Influencer, nuove regole e responsabilità: trasparenza e tutele al centro della creator economy

Il settore degli influencer compie un passo decisivo verso una regolamentazione più chiara e strutturata. Negli ultimi mesi si è consolidato un sistema di riferimento che combina norme di legge, linee guida delle autorità e strumenti di autodisciplina, con l’obiettivo di garantire trasparenza nelle comunicazioni commerciali e maggiore tutela per gli utenti.

Il punto di partenza è la definizione stessa di influencer, oggi ricondotta a una figura ben delineata: si tratta di soggetti, persone fisiche o giuridiche – inclusi i cosiddetti avatar o personaggi virtuali – che creano o selezionano contenuti destinati al pubblico attraverso piattaforme digitali, esercitando un controllo editoriale e traendone un vantaggio economico, diretto o indiretto. Il compenso può assumere forme diverse: denaro, prodotti, servizi, benefit o altre utilità, a conferma della natura sempre più articolata di questa attività.

All’interno di questo perimetro si distingue la categoria degli “influencer rilevanti”, individuata sulla base di parametri quantitativi precisi: almeno 500mila follower o un milione di visualizzazioni medie mensili su una piattaforma. Per questi soggetti il sistema prevede obblighi specifici, tra cui la registrazione in un elenco dedicato e l’adesione a linee guida e codici di condotta che disciplinano contenuti, modalità comunicative e rapporti commerciali.

Il principio cardine resta quello della trasparenza pubblicitaria. Ogni contenuto che abbia finalità promozionali deve essere immediatamente riconoscibile come tale. Non è sufficiente una generica indicazione: la comunicazione deve essere chiara, esplicita e non ambigua. Sono considerate corrette diciture come “pubblicità”, “advertising” o “adv”, anche accompagnate dal nome del brand. L’obbligo scatta ogni volta che esiste un vantaggio per il creator, anche non monetario, come nel caso di prodotti ricevuti gratuitamente, codici sconto, affiliazioni o accordi di collaborazione.

Un aspetto rilevante è che tali principi non riguardano esclusivamente i grandi influencer. Anche chi non raggiunge le soglie previste è comunque tenuto a rispettare criteri di correttezza, a tutela dei consumatori e dei minori, nonché dei diritti fondamentali. La differenza sta nella formalizzazione degli obblighi, più stringenti per i profili con maggiore impatto sul pubblico.

Sul fronte dei controlli, il sistema attribuisce un ruolo centrale all’autorità di vigilanza, che monitora il rispetto delle regole e può intervenire con strumenti graduati: richieste di adeguamento, diffide e sanzioni. La risposta sanzionatoria è calibrata caso per caso, tenendo conto della gravità della violazione, delle eventuali azioni correttive adottate e della capacità economica del soggetto coinvolto.

Accanto alla regolazione pubblica, si rafforza anche la dimensione organizzativa del settore. La nascita di una rappresentanza unitaria degli influencer e la collaborazione con le istituzioni contribuiscono alla definizione di standard condivisi, favorendo un equilibrio tra tutela dei consumatori e riconoscimento della professionalità dei creator.

Il contesto economico conferma la rilevanza del fenomeno: la creator economy conta ormai decine di migliaia di imprese attive e una molteplicità di modelli di business. Le fonti di reddito spaziano dalle sponsorizzazioni alle commissioni, dall’advertising sharing alla licenza d’immagine, fino alla vendita diretta e agli abbonamenti. Questa varietà rende complesso anche l’inquadramento giuridico e fiscale dell’attività: l’influencer può essere lavoratore autonomo, dipendente, collaboratore o imprenditore, con implicazioni diverse sul piano contributivo.

Non a caso, il tema è stato definito “complesso” anche dagli organismi di controllo economico-finanziario, proprio per la difficoltà di ricondurre a un’unica categoria una realtà così eterogenea. A complicare ulteriormente il quadro contribuisce la natura globale delle piattaforme digitali e la coesistenza di regimi normativi differenti.


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Frontiere UE, operativo il sistema EES: controlli digitali e tempi ridotti ai valichi

Segna un passaggio decisivo per la gestione delle frontiere europee l’entrata a pieno regime del sistema di ingressi/uscite (EES), ora operativo in tutti i Paesi dell’area Schengen. Si tratta di una delle principali innovazioni tecnologiche introdotte dall’Unione europea per rafforzare sicurezza, controllo e tracciabilità dei movimenti alle frontiere esterne.

