Il giudice boccia il ricorso scritto dall’IA: mancano coerenza e difesa effettiva

L’intelligenza artificiale può essere un valido strumento di supporto, ma non può sostituire la competenza e il vaglio dell’avvocato. È quanto ha stabilito il Tribunale di Torino, sezione lavoro, con una recente ordinanza (RGL 1018/2025), destinata a fare scuola.

Il caso riguardava l’opposizione di una lavoratrice contro avvisi di addebito emessi dall’ente previdenziale. Il ricorso è stato dichiarato manifestamente infondato: le censure erano tardive e formulate con argomentazioni astratte, prive di collegamento con la vicenda concreta. Il giudice ha definito l’atto «un coacervo di citazioni normative e giurisprudenziali astratte», privo di ordine logico e irrilevante rispetto al thema decidendum.

A rendere la vicenda ancora più significativa è stata la constatazione che il ricorso fosse stato redatto con il supporto di sistemi di intelligenza artificiale, senza alcuna revisione critica da parte della difesa. Un approccio che, secondo il Tribunale, «non è compatibile con il corretto esercizio del diritto di difesa».

La conseguenza è stata la condanna dell’opponente non solo alle spese di lite, ma anche al pagamento di 500 euro a ciascuna delle controparti e di ulteriori 500 euro alla cassa delle ammende, per lite temeraria ex art. 96 c.p.c., ritenendo la parte in mala fede o comunque gravemente colpevole.

Non si tratta di un precedente isolato. Già nel 2024 il Tribunale di Firenze aveva sottolineato la necessità che l’IA resti uno strumento ausiliario per ricerche e analisi, ma mai sostitutivo del controllo umano, unico garante di pertinenza e concretezza delle difese.

La decisione torinese rafforza dunque un principio emergente nella giurisprudenza e coerente con le nuove regole europee: l’uso dell’intelligenza artificiale può velocizzare il lavoro degli avvocati, ma solo se accompagnato da un vaglio professionale attento. In mancanza di questo filtro, il rischio è quello di produrre atti inutilizzabili, con conseguenze gravi non solo per il processo, ma anche sotto il profilo economico e disciplinare.


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IA, nuove misure fiscali e fondi per l’innovazione: il regime impatriati si estende anche ai ricercatori

L’intelligenza artificiale entra ufficialmente nell’agenda legislativa italiana. Con il voto definitivo del Senato del 17 settembre, il disegno di legge che disciplina il settore diventa realtà. Il provvedimento si ispira al regolamento europeo 2024/1689 e introduce due misure di sostegno pensate per attrarre competenze e capitali.

La prima novità riguarda il fronte fiscale: viene ampliato il “regime agevolativo per i lavoratori impatriati”. D’ora in avanti, potranno beneficiare della detassazione del 50% dei redditi fino a 600mila euro anche i professionisti che abbiano svolto attività di ricerca – anche applicata – nell’ambito delle tecnologie di intelligenza artificiale. Una mossa che punta a richiamare in Italia cervelli specializzati in uno dei comparti più strategici per la competitività futura.

La seconda misura è di natura finanziaria e prevede il rafforzamento del Fondo nazionale innovazione, gestito da Cdp Venture Capital. La dotazione sale a un miliardo di euro, con una quota consistente riservata al settore della cybersecurity, cruciale per la protezione dei sistemi digitali e per la fiducia negli strumenti basati sull’IA.

Nessun nuovo incentivo fiscale “verticale” dedicato esclusivamente all’intelligenza artificiale: il governo ha scelto di puntare sugli strumenti già esistenti, come i crediti d’imposta per ricerca e sviluppo, il patent box e i benefici previsti per le start-up innovative. Misure che, se correttamente applicate, restano accessibili anche alle imprese del comparto AI.

Non è escluso che ulteriori interventi arrivino con la prossima legge di bilancio, in particolare sul fronte della formazione. L’alfabetizzazione digitale e l’aggiornamento delle competenze sui sistemi di IA sono infatti tra le priorità indicate anche dal regolamento europeo. Si parla della possibile reintroduzione del credito d’imposta per la formazione 4.0, già operativo tra il 2018 e il 2022, in una versione rimodulata per sostenere imprese e lavoratori in un settore in continua evoluzione.


