Sentenze pubbliche, dati personali riservati: il TAR Lazio ferma l’oscuramento indiscriminato

Trasparenza della giustizia e tutela dei dati personali: dove sta il giusto equilibrio? La questione torna d’attualità dopo la decisione del TAR Lazio, che con la sentenza n. 7625 del 17 aprile 2025 ha chiarito i limiti e le modalità con cui i dati personali possono essere oscurati nei provvedimenti giudiziari pubblicati online.

In Italia, la regola generale è che le sentenze, una volta depositate, siano pubbliche e accessibili a tutti. Tuttavia, per specifiche e limitate ipotesi, la legge consente di oscurare i dati personali dei soggetti coinvolti. È quanto stabilisce il Codice della Privacy (d.lgs. n. 196/2003) agli articoli 51 e 52, che prevedono la possibilità di chiedere l’oscuramento per motivi legittimi, oppure impongono la riservatezza in caso di delicate vicende personali come rapporti di famiglia o situazioni che riguardano minori.

La Corte di Cassazione aveva già ribadito questo principio con la sentenza n. 7588 del 21 marzo 2025, ma è stato il TAR Lazio a intervenire sul caso concreto: il Ministero della Giustizia, con un provvedimento datato 1° dicembre 2023, aveva disposto l’oscuramento sistematico di tutti i dati personali contenuti nei provvedimenti pubblicati nella banca dati pubblica di merito. Una decisione che il tribunale amministrativo ha definito illegittima, in quanto in contrasto non solo con le norme nazionali, ma anche con l’art. 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU) e l’art. 111 della Costituzione, che garantiscono la pubblicità dei processi e delle sentenze.

Il TAR ha sottolineato come il principio di pubblicità non si esaurisca con la celebrazione dell’udienza, ma debba estendersi anche alla sentenza, che «di regola deve essere disponibile in maniera integrale al pubblico». Solo il giudice procedente, e non un’autorità amministrativa, può disporre limitazioni all’accessibilità dei provvedimenti per ragioni specifiche e motivate.

Anche il diritto europeo si muove in questa direzione: l’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea impone infatti che chiunque abbia diritto a un processo equo e pubblico, con pronunce rese pubbliche, salvo casi eccezionali giustificati dalla tutela di interessi superiori.

Un’altra precisazione importante arriva dal TAR Lazio sulla disciplina dei procedimenti arbitrali: anche in caso di deposito di un lodo arbitrale ai sensi dell’art. 825 c.p.c., la parte può chiedere agli arbitri l’oscuramento prima della pronuncia, con l’obbligo di annotare tale richiesta sul lodo stesso.

In conclusione, la recente pronuncia rafforza una linea giurisprudenziale che da anni riconosce valore costituzionale e sovranazionale alla pubblicità delle sentenze, prevedendo tuttavia cautele mirate, mai indiscriminate. La diffusione dei provvedimenti integrali resta la regola, mentre l’oscuramento costituisce l’eccezione, ammissibile solo in presenza di motivi legittimi debitamente documentati e valutati dall’autorità giudiziaria.


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Liberi dalla routine, schiavi dell’algoritmo: il vero rischio dell’AI

ROMA — Ogni convegno sull’intelligenza artificiale finisce con lo stesso mantra: più tempo per la creatività, meno per le incombenze noiose. I sostenitori della rivoluzione digitale annunciano un futuro in cui gli algoritmi si occuperanno delle mansioni ripetitive, mentre gli esseri umani potranno finalmente dedicarsi ad attività strategiche, progettuali, creative. Ma è davvero così semplice?

A ben guardare, il quadro è più complesso di quanto gli slogan lascino intendere. Perché se in teoria l’AI libera tempo prezioso, nella pratica impone una radicale riorganizzazione dei processi lavorativi e dei ruoli professionali. Non si tratta soltanto di redistribuire i compiti: è necessario ripensare il modello stesso di azienda e di lavoro costruito negli ultimi vent’anni.

Chi oggi è già nel mondo professionale dovrà adattarsi a una logica in cui uomini e macchine collaborano in team multidisciplinari, in un continuo gioco di ingegneria dei processi. L’approccio “AI First”, che pone l’intelligenza artificiale al centro dell’attività produttiva, richiede infatti di ridefinire compiti, divisioni e obiettivi. E questo cambiamento non avrà gli stessi tempi né lo stesso impatto per tutti.

Il rischio di un eterno “stage digitale”

Per i più pessimisti, il nuovo paradigma porterà a una lunga fase di controllo umano della qualità dei risultati generati dall’intelligenza artificiale. Esperti e manager senior dovranno supervisionare le macchine, istruendole e correggendole, prima di potersi affidare ai loro automatismi. È la cosiddetta fase human in the loop: l’uomo interviene all’inizio e alla fine del processo, alimentando e verificando il lavoro dell’algoritmo.

