Cassazione, Cassano: “Superato l’obiettivo PNRR sui tempi. Ma troppi nuovi reati rischiano di svuotare le tutele”

Oltre 80mila ricorsi l’anno, una mole di lavoro senza pari in Europa. Eppure, nonostante questa pressione costante, la Corte di Cassazione ha raggiunto e superato in anticipo l’obiettivo previsto dal PNRR sul disposition time nel settore civile, riducendolo a 901 giorni contro i 977 fissati per il 2026. È il dato più forte che la Prima presidente Margherita Cassano ha voluto consegnare all’Assemblea Generale straordinaria convocata oggi in Cassazione, alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, del ministro della Giustizia Carlo Nordio e dei vertici della magistratura e dell’avvocatura.

Un appuntamento solenne, previsto dall’articolo 93 dell’Ordinamento giudiziario, che ha assunto il valore di riflessione collettiva sul ruolo della Suprema Corte in una stagione segnata da profonde trasformazioni normative, culturali e sociali.

Tempi dimezzati e responsabilità crescenti

Nella sua relazione, Cassano ha evidenziato i numeri record della Corte, con oltre 80mila ricorsi annui e tempi di definizione dei procedimenti penali scesi mediamente a 78 giorni dalla loro iscrizione. In ambito civile, la riduzione dell’arretrato ha superato le 30mila unità in poco più di due anni.

Ma a fronte di questi risultati — ottenuti, ha sottolineato, grazie al “senso del dovere e all’ideale civile” dei magistrati — la presidente ha anche lanciato un chiaro messaggio alla politica: “Serve un intervento di sistema” per evitare che la continua proliferazione di nuove fattispecie di reato e l’indiscriminata accessibilità alla giustizia compromettano l’effettività delle tutele e trasformino il magistrato in arbitro discrezionale di equilibri costituzionali che spetterebbero, per natura, alla sede parlamentare.

Il monito di Cassano: “Troppe norme penali rischiano di vanificare le tutele”

Cassano ha posto l’accento su un problema strutturale: l’assenza di criteri legislativi chiari che orientino le priorità nella trattazione degli affari giudiziari. “Il rischio concreto — ha affermato — è che la continua proliferazione di nuovi reati finisca per vanificare le stesse tutele offerte dall’ordinamento”, creando ingorghi processuali che ne riducono l’efficacia.

E ha ribadito la necessità di una giurisdizione di legittimità che sappia coniugare rigore metodologico, rispetto dei principi costituzionali e capacità di dialogo con le Corti europee e la comunità giuridica.

Il Procuratore generale Gaeta: “Tempi dimezzati, ora dialogo e coesione”

Nel suo intervento, il procuratore generale Piero Gaeta ha confermato il miglioramento dei tempi di decisione: oggi servono mediamente 83 giorni per una pronuncia penale, risultato nettamente migliore rispetto agli anni precedenti. Gaeta ha auspicato che, accanto a questi traguardi operativi, cresca anche l’armonia interna alla magistratura, nel rispetto reciproco tra i diversi gradi di giudizio e nelle relazioni con gli altri poteri dello Stato, a cominciare dal dialogo istituzionale con l’Avvocatura.

“La giurisdizione — ha concluso il Pg — non cerca consensi facili, ma deve meritare la fiducia istituzionale e sociale attraverso il rispetto rigoroso dei principi e dei canoni normativi”.

Una giustizia moderna, ma ancora da riequilibrare

Dall’Assemblea Generale della Cassazione è emerso quindi il quadro di una giurisdizione di legittimità efficiente e capace di autoregolarsi, ma anche consapevole dei limiti di un sistema normativo che continua a crescere per accumulo, senza una visione d’insieme e senza adeguate verifiche di fattibilità.

Cassano ha parlato di “un ordinamento che fatica a trovare un equilibrio tra il diritto positivo e le esigenze di tutela dei diritti fondamentali” e ha auspicato che, insieme ai risultati raggiunti, possa ora maturare anche un ripensamento della funzione legislativa, per una giustizia più giusta, prevedibile e sostenibile.


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Privacy e dati personali: accordo UE per semplificare i reclami transfrontalieri

Nuovo passo avanti in Europa sul fronte della protezione dei dati personali. Consiglio dell’Unione Europea e Parlamento europeo hanno raggiunto nelle scorse ore un accordo provvisorio sulla proposta di regolamento presentata dalla Commissione UE nel luglio 2023, volta a introdurre norme procedurali più snelle e uniformi per la gestione dei reclami transfrontalieri in materia di privacy e per lo svolgimento delle relative indagini da parte delle autorità nazionali di controllo.

Si tratta di una misura che punta a rafforzare e rendere più omogeneo il sistema di cooperazione tra le autorità garanti dei dati personali dei vari Paesi membri, nell’ambito dell’applicazione del GDPR, il regolamento generale sulla protezione dei dati (Regolamento UE 2016/679) in vigore dal 2018.

Un’unica autorità capofila, ma più efficienza e regole comuni

Il meccanismo previsto dal GDPR stabilisce già che, in presenza di un trattamento dati che coinvolge più Stati membri — ad esempio quando il titolare del trattamento ha sedi in diversi Paesi UE oppure il reclamante risiede in uno Stato diverso da quello dell’azienda sotto indagine — una sola autorità capofila coordina l’attività investigativa, in cooperazione con le altre autorità coinvolte.

