Spear phishing: che cos’è e come possiamo difenderci

Lo spear phishing è una particolare tipologia di truffa, con la quale i cybercriminali spingono le vittime a rivelare informazioni sensibili. I truffatori ottengono l’accesso ai dati attraverso link o allegati malevoli, che, se aperti, installano dei malware nel pc della vittima.

Si distingue dal generico phishing a causa della natura mirata dell’attacco. Infatti, questi attacchi corrispondono all’invio di messaggi molto personalizzati, confezionati appositamente per una persona avvalendosi delle informazioni della vittima disponibili online.

Più le mail sono ricche di dettagli, più risultano credibili agli occhi delle vittime.

Mail scritte su misura

Le mail, quindi, vengono scritte su misura per ogni vittima. Chi attacca potrebbe fingersi un sostenitore di una causa condivisa, oppure spacciarsi per qualcuno che la vittima conosce; o ancora, utilizzare tecniche di social engineering.

Un esempio potrebbe essere qualcosa del tipo:

Ciao Paola! Vista la tua gran passione per i vini rossi di annata, non dovresti assolutamente perdere la fiera del vino di questo weekend a cui parteciperà anche Anna.

Nel messaggio ci sarà il link falsificato o compromesso del sito web della “fiera del vino”.

Phishing e spear phishing: quali sono le differenze

Sia il phishing che lo spear phishing hanno l’obiettivo di spingere le vittime a rivelare le proprie informazioni sensibili. Il secondo, però, richiede più sforzo da parte dei truffatori, dato che per creare una mail credibile dovranno fare accurate ricerche su una vittima.

Le campagne di phishing, invece, non hanno obiettivi specifici. I truffatori potrebbero infatti creare una mail molto generica da parte di PayPal, per esempio, senza sapere se l’utente abbia o meno un account PayPal.

Lo spoofing

Durante una campagna di phishing, un truffatore invierà molte mail ad una lunga lista di indirizzi, sapendo che soltanto una piccola parte degli utenti cadrà vittima nella trappola. Il dominio utilizzato per inviare i messaggi sembra molto simile a quello ufficiale dell’azienda per la quale si spacciano i cybercriminali.

Un attacco phishing potrebbe basarsi sullo spoofing (email finte). I server mail, infatti, vengono utilizzati per manipolare il dominio del mittente per far apparire la mail come proveniente dal sito vero e proprio.

Oggi lo spoofing è meno pericoloso, perché è stato concepito il DMARC (Domain-based Message Authentication, Reporting & Conformance) che rileva e blocca questo tipo di mail.

Aggirare le misure di sicurezza

Le vittime degli attacchi di spear phishing potrebbero effettuare bonifici molto alti intestati ai criminali o divulgare le credenziali di accesso per la rete aziendale.

Adottare l’autenticazione a due fattori e/o sistemi di rilevamento delle intrusioni si rivela molto utile per contenere i danni di queste operazioni criminali. Tuttavia, potrebbero subentrare anche metodi che aggirano queste misure di sicurezza, come l’installazione di malware sulla rete aziendale e l’utilizzo di credenziali rubate per esfiltrare i dati (data breach).

I criminali, una volta in possesso delle credenziali di accesso, possono anche decidere di mantenere la loro presenza sulla rete della vittima per mesi, prima di essere finalmente scoperti. Quando la compromissione esce allo scoperto, l’azienda dovrà correre ai ripari e risanare la vulnerabilità.

Brand noti che generano fiducia

Mai sottovalutare il rischio di diventare vittima di spear phishing soltanto perché pensate che la vostra azienda sia troppo piccola per ricevere questo tipo di attenzioni. I cybercriminali sanno benissimo che le aziende più piccole hanno anche risorse limitate da investire per la sicurezza informatica. Proprio per questo sono facilmente prese di mira.

Di solito vengono utilizzati nomi di brand noti, che generano fiducia nelle vittime, come PayPal, Google, Amazon e Microsoft. Per esempio, alcuni attacchi phishing sfruttano il nome di Google e Microsoft per informare i clienti che hanno vinto dei soldi da loro, e che per ricevere quei soldi dovranno inviare un piccolo anticipo per coprire i costi della spedizione.

Google di solito filtra molto bene questi messaggi, ma capita che gli utenti se li ritrovino lo stesso sulla propria mail. Questi messaggi, in una rete aziendale, dovrebbero essere messi immediatamente in quarantena.

Esempi di spear phishing

Vediamo insieme alcuni esempi di spear phishing:

  1. Un finto cliente insoddisfatto si lamenta di un recente acquisto. Il truffatore invita la vittima ad aprire un link che riporta ad un sito malevolo identico in tutto e per tutto a quello dell’azienda, dove il dipendente inserirà le proprie credenziali di accesso;
  2. Una mail o un sms vi avvisa che il conto in banca è stato compromesso. Per rimediare bisogna cliccare un link che collega alla finta pagina della banca dove inserire le proprie credenziali;
  3. Un finto fornitore informa la vittima del fatto il suo account sta per essere disattivato oppure è in scadenza. Dunque, per mantenerlo attivo sarà necessario cliccare sul link fornito;
  4. Un chiaro tentativo di spear phishing sono le richieste di inviare o donare denaro a qualche gruppo o ente;
  5. Prima di pagare una fattura, assicuratevi che sia dovuta. I truffatori infatti utilizzano il nome di aziende vere e proprie, con tanto di partita IVA falsa per ingannare la vittima.

La sicurezza parte dalle persone

I casi riportati di spear phishing e di phishing, dal 2020, sono aumentati tantissimo. Circa il 74% delle aziende americane ha subito un attacco phishing, e il 96% degli attacchi sono stati realizzati via mail.

Alla fine, la cosa fondamentale è adottare una strategia di sicurezza che si basa sulle persone. Bisogna, infatti, considerare il rischio individuale che rappresenta ogni singolo utente per la sicurezza della vostra azienda. Provate a capire in che modo un dipendente potrebbe essere preso di mira, in base a quali dati di accesso ha a sua disposizione o se è già stato vittima di truffe simili in passato.

La formazione dei vostri dipendenti è indispensabile: devono essere in grado di segnalare e individuare email sospette. Una formazione regolare, accompagnata anche dalla simulazione degli attacchi di phishing, potrebbe fermare molti attacchi veri e propri.

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Chi trascorre molte ore al giorno davanti al pc sa molto bene cosa vuol dire avere gli occhi stanchi. La computer vision syndrome, ovvero l’affaticamento oculare, si verifica nei casi in cui si fissa per lungo tempo un monitor o un display senza mai distogliere lo sguardo.

Chi ha spesso gli occhi stanchi, oltre all’affaticamento visivo potrebbe soffrire di cefalea, visione offuscata, dolori al collo e alle spalle. In genere, gli occhi diventano sempre più secchi.

Gli occhi stanchi costano molto, in termini di salute e produttività. Meglio trattare correttamente il problema.

Perché i nostri occhi si affaticano?

L’affaticamento visivo potrebbe presentarsi per più motivi. Quando non guardiamo il display, le nostre palpebre sbattono circa 12 volte al minuto. Se invece si fissa lo schermo, scendiamo a 5 volte al minuto. Questo, chiaramente, incide sulla secchezza oculare e sui disagi relativi.

Gli occhi diventano stanchi se si usano schermi con un grande riverbero della luce, con un contrasto scarso o se si guardano i display da un’angolatura non così corretta. Ma quali potrebbero essere le soluzioni migliori per gli occhi stanchi?

Leggiamo spesso che basta ridurre il tempo trascorso davanti allo schermo. Ma questo suggerimento non può essere seguito da chi utilizza il pc per lavoro. Esiste la regola del 20-20: ogni 20 minuti si dovrebbe distogliere lo sguardo dal monitor e fissare un punto per 20 secondi a circa 5 metri di distanza.

Con questa semplice regola, gli occhi trarranno subito un gran benessere.

Accortezze tecnologiche

Ma passiamo alle accortezze tecnologiche per provare ad evitare la stanchezza degli occhi. I monitor più recenti, infatti, offrono alcune caratteristiche da non trascurare.

DC dimming

Per molto tempo i display LED hanno utilizzato la modulazione di larghezza d’impulso, che consiste nello spegnere l’illuminazione per brevi periodi di tempo con dei cicli di accensione e di spegnimento che avvengono in maniera rapida.

L’occhio umano, ovviamente, non si rende conto di questo meccanismo, che da un lato rende l’immagine più fioca e dall’altro causa uno sfarfallio. Questo meccanismo, a lungo andare, potrebbe affaticare gli occhi.

