Avvocatura e crisi globale, cresce l’incertezza tra i professionisti

Le tensioni geopolitiche internazionali e le ricadute economiche legate ai mercati energetici iniziano a riflettersi in modo sempre più evidente anche sul mondo delle professioni. A registrare il cambio di clima è l’ultimo monitoraggio dell’Osservatorio di Confprofessioni, che evidenzia un netto peggioramento dell’indice di fiducia dei professionisti italiani nel periodo compreso tra febbraio e aprile 2026.

Secondo i dati raccolti, il quadro generale appare fortemente condizionato dall’incertezza economica globale, aggravata dalle recenti crisi internazionali e dalle ripercussioni sui costi energetici e sugli equilibri produttivi. Un contesto che alimenta prudenza e preoccupazione trasversalmente a numerosi comparti professionali.

Tra le categorie che mostrano i segnali più critici figurano anche avvocati e notai, con un indice di fiducia tra i più bassi dell’intero panorama professionale. Il dato conferma come anche il settore legale stia vivendo una fase di forte cautela, legata non soltanto alle dinamiche economiche generali, ma anche ai cambiamenti strutturali che stanno interessando il mercato dei servizi professionali.

Per l’avvocatura, infatti, il tema non riguarda esclusivamente la congiuntura economica. A incidere sono anche la crescente competitività del settore, la pressione sui compensi, la trasformazione digitale degli studi professionali e la necessità di adattarsi rapidamente a nuovi modelli organizzativi e tecnologici.

Il quadro restituito dall’indagine evidenzia inoltre una differenza significativa tra uomini e donne, con le professioniste che manifestano aspettative ancora più prudenti rispetto ai colleghi maschi. Un elemento che si inserisce in un contesto già caratterizzato da forti squilibri nei percorsi di crescita professionale e nelle opportunità economiche.

Più contenuto, invece, il pessimismo tra i professionisti più giovani, che sembrano mantenere una maggiore fiducia nella possibilità di adattarsi ai cambiamenti del mercato. Un dato che potrebbe riflettere una maggiore familiarità con i processi di innovazione digitale e con modelli professionali più flessibili.


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Accessibilità digitale, il web resta ancora pieno di barriere

La trasformazione digitale continua a procedere a ritmo sostenuto, ma il tema dell’accessibilità resta uno dei punti più critici dell’ecosistema online globale. Secondo i dati diffusi in occasione della Giornata mondiale dell’accessibilità digitale del 21 maggio, oltre il 95% dei siti web più visitati nel mondo presenta ancora errori che limitano o impediscono una corretta fruizione da parte delle persone con disabilità.

Le problematiche riguardano il mancato rispetto degli standard WCAG (Web Content Accessibility Guidelines), le linee guida internazionali sviluppate per rendere siti internet, applicazioni e contenuti digitali accessibili anche a utenti con disabilità sensoriali, motorie o cognitive.

Il tema non riguarda soltanto l’inclusione sociale, ma anche la qualità complessiva dei servizi digitali. In Italia, infatti, una larga parte degli utenti dichiara di aver abbandonato almeno una volta una procedura online perché troppo complessa o non adeguatamente accessibile. Un dato che evidenzia come l’accessibilità non rappresenti un’esigenza limitata a categorie specifiche, ma un elemento centrale dell’esperienza utente e della progettazione digitale.

In questo contesto si inserisce l’iniziativa della Fondazione Lega del Filo d’Oro, che ha scelto di rilanciare il tema presentando il percorso di miglioramento dell’accessibilità del proprio sito istituzionale. L’obiettivo è promuovere una cultura digitale più inclusiva, capace di garantire a tutti pari possibilità di accesso alle informazioni, ai servizi e alla partecipazione online.

La questione assume un rilievo crescente anche sul piano normativo e tecnologico. L’attenzione verso design inclusivo, usabilità e conformità agli standard internazionali sta infatti diventando sempre più strategica sia per le pubbliche amministrazioni sia per le imprese private, chiamate a ripensare piattaforme e servizi in una prospettiva realmente universale.


