Scudo penale per i sanitari: responsabilità solo in caso di colpa grave

Dopo anni di rinvii e polemiche, arriva il tanto discusso “scudo penale” per medici e operatori sanitari. Il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge delega per la riforma delle professioni sanitarie, introducendo una novità destinata a segnare un punto di svolta: d’ora in avanti i sanitari risponderanno penalmente di lesioni o omicidio colposo solo nei casi di colpa grave, purché abbiano rispettato le linee guida ufficiali o le buone pratiche clinico-assistenziali.

I criteri di valutazione

I giudici, nel valutare la condotta del medico, dovranno considerare non solo le regole scientifiche ma anche i fattori di contesto: carenze di personale o attrezzature, difficoltà legate alla natura dell’intervento, urgenze ed emergenze, perfino la complessità dovuta alla presenza di più specialisti. Una visione più realistica delle condizioni in cui il personale sanitario si trova quotidianamente a operare.

Le nuove disposizioni modificano il codice penale (articolo 590) e intervengono anche sulla legge Gelli-Bianco del 2017, rafforzando il ruolo delle linee guida, che diventano vincolanti. Sul piano civile, la colpa sarà valutata anch’essa alla luce dei fattori esterni che possono incidere sull’attività clinica.

Medicina difensiva nel mirino

Per il ministro della Salute, Orazio Schillaci, e per il Guardasigilli Carlo Nordio, la riforma rappresenta un argine alla cosiddetta “medicina difensiva”, una pratica che costa al Servizio sanitario circa 11 miliardi di euro l’anno e contribuisce ad allungare le liste d’attesa. L’obiettivo è restituire serenità ai medici e ridurre la prescrizione di esami costosi e spesso inutili.

Il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici, Filippo Anelli, parla di “provvedimento che restituisce serenità ai camici bianchi”, mentre il segretario di Anaao Assomed, Pierino Di Silverio, ricorda che “un medico su tre subisce una denuncia, ma solo il 3% viene condannato”. Più prudente Guido Quici, presidente di Cimo-Fesmed, che sottolinea la mancanza di una definizione chiara di “colpa grave”, lasciata alla discrezionalità dei giudici.

Le altre novità della riforma

Oltre allo scudo penale, la delega autorizza il Governo ad adottare entro il dicembre 2026 decreti legislativi per ridefinire carriere, incentivi e condizioni di lavoro nel settore sanitario. Tra le misure previste:

  • utilizzo più flessibile dei medici specializzandi;
  • riduzione della burocrazia per il personale ospedaliero;
  • rafforzamento della sicurezza sul lavoro;
  • sistemi premiali legati alla riduzione delle liste d’attesa;
  • certificazione nazionale delle competenze;
  • governance dell’intelligenza artificiale in sanità;
  • formazione universitaria per i medici di medicina generale.

“Ci aspettiamo una riforma inclusiva, capace di valorizzare tutte le professioni sanitarie”, ha dichiarato Diego Catania, presidente della Federazione nazionale degli ordini delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione (FNO TSRM-PSTRP).


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Le novità del Ddl generale

Tra i principi guida della riforma spiccano:

  • Estensione dell’equo compenso a tutti i rapporti contrattuali, non solo con pubbliche amministrazioni, banche e assicurazioni.
  • Definizione dei parametri professionali anche per le categorie che ne sono ancora prive.
  • Tutela per malattie e infortuni gravi, con la possibilità di rinviare i versamenti fiscali e previdenziali.
  • Riforma del tirocinio e dell’esame di Stato, con nuove prove scritte e percorsi formativi più strutturati.
  • Obblighi di formazione continua rafforzati, con crediti destinati alle nuove tecnologie e all’intelligenza artificiale.
  • Maggiore rappresentanza di genere negli organi di governance e nei consigli nazionali degli Ordini.

Il capitolo degli avvocati

Per l’ordinamento forense è previsto un disegno di legge separato, che sostituirà la legge 247 del 2012. Il testo recepisce gran parte delle proposte avanzate dall’avvocatura durante il Congresso nazionale forense, con l’obiettivo di modernizzare la professione e rafforzarne il ruolo sociale.

