Magistrati onorari europei, tra riforme e dignità professionale: il caso italiano e spagnolo al Congresso di Bergamo

Un confronto internazionale, ma anche un’occasione per rilanciare diritti e dignità di una categoria sempre più essenziale nell’amministrazione della giustizia europea. Si è svolto a Bergamo dal 9 all’11 maggio il Congresso annuale di Enalj, la rete europea dei magistrati onorari e laici, che ha riunito delegazioni da Austria, Belgio, Germania, Spagna, Polonia, Svezia e altri Paesi per discutere del ruolo e delle prospettive di chi, pur non appartenendo ai ranghi della magistratura ordinaria, garantisce ogni giorno il funzionamento della giustizia.

Italia protagonista con la nuova legge

Quest’anno, in particolare, l’Italia è salita sul palco internazionale con una novità significativa: l’approvazione della legge 51/2025, entrata in vigore il primo maggio, che riforma la magistratura onoraria confermando nella funzione i magistrati di lungo corso dopo una procedura valutativa. Una svolta attesa da anni e accolta positivamente dai colleghi europei, che in più occasioni avevano espresso solidarietà ai magistrati italiani.

Durante il congresso, sono stati illustrati i punti salienti della riforma e le criticità ancora irrisolte. Enalj, che cresce di anno in anno, ha inoltre istituito un Comitato per le Pari Opportunità, con il compito di vigilare sul rispetto della parità di genere e denunciare eventuali discriminazioni nei sistemi giudiziari dei Paesi membri.

Il caso spagnolo: una professione senza tutele

Al centro del dibattito anche il drammatico caso dei magistrati supplenti spagnoli, rappresentati per la prima volta nel network Enalj da tre associazioni. In Spagna, infatti, magistrati non di carriera — spesso avvocati — ricoprono ruoli di giudici e pubblici ministeri senza tutele adeguate: reperibilità obbligatoria 365 giorni l’anno, nessuna certezza di continuità lavorativa e impossibilità di esercitare altre professioni. Una condizione denunciata da anni ma mai risolta, nonostante anche la Corte di Giustizia UE (sentenza C-658/18) abbia stigmatizzato pratiche simili.

Gli stessi magistrati spagnoli hanno manifestato ammirazione per la recente riforma italiana, chiedendo che anche in patria venga avviato un percorso di riconoscimento e stabilizzazione.

Una nuova figura: il Giudice professionale non di carriera

Dal congresso di Bergamo è emersa anche una riflessione identitaria. Ha ancora senso definire “onorari” giudici che — come avviene in Italia e in altri Paesi — esercitano funzioni piene, pronunciano sentenze vincolanti, affrontano obblighi formativi e deontologici, e sono soggetti al controllo dei capi degli uffici?

Sempre più diffusa la proposta di superare la definizione di magistrato onorario, sostituendola con quella di Giudice professionale non di carriera, sottolineando così la piena dignità giuridica e professionale di chi, pur senza accedere al concorso ordinario, svolge a tutti gli effetti il ruolo di magistrato.

Un futuro europeo condiviso

Il confronto con le esperienze straniere ha confermato che il fenomeno dei magistrati onorari o laici, in forme diverse, esiste in tutti i sistemi giudiziari europei e rappresenta una componente imprescindibile per l’amministrazione della giustizia.

Il congresso si è chiuso con l’impegno di rafforzare la formazione europea comune e di estendere anche ai magistrati non di carriera l’accesso ai percorsi di aggiornamento internazionali, promuovendo progetti finanziati dall’Unione Europea come Select Project e richiamando le istituzioni nazionali a garantire pari opportunità e riconoscimento.

Gli avvocati Usa sfidano Trump: causa contro la “campagna intimidatoria”

Nuovo fronte giudiziario per Donald Trump, stavolta aperto dal mondo degli avvocati. L’American Bar Association (ABA), la più grande organizzazione forense degli Stati Uniti con oltre 150.000 membri, ha infatti intentato causa contro l’ex presidente americano e la sua amministrazione, accusandoli di aver violato la Costituzione attraverso una serie di ordini esecutivi mirati a colpire gli studi legali critici nei confronti della Casa Bianca.

La causa è stata presentata al tribunale federale di Washington e punta a ottenere un’ordinanza che impedisca a Trump di proseguire quella che l’associazione definisce senza mezzi termini “una campagna intimidatoria” contro i principali studi legali americani.