L’accordo appena raggiunto introduce però regole comuni e procedure più snelle, che armonizzeranno a livello europeo i criteri di ammissibilità dei reclami e disciplineranno i diritti dei soggetti coinvolti, con l’obiettivo di rendere il sistema più rapido, trasparente ed efficiente.

Le principali novità del nuovo regolamento

Una volta approvato in via definitiva, il regolamento apporterà importanti innovazioni:

  • Armonizzazione dei requisiti di ammissibilità dei reclami transfrontalieri, così che ovunque venga presentato un reclamo nell’UE, i criteri per valutarlo saranno gli stessi.
  • Norme comuni per l’audizione del reclamante, specialmente in caso di rigetto del reclamo, e per il coinvolgimento di entrambe le parti — il reclamante e l’organizzazione oggetto di indagine — nelle fasi cruciali della procedura.
  • Diritto di replica sulle conclusioni preliminari: prima di una decisione definitiva, entrambe le parti avranno diritto di visionare le risultanze preliminari dell’indagine e presentare osservazioni.
  • Tempi certi per le indagini: è fissato un termine di 15 mesi per la conclusione delle indagini, prorogabile di 12 mesi per i casi più complessi, mentre per le procedure di cooperazione più semplici il termine sarà di 12 mesi.
  • Introduzione di un meccanismo di risoluzione anticipata: le autorità garanti potranno chiudere un caso in via consensuale prima di avviare la procedura formale, se il reclamante accetta una soluzione proposta dall’organizzazione coinvolta.
  • Procedure di cooperazione semplificate: per evitare stalli e ritardi tra le diverse autorità nazionali, sarà obbligatorio trasmettere una sintesi chiara e tempestiva delle questioni principali alle controparti, facilitando così una posizione comune rapida.

Un passo atteso per migliorare l’applicazione uniforme del GDPR

L’accordo siglato tra le istituzioni comunitarie risponde a una criticità concreta riscontrata in questi anni di applicazione del GDPR: la gestione dei casi transfrontalieri si è spesso rivelata complessa e lenta a causa di procedure differenziate e del difficile coordinamento tra le autorità di diversi Stati.

Il nuovo regolamento mira dunque a garantire maggiore uniformità, certezza dei tempi e tutela dei diritti degli interessati e delle organizzazioni coinvolte nelle indagini. In particolare, dovrebbe rendere più agevole per i cittadini europei presentare reclami e ottenere una risposta in tempi ragionevoli, anche quando le violazioni dei propri dati avvengono in un altro Stato membro.

Prossimi passi

L’accordo raggiunto resta al momento provvisorio: dovrà ora essere formalmente approvato sia dal Consiglio UE sia dal Parlamento europeo per poi entrare in vigore.


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Adozione e PMA, conta l’interesse del minore: sì della Cassazione alla madre d’intenzione anche senza il consenso della biologica

In tema di procreazione medicalmente assistita (PMA) e adozioni in casi particolari, la Corte di Cassazione torna a ribadire un principio cardine: al centro di ogni valutazione deve restare il superiore interesse del minore. Con la sentenza n. 16242, depositata il 17 giugno 2025, la Prima sezione civile ha infatti confermato la validità di un’adozione disposta in favore della madre d’intenzione, nonostante la ferma opposizione della madre biologica con cui era cessato da tempo il legame affettivo e convivente.

La decisione arriva al termine di una complessa vicenda giudiziaria: in primo e secondo grado, infatti, l’adozione era stata negata sulla base del diniego espresso dalla madre naturale, considerato come ostacolo insuperabile. Successivamente, però, la Cassazione aveva annullato con rinvio tale decisione, affermando che il diniego non può essere considerato preclusivo quando dall’esame concreto emergano il valore e la solidità del rapporto affettivo instaurato tra il minore e il genitore d’intenzione.

Il valore della relazione concreta

Nel caso in esame, il giudice di merito, alla luce di questa indicazione, ha poi accolto l’appello della madre sociale, riconoscendo la continuità e l’intensità del rapporto con il minore, anche al di là di un periodo di forzato distacco dovuto alla conflittualità tra le due ex compagne. Il minore, evidenzia la sentenza, ha mostrato di conservare un legame affettivo autentico e significativo con la madre d’intenzione, capace di comprenderne i disagi emotivi e di offrire un supporto stabile e affettuoso, anche grazie a un percorso psicoterapeutico avviato per affrontare le difficoltà relazionali.

La qualità del legame al centro della valutazione

La Cassazione ha richiamato un orientamento ormai consolidato secondo cui i requisiti di effettività e stabilità del rapporto affettivo non devono essere letti in chiave puramente cronologica o quantitativa, ma in base alla qualità della relazione instaurata e alla percezione soggettiva del minore. Non è dunque determinante l’interruzione del contatto tra il minore e il genitore sociale, soprattutto se questa è conseguenza di comportamenti ostativi posti in essere dal genitore biologico.

