In Veneto un algoritmo per gestire le liste d’attesa: il Garante Privacy avvia un’istruttoria

Di recente, la Regione Veneto con una delibera ha annunciato l’arrivo di un algoritmo, RAO (Raggruppamenti di Attesa Omogenea), finalizzato alla gestione delle liste d’attesa negli ambulatori.

E’ un sistema che ha l’obiettivo di differenziare i tempi d’attesa per le persone che accedono ai servizi ambulatoriali, con criteri clinici che determinano la priorità.

Tuttavia, il sistema è stato ampiamente criticato dall’Ordine dei medici e in particolare da Fimmg. Il sindacato ha infatti invitato i medici a non applicare in alcun modo l’algoritmo e la società che fornisce i software agli ambulatori a non rendere operativo il provvedimento della Regione.

In questo contesto, vista anche la sensibilità dei dati che verranno gestiti dall’algoritmo, il Garante ha annunciato di aver avviato un’istruttoria sul sistema RAO, inviando una richiesta di informazioni alla Regione Veneto per consentire all’Autorità l’acquisizione di tutti i dati necessari per verificare la conformità di questo sistema, e per deliberare l’adozione dello stesso alla normativa vigente in materia di privacy.

L’istruttoria del Garante

Il Garante per la protezione dei dati, quindi, ha annunciato di aver intrapreso un’istruttoria sul sistema RAO.

Nel dettaglio, il Garante ha annunciato di aver inviato alla Regione Veneto una richiesta di informazioni «per verificare la conformità alla normativa privacy di una delibera, in base alla quale non sarebbero più i medici di medicina generale a scegliere la classe di priorità della prestazione richiesta per il paziente, ma un sistema basato sull’intelligenza artificiale. Sarebbe in sostanza un algoritmo a stabilire i tempi di attesa per le prestazioni prescritte».

Il sistema di IA pone in essere un trattamento su larga scala dei dati c.d. particolari, come quelli sulla salute, che sono necessari per assegnare la classe di priorità, che necessita di maggiori verifiche.

Entro 20 giorni è previsto, inoltre, che «la Regione Veneto dovrà comunicare all’Autorità ogni elemento utile alla valutazione del caso, precisando in particolare se l’attribuzione della classe di priorità delle prestazioni sanitarie (urgente, breve, differita, programmata) sia realmente effettuata in forma automatizzata, attraverso algoritmi. L’indicazione della classe di priorità non sarebbe, peraltro, modificabile dal medico».

La Regione, inoltre, dovrà:

  • indicare anche la norma giuridica che sta alla base del trattamento, il tipo di algoritmo utilizzato, i data base e le varie tipologie di documenti e informazioni che vengono trattati dal sistema;
  • specificare le modalità utilizzare per rendere completa e corretta l’informativa, ai sensi di quanto disposti dagli articoli 12 e 14 del GDPR;
  • fornire elementi necessari alla valutazione d’impatto effettuata, indicando il numero dei pazienti che è stato coinvolto nel trattamento.

Se non vengono soddisfatte le richieste del Garante, vista anche la sensibilità dei dati oggetto di trattamento e il contesto delicato, potrebbe venire bloccato completamente il trattamento, con tutte le conseguenze del caso come una sanzione pecuniaria per trattamento illecito dei dati o per la violazione degli obblighi di valutazione del rischio previsti normalmente dalla normativa privacy e dalle norme di settore.

Ricordiamo, infatti, che nel settore sanitario si richiede agli operatori di agire con criteri di tutela dei dati personali più stringenti rispetto a quelli che vengono generalmente richiesti ai responsabili e ai titolari di trattamento che operano in settori con rischio minore.

Il metodo RAO ha l’obiettivo di differenziare i tempi d’attesa dei pazienti che «accedono alle prestazioni specialistiche ambulatoriali erogate direttamente dal SSN o per conto del SSN» secondo criteri clinici che sono stati indicati nelle tabelle allegate al Manuale.

Dopo la pandemia, infatti, le lunghe liste d’attesa si sono intasate proprio a causa delle sanificazioni che richiedono gli ospedali e dal cadenzamento degli appuntamenti con tempistiche più lunghe.

Si legge: «Il percorso di coinvolgimento progressivo dei principali attori (medici di famiglia, medici specialisti, rappresentanti dei cittadini) che prendono parte al processo di prescrizione ed erogazione delle prestazioni specialistiche, porta all’identificazione condivisa della indicazioni cliniche per ciascun gruppo di priorità clinica, alle quali sono associate a priori, cioè al momento stesso della prescrizione della prestazione, i tempi di attesa ritenuti adeguati».

Le informazioni cliniche «con i relativi tempi di attesa sono indicazioni di aiuto alla decisione per il medico che prescrive la prestazione, coerenti con l’appropriatezza clinica».