Il sistema consente di registrare in formato digitale gli ingressi e le uscite dei cittadini di Paesi terzi che soggiornano nell’Unione per brevi periodi, superando definitivamente il tradizionale timbro sul passaporto. L’EES raccoglie dati biografici, biometrici e informazioni di viaggio, creando un archivio affidabile e aggiornato sugli attraversamenti delle frontiere.

L’obiettivo è duplice: da un lato migliorare l’efficienza dei controlli, dall’altro rafforzare la capacità di individuare situazioni irregolari. Il sistema, infatti, consente di rilevare automaticamente i soggiorni oltre i termini consentiti e di intercettare tentativi di frode documentale o di identità.

I numeri confermano l’impatto della nuova piattaforma: dalla sua introduzione, avviata nell’ottobre 2025, sono stati registrati oltre 52 milioni di ingressi e uscite, con più di 27.000 respingimenti. Tra questi, circa 700 casi hanno riguardato soggetti considerati una minaccia per la sicurezza dell’Unione.

Nonostante l’elevato livello di controllo, il sistema garantisce tempi di registrazione contenuti: mediamente circa 70 secondi per viaggiatore, un dato che evidenzia come l’innovazione tecnologica possa coniugare sicurezza e fluidità dei flussi.

Con l’attivazione completa in tutti i valichi di frontiera esterni, l’EES rappresenta oggi un tassello centrale nella strategia europea di gestione integrata delle frontiere, con la Commissione impegnata a monitorarne l’attuazione in stretta collaborazione con gli Stati membri.


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Riforma della magistratura contabile, timori sulle garanzie e sulla gestione delle risorse pubbliche

La riforma della magistratura contabile torna al centro del dibattito, accompagnata da una serie di criticità che riguardano non solo l’assetto interno della Corte dei conti, ma anche le garanzie per cittadini e amministrazioni nella gestione delle risorse pubbliche.

Tra i punti più discussi vi è l’introduzione di una più netta separazione delle funzioni, con il divieto di passaggio tra attività requirenti e giudicanti. Una scelta che, secondo diverse letture critiche, rischia di incidere sull’equilibrio complessivo del sistema, riducendo la flessibilità organizzativa e alterando dinamiche consolidate.

A questo si aggiunge il tema della gerarchizzazione tra procura generale e procure regionali, che potrebbe modificare in modo significativo i rapporti interni alla magistratura contabile, con possibili ricadute sull’efficacia dell’azione di controllo e giurisdizionale.

Non meno rilevante è il nodo dell’esercizio delle funzioni: la coesistenza tra attività di controllo e funzione giurisdizionale, già prevista dalla Costituzione in ambiti distinti, potrebbe essere ridefinita in modo tale da incidere sulle garanzie per enti pubblici e soggetti che gestiscono risorse collettive.

Nel complesso, le perplessità riguardano anche l’impatto organizzativo della riforma, sia a livello centrale sia territoriale, con il rischio di un sistema meno efficiente proprio in un settore strategico come quello della vigilanza sulla spesa pubblica. In questo contesto, si profilano iniziative volte a informare l’opinione pubblica sui possibili effetti della riforma, con l’obiettivo di rendere più consapevole il dibattito su un tema che incide direttamente sulla trasparenza e sulla tutela dell’interesse collettivo.


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Gip collegiale, l’allarme dell’ANM: “Rischio paralisi nei tribunali”

“Esprimiamo la nostra grande preoccupazione per l’entrata in vigore di una norma che può paralizzare il lavoro dei tribunali italiani. L’introduzione del giudice per le indagini preliminare collegiale il prossimo 24 agosto paralizzerà i tribunali medi e piccoli, provocherà in quelli grandi un aumento dei tempi del processo, senza alcun reale beneficio. 39 uffici gip/gup hanno un organico inferiore a tre magistrati e 28 ne hanno tre. In tutti questi uffici, la metà del totale, sarà necessario applicare altri giudici, con scopertura degli altri settori”. Così la Giunta dell’Associazione nazionale magistrati in una nota.

“Chiediamo al legislatore una riflessione urgente per impedire tutto questo. È necessario sospendere subito l’entrata in vigore della norma fino al necessario adeguamento delle piante organiche. Il numero di magistrati italiani è poco più della metà della media europea e questo è inaccettabile se si vuole garantire un servizio efficace per la tutela dei diritti di tutti”, conclude la nota.


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Mediterraneo digitale, l’UE accelera: al via il primo programma strategico per Nord Africa e Medio Oriente

Nell’ambito del rafforzamento dell’impegno con i partner del Mediterraneo meridionale, la Commissione europea ha avviato un programma di trasformazione digitale che abbraccia il Nord Africa e i paesi del Medio Oriente. Si tratta del primo risultato nel settore digitale nell’ambito del Patto per il Mediterraneo, lanciato alla fine del 2025.

