La corsa all’intelligenza artificiale ha un costo sempre più elevato e le grandi società tecnologiche americane stanno modificando profondamente le proprie strategie di finanziamento per sostenerlo.
Secondo le stime circolate sui mercati, entro il 2028 le Big Tech potrebbero avere bisogno di raccogliere complessivamente circa mille miliardi di dollari per finanziare gli investimenti necessari alla costruzione di data center e delle altre infrastrutture indispensabili allo sviluppo dell’IA.
Una mole di risorse che difficilmente potrà essere coperta soltanto attraverso la generazione di cassa, gli aumenti di capitale e il tradizionale mercato obbligazionario statunitense. Per questo gli “hyperscaler”, cioè i grandi operatori tecnologici dotati di infrastrutture informatiche su scala globale, stanno aumentando il ricorso anche alle obbligazioni denominate in euro.
L’obiettivo è ampliare la platea degli investitori, diversificare le fonti di finanziamento e contenere il costo della raccolta. Ma il fenomeno sta assumendo dimensioni tali da attirare l’attenzione delle autorità europee.
Il boom delle obbligazioni delle Big Tech
Amazon, Meta, Oracle, Microsoft, Alphabet, SpaceX e Nvidia avrebbero collocato nel corso del 2026 obbligazioni per circa 200 miliardi di dollari. Un volume che dà la misura della trasformazione in corso: singole emissioni nell’ordine dei 25 miliardi stanno diventando sempre meno eccezionali.
Amazon e Alphabet si sono imposte anche tra i maggiori emittenti sul mercato europeo dei corporate bond, con Amazon protagonista di un collocamento di dimensioni record.
La diversificazione riguarda inoltre le valute. Alcuni dei grandi gruppi tecnologici statunitensi hanno scelto di raccogliere capitali non soltanto in dollari ed euro, ma anche attraverso emissioni in yen, franchi svizzeri, sterline e dollari canadesi.
Secondo le stime di JP Morgan riferite al 20 agosto, dall’inizio dell’anno gli hyperscaler – senza considerare Nvidia – avevano già emesso obbligazioni per circa 182 miliardi di dollari, quasi il doppio dei 93 miliardi registrati nell’intero anno precedente. Questi titoli rappresenterebbero ormai circa il 13% delle emissioni statunitensi investment grade realizzate nel 2026.
E la raccolta potrebbe continuare a crescere. UniCredit stima entro la fine dell’anno ulteriori emissioni delle Big Tech comprese tra 70 e 90 miliardi di dollari sul mercato statunitense e tra 15 e 20 miliardi di euro in Europa.
L’euro diventa sempre più importante
Il mercato europeo sta assumendo quindi un ruolo crescente nel finanziamento della rivoluzione dell’intelligenza artificiale.
Lo stock di obbligazioni in euro riconducibili alle Big Tech ha raggiunto circa 40 miliardi di euro e la moneta unica rappresenta ormai intorno al 10% dei bond complessivamente in circolazione emessi dai grandi operatori tecnologici.
La presenza delle società americane sul mercato obbligazionario europeo, attraverso le cosiddette emissioni “reverse Yankee”, è inoltre raddoppiata tra il 2025 e il 2026.
Nel breve periodo il fenomeno può rappresentare un elemento positivo: aumenta la profondità del mercato europeo delle obbligazioni societarie, introduce titoli con rating elevati e amplia l’offerta di scadenze a lungo termine.
È sul medio-lungo periodo, però, che emergono gli interrogativi.
Il richiamo della Bce: attenzione agli effetti sul mercato
In un recente intervento pubblicato sul blog della Banca centrale europea, gli economisti Anne Duquerroy, Oana Furtuna, Imène Rahmouni-Rousseau e Lia Vaz Cruz hanno evidenziato come questa possa essere soltanto la fase iniziale di una raccolta obbligazionaria di dimensioni eccezionali.
Se il fenomeno proseguisse con la stessa intensità, il mercato dei corporate bond dell’area euro potrebbe cambiare struttura, imponendo nuovi equilibri a investitori, intermediari ed emittenti.
Uno dei primi rischi riguarda la concentrazione. La crescente presenza dei colossi americani potrebbe aumentare l’esposizione degli investitori europei sia al settore tecnologico sia all’economia statunitense, replicando almeno in parte quanto già avvenuto sui mercati azionari.
Esiste poi un possibile effetto di spiazzamento. La domanda di capitali generata dalle Big Tech potrebbe infatti esercitare una pressione sui costi di finanziamento e rendere più difficile o più onerosa la raccolta per altre imprese e settori.
Le conseguenze, secondo l’analisi della Bce, potrebbero arrivare a interessare anche il mercato dei titoli pubblici e quello delle obbligazioni emesse da soggetti sovranazionali.
L’IA diventa anche una questione finanziaria
Finora i mercati hanno dimostrato di riuscire ad assorbire emissioni di dimensioni eccezionali. Ma il vero interrogativo riguarda ciò che potrebbe accadere se la necessità di finanziare data center, chip, reti energetiche e capacità di calcolo continuasse a crescere ai ritmi previsti.
La competizione sull’intelligenza artificiale, dunque, non riguarda più soltanto algoritmi e innovazione tecnologica. Sta diventando anche una gigantesca partita finanziaria.
E il mercato obbligazionario europeo potrebbe ritrovarsi sempre più coinvolto nel finanziamento delle infrastrutture necessarie ai colossi americani dell’IA, con opportunità per gli investitori ma anche con nuovi rischi sistemici che le autorità monetarie e di vigilanza hanno già iniziato a tenere sotto osservazione.