I criteri che sono stati utilizzati come riferimento sono stati periodicamente aggiornati con il coinvolgimento diretto dei medici prescrittori, i soggetti che erogano le prestazioni specialistiche e i cittadini stessi.

Il sistema ad oggi prevede 77 tabelle, che riguardano 109 prestazioni specialistiche. Nel manuale si precisa che le indicazioni cliniche che sono state indicate nelle tabelle si riferiscono alle condizioni che non riguardano direttamente l’emergenza.

In alcuni casi, tuttavia, «i Gruppi Tematici hanno ritenuto opportuno elencare indicazioni cliniche riferite a situazioni non differibili, che presuppongono un sospetto di patologia tale da richiedere una più rapida presa in carico del paziente».

Per alcuni tipi di visite e prestazioni, inoltre, non è stata indicata alcuna indicazione clinica. «In tutte le classi di priorità», inoltre, «in presenza di indicazioni cliniche, è stata mantenuta anche la voce “Altro”, che fa riferimento a condizioni cliniche non esplicitate dai Gruppi Tematici che, tuttavia, il medico prescrittore potrebbe decidere di attribuire a quella classe di priorità».

Basandoci su queste considerazioni, il tempo massimo d’attesa viene classificato fino a 90 giorni, indicando anche le sintomatologie cliniche che portano all’assegnazione del livello di priorità. Il fine è favorire situazioni d’emergenza, anche se sussistono ancora dubbi in relazione a queste classificazioni.

Sostanzialmente, i medici, mentre compilano le impegnative, dovranno attribuire una classe di priorità, riferendosi soltanto alle tabelle che sono state rese note con la delibera della regione.

I medici non sono d’accordo

Il sistema non è stato accolto benissimo tra i medici.

Domenico Crisarà, vicesegretario di Fimmg e presidente provinciale dell’Ordine dei medici di Padova ha contestato la delibera dichiarando che i medici non possono essere accostati ad un algoritmo.

Secondo Crisarà la delibera «vuole condizionare i prescrittori, medici di medicina generale, pediatri di libera scelta e specialisti, nell’attribuzione delle classi di priorità legandole a generiche situazioni patologiche che prescindono dall’oggettivazione del medico».

«L’attribuzione della priorità a tutti gli effetti, anche medico legali, un atto medico di cui solo il medico è responsabile e quindi non può essere sostituito da un semplice algoritmo che non tenga conto delle condizioni oggettivabili in quel momento e in quel contesto preciso di quel paziente».

I medici padovani sono intenzionati, dunque, a non applicare alcun protocollo, e hanno deciso di diffidare della software house che fornisce gestionali negli ambulatori dei medici dell’Usl 6 senza autorizzazione di medici.

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Il ministro della Salute ha dichiarato di voler estendere il divieto di fumo «in altri luoghi all’aperto in presenza di minori e donne in gravidanza; eliminare la possibilità di attrezzare sale fumatori in locali chiusi; estendere il divieto anche alle emissioni dei nuovi prodotti come sigarette elettroniche e prodotti del tabacco riscaldato».

Ad oggi, in Italia le e-cig vengono utilizzate da 1 milione e mezzo di persone.

Secondo l’Istat, è un trend in crescita «lenta e costante». Per questo il ministro della Salute Schillaci sta programmando una nuova stretta, dopo 20 anni dall’entrata in vigore della Legge Sirchia, per vietare il fumo ed e-cig in generale.

Schillaci, in Commissione Affari sociali della Camera, ha annunciato di «proporre l’aggiornamento e l’ampliamento della legge 3/2003 per estendere il divieto di fumo in altri luoghi all’aperto in presenza di minori e donne in gravidanza; eliminare la possibilità di attrezzare sale fumatori in locali chiusi; estendere il divieto anche alle emissioni dei nuovi prodotti come sigarette elettroniche e prodotti del tabacco riscaldato; estendere il divieto di pubblicità ai nuovi prodotti contenenti nicotina».

L’ipotesi è stata recentemente auspicata dall’ex ministro della Salute Sirchia, colui che ha dato il nome alla famosa legge 20 anni fa, introducendo il divieto di fumare nei luoghi al chiuso e cambiando radicalmente le abitudini dei cittadini italiani.

Il provvedimento piace anche agli esperti, che sottolineano da tempo i rischi per la salute causati da prodotti come tabacco riscaldato e sigarette elettroniche.

«Nel 2014», secondo i dati Istat, «gli utilizzatori delle e-cig over 14 erano circa 800mila. Poi, soprattutto a partire dal 2017, si è visto un progressivo aumento, fino ad arrivare nel 2021 a quasi un milione e mezzo di persone, soprattutto tra i giovani».

Per Roberta Pacifici, direttrice del Centro Nazionale Dipendenze e Doping, «non abbiamo dimostrazione scientifica che aiutino a smettere di fumare e di utilizzare nicotina, anzi. I nostri dati dimostrano che questi nuovi prodotti», come tabacco riscaldato e sigarette elettroniche, «contribuiscono alla recidiva di chi aveva smesso».