In tal senso, spiega la Corte, l’eventuale discontinuità della relazione non deve essere valutata a sfavore del genitore sociale, né può precludere l’accertamento della sussistenza dei presupposti per l’adozione.

Interesse del minore al di sopra di tutto

Nel confermare la legittimità dell’adozione, la sentenza ribadisce che l’interesse del minore non coincide necessariamente con la permanenza in un nucleo familiare integro e privo di conflitti, quanto piuttosto con la possibilità di mantenere rapporti significativi e continuativi con entrambe le figure genitoriali da lui riconosciute come tali, anche se tra loro in disaccordo.

È su questo punto che la Corte richiama i giudici a una verifica particolarmente rigorosa quando la situazione familiare risulti frammentata o caratterizzata da alta conflittualità. Tuttavia, tale accertamento non può risolversi in una presunzione automatica di inidoneità genitoriale della parte richiedente, ma deve fondarsi su una valutazione concreta e caso per caso della capacità affettiva, relazionale ed educativa del richiedente.

Convivenza non necessaria

Altro elemento chiarito dalla pronuncia è che l’assenza di convivenza non costituisce di per sé un ostacolo all’adozione, laddove permanga un legame affettivo effettivo e il genitore sociale dimostri di saper rispondere ai bisogni evolutivi ed emotivi del minore.


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Lavoro in carcere, nasce il “sistema Paese” contro la recidiva: istituzioni, imprese e sindacati insieme per il reinserimento

Il lavoro in carcere non è solo una misura di reinserimento sociale: è una strategia di sistema che, se ben costruita, può generare benefici per i detenuti, per le imprese e per l’intera collettività. È su questa convinzione condivisa che si fonda il progetto “Recidiva Zero”, iniziativa avviata due anni fa e che ieri, a Roma, ha vissuto una tappa significativa con la firma di un protocollo d’intesa tra il Cnel e 16 associazioni datoriali.

Un’intesa che segna un passo avanti concreto nella costruzione di un modello integrato di formazione e lavoro per i 189 istituti di pena italiani, grazie alla collaborazione tra istituzioni, aziende, organizzazioni sindacali e terzo settore. L’obiettivo dichiarato è ambizioso: ridurre drasticamente i tassi di recidiva attraverso il lavoro e l’acquisizione di competenze professionali, restituendo dignità e prospettive di vita a chi ha commesso errori.

Un progetto che cresce passo dopo passo

L’iniziativa, nata con l’accordo tra il presidente del Cnel Renato Brunetta e il ministro della Giustizia Carlo Nordio, si è progressivamente strutturata. È nato un segretariato permanente al Cnel che ha elaborato una proposta di legge per garantire ai detenuti l’applicazione dei contratti collettivi nazionali e sono state introdotte modifiche al regolamento sul lavoro carcerario con la recente conversione del decreto Sicurezza.

A questo si aggiunge l’estensione della piattaforma SIISL, dedicata all’inclusione sociale e lavorativa, anche alle persone in regime detentivo: uno strumento per favorire l’incrocio tra domanda e offerta di lavoro, dentro e fuori dal carcere.

Lavoro e dignità, il diritto al futuro

«È un’occasione storica — ha sottolineato Nordio — per coniugare il diritto alla rieducazione sancito dalla Costituzione con un’occasione di riscatto sociale ed economico». Il Guardasigilli ha ricordato anche le difficoltà strutturali del sistema penitenziario italiano, con carceri moderne accanto a istituti vetusti dove è difficile organizzare attività lavorative e formative.

Ma c’è di più: «Una buona parte dei suicidi in carcere avviene tra chi è prossimo alla liberazione», ha denunciato Nordio, segnalando il dramma di chi teme il ritorno in libertà senza una prospettiva concreta. “Recidiva Zero” punta proprio a colmare questo vuoto, offrendo opportunità e senso di futuro.

I numeri del sistema penitenziario

Secondo i dati Censis aggiornati per l’occasione, tra il 2023 e il 2024 la popolazione detenuta è cresciuta del 28%, arrivando a quota 61.861. Solo il 34,2% dei detenuti lavora — di questi, 85 su 100 alle dipendenze dell’amministrazione — e appena il 31,3% frequenta percorsi scolastici. In crescita invece il dato sui corsi di formazione professionale, oggi al 7,2%.

Dati che per Brunetta testimoniano la necessità di un cambio di passo. «Spendiamo 3,5 miliardi l’anno per il sistema penitenziario, ma oltre il 70% dei detenuti è recidivo. È una sconfitta sociale ed economica», ha osservato il presidente del Cnel. «Bisogna costruire un legame stabile tra carcere, impresa, formazione e istruzione».

La ministra Calderone: “Giustizia sociale e utilità per il Paese”

Anche la ministra del Lavoro Marina Calderone ha ribadito il valore sociale e produttivo del progetto. «Offrire un’ipotesi di futuro diverso è un atto di giustizia sociale oltre che un obbligo costituzionale. Servono almeno 1,4 milioni di lavoratori in più: c’è spazio per tutti, anche per chi sconta una pena e vuole ricominciare».