“Non c’è mai stato un momento più urgente per difendere i nostri membri, la nostra professione e lo stato di diritto stesso”, ha affermato in una nota il presidente dell’ABA, William Bay, sottolineando il valore simbolico e civile della battaglia in corso.

La tensione tra il mondo forense e l’ex presidente si trascina ormai da mesi. Almeno quattro studi legali hanno già presentato ricorsi contro l’amministrazione Trump, ottenendo da altrettanti tribunali di Washington il blocco degli ordini esecutivi contestati.

A rappresentare l’ABA in questo nuovo procedimento sarà lo studio Susman Godfrey, da sempre in prima linea nei contenziosi di alto profilo. Mentre, sul fronte opposto, nove studi legali hanno stretto accordi con l’entourage di Trump, impegnandosi a offrire servizi legali per un valore complessivo vicino al miliardo di dollari su questioni di interesse condiviso con la Casa Bianca.

Taormina, Nordio interviene sulla riforma della giustizia

Roma, 20 giugno 2025 – “Nuovi confini per la Giustizia?”, rigorosamente con il punto interrogativo: questo il tema che vedrà dialogare il ministro Carlo Nordio con Elvira Terranova, giornalista di Adnkronos, stasera alle 18 sul palco della piazza IX Aprile di Taormina.

L’occasione per un confronto che parte dai contenuti della riforma costituzionale, attualmente all’esame del Parlamento, sarà il Taobuk 2025, festival letterario con aperture su aspetti d’attualità che spaziano dall’innovazione tecnologica alla geopolitica: l’edizione di quest’anno, curata dal direttore artistico Antonella Ferrara, è denominata “Confini”.

Come evidenziato dal programma dell’evento, la riforma della giustizia resta un tema centrale nell’agenda politica, soprattutto dopo l’approvazione alla Camera della proposta di legge sulla separazione delle carriere. Il prossimo biennio sarà inoltre cruciale per raggiungere gli obiettivi concordati in sede europea: la riduzione dei tempi dei procedimenti civili e penali e la digitalizzazione del processo penale di primo grado entro il 2025. A questi cambiamenti si affianca il dibattito sull’uso dell’Intelligenza Artificiale nel settore giudiziario, questione al centro dell’agenda del G7 sotto la Presidenza italiana. Un momento di confronto per analizzare prospettive e nuovi confini di una giustizia più efficiente, innovativa e accessibile.

In scena alcuni detenuti – attori della Libera Compagnia del Teatro per Sognare della Casa Circondariale di Messina – la compagnia delle studentesse di Liberi di Essere Liberi dell’Università degli Studi di Messina, accompagnati dal violinista Daniele Testa.

L’intervento del Guardasigilli potrà essere seguito in diretta streaming sul canale youtube del Taormina International Book Festival.

Sugar tax, stadi, ricerca e università: tutte le novità sul tavolo del Governo

Giornata densa di provvedimenti quella di oggi per il Consiglio dei Ministri, chiamato a varare una serie di misure che spaziano dall’economia allo sport, dalla ricerca scientifica alle politiche universitarie. Tra i dossier più rilevanti, il settimo rinvio della Sugar tax, il via libera al Decreto Sport e nuovi finanziamenti per il Piano Ricerca Sud.

Sugar tax rinviata di sei mesi
La discussa imposta sulle bevande zuccherate, introdotta nel 2019 e mai entrata in vigore, subirà un nuovo slittamento: dal 1° luglio 2025 al 1° gennaio 2026. Una proroga-ponte contenuta nel Decreto dell’Economia, che lascia la decisione definitiva al momento della prossima legge di Bilancio. Contraria da tempo alla misura l’industria delle bibite analcoliche, che denuncia un potenziale danno per oltre 400 milioni di euro tra minori investimenti e acquisti di materie prime.

Nel provvedimento è atteso anche il taglio dell’Iva sulle opere d’arte dal 22% al 5%, per allineare il regime fiscale italiano a quello di Francia e Germania e incentivare il mercato. Insieme a questo, la soluzione per il payback sui dispositivi medici — che grava ancora per circa 1 miliardo sul comparto biomedicale — con una riduzione del 50% e possibili esenzioni per le piccole aziende.