Continua: «Ostacolano anche la cessazione, cioè il percorso di condivisione che le persone intraprendono proprio per liberarsi da questa dipendenza. Questo è un dato ormai acclarato. Inoltre, l’87% di chi consuma sigarette elettroniche è un consumatore duale, cioè consuma sia quella elettronica sia quella tradizionale».

Ogni anno, in Italia, ci sono «93mila morti a causa del tabacco, il 20,6% di tutti i decessi». Questo è quando denuncia Sima, Società Italiana di Medicina Ambientale, che promuove a pieni voti i provvedimenti annunciati da Schillaci.

Lo scorso ottobre, inoltre, l’OMS aveva anche messo in guardia dai danni agli occhi che provoca il fumo passivo.

Negli altri Paesi ci sono tassazioni e divieti, con posizioni molto diverse anche all’interno dell’Ue.

Spiega Barbara Mennitti, giornalista ed esperta in politiche sulla riduzione del danno da fumo: «Alcuni paesi nella UE puntano sullo svaping come strumento della lotta al fumo, come Francia, o Olanda che, dopo un lungo dibattito, è in procinto di vietare aromi in liquidi per e-Cig, per renderle meno attrattive».

«Inoltre, in 36 Paesi al mondo è vietata tout court la vendita di sigarette elettroniche, come India Brasile Thailandia Singapore». In alcuni Paesi, invece, «come il Regno Unito, la nuova Zelanda e le Filippine, ne hanno fatto un cardine sulle politiche sanitarie per la lotta al tabagismo».

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Dopo la proposta di legge di Maurizio Gasparri spunta al Senato una nuovissima proposta di legge pro-life.

Gasparri, infatti, aveva depositato un disegno di legge per la modifica dell’articolo 1 del Codice Civile per introdurre il riconoscimento della capacità giuridica del feto.

Nella relazione di Gasparri si spiegava come «nella legge 194 che disciplina l’aborto non vi è una negazione dei diritti del concepito, ma nemmeno vi è un loro riconoscimento. Per questo, si ritiene opportuna la modifica dell’articolo 1 del Codice Civile» per prevenire «l’aborto volontario, in qualsiasi forma, legale o clandestino che sia».

Ora, invece, ecco una nuova proposta di legge depositata dal senatore Roberto Mania che ricalca quella di Gasparri. Anche la nuova proposta mira al riconoscimento della «capacità giuridica ad ogni essere umano». Per farlo, è necessario modificare l’articolo 1 del Codice Civile.

L’obiettivo è quello di «dichiarare che ogni uomo ha la capacità giuridica in quanto uomo, cioè che la soggettività giuridica ha origine dal concepimento, non dalla nascita».

Le opposizioni hanno il timore che tutto questo possa portare ad una mancata applicazione della 194, quindi sull’interruzione volontaria di gravidanza.

Leggiamo ancora nel testo: «Si tratta di riconoscere, anche nell’ambito giuridico, che embrione, feto, neonato, bambino, ragazzo, adolescente, giovane, adulto, anziano, vecchio sono diversi nomi con cui si indica una identica realtà, un identico soggetto, lo stesso essere personale, lo stesso uomo».

Per il senatore è «indispensabile individuare con chiarezza il significato giuridico dell’essere umano nella fase più giovane della sua esistenza».

Secondo Alessandra Maiorino del M5S: «Il partito di Meloni vuole derubare le donne della proprietà sul proprio corpo e attribuire soggettività giuridica superiore a un ovocita fecondato rispetto alla femmina».

Per Simona Malpezzi del PD, «riconoscere la capacità giuridica del concepito, come propone FdI significa soltanto una cosa: cancellare il diritto della donna di autodeterminarsi nella scelta di diventare madre o meno».

Questa non è la prima volta che il partito di Meloni viene accusato di voler limitare la legge 194. Ma il premier ha sempre ribadito che il suo obiettivo non è l’abolizione della legge, ma il suo rafforzamento per garantire alle donne «il diritto a non abortire».

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La PEC ha ormai raggiunto alti livelli di diffusione. Il numero di caselle attive a giugno 2022, stando ai dati AgID, era pari a 14 milioni e mezzo.

Grazie alla pubblicazione delle Regole tecniche dei servizi di recapito certificato con regolamento Eidas 910/2014, è cominciata la migrazione da PEC a REM (la PEC europea).

Tale migrazione, anche se non è di grande complessità, impatta comunque su imprese e utenti.

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Le regole tecniche in materia di REM sono state redatte con molta attenzione per minimizzare eventuali modifiche alla struttura della PEC.

Tutto questo semplifica e aiuta il processo di migrazione, favorendo l’interoperabilità tra i gestori. La REM Baseline, ovvero la base tecnica, è strutturata per indicare che cosa è incluso e cosa escluso all’interno dei modelli funzionali.