I display moderni utilizzano il DC dimming: al posto di accendere e spegnere il display a potenza piena, viene regolata la potenza in ingresso: in questo modo non avviene alcuno sfarfallio.

L’unico svantaggio è che con una bassa luminosità i colori risultano di qualità inferiore.

Regolazione manuale della luminosità

I monitor troppo luminosi o impostati con una luminosità che supera quella dell’ambiente circostante potrebbero causare stanchezza oculare. La luminosità dello schermo non dovrebbe mai essere lasciata sull’impostazione predefinita: dobbiamo regolarla sulla base della luminosità della stanza in cui ci troviamo.

Soltanto questa semplice attenzione potrebbe attenuare molto lo stress visivo.

Un trucco per impostare in maniera corretta la luminosità dello schermo è quello di prendere un foglio completamente bianco, formato A4, e tenerlo verticalmente con una mano alla sinistra o alla destra del monitor. La luminosità del foglio di carta dovrebbe essere simile a quella del monitor proprio a causa dell’illuminazione della stanza.

Teniamo a mente, però, che se la luminosità della stanza cambia spesso durante la giornata, dovremo regolare di conseguenza anche la luminosità del monitor.

Regolazione automatica della luminosità

Anche se è abbastanza semplice regolare la luminosità da soli, ci sono molti nuovi monitor in grado di regolare automaticamente la luminosità; opzione particolarmente utile nel momento in cui l’illuminazione ambientale si modifica frequentemente durante la giornata.

Tali monitor sono dotati di sensori che vanno a rilevare il livello di illuminazione dell’ambiente, regolando la loro luminosità nel modo più ottimale possibile. Alcuni permettono anche di personalizzare il loro funzionamento in profondità.

Windows 10 e 11

Qualora l’accesso alla regolazione della luminosità fosse un’operazione scomoda, esistono alcuni metodi per migliorare la situazione. Tutto dipende dal monitor, dalla scheda video e dal PC che si sta utilizzando. Con Windows 10 e 11 basta digitare Luminosità oppure Modifica livello di luminosità nella casella di ricerca del PC.

Sui portatili si può anche premere il tasto Fn e i tasti F5 e F6 per modificare la luminosità.

Riduzione della luce blu

Alcuni produttori di monitor stanno cominciando a prendere provvedimenti per la riduzione dell’affaticamento degli occhi andando a limitare la luce blu che emettono i loro prodotti.

Windows 10 e 11 hanno la funzione Luce notturna, che permette di ridurre la luce blu facendo virare le immagini su colori più caldi. L’opzione può anche essere programmata per entrare in funzione soltanto in alcuni orari.

f.lux

Un’alternativa è anche il programma gratuito f.lux. È un programma che esiste da una vita, ed è super utile al fine di controllare il livello di luminosità dello schermo seguendo l’orario della giornata.

Appena avrete avviato l’applicazione, infatti, vi sarà chiesto di confermare il luogo in cui ci si trova. In questo modo il software calcolerà la luminosità da impostare durante la giornata, riducendo le emissioni di luce blu verso il tramonto e durante la notte.

Sul menu a tendina si può selezionare Reduce Eyestrain, impostando f.lux in modo tale da ridurre lo stress oculare. Grazie alle impostazioni avanzate, f.lux potrà anche essere collegata con lampade per la smart home, regolando anche qui l’illuminazione a seconda del momento della giornata in cui ci si trova.

Una funzione simile per macOS è Night Shift.

È vero che ci vuole un po’ di tempo per abituarsi completamente ad uno schermo che tende all’arancione-rosso, ma è stato ampiamente dimostrato come la luce notturna o applicazioni come f.lux fanno la differenza. Soprattutto nei casi in cui si fa fatica a prendere sonno: infatti, la luce blu dei display ostacola l’addormentamento.

Monitor curvo

Anche gli schermi curvi vengono utilizzati da sempre più utenti. All’inizio, la sensazione provata potrebbe essere ben poco gratificante, con l’impressione di aver fatto lavorare gli occhi ancora di più. In realtà è tutto il contrario!

Con un tradizionale schermo piatto, c’è bisogno di una continua messa a fuoco dell’immagine. Mentre uno schermo curvo fa mantenere una distanza focale in modo molto più uniforme, eliminando la continua necessità di ri-focalizzare rapidamente.

I monitor curvi migliorano la percezione della profondità, coprendo una maggior porzione del campo visivo dell’utente. Il risultato sono immagini più grandi e più semplici da visualizzare. Una ricerca dalla Harvard Medical School ha attestato che chi utilizza un monitor curvo ha riscontrato un minor affaticamento oculare rispetto a chi utilizza un monitor con lo schermo piatto.

Monitor ergonomici

I monitor ergonomici sono pensati per portare il comfort al massimo livello, e vengono spesso utilizzati negli ambienti di lavoro. L’utilizzo dei monitor ergonomici è assolutamente fondamentale per la riduzione dell’affaticamento oculare. Quelli non ergonomici, invece, potrebbero condurre ad una serie di disturbi, come torcicollo e mal di schiena.

Al posto di allungare il collo, sforzando gli occhi, possiamo optare per un monitor ergonomico, che può essere facilmente regolato per impostare l’ideale angolo visivo, che sta tra i 20 e i 50 gradi sotto l’orizzontale.

Se si guarda il monitor dritto davanti a sé, il collo sta bene, ma gli occhi sono affaticati. La migliore posizione dovrebbe essere quella che replica l’angolazione adottata quando si legge un libro.

Rivestimenti antiriflesso

Se il monitor utilizzato è lucido e riflette molta luce, gli occhi potrebbero essere costretti a compiere un pesante lavoro in più. I riflessi e l’abbagliamento rendono difficile mettere a fuoco e aumentano la stanchezza degli occhi.

Ma per fortuna oggi è semplice trovare dei monitor con rivestimenti antiriflesso. Monitor opachi tendono a sembrare un po’ sbiaditi, mentre display semi-lucidi producono dei riflessi ma senza complicare la visualizzazione dei dettagli.

Sono la scelta migliore, dunque, per le postazioni di lavoro che vengono raggiunte direttamente dalla luce del sole o che riflettono le luci del soffitto.

Dark mode: sì o no?

Sempre più applicazioni e sistemi operativi permettono l’attivazione della modalità scura, con degli sfondi che diventano neri e i testi bianchi.

In generale, aiuta a riposare gli occhi, ma soltanto di sera o di notte, quando l’ambiente circostante è scuro. Chi soffre di astigmatismo, per esempio, non trarrà alcun beneficio dall’utilizzare la modalità scura. Anzi, ne sarà fortemente penalizzato. Il testo sarà ancora più difficile da leggere e ci si dovrà sforzare molto rispetto alla modalità con sfondo bianco.

Inoltre, la modalità scura è innaturale per la visione umana, che di solito predilige dei supporti bianchi con testi scuri. Prestiamo sempre attenzione, però, all’elevata luminosità dello schermo, che potrebbe favorire difetti visivi come la miopia.

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Carlo Nordio: chi è veramente il nuovo Guardasigilli?

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Carlo Nordio è riuscito a convincere anche Silvio Berlusconi. Il leader di Forza Italia, infatti, avrebbe voluto Maria Elisabetta Alberti Casellati alla Giustizia, ma Nordio si è presentato al colloquio attitudinale a Villa Grande, superandolo alla grande.

Il pellegrinaggio non è piaciuto alle toghe, anche se è servito a raggiungere lo scopo. Nordio, infatti, ha ottenuto la poltrona più alta di via Arenula.

Il nuovo ministro della giustizia del governo Meloni è un ex pm famoso per le sue posizioni, malviste da una buona parte dei suoi colleghi. Durante la campagna elettorale ha detto di volere la separazione delle carriere, il ritorno dell’immunità parlamentare e della prescrizione, ed è nemico della legge Severino. Vorrebbe ridurre le intercettazioni, poiché a suo dire costano troppo.

Posizioni più morbide dopo la campagna elettorale

Le prime dichiarazioni fatte dopo il giuramento al Quirinale rispecchiano invece posizioni più morbide. La separazione delle carriere «è nel nostro programma, ne sono profondamente convinto, perché è consustanziale al processo accusatorio che ha introdotto Vassalli 40 anni fa, ma credo che in questo momento sia più importante concentrarsi sull’aspetto pratico cioè l’implementazione degli organici, la velocizzazione dei processi, insomma rendere la giustizia più efficiente».

I primi provvedimenti ai quali ha intenzione di lavorare sono «l’attuazione piena del codice Vassalli, un codice firmato da una medaglia d’argento della Resistenza e in prospettiva la revisione del codice penale firmato da Mussolini, ancora in vigore e di cui nessuno parla».