Decreto Sport: commissario per gli stadi e grandi eventi
Sul fronte sportivo, il Consiglio dei Ministri dovrebbe approvare il Decreto Sport, che prevede la nomina di un commissario straordinario per accelerare i cantieri degli stadi in vista di Euro 2032 e di altri eventi come le ATP Finals, l’America’s Cup 2027 e i Giochi del Mediterraneo di Taranto. Stimati investimenti per 4,5-5 miliardi di euro, con una possibile ricaduta economica superiore ai 10 miliardi.

Il decreto dovrebbe includere anche norme sull’organizzazione dei grandi eventi sportivi e misure a sostegno dello sport paralimpico e della legalità nel calcio professionistico. Resta incerto invece se troverà spazio la revisione sul divieto di sponsorizzazioni legate alle scommesse, tema caldo per i club di Serie A.

Più risorse per la ricerca nel Mezzogiorno e novità per Medicina
Sul versante universitario, il governo è pronto a stanziare nuovi fondi per il Piano Ricerca Sud, destinando 40 milioni nel 2025 e 60 milioni per ciascuno dei due anni successivi a favore di progetti innovativi e infrastrutture di ricerca nelle regioni meridionali. Previsto anche il via libera all’utilizzo di 150 milioni già stanziati con la legge di Bilancio 2021 per gli ecosistemi dell’innovazione nel Sud.

Attesa anche la proroga, fino al 31 dicembre 2025, dell’attuale composizione del Consiglio universitario nazionale (Cun) e l’approvazione del decreto che fissa al 23 giugno l’apertura delle iscrizioni online al primo semestre libero di Medicina, Odontoiatria e Veterinaria. Si tratta di una delle tappe più attese della riforma che supera il tradizionale test d’ingresso, con il contributo per gli studenti matricole che potrebbe scendere sotto i 500 euro, meno della cifra proposta dalla Crui.

Cassazione, Cassano: “Superato l’obiettivo PNRR sui tempi. Ma troppi nuovi reati rischiano di svuotare le tutele”

Oltre 80mila ricorsi l’anno, una mole di lavoro senza pari in Europa. Eppure, nonostante questa pressione costante, la Corte di Cassazione ha raggiunto e superato in anticipo l’obiettivo previsto dal PNRR sul disposition time nel settore civile, riducendolo a 901 giorni contro i 977 fissati per il 2026. È il dato più forte che la Prima presidente Margherita Cassano ha voluto consegnare all’Assemblea Generale straordinaria convocata oggi in Cassazione, alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, del ministro della Giustizia Carlo Nordio e dei vertici della magistratura e dell’avvocatura.

Un appuntamento solenne, previsto dall’articolo 93 dell’Ordinamento giudiziario, che ha assunto il valore di riflessione collettiva sul ruolo della Suprema Corte in una stagione segnata da profonde trasformazioni normative, culturali e sociali.

Tempi dimezzati e responsabilità crescenti

Nella sua relazione, Cassano ha evidenziato i numeri record della Corte, con oltre 80mila ricorsi annui e tempi di definizione dei procedimenti penali scesi mediamente a 78 giorni dalla loro iscrizione. In ambito civile, la riduzione dell’arretrato ha superato le 30mila unità in poco più di due anni.

Ma a fronte di questi risultati — ottenuti, ha sottolineato, grazie al “senso del dovere e all’ideale civile” dei magistrati — la presidente ha anche lanciato un chiaro messaggio alla politica: “Serve un intervento di sistema” per evitare che la continua proliferazione di nuove fattispecie di reato e l’indiscriminata accessibilità alla giustizia compromettano l’effettività delle tutele e trasformino il magistrato in arbitro discrezionale di equilibri costituzionali che spetterebbero, per natura, alla sede parlamentare.

Il monito di Cassano: “Troppe norme penali rischiano di vanificare le tutele”

Cassano ha posto l’accento su un problema strutturale: l’assenza di criteri legislativi chiari che orientino le priorità nella trattazione degli affari giudiziari. “Il rischio concreto — ha affermato — è che la continua proliferazione di nuovi reati finisca per vanificare le stesse tutele offerte dall’ordinamento”, creando ingorghi processuali che ne riducono l’efficacia.

E ha ribadito la necessità di una giurisdizione di legittimità che sappia coniugare rigore metodologico, rispetto dei principi costituzionali e capacità di dialogo con le Corti europee e la comunità giuridica.