In fase di migrazione, i gestori PEC dovranno aggiornare i propri meccanismi per accedere al servizio, la struttura delle ricevute previste nella PEC e ulteriori aspetti di architettura fondamentali per l’adeguamento allo standard ETSI di interoperabilità (EN 319 532-4 versione 1.2.1).

Questo standard è stato aggiornato tenendo conto delle regole normative del Regolamento eIDAS 910/2014.

Le modifiche sono, in maggior parte, trasparenti all’utente. Le dichiarazioni dei gestori maggiori confermano che le modalità d’uso e operative saranno identiche a quelle del sistema PEC.

Il mittente dovrà essere riconosciuto con certezza. L’accesso al sistema, quindi, utilizzerà l’autenticazione a due fattori: alcuni gestori stanno già informando i propri utenti dei nuovi meccanismi.

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La migrazione dei messaggi dalla PEC alla REM è indolore, viste le molte analogie nell’architettura dei due sistemi.

Accedere con l’autenticazione a due fattori ad un sistema di posta elettronica in realtà non è ancora un sistema molto utilizzato a livello mondiale. Tuttavia, le esigenze molto stringenti in materia di sicurezza rendono questo strumento indispensabile.

Certo, una maggior sicurezza impatta sull’esperienza complessiva dell’utente, ma, per come stanno le cose al giorno d’oggi, tale strumento è inevitabile.

Gli integratori di sistema dovranno aggiornare il proprio software per la conservazione e la gestione delle ricevute ma anche per l’invio massivo di messaggi. Il problema è relativo, poiché la ricevuta è rappresentata da un file e continuerà ad esser così anche nel sistema REM.

Da questa migrazione, tuttavia, non derivano soltanto oneri, ma nascono anche interessanti opportunità. La standardizzazione europea della PEC e la relativa interoperabilità permettono di scambiare messaggi tra gestori differenti, stabiliti in paesi che applicano il Regolamento eIDAS. Tutto questo consente, inoltre, di offrire l’accesso al sistema REM da parte di un gestore a un utente che opera in uno Stato diverso rispetto a quello in cui è stabilito il gestore.

Attualmente, i prestatori di servizi fiduciari qualificati eIDAS sono 31 in 10 Paesi, e nessuno di questi si trova in Italia).

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Il carcere delle Costarelle è quello con il più alto numero di detenuti al 41 bis. Penitenziario che, come tutti ben sappiamo, è stato assegnato anche a Matteo Messina Denaro.

La casa circondariale dell’Aquila è una struttura che si trova in mezzo al nulla, in un’isola detentiva ben lontana rispetto al resto della città.

Nel corso degli anni sono passati alle Costarelle personaggi come il capo della Nuova camorra organizzata Raffaele Cutolo, O’Prufessore, ma anche boss sanguinari di Cosa Nostra come Giuseppe Madonia (Piddu) e appartenenti al clan dei Corleonesi come Leoluca Bagarella (don Luchino).

Il carcere è stato ultimato nel 1986 ed è entrato in funzione nel 1993. Già nel 1996 fu adibito quasi del tutto alla custodia dei detenuti che erano sottoposti a regimi di altissima sicurezza, che dovevano alloggiare in celle singole.

La capienza iniziale era di 150 detenuti, ma nel giro di poco tempo si è passati ad un massimo di 300, inclusi i carcerati comuni.

Inizialmente, l’apertura dell’istituto non fu un evento particolarmente amato dagli abitanti de l’Aquila. L’istituto è considerato una delle opere del Pentapartito. Alla fine degli anni ’80, infatti, la città, grazie al contributo di Domenico Susi, sottosegretario alle Finanze del Psi, si dotò di nuove strutture, come, per esempio, la scuola della Guardia di Finanza e il noto carcere.

Di particolare rilevanza il fatto che entrambe le strutture non soltanto hanno resistito al terremoto del 2009, ma sono divenute proverbiali per quanto riguarda la loro sicurezza. Il carcere fu concepito principalmente per favorire il passaggio dell’art. 90 degli anni ’70 all’attuale 41 bis.

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Il carcere è l’unico con una sezione femminile per il 41 bis. Oggi ospita 12 donne e 160 uomini.

Non ci sono stati particolari episodi rilevanti, proprio a causa della sua ferrea e rigidissima gestione.

All’inizio degli anni 2000 gli agenti penitenziari cominciarono a scioperare poiché la vita interna non era esattamente delle migliori. In quegli anni, infatti, la struttura si riempì di pericolosi detenuti dopo la chiusura delle carceri di Pianosa e Asinara.

Messina Denaro e le cure contro il tumore

Matteo Messina Denaro si trova alle Costarelle non soltanto per ragioni di sicurezza, ma anche perché dovrà proseguire le cure contro il tumore al colon, con il quale convive da più di un anno.