Solo successivamente — e nessuno è in grado di prevedere quando — si entrerà nella fase di vera co-evoluzione tra AI e lavoratori, come immaginano i teorici più ottimisti. Una fase che con tutta probabilità riguarderà soprattutto le nuove generazioni, già abituate a utilizzare strumenti come ChatGPT per i compiti di scuola e per studiare.

L’allarme per i giovani cervelli

Proprio su questo punto si concentra una recente ricerca del Media Lab del MIT, che solleva dubbi importanti sull’impatto dell’uso precoce dei modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) sulle capacità cognitive dei più giovani. Lo studio, ancora in attesa di peer review e condotto su un campione limitato, suggerisce che l’abuso di queste tecnologie potrebbe compromettere lo sviluppo dell’autonomia di pensiero e delle abilità di ragionamento.

Secondo l’autrice della ricerca, Nataliya Kosmyna, i cervelli in formazione sarebbero i più vulnerabili agli effetti di una delega eccessiva all’intelligenza artificiale. Il rischio è quello di abituarsi troppo presto alla comodità di risposte facili e immediate, a scapito dell’elaborazione critica e della costruzione autonoma del sapere.

Un futuro più creativo, ma più fragile?

Il paradosso, dunque, è dietro l’angolo: avremo più tempo libero dai compiti ripetitivi, ma non è detto che saremo davvero più preparati a utilizzarlo in modo intelligente e costruttivo. Il lavoro del futuro sarà, forse, più creativo, ma le competenze necessarie per gestirlo non si improvvisano. Serviranno nuove capacità, non solo digitali ma anche cognitive, e un’attenzione particolare alle ricadute sociali, psicologiche e formative di questa rivoluzione.

Perché il rischio vero non è solo quello di perdere posti di lavoro, ma di perdere capacità, senso critico e autonomia di pensiero. E in una società iperconnessa e automatizzata, è una prospettiva da non sottovalutare.


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Giustizia a rischio paralisi: ad Alessandria metà degli amministrativi senza contratto tra un anno

ALESSANDRIA — La giustizia rischia di restare senza personale. È l’allarme lanciato dalle rappresentanze sindacali del Tribunale di Alessandria, dove entro un anno metà del personale amministrativo potrebbe trovarsi senza contratto. Dei circa 80 dipendenti oggi operativi nel palazzo di giustizia alessandrino, 40 hanno un contratto in scadenza il 30 giugno 2026, facendo parte dei 12.000 precari della giustizia assunti negli ultimi anni grazie ai fondi del PNRR per rafforzare gli uffici giudiziari italiani.

Secondo quanto previsto dal Ministero della Giustizia, solo il 50% di questi lavoratori potrebbe essere stabilizzato. Una prospettiva che, se confermata, dal 1° luglio 2026 lascerebbe disoccupati circa 6.000 dipendenti su scala nazionale e priverebbe Alessandria di metà del personale amministrativo, figure essenziali per il funzionamento quotidiano di cancellerie, uffici per il processo e archivi digitali.

Il cuore amministrativo della giustizia locale

Tra i contratti in scadenza figurano addetti all’Ufficio per il Processo, operatori data entry e tecnici amministrativi selezionati tramite concorso pubblico, oggi indispensabili per tenere in piedi un apparato giudiziario da anni in sofferenza per mancate assunzioni e carenze strutturali. La loro attività ha garantito in questi anni l’operatività di un Tribunale già appesantito dall’accorpamento di sedi giudiziarie provinciali e dall’estensione della competenza territoriale fino ad alcuni comuni della provincia di Asti.

Le rappresentanze sindacali unitarie del Tribunale, attraverso una nota congiunta firmata da USB P.I. Giustizia, UNSA, Confintesa e FP CGIL, hanno definito il piano ministeriale di stabilizzazione “fumoso” e carente di trasparenza, lamentando l’assenza di criteri chiari per la selezione dei lavoratori da confermare.

Sindacati sul piede di guerra

Per i sindacati, l’ipotesi di dimezzare l’organico è inaccettabile. I lavoratori precari — tutti vincitori di concorso e già ampiamente formati — sono considerati indispensabili per la tenuta del sistema. Un loro allontanamento produrrebbe un effetto devastante in un settore pubblico cruciale come quello della giustizia, soprattutto alla luce dei prossimi pensionamenti tra il personale di ruolo, destinati a svuotare ulteriormente gli uffici.

«È assurdo pensare di ridurre ulteriormente l’organico» hanno denunciato le RSU, ricordando come la cronica carenza di personale sia una delle cause principali dei rallentamenti nei procedimenti e della difficoltà a garantire servizi efficienti ai cittadini.