Il Procuratore generale Gaeta: “Tempi dimezzati, ora dialogo e coesione”

Nel suo intervento, il procuratore generale Piero Gaeta ha confermato il miglioramento dei tempi di decisione: oggi servono mediamente 83 giorni per una pronuncia penale, risultato nettamente migliore rispetto agli anni precedenti. Gaeta ha auspicato che, accanto a questi traguardi operativi, cresca anche l’armonia interna alla magistratura, nel rispetto reciproco tra i diversi gradi di giudizio e nelle relazioni con gli altri poteri dello Stato, a cominciare dal dialogo istituzionale con l’Avvocatura.

“La giurisdizione — ha concluso il Pg — non cerca consensi facili, ma deve meritare la fiducia istituzionale e sociale attraverso il rispetto rigoroso dei principi e dei canoni normativi”.

Una giustizia moderna, ma ancora da riequilibrare

Dall’Assemblea Generale della Cassazione è emerso quindi il quadro di una giurisdizione di legittimità efficiente e capace di autoregolarsi, ma anche consapevole dei limiti di un sistema normativo che continua a crescere per accumulo, senza una visione d’insieme e senza adeguate verifiche di fattibilità.

Cassano ha parlato di “un ordinamento che fatica a trovare un equilibrio tra il diritto positivo e le esigenze di tutela dei diritti fondamentali” e ha auspicato che, insieme ai risultati raggiunti, possa ora maturare anche un ripensamento della funzione legislativa, per una giustizia più giusta, prevedibile e sostenibile.

Privacy e dati personali: accordo UE per semplificare i reclami transfrontalieri

Nuovo passo avanti in Europa sul fronte della protezione dei dati personali. Consiglio dell’Unione Europea e Parlamento europeo hanno raggiunto nelle scorse ore un accordo provvisorio sulla proposta di regolamento presentata dalla Commissione UE nel luglio 2023, volta a introdurre norme procedurali più snelle e uniformi per la gestione dei reclami transfrontalieri in materia di privacy e per lo svolgimento delle relative indagini da parte delle autorità nazionali di controllo.

Si tratta di una misura che punta a rafforzare e rendere più omogeneo il sistema di cooperazione tra le autorità garanti dei dati personali dei vari Paesi membri, nell’ambito dell’applicazione del GDPR, il regolamento generale sulla protezione dei dati (Regolamento UE 2016/679) in vigore dal 2018.

Un’unica autorità capofila, ma più efficienza e regole comuni

Il meccanismo previsto dal GDPR stabilisce già che, in presenza di un trattamento dati che coinvolge più Stati membri — ad esempio quando il titolare del trattamento ha sedi in diversi Paesi UE oppure il reclamante risiede in uno Stato diverso da quello dell’azienda sotto indagine — una sola autorità capofila coordina l’attività investigativa, in cooperazione con le altre autorità coinvolte.

L’accordo appena raggiunto introduce però regole comuni e procedure più snelle, che armonizzeranno a livello europeo i criteri di ammissibilità dei reclami e disciplineranno i diritti dei soggetti coinvolti, con l’obiettivo di rendere il sistema più rapido, trasparente ed efficiente.

Le principali novità del nuovo regolamento

Una volta approvato in via definitiva, il regolamento apporterà importanti innovazioni:

  • Armonizzazione dei requisiti di ammissibilità dei reclami transfrontalieri, così che ovunque venga presentato un reclamo nell’UE, i criteri per valutarlo saranno gli stessi.
  • Norme comuni per l’audizione del reclamante, specialmente in caso di rigetto del reclamo, e per il coinvolgimento di entrambe le parti — il reclamante e l’organizzazione oggetto di indagine — nelle fasi cruciali della procedura.
  • Diritto di replica sulle conclusioni preliminari: prima di una decisione definitiva, entrambe le parti avranno diritto di visionare le risultanze preliminari dell’indagine e presentare osservazioni.
  • Tempi certi per le indagini: è fissato un termine di 15 mesi per la conclusione delle indagini, prorogabile di 12 mesi per i casi più complessi, mentre per le procedure di cooperazione più semplici il termine sarà di 12 mesi.
  • Introduzione di un meccanismo di risoluzione anticipata: le autorità garanti potranno chiudere un caso in via consensuale prima di avviare la procedura formale, se il reclamante accetta una soluzione proposta dall’organizzazione coinvolta.
  • Procedure di cooperazione semplificate: per evitare stalli e ritardi tra le diverse autorità nazionali, sarà obbligatorio trasmettere una sintesi chiara e tempestiva delle questioni principali alle controparti, facilitando così una posizione comune rapida.