Verso il futuro: estensione della sperimentazione

La sperimentazione del modello “Recidiva Zero” è attualmente attiva in otto istituti penitenziari e, da settembre, dovrebbe essere ampliata. Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Ostellari ha ricordato come il 98% di chi acquisisce competenze professionali in carcere non commette più reati, a conferma che l’investimento sul lavoro detentivo produce benefici non solo individuali, ma collettivi.

Il valore umano dietro le cifre

A chiudere la giornata, il presidente del Senato Ignazio La Russa, che ha richiamato il necessario equilibrio tra certezza della pena e rispetto della dignità di chi la sconta. «Il lavoro in carcere è parte essenziale di questo equilibrio», ha detto, rivolgendosi anche alla polizia penitenziaria, chiamata a gestire quotidianamente il difficile compito di custodire garantendo, al tempo stesso, civiltà e diritti.


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Anticorruzione e tempi amministrativi: il ruolo centrale del Responsabile per la Prevenzione della Corruzione

Negli ultimi anni il sistema normativo in materia di prevenzione della corruzione si è dotato di strumenti e figure di garanzia sempre più articolati. A partire dalla legge n. 190 del 2012, il Responsabile per la Prevenzione della Corruzione e della Trasparenza (RPCT) è diventato un punto di riferimento imprescindibile per il controllo e la vigilanza sull’attività amministrativa, chiamato a elaborare e verificare l’attuazione di misure specifiche per contrastare il rischio corruttivo e garantire la legalità nell’azione pubblica.

La funzione del RPCT non si limita alla predisposizione formale del Piano Triennale per la Prevenzione della Corruzione e della Trasparenza (PTPCT) o della sezione dedicata nel Piano Integrato di Attività e Organizzazione (PIAO). Essa investe anche il controllo concreto del funzionamento amministrativo, attraverso il monitoraggio costante dei tempi procedimentali e la segnalazione di eventuali ritardi o disfunzioni che, anche in assenza di episodi conclamati di corruzione, possono rappresentare segnali preoccupanti di cattiva gestione.

Il caso e il chiarimento dell’ANAC

Un recente parere dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, datato 9 aprile 2025, ha offerto l’occasione per ribadire il perimetro delle responsabilità in capo ai RPCT. Il caso riguardava una Regione del Sud Italia, dove una segnalazione sindacale aveva evidenziato l’inerzia di un ufficio regionale nel concludere l’accordo integrativo per la specialistica ambulatoriale interna. Il RPCT locale aveva escluso ogni propria competenza in materia, archiviando la segnalazione.

L’ANAC ha però chiarito che, pur non avendo poteri sostitutivi o gestionali diretti, il RPCT è tenuto a vigilare sull’attuazione di tutte le misure organizzative previste nei Piani anticorruzione e, tra queste, rientra a pieno titolo il monitoraggio dei tempi procedimentali. La legge 190/2012 prevede infatti, all’art. 1, comma 9, lettera d), e al comma 28, che il rispetto dei termini amministrativi sia misura obbligatoria di prevenzione della corruzione.

Anche in assenza di dolo o danno materiale, il protrarsi dei procedimenti oltre i termini stabiliti può configurare una disfunzione organizzativa rilevante ai fini del controllo anticorruzione, imponendo al RPCT di avviare verifiche, raccogliere elementi informativi, coinvolgere l’ufficio interessato e segnalare le criticità agli organi politici e all’Organismo Indipendente di Valutazione (OIV).

Un controllo sostanziale, non solo formale

Il valore di questo chiarimento risiede nella riaffermazione di una concezione sostanziale e dinamica della funzione anticorruzione. Il RPCT non è un mero compilatore di piani e relazioni, ma un presidio attivo di legalità e buon andamento dell’amministrazione. Deve rilevare segnali di inefficienza, indagare sulle cause di eventuali inerzie e proporre soluzioni organizzative, in modo da prevenire situazioni che, se trascurate, potrebbero degenerare in illeciti veri e propri.

In questa prospettiva, il rispetto dei tempi amministrativi diventa indicatore dello stato di salute dell’apparato pubblico. Il principio di trasparenza, d’altronde, impone che l’attività della pubblica amministrazione sia non solo regolare, ma anche tempestiva, garantendo ai cittadini risposte certe in tempi ragionevoli.

Trasparenza e responsabilità diffusa

Il sistema di prevenzione delineato dalla legge prevede inoltre che i risultati dell’attività del RPCT siano oggetto di rendicontazione annuale, mediante la pubblicazione sul sito istituzionale della relazione sull’attuazione delle misure anticorruzione. Questo consente non solo un controllo interno, da parte degli organi di governo e controllo, ma anche un controllo esterno, da parte dei cittadini e dei portatori di interesse, in linea con i principi dell’open government.

Il parere dell’ANAC assume così un valore sistemico: chiarisce che i poteri e i compiti del RPCT non devono essere letti in senso restrittivo, ma interpretati come strumenti funzionali a garantire un’amministrazione trasparente, efficiente e impermeabile ai fenomeni corruttivi. Le inerzie amministrative, lungi dall’essere semplici contrattempi, possono costituire indizi di criticità più profonde. Ed è compito del RPCT intercettarle, valutarle e sottoporle all’attenzione degli organi competenti, promuovendo un modello di pubblica amministrazione più responsabile e orientata alla qualità del servizio.