Assemblea pubblica il 1° luglio

Per richiamare l’attenzione sulla questione, è stata convocata per il 1° luglio 2025 un’assemblea pubblica presso l’Aula Assise del Palazzo di Giustizia, dalle 9.30 alle 11.30. Un appuntamento simbolico e concreto, a un anno esatto dalla possibile scadenza dei contratti, che vedrà la partecipazione di magistrati e istituzioni giudiziarie locali. Sono previsti gli interventi del Presidente del Tribunale Paolo Rampini, della Presidente della Sezione Civile Antonella Dragotto e della Presidente della Sezione Penale Maria Teresa Guaschino.

L’incontro sarà l’occasione per fare il punto sulla situazione e ribadire la richiesta di un intervento politico deciso, capace di salvaguardare i posti di lavoro e garantire continuità ed efficienza al servizio giustizia sul territorio.


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Scontro istituzionale: Cassazione rivendica il diritto al pluralismo giuridico

ROMA, 30 giugno 2025 — Prosegue il confronto serrato tra il vertice della magistratura e il governo sul delicato equilibrio tra poteri dello Stato. Al centro del dibattito, la recente relazione del Massimario della Corte di Cassazione sul decreto Sicurezza, che ha suscitato reazioni critiche da parte dell’esecutivo e della maggioranza parlamentare. A chiarire la posizione della Suprema Corte è intervenuta la prima presidente Margherita Cassano, che in una intervista al Corriere della Sera di oggi ha voluto sottolineare come si tratti di una prassi consolidata e istituzionale, nata con l’obiettivo di supportare l’intero sistema giudiziario nell’interpretazione delle nuove normative.

La Corte di Cassazione, infatti, attraverso il proprio ufficio studi, svolge da oltre vent’anni un’attività di analisi tecnico-giuridica su ogni nuova legge rilevante, specie quando queste hanno impatto su norme costituzionali o su obblighi internazionali assunti dall’Italia. Un lavoro che, come evidenziato da Cassano, non ha mai inteso — né potrebbe — condizionare la libera attività interpretativa dei giudici, sia di merito che di legittimità, e tantomeno interferire nel dibattito politico.

Piuttosto, i rilievi prodotti dal Massimario rappresentano un contributo tecnico e scientifico volto a elevare il livello qualitativo delle decisioni e a garantire maggiore uniformità nella giurisprudenza, favorendo così la certezza del diritto e la tutela dei cittadini. Una funzione che, fino ad oggi, non aveva mai generato simili tensioni con il potere politico.

A preoccupare il vertice della Cassazione non è solo il clima polemico, ma il rischio che il confronto istituzionale degeneri in delegittimazioni reciproche. Cassano ha rimarcato l’importanza di mantenere un dialogo rispettoso tra i poteri dello Stato, nel rispetto delle reciproche attribuzioni e nella consapevolezza che il pluralismo delle opinioni è un valore irrinunciabile in una democrazia matura.

Non sono mancati i riferimenti ai precedenti: dal 2003 a oggi, il Massimario ha prodotto numerose relazioni, su materie anche molto sensibili — dalla riforma Cartabia del processo penale e civile agli interventi legislativi sul cosiddetto Codice Rosso — senza che si registrassero simili reazioni. Tutte queste attività sono rese pubbliche attraverso il sito istituzionale della Corte, da anni accessibile a magistrati, avvocati, studiosi e cittadini.

In questo contesto, la presidente Cassano ha ribadito che le critiche sul merito delle valutazioni sono fisiologiche e legittime in un ordinamento democratico. Tuttavia, è essenziale che il dissenso non si trasformi in una messa in discussione del ruolo costituzionale della magistratura, che resta custode del diritto e garante dell’equilibrio tra i poteri.

Il confronto tra magistratura e politica si inserisce peraltro in un momento delicato, segnato dall’avanzamento della riforma costituzionale sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Anche su questo tema, la Corte ha espresso osservazioni di natura tecnica attraverso un recente parere del Consiglio Superiore della Magistratura, approvato a larga maggioranza. L’intento, secondo Cassano, è quello di offrire elementi di riflessione su questioni delicate che incidono sull’assetto della giustizia, senza mai invadere il terreno delle decisioni di principio che competono esclusivamente al legislatore.

Il rischio di un deterioramento del rapporto tra istituzioni e di un’ulteriore perdita di fiducia dei cittadini nel sistema resta concreto. Per questo motivo, la prima presidente della Cassazione ha auspicato un recupero di toni pacati e di un confronto riflessivo, fondato sul reciproco rispetto, nella consapevolezza che pluralismo e dialogo costituiscono le basi della tenuta democratica e della coesione istituzionale.