Un passo atteso per migliorare l’applicazione uniforme del GDPR

L’accordo siglato tra le istituzioni comunitarie risponde a una criticità concreta riscontrata in questi anni di applicazione del GDPR: la gestione dei casi transfrontalieri si è spesso rivelata complessa e lenta a causa di procedure differenziate e del difficile coordinamento tra le autorità di diversi Stati.

Il nuovo regolamento mira dunque a garantire maggiore uniformità, certezza dei tempi e tutela dei diritti degli interessati e delle organizzazioni coinvolte nelle indagini. In particolare, dovrebbe rendere più agevole per i cittadini europei presentare reclami e ottenere una risposta in tempi ragionevoli, anche quando le violazioni dei propri dati avvengono in un altro Stato membro.

Prossimi passi

L’accordo raggiunto resta al momento provvisorio: dovrà ora essere formalmente approvato sia dal Consiglio UE sia dal Parlamento europeo per poi entrare in vigore.

Adozione e PMA, conta l’interesse del minore: sì della Cassazione alla madre d’intenzione anche senza il consenso della biologica

In tema di procreazione medicalmente assistita (PMA) e adozioni in casi particolari, la Corte di Cassazione torna a ribadire un principio cardine: al centro di ogni valutazione deve restare il superiore interesse del minore. Con la sentenza n. 16242, depositata il 17 giugno 2025, la Prima sezione civile ha infatti confermato la validità di un’adozione disposta in favore della madre d’intenzione, nonostante la ferma opposizione della madre biologica con cui era cessato da tempo il legame affettivo e convivente.

La decisione arriva al termine di una complessa vicenda giudiziaria: in primo e secondo grado, infatti, l’adozione era stata negata sulla base del diniego espresso dalla madre naturale, considerato come ostacolo insuperabile. Successivamente, però, la Cassazione aveva annullato con rinvio tale decisione, affermando che il diniego non può essere considerato preclusivo quando dall’esame concreto emergano il valore e la solidità del rapporto affettivo instaurato tra il minore e il genitore d’intenzione.

Il valore della relazione concreta

Nel caso in esame, il giudice di merito, alla luce di questa indicazione, ha poi accolto l’appello della madre sociale, riconoscendo la continuità e l’intensità del rapporto con il minore, anche al di là di un periodo di forzato distacco dovuto alla conflittualità tra le due ex compagne. Il minore, evidenzia la sentenza, ha mostrato di conservare un legame affettivo autentico e significativo con la madre d’intenzione, capace di comprenderne i disagi emotivi e di offrire un supporto stabile e affettuoso, anche grazie a un percorso psicoterapeutico avviato per affrontare le difficoltà relazionali.

La qualità del legame al centro della valutazione

La Cassazione ha richiamato un orientamento ormai consolidato secondo cui i requisiti di effettività e stabilità del rapporto affettivo non devono essere letti in chiave puramente cronologica o quantitativa, ma in base alla qualità della relazione instaurata e alla percezione soggettiva del minore. Non è dunque determinante l’interruzione del contatto tra il minore e il genitore sociale, soprattutto se questa è conseguenza di comportamenti ostativi posti in essere dal genitore biologico.

In tal senso, spiega la Corte, l’eventuale discontinuità della relazione non deve essere valutata a sfavore del genitore sociale, né può precludere l’accertamento della sussistenza dei presupposti per l’adozione.

Interesse del minore al di sopra di tutto

Nel confermare la legittimità dell’adozione, la sentenza ribadisce che l’interesse del minore non coincide necessariamente con la permanenza in un nucleo familiare integro e privo di conflitti, quanto piuttosto con la possibilità di mantenere rapporti significativi e continuativi con entrambe le figure genitoriali da lui riconosciute come tali, anche se tra loro in disaccordo.

È su questo punto che la Corte richiama i giudici a una verifica particolarmente rigorosa quando la situazione familiare risulti frammentata o caratterizzata da alta conflittualità. Tuttavia, tale accertamento non può risolversi in una presunzione automatica di inidoneità genitoriale della parte richiedente, ma deve fondarsi su una valutazione concreta e caso per caso della capacità affettiva, relazionale ed educativa del richiedente.