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Enzo Tortora, quarantadue anni dopo: il ricordo e una riforma che prova a cambiare la giustizia

Quarantadue anni. Tanto è passato da quel 17 giugno 1983 in cui Enzo Tortora, popolare conduttore televisivo e giornalista, veniva arrestato con accuse poi rivelatesi totalmente infondate. Una vicenda che ha segnato la storia giudiziaria e civile italiana e che l’altro ieri è tornata al centro dell’attenzione pubblica, nel giorno della sua commemorazione al cimitero di Milano, dove riposa, e alla vigilia di una riforma costituzionale che, in parte, raccoglie l’eredità della battaglia condotta da Tortora fino alla fine dei suoi giorni.

Proprio mentre il Senato si prepara a discutere la separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante — nodo rimasto irrisolto per decenni — familiari, amici e rappresentanti del mondo forense si sono ritrovati per ricordare non solo l’uomo e il professionista, ma anche il simbolo di una giustizia che, in quel caso, mancò clamorosamente il bersaglio.

Una ferita ancora aperta

La storia di Enzo Tortora è nota. Arrestato sulla base delle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, senza riscontri oggettivi, venne trascinato in un processo mediatico e giudiziario durato anni, culminato con una condanna in primo grado a dieci anni di reclusione e poi, in appello, con la piena assoluzione “perché il fatto non sussiste”. Una vicenda che molti, ancora oggi, considerano il paradigma degli errori giudiziari italiani.

Durante la cerimonia commemorativa, la figlia Gaia Tortora ha commentato amaramente la difficoltà di istituire in Italia una Giornata dedicata alle vittime di errori giudiziari, sottolineando come sia «sorprendente che su un tema simile si debba ancora ascoltare il parere contrario dell’Associazione nazionale magistrati (Anm)».

Anche Giandomenico Caiazza, avvocato e all’epoca difensore di Tortora, ha ricordato come quel processo fu il riflesso di una giustizia condizionata dall’urgenza mediatica e dal legame troppo stretto tra pubblici ministeri e giudici, un assetto che la riforma in discussione in questi giorni punta finalmente a modificare. Caiazza ha sottolineato come la Procura, allora come oggi in casi simili, difese a oltranza il proprio operato e il giudice scelse di non spezzare quell’asse investigativo-giudicante fino al processo d’appello.

Un lungo percorso di riforma

Da allora, il tema della separazione delle carriere tra chi accusa e chi giudica ha attraversato varie stagioni politiche e referendum popolari. Già nel 1987, oltre l’80% degli italiani si era espresso a favore di una maggiore responsabilità civile dei magistrati, principio che però non ha mai trovato piena applicazione. Caiazza ha ricordato come nel 1988 egli stesso intentò una causa civile per conto di Tortora contro i magistrati che avevano condotto quell’inchiesta, venendo per questo denunciato per calunnia.

Nella riforma costituzionale ora all’esame del Parlamento, oltre alla separazione delle carriere, è prevista anche una modifica del sistema disciplinare dei magistrati, che dovrebbe sottrarre alle correnti interne dell’Anm il controllo dei procedimenti a carico dei colleghi. Un tentativo di arginare le distorsioni interne e di rafforzare la credibilità della magistratura.

Le incognite del cambiamento

A distanza di oltre quattro decenni dal caso Tortora, restano interrogativi su quanto la giustizia italiana sia davvero cambiata e su quanto questa riforma potrà incidere concretamente. Andrea Cangini, segretario della Fondazione Einaudi, ha osservato come il supplizio giudiziario inflitto a Tortora richiami quello di figure storiche perseguitate per errore o pregiudizio, sottolineando che, a differenza di altre istituzioni, «magistratura, media e società italiana sembrano ancora troppo simili a quelle di allora».


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Il dibattito sull’equo compenso per i professionisti torna a occupare le cronache parlamentari e stavolta a rilanciarlo sono le associazioni dei medici liberi professionisti, con in testa Amolp. Il tema è chiaro: regolare e tutelare il diritto a un compenso dignitoso e proporzionato per i medici che operano in rapporto libero professionale, spesso con società sanitarie di capitale. Una questione che, oltre al reddito dei professionisti, tocca anche la sostenibilità del sistema previdenziale e la qualità dell’assistenza sanitaria stessa.

A riaccendere i riflettori è stato il disegno di legge presentato dalla senatrice Erika Stefani, già promotrice nel 2023 della legge n. 49 sull’equo compenso per i professionisti. Una norma che aveva l’obiettivo di arginare gli squilibri nei rapporti tra i professionisti e le cosiddette “controparti forti” — cioè imprese e società di rilevanti dimensioni o fatturato, capaci di imporre condizioni contrattuali penalizzanti per il singolo prestatore d’opera.

Una norma rimasta incompiuta

La legge del 2023 aveva segnato un passo avanti nel riconoscere il valore del lavoro intellettuale. Stabiliva, infatti, che fosse da considerare equo il compenso conforme a parametri fissati da decreti ministeriali e prevedeva la nullità delle clausole che avessero fissato tariffe inferiori. Veniva inoltre richiesto agli Ordini professionali di adottare norme deontologiche per sanzionare chi avesse violato il principio.

