, segnala una capacità di adattamento che non può sostituire interventi di sistema.

La fotografia che emerge è quella di un’avvocatura che produce valore e mostra segnali di resilienza, ma che resta esposta a squilibri interni significativi. Le questioni del ricambio generazionale, dell’equità reddituale e dell’organizzazione del lavoro non sono più rinviabili: da esse dipende non solo il futuro della professione, ma anche la qualità del servizio di giustizia nel suo complesso.


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A due anni dalla sua entrata in vigore, il Digital Markets Act (DMA) supera con esito positivo la prima verifica della Commissione europea, che ne conferma l’adeguatezza rispetto agli obiettivi prefissati. Il bilancio evidenzia un impatto concreto nel riequilibrare i rapporti tra grandi piattaforme digitali e mercato, favorendo condizioni più eque per imprese, sviluppatori e consumatori.

Secondo quanto rilevato, il regolamento ha già ampliato le possibilità di scelta per gli utenti europei, rafforzando il controllo sui propri dati e sulle modalità di utilizzo dei servizi digitali. Tra i risultati più significativi emerge la maggiore libertà di selezionare browser e motori di ricerca alternativi rispetto alle opzioni predefinite, nonché la possibilità di trasferire dati tra piattaforme diverse senza vincoli tecnici o commerciali.

Un altro elemento centrale riguarda la gestione delle informazioni personali: il DMA introduce limiti più stringenti alla combinazione dei dati tra servizi differenti, imponendo ai cosiddetti “gatekeeper” di ottenere un consenso esplicito e consapevole, con l’obiettivo di contrastare pratiche invasive di profilazione.

Sul versante delle imprese, la normativa sta progressivamente aprendo gli ecosistemi digitali, tradizionalmente dominati da pochi grandi operatori. I produttori di dispositivi connessi – come smartwatch e auricolari – beneficiano di una maggiore interoperabilità con i sistemi operativi, mentre nuovi attori nel campo della messaggistica e dei servizi online trovano spazi più accessibili per entrare nel mercato.

I dati raccolti nei primi due anni mostrano inoltre un incremento nell’adozione di soluzioni alternative da parte degli utenti, segnale di una competizione più dinamica e meno vincolata a posizioni dominanti consolidate.

A sottolineare la portata del risultato è stata anche Teresa Ribera, vicepresidente esecutiva della Commissione europea, che ha evidenziato come il regolamento stia contribuendo a rendere i mercati digitali “più equi e contendibili”, con benefici tangibili sia per le imprese sia per i consumatori.

La revisione mette inoltre in luce la capacità del DMA di adattarsi a un contesto tecnologico in rapida evoluzione, in particolare rispetto alle sfide emergenti legate all’intelligenza artificiale e ai servizi cloud. In questa prospettiva, la Commissione ribadisce l’impegno a rafforzare una cultura della conformità, affiancando al quadro normativo un’attività di vigilanza incisiva e tempestiva.


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Il Ministero dell’Interno introduce un modello uniforme per disciplinare il collegamento tra i sistemi di videosorveglianza comunali e le forze di polizia, con l’obiettivo di superare frammentazioni operative e incertezze giuridiche che, finora, hanno caratterizzato il settore. Lo schema di accordo, recentemente diffuso, definisce in modo puntuale i rapporti tra Comuni, Prefetture e forze dell’ordine, offrendo una cornice nazionale che coniuga esigenze di sicurezza e tutela dei dati personali.

Il principio cardine su cui si fonda il nuovo impianto è quello della titolarità autonoma dei trattamenti. I Comuni mantengono la gestione delle immagini per finalità di sicurezza urbana e amministrativa, comprese quelle connesse alla circolazione stradale e ai sistemi di lettura targhe. La polizia locale opera su un piano distinto, potendo utilizzare i dati nell’ambito delle funzioni di polizia giudiziaria previste dalla normativa vigente.

Diversa, per natura e finalità, la posizione delle forze di polizia statali, che accedono alle immagini per attività di prevenzione, accertamento e repressione dei reati, agendo come autonomi titolari del trattamento secondo la disciplina di settore. In questo modo, il modello chiarisce definitivamente che la condivisione delle informazioni non richiede costruzioni interpretative complesse, ma si basa su una ripartizione chiara di competenze e responsabilità.