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Carceri al collasso, tra emergenza strutturale e ricerca di riscatto

Il sistema carcerario italiano continua a muoversi lungo una linea di forte tensione tra emergenza strutturale e necessità di percorsi rieducativi realmente efficaci. I dati aggiornati al 30 aprile 2026 descrivono una situazione sempre più critica: a fronte di una capienza regolamentare superiore ai 51 mila posti, gli spazi effettivamente disponibili risultano molto inferiori, mentre la popolazione detenuta supera ormai le 64 mila unità. Il risultato è un indice di sovraffollamento che supera abbondantemente il limite di guardia.

In numerosi istituti la pressione detentiva ha ormai raggiunto livelli estremi. Decine di strutture registrano tassi di affollamento superiori al 150%, mentre in alcuni casi si oltrepassa addirittura il 200%. Una condizione che continua ad alimentare contenziosi legati alla violazione dei diritti fondamentali dei detenuti e che richiama ancora una volta il tema delle condizioni materiali di vita all’interno degli istituti penitenziari.

Secondo i monitoraggi più recenti, in quasi la metà delle celle controllate non sarebbe garantito lo spazio minimo individuale previsto dagli standard europei. Sul piano giuridico, il numero dei ricorsi accolti dai magistrati di sorveglianza per trattamenti inumani o degradanti conferma come la questione non sia più episodica, ma strutturale. Il quadro richiama inevitabilmente il precedente della sentenza Torreggiani della Corte europea dei diritti dell’uomo, che già oltre dieci anni fa aveva imposto all’Italia un cambio di passo sulle condizioni detentive.

Tra i nodi più delicati emergono inoltre quelli legati alla detenzione femminile e alla presenza di bambini in carcere. Le donne rappresentano una quota ridotta della popolazione detenuta, ma spesso vivono una condizione di marginalità organizzativa, essendo ospitate prevalentemente in sezioni ricavate all’interno di istituti maschili. Parallelamente cresce il numero dei minori che vivono accanto alle madri detenute, tema che ha riacceso il dibattito sulle recenti modifiche normative in materia di esecuzione della pena per donne in gravidanza o con figli molto piccoli.

Accanto a questo scenario, il Ministero della Giustizia prova però a rilanciare il tema della funzione rieducativa della pena, soprattutto nell’ambito della giustizia minorile. In questa direzione si inserisce il progetto “Introspezioni”, promosso insieme a Fondazione Lottomatica e Fondazione Francesca Rava e realizzato con il contributo di SWG e Cuntura.

La ricerca, sviluppata negli Istituti penali minorili, ha raccolto riflessioni, desideri e aspettative dei ragazzi detenuti, facendo emergere un quadro sorprendentemente vicino a quello dei loro coetanei all’esterno. Famiglia, libertà, amore, sincerità e fiducia nelle relazioni sono alcuni dei valori più frequentemente richiamati dai giovani coinvolti nell’indagine.

L’iniziativa, che sarà presentata a Roma alla presenza del ministro Carlo Nordio e dei vertici della giustizia minorile, punta a costruire una narrazione diversa del disagio giovanile e della detenzione, spostando l’attenzione dalla sola dimensione repressiva a quella del recupero e della responsabilizzazione.


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Giustizia minorile, a Nisida il calcio sostiene il riscatto dei giovani

Roma, 19 maggio 2026 – Attori e glorie della squadra del Napoli uniscono le forze per sostenere la ristrutturazione del teatro dell’Istituto penale per i minorenni di Nisida. Questa mattina, presso la sala stampa dello Stadio Diego Armando Maradona di Napoli, è stata presentata “La Notte dei Leoni”, partita di calcio organizzata dalla Nazionale Italiana Calcio Attori 1971 e patrocinata anche dal Ministero della Giustizia. Il ricavato dell’evento andrà devoluto per la ricostruzione del teatro del carcere minorile tanto caro a Eduardo De Filippo e alla Fondazione Santobono Pausilipon, impegnata nella ricerca scientifica per i bambini.