Il programma, cofinanziato dal governo tedesco, promuoverà una crescita inclusiva e sostenibile migliorando l’accesso ai servizi digitali per cittadini, pubbliche amministrazioni e imprese. A tal fine, sosterrà l’allineamento della regolamentazione digitale, il rafforzamento della cibersicurezza e lo sviluppo delle competenze digitali. Inoltre, aiuterà i governi del Mediterraneo meridionale a migliorare le normative digitali, consolidare i quadri giuridici e potenziare i servizi di formazione per le imprese e le PMI locali.

Il programma si concentrerà su tre componenti chiave per guidare la trasformazione digitale nella regione.

In primo luogo, allineerà le normative in materia di telecomunicazioni digitali alle norme dell’UE. Rafforzerà inoltre le autorità nazionali di regolamentazione e istituirà una rete regionale per intensificare la cooperazione.

In secondo luogo, il programma rafforzerà la cibersicurezza migliorando i quadri e la governance nazionali e potenziando la capacità di prevenire, rispondere e gestire le minacce informatiche.

Infine, svilupperà competenze digitali regionali in linea con le norme DigComp dell’UE e istituirà nuove piattaforme e reti a sostegno dell’apprendimento continuo e dello scambio di competenze.


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Recensioni online, nuove regole: stop ai commenti anonimi e fuori tempo

Cambiano le regole del gioco per le recensioni online nel settore turistico e della ristorazione. Con l’entrata in vigore della legge 34/2026, il legislatore interviene su un ambito sempre più rilevante per la reputazione digitale delle imprese, introducendo criteri più stringenti per garantire l’affidabilità dei giudizi pubblicati in rete.

Il nuovo impianto normativo, tuttavia, non è ancora pienamente operativo. Per l’applicazione concreta delle disposizioni sarà necessario attendere le linee guida dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, che dovranno essere adottate dopo il confronto con altri soggetti istituzionali, tra cui AGCOM e il Garante per la protezione dei dati personali. Solo allora imprese e piattaforme avranno un quadro chiaro degli obblighi operativi.

Nel frattempo, emergono già alcuni principi chiave. Le recensioni potranno essere considerate attendibili solo se pubblicate entro un arco temporale definito rispetto all’esperienza vissuta: il limite è fissato in 30 giorni dall’utilizzo del servizio o dall’acquisto. Un criterio che mira a garantire l’attualità e la coerenza del giudizio espresso.

Altro elemento centrale è l’autenticità. I commenti dovranno provenire da utenti che hanno realmente usufruito del servizio e contenere riferimenti concreti all’esperienza. Non saranno più ammesse recensioni costruite su basi generiche o prive di riscontro reale, né quelle condizionate da incentivi, sconti o vantaggi offerti da operatori o intermediari.

La normativa introduce anche un criterio temporale più ampio: trascorsi due anni dalla pubblicazione, una recensione perde rilevanza sotto il profilo della liceità, proprio perché non più rappresentativa della qualità attuale del servizio.

Sul fronte delle imprese, vengono rafforzati gli strumenti di tutela. Strutture ricettive e ristoranti potranno attivare le procedure messe a disposizione dalle piattaforme per segnalare contenuti non conformi ai requisiti previsti dalla legge, chiedendone la rimozione o la revisione. Resta ora da verificare come le future linee guida tradurranno questi principi in prassi operative.


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Auto danneggiata e telecamere: accesso ai video sì, ma non è automatico

Quando un danno avviene sotto l’occhio delle telecamere pubbliche, il primo impulso è pensare che le immagini siano immediatamente disponibili. In realtà, il sistema funziona in modo più complesso e richiede un equilibrio tra trasparenza amministrativa e tutela della riservatezza.

A chiarirlo è il Tar Lombardia, che con una recente decisione ha affrontato il caso di una cittadina rimasta senza risposta dopo aver chiesto al Comune di visionare i filmati utili a ricostruire il danneggiamento della propria auto.

Il punto centrale non è tanto il diritto “automatico” al video, quanto il dovere dell’ente di non ignorare l’istanza. Se le registrazioni esistono ancora, l’amministrazione è tenuta a prenderle in considerazione e a valutare la richiesta seguendo le regole generali sull’accesso ai documenti amministrativi, previste dalla Legge 241/1990.

Questo non significa, però, che il cittadino possa ottenere liberamente l’intero filmato. Le immagini raccolte dai sistemi di videosorveglianza contengono spesso dati riferibili a più soggetti, e proprio per questo devono essere trattate con cautela. L’accesso, quindi, va calibrato: solo le parti realmente utili alla richiesta possono essere rilasciate, mentre tutto ciò che riguarda terzi deve essere protetto o oscurato.