Continua: «Ma visto che la prima emergenza è quella economica, a breve bisogna intervenire in quella parte della giustizia che aiuti la ripresa economica e cioè velocizzare i tempi». L’obiettivo della velocizzazione dei tempi della giustizia piace a tutti. Da qualche tempo, Nordio parla di «riforme meno divisive, perché nessuno può essere contrario a una velocizzazione dei processi».

Ma in che modo il nuovo guardasigilli riuscirà laddove molti altri hanno fallito? Il processo di velocizzazione della giustizia «passa attraverso una forte depenalizzazione e quindi una riduzione dei reati». Nordio introduce nel dibattito, dunque, il tema delle depenalizzazioni.

Tema sul quale la sua coalizione non si è mai esposta. Dovremmo capire, dunque, quali sono i reati che intende depenalizzare: i piccoli reati minori o i reati amministrativi dei colletti bianchi?

Chi è Carlo Nordio

Nato a Treviso 75 anni fa, Nordio è in magistratura dal 1977 ed è l’esponente più anziano del nuovo esecutivo. Ha trascorso a Venezia la sua carriera in toga e ha condotto l’inchiesta sulle Brigate Rosse Venete.

Negli anni ’90 ha conquistato notorietà grazie alle indagini sulle tangenti delle Coop Rosse. In quel periodo, polemizza con i colleghi milanesi che si occupano di Mani Pulite.

Nel 2017 è andato in pensione, e ha cominciato ad avvicinarsi sempre più alle posizioni di centrodestra. Ha attaccato le riforme dei 5 stelle e ha sostenuto i referendum della giustizia promossi dal leader della Lega Matteo Salvini.

Nordio si è dimostrato favorevole ai quesiti che FdI non appoggiava, come, per esempio, quello contro la legge Severino. Questo punto non è stato inserito tra le sue priorità, ma il neo guardasigilli crede che la legge anticorruzione deve essere limitata.

Nonostante la differenza di vedute, Giorgia Meloni lo ha indicato come candidato al Quirinale, prima di eleggerlo alla camera e di riuscire a farlo diventare Ministro della Giustizia.

I limiti della riforma Cartabia

Nordio prenderà il posto di Marta Cartabia, autrice di riforme che hanno modificato molto le regole del processo penale. Ma che cosa ne pensa sull’improcedibilità, ovvero il meccanismo in grado di uccidere i processi se non si concludono entro un certo lasso di tempo in Appello? «Con la ministra Cartabia a breve avremo un incontro. La sua riforma andava nella direzione assolutamente giusta, ma aveva dei limiti».

Spiega il neo ministro che la vecchia maggioranza politica non ne consentiva l’attuazione vera e propria, poiché era composta da giustizialisti, non garantisti.

Oggi ci sono idee decisamente diverse. Dunque, risulta evidente che Nordio abbia intenzione di intervenire anche sulle riforme della giustizia Cartabia.

Gli auguri al nuovo Guardasigilli

Al nuovo ministro sono arrivati molti auguri dagli addetti ai lavori: dal Consiglio Nazionale Forense, dall’Anm ma anche da David Ermini, vicepresidente uscente del Csm.

Sono arrivati anche appelli da magistrati come Nicola Gratteri: «Mi auguro che il nuovo ministro della Giustizia faccia il contrario di quello che ha fatto il governo uscente che ci ha lasciato riforme che – contrariamente a quanto richiesto dall’Europa – rallentano la definizione dei processi dato che già mancano 1600 magistrati».

Gratteri ha fornito all’ex collega anche consigli non richiesti: «Sarebbe auspicabile aumentare l’età pensionabile dei magistrati su base volontaria da 70 fino a 75 anni. Questa è una cosa che si può fare anche dopodomani. Un’altra cosa che il governo Meloni può fare da subito è fermare l’emorragia dei fuori ruolo, ci sono in giro 250 magistrati per Ministeri, sarebbe il caso che almeno la metà tornasse a scrivere sentenze o a fare indagini».

La lotta alla mafia

Fuori dal mondo della magistratura, invece, realtà come l’associazione Wikimafia definiscono il nuovo ruolo di Nordio come un «pessimo segnale per la lotta alla mafia». L’associazione creata a Milano ricorda come durante la campagna elettorale il nuovo guardasigilli abbia avanzato la proposta di risparmiare sulle intercettazioni ambientali e telefoniche, e investire quei soldi nelle assunzioni dei cancellieri.

A chi lo accusava di indebolire la lotta alla mafia aveva risposto: «Se si crede che i mafiosi parlino al telefono, si ha della mafia una visione infantile».

Scrive l’associazione antimafia: «Le affermazioni di Nordio denotano una scarsa conoscenza delle indagini antimafia più recenti, soprattutto al Nord. Senza le intercettazioni, molte cose che oggi sappiamo sulla più potente organizzazione mafiosa al mondo, la ‘ndrangheta, non le sapremmo».

L’associazione ricorda che tra i vari dossier che il nuovo ministro troverà sul suo tavolo in via Arenula ci sarà quello sull’ergastolo ostativo. Senza la riforma che il precedente Parlamento ha deciso di affossare, infatti, i boss delle stragi avrebbero la possibilità di ritornare in libertà, anche senza la collaborazione con la magistratura.

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La prima causa penale di Amazon contro le recensioni false

Sapevate che esistono broker che alimentano il mercato delle recensioni fake su Amazon? Ovviamente si tratta di un reato, a più livelli. Amazon, infatti, ha presentato due denunce in Italia – le prime in tutta Europa. Negli USA, invece, le azioni legali hanno bloccato completamente il mercato delle recensioni false.

Commissionare recensioni false

Il fenomeno prende il nome di boosting illecito e consiste nel commissionare recensioni false (o non del tutto veritiere) per far salire il valore di un prodotto su Amazon o su ecommerce simili – anche se il prodotto che viene recensito meglio e di più non risulta necessariamente il migliore.

Amazon, ora, rischia di perdere alcune fasce di mercato in quanto aumentano sempre di più i soggetti che selezionano in maniera più efficace i prodotti presenti sulla piattaforma. Le condizioni di utilizzo, in realtà, vietano tassativamente questo modo di far salire i prodotti nelle classifiche.

Per questi motivi Amazon ha cominciato a sentire la necessità di interrompere in qualche modo il commercio delle recensioni commissionate dai produttori.

Amazon denuncia le recensioni false

In Spagna, Amazon si è esposta con una causa civile verso un soggetto ben identificato. In Italia, invece, ha depositato una denuncia penale contro un soggetto di cui non si conosce l’identità o la ragione sociale.

Sarà la Procura della Repubblica di Milano a svolgere le indagini che non si preannunciano così semplici. Siamo di fronte, infatti, a 11.000 siti web e gruppi/canali social (come Telegram), dove gli utenti vendono recensioni a cinque stelle, per un corrispettivo in denaro o per uno degli stessi prodotti recensiti.

Comprare una recensione: è reato?

Sono stati ipotizzati molteplici reati, anche se quello più immediato è il delitto di truffa.

Bisognerebbe ipotizzare la sussistenza di tre elementi strutturali del reato:

  • induzione in errore;
  • ingiusto profitto;
  • altrui danno.

Se osserviamo il lato dell’utente, non è detto che le cinque stelle inducano ad acquistare un bene, che, messo in relazione al suo prezzo, non ha valore e non funziona come dovrebbe.

Per quanto riguarda l’ingiusto profitto, dobbiamo tener presente che acquistare un bene non determina per forza l’indebolimento del patrimonio dell’utente, che acquista un bene che ha il valore del prezzo pagato.

Un ragionamento parallelo si può fare per un danno ingiusto: infatti, se compro un bene funzionante e con il valore del prezzo pagato, allora non c’è alcun danno. Ciò che viene leso è il bene giuridico, che la Cassazione spesso ritiene irrilevante a livello penale, anche se idoneo a creare una controversia civile (libera determinazione a contrarre).

Frode informatica

Molto probabilmente ci troviamo nel campo della frode informatica. Amazon opera con un sito internet, e le recensioni false vengono effettuate andando contro le condizioni di contratto e di utilizzo, alterando le informazioni sui prodotti che vengono messi in vendita.

C’è, quindi, un’alterazione effettuata senza diritto su un sito internet: la frode informatica, dunque, è pienamente integrata, e l’ipotesi di reato sembra decisamente solida, rispetto alla truffa aggravata.

Chi fa la recensione fake rischia qualcosa?