All’interno del carcere è in allestimento una stanza ad hoc per effettuare le cure, viste le difficoltà logistiche del trasporto in ospedale per due volte a settimana per un detenuto in regime di massima sicurezza.

Secondo alcune fonti di Ansa, Messina Denaro è tranquillo nella sua cella di 10 metri quadri. Nella struttura è presente un buon reparto di medicina oncologica, grazie al quale il detenuto potrà continuare le terapie.

A differenza delle altre strutture che hanno l’area per il 41 bis (Nuoro, Sassari e Tolmezzo), la struttura permette di spostarsi più facilmente a Roma, dove i pm riusciranno ad interrogarlo con frequenza.

La confusione degli ultimi giorni

Negli ultimi giorni si sta confondendo l’ergastolo ostativo con il 41 bis.

Il 41 bis fu introdotto grazie alla Legge Gozzini del 1986. Mario Gozzini, senatore comunista, voleva riformare il sistema carcerario al fine di migliorarne l’aspetto rieducativo.

Inizialmente era previsto soltanto per «casi eccezionali di rivolta o di altre gravi situazioni di emergenza». Tuttavia, dopo la strage di Capaci e la morte di Giovanni Falcone, venne approvato anche un Decreto Legge che consentiva di assegnare il 41 bis anche per reati particolarmente violenti, come nel caso dei detenuti per reati di mafia.

L’articolo 4 bis, invece, è una cosa completamente diversa. Introdotto nel 1991, l’articolo impedisce ad alcuni ergastolani di accedere alla libertà condizionale ma anche ai benefici penitenziari, come permessi premio, lavoro esterno e semilibertà.

I reati, in questo caso, ostano all’accesso di tali benefici, come nel caso di associazione di stampo mafioso, associazione finalizzata al traffico di droga e terrorismo – tranne nel caso in cui un condannato per mafia diventi un pentito e collabori con la giustizia.

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In Italia, i detenuti per reati ostativi sono 1.259, ovvero il 70% degli ergastolani. Le persone con ergastolo normale, quindi, sono in minoranza.

Nel 2021 la Corte Costituzionale si è espressa sull’ergastolo ostativo in quanto contrario ai nostri principi costituzionali, e ha invitato il parlamento a modificarlo.

Il governo Meloni è quindi intervenuto con un decreto legge che mantiene il 4 bis, modificando però le modalità di accesso ai benefici penitenziari: non si dovrà più soltanto collaborare con la giustizia, ma dimostrare di non avere più legami con la criminalità organizzata e di avere una condotta carceraria corretta.

Tale modifica non si applica ai detenuti in regime di 41 bis.

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Gli effetti del rialzo dei tassi non si stanno riversando sulla remunerazione dei conti correnti italiani. Per l’ultimo report dell’Abi, a ottobre 2022 il tasso medio praticato su conti correnti, certificati di deposito e depositi a risparmio è stato dello 0,37%, contro lo 0,34% del mese precedente.

In tale contesto, la crescita dei depositi si è fermata. Infatti, ad ottobre, i soldi registrati sui depositi in Italia si attestavano sui 1.835 miliardi di euro, con variazione piatta su base annua. (+0,1%).

Questa è la prima volta che nel giro di 12 mesi la variazione tendenziale si annulla. I depositi si attestano poco al di sotto del picco di luglio di 1.873. Sono valori al di sopra di quanto è stato registrato prima della pandemia, tre anni fa, ovvero 1.565 miliardi.

Qualcosa, tuttavia, sembra essere cambiato negli ultimi mesi nel comportamento dei cittadini italiani. È probabile che l’inflazione si stia facendo sentire, riducendo le effettive disponibilità tra i cittadini italiani.

I rendimenti sui conti potrebbero essere ridotti, è vero. Ma il vero tasto dolente sono i costi, che premono molto sui conti correnti, soprattutto in quelli tradizionali.

L’ultimissimo rapporto di Bankitalia ha fotografato un trend in crescita delle spese annue dei conti correnti. Ma soprattutto, si nota come sia difficile diminuire il fenomeno di penalizzazione degli utenti più fedeli: se il conto bancario è particolarmente longevo, i costi risultano ancora maggiori.

Un cliente che ha aperto un conto da più di 10 anni, in media, spende 113 euro, rispetto ai 64 di un cliente con un conto aperto da un solo anno. Parliamo di costi complessivi praticamente dimezzati.

Spiega il responsabile nazionale credito Adiconsum Carlo Piarulli: «Ancora una volta dal rapporto Bankitalia sui conti corrente emerge questo fenomeno increscioso per cui i clienti più fedeli alla banca sono più penalizzati in termini di costi rispetto ai nuovi clienti».

«Capisco» continua, «che le banche devono trovare sempre nuove modalità per essere più attrattive, ma alla fine quello che emerge è un turnover della solita clientela che gira tra gli istituti». Su questo fronte, d’altronde, la mobilità è molto rara.