Tra le misure principali:

  • Riduzione delle incompatibilità, con la possibilità per gli avvocati di assumere incarichi in società di capitali e nelle procedure concorsuali.
  • Partecipazione a società tra professionisti, con la regola che i legali debbano detenere almeno due terzi del capitale e dei diritti di voto.
  • Reti professionali multidisciplinari, che potranno includere altre categorie purché vi sia una presenza qualificata di avvocati.
  • Tirocinio e formazione forense rinnovati, con l’integrazione di corsi obbligatori accreditati e prove concorsuali semplificate.

Le professioni sanitarie

Il pacchetto prevede anche norme specifiche per medici e operatori sanitari, introducendo garanzie più solide in caso di colpa grave e consolidando lo “scudo” per chi opera in contesti complessi e di emergenza.

Le reazioni

Il Governo ha definito la riforma «un segnale di attenzione verso un settore che rappresenta un pilastro economico e sociale del Paese». Soddisfazione è stata espressa dagli Ordini e dalle rappresentanze professionali, che vedono riconosciuto un ruolo centrale al mondo delle libere professioni.

Non mancano però le richieste di maggiore coinvolgimento: diverse sigle sindacali hanno sottolineato la necessità di un dialogo costante non solo con gli Ordini ma anche con le associazioni rappresentative dei professionisti non ordinistici.

Una corsa contro il tempo

L’iter parlamentare si annuncia serrato. Le deleghe dovranno essere esercitate entro sei mesi dall’entrata in vigore delle leggi, con la successiva adozione dei decreti legislativi da parte del Governo. Una tempistica stretta, che impone al Parlamento e all’esecutivo di accelerare per trasformare le linee guida in norme operative.


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Dati personali, il Tribunale Ue dà il via libera ai trasferimenti verso gli Stati Uniti

Non ci sarà un nuovo stop ai flussi di dati personali tra le due sponde dell’Atlantico. Con la sentenza nella causa T-553/23 Latombe/Commissione, il Tribunale dell’Unione europea ha respinto ieri il ricorso presentato da un cittadino francese contro il quadro normativo che regola i trasferimenti di informazioni dall’Unione europea agli Stati Uniti.

Si temeva una terza bocciatura nel giro di dieci anni, dopo i celebri precedenti noti come “Schrems I” e “Schrems II”, che avevano annullato i sistemi Safe Harbor e Privacy Shield. Questa volta, invece, i giudici di Lussemburgo hanno riconosciuto validità alle garanzie introdotte da Washington con l’ordine esecutivo 14086 dell’ottobre 2022 e con la creazione della Data Protection Review Court (Dprc).

Le contestazioni del ricorrente

Il ricorrente, il francese Latombe, aveva sostenuto che la nuova Corte americana fosse priva dei necessari requisiti di imparzialità, essendo istituita sotto l’egida del procuratore generale degli Stati Uniti e dunque dipendente dal potere esecutivo. Inoltre, aveva contestato la prassi delle agenzie di intelligence statunitensi, accusate di raccogliere in maniera massiva e indiscriminata i dati personali in transito dall’Unione europea.

Le motivazioni del Tribunale

Secondo il Tribunale Ue, tali obiezioni non reggono. La nomina e le condizioni di revoca dei giudici della Dprc garantiscono sufficiente indipendenza, e le agenzie di intelligence non hanno alcun potere di interferire nelle decisioni della Corte. Quanto alla raccolta “in blocco” di dati, i giudici europei hanno sottolineato che la giurisprudenza precedente non richiede necessariamente un’autorizzazione preventiva da parte di un’autorità indipendente. È sufficiente che le decisioni possano essere sottoposte a un controllo giurisdizionale successivo.

Un equilibrio delicato

La sentenza conferma dunque la validità del nuovo assetto normativo e scongiura una nuova crisi nei rapporti transatlantici sulla protezione dei dati. L’Unione europea ribadisce così la necessità che i cittadini godano di un livello di tutela almeno equivalente a quello garantito all’interno dei confini comunitari, ma allo stesso tempo riconosce che le misure americane introdotte dopo il 2022 rappresentano un passo avanti sostanziale.


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Prima casa e superbonus: più tempo per trasferire la residenza

Il calendario fiscale della “prima casa” si allunga ancora. Con la risposta a interpello n. 230 del 3 settembre 2025, l’Agenzia delle Entrate ha confermato che la sospensione dei termini introdotta durante la pandemia da Covid-19 riguarda anche il periodo entro cui i contribuenti devono trasferire la propria residenza nel Comune in cui è situato l’immobile acquistato con le agevolazioni prima casa.