“Questa non è soltanto una partita. È un messaggio preciso: lo Stato c’è. C’è quando bisogna far rispettare le regole, ma c’è anche quando bisogna offrire ai ragazzi un’alternativa concreta. Perché il rispetto non si insegna soltanto a parole. Si costruisce con responsabilità, educazione, esempi e opportunità vere”. A dirlo è il Sottosegretario Andrea Ostellari, intervenuto alla conferenza stampa insieme al Presidente della Nazionale Domenico Fortunato e a tutti i rappresentanti degli enti coinvolti.  “Crediamo in percorsi che aiutino i giovani a comprendere gli errori commessi e a riconquistare il proprio futuro. Il teatro di Eduardo De Filippo a Nisida – ha proseguito Ostellari – tornerà a vivere esattamente per questo: per diventare un luogo di cultura, disciplina, crescita e riscatto. E voglio ringraziare tutti coloro che stanno dando una mano: le istituzioni, gli organizzatori, gli artisti, gli sportivi e tutti quelli che hanno deciso di esserci. Sconfiggere la devianza e la violenza giovanile: questa è la partita che dobbiamo vincere.”

A sponsorizzare la ricostruzione di questo spazio era stato lo stesso Ministro Carlo Nordio nell’ottobre scorso, nell’ambito delle celebrazioni per i 40 anni dalla scomparsa di Eduardo De Filippo, che tanto si è impegnato per i ragazzi di Nisida. Al teatro dell’Ipm sono destinati anche altri fondi: in particolare, 1.450.000 euro sono stati stanziati con mozione del Parlamento e assegnati al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, e 345.000 euro che sono in gestione al commissario speciale antisismico per i relativi appalti.

Per il Capo del Dipartimento per la Giustizia minorile e di Comunità, Antonio Sangermano, intervenuto alla conferenza stampa, l’evento è “un punto di approdo importante del nostro impegno a coniugare la cultura alla dimensione carceraria e trattamentale. Il teatro è una delle arti più antiche del mondo e un modo di guarire; quindi, noi gli vogliamo dare la massima centralità”. Al principio della responsabilità penale personale, ha proseguito il Capo Dgmc, “vogliamo unire il principio di risocializzazione e la prospettiva esistenziale che deve unirsi a qualsiasi tipo di pena. Con il Ministro della Giustizia Carlo Nordio e con il Sottosegretario Andrea Ostellari abbiamo inteso dare centralità all’attività trattamentale”.

“La Notte dei Leoni” si terrà il 26 maggio alle 20.30 presso lo Stadio Diego Armando Maradona. Ad oggi sono 37.000 i biglietti venduti per la partita, grazie all’impegno della Nazionale, delle scuole e delle associazioni di volontariato. Durante la conferenza stampa è stato attivato anche il numero solidale 45590, per chi volesse donare inviando un semplice messaggio. All’evento scenderanno in campo molte leggende del Napoli Calcio, e attori napoletani e italiani, sia di cinema che di fiction.


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Ufficio per il processo, verso la stabilizzazione dell’80% degli addetti

Entra nella fase decisiva il percorso di stabilizzazione degli addetti all’Ufficio per il processo, una delle figure centrali nel progetto di modernizzazione della giustizia finanziato attraverso il PNRR.

Secondo i dati diffusi dal Ministero della Giustizia, sono 8.294 le domande presentate dagli addetti Upp per partecipare alle prove scritte previste il 27 e 28 maggio, passaggio necessario per l’assunzione a tempo indeterminato.

I posti disponibili risultano però inferiori rispetto al numero delle candidature: le stabilizzazioni previste per il profilo Upp sono infatti 6.919, con la conseguenza che oltre 1.300 lavoratori rischierebbero, almeno in questa fase, di restare esclusi dal percorso di assorbimento definitivo.