Certamente un singolo soggetto che ha scritto una recensione a cinque stelle con qualche forma di retribuzione è punibile in concorso con chi effettua il servizio di brokeraggio.

Tuttavia, è difficile ipotizzare che la Procura della Repubblica di Milano riesca a perseguire migliaia di utenti che si sono fatti coinvolgere nel traffico delle recensioni fake.

Oltre al concorso è altresì ipotizzabile un delitto di sostituzione di persona, come previsto dal Codice Penale. Ma questo soltanto nelle ipotesi in cui il soggetto che ha scritto una recensione falsa abbia anche utilizzato un account falso. 

Una singola azione per sconfiggere il sistema

La Procura della Repubblica di Milano potrebbe agire rapidamente in maniera preventiva, andando a sequestrare canali e siti dove viene effettuato il commercio illecito delle recensioni.

Una singola azione di questo tipo potrebbe bloccare il fenomeno intero. Gli utenti che hanno scritto le recensioni false, a quel punto, difficilmente continuerebbero a farlo, considerando di rischiare un procedimento penale.

Sarà interessante verificare l’ipotesi di reato che verrà contestata. I rapporti tra la frode informatica e la truffa sono tutt’ora oggetto di indagine tra gli addetti ai lavori.

Come riconoscere una recensione falsa

Ecco alcuni consigli per capire se la recensione che stiamo leggendo potrebbe essere falsa:

  • occhio ai voti troppo alti: se ci troviamo di fronte a una sproporzione di voti massimi rispetto agli altri, forse questo dovrebbe metterci in allerta;
  • attenzione anche alle date delle recensioni. Se ce ne sono molte di 5 stelle, concentrate in pochi giorni, probabilmente fanno parte di una campagna di boosting;
  • se ci sono tantissimi pareri a 5 stelle, controlliamo i profili degli utenti che le hanno rilasciate;
  • troppi complimenti destano sospetto;
  • attenzione anche alla lunghezza: i commenti brevi potrebbero essere quelli più veritieri. Infatti, i broker di recensioni fake non pagano al di sotto di 30 parole.

Recensioni negative

Ma anche chi scrive recensioni negative e offensive corre i suoi rischi, a prescindere dal fatto che il commento sia stato rilasciato mediante retribuzione o che sia spontaneo. Questo non significa che tutte le recensioni negative vadano ad integrare il reato previsto dall’art. 595 del Codice Penale, ma soltanto quelle che ledono la dignità del venditore, andando oltre al “diritto di critica”.

Offendere la reputazione di qualcuno con recensioni o commenti integra la diffamazione aggravata, in quanto potrebbero essere letti da tutti con una diffusione incontrollata. Se il giudice dovesse riconoscere la colpevolezza di chi ha scritto la recensione, oltre alle conseguenze penali si aggiungono quelle civili, come l’obbligo di risarcire i danni economici e morali.

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Il registro pubblico delle opposizioni non funziona come dovrebbe

Il Registro pubblico delle opposizioni, ovvero il servizio a cui iscriversi per bloccare le telefonate di telemarketing indesiderate, non funziona come dovrebbe. Secondo alcune associazioni dedicate alla tutela dei consumatori e secondo le segnalazioni degli stessi utenti, molte persone, anche se iscritte al registro, continuano a ricevere telefonate di telemarketing.

In base ad un recente sondaggio organizzato dall’Unione Nazionale Consumatori, il 57,5% degli iscritti al servizio dichiara che le telefonate sono certamente diminuite, ma non sono cessate completamente. Il 37%, invece, afferma che sono scomparse del tutto e per il 5% non è cambiato assolutamente nulla.

15 giorni di tempo

Il Registro pubblico delle opposizioni è attivo già dal 2010, ma dallo scorso luglio, grazie al Dpr 26/2022 era stato esteso anche ai numeri di cellulare. Teoricamente, se ci si iscrive al registro, entro 15 giorni le chiamate di telemarketing vengono interrotte.

Con l’iscrizione si annullano in maniera automatica tutti i consensi che sono stati rilasciati in precedenza, tranne quelli con i gestori delle utenze telefoniche. Restano validi, invece, quelli che vengono attivati dopo l’iscrizione al registro.

I call center e gli operatori dovranno consultare ogni mese il Rpo; lo devono fare anche prima di svolgere qualsiasi nuova campagna pubblicitaria telefonica.

Poche iscrizioni

Le iscrizioni, però, non sono state molte, almeno non quante ci si aspettava. Il presidente del Codacons, Gianluca Di Ascenzo, ha spiegato che «molti cittadini non conoscono ancora l’Rpo e non sanno quindi della possibilità di sottrarsi al telemarketing indesiderato. Servono maggiori campagne di informazione».

L’ultimo dato disponibile risale a metà settembre: 2,6 milioni di iscrizioni al registro. Si pensi che in Italia ci sono circa 80 milioni di cellulari. Dunque, il rapporto tra iscrizioni al registro e numeri telefonici attivi è molto basso.

Anche gli operatori devono iscriversi

Il problema non è stato soltanto il numero basso di iscrizioni da parte dei cittadini, perché anche gli operatori tardano ad iscriversi. Dovranno farlo, in ogni caso, se non vogliono incorrere in sanzioni importanti.

Per fare telemarketing, infatti, è necessaria l’iscrizione; dunque, tutti i call center dovranno iscriversi. Le sanzioni che sopraggiungono per mancata osservanza del Rpo, che potrebbero arrivare anche a 20 milioni di euro, sono disciplinate dal Regolamento generale sulla protezione dei dati e dal Codice in materia di protezione dei dati personali.

Aggirare i controlli all’estero

Gli operatori che hanno intenzione di aggirare i controlli potranno farlo molto facilmente. Moltissimi call center, infatti, si trovano all’estero: purché rispettino alcune norme, per loro sarà più semplice procedere con il telemarketing.

All’estero, i call center sono obbligati a seguire le regole del paese a cui appartiene il numero che riceve la telefonata. Spesso, però, questo non avviene. In Albania, per esempio, è difficile applicare sanzioni.

Agostino Ghiglia, componente del Garante dei dati personali, spiega a Today come la maggior parte delle telefonate avvenga con dei numeri camuffati, ovvero con la tecnica dello spoofing. Tecnica che rende piuttosto difficile comprendere chi c’è dietro una chiamata.

Numeri usa e getta

I call center che si appoggiano a questi metodi creano dei numeri “usa e getta” con alcuni software dedicati. Infatti, quando vengono richiamati, risultano inesistenti o non attivi. Lo stesso identico sistema viene utilizzato per alterare anche l’identificativo dei messaggi di testo.

Chi invia il messaggio potrebbe spacciarsi per una famosa azienda, considerata affidabile. In questo modo, l’utente che riceve l’sms dannoso sarà maggiormente spinto a cliccare su un link che porta a pagine che richiedono informazioni riservate.

Agcom ha chiesto agli operatori telefonici di adottare un sistema per bloccare le chiamate che non hanno un identificativo in formato E.164, ovvero lo standard del “Piano di numerazione delle telecomunicazioni pubbliche internazionali”. Tale standard definisce un formato generale per tutti i numeri di telefono.

I numeri che risultano conformi al piano dovranno avere meno di 15 cifre, e la prima parte deve contenere il prefisso del paese da cui chiamano (come il +39 per l’Italia).

Ulteriori precisazioni

Alcuni operatori, come Wind Tre, sono più avanti rispetti ad altri per quanto riguarda lo sviluppo di un sistema di filtraggio. In ogni caso, tutti gli operatori hanno fatto sapere che hanno intenzione di adeguarsi alle soluzioni decise durante il lavoro che viene svolto con Agcom.

Il presidente dell’Unione nazionale consumatori, Massimiliano Dona, ha detto che «va precisato che non è assolutamente detto che l’impresa nominata dall’operatore, cioè che l’addetto cita per presentarsi, sia però effettivamente quella che ha commissionato la chiamata».

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Tutto comincia dalla scrivania. Quella di Albert Einstein era nota per la grande quantità di libri, documenti e appunti. Una confusione che non preoccupava il premio Nobel, tanto che un giorno disse: «Se una scrivania in disordine è segno di una mente disordinata, di cosa sarà segno allora una scrivania vuota?».

Pregiudizi 

Non è affatto vero che i geni, prima di arrivare alle loro idee rivoluzionarie, vivessero nel caos, ma questa visione della scrivania come simbolo di creatività non si adatta bene all’ambiente lavorativo, che sia in smart working o in ufficio. Un tavolo curato, gradevole e funzionale facilita il benessere e l’attività lavorativa.