In pratica, per gli acquisti effettuati tra il 23 febbraio e il 31 dicembre 2020, e per i termini che sarebbero partiti in quel periodo, la decorrenza non parte più dalla data del rogito ma dal 30 ottobre 2023. Da quel momento, i contribuenti avranno 30 mesi di tempo – e non 18 – se sull’immobile sono stati realizzati interventi di efficientamento energetico con il superbonus 110%.

Un caso concreto

Se, ad esempio, un residente a Roma ha acquistato un’abitazione a Milano durante il periodo di sospensione e sull’immobile sono stati effettuati lavori di superbonus, non dovrà trasferire la residenza entro 18 mesi dal rogito, ma entro 30 mesi a partire dal 30 ottobre 2023. In sostanza, avrà tempo fino al 30 aprile 2026.

La normativa di riferimento

La disciplina è frutto di un percorso normativo articolato. L’articolo 24 del decreto legge 23/2020 aveva sospeso i termini in corso al 23 febbraio 2020, mentre successivi interventi legislativi – dal Dl 183/2020 al Dl 228/2021 – hanno prorogato la sospensione fino al 31 marzo 2022. Infine, l’articolo 3, comma 10-quinquies del Dl 198/2022 ha stabilito una scadenza unica al 30 ottobre 2023, con effetto retroattivo dal 1° aprile 2022.

Da quella data i termini hanno ripreso a decorrere: per i casi sospesi, si sommano i giorni già maturati prima del 23 febbraio 2020 a quelli successivi al 30 ottobre 2023; per i termini che sarebbero dovuti partire dopo il 23 febbraio 2020, la decorrenza è ripartita da zero.

Le altre scadenze interessate

Il chiarimento dell’Agenzia delle Entrate non riguarda solo la residenza. Rientrano nella sospensione anche:

  • il termine di 1 anno (ora 2) per il riacquisto di un’altra abitazione principale, in caso di vendita della prima casa acquistata con benefici;
  • il termine di 5 anni entro cui non si può vendere l’immobile agevolato, pena la decadenza, salvo il riacquisto entro un anno;
  • il periodo per cedere un’altra abitazione già in possesso, se acquistata anch’essa con le agevolazioni, al fine di mantenere il beneficio sulla nuova.

Un respiro in più per i contribuenti

La proroga dei termini legata all’emergenza sanitaria offre dunque un margine più ampio ai contribuenti che hanno comprato casa in quel periodo complesso. Una finestra che, in alcuni casi, arriva a coprire oltre sei anni dall’acquisto. Ma resta la regola di fondo: il trasferimento di residenza o il riacquisto devono avvenire comunque entro i nuovi termini, pena la perdita delle agevolazioni fiscali.


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La nuova Internet fotonica nasce in Italia

Dall’Expo di Osaka, dove un padiglione interattivo mostra il confine sempre più sottile tra realtà fisica e digitale, fino ai laboratori di Milano, il filo conduttore è la stessa visione: una rete capace di annullare le distanze, fondere emozioni e tecnologia, ridisegnare le basi della connettività globale. È l’obiettivo dell’Innovative Optical and Wireless Network (IOWN), il progetto internazionale guidato da NTT che punta a realizzare la prima infrastruttura di comunicazione interamente fotonica, senza il passaggio intermedio degli elettroni.

Il cuore del progetto è in Italia

Accanto ai poli di Tokyo e del Texas, l’Innovation Center di Milano è uno dei centri nevralgici di ricerca. Qui NTT Data lavora a soluzioni destinate a trasformare il digitale: una rete end-to-end basata esclusivamente su fotoni, in grado di ridurre i consumi energetici di cento volte e di abbattere la latenza di oltre duecento volte. Un salto che aprirebbe scenari radicalmente nuovi per applicazioni industriali, mediche e quotidiane.

«Il nostro compito non è solo sviluppare tecnologia, ma affiancare le imprese nella trasformazione dei modelli di business», spiega Ludovico Diaz, Ceo di NTT Data Italia. La società impiega nel nostro Paese 6mila persone per un fatturato di 650 milioni di euro e investe globalmente 3,6 miliardi di dollari l’anno in ricerca e sviluppo, pari a circa un terzo del fatturato di gruppo.