Accanto al profilo giuridico, il Ministero interviene con decisione anche sul piano tecnico e organizzativo. L’accesso ai sistemi deve avvenire tramite credenziali individuali, con tracciamento puntuale delle operazioni e conservazione dei log per un arco temporale significativo. Le connessioni tra sale operative devono essere realizzate attraverso infrastrutture dedicate, evitando qualsiasi forma di accesso indiscriminato alle immagini.

Particolare attenzione è riservata all’accesso in tempo reale, che viene limitato a contesti ben definiti: manifestazioni pubbliche, servizi coordinati di controllo del territorio, situazioni di emergenza, richieste operative legate al numero unico 112 e attività di polizia giudiziaria. Una delimitazione che punta a garantire equilibrio tra efficacia operativa e rispetto dei diritti fondamentali.

Il modello richiama inoltre obblighi spesso sottovalutati nella pratica amministrativa: la necessità di effettuare valutazioni di impatto sulla protezione dei dati, l’aggiornamento delle informative rivolte ai cittadini, l’installazione di segnaletica chiara e la documentazione delle misure di sicurezza adottate.


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Gratuito patrocinio, compensazione crediti-contributi: scadenza imminente

Gli avvocati che vantano crediti per attività svolte nell’ambito del patrocinio a spese dello Stato possono utilizzarli per compensare i contributi previdenziali dovuti a Cassa Forense. Una possibilità operativa rilevante, che consente di ottimizzare la gestione finanziaria degli studi legali, ma che richiede attenzione alle scadenze: l’attuale finestra si chiude il 30 aprile, mentre la successiva sarà disponibile tra il 1° settembre e il 31 ottobre.

La procedura è interamente digitale e si svolge attraverso la piattaforma dei crediti commerciali (Pcc) del Ministero dell’Economia e delle Finanze. L’accesso avviene tramite identità digitale (Spid, Cie o Cns), con la necessità di dichiarare l’iscrizione all’Ordine e, per gli studi associati o le società, di integrare ulteriori informazioni. Per il primo utilizzo è inoltre richiesto l’accreditamento presso l’ufficio territoriale competente della Ragioneria dello Stato.

Operativamente, è necessario predisporre un’autocertificazione, selezionare le fatture presenti nel sistema in stato “ricevuta” o “in lavorazione” e indicare il riferimento del decreto di liquidazione. Il documento deve essere firmato digitalmente e ricaricato nella piattaforma entro tempi tecnici molto ristretti. L’esito dell’istruttoria viene comunicato entro 20 giorni dalla chiusura della finestra.

Una volta ottenuta l’ammissione, la compensazione avviene tramite modello F24, anche in più soluzioni nell’arco dell’anno, utilizzando l’apposito codice tributo. È inoltre necessario comunicare l’avvenuta operazione alla stessa Cassa Forense.

Un elemento di interesse riguarda il trattamento fiscale: gli importi compensati non sono soggetti alla ritenuta d’acconto del 20%, generalmente applicata ai compensi per il gratuito patrocinio. Questo rappresenta un vantaggio concreto in termini di liquidità per i professionisti.

Non tutti i crediti, tuttavia, possono essere utilizzati. Restano esclusi quelli oggetto di opposizione, quelli già parzialmente liquidati, quelli fondati su provvedimenti non definitivi o ancora non registrati nei sistemi ministeriali, nonché quelli riferiti a enti previdenziali diversi.

Considerati i tempi tecnici e le possibili criticità legate alla sincronizzazione dei sistemi, è consigliabile non attendere gli ultimi giorni per completare la procedura. Una gestione tempestiva può evitare rallentamenti e garantire il corretto utilizzo di uno strumento che, se ben utilizzato, può rappresentare un importante supporto alla sostenibilità economica degli studi legali.


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Opposizione all’archiviazione, nessun rimborso all’indagato

La Corte costituzionale chiarisce un punto rilevante nel rapporto tra persona offesa e indagato: non è incostituzionale l’assenza di un obbligo di rimborso delle spese e dei danni in capo al querelante che si oppone alla richiesta di archiviazione, anche nei casi in cui tale iniziativa risulti infondata o caratterizzata da colpa grave.

Con la sentenza n. 59, depositata il 27 aprile, la Consulta ha dichiarato non fondate le questioni di legittimità costituzionale relative agli articoli 409 e 410 del codice di procedura penale, escludendo che l’attuale disciplina violi i principi di ragionevolezza o di tutela del diritto di difesa.