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Studi professionali italiani sempre più schiacciati da burocrazia e scadenze, con il rischio di trascurare innovazione e qualità della vita. È questo il quadro che emerge dall’edizione 2025 del Rapporto dell’Osservatorio Professionisti e Innovazione Digitale della School of Management del Politecnico di Milano, che sarà presentato il prossimo 1° luglio a Milano.

L’indagine, condotta su un campione di oltre 1.600 studi professionali tra avvocati, commercialisti, consulenti del lavoro e studi multidisciplinari, restituisce l’immagine di una categoria affaticata, impegnata quotidianamente a rincorrere adempimenti normativi e richieste burocratiche, senza che a questo corrisponda un reale incremento della redditività.

Equilibrio vita-lavoro: la priorità trasversale

Il dato più evidente riguarda il desiderio diffuso di un miglior equilibrio tra lavoro e vita privata, che si attesta ai primi posti tra le priorità per oltre il 70% degli intervistati. Una percentuale che sale all’81% tra i commercialisti e si mantiene stabile anche tra gli studi più piccoli, dove otto su dieci indicano questo tema come centrale.

Negli ultimi anni — come osserva Claudio Rorato, direttore scientifico dell’Osservatorio, sul Sole24Ore — i professionisti hanno puntato tutto sulla produttività, accelerando i tempi di lavoro senza modificare davvero i processi e i modelli organizzativi. Questo ha finito per esaurire molte energie e per limitare la capacità di cogliere le opportunità che la tecnologia offre anche in termini di efficienza e tempo liberato.

Tecnologia sì, ma ancora ai margini

Se da un lato la fatica gestionale lascia poco spazio a nuove progettualità, dall’altro gli investimenti in tecnologie digitali continuano a crescere: nel 2024 la spesa complessiva del settore ha toccato i 1,95 miliardi di euro, con una crescita del +3,5% sull’anno precedente. A guidare la classifica sono gli studi multidisciplinari, che hanno speso mediamente 28.200 euro a testa in soluzioni digitali.

Tra gli strumenti più diffusi figurano ancora i sistemi di videoconferenza — retaggio della pandemia — e le VPN, presenti in oltre il 70% degli studi. Più timida, invece, l’adozione di strumenti di business intelligence e intelligenza artificiale: quest’ultima è in uso solo nel 21% dei grandi studi (con oltre 29 collaboratori) e nel 10% di quelli medio-piccoli.

Un prudente approccio che, secondo Rorato, è in parte giustificato: sulle spalle dei professionisti gravano responsabilità civili e penali importanti. Tuttavia, anche tra i piccoli si iniziano a fare sperimentazioni e test, segno di un lento ma progressivo interesse verso le potenzialità di questi strumenti.

Servizi innovativi ancora poco sviluppati

Nonostante le risorse investite in tecnologia, resta ancora limitata l’offerta di servizi a valore aggiunto, come l’assistenza su bandi, incentivi o progetti di transizione digitale e sostenibile. Secondo il rapporto, questa tipologia di attività non interessa al 65% dei piccoli studi, al 59% dei medi e persino al 49% dei grandi.

Una certa vivacità si intravede solo tra i commercialisti e negli studi multidisciplinari, dove circa uno su quattro dichiara di avere progetti in fase di sviluppo per offrire questo tipo di consulenza.

Le preoccupazioni per il futuro

Tra le preoccupazioni più sentite dai professionisti spiccano, senza sorpresa, l’inasprimento degli obblighi normativi senza corrispondenti aumenti di redditività (segnalata dal 64% dei commercialisti e dal 55% dei consulenti del lavoro), seguita dalla concorrenza dei grandi operatori di mercato e dall’uso di tecnologie avanzate da parte di altri player.

Preoccupazioni che, unite alla difficoltà di ampliare il portafoglio clienti — oggi ancora fortemente legato al passaparola — portano Rorato a sollecitare un dibattito istituzionale:  le limitazioni deontologiche e normative in materia di marketing e promozione vanno ripensate, perché rischiano di frenare la competitività del settore.


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Bollette e gas: le piccole imprese pagano il doppio delle grandi

Mettendo a confronto i costi energetici delle piccole con quelli delle grandi imprese, emerge un differenziale “spaventoso” che penalizza enormemente le prime. Se per le bollette dell’energia elettrica gli artigiani, gli esercenti, i negozianti e i piccoli imprenditori pagano il 55 per cento in più delle grandi industrie manifatturiere e/o commerciali, per quelle del gas addirittura il doppio. A denunciarlo è l’Ufficio studi della CGIA. Con i prezzi di luce e gas che da tre anni a questa parte hanno subito degli aumenti importanti, perdura la penalizzazione nei confronti delle realtà produttive di piccola e piccolissima dimensione che, ricordano dalla CGIA, quelle con meno di 20 addetti, ad esempio, costituiscono il 98 per cento delle imprese presenti nel Paese. Sono tante, ma anche in termini occupazionali giocano un ruolo da protagoniste; al netto dei dipendenti delle Amministrazioni pubbliche, infatti, danno lavoro al 60 per cento circa degli addetti presenti in Italia. Va comunque sottolineato che il divario di costo tra grandi e piccole imprese è sempre esistito e tale situazione è presente anche negli altri Paesi europei. Tuttavia, a differenza dei nostri principali competitor commerciali d’Oltralpe, il peso delle piccole imprese italiane sull’economia nazionale non ha eguali. Pertanto, la penalizzazione delle nostre micro e piccole aziende è la più “insopportabile” d’Europa.