Sabrina Toscani, fondatrice di Organizzare Italia, ha detto che è necessario «per la nostra mente dedicare un’area chiara e ufficialmente rivolta al lavoro in termini di spazio e di tempo, per evitare la sovrapposizione con la vita privata e domestica».

Una scrivania tanto bella quanto efficiente

Il primo consiglio «è quindi di dedicare un tavolo o una scrivania che possa accogliere nel migliore dei modi, quindi in una posizione con sufficiente luce, con spazio necessario per sedersi in maniera ergonomica e lavorare al computer rispettando gli appoggi corretti di mani, braccia, gambe e piedi. L’area dovrebbe inoltre essere sgombra per poter ospitare pensieri, creatività, flusso di lavoro».

Continua: «Qualsiasi cosa superflua e non utile a questi fini rischia di ostacolare un modo fluido e organizzato di lavorare. Quindi la cosa migliore è tenere a portata di mano solo ciò che serve e allontanare ciò che può prendere la nostra attenzione in maniera non funzionale».

Creare una scrivania tanto bella quanto efficiente ha più impatti: essere accolti in un’area gradevole e funzionale crea uno stato d’animo migliore al fine di affrontare al meglio una giornata di lavoro. L’area di lavoro così organizzata, soprattutto in un ambiente domestico, assume un valore ufficiale per tutti.

L’impatto, a livello mentale, di un buon setting organizzativo, influenza direttamente i comportamenti e il modo di lavorare. Dunque, sia che si segua uno stile metodico, sia che si segua uno stile più creativo, è necessario avere il giusto spazio per mettere in campo abilità e talenti, che nella confusione potrebbero andar persi o non essere valorizzati.

Il decluttering

Hai mai sentito il termine “decluttering”? Letteralmente, significa “eliminare ciò che ingombra”; è una pratica che può essere utilizzata in qualsiasi ambito della propria vita, e si sposa perfettamente con il voler far ordine sulla propria scrivania.

Non è il semplice gettare le cose che non servono più: è una vera e propria filosofia di pensiero, che aiuta ad eliminare tutto quello che è superfluo, ma riorganizzando le idee e focalizzandosi sui propri obiettivi.

Ma come organizzare la scrivania, seguendo il decluttering? Per prima cosa, sgombra completamente la scrivania e pulisci il piano di lavoro con un panno umido. Dopodiché, potrai cominciare ad eliminare tutto quello che non ti è utile. Sono veramente necessari tre block notes? O te ne basta soltanto uno?

Raccogli tutti i fogli sparsi: getta quelli inutili (oppure mettili da parte per riutilizzarli), mentre gli altri puoi riordinarli in cartelline apposite, suddividendoli per categorie.

Poi, comincia a sistemare i vari dispositivi elettronici e gli accessori, dato che sono gli elementi più importanti. Scegli pochi accessori, ma utili, come una lampada da tavolo, un organizzatore e un portapenne.

Le buone abitudini

La scrivania incarna la tua postazione di lavoro: dovrai, dunque, muoverti agevolmente. Ci dovrà essere uno spazio libero, dove collocare il pc e il mouse da utilizzare in piena comodità.

Tutti utilizzano un computer: per questo potresti ritrovarti sommerso da fili vari. La soluzione è quella di utilizzare delle scatole portacavi. Ce ne sono di diversi materiali e colori, dunque potrai scegliere quella che preferisci a seconda delle tue esigenze o gusti personali.

Ma non dimentichiamoci la pulizia: pulisci e spolvera almeno ogni due o tre giorni. Una scrivania pulita e in ordine aiuterà ad iniziare la giornata di lavoro con la mente sgombra da distrazioni e ostacoli.

E se vuoi evitare di generare di nuovo il caos nel giro di poco tempo, prendi l’abitudine di rimettere a posto subito gli oggetti ogni volta che li riutilizzi. All’inizio potrebbe sembrarti qualcosa di noioso, ma una volta che entra a far parte della tua routine ti semplificherà il processo di riordino.

Gli oggetti che non possono mancare sulla scrivania

Lampada da tavolo

Necessaria e immancabile, una lampada da tavolo aiuta a rendere funzionale la scrivania ma anche a decorarla. Scegline una dal design minimale per preservare un senso d’ordine. Ma soprattutto, scegli lampadine con toni caldi, per ottenere un’atmosfera rilassata, che non appesantisca gli occhi.

Organizer

Uno degli oggetti più utili per organizzare una scrivania è l’organizer. È una piccola struttura, di solito di legno, che è formata di più scompartimenti e livelli. All’interno c’è di tutto: forbici, post-it, tutto quello che è necessario per svolgere le tue attività.

Un altro oggetto immancabile è il portapenne, che puoi creare anche dando sfogo alla tua creatività: puoi dipingere un vecchio barattolo o una scatola delle scarpe. Certamente l’organizer può contenere anche delle penne, ma chi lavora in ufficio sa benissimo quanto sia fondamentale avere a portata di mano una penna per prendere appunti.

Organizer per cassetti

Mentre organizzi la tua scrivania non puoi non prendere in considerazione anche i cassetti. Non sono semplicemente un luogo dove buttare le cose che non servono più: devono essere organizzati secondo logica.

Il compito potrebbe risultarti più semplice se utilizzi dei divisori, per suddividere documenti, fascicoli e altro per categorie, in modo tale da sapere sempre dove trovarli.

Bacheche

Se lo spazio a disposizione è poco, sfrutta le pareti. Puoi fissare una bacheca, o un pannello portautensili dove agganciare i contenitori utili per lo svolgimento delle tue mansioni. Ma puoi anche appendere i fogli e i post-it che restano sparsi per la scrivania.

Piccole decorazioni

Non dimenticare che la tua scrivania ha bisogno di un po’ di leggerezza. Trova lo spazio per qualche foto o cartolina, oppure scrivi sulla bacheca qualche frase motivazionale, per darti una scossa nei momenti più stressanti.

Se ami la natura, potresti mettere una piantina per donare quel tocco verde al tuo angolo di lavoro: oltre a migliorare la qualità dell’aria, allevierà anche tutte le tensioni intorno a te.

Un ultimo consiglio importante è sistemare la scrivania tutte le sere, prima di tornare a casa (o se sei già a casa, prima di andare sul divano). Bastano meno di cinque minuti per evitare che si riformi velocemente il caos. Il giorno dopo, la tua mente sarà ovviamente più leggera, favorendo la concentrazione e il rendimento.

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vpn

VPN: che cos’è e perché è così importante per la nostra sicurezza

Una VPN (Virtual Private Network) è una rete virtuale privata che garantisce anonimato, sicurezza e privacy mediante un canale di comunicazione riservato (tunnel VPN).

“Virtual” significa che tutti i dispositivi che appartengono alla stessa rete non devono essere collegati necessariamente ad una rete LAN (Local Area Network), che copre al massimo un chilometro, ma possono essere trasferiti in qualsiasi parte del mondo.

Cos’è una VPN e chi la utilizza

Una VPN è un particolare servizio di rete che può essere utilizzato al fine di criptare il traffico di Internet. Di conseguenza, protegge anche la propria identità online.

In ambito aziendale, potrebbe essere paragonata ad un’estensione geografica della rete LAN. Quindi, permetterebbe di collegare tra di loro, in maniera del tutto sicura, i siti di un’azienda dislocati sul territorio.

Le VPN vengono spesso utilizzate dalle aziende e dalla PA, principalmente per contrastare i costi per la realizzazione di una rete personale protetta, creata sfruttando la rete pubblica. Ma sono molti gli utenti privati che utilizzano una VPN, per scambiare dati su Internet in modo sicuro e soprattutto senza restrizioni.

Ci sono diversi tipi di VPN

Le VPN possono essere suddivise in:

  • reti ad accesso remoto – consentono agli utenti di accedere ad un server su una rete privata attraverso la rete internet;
  • reti site-to-site – connettono in una rete privata più uffici dislocati in diverse sedi, consentendo una comunicazione sicura.

A livello concettuale, distinguiamo due sotto classi di VPN site-to-site:

  • intranet, che unisce differenti sedi di una stessa azienda;
  • extranet, che unisce aziende e uffici esterni all’organizzazione.

In base ai livelli di affidabilità e sicurezza, le VPN possono essere classificate ulteriormente in:

  • Trusted – l’ISP (Internet Server Provider) garantisce la creazione di percorsi dotati di precise caratteristiche di sicurezza, assegnando un determinato indirizzo IP e applicando una politica di sicurezza delle informazioni;
  • Secure – questa VPN, con protocolli di crittografia adeguati, garantisce la creazione di un tunnel, dentro il quale viaggiano dei dati che risultano inaccessibili alle persone che tentano di intercettarli;
  • Hybrid – è una particolare tipologia di rete privata mista, che si applica nei casi in cui un’azienda che usa una Trusted VPN ha bisogno anche di una Secure VPN.