A oggi, però, solo alcune professioni si sono realmente mosse per dare concreta attuazione alla legge: ingegneri, periti industriali, geometri e — in ritardo — avvocati e commercialisti. In ambito sanitario, alcune categorie come infermieri, psicologi e veterinari hanno iniziato a sensibilizzarsi sulla proporzionalità tra prestazione e onorario. Restano però indietro proprio i medici, spesso vincolati a compensi al ribasso e privi di una reale tutela normativa.

Difficoltà storiche e criticità persistenti

Il problema nasce da lontano. Le tariffe minime obbligatorie, abolite dalla legge Bersani del 2007, avrebbero dovuto essere sostituite da una maggiore libertà contrattuale. Invece, questa libertà si è spesso tradotta in una corsa al ribasso, dove il valore delle prestazioni sanitarie è stato progressivamente svilito. Negli anni, alcuni correttivi sono stati introdotti: la legge n. 27 del 2012 per gli avvocati e una sentenza della Corte di giustizia UE del 2015 che ha riconosciuto la facoltà degli Stati membri di fissare compensi minimi per tutelare il decoro delle prestazioni professionali.

Nel settore sanitario, tuttavia, la situazione resta confusa. I tariffari minimi sono scomparsi, ma le criticità sono rimaste. Non di rado la magistratura chiede agli Ordini professionali di esprimersi sulla congruità dei compensi per perizie o consulenze. Singoli medici si ritrovano, poi, a fronteggiare contestazioni di pazienti per compensi ritenuti eccessivi o mal rapportati all’entità della prestazione, specialmente quando si tratta di valutare l’apporto immateriale e intellettuale della prestazione medica.

Il rischio di svilire la professione

Questo scenario ha prodotto una pericolosa deriva: onorari inadeguati, giustificati da accordi di convenienza apparente o mascherati dietro pacchetti prestazionali di quantità. Una pratica che contribuisce a svalutare non solo il lavoro medico, ma anche la percezione sociale della professione, sempre più assimilata a un servizio commerciale, più che a un’attività di alta responsabilità e valore pubblico.

Verso una possibile riforma

Da qui la richiesta delle associazioni di categoria di estendere in maniera effettiva e concreta il principio dell’equo compenso anche ai medici, per tutelare non solo il loro reddito, ma anche il corretto versamento dei contributi previdenziali e la sostenibilità di un sistema già fortemente sotto pressione.

La proposta della senatrice Stefani mira proprio a questo: assicurare parità di trattamento, equità contributiva, miglioramento dei rapporti convenzionali con le assicurazioni — spesso accusate di sottostimare le prestazioni — e, in ultima istanza, valorizzare la professione sanitaria, ridandole il ruolo sociale e civile che merita.


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Privacy violata, doppia stangata dalla Cassazione: newsletter senza consenso e banca dati fuori controllo

Due pesanti decisioni della Cassazione riportano al centro dell’attenzione il tema della tutela dei dati personali e della corretta gestione delle informazioni digitali. Il 16 giugno 2025, la Suprema Corte ha depositato due sentenze con cui ha confermato sanzioni significative nei confronti di altrettante società — una piccola internet company e un colosso delle telecomunicazioni — per violazioni della normativa sulla privacy.

Newsletter senza consenso, scatta la multa
Nel primo caso, a finire sotto la lente della Seconda sezione civile è stata una società che gestiva un sito, una piattaforma di comparazione online. L’azienda, secondo quanto accertato dal Garante della Privacy e confermato dalla Cassazione con l’ordinanza n. 15881, aveva creato una mailing list e inviato periodicamente newsletter e comunicazioni commerciali agli utenti registrati, senza aver prima acquisito il loro esplicito consenso, così come richiesto dall’articolo 23 del Codice Privacy.

Il Tribunale di Roma aveva già respinto il ricorso della società contro l’ingiunzione del Garante, e ora anche la Cassazione ha ribadito che il consenso espresso dell’interessato è imprescindibile, a meno che non si tratti di comunicazioni relative a prodotti o servizi simili a quelli già acquistati e purché l’utente sia stato adeguatamente informato e non si sia opposto. Nel caso specifico, però, trattandosi di un aggregatore di offerte e non di un negozio online, questa eccezione non era applicabile. Da qui la conferma della sanzione da 10.000 euro.

Società condannata per la gestione scorretta dei dati di migliaia di clienti
Ben più grave il secondo episodio, che coinvolge una nota compagnia telefonica italiana. Con l’ordinanza n. 15882, la Cassazione ha infatti confermato la maxi-sanzione da 800.000 euro inflitta dal Garante nel 2018 per la gestione illecita della banca dati della società.

Le ispezioni avevano fatto emergere una serie di anomalie nella migrazione dei dati dal vecchio al nuovo gestionale, durante le quali vennero assegnate a ignari clienti centinaia di utenze telefoniche a loro insaputa. Nel dettaglio, un utente si era ritrovato intestatario di 826 linee telefoniche, e un controllo a campione aveva svelato che 644 utenti risultavano intestatari di oltre 7.000 numeri.