  • Il divario sul gas

Nel 2024 le piccole aziende hanno pagato il gas mediamente 99,5 euro a Megawatt-ora (MWh) e le grandi 47,9 euro. Rispetto al 2022[1], quando il differenziale era del 33 per cento, negli anni a venire la forbice è tornata ad allargarsi, sebbene i prezzi della materia prima siano scesi. Resta inteso che anche negli anni che hanno preceduto l’inizio delle ostilità tra la Russia e l’Ucraina, il disallineamento era molto rilevante, ancorché il prezzo di mercato della materia prima fosse molto più basso di adesso. Rispetto ai nostri principali concorrenti commerciali, solo la Francia presenta un costo del gas, pari a 103,9 euro al MWh, superiore al nostro. Germania (95 euro) e soprattutto la Spagna (48,5 euro) beneficiano di costi inferiori. Per le nostre grandi imprese, invece, il confronto è meno impietoso; solo in Germania il costo del gas è superiore al nostro.

  • Il differenziale sull’energia elettrica

L’anno scorso l’energia elettrica è costata alle piccole aziende italiane 218,2 euro al MWh, contro i 140,4 euro al MWh che sono stati pagati dalle realtà più grandi. Come per il gas, negli ultimi anni anche le bollette della luce hanno visto aumentare la forbice tra grandi e piccole imprese. Nonostante i costi record, nel 2022 i prezzi erano allineati, successivamente il gap è continuato ad aumentare, così come era avvenuto prima dell’inizio della guerra nell’Est Europa. Nei confronti dei più importanti paesi europei, solo le piccole imprese della Germania pagano più delle nostre, mentre le grandi imprese italiane subiscono un prezzo pressoché uguale a quello tedesco, ma ben superiore ai costi subiti da tutti gli altri.

  • Perché i piccoli pagano troppo

In Italia a gonfiare i prezzi delle bollette della corrente delle imprese sono, in particolare, i costi di rete (trasporto e gestione del contatore), le tasse e gli oneri di sistema[2] che nelle piccole aziende hanno una incidenza pari mediamente al 40 per cento del costo totale. Una quota che nelle grandi imprese scende al 17 per cento. Certo, ci sono anche delle ragioni oggettive che “giustificano” questo gap di costo.  Le industrie, ad esempio, comprano l’energia in grandi volumi, spesso si avvalgono di broker che sono in grado di negoziare tariffe più basse con i fornitori. Tendenzialmente, le piccole imprese, invece, acquistano poca energia e non hanno molto margine di trattativa. Inoltre, le componenti fisse (come il trasporto, gli oneri di sistema, le accise, etc.), pesano di più sul consumo delle piccole imprese, che, a differenza delle grandi, usano meno energia ma pagano comunque quote fisse elevate. Va altresì sottolineato che le grandi aziende energivore hanno agevolazioni fiscali e sconti su accise e oneri, riconosciuti per legge. Al netto di situazioni straordinarie, raramente le Pmi rientrano in queste categorie e acquistando l’energia a prezzi di mercato, sono soggetti alle oscillazioni di prezzo, mentre le realtà di grandi dimensioni possono stipulare contratti pluriennali più stabili. Le piccole imprese, infine, sono più diffuse sul territorio di quelle di maggiore dimensione, anche in zone meno servite, e ciò può contribuire a far aumentare i costi di distribuzione.

  • I settori a rischio blackout

I rincari delle bollette riguardano, in particolare, i settori energivori. Per quanto riguarda il consumo del gas, segnaliamo le difficoltà che in questi ultimi anni hanno colpito i comparti del vetro, della ceramica, del cemento, della plastica, della produzione di laterizi, la meccanica pesante, l’alimentazione, la chimica etc. Per quanto concerne l’energia elettrica, invece, rischiano il blackout le acciaierie/fonderie, l’alimentare, il commercio (negozi, botteghe, centri commerciali, etc.), alberghi, bar-ristoranti, altri servizi (cinema, teatri, discoteche, lavanderie, etc.).

