PNRR, edilizia giudiziaria avanti: completati 41 cantieri e target già superato

Lo scorso 31 marzo si sono conclusi i lavori di realizzazione degli interventi di riqualificazione previsti dal PNRR per 41 dei 60 cantieri avviati negli scorsi anni. Grazie al lavoro congiunto del Ministero della Giustizia, dei Provveditorati interregionali alle Opere Pubbliche e delle Direzioni Regionali dell’Agenzia del Demanio, risultano riqualificati oltre 390.000 mq, un dato che mette in sicurezza il target PNRR M2C3-8 di 289.000 mq. Si avviano ora le attività di controllo propedeutiche alla rendicontazione alla Commissione Europea.

Gli interventi hanno previsto, tra l’altro, la riqualificazione degli edifici esistenti attraverso interventi strutturali, impiantistici e funzionali, la realizzazione di nuovi spazi per migliorare la capacità ricettiva degli uffici giudiziari, l’efficientamento energetico e l’utilizzo di materiali a ridotto impatto ambientale, il miglioramento dell’accessibilità per utenti e operatori.

Tra gli interventi conclusi, distribuiti geograficamente su tutto il territorio nazionale, figurano il Palazzo di Giustizia di Genova, che ha proceduto alla riqualificazione di 40.323,74 mq, il Palazzo di Giustizia di Milano che ha proceduto a rinnovare gli spazi destinati al Ministero della Giustizia per complessivi 85.675,44 mq, ancora il Palazzo di Giustizia di Torino “Bruno Caccia”, il Tribunale di Palermo sede di via Impallomeni, il Tribunale per i Minorenni di Roma sede di via dei Bresciani, il palazzo del Tribunale e della Procura della Repubblica di Ancona, il Palazzo dei Tribunali a Reggio Calabria sede della Corte di Appello e due nuovi padiglioni del III lotto della Cittadella della Giustizia di Venezia (ex Manifattura Tabacchi) realizzati grazie all’impegno del capoluogo lagunare.

L’impegno continua nella direzione di portare a compimento tutti i cantieri entro la fine del Piano. Per informazioni sullo stato di avanzamento di tutti i 60 cantieri è possibile consultare il seguente link: https://www.giustizia.it/giustizia/page/it/pnrr_mappa_edilizia_giudiziaria.


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Ministero: “Smaltito l’arretrato Pinto, 140 milioni liquidati e conti in ordine”

Roma, 14 aprile 2026 – Oltre 67 mila beneficiari, per un totale di 140 milioni di euro. È il volume economico degli indennizzi per irragionevole durata dei processi previsti dalla legge Pinto. L’azione mirata del Dipartimento per gli affari di giustizia del Ministero per ridurre l’arretrato accumulato dal 2014 al 2023 ha ricevuto un vivo apprezzamento in audizione da parte del Presidente della Corte dei conti, Guido Carlino.

Alla significativa riduzione dell’arretrato vanno aggiunti oltre 80 milioni di euro liquidati dalle Corti d’Appello per le istanze del 2025. Per quanto riguarda il Fondo imputati assolti, sono stati rimborsati 4,5 milioni di euro a 780 cittadini.

L’apprezzamento della Corte dei conti arriva anche in merito a un risultato mai raggiunto prima da via Arenula: la chiusura dell’anno contabile senza debiti fuori bilancio. Tutte le fatture in carico agli uffici giudiziari per spese di giustizia e spese per intercettazioni sono state pagate.

Merito di una “grande sinergia tra il ministero e gli uffici periferici nel raggiungere questi straordinari risultati”, ha sottolineato la Capo Dipartimento per gli affari di giustizia, Antonia Giammaria.


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Contributo unificato, stretta sui ritardi: dopo 30 giorni scatta il recupero coattivo

Nuove regole operative per il pagamento del contributo unificato nei procedimenti civili: decorso il termine di trenta giorni senza versamento, si attiva il recupero coattivo tramite iscrizione a ruolo. A chiarire il funzionamento è la circolare del Ministero della Giustizia del 10 aprile 2026, che fornisce indicazioni applicative sulla disciplina introdotta dalla legge di bilancio 2025.

Il principio è netto: il pagamento effettuato entro trenta giorni dall’iscrizione a ruolo (o dalla costituzione in giudizio per il convenuto) esclude qualsiasi conseguenza ulteriore. Superata questa soglia, invece, il debito viene trasmesso per il recupero, con applicazione di interessi legali e di una sanzione significativa, pari al 70% dell’importo dovuto.

