Una legge «simbolica», destinata a restare l’ennesimo intervento dal forte impatto emotivo ma dal limitato valore preventivo. È durissimo il giudizio dell’Organismo Congressuale Forense (OCF) sul disegno di legge sul femminicidio approvato in via definitiva e all’unanimità dalla Camera. Secondo l’avvocatura, il nuovo art. 577-bis del codice penale non potrà “salvare nemmeno una vita”, perché continua a chiedere al diritto penale ciò che non può e non deve fare: modificare comportamenti sociali, prevenire devianze, orientare la cultura collettiva.
Per l’OCF, il testo presenta anche criticità di natura costituzionale. La scelta di diversificare il trattamento sanzionatorio in base alla categoria della persona offesa crea, secondo l’organismo, una tensione evidente con l’articolo 3 della Costituzione, che impone l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. A ciò si aggiunge un problema di chiarezza: la norma introduce termini vaghi, ambigui, privi della necessaria tassatività che dovrebbe caratterizzare una fattispecie penale. Una vaghezza che, sottolinea l’avvocatura, rischia di scaricare sui giudici una responsabilità interpretativa enorme, esponendoli a critiche e pressioni quando le decisioni non dovessero corrispondere alle aspettative emotive dell’opinione pubblica.
Il punto, però, è soprattutto politico e culturale. «L’esperienza degli ultimi anni parla chiaro» afferma l’OCF: nonostante l’introduzione del Codice Rosso e di altri interventi repressivi, i reati contro le donne non sono diminuiti. Una riduzione reale della violenza, secondo l’organismo, può avvenire solo attraverso un’azione complessiva che coinvolga la scuola, la famiglia, la società, e che aiuti i giovani a comprendere il valore del rispetto e della parità. «Serve incidere sulle cause profonde della violenza – spiega l’avvocatura – non continuare a usare il diritto penale come una panacea».
La legge, articolata in quattordici articoli, non si limita alla nuova fattispecie di femminicidio ma interviene su una serie di ambiti: dai maltrattamenti in famiglia alle aggravanti, dal processo penale alle misure di tutela per gli orfani, fino all’ordinamento penitenziario. Un intervento vasto, che tuttavia, secondo l’OCF, continua a muoversi nella direzione sbagliata: rafforzare la risposta repressiva senza incidere sulle radici culturali del fenomeno.
La posizione dell’Organismo Congressuale Forense rappresenta un richiamo al legislatore: la violenza di genere non può essere affrontata solo sul piano penale. Senza un investimento profondo e strutturale sul cambiamento culturale, conclude l’OCF, «nessuna nuova norma potrà davvero fermare la violenza contro le donne».
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