Secondo i giudici costituzionali, la scelta del legislatore si inserisce in un quadro evolutivo che ha progressivamente valorizzato il ruolo della persona offesa nel procedimento penale. In questa fase, che precede l’esercizio dell’azione penale, l’opposizione alla richiesta di archiviazione assume infatti una funzione di stimolo e controllo sull’attività del pubblico ministero, contribuendo a colmare eventuali lacune investigative e a favorire un più completo accertamento dei fatti.

Proprio questa funzione giustifica, secondo la Corte, l’esenzione del querelante da responsabilità economiche verso l’indagato, anche quando l’opposizione non conduca a esiti favorevoli. Una previsione che non è stata ritenuta irragionevole, in quanto coerente con la natura e le finalità della fase procedimentale.

La sentenza ha inoltre escluso qualsiasi disparità di trattamento rispetto ad altre fasi del processo, come quella successiva all’udienza preliminare. In quel contesto, infatti, gli effetti e la stabilità dei provvedimenti sono diversi, così come differente è la posizione delle parti, rendendo non comparabili le due situazioni.

Quanto al diritto di difesa, la Corte ha ritenuto che esso sia adeguatamente garantito anche per l’indagato privo di risorse economiche, grazie agli strumenti del patrocinio a spese dello Stato, che assicurano l’accesso alla tutela legale.


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Milano, giustizia al minimo: ufficio gip ridotto ai servizi essenziali

La macchina della giustizia milanese rallenta e si concentra sulle sole attività indispensabili. A partire dal 15 maggio e fino al 30 giugno, la sezione gip-gup del Tribunale di Milano opererà infatti in regime ridotto, assicurando esclusivamente i procedimenti considerati prioritari, come le misure cautelari, le udienze con imputati detenuti e le attività legate alle intercettazioni.

Alla base della decisione vi è una significativa carenza di personale amministrativo, che si accompagna alla ridotta presenza di magistrati. Una situazione che ha spinto la presidente della sezione, Ezia Maccora, ad adottare una misura definita “sofferta ma inevitabile”, con l’obiettivo di garantire almeno il funzionamento delle attività più urgenti.

I numeri restituiscono con chiarezza la criticità del contesto: si registra una scopertura pari a circa il 50% del personale amministrativo e al 40% degli addetti all’ufficio del processo. A ciò si aggiunge la riduzione dell’organico dei giudici per le indagini preliminari, con 31 unità in servizio su 41 previste. Un quadro che incide direttamente sulla capacità di gestione dei procedimenti, nonostante l’elevata produttività della sezione, che riesce a definire una quota significativa dei fascicoli già nella fase preliminare.

La situazione è resa ancora più complessa dalla natura sempre più articolata dei procedimenti trattati, spesso caratterizzati da elevata complessità tecnica e dimensione quantitativa rilevante. In questo contesto, anche le condizioni organizzative e logistiche incidono sul lavoro quotidiano, già appesantito da carichi crescenti.

Particolarmente delicato è il tema del personale a tempo determinato, il cui contributo ha finora attenuato le criticità strutturali, ma che resta legato a una prospettiva incerta. L’assenza di indicazioni chiare sul futuro professionale di questi lavoratori, soprattutto in vista delle possibili stabilizzazioni, ha contribuito a una progressiva riduzione delle risorse disponibili.

Le conseguenze operative sono evidenti: turni prolungati, attività che si estendono anche nelle ore notturne e nei giorni festivi, e una gestione delle presenze condizionata da ferie e recuperi obbligatori. Un equilibrio fragile che ha reso necessario individuare criteri uniformi per garantire almeno i servizi essenziali, evitando disparità tra uffici e assicurando standard minimi di efficienza.

Il caso milanese riporta al centro del dibattito il tema della sostenibilità organizzativa del sistema giudiziario e della necessità di interventi strutturali. Sullo sfondo, resta l’attesa per le risposte istituzionali, con il Ministero della Giustizia guidato da Carlo Nordio chiamato a confrontarsi con le rappresentanze della magistratura e dell’avvocatura sulle criticità emerse.


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Al centro della vicenda vi sono i presupposti dell’atto di clemenza, adottato per ragioni umanitarie legate alla situazione di un minore. Tuttavia, alcune ricostruzioni giornalistiche successive hanno sollevato dubbi sulla completezza e attendibilità degli elementi posti a fondamento della richiesta, inducendo il Quirinale a chiedere al Ministero una verifica immediata.