La tempistica diventa quindi decisiva. Se il pagamento interviene dopo la scadenza ma prima che sia stata formalmente aperta la posizione debitoria, la cancelleria può comunque accettarlo, registrandolo nel fascicolo telematico. Tuttavia, in questa fase, restano dovuti interessi e sanzioni, che verranno recuperati separatamente.

Diversa è l’ipotesi in cui la procedura esattoriale sia già stata avviata: in tal caso, il pagamento non può più essere gestito dagli uffici giudiziari e l’intera posizione – comprensiva di capitale, interessi e sanzioni – dovrà essere definita direttamente con Equitalia Giustizia.

Un regime analogo si applica anche al contributo aggiuntivo dovuto in caso di rigetto o inammissibilità dell’impugnazione. Qui, però, il termine dei trenta giorni decorre dalla pubblicazione del provvedimento e non dall’iscrizione a ruolo. Anche in questo caso, il pagamento tempestivo consente di evitare aggravi.

Elemento centrale del sistema è la verifica preventiva attraverso il registro informatico utilizzato dagli uffici giudiziari. È proprio tramite questo controllo che la cancelleria decide se accettare o meno un pagamento tardivo, evitando duplicazioni o successive richieste di rimborso.

Una particolarità riguarda i giudizi di legittimità: per la Corte di cassazione, non essendo integrata nel sistema informativo ordinario, le attività di verifica e recupero restano in capo alla cancelleria del giudice che ha emesso la decisione definitiva.

L’impianto delineato mira a rendere più efficiente la riscossione, riducendo margini di incertezza e semplificando le procedure. Al tempo stesso, introduce una responsabilizzazione più marcata per i professionisti, chiamati a rispettare termini stringenti per evitare conseguenze economiche rilevanti.


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Omicidio stradale, dieci anni dopo: più rigore, ma il sistema resta da calibrare

A dieci anni dall’introduzione della legge sull’omicidio stradale, il bilancio resta complesso e articolato. Se sul piano della sicurezza i dati non consentono di isolare con certezza l’impatto della riforma, sul versante giuridico emerge con chiarezza un sistema costruito su un marcato inasprimento delle sanzioni, accompagnato da continui interventi correttivi della giurisprudenza costituzionale.

La struttura normativa si fonda su reati di natura colposa – omicidio e lesioni personali stradali – arricchiti però da un ampio catalogo di aggravanti. Queste, in molti casi, sono legate a comportamenti volontari del conducente, come la guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, l’eccesso di velocità particolarmente grave o condotte pericolose alla guida. Il risultato è un sistema che, pur restando nell’alveo della colpa, presenta tratti di severità tipici dei reati dolosi.

A rafforzare questa impostazione contribuiscono ulteriori elementi: il divieto di bilanciamento tra aggravanti e attenuanti e le conseguenze più incisive in caso di fuga del conducente. Un impianto che ha superato, nel complesso, il vaglio della Corte costituzionale italiana, la quale ha tuttavia sottolineato la necessità di garantire sempre la possibilità di modulare la pena in concreto.

Proprio sul terreno della proporzionalità si gioca oggi la partita più rilevante. In presenza di pene elevate, diventa centrale il riconoscimento del concorso di colpa, che consente una riduzione significativa della sanzione quando l’evento non è esclusivamente imputabile alla condotta dell’imputato. Questo istituto rappresenta, di fatto, uno degli strumenti principali per adattare la risposta penale alla reale incidenza causale del fatto.

Parallelamente, la Consulta ha confermato la linea rigorosa anche sul fronte dei benefici. In particolare, è stata ritenuta legittima l’esclusione della messa alla prova per l’omicidio stradale, evidenziando come tale misura sia ancorata alla pena edittale e non possa essere influenzata da attenuanti successive.

Non meno significativa è stata l’evoluzione delle sanzioni accessorie. L’automatismo della revoca della patente è stato ridimensionato, introducendo una distinzione tra le ipotesi più gravi – legate ad alcol o droga – e quelle in cui è necessario un apprezzamento concreto del giudice. Una scelta che riconosce il peso afflittivo della misura e la sua incidenza sulla vita del condannato.

Ulteriori interventi hanno riguardato la procedibilità delle lesioni personali stradali, oggi differenziata tra ipotesi più gravi, perseguite d’ufficio, e fattispecie meno rilevanti, per le quali è richiesta la querela di parte.