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Lombardia, terra d’innovazione: 2,8 miliardi di investimenti esteri in arrivo per ICT e AI

La Lombardia si conferma locomotiva economica del Paese e calamita per gli investimenti internazionali. Mentre a livello mondiale i capitali esteri hanno subito una frenata (-11% tra 2023 e 2024), il Nord Italia va in controtendenza: i flussi in Regione sono aumentati del 6%, segnale di una capacità attrattiva che non accenna a diminuire.

Il report diffuso dall’assessorato allo Sviluppo economico fotografa uno scenario in evoluzione. A trainare la crescita non è più il manifatturiero tradizionale, oggi in difficoltà, ma i comparti più innovativi: semiconduttori, scienze della vita, tecnologie pulite e soprattutto ICT, con data center e progetti legati all’intelligenza artificiale.

Palazzo Lombardia gestisce attualmente 288 iniziative di investimento. Attraverso il programma Invest in Lombardia sono già stati avviati contatti con 600 realtà ad alto potenziale di internazionalizzazione: 71 di queste hanno annunciato piani concreti, per un valore stimato di 2,8 miliardi di euro e la creazione di 3.770 nuovi posti di lavoro. Nel 2024 la Regione ha catalizzato 96 progetti su 249 complessivi in Italia, mantenendo una quota stabile attorno al 40% negli ultimi cinque anni.

«La nostra strategia – spiega l’assessore Guido Guidesi – si fonda su tre pilastri: far conoscere le potenzialità del territorio nei settori ad alto valore aggiunto; accompagnare le imprese con un approccio one stop-shop che assicura assistenza personalizzata in tutte le fasi; promuovere nel mondo l’immagine della Lombardia attraverso eventi, comunicazione e relazioni istituzionali».

Al di là degli incentivi economici – perlopiù finanziati con fondi europei – la Regione punta a rafforzare il marketing territoriale, ridurre i passaggi burocratici e sostenere la competitività delle filiere strategiche. Un piano che sembra già dare i primi frutti: tra i nuovi progetti annunciati spiccano in particolare quelli promossi da aziende francesi, seguite da gruppi statunitensi, cinesi e spagnoli.


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Nvidia investe 100 miliardi in OpenAI: nasce l’asse che ridisegna il futuro dell’intelligenza artificiale

Nvidia alza la posta nella corsa all’intelligenza artificiale. Il colosso dei semiconduttori ha annunciato un piano da 100 miliardi di dollari per entrare nel capitale di OpenAI, la società che ha dato vita a ChatGPT. Una cifra senza precedenti, che segna una svolta storica nell’alleanza tra il principale produttore mondiale di chip e uno degli attori più innovativi nel campo dell’AI generativa.

L’accordo prevede la costruzione di una rete globale di data center con una capacità complessiva di 10 gigawatt, basata sulla nuova architettura “Vera Rubin”, erede della piattaforma Blackwell. La prima tranche, pari a 10 miliardi di dollari, sarà versata da Nvidia al raggiungimento del primo gigawatt operativo, previsto per la seconda metà del 2026. Tutto l’investimento sarà corrisposto in contanti e scandito dal progresso delle infrastrutture.

Per Sam Altman, ceo di OpenAI, la portata strategica è chiara: «La capacità di calcolo è la nuova base dell’economia globale. Con Nvidia costruiremo infrastrutture che permetteranno scoperte rivoluzionarie nell’intelligenza artificiale e applicazioni su larga scala». Sulla stessa linea Jensen Huang, fondatore e numero uno di Nvidia, che ha definito la partnership «il prossimo salto in avanti» della tecnologia AI.

La collaborazione non nasce dal nulla: OpenAI già oggi utilizza milioni di processori Nvidia per addestrare i propri modelli linguistici, e il nuovo patto consolida una relazione che potrebbe diventare il pilastro dell’intera industria tecnologica. Gli analisti stimano che ogni gigawatt di capacità possa generare fino a 50 miliardi di ricavi: il progetto, quindi, potrebbe arrivare a valere complessivamente 500 miliardi.

L’intesa, però, non è esente da rischi. Alcuni osservatori avvertono che un legame così stretto con un singolo cliente potrebbe esporre Nvidia a nuove vulnerabilità, soprattutto in un settore in cui i concorrenti — dalle big tech con chip proprietari ai produttori emergenti — si muovono rapidamente. Ma per la maggioranza degli analisti il beneficio supera di gran lunga i pericoli: blindare OpenAI come cliente strategico e assicurarsi un ruolo insostituibile nella filiera dell’AI significa consolidare il primato di Nvidia in un mercato destinato a crescere in modo esponenziale.