Accanto agli addetti Upp, la procedura coinvolge anche altri profili professionali. Hanno presentato domanda 863 tecnici di amministrazione e 1.460 operatori di data entry. Il piano complessivo delle assunzioni previsto dal Piao 2026-2028 punta alla stabilizzazione di 9.368 unità di personale. Per alcune figure tecniche specialistiche, come ingegneri, architetti e statistici, l’ingresso a tempo indeterminato dovrebbe avvenire senza prove selettive aggiuntive.

L’operazione consentirebbe di consolidare circa l’80% del contingente attualmente impiegato negli uffici giudiziari attraverso i contratti legati al Piano nazionale di ripresa e resilienza. Si tratta di personale che, secondo l’impianto originario del progetto, avrebbe dovuto terminare il proprio incarico entro il 30 giugno 2026.

Negli ultimi mesi il confronto tra Ministero e organizzazioni sindacali ha progressivamente ampliato il numero delle stabilizzazioni previste, pur senza arrivare ancora alla completa conferma di tutti gli addetti in servizio. Parallelamente, il dicastero starebbe lavorando a una proroga tecnica dei contratti per evitare l’uscita immediata dei lavoratori che non dovessero rientrare nel primo contingente di assunzioni.

In questa prospettiva assume particolare rilievo anche la scelta di mantenere valida per tre anni la graduatoria che emergerà dalle prove di maggio. Una soluzione che, secondo quanto anticipato dal sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto, dovrebbe consentire future assunzioni compatibilmente con le risorse disponibili.

Il tema resta centrale non solo sotto il profilo occupazionale, ma anche per l’equilibrio organizzativo degli uffici giudiziari. L’Ufficio per il processo, nato per accelerare la macchina della giustizia e sostenere il lavoro dei magistrati, è infatti considerato uno degli strumenti chiave per ridurre arretrati e tempi dei procedimenti nell’ambito della digitalizzazione e dell’efficientamento del sistema giudiziario.


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Prestazioni gratuite dei professionisti: la Cassazione rafforza la presunzione di compenso

La Corte di Cassazione torna a pronunciarsi sul delicato rapporto tra prestazioni professionali, obblighi fiscali ed emissione della fattura, riaffermando un principio destinato ad avere effetti significativi soprattutto per le professioni ordinistiche.

Con la sentenza n. 14338 del 2026, i giudici di legittimità hanno accolto il ricorso dell’Agenzia delle Entrate contro una decisione della giustizia tributaria pugliese che aveva dato ragione a un contribuente, un professionista, il quale sosteneva di avere svolto alcune attività senza percepire alcun compenso perché rese in favore di amici e parenti.

Secondo la Suprema Corte, l’attività professionale è normalmente caratterizzata da una presunzione di onerosità: ciò significa che, salvo prova contraria, si presume che la prestazione sia stata remunerata. Da qui deriva anche la conseguente rilevanza fiscale dell’operazione e l’obbligo di documentarla correttamente.

Nel caso esaminato, il professionista aveva sostenuto che la gratuità delle prestazioni escludesse anche l’obbligo di emissione della fattura ai sensi del DPR 633/1972. Tuttavia, per la Cassazione, non basta una semplice dichiarazione di rapporti personali o amicali per superare la presunzione di compenso. Occorrono invece elementi concreti e verificabili.

La Corte sottolinea inoltre che, soprattutto nel caso dell’attività notarile, caratterizzata da elevato contenuto tecnico e da importanti responsabilità professionali, appare difficilmente sostenibile l’assenza totale di corrispettivo senza adeguata dimostrazione documentale. In mancanza di tali prove, i compensi devono considerarsi percepiti e quindi assoggettati a imposizione fiscale.

La decisione individua anche alcuni possibili elementi utili a dimostrare la gratuità della prestazione: ad esempio la presenza di rapporti personali particolarmente stretti tra le parti oppure il fatto che l’attività gratuita sia collegata ad altre prestazioni più articolate già regolarmente compensate.