Nel frattempo, il perimetro della disciplina si è ampliato, includendo nuove fattispecie come l’omicidio nautico e i casi di incidenti causati dall’abbandono di animali sulla strada. Segno di una normativa in continua evoluzione, chiamata a confrontarsi con nuove forme di rischio.


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La nuova frontiera dell’AI: non è una guerra di idee ma di potenza di calcolo

Nel dibattito contemporaneo sull’intelligenza artificiale, il confronto tra visioni sembra spesso giocarsi sul terreno dei principi: da una parte l’innovazione spinta e orientata al mercato, dall’altra un approccio più prudente, attento ai rischi e ai limiti etici. Tuttavia, questa lettura rischia di essere superficiale.

Se si adotta uno sguardo più concreto, emerge una dinamica diversa: i conflitti tra modelli culturali e tecnologici riflettono sempre più spesso una competizione per risorse scarse. E anche nell’universo digitale, apparentemente immateriale, questa logica si impone con forza.

Un caso emblematico è il confronto tra OpenAI e Anthropic, due protagonisti della nuova stagione dell’AI generativa. Le differenze tra i due approcci – più orientato al prodotto il primo, più attento alla sicurezza il secondo – sono reali, ma non esauriscono la posta in gioco.

Il vero punto di frizione è sempre più legato alla disponibilità di potenza di calcolo. L’intelligenza artificiale, infatti, non è soltanto una questione di algoritmi o modelli: è soprattutto infrastruttura. Chip avanzati, data center, capacità energetica e accesso a hardware specializzato rappresentano oggi il vero collo di bottiglia.

I segnali sono evidenti. L’aumento esponenziale della domanda di risorse computazionali, la crescita vertiginosa degli utenti e il costo sempre più elevato delle GPU di fascia alta stanno trasformando il mercato. Non si tratta di una semplice fase di espansione ma di una pressione strutturale che favorisce pochi grandi attori, rafforzando dinamiche oligopolistiche.

In questo contesto, anche le scelte etiche rischiano di essere subordinate alla disponibilità di risorse. Limitazioni nell’accesso ai servizi, restrizioni sulle funzionalità o rallentamenti nello sviluppo non dipendono solo da strategie aziendali, ma da vincoli materiali. La scarsità, in altre parole, diventa un fattore politico.

Il risultato è un progressivo spostamento del baricentro del dibattito. Non basta più chiedersi se l’intelligenza artificiale sia sicura o pericolosa, né se debba essere regolata in senso più o meno restrittivo. La domanda cruciale diventa un’altra: chi controlla l’infrastruttura che rende possibile l’AI?

Oggi, la governance di queste risorse è concentrata in un numero limitato di soggetti privati, mentre le istituzioni pubbliche faticano a tenere il passo. L’autoregolazione dell’industria, spesso invocata come soluzione, mostra limiti evidenti di fronte a interessi economici e pressioni geopolitiche sempre più forti.

La conseguenza è che il potere non risiede più soltanto nei modelli o nei dati, ma nella capacità di sostenere e scalare l’infrastruttura tecnologica. È lì che si decide chi può innovare, chi può accedere e, in ultima analisi, chi può influenzare la direzione dello sviluppo.

Per questo motivo, il tema della “carestia del calcolo” non può essere considerato un dettaglio tecnico. È una questione politica, che interroga direttamente governi, regolatori e cittadini. Senza una risposta istituzionale adeguata, il rischio è che la trasformazione digitale proceda lungo traiettorie determinate da pochi centri di potere, con implicazioni profonde per l’economia, la conoscenza e la democrazia stessa.


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Nuove regole sul contributo unificato: i chiarimenti del Ministero

Una nota del Dipartimento Affari di Giustizia chiarisce le conseguenze dell'omesso pagamento del contributo unificato nei processi civili. Novità anche per le cause di cittadinanza.

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Cartelle, la prova della notifica è decisiva: senza dati del ricevente l’atto è invalido

Nel contenzioso tributario la prova della notifica non può essere ridotta a un dato formale o incompleto. A ribadirlo è la Corte di giustizia tributaria di primo grado di Roma (17691/2025), che con una recente pronuncia ha chiarito come la semplice indicazione del numero di raccomandata o l’affermazione generica dell’avvenuta consegna non siano sufficienti a dimostrare la regolare notifica di una cartella di pagamento.