Con questo investimento, Nvidia non si limita a difendere la leadership conquistata, ma si candida a diventare l’infrastruttura portante dell’intelligenza artificiale mondiale, dal silicio alle applicazioni più avanzate.


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TikTok, svolta americana: l’algoritmo sarà concesso in licenza a un gruppo di investitori USA

Dopo settimane di trattative serrate e indiscrezioni contrastanti, prende forma l’intesa che potrebbe assicurare un futuro stabile a TikTok negli Stati Uniti. Secondo fonti vicine all’amministrazione Trump, il nodo centrale – la gestione dell’algoritmo che regola il funzionamento dell’app – sarebbe stato sciolto con una soluzione inedita: una copia del software sarà concessa in licenza dalla Cina a un gruppo di investitori americani incaricati di vigilare sul funzionamento della piattaforma sul territorio statunitense.

L’accordo, che vede coinvolti nomi di peso come la famiglia Murdoch, Larry Ellison (fondatore di Oracle) e Michael Dell, punta a garantire la sicurezza nazionale sottraendo all’influenza cinese il controllo dei dati. ByteDance, la società madre con sede a Pechino, resterà proprietaria dell’algoritmo originale, ma non potrà interferire nella gestione americana di TikTok.

La versione statunitense della piattaforma lavorerà infatti su una copia “addestrata” esclusivamente con i dati raccolti negli USA, assicurando che Pechino non abbia alcun accesso alle informazioni sensibili degli utenti. Una scelta che mette fine a uno dei dossier più delicati dei negoziati tra Washington e la società cinese: come proteggere la privacy dei cittadini americani da eventuali interferenze estere.

Se confermata, questa soluzione potrebbe rappresentare un compromesso in grado di preservare TikTok sul mercato statunitense, garantendo al tempo stesso trasparenza e supervisione da parte di figure imprenditoriali ritenute affidabili dal governo.


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Intelligenza artificiale, sette authority in campo: rischio ingorgo regolatorio

Il nuovo cantiere normativo sull’intelligenza artificiale in Italia è ufficialmente aperto. Con la legge quadro approvata in via definitiva dal Senato lo scorso 17 settembre, il legislatore ha fissato i principi di raccordo con il regolamento UE 2024/1689 (AI Act), conferendo al Governo tre ampie deleghe legislative. Ma il quadro che si delinea è tutt’altro che lineare: sul terreno della vigilanza e della promozione dell’IA si muovono almeno sette autorità, con il rischio concreto di sovrapposizioni.

I due poli principali restano l’AgID (Agenzia per l’Italia Digitale) e l’ACN (Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale), incaricate rispettivamente di promuovere l’innovazione e di vigilare su sicurezza e ispezioni. A queste si aggiungono Banca d’Italia, Consob e Ivass per i profili legati ai servizi finanziari, mentre Garante Privacy e Agcom manterranno ruoli di controllo nei rispettivi ambiti. Per tentare di coordinare un sistema così frammentato, la legge istituisce un Comitato di coordinamento presso la Presidenza del Consiglio, con compiti di armonizzazione e indirizzo.

Il provvedimento tocca molti settori: dalla sanità – con l’uso dell’IA nella ricerca e nella gestione del Fascicolo Sanitario Elettronico – alla giustizia, dove i giudici potranno utilizzare strumenti di IA per l’analisi dei fascicoli e la redazione delle minute. Viene introdotta un’aggravante penale per i reati commessi con sistemi di intelligenza artificiale, oltre a nuove fattispecie come l’illecita diffusione di contenuti generati o alterati da algoritmi.

Non mancano i nodi da sciogliere: dall’uso dei dati personali per addestrare i modelli, alla responsabilità civile e penale per danni causati dai sistemi, fino al problema della compatibilità con le norme processuali.

La legge, infine, istituisce una Strategia nazionale per l’intelligenza artificiale, affidata alla Struttura della Presidenza del Consiglio per l’innovazione tecnologica e la transizione digitale. Un tassello necessario, ma che dovrà misurarsi con un mosaico regolatorio affollato e con l’urgenza di dare certezze ad aziende, professionisti e pubbliche amministrazioni che già oggi utilizzano l’IA nei propri processi.