Resta però aperto il dibattito interpretativo. La stessa giurisprudenza della Cassazione, negli anni, non ha sempre mantenuto un orientamento uniforme sul tema delle prestazioni gratuite rese dai professionisti. Per questo motivo la pronuncia potrebbe inserirsi in un quadro giurisprudenziale ancora non del tutto consolidato.


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“Casa nel Bosco”, tensione tra ANM e Ministero sulle ispezioni al Tribunale dell’Aquila

Si riaccende il confronto tra magistratura associata e Ministero della Giustizia sul delicato equilibrio tra attività ispettiva e autonomia della funzione giurisdizionale. Al centro della vicenda vi è l’inchiesta amministrativa avviata presso il Tribunale per i minorenni dell’Aquila nell’ambito del caso “Casa nel Bosco”.

A intervenire è stata la Giunta esecutiva centrale dell’Associazione nazionale magistrati, che in una nota ha espresso “preoccupazione” per le modalità con cui starebbe proseguendo l’ispezione ministeriale. In particolare, l’ANM sottolinea le perplessità relative all’acquisizione di atti riguardanti un procedimento ancora in corso, evidenziando il rischio di possibili interferenze tra attività di controllo amministrativo ed esercizio della giurisdizione.

Secondo l’associazione delle toghe, la questione investe direttamente il principio dell’indipendenza della magistratura, definito “garanzia per tutti i cittadini”, e richiede un chiarimento nelle sedi istituzionali competenti. L’ANM ha inoltre espresso vicinanza ai magistrati del Tribunale per i minorenni dell’Aquila, impegnati — si legge nella nota — in un contesto particolarmente delicato.

La replica del Ministero della Giustizia è arrivata attraverso una nota dell’Ispettorato generale, che ha rivendicato la piena conformità dell’attività svolta alle disposizioni previste dall’articolo 12 della legge n. 1311 del 1962. Il Ministero sostiene che tutte le richieste di documentazione e gli accertamenti effettuati siano strettamente collegati all’incarico ricevuto dal Guardasigilli Carlo Nordio e necessari per il corretto svolgimento dell’inchiesta amministrativa.

Nella comunicazione ministeriale viene inoltre evidenziato che la normativa di riferimento non impone particolari formalità nella conduzione delle verifiche ispettive e attribuisce agli ispettori il compito di acquisire informazioni utili a valutare il servizio prestato dal magistrato interessato.

La vicenda si intreccia anche con il quesito trasmesso dal presidente del Tribunale per i minorenni dell’Aquila al Consiglio superiore della magistratura, nel quale vengono chiesti chiarimenti sull’obbligo di trasmissione degli atti relativi al procedimento oggetto dell’ispezione.


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Lavoro, colloqui deserti: nel 2025 quasi una selezione su tre va a vuoto

Sono i paradossi del nostro mercato del lavoro. Da un lato, le crisi industriali di grandi aziende come Electrolux, Natuzzi, Nestlè, Beko, etc., rischiano di provocare migliaia e migliaia di esuberi. Dall’altro, molte imprese, soprattutto di piccole dimensioni, continuano a fare i conti con una crescente difficoltà nel reperire personale qualificato. Un fenomeno sempre più evidente: nel 2025, ad esempio, quasi un colloquio di lavoro su tre è saltato perché nessun candidato si è presentato alla selezione. A dirlo è l’Ufficio studi della CGIA.