Secondo un’indagine condotta da Altroconsumo, 8 persone su 10 non hanno cambiato conto corrente nel corso degli ultimi 5 anni. In Italia, inoltre, si stima che non abbia un contro corrente tra il 12% e il 15% dei cittadini.

«Quello che noi suggeriamo ai consumatori più fedeli è di controllare sempre gli oneri che gravano sui conti. Se notano costi anomali o aumenti insostenibili è sempre importante rivolgersi al proprio sportello e chiedere una ricontrattazione delle proprie condizioni, soprattutto se il cliente ha un rapporto di lunga durata e i costi sono sproporzionati rispetto alla nuova clientela».

Nel caso in cui un cliente sia insoddisfatto, «può sempre cambiare banca e gli istituti sono obbligati a fare il passaggio entro 12 giorni lavorativi. È bene che i consumatori siano dinamici su questo fronte e che le banche si attrezzino con offerte più competitive per non perdere la clientela».

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Il Governo italiano ha fatto il punto della situazione per quanto riguarda la digitalizzazione del nostro Paese, snocciolando tutti i dati ufficiali relativi a SPID, CIE, app IO e PagoPA.

Si tratta di numeri importanti, sia per quanto riguarda l’interpretazione della strada che sta prendendo il nostro paese, sia per quanto riguarda i risultati conseguiti in generale

Secondo il Dipartimento per la trasformazione digitale abbiamo raggiunto dei “massimi storici”, con oltre 6 milioni di identità Spid attivate nel 2022 e più di 7 milioni di CIE rilasciate. 1 miliardo, invece, gli accessi ai servizi della PA attraverso SPID, contro i 21 milioni di autenticazioni con CIE.

Sembra lontano, dunque, il passaggio da SPID a CIE recentemente ipotizzato dal governo Meloni, e assumere CIE come unica forma di identità digitale sembra attualmente molto difficile.

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I dati del 2022

SPID

Nel 2022 sono state attivate 6 milioni di identità SPID, per un totale di 33 milioni e mezzo.

1 miliardo di accessi con SPID: soltanto nell’anno precedente erano 570 milioni.

Hanno attivato l’autenticazione con SPID 3000 enti pubblici e 68 soggetti privati.

CIE

Sono state rilasciate 7 milioni di CIE, su un totale di 32,7 milioni.

Le autenticazioni con CIE sono state 21 milioni, e hanno riguardo 6.240 enti pubblici e privati.

3.382 enti federati hanno attivato il servizio.

App IO

L’app è stata scaricata 32 milioni di volte, con una media di 6 milioni e mezzo di utenti al mese.

332 milioni le transazioni di IO con PagoPA, registrando un aumento del 103% e con un valore economico di 61 miliardi di euro.

I messaggi inviati ai cittadini sono stati 247 milioni. I servizi totali disponibili ammontavano a 170.000 e 94.000 erano nuovi.

PagoPA

Hanno ricevuto almeno una transazione 19.088 enti, con più di 9 milioni e mezzo di utenti attivi mensili.

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Con la sentenza n. 10761/2022 il Consiglio di Stato ribadisce l’applicazione degli appalti di accesso civico generalizzato (art. 5 comma 2 del DL 33/2013). Questa applicabilità è prevista dall’art. 35 del nuovo codice.

L’applicabilità, nel caso in esame, viene estesa anche al soggetto che non fa parte della procedura di gara. Così come evidenziato dalla giurisprudenza, «la richiesta di accesso agli atti è indifferente allo scopo ultimo per cui viene esercitata» e questo comporta l’irrilevanza «di un problema di legittimazione alla pretesa sostanziale».

Diventa in tal modo irrilevante la circostanza con cui l’impresa che richiede l’accesso sia stata esclusa dalla procedura di gara, poiché «conclusasi la procedura concorsuale i documenti prodotti dalle ditte partecipanti assumono rilevanza esterna».

Inoltre, «la documentazione prodotta ai fini della partecipazione ad un gara di appalto esce dalla sfera esclusiva delle imprese per formare oggetto di valutazione comparativa essendo versata in un procedimento caratterizzato dai principi di concorsualità e trasparenza».

Le eccezioni opponibili all’istanza di accesso civico generalizzato possono essere rinvenute nei cd. «limiti assoluti all’accesso di cui all’art. 5-bis comma 3, n.33/2013 e i suoi richiami (cfr. Cons. Stato, Ad. plen., n. 10 del 2020, cit., spec. par. 24 ss.)» a quelli «correlati agli interessi-limite, pubblici e privati, previsti dall’art. 5-bis, comma 1 e 2, DL n.33/2013, nella prospettiva del bilanciamento tra il valore della trasparenza e quello della riservatezza».