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I criminali digitali non puntano più alle “cassaforti” meglio protette, ma sfruttano i punti deboli: fornitori minori, sistemi obsoleti, comportamenti quotidiani degli utenti. Le campagne di phishing diventano sempre più credibili grazie all’uso di identità sintetiche, deepfake e AI generativa, mentre il ransomware continua a crescere come strumento di ricatto globale.

La nuova frontiera è rappresentata dall’AI agentica, sistemi autonomi capaci di effettuare pagamenti, chiedere credito o negoziare servizi senza intervento umano. Un’opportunità enorme per banche e imprese, ma anche un’arma nelle mani dei truffatori. Nel frattempo, l’avanzata del quantum computing rischia di rendere obsolete le attuali difese crittografiche.

In parallelo, i pagamenti digitali evolvono: wallet universali, tokenizzazione e biometria promettono transazioni più veloci e sicure. Già entro il 2030 i numeri delle carte fisiche saranno sostituiti da codici digitali unici, ma la crescita esponenziale dei punti di contatto aumenterà anche le vulnerabilità.

La governance globale resta il vero anello debole: mentre i criminali collaborano in tempo reale, i governi avanzano in ordine sparso. Stati Uniti e Cina spingono su modelli opposti, l’Europa tenta di mediare, ma lo scenario resta frammentato. Un mosaico normativo che rende più difficile una risposta comune e lascia spazio a nuove economie parallele del crimine digitale.


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Scuola sotto attacco: boom di ransomware e phishing nel 2025

Il ritorno in classe non porta con sé soltanto libri e lezioni, ma anche una raffica di minacce informatiche. Secondo i dati di Check Point, da gennaio a luglio 2025 scuole e università hanno registrato in media 4.356 attacchi a settimana, il 41% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. L’Italia è tra i Paesi più colpiti: gli attacchi settimanali sono balzati a quota 8.593, con un incremento dell’82%, seconda solo a Hong Kong.

Le vulnerabilità sono note: credenziali condivise, sistemi datati, budget IT ridotti e un’utenza vasta e frammentata che va da studenti a famiglie. I criminali approfittano di periodi sensibili, come il rientro a scuola, registrando domini “clone” e inviando campagne di phishing che imitano pagine di login istituzionali o procedure amministrative. Basta un clic sbagliato per consegnare password e token agli aggressori.

Il ransomware resta la minaccia più redditizia: oggi rappresenta circa la metà degli incidenti rilevati, con nuovi gruppi come Qilin e Medusa che adottano tecniche di cifratura avanzate. Non mancano poi false pagine di Outlook, portali universitari contraffatti e documenti fasulli che inducono gli utenti a pagamenti tramite QR code.

Il fattore umano continua a essere l’anello debole: oltre il 40% degli incidenti deriva da configurazioni errate dell’autenticazione a più fattori, mentre un terzo degli attacchi sfrutta ancora vecchi script come PowerShell 1.0.

Gli esperti concordano: servono formazione mirata per studenti e personale, aggiornamenti costanti dei sistemi, monitoraggio dei nuovi domini sospetti e strumenti di sicurezza in grado di bloccare minacce prima che arrivino agli utenti. Solo così le aule digitali potranno tornare a essere spazi sicuri di apprendimento.


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Fisco, 156 giorni di lavoro per lo Stato: il “tax freedom day” arriva solo a giugno

Anche a causa di un esercito di almeno 2,5 milioni di evasori, quest’anno i contribuenti italiani hanno impiegato 156 giorni per onorare tutte le richieste avanzate dal fisco. In altre parole, per rispettare le decine e decine di scadenze previste dal calendario fiscale[1], le persone fisiche[2] e quelle giuridiche[3] hanno teoricamente lavorato per lo Stato sino all’inizio dello scorso mese di giugno[4]. Versamenti che sono necessari per retribuire i dipendenti pubblici, per consentirci, quando è necessario, di essere curati da una struttura ospedaliera pubblica, di far frequentare ai nostri figli la scuola o l’università, di disporre di trasporti veloci ed efficienti e di vivere in tranquillità, perché la sicurezza di tutti noi è assicurata dalla presenza delle forze dell’ordine. Solo dal 6 giugno fino al prossimo 31 dicembre (209 giorni) gli italiani lavoreranno per sé stessi e per la propria famiglia. Quello realizzato dall’Ufficio studi della CGIA è un puro esercizio di scuola che ci consente di misurare in un modo del tutto originale il peso fiscale che grava sugli italiani[5].