Connessioni che trasmettono sensazioni

La nuova rete sarà accompagnata da Feel Tech, una tecnologia che consente di replicare esperienze fisiche a distanza. In campo medico, ad esempio, un chirurgo potrà percepire la pressione esercitata durante un intervento remoto; nell’e-commerce, i clienti potranno toccare la trama di un tessuto prima dell’acquisto. La stessa tecnologia è già utilizzata per analizzare le reazioni emotive dei consumatori nella grande distribuzione o per migliorare i servizi di emergenza, come dimostra il chatbot “Giulia” sviluppato a Roma per fornire informazioni in tempo reale nei pronto soccorso.

L’intelligenza artificiale come priorità

Se la fotonica rappresenta la prossima rivoluzione tecnologica, l’intelligenza artificiale è il fronte più immediato. NTT Data ha avviato il programma AI Metamorphosis, con un investimento da 4 miliardi di dollari, per spingere le aziende a considerare l’IA non come una mera questione tecnica, ma come leva strategica di trasformazione organizzativa.

Oltre la rete: blockchain e quantistico

Lo sguardo è già proiettato oltre: algoritmi quantistici pronti a girare su macchine ibride, blockchain applicata alla tracciabilità e nuovi sistemi di sicurezza. Una ricerca che mira a mettere continuamente in discussione i paradigmi consolidati, spingendo verso un futuro in cui la comunicazione non sarà più solo scambio di dati, ma anche di emozioni e sensazioni.

L’Italia, con il centro di Milano, è al centro di questo percorso. Se la sfida sarà vinta, la prossima Internet potrebbe nascere proprio qui: fotonica, sostenibile e capace di connettere non solo dispositivi, ma anche esseri umani, nella loro dimensione più completa.


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Campania, nasce l’Officina per la digitalizzazione aerospaziale

La Campania si conferma uno dei poli più dinamici dell’industria aerospaziale italiana. Entro fine settembre sarà inaugurata l’Officina per la digitalizzazione aerospaziale, una struttura già pronta e operativa, promossa dal Distretto Aerospaziale della Campania (DAC). Si tratta di un laboratorio di ultima generazione dotato di simulatori e sistemi avanzati, pensato per accompagnare le imprese – in particolare le piccole e medie – nella transizione digitale della progettazione, produzione e simulazione.

«Le PMI che investono in innovazione potranno sperimentare soluzioni digitali, verificare la compatibilità con i sistemi delle grandi aziende come Leonardo e ricevere orientamento tecnologico», spiega Luigi Carrino, presidente del DAC. Un percorso che punta a consolidare il ruolo delle imprese campane anche nei programmi di difesa e sicurezza, grazie all’impiego di tecnologie di intelligenza artificiale.

Tecnologie di frontiera

L’Officina nasce dalla collaborazione con partner di primo piano. Zeiss fornirà strumenti di scansione ottica 3D e microscopia avanzata, fondamentali per reverse engineering, ricerca e controllo qualità. Dassault, con il supporto di Cadland, metterà a disposizione piattaforme per la progettazione immersiva e il Model Based System Engineering, già adottate da Leonardo e Airbus. Un tratto distintivo della struttura è la sala di Realtà Virtuale (VR), che consente simulazioni immersive per verificare producibilità, manutenibilità e presentare sistemi complessi a clienti e partner.

Un ecosistema in crescita

Il DAC coinvolge oltre 300 soggetti: 32 grandi imprese, 123 PMI, 15 università e centri di ricerca – tra cui CIRA, CNR, ENEA e l’Università Federico II di Napoli – e circa 170 partner nazionali e internazionali. In dieci anni di attività, il distretto ha promosso progetti per oltre 300 milioni di euro di investimenti.

La strategia punta a consolidare non solo il settore spaziale e aeronautico, ma anche a creare sinergie trasversali. Un recente incontro con il Polo nazionale dell’Ambiente Subacqueo, ad esempio, ha aperto la strada al trasferimento di tecnologie tra comparto aerospaziale e subacqueo.