La decisione richiama anche un aspetto pratico spesso sottovalutato: la qualità dell’organizzazione interna degli enti. Senza procedure chiare – dalla conservazione delle registrazioni alla loro estrazione – il rischio è quello di risposte tardive, incomplete o addirittura assenti. Al contrario, un sistema ben regolato consente di gestire in modo ordinato ogni richiesta, garantendo sia il diritto del cittadino sia il rispetto della normativa sulla privacy.

Resta poi un ulteriore elemento di attenzione: se l’intero impianto di videosorveglianza non è conforme alle regole sulla protezione dei dati, le immagini potrebbero perdere valore anche sotto il profilo giuridico. Un aspetto che trasforma una questione apparentemente semplice – ottenere un video – in un tema più ampio, che riguarda la legittimità e l’affidabilità dei sistemi pubblici.


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Compensi sotto verifica: dal 15 giugno la PA paga dopo il controllo su fisco e contributi

Dal prossimo 15 giugno cambia in modo significativo il meccanismo di pagamento dei compensi ai professionisti da parte della pubblica amministrazione. La novità, introdotta dalla legge di bilancio 2026, impone un controllo preventivo sulla posizione fiscale e contributiva del beneficiario prima di procedere a qualsiasi liquidazione.

Il nuovo assetto normativo, inserito nell’articolo 48-bis del DPR 602/1973, prevede che le amministrazioni verifichino tramite banca dati l’eventuale presenza di debiti iscritti a ruolo. In caso di inadempienza, anche per importi contenuti, la somma corrispondente viene trattenuta e versata direttamente all’agente della riscossione, con pagamento al professionista limitato alla sola eventuale eccedenza.

A chiarire l’ambito applicativo è intervenuta una circolare del Ministero della Giustizia, che estende l’obbligo a tutti i lavoratori autonomi che percepiscono compensi riconducibili ai redditi di cui all’articolo 54 del TUIR. Il perimetro è ampio e comprende avvocati – inclusi quelli operanti nel patrocinio a spese dello Stato – ma anche consulenti tecnici, periti, mediatori, interpreti, psicologi forensi e altre figure professionali coinvolte nei procedimenti giudiziari.

Uno degli elementi più rilevanti riguarda l’abbassamento della soglia: la verifica scatterà per qualsiasi pagamento, anche inferiore ai 5 mila euro. Non è più prevista la sospensione del pagamento, ma un meccanismo diretto di compensazione tra credito del professionista e debito verso l’erario o gli enti previdenziali.

La norma si applicherà a tutte le liquidazioni effettuate dopo il 15 giugno, indipendentemente dal momento in cui è stata svolta la prestazione. Ciò significa che anche compensi maturati in passato, se pagati successivamente, saranno soggetti alla nuova disciplina.

Le tipologie di debito che possono attivare la trattenuta sono numerose: dalle imposte come Irpef, Iva e Irap, ai contributi previdenziali, fino a sanzioni amministrative e crediti affidati alla riscossione, comprese multe e tributi locali.

Le ricadute pratiche non sono trascurabili, soprattutto per alcune categorie. In particolare, il sistema potrebbe incidere sul patrocinio a spese dello Stato, dove i compensi sono spesso contenuti e liquidati con tempi già dilatati. Il rischio è che le somme vengano assorbite integralmente da debiti pregressi, rendendo meno sostenibile l’attività difensiva in favore dei soggetti non abbienti.

Non sono mancate le critiche. Il Consiglio Nazionale Forense ha definito la misura penalizzante e potenzialmente lesiva del diritto di difesa, mentre il Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili ha evidenziato l’impatto negativo sui professionisti, soprattutto nei casi di debiti di modesta entità o ancora oggetto di contestazione.


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Antiriciclaggio: la Corte d’Appello di Roma delimita gli obblighi dei notai

Una pronuncia destinata a incidere in modo concreto sulla pratica professionale chiarisce i confini degli obblighi antiriciclaggio a carico dei notai. La Corte d’Appello di Roma, con la sentenza n. 765 del 20 marzo 2026, ha stabilito che non può essere richiesto al professionista di assumere un ruolo investigativo autonomo nell’ambito delle verifiche previste dal Decreto Legislativo 231/2007.