Convivenza non necessaria

Altro elemento chiarito dalla pronuncia è che l’assenza di convivenza non costituisce di per sé un ostacolo all’adozione, laddove permanga un legame affettivo effettivo e il genitore sociale dimostri di saper rispondere ai bisogni evolutivi ed emotivi del minore.

Lavoro in carcere, nasce il “sistema Paese” contro la recidiva: istituzioni, imprese e sindacati insieme per il reinserimento

Il lavoro in carcere non è solo una misura di reinserimento sociale: è una strategia di sistema che, se ben costruita, può generare benefici per i detenuti, per le imprese e per l’intera collettività. È su questa convinzione condivisa che si fonda il progetto “Recidiva Zero”, iniziativa avviata due anni fa e che ieri, a Roma, ha vissuto una tappa significativa con la firma di un protocollo d’intesa tra il Cnel e 16 associazioni datoriali.

Un’intesa che segna un passo avanti concreto nella costruzione di un modello integrato di formazione e lavoro per i 189 istituti di pena italiani, grazie alla collaborazione tra istituzioni, aziende, organizzazioni sindacali e terzo settore. L’obiettivo dichiarato è ambizioso: ridurre drasticamente i tassi di recidiva attraverso il lavoro e l’acquisizione di competenze professionali, restituendo dignità e prospettive di vita a chi ha commesso errori.

Un progetto che cresce passo dopo passo

L’iniziativa, nata con l’accordo tra il presidente del Cnel Renato Brunetta e il ministro della Giustizia Carlo Nordio, si è progressivamente strutturata. È nato un segretariato permanente al Cnel che ha elaborato una proposta di legge per garantire ai detenuti l’applicazione dei contratti collettivi nazionali e sono state introdotte modifiche al regolamento sul lavoro carcerario con la recente conversione del decreto Sicurezza.

A questo si aggiunge l’estensione della piattaforma SIISL, dedicata all’inclusione sociale e lavorativa, anche alle persone in regime detentivo: uno strumento per favorire l’incrocio tra domanda e offerta di lavoro, dentro e fuori dal carcere.

Lavoro e dignità, il diritto al futuro

«È un’occasione storica — ha sottolineato Nordio — per coniugare il diritto alla rieducazione sancito dalla Costituzione con un’occasione di riscatto sociale ed economico». Il Guardasigilli ha ricordato anche le difficoltà strutturali del sistema penitenziario italiano, con carceri moderne accanto a istituti vetusti dove è difficile organizzare attività lavorative e formative.

Ma c’è di più: «Una buona parte dei suicidi in carcere avviene tra chi è prossimo alla liberazione», ha denunciato Nordio, segnalando il dramma di chi teme il ritorno in libertà senza una prospettiva concreta. “Recidiva Zero” punta proprio a colmare questo vuoto, offrendo opportunità e senso di futuro.

I numeri del sistema penitenziario

Secondo i dati Censis aggiornati per l’occasione, tra il 2023 e il 2024 la popolazione detenuta è cresciuta del 28%, arrivando a quota 61.861. Solo il 34,2% dei detenuti lavora — di questi, 85 su 100 alle dipendenze dell’amministrazione — e appena il 31,3% frequenta percorsi scolastici. In crescita invece il dato sui corsi di formazione professionale, oggi al 7,2%.

Dati che per Brunetta testimoniano la necessità di un cambio di passo. «Spendiamo 3,5 miliardi l’anno per il sistema penitenziario, ma oltre il 70% dei detenuti è recidivo. È una sconfitta sociale ed economica», ha osservato il presidente del Cnel. «Bisogna costruire un legame stabile tra carcere, impresa, formazione e istruzione».

La ministra Calderone: “Giustizia sociale e utilità per il Paese”

Anche la ministra del Lavoro Marina Calderone ha ribadito il valore sociale e produttivo del progetto. «Offrire un’ipotesi di futuro diverso è un atto di giustizia sociale oltre che un obbligo costituzionale. Servono almeno 1,4 milioni di lavoratori in più: c’è spazio per tutti, anche per chi sconta una pena e vuole ricominciare».

Verso il futuro: estensione della sperimentazione

La sperimentazione del modello “Recidiva Zero” è attualmente attiva in otto istituti penitenziari e, da settembre, dovrebbe essere ampliata. Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Ostellari ha ricordato come il 98% di chi acquisisce competenze professionali in carcere non commette più reati, a conferma che l’investimento sul lavoro detentivo produce benefici non solo individuali, ma collettivi.