Il caso trae origine dall’impugnazione di un’intimazione di pagamento da parte di un contribuente, che contestava di non aver mai ricevuto la cartella presupposta. L’amministrazione, nel costituirsi in giudizio, si era limitata a richiamare gli estremi della spedizione, senza produrre una documentazione completa e idonea a dimostrare il perfezionamento della notifica.

In particolare, la relata depositata risultava carente di elementi essenziali: mancavano le generalità del soggetto che avrebbe ricevuto l’atto, non era indicata la sua qualifica e non vi era alcuna attestazione circa l’eventuale assenza del destinatario. A ciò si aggiungeva un’ulteriore criticità, rappresentata da una evidente incoerenza temporale tra le date indicate dall’amministrazione, con una notifica della cartella collocata addirittura dopo quella dell’intimazione.

Di fronte a queste lacune, i giudici hanno ritenuto non provata la notifica della cartella, con conseguenze decisive sull’intera pretesa tributaria. In assenza di un valido atto presupposto, infatti, l’intimazione di pagamento è stata dichiarata priva di fondamento, venendo meno il titolo esecutivo su cui si basava.

La decisione affronta anche il tema della prescrizione, escludendo l’applicabilità del termine decennale in mancanza di un accertamento definitivo del credito. Senza una notifica valida della cartella, non si producono effetti interruttivi e non si consolida alcuna posizione giuridica a favore dell’amministrazione, con la conseguente non debenza delle somme richieste.

Il principio affermato rafforza il ruolo dell’onere probatorio a carico dell’ente impositore. Non è sufficiente richiamare l’avvenuta spedizione: è necessario dimostrare in modo puntuale tutte le fasi della notifica, attraverso documenti completi e coerenti. Solo così può dirsi rispettato il diritto di difesa del contribuente.

La pronuncia si inserisce in un orientamento che privilegia la sostanza delle garanzie rispetto a una visione meramente formale del procedimento. In un sistema in cui la notifica rappresenta il presupposto imprescindibile per la validità degli atti successivi, ogni carenza probatoria si riflette inevitabilmente sull’intera catena della riscossione.

Non a caso, la Corte ha accolto il ricorso e condannato in solido l’amministrazione e l’agente della riscossione al pagamento delle spese di lite, sancendo in modo netto l’importanza di una prova rigorosa e completa della notifica.


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Cartelle via Pec valide anche senza firma digitale: la Cassazione chiarisce

La notifica delle cartelle di pagamento tramite posta elettronica certificata non richiede necessariamente la firma digitale per essere valida. A stabilirlo è la Corte di Cassazione, che con una recente ordinanza interviene su un tema da tempo al centro del contenzioso tributario, chiarendo i confini tra formalità tecniche e validità giuridica degli atti.

Il caso nasce dall’impugnazione di un’intimazione di pagamento notificata via Pec a una società, che ne contestava la validità per l’assenza di firma digitale, attestazione di conformità e formato “.p7m”. Dopo la soccombenza nei gradi di merito, la questione è arrivata in Cassazione, che ha confermato la legittimità dell’atto.

Secondo i giudici, la mancanza di sottoscrizione digitale non incide sulla validità della cartella, poiché tale requisito non è previsto come elemento essenziale dell’atto. Ciò che rileva è, piuttosto, la sua riconducibilità all’amministrazione finanziaria che lo ha emesso. In assenza di contestazioni specifiche e circostanziate, la trasmissione tramite Pec è ritenuta sufficiente a garantire questa riferibilità.

La pronuncia chiarisce anche un altro aspetto tecnico: l’equivalenza tra i formati “.pdf” e “.p7m”. Se nel processo civile telematico tale equiparazione è già consolidata, la Cassazione ne estende l’applicazione anche agli atti notificati dall’amministrazione finanziaria, superando così una delle principali obiezioni sollevate nei ricorsi.

Sul piano normativo, viene inoltre ribadito che la disciplina della riscossione non prevede sanzioni per l’eventuale mancanza di sottoscrizione della cartella. Di conseguenza, opera una presunzione generale di legittimità e provenienza dell’atto amministrativo, che può essere superata solo attraverso una prova concreta e puntuale da parte del contribuente.

La decisione si inserisce in un orientamento giurisprudenziale ormai consolidato, volto a privilegiare la sostanza rispetto alla forma. L’obiettivo è evitare che irregolarità meramente tecniche possano tradursi in un ostacolo alla validità degli atti, soprattutto in un sistema sempre più orientato alla digitalizzazione.