Quanto affermato dal Consiglio di Stato viene ripreso anche nel nuovo codice dei contratti. La nuova norma considera le modifiche «al fine di allineare lo svolgimento della procedura di accesso all’utilizzo delle piattaforme di e-procurement», dato che le stazioni appaltanti devono assicurare «l’accesso alle procedure di affidamento e di esecuzione dei contratti pubblici in modalità digitale».

Nel comma 4 della norma si prevede che acquisire dati e informazioni sia consentito «ai sensi degli articoli 3-bis e 22 e seguenti della legge 7 agosto 1990, n.241 e degli articoli 5 e 5-bis del decreto legislativo 14 marzo 2013, n.33».

Viene ribadita nella relazione «la possibilità di richiedere, attraverso l’istituto dell’accesso civico generalizzato, la documentazione di gara nei limiti consentiti e disciplinati dall’art. 5-bis del DL 14 marzo 2013 n.33».

Il Consiglio di Stato chiarisce che l’accesso civico generalizzato viene applicato a tutte le fasi di aggiudicazione dei contratti pubblici. Precisando «che il principio di trasparenza, che si esprime nella conoscibilità dei documenti amministrativi, rappresenta il fondamento della democrazia amministrativa in uno stato di diritto, assicurando anche il buon funzionamento della pubblica amministrazione attraverso l’intelligibilità dei processi decisionali e l’assenza di corruzione».

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Ritorna il bonus trasporti. L’annuncio è stato fatto in televisione il 12 gennaio dal premier Meloni. «Nell’ultimo decreto c’è una norma che rimborsa i pendolari della somma che spendono per gli abbonamenti ai mezzi pubblici».

«Stiamo cercando di aiutare, in una situazione di difficoltà, chi è in maggiore difficoltà piuttosto che dare aiuti indistintamente a tutti». La novità è stata inserita nel provvedimento che riguarda i prezzi dei carburanti, pubblicato sabato 14 gennaio in Gazzetta dopo le polemiche sull’eliminazione del taglio delle accise.

La nuova versione del Bonus Trasporti

Il bonus sarà destinato alle persone con reddito inferiore a 20mila euro. In precedenza, era stato stabilito il limite di 35mila.

Nel decreto sulla trasparenza dei prezzi della benzina vengono stanziati 100 milioni per l’intervento. Il buono avrà il nominativo del beneficiario, e sarà utilizzabile per acquistare un solo abbonamento. Non può essere ceduto, non rileva al fine del computo del valore dell’Isee e non costituisce reddito imponibile.

È, dunque, la nuova versione del bonus trasporti, che era rimasto in vigore fino allo scorso 31 dicembre. Il 12 gennaio, il governo, durante l’approvazione del DL Aiuti-quater ha accolto un ordine del giorno proposto dall’ex ministro del Lavoro Orlando, che aveva gestito la piattaforma per richiedere gli sconti.

Si tratta «di un primo segnale di attenzione, su cui vigileremo e ci impegniamo ad una concreta attuazione, ad una misura di buon senso che avevamo introdotto con lo scorso Governo mettendo a disposizione risorse utili a studenti, pensionati, lavoratori, pendolari e famiglie per alleviare i costi di trasporto favorendo in questo modo una valida alternativa all’utilizzo del mezzo privato».

Il vecchio bonus era apparso del DL Aiuti (50/2022). All’art 35 si istituiva un Fondo con lo stanziamento di 180 milioni per il finanziamento di «un buono da utilizzare per l’acquisto di abbonamenti per i servizi di traporto pubblico locale, regionale ed interregionale, ovvero per i servizi di trasporto ferroviario nazionale».

Tale Fondo è stato successivamente incrementato di 10 milioni grazie ai decreti Aiuti-Bis e Aiuti-ter, ed è stato depotenziato nel DL Aiuti-quater, che stabilisce una sforbiciata di 50 milioni per il finanziamento delle misure di calmieramento dell’aumento dei costi delle bollette, principalmente per gli enti del Terzo Settore.

Per saperne di più, tuttavia, dovremo aspettare il 14 febbraio, data in cui verranno pubblicati i dettagli nel decreto attuativo.

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Cosa vuole fare Carlo Nordio con le intercettazioni?

Lo scorso 7 dicembre, il ministro della giustizia Carlo Nordio ha annunciato al Senato di aver intenzione di proporre «una profonda revisione della disciplina delle intercettazioni» e di voler vigilare «in modo rigoroso su ogni diffusione che sia arbitraria e impropria».

Le intercettazioni, secondo Nordio, «sono diventate strumento micidiale di delegittimazione personale e spesso politica». Commentava allora Giuseppe Santalucia, il presidente dell’Anm: «Le intercettazioni sono uno strumento importantissimo, soprattutto nel contrasto alla criminalità mafiosa e terroristica».