La difficoltà di reperire personale per mancanza di candidati è un fenomeno esploso negli ultimi anni. Analizzando la serie storica dei risultati emersi dalle periodiche interviste realizzate agli imprenditori italiani da Unioncamere e dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali nell’ambito del Sistema Informativo Excelsior, emerge che nel 2017 le assunzioni andate a vuoto per assenza di candidati erano state poco meno di 400.000, pari al 9,7 per cento del totale previsto; nel 2025, invece, questo fenomeno si è verificato in oltre 1.750.000 casi, raggiungendo il 30,2 per cento. Un vero e proprio boom con picchi di mancato reperimento che l’anno scorso hanno toccato il 39 per cento nel settore delle costruzioni, il 35,2 in quello del legno-mobile e poco meno del 35 per cento tra le aziende multiutility (acqua, energia, gas, etc.).

Se, infine, allarghiamo il campo di osservazione, notiamo che nel 2025 a fronte di 5,8 milioni di assunzioni previste in Italia, 2,7 milioni (pari al 47 per cento del totale), sono stati di difficile reperimento; di cui 1,7 milioni (30,2 per cento) per mancanza di candidati, 765.500 per preparazione inadeguata (13 per cento) e quasi 216.400 (3,7 per cento) per altri motivi.

  • Perché i giovani non si presentano alle selezioni

Le ragioni sono molteplici e, messe insieme, spiegano un cambiamento profondo del mercato del lavoro. Innanzitutto, molti giovani hanno modificato la scala delle priorità: non cercano più soltanto uno stipendio, ma anche equilibrio tra vita privata e lavoro, flessibilità, possibilità di crescita. Quando un’offerta propone salari bassi, orari pesanti o poche prospettive, spesso preferiscono rinunciare ancora prima del colloquio. C’è poi un problema demografico: i giovani sono numericamente meno rispetto al passato. Di conseguenza, in molti settori sono diventati una risorsa difficile da reperire. Incide anche il disallineamento tra domanda e offerta. Tante imprese cercano figure tecniche o specializzate che il sistema scolastico non riesce più a formare in quantità sufficiente.

Un altro elemento riguarda il modo in cui si seleziona il personale. Procedure lunghe, colloqui multipli, tempi di risposta infiniti o annunci poco chiari scoraggiano molti candidati. Alcuni inviano curriculum a decine di aziende contemporaneamente e poi spariscono appena trovano un’opportunità considerata migliore.

  • Cosa fare?

Per avvicinare domanda e offerta di lavoro è necessario costruire un rapporto più diretto tra scuola, formazione e mondo produttivo. Molti ragazzi conoscono poco le opportunità offerte dalle aziende e spesso hanno una percezione negativa del lavoro privato, considerato precario, poco stabile o scarsamente valorizzante. Per invertire questa tendenza servono stage di qualità, apprendistati ben retribuiti e percorsi di orientamento che facciano conoscere concretamente professioni, mestieri e possibilità di carriera. Le imprese, inoltre, devono investire di più sui giovani, attraverso la formazione continua, la flessibilità organizzativa e con ambienti di lavoro moderni e meritocratici. Anche il linguaggio della comunicazione aziendale deve cambiare, diventando più vicino alle nuove generazioni. Infine, è importante valorizzare il ruolo sociale dell’impresa privata, che rappresenta uno dei principali motori di occupazione, innovazione e crescita economica del Paese.

  • Il Nordest è l’area geografica più in difficoltà

Tra le prime cinque regioni d’Italia che presentano la più elevata percentuale di difficoltà nel reperire il personale per la mancanza di candidati durante le prove di selezione, ben quattro sono riconducibili alla ripartizione geografica del Nordest. L’area più in difficoltà è la Valle d’Aosta che nel 2025 ha visto fallire la selezione per il motivo appena richiamato nel 39,5 per cento dei casi. Seguono il Trentino Alto Adige (39 per cento), il Friuli Venezia Giulia (37,4 per cento), il Veneto (33,5 per cento) e l’Emilia Romagna (33 per cento). La regione meno “colpita” da questa specificità è la Puglia che “solo”, si fa per dire, in quasi 25 casi su 100 ha visto fallire la selezione poiché non si è presentato nessuno.