Dal momento che le reti VPN sfruttano Internet, è necessario applicare dei meccanismi che superino i limiti di una rete pubblica non protetta, come: il tunneling, l’autenticazione e la crittografia.

Tunneling

Questo meccanismo prevede l’instaurazione di un tunnel sicuro tra due entità distanti tra loro ma entrambe abilitate a realizzare una VPN. Tecnicamente, non esiste nessun tunnel, ma un collegamento a livello logico tramite una rete IP.

Le due estremità del tunnel, anche se distanti, durante il processo divengono virtualmente adiacenti. Con il tunneling i dati vengono incapsulati; e quando entrano nel tunnel, vengono ulteriormente imbustati per essere spediti verso l’uscita. Arrivati a destinazione, l’imbustamento verrà rimosso.

Autenticazione

Il processo di autenticazione dipende dal tipo di protocollo adottato. È necessario al fine di autorizzare l’accesso, per assicurare la trasmissione e garantire il non ripudio.

A prescindere dal tipo di VPN utilizzata, per poter instaurare una connessione tra il client e il server i passi sono:

  1. il client si mette in contatto con il server;
  2. il server notifica la sua presenza;
  3. il client chiede al server di essere identificato;
  4. il server verifica che il tentativo di connessione sia stato autorizzato;
  5. il server autorizza la comunicazione con il client;
  6. comincia la comunicazione tra server e client.

Crittografia

La crittografia assicura la riservatezza delle informazioni, e trasforma un dato leggibile in un dato codificato, che non può essere compreso da chi non è autorizzato.

La tipologia di cifratura e di autenticazione utilizzata dipende dal protocollo di comunicazione adottato dal fornitore del servizio. Gli algoritmi di cifratura si classificano in:

  • simmetrici – utilizzano la stessa chiave per cifrare e decifrare i dati;
  • asimmetrici – utilizzano una chiave diversa per cifrare e decifrare i dati;
  • basati sull’hashing – utilizzano un hash, una funzione non reversibile che protegge la riservatezza e l’integrità dei dati.

Riassumendo

In conclusione, riassumiamo tutti i principali motivi per cui dovremmo affidarci ad una VPN.

Per un privato:

  • l’anonimato e la privacy;
  • accesso senza restrizioni a siti web e servizi;
  • maggior protezione dalle minacce informatiche, se utilizzata bene e affiancata da un antivirus.

A proposito, se hai bisogno di un buon antivirus ti possiamo aiutare noi: dai un’occhiata qui.

Per le aziende:

  • abbattimento dei costi;
  • miglior fruibilità delle comunicazioni;
  • adattabilità e flessibilità rispetto al cambiamento delle reti e nella realizzazione di reti private tra sedi fisse e remote;
  • sicurezza, grazie ai protocolli di tunneling.

Chiaramente, bisogna sempre avere consapevolezza che nessun software o hardware è sicuro al 100%. È sempre bene consultare la documentazione del servizio VPN che si vuole utilizzare, per conoscere in tempo protocolli e algoritmi, facendo attenzione a quei provider che forniscono VPN in maniera gratuita. Il conto, alla fine, si paga in termini di prestazioni e rischi per le vulnerabilità.

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Gli errori che ti fanno perdere clienti

I social che piacciono alla destra americana

Dopo le elezioni presidenziali del 2020 in USA, al primo posto delle classifiche delle app più scaricate c’era Parler, un social molto popolare nella destra americana. Nei giorni successivi alle elezioni presidenziali americane, Parler ha aumentato i suoi iscritti, passando da 4,5 a 8 milioni.

Il social è nato nel 2018 grazie a due programmatori del Colorado, tra cui troviamo John Matze. Lo scopo era quello di offrire alle persone un’alternativa “basata sulla libertà di parola” che, secondo Matze, i social tradizionali non garantiscono.

Gli utenti iscritti a Parler, infatti, possono postare «senza timore di essere banditi per le proprie opinioni». Ci sono soltanto due regole: non sono consentite attività spam o criminali. Grazie a questi principi, l’app ha raggiunto il primo posto nella classifica dei download negli ultimi mesi del 2020.

Parler ricorda un po’ Twitter: infatti, ci sono gli echoes, che equivalgono ai retweet. Al posto della spunta blu del “verificato”, troviamo invece una medaglia gialla. Addirittura, in alcuni casi i post banditi da Twitter sono ricomparsi quasi immediatamente su Parler.

L’esclusione di Parler dagli store

Nel gennaio del 2021 Amazon ha comunicato l’intenzione di escludere Parler dal suo servizio di web hosting, dato che violava le sue linee guida. Anche Google e Apple avevano deciso di togliere l’app dai loro store.

Si ritiene che Parler abbia avuto un ruolo importante nell’organizzazione dell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, in segno di protesta contro la vittoria di Joe Biden. Avrebbe contribuito, inoltre, a diffondere la teoria del complotto di QAnon, secondo la quale il mondo sarebbe governato da pedofili satanisti legati al Partito democratico americano, che Trump avrebbe provato a sconfiggere durante il suo mandato.

In una nota, Google Play aveva dichiarato: «Per poter distribuire un’app attraverso Google Play abbiamo bisogno che le app implementino una forte moderazione per contenuti di grande valore. Alla luce di questa continua e urgente minaccia per la sicurezza pubblica, sospendiamo gli annunci dell’app dal Play Store fino a quando non affronterà questi problemi».

Matze aveva replicato dicendo: «Non cederemo alle aziende politicamente motivate e agli autoritari che odiano la libertà di parola!».

Apple aveva dato a Parler 24 ore di tempo «per rimuovere tutti i contenuti discutibili dalla propria app, così come qualsiasi contenuto che si riferisca a danni alle persone o ad attacchi alle strutture governative ora o in qualsiasi data futura».

Kanye West acquisterà Parler

Recentemente, Kanye West non ha perso l’occasione per far parlare di sé. Dopo essersi presentato ad una sfilata parigina del suo brand Yeezy con una t-shirt che riportava la scritta “White Lives Matter” e dopo essersela presa con gli ebrei su Twitter, il rapper americano ha deciso di acquistare Parler.

Per il momento, i dettagli economici della trattativa non si conoscono. Quello che sappiamo è che l’accordo verrà formalizzato entro la fine dell’anno.

Secondo West, acquisire Parler è un importante passo in avanti nella lotta contro la censura sui vari social: «In un mondo in cui le opinioni conservatrici sono considerate controverse, dobbiamo assicurarci di avere il diritto di esprimerci liberamente».

Anche secondo il CEO di Parler, George Farmer, l’accordo «cambierà il modo in cui il mondo pensa alla libertà di parola. Stiamo compiendo una mossa rivoluzionaria nello spazio dei media e della libertà di parola e gli utenti non dovranno più preoccuparsi di essere censurati».

Truth social

Ma le vie alternative ai social tradizionali non finiscono qui. Dopo essere stato bannato da Twitter e Facebook, Donald Trump ha deciso di fondare Truth Social, una «piattaforma libera, senza censure».

In questi giorni il social sta sbarcando negli USA su Google Play, dopo un accordo sulla moderazione dei contenuti. Lo scorso agosto, infatti, Google aveva respinto Truth Social dal suo store, poiché mancava una politica di moderazione dei contenuti che incitano alla violenza.

Ora che il problema è stato risolto, gli americani potranno scaricare l’app dallo store di Google; ma quanti lo faranno, effettivamente?

Gonfiare i numeri dell’app

Non esistono delle stime sulle iscrizioni a Truth Social, ma si parla di 2 milioni di nuovi iscritti al mese. Twitter, per esempio, conta 300 milioni di nuovi utenti al mese.

Truth sta cercano di nascondere in tutti i modi le poche interazioni. È addirittura impossibile accedere alla lista dei follower degli account, così come non si può accedere alla lista dei ReTruths (una cosa simile ai Retweets). Secondo gli esperti la mossa nasconderebbe la grossa presenza di account fake, che vengono utilizzati per gonfiare i numeri dell’app.

I ricercatori del Pew Research Center hanno scoperto che gli utenti che vengono bannati dai social tradizionali non sono interessati a Truth, ma ad altri social alternativi come Rumblr, BitChute, Telegram o Gettr.

La realtà è che Truth è un social simile a molti altri, che ha già bannato utenti e non conta una community dove confrontarsi sui temi cari alla destra americana. Si parla di Ucraina, Russia e inflazione: le stesse cose che troviamo su Twitter.