Per Santalucia, la presenza estremamente radicata delle organizzazioni mafiose nel nostro paese giustifica «l’uso superiore a quello di altri Paesi che si fa delle intercettazioni in Italia. Siamo assolutamente d’accordo che non debbano causare lesioni al diritto di riservatezza. Una legge è stata fatta qualche anno fa per questo. Vorremmo sapere dal ministro, primo dell’annuncio della riforma, se quella legge ha funzionato o meno».

Sabato scorso, 14 gennaio, Nordio ha definito il costo delle intercettazioni “esorbitante” durante un question time al Senato.

Le spese ammontano «tra i 160 e i 180 milioni di euro l’anno». Sembra una somma eccessiva, magari con sprechi da tagliare. Tuttavia, a differenza di altri esborsi istituzionali, questi strumenti d’indagine non sono soldi buttati.

Secondo Il Fatto Quotidiano, il ministro della Giustizia, pur avendo fatto il magistrato per lunghi anni, non ricorda che è proprio grazie alle intercettazioni che lo Stato riesce a confiscare patrimoni miliardari collegati ad attività criminali. Si parla di un flusso di entrate continuo per le casse pubbliche, che senza intercettazioni non potrebbe esistere.

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Anche per il senatore pentastellato Roberto Scarpinato, uno dei più importanti pm antimafia, «grazie alle intercettazioni lo Stato ha avuto la possibilità di confiscare beni del valore di vari miliardi di euro. Ricordo che nel triennio in cui ho diretto il Dipartimento Mafia ed economia della Procura di Palermo abbiamo sequestrato due miliardi e seicento milioni di euro».

Per Santalucia parliamo di «uno strumento importantissimo per accertare reati di criminalità economica. Ovviamente, se venissero depotenziate, anche la capacità di confiscare patrimoni illeciti di rilevante entità verrebbe depressa». Dunque, «la comparazione dei costi va fatta anche su questo versante».

Dopo la cattura di Matteo Messina Denaro

Maurizio De Lucia, Procuratore capo della Procura di Palermo, durante la conferenza stampa di ieri sulla cattura di Matteo Messina Denaro sottolinea quanto siano state fondamentali le intercettazioni in questo caso.

Spiega il capo dei pm: «L’indagine si basa sull’attività di intercettazione che, se fosse il caso di ribadirlo, sono indispensabili e irrinunciabili nel contrasto alla criminalità organizzata di tipo mafioso. Senza intercettazioni non si possono fare indagini e soprattutto le indagini non portano ad alcun risultato. Questa è la cosa più importante e deve essere chiara».

La riforma delle intercettazioni

Il ministro Nordio starebbe lavorando ad una riforma delle intercettazioni, al fine di limitarne l’utilizzo. La decisione ha scatenato fortissime polemiche soprattutto da parte delle opposizioni. Nordio vorrebbe anche eliminare il Trojan, uno «strumento incivile».

Ha ribadito che in ogni caso la riforma non toccherebbe mafia e terrorismo: tagliare i costi e limitare l’utilizzo dello strumento fa in modo che le intercettazioni vengano utilizzate soltanto «in casi eccezionali di gravissima pericolosità nazionale».

«Le intercettazioni sono assolutamente indispensabili nella lotta contro la mafia e il terrorismo. Sono fondamentali per la ricerca della prova e per comprendere i movimenti di persone pericolose».

Bisogna, tuttavia, «cambiare radicalmente l’abuso che se ne fa per i reati minori con conseguente diffusione sulla stampa di segreti individuali e intimi che non hanno niente a che fare con le indagini».

Commenta anche il premier Meloni: «Le intercettazioni sono fondamentali. Uno strumento di indagine di cui non si può fare a meno. Per questo genere di reati nessuno le ha mai messe in discussione».

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Gratteri vs Nordio

Per Nicola Gratteri, procuratore di Catanzaro, «il ministro della Giustizia sbaglia. L’intercettazione telefonica costa 3 euro al giorno, cioè due caffè in un bar elegante».

«Il ministro Nordio durante la campagna elettorale ha detto che le intercettazioni costano troppo, che devono essere limitate o addirittura abolite. Criticato per le sue dichiarazioni, e fattogli presente che nel programma di Fratelli d’Italia questo capitolo non c’era, ha detto che non si riferiva a quelle ambientali, ma a quelle fisse».

Continua Gratteri: «Lui dice che il mafioso non parla al telefono. Ma sbaglia. Un mafioso che dice al suo interlocutore ci vediamo al bar oppure al solito posto, per me, investigatore e pubblico ministero, è un dato importantissimo, perché si potrebbe trattare dell’esecutore materiale di un reato».

Il pericolo di rendere pubblici aspetti della vita privata degli intercettati, secondo il magistrato calabrese, è «un pericolo che non esiste più. Ci sono due leggi che impediscono agli inquirenti in conferenza stampa di riportare i nomi degli arrestati. Riportare sui giornali pezzi di intercettazioni non è più possibile».

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