  • Tremano molti distretti produttivi

Le difficoltà, fa sapere l’Ufficio studi della CGIA, colpiscono molte imprese e conseguentemente anche tanti distretti produttivi che continuano a essere il motore dell’economia e dell’export del Paese. Dopo lo scoppio della guerra tra Russia e Ucraina a soffrire tremendamente i rincari dei costi energetici sono stati:

  • il cartario di Lucca-Capannori;
  • le materie plastiche di Treviso, Vicenza e Padova;
  • i metalli di Brescia-Lumezzane;
  • il metalmeccanico del basso mantovano;
  • il metalmeccanico di Lecco;
  • le piastrelle di Sassuolo;
  • la termomeccanica di Padova;
  • il vetro di Murano.

Per adesso, segnali di un drastico peggioramento della situazione non ce ne sono, ma se le tensioni geo-politiche in corso dovessero precipitare, con una conseguente impennata dei prezzi delle materie prime, non è da escludere che queste realtà manifatturiere sia destinate a scivolare verso l’ennesima crisi economica.

  • Oltre 5 milioni di italiani in povertà energetica (PE). La metà è al Sud

Altra conseguenza drammatica riconducibile agli effetti del caro bollette è la condizione di difficoltà in cui versano molti italiani. I dati 2023 dell’Osservatorio Italiano sulla Povertà Energetica (OIPE)[3] sono evidentissimi. Quasi 2,4 milioni di famiglie italiane si trovano in povertà energetica (PE). Stiamo parlando di 5,3 milioni di persone che vivono in abitazioni poco salubri, scarsamente riscaldate d’inverno, poco raffrescate d’estate, con livelli di illuminazione scadenti e con un utilizzo molto contenuto dei principali elettrodomestici bianchi[4]. I nuclei familiari più a rischio sono costituiti da un elevato numero di persone, che si trovano in condizioni di disagio economico e le abitazioni in cui vivono sono in cattivo stato di conservazione. A livello territoriale la situazione più critica si verifica in Calabria, dove il 19,1 per cento delle famiglie, composte da quasi 349mila persone, si trovava in condizioni di PE. Seguono la Basilicata (17,8 per cento) il Molise (17,6 per cento), la Puglia (17,4 per cento) e la Sicilia (14,2 per cento). Le regioni, invece, meno interessate da questo fenomeno sono il Lazio (5,8 per cento del totale delle famiglie), Friuli Venezia Giulia (5,6 per cento) e, in particolare, Umbria e Marche (entrambe con il 4,9 per cento). Due anni fa, il dato medio nazionale era pari al 9 per cento. L’elaborazione dell’Ufficio studi della CGIA ha consentito di mettere a confronto i risultati del 2022 con quelli del 2023.

  • Identikit del capofamiglia in PE: disoccupato, pensionato o lavoratore autonomo

Le principali condizioni professionali del capofamiglia che si trova in PE sono, in linea di massima, tre: disoccupato, pensionato solo e in molti casi, sottolinea la CGIA, quando lavora lo fa come autonomo. Va infine sottolineato che i nuclei più a rischio PE, soprattutto nel Sud, sono quelli che utilizzano il gas quale principale fonte di riscaldamento. Coloro che invece utilizzano altri combustibili (bombole a gas, pellet, gasolio, legna, kerosene, etc.), presentano valori percentuali di rischio più contenuti. Nel ricordare che in Italia il 70 per cento circa degli artigiani e dei commercianti lavora da solo, ovvero non ha né dipendenti né collaboratori familiari, moltissimi artigiani, tantissimi piccoli commercianti e altrettante partite Iva hanno pagato due volte l’impennata delle bollette di luce e gas verificatasi negli ultimi tre anni. La prima come utenti domestici e la seconda come micro imprenditori per riscaldare/raffrescare e illuminare le proprie botteghe e negozi.

[1] Anno in cui verso la fine di febbraio ha avuto inizio la guerra tra Russia e Ucraina

[2]  Sono dei costi fissi presenti in bolletta e rappresentano le spese relative al sostegno delle energie rinnovabili ed alla cogenerazione (ASOSe ad altri oneri di sistema (ARIMcome oneri nucleari, agevolazioni per il sistema ferroviario e alle industrie energivore, ricerca di sistema e a sostegno del bonus elettrico.

[3] E’ un network di ricercatori ed esperti provenienti da Università, enti ed istituti pubblici e privati. E’ ospitato dal Centro Studi di Economia e Tecnica dell’Energia “Giorgio Levi Cases” dell’Università di Padova. L’Osservatorio è presieduto dalla prof.ssa Paola Valbonesi (Università degli Studi di Padova), assistita da un comitato esecutivo, e i suoi membri sono ricercatori, docenti ed esperti, provenienti da diverse istituzioni italiane e straniere. L’indicatore di povertà energetica è una misura oggettivo-relativa che rivede l’approccio inglese LIHC con due differenze; si usano dati effettivi di spesa derivanti dall’indagine ISTAT della spesa delle famiglie e si includono quelle in condizione di deprivazione e spesa per il riscaldamento/raffrescamento nulla.