Il valore umano dietro le cifre

A chiudere la giornata, il presidente del Senato Ignazio La Russa, che ha richiamato il necessario equilibrio tra certezza della pena e rispetto della dignità di chi la sconta. «Il lavoro in carcere è parte essenziale di questo equilibrio», ha detto, rivolgendosi anche alla polizia penitenziaria, chiamata a gestire quotidianamente il difficile compito di custodire garantendo, al tempo stesso, civiltà e diritti.

Anticorruzione e tempi amministrativi: il ruolo centrale del Responsabile per la Prevenzione della Corruzione

Negli ultimi anni il sistema normativo in materia di prevenzione della corruzione si è dotato di strumenti e figure di garanzia sempre più articolati. A partire dalla legge n. 190 del 2012, il Responsabile per la Prevenzione della Corruzione e della Trasparenza (RPCT) è diventato un punto di riferimento imprescindibile per il controllo e la vigilanza sull’attività amministrativa, chiamato a elaborare e verificare l’attuazione di misure specifiche per contrastare il rischio corruttivo e garantire la legalità nell’azione pubblica.

La funzione del RPCT non si limita alla predisposizione formale del Piano Triennale per la Prevenzione della Corruzione e della Trasparenza (PTPCT) o della sezione dedicata nel Piano Integrato di Attività e Organizzazione (PIAO). Essa investe anche il controllo concreto del funzionamento amministrativo, attraverso il monitoraggio costante dei tempi procedimentali e la segnalazione di eventuali ritardi o disfunzioni che, anche in assenza di episodi conclamati di corruzione, possono rappresentare segnali preoccupanti di cattiva gestione.

Il caso e il chiarimento dell’ANAC

Un recente parere dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, datato 9 aprile 2025, ha offerto l’occasione per ribadire il perimetro delle responsabilità in capo ai RPCT. Il caso riguardava una Regione del Sud Italia, dove una segnalazione sindacale aveva evidenziato l’inerzia di un ufficio regionale nel concludere l’accordo integrativo per la specialistica ambulatoriale interna. Il RPCT locale aveva escluso ogni propria competenza in materia, archiviando la segnalazione.

L’ANAC ha però chiarito che, pur non avendo poteri sostitutivi o gestionali diretti, il RPCT è tenuto a vigilare sull’attuazione di tutte le misure organizzative previste nei Piani anticorruzione e, tra queste, rientra a pieno titolo il monitoraggio dei tempi procedimentali. La legge 190/2012 prevede infatti, all’art. 1, comma 9, lettera d), e al comma 28, che il rispetto dei termini amministrativi sia misura obbligatoria di prevenzione della corruzione.

Anche in assenza di dolo o danno materiale, il protrarsi dei procedimenti oltre i termini stabiliti può configurare una disfunzione organizzativa rilevante ai fini del controllo anticorruzione, imponendo al RPCT di avviare verifiche, raccogliere elementi informativi, coinvolgere l’ufficio interessato e segnalare le criticità agli organi politici e all’Organismo Indipendente di Valutazione (OIV).

Un controllo sostanziale, non solo formale

Il valore di questo chiarimento risiede nella riaffermazione di una concezione sostanziale e dinamica della funzione anticorruzione. Il RPCT non è un mero compilatore di piani e relazioni, ma un presidio attivo di legalità e buon andamento dell’amministrazione. Deve rilevare segnali di inefficienza, indagare sulle cause di eventuali inerzie e proporre soluzioni organizzative, in modo da prevenire situazioni che, se trascurate, potrebbero degenerare in illeciti veri e propri.

In questa prospettiva, il rispetto dei tempi amministrativi diventa indicatore dello stato di salute dell’apparato pubblico. Il principio di trasparenza, d’altronde, impone che l’attività della pubblica amministrazione sia non solo regolare, ma anche tempestiva, garantendo ai cittadini risposte certe in tempi ragionevoli.

Trasparenza e responsabilità diffusa

Il sistema di prevenzione delineato dalla legge prevede inoltre che i risultati dell’attività del RPCT siano oggetto di rendicontazione annuale, mediante la pubblicazione sul sito istituzionale della relazione sull’attuazione delle misure anticorruzione. Questo consente non solo un controllo interno, da parte degli organi di governo e controllo, ma anche un controllo esterno, da parte dei cittadini e dei portatori di interesse, in linea con i principi dell’open government.