Per contribuenti e professionisti, il messaggio è chiaro: la contestazione di una cartella notificata via Pec non può fondarsi su rilievi generici legati al formato o alla mancanza di firma digitale, ma deve individuare elementi concreti idonei a mettere in discussione la provenienza e la legittimità dell’atto.


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Scarto telematico, svolta dei giudici: è impugnabile e sanabile entro cinque giorni

Lo scarto telematico non è più solo un passaggio tecnico del sistema, ma può assumere un rilievo giuridico autonomo e, in quanto tale, essere impugnato. È questo il principio affermato dalla Commissione tributaria di secondo grado della Puglia con la sentenza n. 869/3/2026, che interviene su due aspetti centrali delle trasmissioni fiscali digitali: la natura dello scarto e la possibilità di rimediare agli errori entro un termine breve.

La decisione segna un punto di equilibrio tra esigenze procedurali e tutela sostanziale del contribuente. Secondo i giudici, infatti, la ricevuta di scarto può essere considerata un atto autonomamente impugnabile quando produce effetti immediatamente pregiudizievoli, come il mancato riconoscimento di un credito d’imposta o l’impossibilità di perfezionare una posizione favorevole. In questi casi, lo scarto non si esaurisce in una segnalazione tecnica, ma si traduce in una vera e propria barriera all’esercizio di un diritto.

L’impostazione si inserisce in un orientamento ormai consolidato, secondo cui l’elenco degli atti impugnabili previsto dalla normativa processuale tributaria non deve essere interpretato in modo rigido. Ciò che rileva è la sostanza dell’atto e la sua capacità di incidere concretamente sulla sfera giuridica del contribuente, non la sua qualificazione formale.

Accanto a questo principio, la pronuncia affronta anche il tema della ritrasmissione dei dati. I giudici chiariscono che il termine di cinque giorni per correggere e reinviare una comunicazione scartata non rappresenta un’eccezione limitata a specifiche dichiarazioni, ma un criterio generale che deve trovare applicazione in tutte le ipotesi di invio telematico.

Questa interpretazione supera una lettura restrittiva che tendeva a circoscrivere la possibilità di rimediare agli errori, valorizzando invece principi più ampi come la buona fede, la collaborazione tra amministrazione e contribuente e la proporzionalità dell’azione amministrativa. In sostanza, un errore materiale, se corretto tempestivamente e senza arrecare danno all’amministrazione, non può tradursi nella perdita definitiva di un beneficio.


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Le stime indicano che, in uno scenario di rapido rientro delle tensioni, il comparto potrebbe mantenere un ritmo di crescita intorno al 6,5% nel 2026, recuperando nella seconda parte dell’anno gli investimenti rinviati. Al contrario, un prolungamento del conflitto determinerebbe un rallentamento più marcato, con un incremento ridotto al 5,1% e una perdita stimata superiore ai 150 milioni di euro. Gli effetti più significativi, tuttavia, si manifesterebbero nel medio periodo, con impatti più pesanti attesi già dal 2027.

A incidere sulle scelte degli investitori non è tanto un blocco delle risorse quanto un aumento dell’incertezza. Il rialzo dei costi energetici, la pressione inflattiva e la riduzione del potere d’acquisto spingono le aziende a rivedere le strategie, rendendo le campagne più mirate, flessibili e orientate al breve termine. Non si assiste a una frenata generalizzata, ma a un cambio di approccio: meno slancio, più prudenza.

A sostenere il sistema contribuiscono alcuni fattori strutturali. In primo luogo, l’elevata concentrazione del mercato, con una larga quota degli investimenti che transita attraverso pochi grandi operatori, in particolare digitali. Le principali piattaforme globali continuano infatti a intercettare la maggior parte delle risorse, consolidando la loro posizione anche nelle fasi di turbolenza.

Il digitale si conferma il motore principale della crescita, affiancato dall’espansione dell’ecommerce, che ha ormai superato i 65 miliardi di euro in Italia. In questo contesto, il retail media si afferma come uno dei segmenti più dinamici, con una crescita a doppia cifra e un ruolo sempre più centrale nelle strategie dei brand.

Un ulteriore elemento di spinta arriva dall’intelligenza artificiale, che sta ridefinendo il mercato sia dal lato dell’offerta sia da quello della domanda. Da un lato crea nuove opportunità di monetizzazione e nuove categorie di inserzionisti, dall’altro accelera i processi competitivi, riducendo i tempi di ingresso e ampliando la visibilità per chi riesce a posizionarsi rapidamente.