Per 2,5 milioni di evasori le tasse sono un optional

In Italia, purtroppo, i contribuenti onesti versano molte tasse perché ci sono tante persone che non le pagano o lo fanno solo parzialmente. Secondo le ultime stime dell’Istat riferite al 2022, infatti, sono quasi 2,5 milioni le persone fisiche presenti in Italia che sono occupate irregolarmente.

Sono uomini e donne che lavorano completamente in nero o quasi; quando operano in qualità di subordinati non sono sottoposti ad alcun contratto nazionale di lavoro. Se, invece, lavorano in proprio, ovviamente non possiedono la partita Iva. In valore assoluto il numero più elevato è concentrato in Lombardia con 379.800 unità. Seguono i 319.400 residenti nel Lazio e i 270.200 abitanti della Campania.

Se, invece, calcoliamo il tasso di irregolarità, dato dal rapporto tra il numero di occupati irregolari e il totale degli occupati di ciascuna regione, in Calabria registriamo il tasso più elevato pari al 17,1 per cento. Seguono la Campania con il 14,2, la Sicilia con il 13,6 e la Puglia con il 12,6. La media italiana è del 9,7 per cento.

Negli ultimi 30 anni, meno tasse con Berlusconi

Analizzando l’andamento della pressione fiscale registrato negli ultimi trent’anni, si evidenzia come il 2005 sia stato l’anno in cui il carico tributario è risultato più contenuto. Sotto la guida dell’allora Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, la pressione fiscale in Italia si attestò al 38,9 per cento del Pil, 3,8 punti in meno rispetto alla percentuale prevista nel 2025.

Allora furono necessari 142 giorni per “liberarci” dal giogo fiscale, ben 14 giorni prima della scadenza prevista nel 2025.  Si segnala, inoltre, che anche gli altri quattro anni di quella legislatura furono caratterizzati da livelli di pressione fiscale relativamente bassi; soglie che, purtroppo, in tutto quest’ultimo trentennio abbiamo sempre superato.

Il picco massimo di tassazione, invece, fu raggiunto nel 2013 durante il governo presieduto dal Prof. Mario Monti – sostituito a fine aprile da Enrico Letta – quando il carico fiscale complessivo sul Pil arrivò a toccare il 43,4 per cento: record negativo di sempre.

La pressione fiscale sale, ma è solo un effetto statistico

Nel Documento di Economia e Finanza del 2025, si stima una pressione fiscale per l’anno in corso del 42,7 per cento; un livello in lieve aumento di 0,1 punti percentuali rispetto al dato del 2024. Tuttavia, è necessaria una puntualizzazione: va ricordato che la Legge di Bilancio 2025 ha sostituito la decontribuzione a favore dei lavoratori dipendenti con una analoga misura che combina gli sconti Irpef con il “bonus” a favore delle maestranze a basso reddito.

Mentre la decontribuzione si traduceva in minori entrate fiscali-contributive, il “bonus” (che vale circa 0,2 punti percentuali di Pil) viene contabilizzato come maggiore spesa e quindi sfugge alla stima della pressione fiscale. Pertanto, se tenessimo conto di questo aspetto, nel 2025 la pressione fiscale sarebbe destinata a diminuire, sebbene di poco, attestandosi al 42,5 per cento.

Attenzione alla corretta lettura dei dati

Tornando a osservare il Graf.1, l’incremento della pressione fiscale è tornato a salire impetuosamente a partire dal 2023. Tuttavia, affermare che in questi anni sia aumentato il peso del fisco sul contribuente sarebbe fuorviante. L’incremento della pressione fiscale, infatti, non è ascrivibile ad un aumento delle tasse, quanto a una pluralità di novità legislative di natura economica introdotte a livello politico.

Pensiamo alla decontribuzione a favore dei redditi da lavoro dipendente resa più incisiva nel 2024 e all’accorpamento dei primi due scaglioni di reddito Irpef. Nel 2025, con l’intento di ridurre il cuneo fiscale e a compensazione della decontribuzione, sono state aumentate le detrazioni Irpef ed è previsto un “bonus” (erogazione di una somma esente Irpef) per i redditi da lavoro dipendente sino a 20.000 euro.

Inoltre, il buon andamento delle entrate fiscali nel 2024 è stato determinato da fattori economici che hanno condizionato la crescita delle imposte sostitutive attinenti ai redditi da capitale. Non va nemmeno dimenticata la crescita registrata dalle retribuzioni; grazie ai rinnovi contrattuali, alla corresponsione degli arretrati nel pubblico impiego e all’aumento del numero di occupati l’Irpef e i contributi previdenziali hanno subito un rialzo positivo.