Musk libera Trump

La decisione di West arriva mentre la complessa operazione di Elon Musk per l’acquisizione di Twitter continua ad essere in prima pagina. Dopo aver fatto retromarcia, ora Musk ha rilanciato l’offerta iniziale per acquistare il social per 44 miliardi di dollari.

Se il processo di acquisizione andrà a buon fine, Musk ha promesso che allenterà le regole con cui Twitter regola la libertà di parola. Esiste anche la possibilità che venga sbloccato l’account di Trump. Chissà, staremo a vedere.

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Gli errori che ti fanno perdere clienti

Errore n.1: non ascoltare

La professione dell’avvocato, sotto certi aspetti, potrebbe essere paragonata a quella del medico. Prima di fare una diagnosi, infatti, il medico deve ascoltare con molta attenzione il paziente, analizzando a fondo i sintomi e successivamente elaborando una prima diagnosi.

Sei un avvocato – dunque, il tuo ruolo sarà quello di aiutare a risolvere i problemi legali di quelle persone che hanno deciso di rivolgersi a te. Come pensi di poterlo fare, se non presti attenzione al cliente, ai suoi problemi e ai risultati che spera di ottenere?

La prima parola d’ordine è empatia: devi metterti nei panni del tuo assistito, per cercare di comprendere le sue difficoltà, ma soprattutto le sue aspettative. Al tempo stesso non dovresti lasciarti coinvolgere emotivamente, in quanto questo potrebbe alterare la tua capacità di giudizio.

Errore n.2: essere poco professionali

Il cliente sta mettendo nelle tue mani dei pezzi della sua vita, e si rivolge proprio a te per avere un parere ma soprattutto un’assistenza specializzata.

Per questo si senterà al sicuro se avrà a che fare con qualcuno che gli ispira fiducia e competenza. Si sentirà in pericolo, invece, se avrà la sensazione di aver a che fare con un ciarlatano. Anche se tutti gli avvocati sono liberi professionisti, certamente non tutti sono professionali!

Un avvocato professionale è qualcuno che porta a termine il suo dovere a regola d’arte, con puntualità, correttezza, precisione e responsabilità. In parole povere: «L’avvocato deve esercitare l’attività professionale con indipendenza, lealtà, correttezza, probità, dignità, decoro, diligenza e competenza» (art. 9 del Codice Deontologico).

Errore n.3: utilizzare troppi tecnicismi

Utilizzare tecnicismi fini a se stessi per comunicare con un cliente non serve a nulla.

Il nostro rapporto con il cliente dovrà farci aspirare al massimo della serietà e professionalità, ma dimostrarsi troppo lontani dalla parte assistita potrebbe essere controproducente, proprio a partire dal linguaggio che utilizziamo.

Quando parliamo con il nostro dottore non vogliamo sentire dei termini incomprensibili che non riescono a rispondere al perché dei sintomi. Siamo dei semplici pazienti che hanno bisogno di una risposta comprensibile, e non di altre domande.

Un buon avvocato riesce a leggere la realtà, a tradurla in “legalese” e successivamente a rielaborarla per chi non conosce i termini giuridici.

Errore n.4: non fornire informazioni al cliente

Informare un cliente è, per prima cosa, un dovere. L’avvocato deve fornire informazioni chiare al cliente, sia nel momento dell’assunzione dell’incarico, sia durante l’esecuzione dello stesso. Ma oltre ad essere un dovere, è anche una manifestazione di buon senso.

È l’avvocato, infatti, ad essere l’unico responsabile della strategia di difesa. Una scelta errata potrebbe tradursi in un’importante negligenza professionale, in caso di assenza del “consenso informato” dell’assistito.

Se un cliente viene informato passo dopo passo, è certamente un cliente che si fida, e che consiglierà sicuramente l’avvocato a conoscenti e ad amici. Sicuramente tornerà da quell’avvocato quando ne avrà bisogno.

Errore n.5: fidarsi del cliente

Sembra l’esatto contrario di quanto detto precedentemente. Eppure, è un’accortezza doverosa, che dovrebbe assumere ogni professionista di qualsiasi ambito.

Ora, spetta a noi capire che cosa ci sta raccontando il cliente, che cosa vorrebbe ottenere e che cosa potrebbe aver omesso. Un’omissione potrebbe essere stata fatta in mala fede – ma anche in buona fede.

Tuttavia, se conosciamo più elementi sarà semplice svolgere il proprio incarico. Bisognerà semplicemente assicurarsi che il cliente dica tutto.

Errore n.6: inviare documenti sbagliati

Potrebbe essere banale, ma è necessario prestare attenzione sia al contenuto dei documenti, sia alla gestione di tali documenti. Ogni scritto dovrà essere necessariamente perfetto dal punto di vista sintattico, grammaticale e contenutistico.

Sbagliare un nome, un conteggio, un dato anagrafico o commettere errori grammaticali potrebbero danneggiare tantissimo la propria reputazione e il portafoglio. Ma prestiamo attenzione anche alla parte gestionale: abbiamo depositato la copia definitiva oppure la bozza, che conteneva molti errori?

Errore n.7: dimenticare le scadenze

Un cliente si fida del suo avvocato, dato che non se ne intende né di cavilli legali né di scadenze giuridiche. Il mondo del diritto per i non addetti ai lavori sembra un mondo tenebroso e oscuro, che noi dobbiamo illuminare per evitare che i clienti ne vengano danneggiati.

Una delle cose peggiori, inaccettabili agli occhi del cliente, è lasciar scadere un termine perentorio. Come spiegare, infatti, che il nostro assistito ha perso ogni possibilità di impugnare una multa o di richiedere un risarcimento perché abbiamo dimenticato la scadenza? Oppure che ci si è sbagliati?

Cosa dovremmo fare, per evitare queste situazioni? Un consiglio è quello di abbandonare l’agenda cartacea per servirsi di un gestionale dotato di agenda digitale, che calcoli e fissi automaticamente le scadenze, come Service1.

A proposito, sai che è disponibile anche la nuova app Giustizia Servicematica, l’unica app per smartphone con la quale possiamo avere tutto il mondo del Processo Civile Telematico a portata di click? Dai un’occhiata un po’ qui, se non ci credi.

Errore n.8: non essere presenti online

Al giorno d’oggi, non avere un sito web è come andare a cavallo al posto di prendere l’aereo. Se non sei online non esisti, c’è poco da fare. Soprattutto se non hai un cognome rinomato e sei alle prime armi.

Incaricare uno specialista per creare il tuo sito web è un ottimo passo verso il successo. Pensiamoci bene: da dove arrivano i clienti? Fino a 10 anni fa il canale principale era il passaparola e le Pagine Bianche. Ma oggi? A chi ci rivolgiamo per trovare qualsiasi cosa?

Semplice, ad Internet! Quindi, se la tua attività professionale non è sul web, è come se non esistesse. Il tuo sito deve essere semplice, intuitivo, con le foto dei collaboratori dello studio. Dai un volto alla tua professione!

Inserisci dei contenuti interessanti, spiega quali sono i servizi che offri e qual è la vision e la mission del tuo studio. Dunque, spiega quello che sai fare e come lo sai fare. Lo studio legale è un’attività, che deve vendere.

Errore n.9: circondarsi di collaboratori sbagliati

L’avvocato non lavora da solo. Ha bisogno di avvalersi di risorse umane affidabili, per dare qualità, credibilità e continuità al proprio operato.

È fondamentale scegliere con molta cura tutti i componenti del team, ognuno con il suo ruolo e la sua esperienza professionale. E soprattutto con qualità umane che contribuiscono alla buona riuscita dell’attività dello studio.

Un’ottima assistenza in segreteria significa avere un ottimo bigliettino da visita con colleghi e clienti. Se un praticante è preparato, motivato e stimolato, diventerà una preziosa risorsa nel supporto alle attività. Un collega esperto e specializzato ci può aiutare nella riuscita di una pratica complessa.

 

È normale commettere errori: siamo esseri umani, non siamo perfetti. È importante, tuttavia, avere cognizione degli errori che potrebbero impattare sulla clientela, ma che si possono prevenire facilmente con semplici accortezze.

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Il ruolo dei bias cognitivi nei casi di ingiusta detenzione

È recente la decisione della Corte d’Appello di Milano di riconoscere oltre 303mila euro di risarcimento a causa dell’ingiusta detenzione di Stefano Binda. L’uomo, nel 2018 era stato condannato all’ergastolo in primo grado per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda è stato assolto in via definitiva nel 2021.

