Il monitoraggio statistico sugli indicatori Pnrr relativo al 2025, pubblicato dal Ministero della Giustizia, evidenzia un progressivo avvicinamento agli obiettivi fissati per la riduzione dei tempi dei procedimenti e dell’arretrato. Dietro ai risultati, però, emergono ancora forti criticità organizzative e profonde differenze territoriali che rendono difficile parlare di una riforma strutturale del sistema giudiziario.
Nel settore penale il target previsto dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, ossia la riduzione del 25% della durata dei procedimenti rispetto al 2019, risulta sostanzialmente raggiunto. Più complessa resta invece la situazione del comparto civile, dove gli obiettivi sono stati rivisti al ribasso dopo la rinegoziazione intervenuta con la Commissione europea alla fine del 2023.
Entro il 30 giugno 2026 dovrà essere definito il 90% dei procedimenti civili ultra-arretrati pendenti al dicembre 2022, cioè fascicoli con oltre tre anni e mezzo di anzianità. Secondo i dati aggiornati al 31 dicembre 2025, i tribunali hanno già definito l’86,1% di questi procedimenti, mentre le corti d’appello sono arrivate all’86,7 per cento.
Numeri che consentono di intravedere il raggiungimento del target, ma che restano comunque lontani dagli standard europei e dagli stessi parametri fissati dalla legge Pinto sulla ragionevole durata del processo. Utilizzando infatti quei criteri, la riduzione dell’arretrato rispetto al 2019 sarebbe pari al 46,8% nei tribunali e al 53,2% nelle corti d’appello.
Un dato particolarmente significativo riguarda proprio le corti d’appello, dove tra le materie con il maggior incremento di nuovi procedimenti compare quella relativa alle richieste di equa riparazione per eccessiva durata dei processi.
Anche sul fronte della riduzione della durata prognostica dei procedimenti civili — il cosiddetto disposition time — il report registra i risultati migliori degli ultimi anni. A dicembre 2025 la riduzione complessiva rispetto al 2019 è pari al 28,8%, ancora distante però dall’obiettivo finale del 40% previsto dal Pnrr.
Nei tribunali si registra un aumento delle definizioni del 6,7%, legato soprattutto agli accertamenti tecnici preventivi, mentre nelle corti d’appello il miglioramento è attribuito principalmente ai provvedimenti relativi ai centri di permanenza per i rimpatri. In Cassazione, invece, il disposition time resta elevato, attestandosi a 863 giorni, circa il doppio rispetto ai 435 giorni medi registrati nei tribunali.
Il rapporto evidenzia inoltre forti squilibri tra gli uffici giudiziari: in alcune realtà la durata prevista di un procedimento civile in appello è inferiore a un anno, mentre in altre supera abbondantemente i due anni.
Secondo molte analisi, il miglioramento dei dati sarebbe stato favorito anche da interventi straordinari adottati negli ultimi mesi: applicazioni temporanee di magistrati, reclutamento di personale in pensione e sospensioni tecniche di alcuni procedimenti che hanno inciso statisticamente sulle definizioni.
Per questo motivo, il raggiungimento degli obiettivi Pnrr potrebbe non coincidere automaticamente con un reale consolidamento dell’efficienza del sistema giudiziario. Saranno soprattutto i dati successivi alla scadenza di giugno 2026 a mostrare se il miglioramento registrato rappresenti davvero un cambiamento stabile oppure soltanto l’effetto di misure emergenziali adottate per rispettare i target europei.
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