[4] Frigorifero, congelatore, lavatrice, lavastoviglie, asciugatrice, etc.


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Leonardo Arnau alla guida dell’OIAD per la tutela degli avvocati in pericolo

Ieri a Madrid, durante l’Assemblea generale 2025, l’avvocato Leonardo Arnau, già Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Padova e attuale Consigliere del Consiglio Nazionale Forense (CNF), è stato nominato Presidente dell’Osservatorio Internazionale degli Avvocati in Pericolo (OIAD). Questo importante incarico sottolinea il ruolo attivo dell’Italia e, in particolare, del COA di Padova sulla scena legale internazionale.

L’OIAD, fondato il 21 aprile 2016 su iniziativa di prestigiose istituzioni forensi come il Conseil National des Barreaux (Francia), l’Ordine degli avvocati di Parigi (Francia), il Consejo General de la Abogacía Española (Spagna) e il Consiglio Nazionale Forense (Italia), ha la sua sede legale a Parigi. Il suo obiettivo primario è la tutela degli avvocati minacciati nell’esercizio della loro professione e la denuncia dei casi in cui il diritto alla difesa viene leso. L’Osservatorio dedica una particolare attenzione ai difensori dei diritti umani, agendo in conformità con le normative esistenti e collaborando strettamente con le reti già operative.

All’assemblea di Madrid erano presenti, in rappresentanza del COA di Padova, le avvocate Barbara Melinato e Monica Scabia, a testimonianza del supporto e dell’impegno del foro padovano in questa cruciale missione internazionale.


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Tale principio, consolidatosi nel corso degli anni, si rivela di fondamentale importanza nella pratica processuale, semplificando l’ammissibilità di una categoria di prove ampiamente utilizzata.

Il Garante dei detenuti e il rischio di delegittimazione: l’allarme dell’Unione Camere Penali

In un momento in cui il sistema penitenziario italiano versa in condizioni drammatiche, segnato da sovraffollamento, violenze e violazioni dei diritti fondamentali, l’Unione delle Camere Penali Italiane lancia un nuovo, severo allarme sul futuro del Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale.

A far scattare l’attenzione è la recente intervista rilasciata dal prof. Mario Serio, componente del collegio del Garante, al quotidiano Il Manifesto. Serio ha denunciato le difficoltà operative dovute alle prese di posizione ideologiche di alcuni membri e alla mancanza di una linea univoca nell’azione dell’Autorità di garanzia, evidenziando che tale frammentazione rischia di minare la funzione stessa di difesa dei diritti dei detenuti.

Una preoccupazione condivisa dall’Osservatorio Carcere e dalla Giunta dell’UCPI, che in una nota ufficiale sottolineano come proprio la soggettività ideologica dei singoli non possa diventare il pretesto per svuotare di significato e di funzione un organismo costituito per garantire il rispetto della dignità umana in carcere, nei CPR, nelle REMS e in ogni luogo di privazione della libertà.

Il nodo delle dimissioni e delle tensioni interne

A innescare le polemiche è stata anche la rinuncia dell’avvocato Michele Passione ai mandati professionali per i processi riguardanti torture e violenze in carcere, episodio che ha sollevato dubbi sulla continuità dell’impegno del Garante in difesa dei diritti dei reclusi. Serio ha rassicurato sul proseguimento dell’attività, ma ha ammesso la necessità di “battersi perché quella posizione resti salda nel collegio”.

L’UCPI, pur apprezzando queste dichiarazioni, esprime riserve sull’effettiva tenuta dell’istituzione, ricordando come il Garante sia nato in risposta alla celebre sentenza “Torreggiani” della Corte EDU, con cui l’Italia venne condannata per il trattamento inumano e degradante dei detenuti. Un’eventuale deriva dell’organismo verso il silenzio o la sterilizzazione delle sue funzioni rappresenterebbe un drammatico fallimento del nostro ordinamento.

Preoccupazioni sul silenzio istituzionale e le mancate relazioni

Nella nota, le Camere Penali stigmatizzano la mancata pubblicazione da oltre due anni della relazione annuale al Parlamento, documento essenziale per monitorare l’operato dell’Autorità e il rispetto dei diritti nelle strutture penitenziarie italiane. Non solo: viene ribadita la necessità di una capillare attività ispettiva, con visite a sorpresa e relazioni pubblicate regolarmente, che a tutt’oggi mancano in modo sistematico.