Formazione e nuovi programmi

Accanto all’Officina, il DAC lancerà entro settembre anche una Academy per piloti di droni, con corsi che porteranno al rilascio di patenti in collaborazione con Rina. L’interesse per i droni cresce rapidamente in Campania, dove sono già in corso sperimentazioni per l’utilizzo nel settore sanitario e nei servizi postali.

Sul fronte aeronautico, la regione è coinvolta nel grande investimento di Radia a Grottaglie (Taranto), dove nascerà il WindRunner, il più grande aereo mai costruito, pensato per il trasporto di pale eoliche ma anche per applicazioni nel campo della difesa. Un programma che vedrà il coinvolgimento di Leonardo e del gruppo Magnaghi, con ricadute su tutta la filiera italiana.

«È una grande occasione per l’Italia – commenta Carrino – perché unisce la nostra tradizione aeronautica a una sfida di scala globale, proiettandoci verso i prossimi anni con programmi di altissimo livello».


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Spazio, l’Italia prepara la sua costellazione satellitare

L’Italia si appresta a lanciare un nuovo capitolo della propria avventura nello Spazio. Dopo l’entrata in vigore, lo scorso giugno, della legge quadro sul settore, l’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) è pronta a pubblicare – tra settembre e ottobre – un bando per lo studio di fattibilità di una costellazione nazionale di satelliti per le telecomunicazioni sicure. Un progetto che, se confermato, potrebbe segnare una svolta industriale e strategica per il nostro Paese.

«Abbiamo completato una prima analisi tecnica e il Comitato interministeriale ci ha affidato il compito di coordinare le amministrazioni e i principali attori industriali», spiega Teodoro Valente, presidente dell’ASI. «Il bando riguarderà uno studio di architettura industriale (fase A) della durata di sei mesi, al termine del quale passeremo alle decisioni sul programma».

Una filiera tutta italiana

La condizione posta dall’Agenzia è chiara: coinvolgere l’intera filiera nazionale, dalle grandi aziende – Leonardo, Thales Alenia Space Italia, Telespazio, Sitael – fino alle PMI e ai centri di ricerca. L’obiettivo è rafforzare un comparto che, ricorda Giorgio Marsiaj, delegato di Confindustria per l’Aerospazio, «ha davanti grandi opportunità legate alla difesa, alla sicurezza e alla Space Economy, ma deve fare massa critica per restare competitivo».

Confindustria ha istituito un gruppo tecnico ad hoc, mentre diverse infrastrutture – come le nuove Space Factory – sono già in fase di completamento e pronte a essere integrate nei progetti.

Il passaggio europeo

Il percorso italiano si intreccia con le scelte a livello continentale. A fine novembre, al Consiglio ministeriale di Brema, l’Europa definirà il budget spaziale per il prossimo triennio. L’Italia, terzo contributore dell’ESA dopo Germania e Francia (con un impegno di circa 3,1 miliardi nel 2022), dovrà ribadire il proprio peso politico e industriale.

«Stiamo lavorando per confermare l’alto livello di ambizione dell’Italia», sottolinea Valente. «Entro metà novembre completeremo il processo preparatorio e presenteremo i nostri obiettivi».

Una tradizione consolidata

L’Italia non parte da zero. Dal lanciatore Vega alle missioni lunari ed extraplanetarie, fino ai programmi di osservazione della Terra, telecomunicazioni e Space Safety, la nostra industria è presente in tutti i principali segmenti. Il contributo ai programmi ESA, come Moonlight per le comunicazioni lunari o i progetti per la propulsione green finanziati dal PNRR, testimoniano un protagonismo riconosciuto anche a livello internazionale.

La sfida della Space Economy

Il fondo da 35 milioni previsto dalla legge quadro, in attesa dei decreti attuativi, rappresenta un primo passo, ma le prospettive sono ben più ampie. Una costellazione satellitare nazionale garantirebbe indipendenza tecnologica, sicurezza delle comunicazioni e nuove opportunità di mercato per l’industria italiana.

«Lo Spazio – conclude Marsiaj – è uno dei settori più promettenti per crescita e innovazione. Ma dobbiamo muoverci ora per non restare indietro: la competizione è globale e velocissima».