Il parere dell’ANAC assume così un valore sistemico: chiarisce che i poteri e i compiti del RPCT non devono essere letti in senso restrittivo, ma interpretati come strumenti funzionali a garantire un’amministrazione trasparente, efficiente e impermeabile ai fenomeni corruttivi. Le inerzie amministrative, lungi dall’essere semplici contrattempi, possono costituire indizi di criticità più profonde. Ed è compito del RPCT intercettarle, valutarle e sottoporle all’attenzione degli organi competenti, promuovendo un modello di pubblica amministrazione più responsabile e orientata alla qualità del servizio.

Enzo Tortora, quarantadue anni dopo: il ricordo e una riforma che prova a cambiare la giustizia

Quarantadue anni. Tanto è passato da quel 17 giugno 1983 in cui Enzo Tortora, popolare conduttore televisivo e giornalista, veniva arrestato con accuse poi rivelatesi totalmente infondate. Una vicenda che ha segnato la storia giudiziaria e civile italiana e che l’altro ieri è tornata al centro dell’attenzione pubblica, nel giorno della sua commemorazione al cimitero di Milano, dove riposa, e alla vigilia di una riforma costituzionale che, in parte, raccoglie l’eredità della battaglia condotta da Tortora fino alla fine dei suoi giorni.

Proprio mentre il Senato si prepara a discutere la separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante — nodo rimasto irrisolto per decenni — familiari, amici e rappresentanti del mondo forense si sono ritrovati per ricordare non solo l’uomo e il professionista, ma anche il simbolo di una giustizia che, in quel caso, mancò clamorosamente il bersaglio.

Una ferita ancora aperta

La storia di Enzo Tortora è nota. Arrestato sulla base delle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, senza riscontri oggettivi, venne trascinato in un processo mediatico e giudiziario durato anni, culminato con una condanna in primo grado a dieci anni di reclusione e poi, in appello, con la piena assoluzione “perché il fatto non sussiste”. Una vicenda che molti, ancora oggi, considerano il paradigma degli errori giudiziari italiani.

Durante la cerimonia commemorativa, la figlia Gaia Tortora ha commentato amaramente la difficoltà di istituire in Italia una Giornata dedicata alle vittime di errori giudiziari, sottolineando come sia «sorprendente che su un tema simile si debba ancora ascoltare il parere contrario dell’Associazione nazionale magistrati (Anm)».

Anche Giandomenico Caiazza, avvocato e all’epoca difensore di Tortora, ha ricordato come quel processo fu il riflesso di una giustizia condizionata dall’urgenza mediatica e dal legame troppo stretto tra pubblici ministeri e giudici, un assetto che la riforma in discussione in questi giorni punta finalmente a modificare. Caiazza ha sottolineato come la Procura, allora come oggi in casi simili, difese a oltranza il proprio operato e il giudice scelse di non spezzare quell’asse investigativo-giudicante fino al processo d’appello.

Un lungo percorso di riforma

Da allora, il tema della separazione delle carriere tra chi accusa e chi giudica ha attraversato varie stagioni politiche e referendum popolari. Già nel 1987, oltre l’80% degli italiani si era espresso a favore di una maggiore responsabilità civile dei magistrati, principio che però non ha mai trovato piena applicazione. Caiazza ha ricordato come nel 1988 egli stesso intentò una causa civile per conto di Tortora contro i magistrati che avevano condotto quell’inchiesta, venendo per questo denunciato per calunnia.

Nella riforma costituzionale ora all’esame del Parlamento, oltre alla separazione delle carriere, è prevista anche una modifica del sistema disciplinare dei magistrati, che dovrebbe sottrarre alle correnti interne dell’Anm il controllo dei procedimenti a carico dei colleghi. Un tentativo di arginare le distorsioni interne e di rafforzare la credibilità della magistratura.

Le incognite del cambiamento

A distanza di oltre quattro decenni dal caso Tortora, restano interrogativi su quanto la giustizia italiana sia davvero cambiata e su quanto questa riforma potrà incidere concretamente. Andrea Cangini, segretario della Fondazione Einaudi, ha osservato come il supplizio giudiziario inflitto a Tortora richiami quello di figure storiche perseguitate per errore o pregiudizio, sottolineando che, a differenza di altre istituzioni, «magistratura, media e società italiana sembrano ancora troppo simili a quelle di allora».

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