Macchi fa brutalmente uccisa a 21 anni nel 1987 a Cittiglio, località in provincia di Varese. Il responsabile dell’omicidio non è ancora stato trovato.

Binda è stato in carcere per tre anni e mezzo, tra il 2016 e il 2019. Ha presentato una richiesta di risarcimento lo scorso maggio, per una somma di 350mila euro, per i giorni che ha trascorso ingiustamente in carcere.

Mercoledì 12 ottobre 2022 la Corte d’Appello ha accolto la sua istanza (in parte).

Il caso Macchi

Lidia Macchi, il 5 gennaio 1987 era andata all’ospedale di Cittiglio a trovare un’amica, ma quella sera non tornò mai a casa. Il suo corpo fu ritrovato in un bosco due giorni dopo, parzialmente svestito e ricoperto da cartoni.

Secondo la Procura, la donna è morta nella notte tra il 5 e il 6 gennaio dopo essere stata accoltellata per 29 volte. In Italia, il caso Macchi fu il primo ad utilizzare il test del DNA, anche se gli indizi e il materiale organico che è stato trovato sul suo corpo non portò a nessun riscontro.

Nel 2016, però, dopo trent’anni dall’omicidio, Binda, un ex compagno di scuola, fu incriminato, nonostante le scarse prove contro di lui.

I bias cognitivi

Soltanto nel 2018, in Italia sono stati spesi 33 milioni di euro per 895 casi di ingiusta detenzione, mentre per gli errori giudiziari sono stati versati 48 milioni di euro.

Questi fenomeni non avvengono in mala fede. Per esempio, nel 1976 è stato condotto un esperimento dove due psichiatri che non si conoscevano furono messi l’uno di fronte all’altro. A ciascuno dei due fu detto che l’altra persona soffriva di un disturbo mentale che lo portava a credere di essere uno psichiatra. Entrambi trovarono che il comportamento dell’altro andasse a confermare la (finta) diagnosi.

In questi processi sono protagonisti i nostri bias cognitivi.

Le scorciatoie del nostro cervello

Se ci pensiamo bene, in 24 ore prendiamo un sacco di decisioni; molte avvengono senza prestare troppa attenzione, mentre altre richiedono un processo lungo e talvolta faticoso. Il nostro cervello non ama particolarmente consumare energia per questi lunghi processi decisionali, che si basano su scorciatoie di pensiero in grado di semplificare la realtà e di prendere decisioni senza effettuare particolari sforzi.

Ma questo non è tutto. Perché se è vero che da una parte le euristiche ci permettono di prendere delle decisioni in maniera rapida, con basso dispendio di energia, è altresì vero che ci potrebbero portare ad errori di giudizio, i bias cognitivi.

Ti è mai capitato di dire: «Ecco, sapevo che sarebbe successo!» oppure di andare a ricercare delle informazioni a supporto della tua opinione? Questi sono esempi di bias cognitivi molto diffusi.

Conclusioni errate

Il termine fu utilizzato per la prima volta negli anni ’80, dagli psicologi Amos Tversky e Daniel Kahneman, per indicare gli errori inconsci e sistemici della nostra mente, che avvengono quando prendiamo delle decisioni in circostanze incerte e avendo poche risorse a nostra disposizione.

In questo tipo di situazioni ci ritroviamo ad utilizzare dei processi mentali sbrigativi ed intuitivi, per costruire un’idea generica su un dato argomento senza compiere troppi sforzi. Queste scorciatoie mentali non hanno sempre successo, anzi, potremmo incorrere in un bias, ovvero una distorsione, uno stereotipo o una percezione errata che ci porta a delle conclusioni errate.

Gli errori cognitivi sono il risultato della nostra mente, che va a semplificare tonnellate di informazioni che ci arrivano ogni secondo (che riusciamo a processare soltanto in minima parte). Di solito i bias si presentano nei processi decisionali che hanno a che fare con l’attenzione, la memoria e la stima di probabilità.

Esempi di bias cognitivi

Bias di conferma

Ci troviamo di fronte alla tendenza di interpretare le informazioni che ci arrivano come conferma delle nostre opinioni e delle nostre credenze. Questa tipologia di errore è molto presente nei social media, che spesso favoriscono questo comportamento.

Cerchiamo informazioni online e leggiamo articoli che vadano a confermare le nostre opinioni, ignorando, invece, tutto quello che le contrasta. Questo avviene perché da un lato la nostra mente si concentra su una cosa alla volta, evitando di andare a considerare diversi scenari e ipotesi nello stesso momento.

D’altro canto, tale tendenza potrebbe rinforzare le nostre idee e proteggere la nostra autostima.

Self-serving bias

Questo bias è collegato al concetto di autostima. È un errore che ci porta ad attribuire a noi stessi gli eventi positivi, mentre quelli negativi a fattori esterni.

Per esempio: stai guidando, quando d’un tratto la macchina davanti a te decide di tagliarti la strada nel momento in cui il semaforo diventa verde. Subito penserai che quella persona non è in grado di guidare (se non di peggio). Tuttavia, se sei tu la persona che taglia la strada perché sei in ritardo e hai un impegno importante, giustificherai la tua azione a causa del ritardo.

Questo bias ci porta ad ignorare i nostri errori e ad avere una visione semplicistica delle persone intorno a noi.

Bias dell’ancoraggio

Ti farò due domande: prova a rispondere soltanto alla seconda.

  1. Gandhi aveva più di 112 anni quando morì?
  2. A che età è morto Gandhi?

È probabile che tu abbia scelto come risposta un numero alto. La maggior parte di noi non crede che Gandhi abbia vissuto così tanto, ma la prima frase ci ha dato l’impressione che fosse un uomo molto anziano.

Capita, infatti che ci affidiamo eccessivamente alla prima informazione che ci viene presentata, che prende il nome di ancora. Se l’ancora, nel nostro esempio, fosse stata un numero più basso, è probabile che anche la stima dell’età sarebbe stata più bassa. Dunque, il nostro giudizio può venire influenzato da un punto di riferimento che ci è stato fornito.

Chi lavora nel campo delle vendite conosce molto bene questo bias: utilizzare lo sconto affiancandolo al prezzo iniziale va a sfruttare questo errore mentale – nello stesso modo in cui un agente immobiliare mostra la prima casa ad un prezzo altissimo, proponendo una seconda casa ad un prezzo altrettanto alto, ma che risulta un affare, rispetto al primo.

Bias della disponibilità

Tendiamo a sovrastimare gli accadimenti che sono più disponibili in memoria. Ovvero, stimiamo la frequenza con cui un evento particolare potrebbe accadere, basandoci su quanto riusciamo a portare più facilmente e velocemente nella nostra memoria.

Le coppie, se vengono interrogate sulla qualità della loro relazione, valutano quello che è successo nelle ultime due settimane, in quanto più semplice da ricordare.

Bias dell’aspettativa sociale

Questa tendenza ci porta ad agire (oppure a non agire) in un determinato modo, in base a quello che le altre persone si aspettano da noi. È un comportamento molto pericoloso, che potrebbe far perdere opportunità importanti. Oppure a spingerci verso strade che non ci appartengono.

Effetto alone

La prima impressione è quella che conta? In un certo senso, sì.

Se la prima impressione che abbiamo dato ad una persona appena conosciuta è positiva, possiamo stare tranquilli. Tuttavia, in caso contrario, l’impressione negativa potrebbe prevalere su tutte le nostre caratteristiche personali.

Bias dell’avversione alle perdite

Preferiamo evitare le perdite, piuttosto che ottenere dei guadagni più elevati.

È un bias cognitivo alla base di una teoria molto famosa, La teoria del Prospetto. Noi attribuiamo un valore soggettivo ad un oggetto, molto più forte rispetto al suo valore reale, oggettivo. Tutto questo ci rende maggiormente sensibili alla paura della perdita, rispetto alla possibilità di vincere.

Aver paura di sbagliare e di fallire potrebbe impattare sulla nostra crescita personale e professionale.

La consapevolezza aiuta

I bias non sono sempre negativi: senza tale meccanismo, sarebbe stato molto più complesso il processo di evoluzione e sopravvivenza dell’uomo. In situazioni di pericolo e di emergenza, quando il tempo per prendere una decisione è pochissimo, è importante che il nostro cervello sia capace di processare gli avvenimenti con rapidità.

Tranne nei pochi casi in cui i bias si rivelano preziosi, dobbiamo sempre tener presente che sono molti gli errori mentali che potrebbero farci agire irrazionalmente quando dobbiamo prendere delle decisioni importanti. Tuttavia, la conoscenza di questi errori aiuta a prendere consapevolezza di noi stessi e a contrastare i nostri pregiudizi.

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