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L’oro si fa digitale: Londra scommette sui lingotti come collaterale finanziario

L’oro, da sempre bene rifugio per eccellenza, prova a reinventarsi come strumento finanziario hi-tech. A guidare questa trasformazione è il World Gold Council (Wgc), che ha annunciato per l’inizio del 2026 l’avvio di un progetto pilota destinato a rivoluzionare il mercato: i Pooled Gold Interest (PGI), una nuova forma digitale di lingotto, pensata per agevolarne l’utilizzo come collaterale da parte di banche e istituzioni finanziarie.

La sfida della City di Londra

L’obiettivo è chiaro: difendere il primato della piazza londinese, che resta la più liquida al mondo con scambi per oltre 930 miliardi di dollari, ma che oggi deve fronteggiare la concorrenza crescente di hub alternativi come la Cina e le incertezze legate alle politiche commerciali internazionali. Il Wgc punta quindi a un’infrastruttura innovativa, capace di superare i vincoli normativi che hanno finora limitato l’oro nel ruolo di collaterale, a differenza di titoli di Stato e altri asset classificati “sicuri”.

Dal lingotto alla frazione digitale

Il nodo principale riguarda le dimensioni e la gestione dei tradizionali lingotti da 400 once (oltre 12 chili), poco adatti a operazioni snelle e digitalizzate. Con i PGI, invece, un trust detenuto da banche o istituzioni del settore custodirà oro fisico, che verrà “frazionato” in unità digitali. Queste, pur rimanendo ancorate al metallo sottostante, saranno negoziabili come asset allocati, facilmente trasferibili e più appetibili sul mercato globale.

Effetti sul mercato e sulle banche

Secondo David Tait, ceo del Wgc, l’iniziativa aprirà opportunità enormi per il sistema bancario: “Potranno finalmente inserire l’oro in bilancio come collaterale – anche per obblighi di provvista – e questo significa nuove fonti di profitto”. L’impatto non sarà solo finanziario. Una maggiore domanda di oro allocato potrebbe spingere ulteriormente i prezzi, già raddoppiati negli ultimi tre anni e vicini ai massimi storici di 3.556 dollari l’oncia.

Oltre le criptovalute, un’infrastruttura regolata

Il progetto non riguarda le criptovalute ancorate all’oro, come Tether Gold o Pax Gold, che hanno già superato un miliardo di capitalizzazione. Qui si parla di un’iniziativa istituzionale, regolata e costruita per superare le rigidità di Basilea 3, che oggi penalizza l’oro non allocato considerandolo ad alto rischio.

La nuova frontiera del metallo giallo

Con il programma Gold247, il Wgc ha già introdotto strumenti di tracciabilità basati su blockchain per certificare l’origine dei lingotti. Ora, con i PGI, punta a un salto di qualità: trasformare l’oro in un asset digitale riconosciuto e spendibile nei circuiti finanziari internazionali. Se il progetto decollerà, l’oro non sarà più solo un rifugio nei momenti di crisi, ma una vera e propria infrastruttura silenziosa a sostegno della finanza globale.


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Quando l’IA misura l’ombra: alberi e tecnologia alleati contro il caldo urbano

Le estati sempre più torride hanno trasformato le città europee in trappole di calore. Le ondate registrate negli ultimi anni, con record di temperature e black-out elettrici, hanno riportato con forza al centro del dibattito una domanda cruciale: come raffreddare le metropoli senza peggiorarne le condizioni?

La risposta più immediata sembra essere l’aria condizionata. Ma i climatizzatori, se da un lato garantiscono sollievo, dall’altro rilasciano calore all’esterno, amplificando l’effetto “isola urbana” e creando nuove disuguaglianze: chi può permetterseli vive in ambienti freschi, chi no resta esposto a rischi per la salute, il lavoro e la qualità della vita.

La ricerca sugli alberi “climatizzatori naturali”

Un gruppo di ricercatori del Senseable City Lab del MIT, in collaborazione con università e città come Los Angeles, Amsterdam, Dubai e Boston, ha mappato per la prima volta con precisione l’impatto degli alberi sul microclima urbano. Grazie a modelli basati su intelligenza artificiale, è stato possibile quantificare il raffrescamento prodotto da diverse specie.

I risultati sorprendono: nelle ore più calde della giornata, la temperatura sotto la chioma di alcuni alberi può essere fino a 15 gradi inferiore rispetto alle aree asfaltate e prive di vegetazione. Non tutte le piante hanno però lo stesso effetto. Le palme di Los Angeles, ad esempio, hanno dimostrato un impatto minimo, mentre gli alberi ad alto fusto con chiome ampie e dense risultano i più efficaci. A Dubai, specie autoctone come il neem, resistenti alla siccità, hanno superato in prestazioni gli esemplari importati.