La Presidenza della Repubblica ha formalmente sollecitato l’acquisizione di informazioni utili a chiarire la fondatezza delle circostanze rappresentate nell’istanza di grazia, sottolineando come la valutazione del Capo dello Stato si basi sugli atti e sulle istruttorie trasmesse dagli organi competenti, senza disporre di autonomi strumenti investigativi.

Dal canto suo, il Ministero della Giustizia ha precisato che gli elementi emersi a mezzo stampa non risultavano presenti nel fascicolo istruttorio originario. In parallelo, è stata avviata una nuova fase di approfondimento, con il coinvolgimento della Procura generale competente, chiamata a svolgere ulteriori accertamenti, anche oltre i confini nazionali.

Il caso evidenzia ancora una volta la centralità del procedimento previsto dall’articolo 681 del codice di procedura penale, che disciplina l’iter della grazia: un percorso articolato che coinvolge autorità giudiziarie e amministrative e che si conclude con la decisione del Presidente della Repubblica, sulla base delle informazioni raccolte.

Sul piano politico, la vicenda ha generato reazioni immediate, con richieste di chiarimento e posizioni critiche da parte delle opposizioni, mentre il Governo difende la regolarità dell’operato, ribadendo la correttezza procedurale dell’istruttoria svolta.

Resta ora aperta la fase degli accertamenti, decisiva per verificare la coerenza tra i fatti rappresentati e quelli effettivi. In caso di eventuali difformità rilevanti, il dibattito potrebbe estendersi anche ai profili giuridici dell’atto di clemenza, inclusa l’ipotesi – residuale ma teoricamente possibile – di un intervento successivo in presenza di vizi sostanziali del procedimento.


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Il quadro normativo di riferimento è in costante trasformazione: l’ampliamento dei reati presupposto e il rafforzamento dei sistemi di controllo interno rendono oggi indispensabile una preparazione tecnica avanzata. In questo contesto, la figura dell’avvocato evolve, affiancando alla tradizionale funzione difensiva un ruolo sempre più centrale nella gestione preventiva dei rischi aziendali.

Il percorso formativo si articola in quattro incontri da tre ore ciascuno, con un’impostazione fortemente operativa. I partecipanti saranno guidati nell’analisi delle principali attività connesse alla compliance 231: dalla mappatura dei rischi alla progettazione dei presidi di controllo, fino alla costruzione e all’aggiornamento dei Modelli Organizzativi e al funzionamento degli Organismi di Vigilanza.

Il programma prende avvio il 6 maggio con un focus sul modello organizzativo e sul rapporto tra reato e processo, per poi proseguire l’11 maggio con un approfondimento sul whistleblowing alla luce del Decreto Legislativo 24/2023 e delle più recenti linee guida ANAC. Il 9 giugno sarà dedicato al ruolo dell’Organismo di Vigilanza e alla formazione del management, mentre l’ultimo incontro, previsto il 6 luglio, analizzerà il catalogo dei reati presupposto, con particolare attenzione ai profili lavoristici, societari, tributari e ai rapporti con la Pubblica Amministrazione, anche in relazione alla Legge 190/2012.

La partecipazione in presenza, presso la sede romana dell’Ente, è riservata a un numero limitato di iscritti in possesso di specifici requisiti, con riconoscimento di 12 crediti formativi. È prevista anche la fruizione in streaming, oltre alla successiva disponibilità dei contenuti sulla piattaforma formativa.


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Reyer, orgoglio fino all’ultimo: Schio conquista lo scudetto, ma le Leonesse chiudono una stagione straordinaria

Schio vince lo scudetto davanti al pubblico di casa contro una Umana Reyer Venezia mai doma e capace di resistere fino agli istanti finali chiudendo con una finale scudetto portata fino a gara 3 la storica stagione 2025/2026.
Dopo la partita Coach Andrea Mazzon ha così riassunto il momento e l’anno delle Leonesse:

“Credo che vadano fatti davvero i complimenti alle nostre ragazze. Sono state eccezionali e meritano tutte il meglio, anche per il futuro. Non è stato facile assorbire tutta questa stagione, da settembre partendo dalle qualificazioni di Eurolega abbiamo poi sempre continuato a crederci in ogni occasione fino alle final 6.
Anche oggi abbiamo giocato bene fuori casa forzando una grande squadra a 24 palle perse e poi sul finale con alcuni tiri dentro fuori, ne fosse entrato uno in più e magari si parlava di tutta un’altra cosa.
Ci sono state un paio di azioni in cui dal meno 3 siamo passati al meno 12, non ho nulla da dire se non che sono state brave”.

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