  • Trento, Aosta, Udine, Bolzano e Belluno sono le province dove i colloqui vanno più “deserti”

Le province che vedono “saltare” di più le selezioni di lavoro per la mancanza di candidati sono quelle caratterizzate da una forte presenza di attività turistico/alberghiere con una diffusione altrettanto significativa nel settore dell’edilizia, della metalmeccanica e per Udine anche del legno-arredo. La realtà d’Italia più in difficoltà è Trento che nel 2025 ha visto andare a “vuoto” il 40 per cento delle selezioni di lavoro. Seguono Aosta con il 39,5, Udine con il 39,1, Bolzano con il 38,1 e Belluno con il 37,7. Le province meno “snobbate” da chi cerca un posto di lavoro, invece, sono Avellino (24,4 per cento), Taranto (24 per cento) e Bari (23,9).


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AI Act, nuove proroghe Ue: regole rinviate ma privacy già sotto pressione

L’Unione europea riscrive ancora una volta il calendario dell’AI Act, il regolamento comunitario dedicato all’intelligenza artificiale. Con il nuovo pacchetto correttivo inserito nel cosiddetto “Digital Omnibus”, Bruxelles ha deciso di posticipare l’applicazione delle norme più rilevanti per i sistemi di IA utilizzati nei settori considerati ad alto rischio.

Il rinvio riguarda in particolare i sistemi indipendenti, per i quali gli obblighi scatteranno dal 2 dicembre 2027 anziché dal 2 agosto 2026, e i sistemi integrati in prodotti o infrastrutture regolamentate, che slittano al 2 agosto 2028.

La motivazione ufficiale è legata ai ritardi accumulati dalle istituzioni europee nella predisposizione delle linee guida tecniche e degli strumenti di supporto destinati a imprese e pubbliche amministrazioni. A quasi due anni dall’entrata in vigore dell’AI Act, molte delle regole operative più delicate non risultano ancora concretamente applicabili.

Il rinvio, però, non equivale a un vuoto normativo. Nei casi in cui l’intelligenza artificiale venga utilizzata per trattare dati personali, continuano infatti ad applicarsi integralmente le disposizioni del GDPR, comprese quelle relative al diritto dell’utente di contestare decisioni automatizzate e ottenere l’intervento umano.

Sul piano giurisprudenziale, inoltre, iniziano già a emergere orientamenti che anticipano alcuni principi dell’AI Act. Una recente pronuncia del Tar Lazio ha riconosciuto la possibilità di utilizzare il regolamento europeo come criterio interpretativo anche prima della sua piena operatività, richiamando il principio della cosiddetta “supervisione umana” sulle decisioni elaborate dai sistemi di IA.

I settori interessati dalla proroga sono numerosi e strategici: infrastrutture critiche, sanità, istruzione, gestione del lavoro, servizi finanziari, sicurezza, controllo delle frontiere, amministrazione della giustizia e attività investigative.

Tra gli aspetti più discussi della revisione europea vi è l’apertura all’utilizzo di dati personali e persino dati sensibili per individuare e correggere eventuali discriminazioni algoritmiche. Il nuovo impianto normativo consentirebbe infatti il trattamento di informazioni relative a salute, orientamenti religiosi o politici, appartenenza sindacale, dati biometrici e genetici senza necessità di consenso, purché l’obiettivo sia quello di ridurre bias e distorsioni decisionali.

Una previsione che, secondo molti osservatori, potrebbe aprire scenari delicati sul fronte della protezione dei dati e del rischio di utilizzi impropri.

Slitta inoltre al 2 dicembre 2026 l’obbligo di watermarking dei contenuti generati artificialmente. Le piattaforme dovranno rendere riconoscibili immagini, video, audio e testi creati o modificati tramite IA, introducendo strumenti di tracciabilità e trasparenza per contrastare manipolazioni e deepfake.

Sul fronte della sicurezza digitale, il regolamento europeo introduce anche un divieto esplicito per le applicazioni di “nudificazione” e per i sistemi capaci di creare contenuti sessualmente espliciti senza consenso o materiale riconducibile ad abusi su minori.