L’aumento del prelievo è stato insignificante

L’impatto sulla pressione fiscale riconducibile all’aumento delle tasse, invece, è stato modestissimo. Ricordiamo, tra i principali inasprimenti fiscali introdotti dal governo in carica, le seguenti misure:

  • incremento della tassazione sui tabacchi, dell’IVA su alcuni prodotti per l’infanzia/igiene femminile e dell’imposta sostitutiva sulla rivalutazione dei terreni e delle partecipazioni per l’anno 2024;
  • rimodulazione delle detrazioni per le spese fiscali con l’introduzione di alcune limitazioni per redditi elevati, l’inasprimento della tassazione sulle cripto-attività, la riduzione delle detrazioni delle spese per le ristrutturazioni edilizie e il risparmio energetico per l’anno 2025.

Tra i big dell’UE solo la Francia è più tassata di noi

Nel 2024[6] la Danimarca ha registrato la pressione fiscale più elevata dell’UE, con un valore pari al 45,4 per cento del Pil. Seguono la Francia con il 45,2, il Belgio con il 45,1, l’Austria con il 44,8 e il Lussemburgo con il 43. L’Italia si è posizionata al sesto posto con un tasso del 42,6 per cento del Pil. Rispetto ai nostri principali partner economici, abbiamo una pressione fiscale superiore a quella tedesca di 1,8 punti e a quella spagnola addirittura di 5,4. Solo la Francia sta peggio di noi: la pressione fiscale a Parigi è superiore alla nostra di 2,6 punti. La media UE, infine, è inferiore a quella italiana di 2,2 punti.

[1] Per pagare gli acconti e i saldi Irpef, Ires, Irap, Iva, addizionali Irpef, contributi previdenziali, tasse locali, etc.

[2] Lavoratori dipendenti, pensionati, lavoratori autonomi e altri percettori di redditi.

[3] Società di capitali, cooperative, consorzi, etc.

[4] Per la precisone fino al giorno 5.

[5] Come si è giunti a stabilire che nel 2025 sono necessari 156 giorni per “liberarci” dal fisco italiano?  La stima del Pil nazionale prevista per il 2025 è di 2.256 miliardi di euro; tale importo è stato suddiviso per 365 giorni, ottenendo così un dato medio giornaliero di 6,2 miliardi di euro. Dopodiché, sono state estrapolate le previsioni relative alle entrate tributarie e contributive[5] che i percettori di reddito verseranno quest’anno che, si stima, dovrebbero ammontare a 962,2 miliardi di euro[5]. Infine, quest’ultimo dato è stato frazionato al Pil giornaliero. Pertanto, queste operazioni hanno consentito all’Ufficio studi della CGIA di determinare il cosiddetto tax freedom day dopo 156 giorni dall’inizio dell’anno, vale a dire il 6 giugno ultimo scorso.

[6] Ultimo anno in cui i dati ci consentono di fare una comparazione a livello europeo.


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Processo tributario, senza attestazione di conformità la notifica non vale

Un documento depositato nel fascicolo processuale non basta a dimostrare l’avvenuta notifica se privo dell’attestazione di conformità. Lo ha stabilito la Corte di giustizia tributaria di Padova con la sentenza n. 237/1/2025, accogliendo il ricorso di un contribuente contro un’intimazione di pagamento fondata su atti presupposti non certificati.

La questione nasce dall’applicazione dell’articolo 25-bis del Dlgs 546/92, come modificato dal Dlgs 220/2023, che impone al difensore di attestare la conformità della copia informatica agli originali cartacei. Una previsione che, in mancanza di attestazione, rende inutilizzabili i documenti depositati.

Il legislatore è intervenuto con il Dlgs 81/2025, chiarendo che è sufficiente l’attestazione di conformità al documento analogico detenuto dal difensore, e non necessariamente all’originale. Resta però il nodo applicativo per i ricorsi depositati prima dell’entrata in vigore della riforma.

La giurisprudenza non è univoca: la Corte di giustizia tributaria di Salerno (sentenza n. 2685/5/2025) si è allineata all’orientamento di Padova, mentre quella di Bergamo (sentenza 304/2025) ha ritenuto che l’inutilizzabilità dei documenti non scatti se la conformità non viene espressamente disconosciuta dalla controparte.


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