Cambia anche la geografia degli investimenti. Cresce infatti la presenza di operatori internazionali, in particolare aziende asiatiche, che aumentano in modo significativo la spesa pubblicitaria sui mercati esteri per compensare la debolezza della domanda interna. Questo fenomeno contribuisce ad accrescere la pressione competitiva anche in Italia, dove in alcuni settori la comunicazione non solo non rallenta, ma diventa ancora più intensa.

Sul piano dei contenuti, le aziende adottano un tono più misurato e coerente con il contesto. Le campagne puntano meno sull’aspirazione e più sul valore, privilegiando messaggi concreti e vicini alle esigenze dei consumatori. Parallelamente, si registra uno spostamento delle risorse verso strumenti più efficienti e direttamente collegati alla conversione.

Tra i mezzi tradizionali, la televisione mantiene un ruolo rilevante, soprattutto grazie all’integrazione con il digitale, mentre l’out of home beneficia della spinta degli eventi e della progressiva digitalizzazione degli spazi. Più in difficoltà la stampa, che continua a scontare una contrazione strutturale.

In questo scenario, la raccomandazione per gli inserzionisti è chiara: evitare reazioni difensive eccessive. Ridurre drasticamente la presenza sul mercato può rivelarsi controproducente, soprattutto in una fase in cui nuovi attori e nuove tecnologie rendono più rapido l’accesso agli spazi lasciati liberi.


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Nelle scuole italiane il “digital detox” non è più solo un principio teorico, ma una pratica sempre più diffusa. Secondo i dati raccolti dal Ministero dell’Istruzione, oltre il 90% degli istituti ha recepito nei propri regolamenti il divieto di utilizzo degli smartphone durante le lezioni, segnando un primo risultato concreto nella gestione dell’impatto delle tecnologie digitali in aula.

Il giro di vite è stato introdotto progressivamente: inizialmente per scuole primarie e secondarie di primo grado, quindi esteso anche alle superiori, pur con alcune deroghe legate alla didattica inclusiva e all’uso di strumenti compensativi per studenti con bisogni educativi speciali. Un intervento amministrativo che, almeno sul piano applicativo, sembra aver prodotto effetti tangibili.

Il dato si inserisce però in un contesto in cui la presenza della tecnologia a scuola è ormai strutturale. Gli investimenti legati al PNRR hanno accelerato la trasformazione degli ambienti didattici, con oltre centomila aule convertite in spazi innovativi e una massiccia attività di formazione che ha coinvolto centinaia di migliaia di docenti e personale amministrativo. La digitalizzazione, dunque, non arretra: cambia piuttosto modalità e regole d’uso.

Accanto alle restrizioni sugli smartphone, le scuole stanno infatti rafforzando l’educazione digitale. Più di due terzi degli istituti hanno attivato percorsi specifici nell’ambito dell’educazione civica, affrontando temi come l’uso consapevole dei dispositivi, i rischi dei social network e la diffusione delle fake news. Parallelamente, cresce l’attenzione verso l’intelligenza artificiale: quasi tutte le scuole stanno adottando o predisponendo linee guida dedicate.

In questa direzione si inserisce anche il nuovo piano di formazione promosso dal Ministero, con risorse dedicate a laboratori, workshop e aggiornamento del personale, finalizzati a un utilizzo consapevole delle tecnologie emergenti. L’obiettivo è duplice: da un lato innovare la didattica, rendendola più personalizzata ed efficace; dall’altro semplificare i processi amministrativi.

Sul piano dei programmi, le novità sono destinate a incidere già nei prossimi anni. Le nuove linee guida per il primo ciclo rafforzano l’approccio alle discipline scientifiche e introducono l’informatica – e quindi anche i primi elementi di intelligenza artificiale – fin dalla scuola primaria. Per il secondo ciclo si lavora a un’integrazione trasversale dell’AI in tutte le materie.

Resta invece più incerto il quadro normativo sull’accesso ai social da parte dei minori. In Italia, i tentativi di regolazione sono ancora fermi a livello parlamentare, mentre altri Paesi stanno già sperimentando limiti più stringenti, con divieti o restrizioni basati sull’età. Una distanza che alimenta il dibattito sulla necessità di un intervento organico anche a livello nazionale.


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Italiani risparmiatori da primato: mai così tanti a pianificare il futuro

Il 58% mette da parte: casa, figli e pensione tra gli obiettivi principali. Ma il risparmio resta poco investito. Il rapporto Intesa Sanpaolo - Centro…

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