La compagnia telefonica si era difesa sostenendo che si trattasse di meri errori tecnici dovuti a problemi informatici nel passaggio dei dati, ma per la Suprema Corte questa tesi non ha retto. La violazione della privacy — ha precisato la Cassazione — permane sia sul piano oggettivo che soggettivo, perché la gestione irregolare delle anagrafiche ha avuto conseguenze concrete e prolungate nel tempo, dal 2003 al 2015.

La società ha contestato anche l’entità della sanzione, pari a quattro volte il minimo previsto, ma i giudici hanno ritenuto adeguata la misura in considerazione della gravità dell’accaduto, della sua durata e del numero elevatissimo di utenti coinvolti, oltre che della posizione di leadership  nel settore e della mancata adozione di tempestive misure correttive.

Un segnale chiaro sulla tutela dei dati personali
Le due pronunce rappresentano un segnale forte e inequivocabile sul valore della protezione dei dati personali nel contesto digitale attuale. Non solo i giganti delle telecomunicazioni, ma anche le piccole imprese online sono chiamate a rispettare le norme in materia di privacy, garantendo trasparenza e correttezza nell’uso delle informazioni degli utenti.


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Cyberattacchi in aumento: maggio 2025 sotto la lente dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale

Maggio 2025 si conferma un mese caldo sul fronte della sicurezza informatica in Italia. È quanto emerge dal report mensile diffuso dall’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN), che attraverso il CSIRT Italia — il proprio braccio operativo specializzato nella gestione degli incidenti — ha registrato 201 eventi di cybersecurity, segnando un incremento rispetto al mese precedente.

Il CSIRT Italia, snodo nazionale per la ricezione delle notifiche obbligatorie e volontarie di incidenti informatici, raccoglie e analizza quotidianamente informazioni provenienti da fonti istituzionali, commerciali e open source, oltre che da controparti internazionali. Un patrimonio informativo che consente di disegnare una mappa aggiornata e precisa delle minacce cyber che gravano sul Paese.

Settori più colpiti e minacce emergenti
Nel mese di maggio, a finire maggiormente nel mirino degli attaccanti sono stati i servizi finanziari, le telecomunicazioni e il settore della vendita al dettaglio. Un dato che riflette il crescente interesse dei gruppi cybercriminali per ambiti strategici e infrastrutturali, dove il danno economico e reputazionale può essere significativo.

Particolare attenzione è stata riservata all’incremento degli attacchi ransomware, saliti del 20% rispetto alla media semestrale, a conferma di una minaccia ormai strutturale. Parallelamente, si è registrato un ulteriore calo delle campagne di hacktivism legate al conflitto russo-ucraino, che da mesi caratterizzavano parte dello scenario cyber europeo.

Phishing e credenziali compromesse
Tra gli episodi più significativi del mese, spicca una campagna di phishing mirata, partita da una casella e-mail compromessa di un operatore del settore energetico. L’attacco, articolato in oltre 300 messaggi di posta elettronica, aveva l’obiettivo di sottrarre le credenziali dei destinatari attraverso un sito malevolo appositamente predisposto.

Non meno allarmante è la scoperta di numerose credenziali bancarie compromesse, rinvenute in vendita nel dark web. Username e password potenzialmente associati ai conti correnti di cittadini italiani sono stati segnalati dal CSIRT Italia alle autorità competenti per le verifiche e le contromisure del caso.

Operazione Endgame e infrastrutture compromesse
Il mese di maggio ha inoltre visto gli effetti dell’Operation Endgame, un’operazione internazionale coordinata da Europol ed Eurojust che ha smantellato una rete criminale dedita alla diffusione di ransomware. L’iniziativa ha portato all’arresto di quattro persone e al sequestro di oltre 100 server e 2.000 domini usati per attività malevole.

Nel contesto italiano, grazie a questa attività di intelligence, sono stati individuati e segnalati 1.977 dispositivi potenzialmente compromessi, esposti su Internet e sfruttati come nodi per la distribuzione di malware.

Modalità di attacco e risposta istituzionale
Secondo i dati raccolti, i principali vettori di compromissione restano le e-mail malevole, lo sfruttamento di vulnerabilità note nei sistemi e l’utilizzo di credenziali valide precedentemente sottratte. A fronte di queste minacce, il CSIRT Italia ha inviato nel solo mese di maggio 3.440 comunicazioni dirette ad aziende e amministrazioni italiane, segnalando incidenti, vulnerabilità critiche e fattori di rischio.

Un quadro di allerta costante
Il report dell’ACN conferma come lo scenario cyber nazionale resti estremamente dinamico e complesso, con minacce che evolvono in tempi rapidissimi e richiedono un monitoraggio costante, una cooperazione internazionale solida e una sempre maggiore consapevolezza da parte di imprese e cittadini.