Le aziende avranno tempo fino a dicembre 2026 per adeguare i propri sistemi, mentre il dibattito europeo continua a oscillare tra esigenze di innovazione tecnologica, tutela dei diritti fondamentali e necessità di costruire un quadro normativo realmente applicabile in un contesto in continua evoluzione.


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Civile, il Pnrr accelera i numeri ma non la riforma del sistema

Il monitoraggio statistico sugli indicatori Pnrr relativo al 2025, pubblicato dal Ministero della Giustizia, evidenzia un progressivo avvicinamento agli obiettivi fissati per la riduzione dei tempi dei procedimenti e dell’arretrato. Dietro ai risultati, però, emergono ancora forti criticità organizzative e profonde differenze territoriali che rendono difficile parlare di una riforma strutturale del sistema giudiziario.

Nel settore penale il target previsto dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, ossia la riduzione del 25% della durata dei procedimenti rispetto al 2019, risulta sostanzialmente raggiunto. Più complessa resta invece la situazione del comparto civile, dove gli obiettivi sono stati rivisti al ribasso dopo la rinegoziazione intervenuta con la Commissione europea alla fine del 2023.

Entro il 30 giugno 2026 dovrà essere definito il 90% dei procedimenti civili ultra-arretrati pendenti al dicembre 2022, cioè fascicoli con oltre tre anni e mezzo di anzianità. Secondo i dati aggiornati al 31 dicembre 2025, i tribunali hanno già definito l’86,1% di questi procedimenti, mentre le corti d’appello sono arrivate all’86,7 per cento.

Numeri che consentono di intravedere il raggiungimento del target, ma che restano comunque lontani dagli standard europei e dagli stessi parametri fissati dalla legge Pinto sulla ragionevole durata del processo. Utilizzando infatti quei criteri, la riduzione dell’arretrato rispetto al 2019 sarebbe pari al 46,8% nei tribunali e al 53,2% nelle corti d’appello.

Un dato particolarmente significativo riguarda proprio le corti d’appello, dove tra le materie con il maggior incremento di nuovi procedimenti compare quella relativa alle richieste di equa riparazione per eccessiva durata dei processi.

Anche sul fronte della riduzione della durata prognostica dei procedimenti civili — il cosiddetto disposition time — il report registra i risultati migliori degli ultimi anni. A dicembre 2025 la riduzione complessiva rispetto al 2019 è pari al 28,8%, ancora distante però dall’obiettivo finale del 40% previsto dal Pnrr.

Nei tribunali si registra un aumento delle definizioni del 6,7%, legato soprattutto agli accertamenti tecnici preventivi, mentre nelle corti d’appello il miglioramento è attribuito principalmente ai provvedimenti relativi ai centri di permanenza per i rimpatri. In Cassazione, invece, il disposition time resta elevato, attestandosi a 863 giorni, circa il doppio rispetto ai 435 giorni medi registrati nei tribunali.

Il rapporto evidenzia inoltre forti squilibri tra gli uffici giudiziari: in alcune realtà la durata prevista di un procedimento civile in appello è inferiore a un anno, mentre in altre supera abbondantemente i due anni.

Secondo molte analisi, il miglioramento dei dati sarebbe stato favorito anche da interventi straordinari adottati negli ultimi mesi: applicazioni temporanee di magistrati, reclutamento di personale in pensione e sospensioni tecniche di alcuni procedimenti che hanno inciso statisticamente sulle definizioni.

Per questo motivo, il raggiungimento degli obiettivi Pnrr potrebbe non coincidere automaticamente con un reale consolidamento dell’efficienza del sistema giudiziario. Saranno soprattutto i dati successivi alla scadenza di giugno 2026 a mostrare se il miglioramento registrato rappresenti davvero un cambiamento stabile oppure soltanto l’effetto di misure emergenziali adottate per rispettare i target europei.


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