Il principio affermato segna un punto fermo: l’adeguata verifica della clientela e l’eventuale segnalazione di operazioni sospette non implicano l’obbligo di svolgere indagini ulteriori rispetto alle informazioni già disponibili. In particolare, viene esclusa la necessità di consultare banche dati esterne, effettuare ricerche online o utilizzare strumenti informativi aggiuntivi non direttamente connessi all’attività professionale.

La decisione interviene in un contesto in cui, negli ultimi anni, si è assistito a un progressivo ampliamento degli obblighi di collaborazione attiva, spesso interpretati in senso estensivo. La Corte, invece, riporta l’attenzione su un criterio di equilibrio: il dovere di segnalazione deve essere valutato sulla base degli elementi concretamente acquisiti durante lo svolgimento dell’incarico, senza trasformarsi in un onere generalizzato di indagine.

Particolarmente rilevante è il chiarimento sulla nozione di “sospetto”. Secondo i giudici, non può essere costruita su valutazioni astratte o su elementi desunti ex post, ma deve fondarsi su un giudizio di ragionevole prevedibilità, ancorato alle informazioni effettivamente disponibili al momento della prestazione professionale.

La vicenda nasce dall’irrogazione di una sanzione amministrativa nei confronti di un notaio, accusato di non aver segnalato operazioni ritenute anomale, tra cui aumenti di capitale con sovrapprezzo effettuati in tempi ravvicinati e con risorse di provenienza estera. L’Amministrazione aveva individuato diversi indici di anomalia, tra cui la rilevanza degli importi e la presunta incoerenza con il profilo economico del soggetto coinvolto.

La Corte ha però ritenuto che tali elementi non potessero automaticamente tradursi in un obbligo di segnalazione, ribadendo che la valutazione deve essere condotta ex ante e nei limiti delle conoscenze accessibili al professionista.


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Giustizia digitale e semplificazione: il Pnrr accelera tra innovazione e fase transitoria

Il percorso di trasformazione digitale della giustizia e della pubblica amministrazione entra in una nuova fase, segnata da interventi normativi che puntano a coniugare innovazione e continuità operativa. Tra le novità più rilevanti emerge l’evoluzione dell’IT Wallet, il portafoglio digitale destinato a diventare uno strumento centrale per l’identità e i servizi del cittadino.

La proposta governativa amplia significativamente la platea degli utilizzatori: anche i minorenni potranno accedere al servizio, in alcuni casi senza necessità di autorizzazione da parte dei genitori, salvo le ipotesi in cui la legge richieda espressamente un intervento della responsabilità genitoriale. Una scelta che segna un cambio di paradigma nella gestione dell’identità digitale, rendendola progressivamente più autonoma e diffusa.

Parallelamente, il sistema è destinato a crescere rapidamente. Se oggi il portafoglio digitale consente l’inserimento di un numero limitato di documenti, nel giro di un anno tutte le amministrazioni pubbliche saranno chiamate ad adeguare i propri servizi. L’obiettivo è ambizioso: superare le duecento credenziali disponibili, includendo titoli di studio, certificazioni, attestazioni di residenza, iscrizioni elettorali e documentazione Isee. Tra le innovazioni più significative anche la possibilità di dimostrare la maggiore età senza condividere dati personali sensibili e l’introduzione della tessera elettorale digitale, che si affiancherà a quella tradizionale.

Accanto alla spinta verso la digitalizzazione, il legislatore interviene anche per gestire la fase di transizione. In ambito penale, viene infatti prevista una norma di salvaguardia che consente al procuratore generale presso la Corte d’appello di continuare a depositare l’atto di appello in formato cartaceo fino al completamento dell’informatizzazione degli uffici giudiziari. Una soluzione pragmatica, che riconosce le difficoltà operative ancora presenti nel passaggio al processo penale telematico.

Le modifiche introdotte non si limitano al processo penale. La giustizia tributaria viene riorganizzata su base territoriale, con tre direzioni individuate a Milano, Roma e Napoli, ciascuna competente rispettivamente per Nord, Centro e Sud. Una redistribuzione che punta a migliorare il coordinamento e l’efficienza amministrativa.

Novità anche per i professionisti, che potranno iscriversi all’Albo nazionale dei gestori ambientali per svolgere attività di raccolta e trasporto dei rifiuti non pericolosi prodotti nell’ambito della propria attività, entro i limiti previsti dalla normativa. Si tratta di un’apertura che riconosce l’evoluzione delle professioni e la necessità di adattare le regole ai nuovi modelli operativi.

Infine, viene rafforzato il ruolo della Commissione parlamentare per la semplificazione, chiamata non solo a monitorare l’attuazione delle misure legate al Pnrr, ma anche a formulare proposte e a redigere una relazione annuale sui processi di semplificazione normativa e amministrativa.


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