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Telemedicina, il futuro è adesso: tra opportunità di cura e nuove sfide per la privacy

Negli ultimi anni, il volto della sanità è cambiato radicalmente. La pandemia di COVID-19 ha agito da detonatore di un processo già in corso, accelerando la digitalizzazione del settore sanitario e rendendo la telemedicina una componente stabile e imprescindibile dell’assistenza sanitaria contemporanea. Non più un servizio sperimentale per pochi centri all’avanguardia, ma un canale assistenziale diffuso, capace di colmare distanze geografiche e rendere più efficiente l’allocazione delle risorse.

Tuttavia, come spesso accade quando il progresso tecnologico avanza a passo più rapido della normativa, la telemedicina ha aperto anche un terreno di complessità inedite, in cui la protezione dei dati personali — soprattutto quando si tratta di dati sanitari — assume un ruolo centrale e delicatissimo.

Dalle televisite al telemonitoraggio: come funziona la sanità digitale

Secondo le Linee guida nazionali sulla Telemedicina emanate dal Ministero della Salute nel 2020, la telemedicina comprende un insieme articolato di prestazioni sanitarie erogate a distanza grazie alle tecnologie informatiche e di comunicazione. Dalle televisite, che permettono di consultare il proprio medico via video, al telemonitoraggio, che consente il controllo remoto e continuativo di parametri clinici, fino al teleconsulto tra specialisti e alla telesorveglianza automatizzata di pazienti fragili o cronici.

Ogni prestazione erogata a distanza deve però garantire gli stessi standard di sicurezza e qualità di quella tradizionale. E questo — nel caso della sanità digitale — significa non solo efficacia clinica, ma anche integrità, sicurezza e riservatezza dei dati trattati.

Dati sanitari e GDPR: regole stringenti per informazioni sensibili

I dati relativi alla salute rientrano tra le categorie particolari di dati personali previste dal Regolamento europeo sulla protezione dei dati (GDPR), per le quali vige un principio generale di divieto di trattamento, salvo eccezioni tassative.

Nell’ambito telemedico, il trattamento dei dati è possibile solo se supportato da una valida base giuridica e da una delle specifiche condizioni previste dall’articolo 9 del GDPR, come ad esempio l’essere necessario per finalità di diagnosi, terapia e assistenza sanitaria. Ma non basta.

La normativa impone ai titolari del trattamento — ospedali, cliniche private, strutture pubbliche e medici — di adottare misure tecniche e organizzative adeguate per proteggere i dati e dimostrare la propria conformità alle norme, secondo il principio di accountability.

Tecnologia e privacy: un equilibrio complesso

La sicurezza dei sistemi telemedici richiede soluzioni tecnologiche di livello avanzato: dalla cifratura end-to-end delle comunicazioni ai protocolli di rete sicuri, dall’autenticazione multi-fattore per l’accesso ai sistemi fino al monitoraggio continuo del traffico e all’adozione di sistemi di backup e disaster recovery.

Accanto a queste misure tecniche, risultano indispensabili strumenti organizzativi: politiche di cybersecurity, formazione del personale sanitario e amministrativo, controlli periodici di sicurezza e gestione rigorosa di accessi e autorizzazioni.

Inoltre, il GDPR impone di progettare i sistemi secondo i principi di privacy by design e privacy by default, limitando i dati raccolti allo stretto necessario e definendo chiaramente le finalità del trattamento, i tempi di conservazione e le modalità di accesso da parte degli interessati.

Interoperabilità e frammentazione: il nodo dei sistemi informativi sanitari

Uno degli ostacoli più rilevanti nella diffusione omogenea della telemedicina in Italia è rappresentato dalla frammentazione dei sistemi informativi tra le diverse regioni e strutture sanitarie. La mancanza di standard comuni ostacola la condivisione dei dati clinici, limita la portabilità prevista dal GDPR e rischia di compromettere la continuità assistenziale dei pazienti.

Le sfide delle nuove tecnologie emergenti

L’utilizzo di intelligenza artificiale, Internet of Things e blockchain in ambito sanitario apre scenari inediti ma complessi. Se da un lato queste tecnologie promettono diagnosi più tempestive, monitoraggi continui e gestione automatizzata dei dati, dall’altro impongono nuovi interrogativi sulla trasparenza degli algoritmi, sulla sicurezza dei dispositivi connessi e sulla compatibilità tra la natura immutabile dei registri distribuiti e il diritto alla cancellazione previsto dal GDPR.

Il ruolo decisivo della formazione e della fiducia

In questo scenario, la sicurezza dei dati sanitari non è solo una questione di tecnologia, ma soprattutto di cultura. Investire nella formazione del personale, sensibilizzare pazienti e operatori sanitari sui diritti e sulle cautele necessarie, e garantire trasparenza su modalità di raccolta e utilizzo dei dati, diventa imprescindibile per consolidare la fiducia nel nuovo modello assistenziale.

Conclusione: tra diritto e innovazione, una partita ancora aperta

Il successo della telemedicina non dipenderà solo dalla qualità delle tecnologie o dall’efficacia clinica dei servizi erogati, ma dalla capacità di costruire un ecosistema digitale sicuro, affidabile e rispettoso dei diritti fondamentali. L’adeguamento al GDPR non rappresenta un ostacolo, ma la cornice necessaria per garantire che la rivoluzione sanitaria digitale avvenga in un contesto di legalità, tutela della privacy e protezione della persona.


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