Secondo l’UCPI, è fondamentale che il Garante agisca senza subalternità verso il potere politico che lo ha nominato e senza lasciarsi condizionare da logiche ideologiche o di schieramento. Deve restare una figura super partes, un pubblico difensore dei diritti e della legalità costituzionale, in grado di denunciare abusi e di intervenire ogni volta che si verifichino morti sospette o episodi di tortura in carcere.

La denuncia di una rimozione collettiva

In un Paese in cui — denunciano le Camere Penali — lo scandalo carcerario è spesso rimosso dal dibattito pubblico, il rischio è che venga progressivamente meno anche quell’unico presidio istituzionale deputato alla tutela effettiva dei diritti delle persone private della libertà. Da qui la richiesta di respingere con forza i tentativi di ridimensionare il Garante e di rafforzarne invece ruolo, indipendenza e capacità d’azione.

Perché, concludono le Camere Penali, senza un’autorità autonoma, vigile e autorevole, capace di intervenire e di informare l’opinione pubblica, i diritti dei detenuti restano lettera morta e il sistema penale italiano rischia di scivolare nuovamente nell’opacità e nell’illegalità sistemica già condannata dall’Europa.


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Casa dei suoceri e separazione: quando l’ex può restare nell’immobile in comodato familiare

Anche in caso di separazione o divorzio, la casa in cui una coppia ha convissuto durante il matrimonio può continuare a essere abitata dall’ex coniuge a cui vengono affidati i figli minori o non economicamente autosufficienti, anche se l’immobile appartiene ai suoceri. A stabilirlo è la Corte di Cassazione civile con la recente sentenza n. 17095/2025, che interviene su una materia da sempre delicata e fonte di contenziosi nelle aule giudiziarie: il comodato familiare e la sua durata in presenza di una crisi coniugale.

Il caso: 13 anni nella casa dei suoceri

La vicenda riguarda una famiglia che per 13 anni aveva vissuto nel primo piano della villetta dei genitori del marito. Alla separazione dei coniugi, il giudice aveva previsto un contributo di mantenimento per la figlia minore e, inoltre, una somma mensile destinata all’ex moglie per il pagamento di un affitto in altro appartamento. Tuttavia, era stato stabilito che, in caso di mancato versamento di questa somma, madre e figlia avrebbero avuto diritto a rientrare nell’abitazione familiare.

La madre del marito, comproprietaria dell’immobile col defunto marito, si era quindi rivolta alla Cassazione sostenendo che, con la separazione e il divorzio, fosse venuto meno il contratto di comodato familiare e chiedendo di rientrare in possesso dell’appartamento.

La decisione della Cassazione

I giudici di legittimità hanno però rigettato il ricorso, ribadendo un principio ormai consolidato: la destinazione a casa familiare di un immobile concesso in comodato non si estingue automaticamente con la separazione o il divorzio. Se la casa continua a rispondere alle esigenze abitative di figli minori o non autosufficienti conviventi con il genitore affidatario, il comodato familiare prosegue.

Secondo la Suprema Corte, il fatto che la nipote della proprietaria avesse espresso il desiderio di tornare a vivere nella casa che l’aveva vista crescere, e che in quella casa si fossero soddisfatte le esigenze della famiglia per oltre un decennio, confermava la permanenza della sua funzione di casa familiare.

Quando il comodante può chiedere la restituzione

L’unica possibilità per il comodante di riottenere l’immobile prima del venir meno della destinazione familiare è dimostrare un urgente e documentato bisogno personale di rientrare in possesso della casa, esigenza che nel caso di specie non è stata né allegata né provata.


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Anm risponde al Ministro: “Così si rischia l’autonomia della magistratura e i diritti dei cittadini”

“I magistrati italiani, come dimostrano le mobilitazioni di questi ultimi mesi, sono profondamente preoccupati dalla riforma costituzionale che mette a rischio l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, ma soprattutto i diritti di tutti i cittadini italiani. Quella che viene messa a repentaglio è la nostra architettura istituzionale”. Così il presidente dell’Anm Cesare Parodi.
“L’Anm ha cercato in tutti modi un proficuo confronto con il governo e con le istituzioni, incontrando il ministro e gruppi parlamentari e dimostrando un’assoluta apertura verso la soluzione di problemi fondamentali dell’architettura costituzionale del Paese. In questo senso vi è stato ascolto ma nessuna forma di concreto dialogo o apertura ed è quindi ingiusto ritenere e riferire che Anm non abbia dimostrato la massima apertura verso la ricerca di soluzioni ottimali nell’interesse dei cittadini”.
“Il caso Palamara? E’ stato un caso scoperto dalla magistratura, e su cui la magistratura ha agito con durezza. Prima della conclusione del processo che lo riguarda l’Associazione nazionale magistrati lo ha espulso. Se il ministro è a conoscenza di altre circostanze intervenga con immediatezza, utilizzando il potere disciplinare di cui è titolare”, conclude Parodi.


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