Ombra, traspirazione e pianificazione

Il raffrescamento non dipende solo dall’ombra. Con il processo di evapotraspirazione, gli alberi rilasciano umidità, abbassando la temperatura percepita e migliorando la qualità dell’aria. La collocazione è altrettanto cruciale: piantumazioni lungo strade strette o vicino agli edifici moltiplicano l’effetto refrigerante.

Per i ricercatori, il prossimo passo sarà costruire un vero e proprio “catalogo climatico” delle specie più efficaci, per aiutare urbanisti e amministrazioni a pianificare in modo consapevole il verde urbano.

La città del futuro affonda le radici nel passato

Naturalmente, gli alberi non sono privi di limiti: richiedono manutenzione, acqua, cura. Ma rappresentano un’infrastruttura “silenziosa” che, con investimenti mirati, può ridurre consumi energetici, rendere più vivibili le città e proteggere la salute pubblica.

In un mondo che si riscalda sempre più rapidamente, la soluzione potrebbe dunque non arrivare solo dalla tecnologia, ma dalla natura stessa. Per affrontare il futuro, forse occorre recuperare un’antica consapevolezza: la miglior difesa contro il caldo estremo è già sotto i nostri piedi, e cresce verso il cielo.


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Processo Grillo, il dramma personale del giudice ferma la sentenza

Tempio Pausania si è svegliata aspettando il verdetto sul caso di Ciro Grillo e dei suoi tre amici genovesi, imputati per violenza sessuale di gruppo. Ma in aula, alle 10.20, il silenzio ha preso il posto della pronuncia attesa da mesi: la notizia della morte del figlio ventiduenne di Marco Contu, presidente del collegio giudicante, ha fermato tutto. Una tragedia improvvisa – il giovane è deceduto a Roma, travolto da un treno della metropolitana, in circostanze che la polizia ipotizza come gesto volontario – che ha reso impossibile celebrare l’udienza.

Il dolore e la sospensione

La notizia si è diffusa rapidamente in tribunale, lasciando senza parole magistrati, avvocati e pubblico ministero Gregorio Capasso. A prendere la parola sono stati i giudici a latere, Alessandro Cossu e Marvella Pinna, che hanno spiegato la necessità di trovare una nuova data. In un primo momento si è ipotizzato un rinvio immediato al giorno successivo, anche per consentire a Cossu – prossimo al trasferimento ad Asti – di concludere il processo.

Ma i difensori hanno respinto con fermezza questa ipotesi: “È impensabile che un uomo possa sedere in udienza il giorno dopo aver perso un figlio”, ha detto l’avvocato Alessandro Vaccaro, difensore di Vittorio Lauria. L’aula si è fermata in un clima di rispetto e cordoglio, e la sentenza è stata rinviata al 22 settembre.

La polemica e il caso Csm

Le parole attribuite alla presidente del tribunale, Caterina Interlandi, secondo cui l’udienza si sarebbe potuta celebrare il giorno dopo, hanno sollevato polemiche. Vaccaro ha parlato di “ipotesi inaccettabile”, mentre altri avvocati hanno formalizzato il rifiuto di discutere in una simile condizione. La vicenda è approdata anche al Consiglio superiore della magistratura: il consigliere laico Enrico Aimi ha annunciato la presentazione di una richiesta di apertura di pratica, sottolineando come in gioco ci sia “uno dei requisiti primari che un magistrato deve possedere, l’equilibrio”.

Interlandi, da parte sua, ha respinto le accuse, chiarendo di non essere presente in aula e di non avere mai proposto un rinvio così ravvicinato: “Non faccio parte del collegio e non ho altro da aggiungere. Non cercate polemiche inutili”.

Verso la nuova udienza

Salvo nuovi colpi di scena, il 22 settembre sarà la data della sentenza. In aula non sono attesi gli imputati – Ciro Grillo, Vittorio Lauria, Edoardo Capitta e Francesco Corsiglia – mentre dovrebbe essere presente la giovane donna che li accusa, Silvia, decisa ad assistere alla lettura del verdetto.


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